Date: Sat, 13 Nov 2010 09:34:45 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Altri Viaggi - Chapter 6
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.
Questo è il sesto degli otto capitoli che compongono questo romanzo.
Altri Viaggi
6. RITORNO
Dopo il campeggio provai a sparire un'altra volta, ma la mia fuga
durò esattamente trenta minuti, perché, il giorno dopo il nostro rientro,
alle sette e mezza, Paoletto era davanti al cancello di casa e suonava il
campanello.
Quella sera dovevamo vederci alle sette nella sede del reparto per
disfare i bagagli, gli zaini e gli scatoloni, stendere le tende per farle
asciugare, riporre gli attrezzi. E i ragazzi erano ansiosi di ritrovarsi a
parlare del campeggio. Non ero obbligato ad andarci, perché il mio compito
si era certamente esaurito con la conclusione del campo, ma Paoletto
s'aspettava che ci fossi.
Volevo andarci, ma me ne era mancato il coraggio. Affrontarlo ancora
per dirgli cosa? Alle sette mi nascosi nella mia camera, sepolto dietro un
libro che non volevo leggere, ma che mi obbligavo a seguire, come fosse una
punizione. Mentivo a me stesso nascondendomi, perché ero certo che Paoletto
mi avrebbe cercato. Non potevo sperare che mi lasciasse perdere, non con
quello che gli avevo detto e promesso, non dopo l'intimità, le confidenze
dei giorni passati.
Alle sette non ero al reparto e lui resistette solo qualche minuto
prima di lasciar perdere tutto e venire a cercarmi.
Non aprii subito. Ero come paralizzato dalla paura che mi aveva già
bloccato in casa. Se l'avessi rivisto, avrei dovuto mantenere la mia
promessa e allora tutto sarebbe cambiato, precipitato. Avevo
incoscientemente preso quell'impegno ed ora ne ero pentito.
Vederlo là, davanti a casa, mi angustiò ancora di più, perché sapevo
che lasciare il reparto proprio quella sera, per cercare me, doveva
essergli costato parecchio. Quella era proprio l'ultima volta per lui. Non
avrebbe più avuto occasione di tornare al reparto come
caposquadriglia. L'anno dopo le tende le avrebbe ripiegate un altro e dopo
quella sera lui sarebbe stato soltanto un ospite!
Ma aveva lasciato perdere tutto lo stesso e se ne stava tranquillo,
ad aspettare che mi decidessi. Dietro il cancello, con gli occhi fissi
alla vetrata dell'ingresso.
Doveva aver capito che ero là dietro, nascosto dal riflesso dei
vetri, perché mi fissava, o almeno credevo che fosse così.
Ma una cosa era certa: mi cercava, mi cercava ancora. Avrebbe
continuato a farlo, nonostante tutto, nonostante me.
Suonò un'altra volta. Sentii mia madre muoversi per aprirgli e fui
finalmente costretto a farlo io. Aprii la porta e corsi verso il cancello.
"Ciao" mi gridò fra le sbarre. Mi sorrise come se quella fosse
proprio l'ora del nostro appuntamento e non m'avesse atteso per mezz'ora e
poi qualche altro minuto scampanellando.
Mi sorrise sereno.
Ed io fui felice di vederlo, almeno quanto mia madre, che mi aveva
seguito sul viale e restò sorpresa, scoprendo che qualcuno mi cercasse con
tanta insistenza. Poi riconobbe Paoletto e si avvicinò per
salutarlo. Abbandonò il suo torpore, per andargli incontro e arrivò a
sorridergli, forse tranquillizzata di vederlo un'altra volta in casa
nostra. Questo contribuì a rasserenarmi, a farmi rinunciare, per il
momento, ai miei propositi.
"Ti aspettavo, perché non sei venuto?" chiese lui appena fummo soli.
"Ero stanco..."
Era una scusa e lui non ci credette.
"Allora? Vieni?"
Come dirgli di no?
Lo seguii al reparto e trascorremmo la serata assieme agli
altri. Tornammo a casa che era quasi mezzanotte ed io, immemore delle mie
promesse, dei miei propositi o paure, ero contento, perché facemmo la
strada insieme, a braccetto.
