Date: Sat, 1 Sep 2012 00:10:54 +0200
From: G. Plain <one_plain_guy@hotmail.com>
Subject: MARCO E VALE chapter 1

MARCO & VALE

CAPITOLO 1

UN "SOGGETTO" PARTICOLARE

Da quando il ministero aveva deciso il taglio dei posti assegnati alle
mansioni d'ufficio, erano iniziati i problemi. D'altronde, la fortuna non
poteva continuare a sorridermi all'infinito. Sapevo di non essere una
persona particolarmente brillante, sia per il mio fisico ridicolo, alto
appena circa 160cm, esile e debole da far paura, sia per il mio carattere
remissivo e timoroso. Ed è per questo che quando a 34 anni suonati avevo
vinto il concorso per entrare al Ministero della Giustizia per un incarico
amministrativo di completo agio, non mi sembrava vero. Ma purtroppo la
pacchia era durata ben poco, in quanto dopo alcuni mesi, arrivò "la
riorganizzazione dei ruoli" per la quale il Ministro decise, per
razionalizzare i costi di gestione, che tutto il personale non strettamente
necessario in ufficio, doveva essere ricollocato nelle case circondariali
del territorio italiano, svolgendo compiti di controllo dei detenuti od
incarichi affini. Nel leggere la circolare che ci avvisava di questa
piccola grande rivoluzione, mi si gelò il sangue. Io nelle carceri? Io a
controllare i detenuti? Io a sedare sommosse e tenere sotto chiave i
peggiori delinquenti del paese? Non ne sarei mai stato capace e al solo
pensiero, un brivido e un rivolo di sudore gelato percorsero la mia esile
schiena.

Nei giorni seguenti, iniziai a parlare con tutti quelli che avrebbero
potuto aiutarmi a risolvere quella faccenda: sindacalisti, dirigenti,
colleghi, conoscenti, politici conosciuti per vie traverse... ma a quanto
pare non c'era proprio nulla che si potesse fare di fronte alle scelte del
Ministro. Avrei dovuto sicuramente lasciare il mio ufficio, tuttavia,
forse, un qualcosa che potesse rendere il trasferimento meno terribile si
poteva ancora fare. C'era infatti la possibilità di essere inseriti
nell'ufficio che effettuava i controlli sui minorenni condannati per reati
minori, che non si ritenevano socialmente pericolosi a tal punto da dover
essere indirizzati nei centri di recupero o addirittura in prigione. Questi
infatti venivano lasciati a casa sotto tutela della famiglia d'origine, a
casa, e con l'aiuto di un supporto psichiatrico per il recupero
sociale. Aiuto che spesso però si limitava all'impasticcare i ragazzi di
tranquillanti al fine di farli stare buoni e scrivere "buona condotta" nel
registro. Una sorta di arresti domiciliari minorili, una delle tante
invenzioni adottate dal nuovo governo per contenere il sovraffollamento
delle carceri. Mi dissero che era un lavoro di tutto riposo: qualche
pratica da tenere ordinata e qualche visita settimanale a dei ragazzini tra
i 14 e 18 anni. Ragazzi per lo più accusati di piccoli spacci, violenze
occasionali da astinenza alla droga, furtarelli da quattro soldi e scippi
saltuari, ma comunque sotto il fermo controllo della famiglia, e per giunta
sotto l'effetto di tonnellate di tranquillanti, e quindi per nulla
pericolosi. E così accettai, diventando un "agente per il controllo
della custodia minorile".

