Date: Tue, 25 Feb 2014 21:26:02 +0100
From: timkruger@infinito.it
Subject: Il convento delle delizie

Arrivare nel Convento dei monaci di S. Rocco non fu facile: disponevo di
indicazioni imprecise e solo l'incontro con qualche viandante mi
consentì di non perdermi nella fitta foresta che circondava la
collina sulla quale sorgeva l'edificio, una severa costruzione in pietra
bianca dotata di una torre svettante dalla quale si potevano sorvegliare
tutti gli accessi. La decisione per la strada della castità era stata
per me repentina: a diciotto anni appena compiuti, quando ancora non avevo
assaggiato i piaceri della carne (neppure quelli solitari dei quali, strano
a dirsi, nessuno mi aveva informato e ai quali non ero arrivato con
l'intuizione...) coltivavo in me fosche fantasie sessuali che mi
inquietavano, e mi dibattevo nell'incertezza sulla strada da seguire quando
avevo avuto improvvisamente una visione accompagnata da una chiarissima
chiamata di Nostro Signore: mi era apparso un angelo bellissimo, dalla
bocca ardente e dagli occhi come soli, che aveva pronunciato parole
celestiali, irripetibili, ma il cui significato, solo parzialmente
traducibile, si era impresso nella mia mente in modo indelebile: "Recati al
Convento di S. Rocco, là troverai ... ... e darai risposta ai tuoi
travagli!" A mente fredda avevo poi razionalizzato: il Padre vuole che io
diventi monaco, e che spenga quindi in me tutto questo ribollire di
immagini oscure che mi tormenta. Egli esiste, ê certo, la prova
ê questa stessa visione che mi ê arrivata chiarissima ed
inequivocabile: non mi resta che ubbidire alla sua richiesta. Lungo il
viaggio per arrivare al Convento, intanto, la decisione interiore mi aveva
placato, e il contatto prolungato con la natura mi aveva rigenerato le
membra stanche di dolorose tensioni irrisolte e prolungate. Avevo mandato
una lettera per avvisare Padre Marcello del mio arrivo, ma mi chiedevo se
fosse già arrivata mentre percorrevo il vialetto di ghiaia antistante il
portone d'ingresso. Mi venne ad aprire un monaco che si presentò
subito, e il suo nome mi colpì: Virgulto. Quando mi aprì,
prima di farmi entrare, notai che il suo sguardo percorreva tutta la
lunghezza del mio corpo e si soffermava più volte, furtivamente, sul
punto in cui non avrebbe dovuto fermarsi. Questo particolare mi
sconcertò perché era esattamente il contrario di quello che
mi aspettavo. Era vero che i miei pantaloni da borghese, discretamente
attilati, mettevano in evidenza l'abbondanza di cui Madre Natura mi aveva
dotato, ma l'interesse rivelato dall'occhiata del monaco era del tutto
incomprensibile. Pensai con impazienza al momento in cui avrei indossato la
tunica di juta con la quale vestivano i monaci, che avrebbe dissimulato
quella vergogna che ero costretto a portarmi appresso. Virgulto mi
informò che la lettera era arrivata nella mattina, e che Padre
Marcello sarebbe stato felice di parlare con me per decidere se accogliere
la mia richiesta. Mentre aspettavo nel chiostro che Padre Marcello fosse
pronto a ricevermi, mi sembrò di sentire, nel silenzio assolato, un
prolungato e sommesso mugolio. Nel chiostro, a quell'ora, non c'era
nessuno. Pensai che fossero tutti ritirati, ciascuno nella sua cella,
raccolti in preghiera, ma non riuscii a spiegarmi quello strano rumore: che
avessero delle mucche vicino al convento? Finalmente Virgulto venne ad
avvisarmi che potevo entrare nello studio di Padre Marcello. Anche
quest'ultimo, nel vedermi, tradì (ma questa volta fu veramente una
frazione di secondo) un'occhiata sulla mia vergogna prominente. Poi, nel
proseguire della conversazione, notai che deglutiva con frequenza, ma
attribuii la cosa a un tic passeggero. Padre Marcello mi accolse con grande
calore, ma prima di ammettermi al Convento volle interrogarmi per chiarire
la natura della mia vocazione. Spiegai a lui le cose più o meno come
le ho raccontate qui, ma Marcello non fu soddisfatto della vaghezza con la
quale trattavo il punto delle mie fantasie.  «Che tipo di fantasie? »
A quel punto fui costretto a entrare in dettaglio nella natura delle
immagini che mi tormentavano, e vedevo che più proseguivo nel
discorso più il colorito di Padre Marcello si faceva rossastro e il
suo respiro si affannava.  «Ma quando dici "torrenti di materia seminale
maschile" intendi quel seme che Dio ha voluto esca dall'uomo per fecondare
la donna? Ma tu sai, caro Boltraffio, che la quantità che fuoriesce dal
membro ogni volta ê molto meno copiosa... » «No, Padre, non lo
so perché non ho mai osservato un tale fenomeno. » «Neanche su
te stesso? » «No, Padre » Qui Padre Marcello ebbe un improvviso
accesso di tosse che interruppe la nostra conversazione per qualche
minuto. Quando riemerse dalla sua crisi (pensai soffrisse di asma) mi
guardò negli occhi a lungo e poi mi disse: «Sei ammesso fra
noi. Virgulto ti assegnerà una cella e ti illustrerà le regole del
Convento. »

Ci fu poi una lunga attesa durante la quale sentivo, fuori dallo studio,
che Padre Marcello dava istruzioni bisbigliate a Virgulto, con molta
concitazione ma a volume così basso che mi fu impossibile capire
ciò che si dicevano. La contemplazione del chiostro assolato e
deserto mi fu però di molto conforto. Ormai mi sentivo
placato. Anche il fatto di aver vuotato il sacco con Padre Marcello su
tutte le oscenità che mi perseguitavano mi dava la sensazione di
essermene come liberato. Virgulto mi portò in una cella che recava
il numero 23 e mi consegnò una tabella sulla quale erano segnati