Lui non smise mai di parlare. Mi raccontò ancora di sé, degli ultimi
anni.
Mi pareva fosse ieri, tre anni prima.
Tornai a percepire l'odore delle caramelle, quell'aroma di liquirizia
che era connaturato in lui, faceva parte della sua persona. E poi la voce
che era cambiata, ma che conservava tutta la dolcezza che avevo amato e che
amavo ancora disperatamente. E gli occhi, i capelli che aveva in qualche
modo domato, l'andatura ondeggiante delle persone alte. Era diverso, ma
sempre lui stesso, in quei posti, nelle stesse strade.
Mi camminava accanto. Lo sentivo parlare e ogni tanto gli chiedevo di
qualcuno di cui avevo perso le tracce e il ricordo e che ora mi tornava in
mente. La sua vicinanza stava ormai riaprendo tutte le porte della mia
memoria, porte che avevo chiuso sbattendole, gettando la chiave stizzito e
che ora avrei un po' desiderato non aver chiuso.
Ridevamo felici, ma sentivo dentro di me crescere l'ansia. Stava per
chiedermelo, lo sapevo.
Ed io che ero innamorato, avevo accanto a me l'oggetto di quel
sentimento, non potevo, non volevo dirglielo. Se era così che doveva
andare, se Paoletto aveva deciso che dovevo per forza restargli accanto,
l'avrei seguito ovunque e finché l'avesse voluto. Sempre in silenzio, al
mio posto. Sarei stato l'amico più anziano, pronto a dargli consiglio, a
sostenerlo. Ma non gli avrei rivelato il mio segreto.
Già facendo quei pensieri eroici, mi sentii sciocco, perché lui non
aveva bisogno di me, non cercava aiuto. Nella sua vita aveva imparato ad
essere solo. Sarei stato io ad avere sempre bisogno d'aiuto.
Scoppiai a ridere, perché aveva detto una di quelle cose che ti fanno
davvero gioire, quando a dirle è il tuo innamorato. Continuai a sorridere,
ma divenne un riso amaro. E lo fu ancora di più, perché sapevo benissimo
che non sarei mai stato in grado di restargli accanto senza
insidiarlo. Pareva che la vita non mi avesse ancora insegnato nulla se
continuavano a venirmi idee così ingenue.
Mi sfiorai l'inguine per esserne certo e ciò che toccai mi confermò
quanto fossi sciocco e disonesto, anche con me stesso.
"Che hai da fare domani pomeriggio?" chiese lui, ignaro di tutti i
miei pensieri.
Eravamo arrivati davanti al cancello di casa.
"Vieni anche tu a giocare a pallone? Siamo i soliti. Alla
pineta. Dieci persone, ma c'è posto anche per te."
Inutile fingere di essere impegnato in qualche modo. Gli avevo già
rivelato quanto fosse vuota la mia vita, occupata soltanto dalle letture e
da qualche film. Potevo inventarmi di non voler più giocare a pallone
perché avevo paura di farmi male. Stavo per dirgli così, ma perché
mentirgli ancora?
Lui non lo meritava ed io ero stanco di fingere. E poi, non avevo
appena deciso di tornare ad essere, seppure a certe condizioni, suo amico?
Anzi, il suo casto accompagnatore, nonostante la mia erezione.
"Che vuoi fare?"
"A che ora hai detto?"
"Allora ci vieni!" e gli si illuminarono gli occhi "Si gioca alle tre
e mezzo. Se ci vediamo alle tre... oppure è troppo presto per te? Farà
caldo?"
La sua voce s'era fatta ansiosa. E mi commosse che si preoccupasse
per me.
"No, no! Per me va bene" dissi "passo a prenderti con la Vespa."
"Ce l'hai ancora?"
Riaffiorò un ricordo che mi intenerì: io e lui sulla vespa.