Ed in effetti, all'inizio, fu un lavoro facile e di tutto riposo. I ragazzi
che andavo a trovare a casa ogni settimana, e di cui seguivo lo svolgersi
della pena, avevano infatti tutta l'intenzione di mostrarsi "cambiati" e
pentiti ai miei occhi. Erano mansueti come cuccioli di lepre quando varcavo
la soglia di casa, perché sapevano, sia loro stessi che i genitori, che
dal mio rapporto settimanale sarebbe dipeso il loro proseguire quel regime
privilegiato piuttosto che l'andare in carcere, come anche l'allungarsi o
il ridursi del periodo di pena prevista. Era vero però anche il fatto
che si trattava comunque di reati minori, e di ragazzi con alle spalle una
buona famiglia, tutte circostanze che facevano decisamente propendere per
la scelta di far loro evitare l'esperienza del carcere propriamente
detto. Tuttavia, l'apparente serenità di quella nuova situazione
lavorativa venne un giorno ad essere turbata, quando mi trovai sulla
scrivania la pratica di un nuovo soggetto da seguire, che non rispettava
nessuno dei parametri previsti. Si trattava di un certo Marco Lanfranchi,
16 anni e mezzo, condannato per omicidio e assegnato al regime degli
arresti domiciliari minorili fino al raggiungimento della maggiore
età. Rilessi credendo di aver avuto un abbaglio: omicidio!? E come era
possibile che per omicidio non stesse in carcere? Sfogliai la cartella,
pensando subito che facesse parte di una famiglia molto altolocata o di
qualche onorevole che voleva coprire un possibile scandalo, e invece, ebbi
un'altra sorpresa: non c'era traccia dei genitori nella scheda familiare,
ma era elencato solo il fratello maggiore di 19 anni e mezzo: Valerio
Lanfranchi, indicato come tutore del ragazzo e responsabile della sua
custodia in casa. Inoltre la situazione era complicata ancora di più dal
fatto che mancava completamente la scheda segnaletica, con foto,
caratteristiche fisiche, descrizione della personalità. Persino i dati
del processo che lo aveva condannato, erano riportati solo in frasi
sintetiche e non molto descrittive, facendo riferimento solo a uno scontro
con un coetaneo finito male... Insomma, seguire un ragazzo con queste
premesse era un incarico davvero inaccettabile! Andai subito a lamentarmi
con il mio superiore, ma ne ricavai soltanto un secco rimprovero, visto che
quella cartella veniva direttamente da un processo in cui uno dei
magistrati più importanti e in vista del momento, aveva disposto
espressamente che si procedesse in tal senso!

E così, a malincuore, tornai in ufficio per fare la prima telefonata di
contatto: il fratello del soggetto rispose subito al cellulare, con un
"pronto" squillante e sicuro, che tradiva la sua giovane età ma al tempo
stesso manifestava una sicurezza e una forza di carattere inaspettate. Gli
spiegai che ero Giovanni Magri (nel dire il mio cognome, essendo proprio
magro fisicamente, la mia voce tentennava sempre un po') e che in qualità
di agente per il controllo della custodia minorile mi sarei recato a casa
loro il pomeriggio stesso a verificare che suo fratello - e tutelato -
Marco, stesse rispettando tutte le prescrizioni del giudice. Valerio mi
rispose che non c'erano problemi, che però lui non poteva esserci in
quanto si trovava a lavoro tutto il giorno, ma che ciononostante potevo
tranquillamente andare a far visita direttamente al fratello. Acconsentii e
quando stavo quasi per attaccare, Valerio aggiunse: "dott. Magri sia
comprensivo con mio fratello, sembra cattivo ma si comporta così solo
perché abbiamo molto sofferto nella vita". Non sapevo cosa rispondere,
Valerio sembrava così giudizioso e responsabile, anche solo dalla voce
si percepiva che era un ragazzo degno di fiducia, ma il fratello rimaneva
pur sempre un omicida!