tutti gli orari delle attività comuni alle quali avrei dovuto
partecipare e aggiunse che per l'istruzione circa le attività da
svolgere nel ritiro della propria cella avrebbe provveduto direttamente
Padre Marcello più tardi. Quando fui solo mi distesi sul letto e
cercai di riposare. Il mio sonno fu interotto da un altro rumore che
sembrava provenire da lontano, ma che, dato lo spessore notevole delle
pareti, poteva in realtà anche essere molto vicino. Si trattava ancora
di un lamento, questa volta chiaramente umano, come di chi si provasse
dolore ma, stranamente, volesse continuare a provarlo. Tesi l'orecchio e
udii che il lamento proseguiva a più riprese. Non riuscivo a
capacitarmi di cosa potesse turbare la quiete di quel luogo, quando sentii
bussare alla porta della mia cella. Era Padre Marcello che evidentemente
veniva per spiegarmi gli esercizi spirituali.  «Senti, Boltraffio, devo
dirti subito che qui la tua vocazione sarà messa a dura prova. »
iniziò con voce tremante, in vistoso imbarazzo.  «Come? »
«Sì, e capirai tu, senza bisogno che ti spieghi io il
perché. Quello che voglio sapere ê se sei veramente deciso a
mettere a tacere in te tutte quelle fantasie malsane. » «Ma Padre, le
ho già spiegato che... » «Anche di fronte a questo? » E qui
Padre Marcello, cambiando improvvisamente espressione, si sollevò la
tunica, mostrandomi che sotto era completamente nudo e sfoderava un
attrezzo mostruoso, sicuramente più grande del mio e turgido come un
cetriolo olandese. La mia reazione immediata fu di chiudere gli
occhi. Sentii subito balzarmi il cuore in gola e mi tornò l'osceno
formicolìo che preludeva alle erezioni dolorose e pressanti che ben
conoscevo. Mentre restavo ad occhi chiusi mi vorticavano in testa domande e
dubbi. Mi sta mettendo subito alla prova nel modo più diretto e
sfrontato? È lui stesso il Diavolo in persona? Sto sognando? Cosa
devo fare? Ero immobile, tremante e sudato, ma sentivo che inesorablmente
il mio membro si stava ergendo, allungando e faceva fatica a trovare la
strada nella stoffa dei pantaloni. Il violento rossore che percepivo sulle
mie gote, il sudore che improvvisamente iniziò a colarmi dalla
fronte, l'imbarazzo per la fragilità della mia vocazione, resa così
evidente dalle modificazioni che il mio corpo stava subendo, si univano
allo sgomento per il comportamento aggressivo di Padre Marcello, la cui
figura mi appariva ormai ben diversa da come l'avevo ritenuto fino a quel
momento. Anche lui, infatti, era eccitato. Ciò non si poteva mettere
in dubbio. Mentre restavo ad occhi chiusi e come paralizzato, ormai con il
membro del tutto eretto, anche se collocato in posizione sghemba data
l'imbragatura nei pantaloni, sentii che Padre Marcello cominciava ad
accarezzarmi proprio lì dove non avrebbe dovuto, stimolando quella
parte che avrei voluto celare. Le sue parole ora si fecero suadenti e
lascive: «Caro Boltraffio, ma non ê possibile che tu non sappia
come funziona il tuo stesso corpo. Non sai come raggiungere la fuoriuscita
del seme? » «No... Pa...dre, gliel'ho... già detto... »
balbettai «Ma avrai provato pure ad accarezzarti... » «Sì,
ma... sem...pre per... poco... » «Ma no, Boltraffio, bisogna
continuare, continuare... » E mentre diceva così aveva ormai
tutte e due le mani sul mio fallo, che aveva nel frattempo liberato dai
panni. Sentivo un'ondata di piacere provenire verso la testa, e aver radice
nei miei testicoli, ma il punto in cui il piacere era più intenso si
trovava nell'innesto della cappella sul fusto del mio membro. Il mio
piacere aumentava e Padre Marcello non accennava a staccare le mani dal mio
fallo, roteandovi sopra delicatamente le dita. Da solo non mi ero mai
spinto fino al quel punto, frenato dai sensi di colpa e dalla vergogna. I
suoi leggeri massaggi provocavano delle sottili sensazioni che legavano il
mio cervello in una morsa implacabile. Non riuscivo più a pensare ad
altro. Ero tutto concentrato su quello che il priore mi stava facendo. Poi
smise del tutto di toccarmi, per circa mezzo minuto. Non osavo aprire gli
occhi e cominciai a interrogarmi. Sentivo il membro puntare decisamente
verso l'alto. Padre Marcello si era ricomposto? Perché mi aveva
eccitato così tanto? Dove voleva arrivare? Forse la prova era
finita, ma come spiegare la sua eccitazione? Quando riprese mi sentii
trasalire perché capii che ora non si trattava più delle sue
mani. La mia cappella era avvolta in una cavità umida, morbida,
calda... Non riuscivo a capire cosa mi stesse succedendo e a quel punto non
resitetti alla curiosità e spalancai gli occhi. Padre Marcello era
inginocchiato davanti a me. Con gli occhi chiusi e un'evidente espressione
di felicità stava attaccato con la bocca al mio fallo, ciucciandolo
avidamente. Con una mano, intanto, aveva saldamente impugnato il suo membro
mostruoso e lo strofinava vigorosamente in su e in giù. Questa
visione mi fece sprofondare in una piena di emozioni contrastanti:
raccapriccio ed orrore per lo scandalo che si stava svolgendo sotto i miei
occhi: l'abate di un convento in un atteggiamento a dir poco animalesco,
beato nella sua oscenità , del tutto incurante di provocare a un novizio
come me un turbamento violento e che avrebbe lasciato certamente segni
indelebili; ma anche, insieme, provavo un desiderio irrefrenabile che Padre
Marcello continuasse, continuasse a violentarmi, e sentivo che ormai il
turgore del mio fallo era arrivato a un punto di non ritorno, e avevo
voglia era di andare fino in fondo, di non smettere, non smettere...