"Non è quella che ricordi tu" ci tenni a dirgli "Quella la vendetti
per comprarmi la droga. Mio padre me ne prese un'altra, quando
tornai... normale. Non l'ho ringraziato per questo. Quando andai nel garage
e la vidi, pensai che non ci sarei mai salito. Poi decisi di usarla, ma
l'ho presa soltanto qualche volta."
Stavo anche per dirgli che non l'usavo con piacere, perché mi
ricordavo di lui al solo guardarla.
"Sai..." dissi invece "quello è stato il suo ultimo regalo! Poi non
me ne ha più fatti, perché io non gli ho chiesto mai nulla. Ma lui ormai
era troppo ammalato, altrimenti me ne avrebbe fatti ancora. Lui pensava...
era convinto..."
Non riuscii più parlare. Mi ero lasciato andare un'altra volta e non
avrei voluto.
"Non sei obbligato a dirmi queste cose..." e mi posò la mano sul
braccio. Nonostante facesse molto caldo, rabbrividii. Se m'avesse toccato
un'altra volta... mi scostai, allontanandomi da lui di qualche passo. Poi
gli tornai vicino, perché mi stava guardando senza capire.
"Mio padre" dissi quasi a me stesso, dimenticando della sua presenza
"pensava di doversi far perdonare da me non so cosa. E quante volte ha
cercato di dirmelo! Ma io non gliel'ho mai permesso, perché ero io che
volevo chiedergli perdono. Di tutte le cose. E non sono mai riuscito a
parlargli, non ho mai trovato il coraggio di dirgli tutto. E adesso lui è
morto..."
"Se deciderai di parlare" disse "se ti va, raccontami tutto. Vorrei
tanto che tu lo facessi. Me l'hai promesso, te lo ricordi?"
"Scusami... è che io sono un po' cambiato. Sono accadute tante
cose..." ripetevo sempre quelle frasi.
Mi afferrò il braccio. Era una presa forte e non sarei riuscito a
divincolarmi. Niente brividi di emozione questa volta, ma solo una gran
paura. Che se ne andasse. Ma lui mi scosse:
"Lo capisci che non mi importa nulla di quello che hai fatto? Lo sai
che se ti avessi incontrato in quei momenti, se tu l'avessi voluto, ti
avrei chiesto lo stesso di tornare ad essere mio amico?"
Chiuse gli occhi nello sforzo di non piangere. Quando li riaprì erano
lucidi di lacrime. Ma lui piangeva raramente e infatti si ricompose subito.
"Perché continui a sfuggirmi?" ruggì invece esasperato.
"Paoletto, io..."
"Sono troppo piccolo per essere tuo amico? Oppure ti vergogni di me?"
"No! Sono io che mi sento sporco! Non capisci? Tu... se sapessi, ti
vergogneresti di me..."
"Dimmi perché..." mi fissò "dimmelo!"
Abbassai la testa e non trovai di meglio che guardarmi la punta delle
scarpe.
"Ho paura di influenzarti" mormorai "di spingerti a fare delle cose
che non vuoi, che non desideri davvero, che faresti solo perché sei mio
amico. Potrei farti del male."
"Ma si può sapere che cazzo c'è in te di tanto brutto?" gridò così
forte che temetti lo sentisse qualcuno.
Scossi la testa.
"Hai ripreso a drogarti?"
"No!"
"E allora perché? Perché non posso saperlo? Credi che sia stupido,
ingenuo? Se hai tanta paura, se è proprio così, perché sei venuto a
cercarmi? Non dovevi farlo!"
Fu come se mi avesse dato uno schiaffo, ma aveva ragione. Era stato
tutto inutile, tornando avevo reso vana la sofferenza di tutte le persone
che mi amavano.
"È stato Marco a cercarmi" dissi, tentando di giustificarmi "Non ci
sarei mai venuto da solo" quasi che Marco mi avesse obbligato ad andare al
campeggio.
"E non sei tornato per me?"
Scossi la testa. Lo stavo deludendo, ma in quel momento mi parve
necessario.
"Ma sono felice di averti ritrovato" aggiunsi, sperando di
rassicurarlo "e non me ne andrò un'altra volta!"
"Questo me l'hai già detto" s'appoggiò al muro, valutando le mie
parole.