Il pomeriggio, mi avviai quindi verso l'abitazione di Marco Lanfranchi, che
si trovava in una zona tra le più facoltose della città. Arrivai in
una villa molto grande, parcheggiai la mia utilitaria ed entrai nel
giardino, poiché il cancello era aperto. Sulla porta di casa trovai un
biglietto con su scritto "Per Giovanni: entra e aspetta nel salotto". Che
insolenza! Nemmeno degnarsi di venire ad aprire, farmi aspettare nel
salotto neanche fossi un venditore porta a porta, inoltre un biglietto in
cui mi si dava del tu e non del lei! Entrai comunque in casa, e mi sedetti
nel salottino che si apriva dalla prima porta a destra del corridoio. Con
pazienza aspettai qualche minuto, la casa era silenziosa. Ma proprio quando
iniziai a pensare che forse me ne sarei dovuto ritornare in ufficio a
redigere un verbale assolutamente negativo su quel soggetto, sentii dei
passi pesanti provenire dal piano di sopra e scendere le scale. Mi alzai in
piedi, finalmente stavo per ritrovarmi faccia a faccia con il giovane che
avrei dovuto tenere sotto controllo nei prossimi mesi. Lo sentii salutarmi
ancora dal corridoio, con un "Giovanni, allora facciamo una cosa rapida,
ok?". La voce era intensa, forte e risonante di ragazzo, ma allo stesso
tempo potente e profonda, e mi fece venire un brivido lungo la
schiena. Iniziai istintivamente a rispondere seccato: "Marco Lanfranchi io
ti intimo di usare un linguagg..." Ma quelle parole mi morirono in bocca
non appena iniziai a vederlo comparire dalla porta del salotto: vidi una
spalla apparire dal corridoio, entrando nell'apertura della porta dal lato
da cui era provenuto il saluto, inizialmente solo una spalla, ma troppo in
alto e troppo, troppo grossa rispetto a come avrebbe dovuto essere! Era
enorme e sferica come una palla di cannone, coperta da una maglietta scura,
e al di sotto di essa, una manica distesa e tirata al massimo, dalla quale
emergeva una cosa: un braccio, che però assomigliava di più a un
prosciutto intero come forma e come dimensioni... Nel frattempo continuava
a comparire il resto del corpo... un torace che presto coprì tutta la
luce della porta, con due pettorali che premevano contro la maglietta,
creando tra di loro un solco, in cui avrei potuto far sprofondare una mia
mano intera, e al di sotto del quale, sporgevano sul resto dell'addome di
svariati centimetri. La vita era molto stretta con la parte inferiore
scoperta, dato che la maglietta arrivava solo fino all'ombelico, lasciando
vedere distintamente gli ultimi due gruppi addominali, scolpiti e
perfetti. Era una visione di una bellezza e di una straordinarietà senza
precedenti per me!

Continuando a guardare, mentre quel gigante si poneva di traverso per poter
entrare nella stanza senza demolire gli stipiti della porta, non potei non
notare il rigonfiamento a dir poco imbarazzante che il pantaloncino extra
large che indossava non riusciva a nascondere minimamente, anche perché
deformato e reso aderente fino a quasi esplodere dai suoi quadricipiti
colossali, che erano ammassati al suo interno, almeno fino a poco sopra
metà coscia. Fu in quel momento che notai la testa del ragazzone che
avevo di fronte, perché si stava piegando per poter oltrepassare la
porta, segno che di altezza superava abbondantemente i due metri
dell'architrave... Un viso perfetto, folti capelli neri tagliati corti a
spazzola, occhi scuri, grandi e intensi, barbetta sottile e sexy, labbra
carnose e zigomi pronunciati, eppure dei lineamenti ancora da ragazzino,
per la sua età di appena 16 anni e mezzo... "Dicevi Giovanni!?" mi
sentii apostrofare da quelle labbra esse stesse muscolose e
potenti. "Ehm... dicevo... ti intimo di... usare un linguaggio... più
rispettoso" mentre balbettavo queste parole lui si avvicinava a me sempre
di più... e io indietreggiavo... finché non arrivai con le spalle al
muro, ma lui continuò comunque ad avanzare... fino a stringermi tra il
suo torace muscoloso e la parete... Io ero terrorizzato e incapace di
reagire... il mio viso finì proprio, a causa della enorme differenza
d'altezza, tra i suoi pettorali con il mio naso incastrato nel solco,
sentendogli dire "Certo certo, più rispettoso... come no!", e detto
questo, contrasse i pettorali, schiacciandomi istantaneamente il naso e
pressandomi la bocca contro la maglietta! E così in un istante mi
precluse ogni modo per respirare, mentre io non potei fare altro che
iniziare ad agitarmi. Provai a spingerlo via, menando colpi con le mani, le
braccia, le gambe, ma dovunque colpissi era come scontrarmi contro puro
marmo... Finché non riuscendo più a trattenere il respiro, piombai in
un blackout totale.