«Dà i, sucamelo!! Più forte, cazzo!!! » La frase mi era
uscita spontaneamente, una sorta di grido dal profondo delle viscere
ribollenti, e mi spaventai io stesso per la brutalità e la rozzezza
delle mie parole (che evidentemente avevo percepito, pronunciate o scritte
sulle pareti di gabinetti pubblici, e mi erano rimaste impresse
nell'inconscio...). Mi sentivo preda di un fuoco demoniaco. Padre Marcello,
per un attimo, colpito da tanta volgarità , staccò la bocca dalla
mia cappella lucida della sua bava e mi guardò con stupore, ma a
quel punto gli afferrai io la testa e la risospinsi con forza in
giù. "Giù! Ciuccia, maiale!" pensai. E come risentii la sua
bocca avvolgente presi a guidarlo, afferratagli la testa con le due mani,
in modo che il suo pompare fosse più ritmato e incalzante. Il
piacere cresceva, cresceva, e sentivo che stavo arrivando al limite della
sopportazione. Improvvisamente mi tornò fulminea la visione
dell'angelo dalla bocca ardente. Mi guardava con occhi abbaglianti, ma
questa volta il campo della mia visione era più ampio, verso il
basso, e vidi che era dotato di un fallo perfetto, luminoso, incorniciato
da folti riccioli neri, che eruttava come una fontana liquido bianco, senza
smettere mai... un getto continuo e meraviglioso, e le sue parole, questa
volta, furono molto esplicite. Disse: «Ecco, Boltraffio, adesso sai qual
ê la tua vocazione! Questo ê il tuo compito! » e con una
mano a coppa raccoglieva il liquido immacolato che contiunava a fluire
dalla punta del fallo.  «Questo ê il prodotto della tua fede in
me: sarai votato per sempre allo sperma, lo cercherai in ogni forma, in te
e fuori di te, la notte e il giorno, e imparerai tutte le tecniche per
farlo uscire dal corpo e tutti i nomi con cui viene chiamato. Eiaculerai e
vorrai lo sperma altrui sopra ogni altra cosa, e io ti guiderò per
sempre, ti indicherò la via per giungere a me e quando sarai qui
potrai attaccarti al mio cazzo supremo e ingoiarla fino a riempirtene
completamente. Sborra, ora! adesso!!! » Sentii un'impennata, un'ondata
di piacere fortissimo e irresistibile che iniziò a farmi spingere e
contrarre un muscolo alla radice dei testicoli e percepii chiaramente che
stavo emettendo spruzzi violenti di caldo liquido seminale nella gola
affamata di Padre Marcello. Ero all'estasi, e mi abbandonai completamente a
quelle sensazioni celestiali, pur sapendo ormai con certezza che la visione
avuta era quella del Diavolo, non certo di Dio. Padre Marcello, ingozzato
con la mia sborra, si alzò fulmineamente, mi spinse con violenza in
ginocchio e mi disse: «Apri la bocca, Boltraffio, prendila tutta,
svelto! ». Spalancata la bocca e estratta la lingua in tutta la sua
lunghezza, vi appoggiai il suo arnese turgido, enorme, e restai in
attesa. Con la coda dell'occhio mi accorsi che Virgulto era penetrato
silenziosamente nella cella e stava assistendo a tutta la scena, sbavando e
masturbandosi sotto la tonaca. I getti bollenti che iniziarono ad arrivarmi
in gola mi deliziarono, e a quel punto presi a ciucciare come se stessi
poppando, ingoiando tutto quel latte cremoso e dolciastro che Padre
Marcello mi elargiva con generosità . Mi sentivo compeltamente
sottomesso alla sua autorità e all'autorità del Demonio che mi aveva
guidato in quel luogo di perdizione. Quello era il mio posto, avevo trovato
la ragione della mia vita.  «Bene, Boltraffio » disse Padre Marcello
dopo essersi svuotato fino all'ultima goccia, ricomponendosi «ora sai
quale sarà la tua principale attività qui dentro. Per i primi sei
mesi sarai addetto unicamente a ciucciare e ingoiare lo sperma dei monaci,
in qualsiasi luogo e momento, anche pubblicamente, obbedendo al più