Poi mi fissò.
"È per me che sei scappato, io lo so, l'ho capito. Prima non riuscivo
a spiegarmi tante cose. È stato per me, ma devi dirmelo tu!"
"Ti dirò tutto. Dammi tempo, ti prego!"
Forse ebbe pietà di me, perché tornò improvvisamente sereno, almeno,
mi sembrò che fosse così:
"A domani, allora! Vieni a giocare?"
"Si."
"Senti..." mi guardò, ci pensò un po' su, poi disse "a me non importa
di niente. Se tu non vuoi dirmelo, io non voglio più saperlo,
però... quando due persone sono come noi, quando... sono come noi..."
E improvvisamente vidi che cambiava espressione. Il volto si
contrasse e mi tirò un pugno fortissimo alla spalla. Poi scappò via, a
testa bassa, lasciandomi senza fiato per la sorpresa e per il dolore. Sparì
dietro l'angolo prima che potessi fare o dire qualunque cosa. Forse anche
dargli un bacio.
Ci saremmo rivisti? Forse si, che m'importava del resto?
Mi sentii invadere da una felicità mai provata. Avrei voluto
rincorrerlo, abbracciarlo, riempirlo di baci, portarlo con me in casa e là
amarlo. Non sapendo come.
Naturalmente non feci nulla di tutto questo.
Rimasi fermo, inchiodato davanti al cancello, con la chiave a
mezz'aria e la bocca spalancata. Mi sentivo la spalla pulsare per il
dolore: non pensavo che fosse diventato così forte. Doveva essere davvero
arrabbiato.
Era possibile che mi amasse, altrimenti perché comportarsi come aveva
fatto?
Nella mia mente riascoltai la sua voce dire quelle ultime frasi:
potevano avere un solo significato o averne mille altri. Decisi che tutto
ciò avesse un senso ed era quello che io desideravo. E solo quello.
Non avevo mai provato l'amore, se non filtrato attraverso i miei
sensi di colpa ed ora scoprivo che qualcuno forse provava per me un
sentimento simile. La possibilità che potesse accadere, senza quindi fargli
del male, arrivò a stordirmi.
Sempre che lui lo volesse davvero, che io non stessi sbagliando. Che
domani lo trovassi alle tre sotto casa sua. Poteva non esserci. L'avrei
cercato ugualmente?
Non riuscivo ad aprire il cancello. Mi tremavano le mani. Ero là, nel
silenzio apparente della notte estiva. Mi resi lentamente conto che
Paoletto non era più con me e tutto a un tratto fui disperato: se l'avessi
perduto, pensai, sarei tornato a drogarmi. Quella coscienza mi fece
sobbalzare. Ebbi paura di lui: avevo venduto l'anima un'altra volta? Era
lui la mia nuova droga. La creatura più forte che uccideva il mostro. Ma
finalmente non era un mostro a scacciarne un altro. Sarebbe venuto il
momento in cui ci saremmo incontrati per dirci il nostro amore, nel
frattempo io l'avrei amato in silenzio. Poi, un giorno, lui mi avrebbe
capito.
Corsi verso casa, mi spogliai e m'infilai a letto. Tirai il lenzuolo
per coprirmi anche la testa. Avevo paura, tanta. Di rivederlo e non
rivederlo.
Dormii poco.
Appena sveglio cercai di recuperare un abbigliamento accettabile per
affrontare una partita di calcio fra amici su un terreno di fortuna. Le
scarpe furono il problema più grosso, ma decisi che ne avrei comprate un
paio di nuove. Tanto, mi dissi, stando accanto a lui avrei avuto molte
occasioni di usarle.
"Ti amo e forse non lo saprai mai! Ti amo, ma non potrò dirtelo! Ti
resterò accanto, non temere..." ripetei queste giaculatorie per tutta la
mattina, sobbalzando ad ogni rumore, con i nervi a fior di pelle e mia
madre ad osservarmi dubbiosa che il mio nervosismo avesse un'origine più
preoccupante.
Fui felice di rassicurarla, di confortarla.
"Vado a giocare a pallone, mamma. Sai quant'è che non lo facevo?