Quando rinvenni sentii, ancora prima di aprire gli occhi e rendermi conto
del resto, di essere in ginocchio, in mezzo a due globi duri che mi
tenevano sollevata la testa da sotto il mento e due altri oggetti duri che
sentivo premere dietro la nuca. Aprii gli occhi, e mi resi subito conto di
essere stato trasportato altrove: ero in una camera diversa, inginocchiato
ai piedi di un grande letto. La mia testa era sollevata e tenuta ferma dai
polpacci di Marco che mi premevano sul collo e sotto il mento! E dietro la
nuca, gli oggetti duri che sentivo, altro non erano che i talloni di
Marco. Quello che avevo davanti agli occhi fu qualcosa che mi tolse
letteralmente il fiato, anche se metaforicamente. Infatti disteso sul letto
davanti a me, per tutta la lunghezza dello stesso e appoggiato alla parete
da metà torace in poi, c'era il corpo meraviglioso ed enorme di
Marco. Questi inoltre nel frattempo, si era tolto la maglietta sfoggiando:
i pettorali che a momenti poco prima non mi avevano asfissiato, i bicipiti
(si potevano chiamare lo stesso bicipiti essendo grossi più del mio
torace?), gli otto blocchi degli addominali perfettamente squadrati e
distaccati dal ventre con solchi profondi almeno un paio di centimetri, e
tutto il resto dei suoi muscoli ipersviluppati... La visione era da urlo,
tuttavia cercai di concentrarmi sui polpacci che mi tenevano bloccata la
testa: erano rilassati al momento, ma li sentivo premere sotto il mio
mento, e istintivamente cercai di scansarli con le mani, notandone le
dimensioni enormi. Anche non contratti infatti erano grossi ognuno quasi
quanto tutta la mia testa, e al tatto, pur sotto una pelle morbida e
liscissima, erano duri come acciaio! Provai a sollevarmi ma notando i miei
movimenti, con una flessione leggerissima dei polpacci, Marco trasformò
quei due globi enormi in due tenaglie dalla forma di diamante, che
immediatamente iniziarono a stringermi il collo: non una semplice stretta,
ma una vera a propria morsa d'acciaio, che mi fece scricchiolare la trachea
e che per poco non mi fece perdere di nuovo i sensi... Mi immobilizzai
all'istante, impedito sia dalla improvvisa rinnovata mancanza d'aria, che
mi fece arrossare subito tutto il volto, sia dallo sguardo profondo e
minaccioso di Marco, che inizio a parlare, senza mai smettere di fissarmi:
"Giovanni, patti chiari amicizia lunga: tu stai immobile e in silenzio e
fai quello che dico io. SEMPRE. Se hai capito, batti le mani sul letto"
Istintivamente, non volendo morire soffocato o, peggio, rimanere
paralizzato con l'osso del collo rotto, iniziai a sbattere le mani sul
letto con tutta la forza che avevo in corpo. Sentii la morsa dei polpacci
allentarsi un po' potendo così riprendere a respirare ansimando.