piccolo cenno di un loro desiderio (se oserai rifiutarti sarai frustato a
sangue dalle guardie, che provvederanno poi a farti ingurgitare le loro
deiezioni); successivamente per altri sei mesi dovrai soddisfare ogni
voglia dei monaci anche per mezzo del tuo orifizio anale (che nel frattempo
avrai provveduto ad allargare adeguatamente servendoti dell'attrezzatura
contenuta in quel cassetto), in seguito potrai richiedere servizi analoghi
ai novizi, e più avanti ancora ai tuoi pari. Per il primo anno,
quindi, al tuo piacere potrai provvedere unicamente con le tue stessi mani,
ma solo nel chiuso della tua cella e raccogliendo lo sperma nell'apposita
ciotola, che verrà regolarmente ritirata e svuotata da Virgulto (la sua
sete di sperma ê insaziabile...). Questo convento ê
territorio dell'Anticristo, e da tempo noi abbiamo rinunciato ad opporci ai
suoi voleri. Qui dentro, come avrai modo di constatare tu stesso, ê
praticamente impossibile opporsi a Lui. Dio, che qui lotta con Lui
strenuamente, cercherà di manifestarsi a te, ogni tanto, sotto forma di
spaventosi sensi di colpa... Sono crisi periodiche a cui ti abituerai... ma
quando le subirai chiedi aiuto a me e agli altri. Sapremo come darti
sollievo. Del resto ê inutile, per un uomo dotato naturalmente come
te, cercare di resistere alla signoria del Maligno: come potresti
allontanarti dal peccato recando in te il peso di un organo sessuale
così prorompente? Come pensavi di poterti dare alla castità , se
sarebbe bastata un'occhiata al tuo stesso membro mentre liberi la vescica
per mettere in imbarazzo la tua vocazione? Come resistere se sono i panni
stessi che indossi a stimolare la tua carne, che non può da essi
essere contenuta? » «Ma Padre, io pensavo che il saio lasciasse
libera e tranquilla la mia ingombrante vergogna... » «Apri
quell'armadio e indossa la veste monacale. Vedrai tu stesso. Se scegli di
mettere la biancheria ti accorgerai che il membro nell'impaccio dei panni
riceve stimolazione anche nell'immobilità , come del resto già hai
sperimentato con gli abiti civili; se scegli di non indossarla noterai che
il membro riceve stimolazione nel movimento: credi che lasciando libero il
tuo batacchio di dondolare in tutte le direzioni questo se ne starÃ
buono come se fosse nel vuoto? Saranno le tue stesse cosce ispide di pelo e
la tua veste di ruvida juta a tormentarlo e a farti tornare in direzione
del Demonio. » «Ma allora, Padre, tutti i monaci di questo convento
hanno membri di grosse proporzioni? » «In prevalenza sì, ma
non ê detto, caro Boltraffio, perché le vie del Maligno sono
infinite: c'ê chi ha il fallo molto piccolo, ma proprio per questo
aspira ed ê attratto dai molto dotati; c'ê chi l'ha nella
norma, ma possiede un orifizio anale particolarmente sensibile e
dilatabile... o una fantasia galoppante... e così via »
«Ma... ma... non temete le sofferenze eterne che Dio vi infliggerÃ
dopo la morte? » «Quello che Dio chiama "sofferenze eterne" sono
"piaceri eterni" dal punto di vista del Demonio: l'unico problema ê
che saremo eternamente schiavi del nostro desiderio inesauribile,
condannati alla ricerca continua ed affannosa del temporaneo sollievo dalla
tensione sessuale, ma d'altra parte, come tu sai, la tensione sessuale, il
desiderio, ê già di per sé una forma di piacere, se riesci
a liberarti dal senso di colpa... » Per un attimo fui come folgorato da
un'intuizione: bene e male erano solo due nomi che Dio, dal suo punto di
vista, aveva dato ai due princìpi che reggono il mondo: il Demonio
li avrebbe chiamati in un altro modo: la fatica e il piacere.

Nel seguito della giornata sperimentai più volta cosa volesse dire
arrivare all'orgasmo con le proprie mani. Virgulto ebbe di che saziarsi,
per quella notte...