Paoletto mi ha convinto a giocare un'altra volta."
"Stai attento. State attenti a non farvi male" disse lei, come mi
aspettavo che facesse e mi parve che fosse contenta. Quasi che quel mio
risveglio alla vita l'avesse, non dico contagiata, ma almeno un po'
scossa. Poi mi sorprese:
"Allora siete tornati amici" mi accarezzò "E gli vuoi bene come
sempre?"
"Si!"
Che sapesse? L'aveva sempre saputo?
Non arrivammo a scambiare altre parole, perché si ritrasse e tornò a
chiudersi nel suo silenzio. Ma era rincuorata. Non osai pensare che fosse
felice, ma la sua malinconia mi parve attenuarsi. Non aveva che me ed io
lei. E Paoletto forse.
Quando spuntai dietro l'angolo, lui già mi aspettava sotto casa
sua. Era non meno impaziente di me, credetti di capire.
Saltò sulla Vespa e senza una parola, a parte un saluto frettoloso,
si sistemò sul sellino, aderendo al mio corpo.
Quando sentii il suo profumo, tornai indietro di anni, fu un deja vù
in piena regola. L'avevo portato con me sulla Vespa così tante volte, che
eravamo diventati un corpo unico, in perfetta simbiosi su quel piccolo
sedile, scomodo già per un solo passeggero.
In due sul sellino si stava stretti e proprio per questo mi piaceva
portarci soltanto lui, perché la vicinanza era assoluta e il contato
inevitabile. Prima mi ero così abituato a sentirlo dietro di me, che
distinguevo e disegnavo nella mia mente ogni parte del suo corpo: dalle
gambe che stringeva sempre contro le mie cercando di creare il minore
ingombro possibile, ai capelli che mi sfioravano la testa e il naso che
nelle frenate mi sbatteva sempre sulla nuca. Il torace era schiacciato
sulle mie spalle e arrivavo a sentire il petto premermi sotto le
scapole. Quando eravamo in sella mi abbracciava e spesso appoggiava il
mento sulla spalla. Poi, stanco di quella posizione che era scomoda, perché
era ancora un po' più basso di me, mi appoggiava la fronte sulla nuca e la
premeva attirandomi a sé, mentre mi passava le mani attorno ai fianchi.
Abbracciandomi così, il corpo aderiva completamente al mio e il suo inguine
era schiacciato contro di me. Mi godevo quella percezione e avevo perfino
fantasticato su qualche sua erezione, il suo uccello schiacciato sulle mie
natiche era una sensazione inebriante, moscio o eretto che fosse, ed io me
la godevo, arrivando a muovermi per sentirlo meglio.
Quel giorno, come se non fosse trascorso tanto tempo e non avessimo
entrambi tre anni in più, saltò sulla Vespa e mi abbracciò, aderendo a me
come aveva sempre fatto. La differenza, che notai subito, fu che era
diventato alto quanto me e quindi poté appoggiarmi il mento sulla spalla,
accostando il suo capo al mio.
Indossavamo indumenti leggeri, magliette e pantaloncini. Sul dorso
percepii nettamente la forma del torace. Credetti d'indovinare i capezzoli
e il petto muscoloso e più giù riconobbi la forma del suo pene schiacciato
contro il mio osso sacro. Mai quella parte del mio corpo ebbe tanta
sensibilità come in quel breve spazio di tempo, qualche minuto, in cui godé
di quelle sensazioni così acute ed intense. Lui si aggiustò spesso e mi
strinse sempre di più, ma non disse una parola, mentre guidavo nel poco
traffico del pomeriggio. Era insolito che restassimo per tanto tempo in
silenzio, che lui non parlasse, ma ero troppo preso a godermi il suo
abbraccio per accorgermene.
Ci fu un equivoco alla base del nostro silenzio. Io che l'amavo fui
distratto da quell'abbraccio e lo godetti con tutto me stesso, aspettando
che fosse lui a parlare.
E lui tacque, forse, pensai dopo, disorientato proprio dal mio
silenzio.