"Sai", riprese il gigante che mi trovavo dinanzi, "un po' sono
deluso. Quando ho saputo che sarebbe venuto un agente di custodia a
controllarmi settimanalmente, ero incuriosito, mi immaginavo un poliziotto
atletico e in forma, che mi sarebbe costato quanto meno un minimo di
impegno per piegarlo alla mia volontà... E invece mi ritrovo un pigmeo
anoressico che devo stare attento a non disintegrare al minimo
movimento... Prima ho fatto fatica a flettere i pettorali quel minimo
necessario a toglierti l'aria senza maciullarti il naso..." A queste parole
il senso di umiliazione e di vergogna in me crebbe esponenzialmente, e al
rossore della precedente mancanza di ossigeno si aggiunse, a far diventare
la mia faccia rosso bordò, la constatazione che tutto quello che stava
affermando Marco era completamente vero. "Comunque", continuò il
ragazzo, "voglio che tu ti renda conto della mia forza, anche se dovrebbe
esserti già abbastanza evidente. Alzati e portami quel bilanciere lì
all'angolo." Pensai che fosse meglio non stare a discutere, e così
appena allargò le gambe quel tanto che bastava a liberarmi, mi alzai,
non senza una certa fatica per le ossa ancora doloranti, e guardai verso
l'angolo della stanza da lui indicato. C'era un bilanciere sistemato in
piedi, accostato all'angolo opposto della stanza, alto quasi quanto me e
soprattutto molto spesso. Nell'avvicinarmi pensai fosse un tubo vuoto
all'interno, ma quando lo afferrai, mi resi conto che mi sbagliavo:
sull'estremità era infatti inciso "20kg" e quando provai a sollevarlo
proprio non riuscivo a reggerne il peso! Ma per non disubbidire a Marco, mi
misi a trascinare verso di lui il bilanciere, tenendolo con entrambe le
mani. Quando arrivai alla sua portata, mi strappò di mano l'attrezzo e
tenendolo saldamente con una sola mano, inizio a farlo roteare tra le dita
come fanno le majorette con i bastoncini di legno! Si vedeva comunque
l'impegno dei muscoli, dalle contrazioni degli ampi avambracci, dalle
striature dei bicipiti che si accendevano di sangue, una visione che mi
lasciò a bocca aperta dallo stupore! Il suo viso era serenissimo, come
se far roteare quel peso enorme fosse la cosa più naturale del mondo per
lui, e quando mi chiese "Allora che ne pensi Giovanni" non seppi far altro
che rispondere a mezza bocca "Se.. sei fortissimo!". Ma lui mi urlò
contro "E tu pensi che sia questa la prova di forza!? Questo è un
giochetto da bambini! Guarda ora" E detto questo prese con decisione il
bilanciere in pugno e lo portò verso il gomito dell'altro braccio, in
modo da metterne la parte centrale tra avambraccio e bicipite. Quindi, con
un movimentò che mi lasciò ancora più stupefatto, iniziò a
contrarre il bicipite, dapprima senza fare molta forza, solo per incastrare
il bilanciere tra bicipite e avambraccio. Poi una volta fissatolo in quel
mondo, sollevò il braccio e iniziò a contrarre maggiormente. La parte
centrale del bilanciere scomparve tra le masse muscolari a dir poco enormi,
mentre il bicipite del ragazzo sembrava gonfiarsi e animarsi di vita
propria. Man mano che Marco fletteva il muscolo, il bicipite esplodeva di
vene mentre sulla sommità si formavano due teste ben distinte e
ipertrofiche... Iniziai a sudare, un po' per il calore che emanava da
vicino quel corpo magnifico, e un po' per la sola visione della massa
smisurata di quel muscolo che sembrava ingigantirsi a vista d'occhio,
superando le dimensioni della mia testa e persino del mio torace, fino al
punto in cui mi vennero a mancare termini umani di paragone... Poi notai
Marco sforzarsi di più per qualche secondo: contrarre con maggiore
determinazione e, subito dopo, rilasciare parzialmente il bicipite
dicendomi "Guarda dentro". Avvicinai la testa e, sgranando gli occhi, notai
che l'asta in acciaio massiccio, era stata completamente deformata dalla
pressione dei muscoli di Marco! La parte centrale, si era infatti di molto
assottigliata e allargata per seguire il profilo dei muscoli che la avevano
stretta, muscoli evidentemente molto più duri dell'acciaio stesso! Alla
vista di ciò, iniziarono a tremarmi le gambe, e a girarmi la
testa... "Aspetta, non è ancora finita" disse l'ercole che avevo di
fronte e subito contrasse di nuovo il bicipite, ma con forza stavolta,
emettendo un urlo gutturale "AArrgh" che mi fece gelare il sangue nelle
vene... Quindi rilasciò di nuovo il braccio, completamente, e dopo un
istante il bilanciere cadde per terra, ma metà da un lato, metà
dall'altro! Era riuscito a disintegrare completamente la parte centrale,
spezzando l'asta in due tronconi! Non riuscivo a credere a ciò che
vedevo...

Senza rendermene conto, ebbi un sussulto nel basso addome, e poi sentii uno
strano calore nelle mutande... Stavo infatti facendomi la pipì addosso
dallo spavento e dall'umiliazione! Arrossii ancora di più, ancor che
fosse umanamente possibile, ma per fortuna Marco non si accorse della mia
completa umiliazione anche corporale e continuò a parlarmi:
"Allora... spero che ti sia reso conto di chi hai di fronte. Ora, gli
ordini sono questi. Ascolta bene perché li dirò una sola
volta. Domani mattina vai in ufficio e fai il miglior rapporto possibile su
questo primo controllo qui a casa. Poi, domani pomeriggio, vieni e me lo
fai leggere. E prega che mi piaccia altrimenti..." E rivolse lo sguardo
verso il bilanciere appena distrutto. "Ah, un'altra cosa: ho sentito, dal
rumore che hai fatto parcheggiando, che sei venuto in macchina. Allora,
fino a domani la macchina la prendo io, so guidare anche se non sono
maggiorenne e ho proprio voglia di farmi un giretto. Dovrò staccare il
sedile davanti per entrarci dentro, stando seduto direttamente sul sedile
posteriore, ma penso non sia un problema per te vero!? Ah ah ah ah!" E
detto questo allungò la mano verso di me per avere le chiavi.