Stremato, dopo le inaudite fatiche sessuali sostenute nella giornata, mi
accasciai sul giaciglio della mia cella monacale, non senza aver prima
messo diligentemente fuori dalla porta la ciotola colma del mio giovane
sperma, candido come la neve. Piombai in un sonno profondo, che nel giro di
qualche ora si popolò di sogni terribili. Assistevo, in una scena
onirica dalle tinte rossastre, allo scontro diretto fra Dio e il Diavolo
che si contendevano la mia anima. Il Diavolo, quell'angelo che mi era
apparso nella prima visione e poi nella seconda aveva rivelato di possedere
un poderoso organo sessuale perennemente eretto e in eiaculazione continua,
si mostrava ora in tutta la sua forza e in figura intera. Si potevano
osservare le sue gambe possenti, la cui peluria si infittiva sempre più
andando verso il basso, e che terminavano in due grossi zoccoli neri,
lucidi come pietre preziose. Le ali spiegate erano meravigliosamente
cangianti, come la superficie delle bolle di sapone. Dio, che lo
fronteggiava, appariva come un uomo maturo grandiosamente vigoroso, il cui
volto, incorniciato da una fluente barba bianca, aveva un'espressione grave
e determinata. La lotta si svolgeva in questo modo: Dio brandiva una frusta
dalle molteplici cinghie, lunghissima, e con quella dava violente sferzate
sul Demonio, e insisteva particolarmente sul suo fallo, quasi volesse
cercare di stroncarglielo. L'altro resisteva, con un ghigno beffardo, alle
frustate e rispondeva dirigendo il getto di sperma sul suo avversario,
colpendolo preferibilmente sul viso e togliendogli quasi il respiro per la
quantità di liquido che riusciva a far affluire nella zona inferiore del
volto. Dio pronunciava parole terribili di accusa e di giudizio contro il
Diavolo, ma per farlo era costretto ad aprire la bocca lasciandovi entrare
almeno in parte il bianco getto eruttato dal cazzo diabolico. "Tu sprechi
quantità immani di seme vitale, tu fai scempio della parte più
preziosa del mio creato!!!" urlava Dio con voce tremenda. "La vita, che tu
credi di aver creato ma esisteva ben prima di te, ê cosa molto
più violenta e incontrollabile di quanto tu possa immaginare, ê
cosa che costringe tutti i suoi figli a sottostare a leggi invalicabili, la
cui principale ê la Legge del Desiderio, a cui anche tu non puoi
sottrarti!!!" ribatteva il Demonio. "Come osi!!! Io sono puro, sono puro
Bene!!! Pagherai per queste infamie, Bestia immonda, lurido Serpente capace
solo di ingannare e calunniare!!!" "Io lo so, so anche che tu nascondi
sotto le tue vesti un normalissimo organo sessuale di cui ti vergogni
profondamente e che non sai come placare, perché ti ricorda che
anche tu sei parte di qualcosa di più grande di te: anche tu sei
stato generato!!!" "Bugiardo! Ah! Che tu sia dannato per l'eternità !
Vorrei estirparti quell'osceno trofeo che porti fra le gambe, sradicarlo e
gettarlo nelle fiamme dell'Inferno! Solo questo potrebbe finalmente far
cessare..." ma Dio non poté finire la frase perché in un
impeto di rabbia il Diavolo aveva raddoppiato la forza del suo getto
seminale ed era riuscito a dirigerlo dritto al centro della bocca
divina. Per non soffocare Dio fu costretto a deglutire, poi disgustato
vibrò un colpo spaventoso alla base del cazzo diabolico, riuscendo a
far attorcigliare le cinghie intono all'asta, poi prese a tirare
furiosamente, ma il Diavolo riusciva a seguire ogni strattone, volteggiando
con le sue ali di farfalla, ed evitando così di venir evirato dalla
violenza dell'ira divina. Nel bel mezzo di questa scena mi svegliai,
sudato, tremante, sconvolto. La semplicità dell'ambiente in cui mi
trovavo, la cella 23 che mi era stata assegnata, riuscì però
subito a riequilibrare i miei umori. Nonostante il sogno fosse stato molto
angoscioso il mio membro si ergeva in tutta la sua lunghezza e
grossezza. Dovetti abituarmi, durante tutto il periodo del mio soggiorno al
convento, al fatto di trovarmi in uno stato di quasi perenne erezione. Era
come se il fallo avesse una vita propria, indipendente dalle varie emozioni
che io potessi provare, o come se rispondesse ad una eccitazione profonda,
inconscia. In effetti il luogo in cui mi trovavo, il Convento dei monaci di
S. Rocco, aveva qualcosa di speciale, si respirava nell'aria il desiderio
sessuale (mi resi conto più avanti che tutto, in quel luogo, esalava
odore di sperma, era come se ne fossero impregnate le pareti, i pavimenti,
i mobili, e i rumori che provenivano dalle celle erano quasi sempre
mugolii, ansimazioni, invocazioni, imprecazioni, e tutta la gamma dei suoni
umani che precedono, accompagnano e seguono il piacere carnale...) Nella
sala mensa, dove mi recai per la colazione, già erano seduti alcuni
monaci. Al banco dove si potevano prendere le vivande un monaco dai capelli
rossi cortissimi mi notò ed esclamò: "Ehi! Ma tu sei un
novizio! Non ti ho mia visto, prima. Subito qua, in ginocchio!". Ricordavo
le istruzioni impartitemi da Padre Marcello, e ubbidiente mi inginocchiai
di fronte al rosso. Questi, sollevata la tunica quel tanto che bastava, mi
cacciò in bocca un cazzetto di piccole dimensioni ma ben
proporzionato e già durissimo. "Datti da fare. Vediamo come te la cavi:
fammi venire solo con la lingua, vai! Veloce!" Iniziai a leccarglielo come
se fosse un gelato, ma ben presto mi arrivò uno
scappellotto. "Così ci metterai una vita! No, no, non intendevo in
questo modo!" Afferrata la mia testa, mi mostrò cosa aveva in mente
e mi impose un ritmo sostenuto che fui poi tenuto a mantenere anche dopo
che mi ebbe lasciato libera la testa. Mentre lo stavo portando all'orgasmo
gli altri presenti si avvicinarono e ben presto si formò una fila di
monaci che brandivano il loro membro eretto, in attesa di poter
approfittare della mia bocca. La prima giornata fu tutta
così. Dovunque andassi c'era qualcuno che appena mi vedeva reclamava
il suo diritto, spesso in malo modo. Ogni volta ingoiavo tutto, ed ebbi
così la possibilità di constatare la varietà dei sapori e
delle consistenze dello sperma, dall'acidulo al dolciastro, dal cremoso al
lattiginoso... Nel frattempo la mia erezione non era cessata e cominciava
ad essere dolorosa. Nel tardo pomeriggio mi diressi verso la mia cella, per
poter dare libero sfogo al bisogno impellente. Con grande sorpresa trovai
dentro Virgulto. Come mi vide entrare gli venne subito la bava alla bocca e
mormorò: "So che non dovrei. Le regole ci vietano di far godere i
novizi, perché devono abituarsi prima a rapporti unicamente passivi,
ma... possiedi una sborra così sublime che... non resisto all'idea
di poterla gustare calda, appena sgorgata. La ciotola di stanotte mi ha
deliziato... Vieni qua, Boltraffio, qua bel ragazzone!" Mi abbandonai alla
sua bocca esperta, che nel giro di un paio di minuti riuscì a
provocare in me una violenta eruzione di liquido seminale. Poi assistetti
ad un'altra scena scioccante. Virgulto si era completamente denudato, e
dopo avermi svuotato in quel modo iniziò a masturbarsi. Aveva una
fallo asinino, durissimo, e mentre lo dimenava teneva la bocca spalancata
(nella quale si potevano ancora intravvedere le tracce di quanto aveva
appena ingurgitato). All'improvviso vidi fuoriuscire un getto così
potente che andò a colpirgli la faccia. I fiotti successivi
riuscì a direzionarli in bocca. Poté così assaporare
la propria stessa sborra, ancora calda come la preferiva.