Uscii dalla città e mi diressi verso la pineta sul mare, appena oltre
la periferia, dove solitamente giocavamo a pallone.
Quando arrivammo, trovammo gli altri che furono sorpresi di vedermi:
mancavo da così tanto tempo, mi dissero, che avevano dimenticato quanto
fossi bravo. E giù risate: mi aspettavano.
Avevamo tutti voglia di cominciare e mentre ci cambiavamo, formammo
le squadre. Nell'emozione di tornare a giocare, non notai che Paoletto se
ne stette in disparte e soprattutto fece in modo di giocare contro di
me. Solo quando le squadre furono fatte, me ne accorsi e mi dispiacque,
perché mi parve una specie di tradimento: che ricordassi era accaduto poche
volte.
Lo guardai di traverso e mi restituì uno sguardo di sfida. Gli feci
l'occhiolino e lui sorrise, mostrandomi i denti. Bastò a tranquillizzarmi,
pensai che scherzasse.
Finimmo di cambiarci, indossando magliette e calzoncini ancora più
leggeri. In altri tempi, qualche anno prima, quel momento sarebbe stato di
grande interesse per me: sbirciare nudità nei miei compagni era stato uno
dei miei passatempi preferiti. Anche quella volta lanciai sguardi ai
ragazzi che si stavano togliendo i pantaloni. Un paio di loro si sfilarono
anche le mutande per indossare il costume da bagno. La pineta era vicina al
mare e dopo la partita qualcuno si sarebbe dato una lavata, nuotando. Erano
nudità ingenue che mi venivano offerte e che mi eccitarono. Paoletto restò
in mutande, prima di mettersi i calzoncini da calcio. Mentre lo fissavo,
colse il mio sguardo e lo vidi arrossire, voltarsi risentito. Si rivestì in
fretta, infilandosi i pantaloncini. Distolsi anch'io lo sguardo. Ero
arrabbiato con me stesso per averlo turbato, ma i miei occhi si erano
riempiti di lacrime, perché desideravo disperatamente quel corpo e ancora
di più avevo bisogno del suo amore.
Vederlo così era più di quanto potessi sopportare.
Per fortuna incominciammo a giocare e non ci pensai più. Mi ritrovai
a rincorrere il pallone: avevo dimenticato quanto fosse avvincente. Non ci
avevo quasi più giocato da quando avevo lasciato gli scout, ma subito
tornai ad appassionarmi, a vivere con entusiasmo ogni momento della
partita. Ogni tocco dato al pallone mi parve una conferma del mio ritrovato
ordine interiore. Ogni calcio, ogni tiro o passaggio che fosse, era la
prova che la mia quotidianità era tornata ad essere giusta, umana.
Una nota stonata doveva turbarmi: Paoletto che si accaniva contro di
me, come non aveva mai fatto. Mi marcava stretto, asfissiandomi con i suoi
interventi, quasi fossi stato un campione del calcio, e non lo ero
certamente. Quando avevo il pallone e dovevo fare un'azione di gioco, me lo
ritrovavo incollato, a spingermi, a tirarmi calci, fino a farmi cadere. E
la mia squadra ottenne diverse punizioni per i suoi falli su di me. Era un
comportamento inspiegabile, mai ci eravamo fatti del male e se per scherzo
ci eravamo presi a botte era sempre finita in abbracci.
Là invece per me erano colpi dolorosi. Fino ad uno sgambetto che mi
fece finire a terra.
"Ma vaffanculo" sbottai "che cazzo fai?"
Le bestemmie fra noi non erano usuali, erano quasi vietate, ma in
quel momento parvero giustificate: mi aveva buttato a terra e mi ero fatto
male al ginocchio. Mi sanguinava pure.
Il suo era stato un fallo cattivo, intenzionale.
Mi guardò con sfida, poi s'allontanò senza neppure rispondermi.
A quel punto avrei dovuto preoccuparmi e non lo feci. Mi alzai, mi
asciugai quel po' di sangue che mi colava dalla sbucciatura e tornai a
giocare.