A quel punto, forse per il fatto che mi stava parlando normalmente o forse
per la battuta che lo fece sorridere facendogli assumere per qualche
istante un volto da ragazzino, insomma non so esattamente perché, ma
feci un errore. Un errore piccolo, marginale, ma che mi costò molto
caro. Risposi impulsivamente "Ma non puoi guidare... con la mia
macchina... senza patente..." Mi resi subito conto della stupidaggine
totale che avevo fatto. Il suo volto cambiò istantaneamente espressione,
diventando rigido e inespressivo. Si alzò dal letto, sovrastandomi
completamente, e senza nemmeno parlare mi mise una mano in faccia,
coprendomi il volto interamente e stringendomi il cranio da un orecchio
all'altro con le sue lunghissime e spesse dita. Il palmo della mano,
enorme, mi copriva bocca e naso, e percepii che stava iniziando a
sollevarmi da terra tenendomi solo con una mano dalla testa! Mi aggrappai
con le mie mani all'enorme avambraccio, cercando di farmi forza per non
farmi slogare l'osso del collo, ma man mano che mi sollevava il dolore al
collo e alla schiena si facevano lancinanti! Iniziai a divincolarmi come
potevo, a muovere disperatamente gambe e piedi che si erano nel frattempo
staccati forzatamente dal pavimento, mugugnavo dal dolore contro il palmo
della sua mano che mi impediva di parlare correttamente. Poi ad un certo
punto, lo sentii dire: "Oltre che più debole, sei anche più stupido
di quanto pensassi. Comunque, rispetta almeno le altre cose che ti ho
detto, se no la prossima volta non ti andrà così bene" E detto
questo, mi scaraventò con forza incredibile contro la parete più
lontana, in alto, andando a sbattere quasi sul soffitto con la testa per
poi ricadere col resto del corpo violentemente a terra e perdere i sensi
all'istante.

Non so dire dopo quanto tempo ripresi i sensi. Sentii un po' d'acqua sul
viso, qualche schiaffetto leggero sulle guance e, percependo ancora le mie
membra tutte indolenzite e sofferenti, aprii gli occhi. La prima sensazione
che ebbi, fu quella di essere morto e di ritrovarmi in paradiso. Infatti,
anche se ero ancora adagiato per terra, probabilmente nello stesso punto
dove ero caduto, avevo di fronte al mio viso, chinato sopra di me, un
angelo sceso dal cielo: viso giovane e perfetto, lunghi e fluenti capelli
biondi, occhi celesti profondissimi, mascella larga e volitiva, labbra
carnose, carnagione chiara e delicata... Poi ampliando lo sguardo, vidi che
anche questo essere angelico, in quanto a muscolatura e dimensioni, aveva
da dire la sua... La maglietta chiara che indossava, conteneva a malapena
le sue spalle larghissime, ampie e possenti. Il collo taurino era sostenuto
da una coppia di trapezi che si innalzavano di svariati centimetri rispetto
alle clavicole... I pettorali gonfiavano la parte centrale della maglietta
fino quasi a lacerarla, e così in pochi istanti ebbi una visione
complessiva che lasciava trasparire una potenza, una forza e anche una
bellezza fuori dal comune. L'espressione del viso era buona, sinceramente
preoccupata per la mia situazione, per il fatto di dovermi soccorrere, ma
mostrava anche una maturità e una consapevolezza che non erano di certo
normali per la sua giovane età. Quando iniziò a parlare, ebbi come un
sussulto, perché io quella voce la conoscevo: "Dottor Magri, mi scuso
per i problemi che ha avuto con mio fratello. Sono Valerio Lanfranchi, le
spiegherò tutto, mi prenderò io cura di lei, non si preoccupi..." E
detto questo, prima ancora che potessi anche solo rispondere, mi prese in
braccio, tra i suoi bicipiti enormi, ognuno dei quali da solo avrebbe
potuto sostenere tranquillamente tutto il mio esile corpo, e mi sollevò
stringendomi con dolcezza a sé...

FINE CAPITOLO 1

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