Il giorno seguente accadde qualcosa di incredibile. Mi ero appena
risvegliato da un sogno analogo a quello della lotta fra Dio e il Diavolo,
ero tutto grondante di sudore e in preda a un'erezione portentosa. Mi stavo
apprestando a menarmelo per bene quando vidi una luce rossastra davanti al
letto, che divenne sempre più intensa, uno scoppio, un lampo, una
nuvola di fumo, odore di zolfo e quando il fumo lentamente si dissipò
vidi di fronte a me il Diavolo. Luccicante, con meravigliose ali iridate,
aveva una fitta peluria nera fra i pettorali che proseguiva a spina di
pesce lungo la linea verso l'ombelico e si riapriva in un ciuffo su basso
ventre incorniciando un fallo sublime. Dalla punta del fallo non usciva un
torrente di sperma, come nel sogno, ma colava con lentezza e continuitÃ
il liquido trasparente che testimonia l'eccitazione. Il Diavolo mi
guardò con pupille feline incastonate in iridi arancioni e disse:
"Ferma quella mano! Oggi proverai un piacere nuovo, che ti farà sgorgare
lo sperma senza bisogno di toccarti il cazzo, e sarà un piacere
superiore a quello che una mano o una bocca, per quanto esperte, possono
donare al nervo orgasmico". Capii immediatamente cosa voleva farmi,
compresi anche che non avevo scampo alcuno e dovevo sottomettermi alla sua
volontà . Sentii stringersi qualcosa in gola, la salivazione si
interruppe bruscamente per poi riprendere abbondante, al punto che la bava
mi usciva dalla bocca. Mi denudai, mi girai dandogli la schiena e mi piegai
in avanti, in modo che avesse di fronte a sé il mio culo
spalancato. Avevo paura, ma insieme provavo gratitudine: il Diavolo in
persona si sarebbe preso cura di me e mi prometteva piacere (ma da un
essere come Lui, che emanava effluvi animaleschi, istintivamente mi
aspettavo dolore...). Passarono alcuni istanti in cui non fece
nulla. Probabilmente mi guardava e si beava di quella vista. Mentre
aspettavo che agisse la mia eccitazione si moltiplicò. Dal mio cazzo
eretto, teso all'inverosimile, cominciò a colare abbondante liquido
prespermatico, come avevo notato prima in Lui. Sentii che il mio ano
palpitava, ed erano movimenti spontanei, che non potevo controllare. L'ano
cominciò a prudermi di desiderio, divenne caldissimo. Sentivo un
improvviso bisogno impellente che qualcosa lo toccasse, lo sfregasse, ci si
infilasse dentro... Il desiderio che mi riempisse con quel suo fallo lucido
e leggermente ricurvo era pari al timore di essere sventrato da un essere
violento e imprevedibile. Iniziò a leccarmi il culo, insistendo
sull'ano. Aveva la lingua caldissima e molto più muscolosa di quelle
umane (più tardi la vidi: era viola e larga alla base come una
foglia di platano, ma in punta era come una testa di serpente). A ogni
leccata provavo ondate di piacere, gratitudine, rilassamento, e sentivo che
l'ano si allargava e palpitava sempre più. Più andava avanti
a leccarmelo più aumentava la mia consapevolezza che DOVEVO essere
penetrato, e PRIMA POSSIBILE, da qualcosa di lungo e duro, qualsiasi cosa:
fosse il cazzo di un uomo, di un cavallo, di un cane o del Diavolo in
persona. L'immagine del fallo perfetto del Demonio, però, si
imponeva sempre più nella mia mente. Poco prima l'avevo visto e ne
ero rimasto ammaliato: lucido, irrorato di sperma trasparente, era per me
in quel momento qualcosa di irresistibile e sempre più capivo che
solo QUELLA COSA avrebbe potuto soddisfarmi, saziare il mio ano affamato e
boccheggiante, già aperto e pronto a ricevere. Mentre il mio desiderio
di sentirlo nel culo era giunto al limite del parossismo e avevo iniziato
una sorta di preghiera, di supplica al Diavolo che si sbrigasse, una
preghiera oscena e irripetibile, ecco che iniziò la penetrazione.

Appena la diabolica cappella si introdusse nel retto sentii subito un
godimento nuovo e del tutto inaspettato. Era il piacere di abbandonarmi a
quel sostegno di carne che più penetrava in me più mi
sollevava e mi saziava. Sentii di potermi lasciare andare alla più
completa passività , ricevendo qualcosa di estremamente vitale, che mi
completava e mi stimolava. Sprofondato fino in fondo nella mia carne,
Satana iniziò a muovere ritmicamente il bacino, con spinte brevi ma
velocissime. Nel giro di pochi secondi sentii crescere in me il piacere
fino al limite dell'orgasmo. A quel punto venni letteralmente SOLLEVATO da
una spinta poderosa; impalato su quel fallo rovente sentii esplodere nelle
mie viscere un'eruzione di sborra satanica, la cui propulsione andò
a colpire il mio nervo orgasmico provocandomi un violento piacere e
costringendomi a schizzare fiotti di sborra urlando e ansimando. Dopo
avermi così posseduto, Satana ritirò il suo membro e
scomparve. Dal mio ano fuoriuscì con un certo impeto una gran
quantità del suo sperma, evidentemente troppo abbondante da poter essere
contenuto nel mio corpo, mentre io restavo carponi sul letto, ancora preda
di qualche contrazione orgasmica. Da quel giorno il bisogno di sentire
qualcosa di duro nel culo mom mi ha più abbandonato. Cominciai a
fare uso dei numerosi falli artificiali di cui la mia cella era dotata. Ne
portavo sempre uno ben piantato fino in fondo, a contatto con la prostata,
che toglievo solo per defecare o per essere fottuto dai monaci del
Convento. Fui anche ben presto abile nel raggiungere l'orgasmo per via
anale, a furia di stantuffarmi il culo coi falli artificiali o lasciando
che i monaci mi possedessero con violente spinte. Restavo però
sempre fedele anche ai deliziosi orgasmi raggiunti per via orale (Virgulto
ci prese gusto e il suo pompino serale diventò per entrambi
un'abitudine irrinunciabile) e attraverso le mie mani sempre più
esperte. Lo scambio spermatico era quindi l'attività principale del
Convento: dare e ricevere il liquido seminale era commercio ben più
fondamentale, per noi, di quello dei generi alimentari coi contadini di
zona (ignari di cosa accadesse realmente fra le mura dell'edificio
sacro). Ma la relativa quiete entro la quale si svolgevano, nel Convento,
questi continui travasi di sborra accompagnati da brividi di piacere fu
sconvolta, a un certo punto, da un estremo tentativo di Dio di ristabilire
il suo dominio in quel luogo dove il Demonio aveva ormai da tempo messo
radici.

Una notte un temporale spaventoso si abbatté su tutta la zona, e il
Convento fu letteralmente flagellato da chicchi di grandine grossi come
pigne. Qualche monaco che era rimasto a dormire nel chiostro, all'aperto,
venne sorpreso dalla grandinata durante il sonno e rimase ucciso dai colpi
tremendi alla testa. Mentre la tempesta infuriava, ci ritrovammo tutti
nella chiesa centrale. Le vetrate crepitavano sotto le raffiche di
grandine. Sembrava che il vento potesse staccare da un momento all'altro la
cupola. La paura serpeggiava fra i monaci. Padre Marcello si fece coraggio
e prese la parola, mentre tutti si zittivano per ascoltarlo. "Cari
fratelli, come avrete capito in questo momento il Signore esprime la sua
collera verso di noi. Chiedo a tutti di interrompere immediatamente
qualsiasi pratica sia fonte di piacere carnale." Io, e molti altri come me,
mi sfilai dal culo il fallo di legno che portavo in quel momento. Altri si
tolsero cordini e strisce di cuoio che portavano stretti alla base del
cazzo. "Tutti gli oggetti che vi siete tolti gettateli nel fuoco, in segno
di pentimento." Così venne fatto e le fiamme del braciere si
alzarono scoppiettando. "E ora preghiamo il Signore di perdonarci per tutti
i peccati che ..." ma non riuscì a finire la frase perché
improvvisamente il grande crocefisso ligneo appeso alla parete si
staccò e si abbatté al suolo con gran fracasso. Per la prima
volta vidi il terrore sul volto di Padre Marcello. "Credo che la punizione
finale sia giunta..." balbettò "Ma proviamo ancora a raccoglierci in
preghiera e chiedere perdono per..." Un fulmine spettacolare colpì
la croce di ferro che sovrastava la cupola e la corrente elettrica si
propagò lungo le nervature metalliche della chiesa. Chi,
malauguratamente, era poggiato alla balaustra di ferro che correva lungo le
pareti venne all'istante folgorato. Mentre i cadaveri semi-carbonizzati
cadevano al suolo si sentì nell'aria un raccapricciante odore di
carne bruciata. In quel momento mi resi conto della gravità della
situazione. L'ira divina era tale che nessun perdono era
contrattabile. Nessuna pena era proporzionata alle nostre colpe se non
quella della morte stessa. Nella mia mente cominciarono a risuonare le
parole che indicavano la gravità dei nostri peccati: "Lussuria sfrenata
... ripetuta ogni giorno ... più volte al giorno ... lussuria e
sodomia ...". Mi traversò la mente il pensiero che Dio stesse per
inviare un terremoto che ci avrebbe travolto tutti. Tutti sarebbero stati
sommersi dalle pietre con cui era stato costruito il Convento, le cui mura
erano intrise della lordura delle nostre colpe ... La costante eccitazione
in cui mi trovavo da quando ero stato accolto nel Convento (il cazzo, pur
non sempre in erezione, era però sempre a mezz'asta e sempre umido
di pre-sperma; il buco del culo, rimasto come "scottato" dall'inculata
demoniaca, era sempre pruriginoso e palpitante) in quel momento si
interruppe. Il cazzo tornò completamente floscio, pur restando
consistente date le sue dimensioni naturali, i testicoli ravvicinati fra
loro e gelati, l'ano insensibile e stretto. Guardai i miei compagni e
compresi che anche loro provavano sensazioni analoghe. Tutti i
sopravvissuti all'ira divina erano pallidi, i volti contratti in una
smorfia di paura. Paura della Morte. Eppure ... Eppure sentivo ancora, nel
fondo della coscienza, che non poteva finire tutto così, che una
nuova svolta stesse preparandosi. Forse il nostro destino riservava ancora
sorprese.

L'altare, sulla cui pedana Padre Marcello aveva tentato di dire parole di
pentimento e di mediazione poco prima, prese a tremare. Padre Marcello si
fece da parte e tutti i monaci si strinsero in cerchio attorno all'altare
per osservare cosa stesse accadendo. L'altare tremava. Ma non si trattava
di un terremoto. Il tremito era localizzato unicamente in quel punto. Fuori
la tempesta continuava a infuriare, ma nella chiesa si percepiva un calore
nuovo provenire dall'altare tremante, un calore che scaldava l'anima prima
ancora che il corpo. A un certo punto tutti sobbalzammo perché
l'altare fu letteralmente spaccato in due da una forza invisibile, si
aprì una voragine rossa nel pavimento e da questa voragine emerse
lentamente un gigantesco fallo di carne diabolica. Era una visione talmente
incredibile che tutti ci stropicciammo gli occhi credendo di sognare. Ma
non si trattava di un sogno. Come avevo potuto constatare di persona, il
Diavolo poteva mostrarsi in incarnazioni molto efficaci ... Questa volta
però il suo intervento nella realtà fu nella forma di puro
fallo. Il diametro del cazzo diabolico, emerso dal pavimento, radicato
nelle viscere della terra e troneggiante al posto dell'altare, sarÃ
stato di un metro. L'altezza circa due metri e mezzo. L'erezione poderosa
di quel prodigio vivente fece riaffluire immediatamente il sangue anche nei
nostri membri rattrappiti dalla paura e dal senso di colpa. Restammo tutti
ammutoliti, estasiati, eccitati a contemplare le vene enormi che
trasparivano sotto la pelle di quel cazzo fantastico. Presto ci accorgemmo
che si stava muovendo. Fremeva e si gonfiava ulteriormente, si induriva e
si inarcava, sembrava si stesse preparando a una colossale
eiaculazione. Nello spazio della chiesa risuonarono dei gemiti
profondi. Una voce sovrumana gemeva di godimento e l'ascolto di quella voce
accompagnava e rinforzava la visione sublime del cazzo satanico che avevamo
sotto i nostri occhi. Padre Marcello arrossì violentemente e
crollò in ginocchio, in adorazione del fallo. Notai che portava una
mano sotto il saio e cominciava a masturbarsi, quasi il gesto
corrispondesse a una contro-preghiera satanica. Sentii tornare in me tutti
i sintomi dell'eccitazione e vidi che tutti i monaci si stringevano alla
base della colonna di carne pulsante abbracciandola, leccandola,
baciandola, guardando verso l'alto la maestosa cappella. La voce risonante
prese ad ansimare e gemere su toni più alti. Il ritmo dei gemiti si
fece serrato. Poco dopo un urlo diabolico di sconfinato piacere
annunciò l'eruzione di un getto fenomenale di sperma dal fallo
troneggiante al posto dell'altare. La volta della cupola, le pareti della
chiesa, i paramenti sacri, tutto venne imbrattato di sborra caldissima, che
ricadde a pioggia su di noi. Ben presto un nuovo spruzzo immane
fuoriuscì, seguito da altri. L'orgasmo diabolico durò molto
più di quelli umani, e fu molto più lungo anche di quello dei
maiali, famosi nella cultura popolare per la durata e gli strepiti dei loro
orgasmi. Fu così lungo che fece in tempo a riempire tutto l'ambiente
sacro di uno strato di sperma alto una trentina di centimetri. Non posso
descrivere quali scene si svolsero fra i monaci, me compreso, in quella
situazione. L'atmosfera era elettrizzata. Le ondate di energia libidica
erano quasi percepibili a occhio nudo. Sguazzando letteralmente nella
sborra fummo completamente assorbiti in un'orgia cieca ed estasiante,
realizzando i desideri più spinti e inconfessabili con
un'impudicizia totale, ignari del fatto che, fuori, la tempesta si era nel
frattempo placata. L'alba era giunta, con un cielo terso, un solo
splendente, l'aria piena del profumo dei pini circostanti. Dio,
evidentemente, si era arreso. Aveva capito che in quel luogo doveva
accettare un fallimento completo. Il Convento sarebbe rimasto per sempre la
sede terrestre e il regno incontrastato del Demonio, che avrebbe tenuto
sotto scacco generazioni di monaci giunti in quel luogo per sottrarsi alla
violenza di desideri carnali prepotenti e continui e rimasti fra quelle
mura fino alla fine dei loro giorni, ossessivamente catturati dalla ricerca
del piacere.