Fin da quando ci eravamo incontrati sotto casa sua non aveva detto
che poche parole, poi il suo atteggiamento e gli interventi cattivi, fatti
con l'idea di provocarmi. Non capii cosa stesse succedendo, non ne compresi
la ragione, perché non mi avvidi che qualcosa accadeva.
"Se mi fai cadere un'altra volta" gli gridai, invece, mentre
riprendevamo a giocare "comincia a correre, perché, se ti prendo, giuro che
ti faccio piangere..."
Ma glielo dissi ridendo, perché volevo prenderlo in giro. Ero pentito
d'avergli detto quelle parolacce, volevo scherzare, non farne un
dramma. Lui invece cercò i miei occhi e parve fulminarmi. Credetti che
scherzasse anche lui, che mi stesse sfidando con quello sguardo duro, il
volto ostinato, dietro cui pensai di vedere un sorriso.
"Hai capito, biondino?" insistei.
"Devi prima prendermi!"
"Tu fammi cadere un'altra volta e poi vediamo..." e così ci sfidammo,
anche se io ero convinto di scherzare.
"Per questo non dovrai aspettare molto!"
E mi caricò, a testa bassa, perché il gioco nel frattempo era ripreso
e mi avevano appena passato il pallone. Mi colpì con una spallata ed io
finii per terra, a gambe all'aria, sbattendo la spalla. Il contraccolpo mi
stordì, ma non abbastanza per non scattare in piedi ed inseguire Paoletto
che si era lanciato in una corsa pazza verso il mare.
Avevo smesso di pensare da un po' di tempo.
Il calcio mi ha sempre entusiasmato e quando lo giocavo, credo che mi
venissero meno alcune categorie di giudizio, era così appassionante che
spesso non riuscivo a badare a chi mi stava attorno. Se quel giorno
l'avessi fatto, avrei notato che Paoletto non si comportava come al solito:
era nervoso, accigliato, distratto. Se fossi stato meno emozionato, mi
sarei chiesto o avrei chiesto a lui il motivo di quel mutamento. E avrei
potuto mettervi riparo, perché la causa ero io.
E l'eccitazione del gioco non era diminuita neppure quando mi aveva
colpito in modo così apertamente intenzionale. Era se possibile
aumentata. Vederlo scappare, sfuggirmi era stato tutt'uno con la decisione
di corrergli dietro, per fargliela pagare.
Era già sulla spiaggia, ma l'inseguii cercando di non perderlo di
vista. Si buttò nella pineta e andò verso una costruzione diroccata che
c'era nel fitto degli alberi. Lo vidi passare attraverso il portone. Era
una vecchia costruzione, abbandonata da molti anni, che aveva conservato
solo i muri, i solai e la scala che portava al piano superiore. La
conoscevamo tutti, avendoci giocato un'infinità di volte.
Entrai nell'atrio e mi guardai intorno. Sapevo che, oltre quella
principale, non c'erano altre uscite praticabili. E lui era già dentro. Se
non era al piano terra, doveva per forza essere salito. Sentii uno
scricchiolio e mi convinsi che era là. M'avventurai per le scale. Era sulla
terrazza, una specie di loggia di pochi metri quadri con un parapetto
piuttosto alto.
Quando lo raggiunsi, era appoggiato al muretto, con le braccia larghe
e mi fissava con aria di sfida. Lo sguardo l'atteggiamento mi provocarono.
"Da qua certamente non esci..."
"Non mi hai ancora preso!"
La sua voce. Non l'ascoltai. Non come dovevo. L'avessi fatto. Era
arrochita. Credetti fosse stata la corsa a fargli mancare il fiato, ma era
l'ansia, la paura di ciò che poteva accadere, di ciò che aveva provocato.
"Invece si! Sto per prenderti" dissi senza controllarmi.
"Non avvicinarti!"
Ancora un segnale che era una preghiera. Ed io non capii.
"Ti do una possibilità" dissi invece "arrenditi e non ti faccio male,
altrimenti è peggio per te e mi fermo soltanto quando cominci a piangere!"
Ero come impazzito. Avevo perso contatto con la realtà. Non mi sarei
mai sognato di parlargli così, di minacciarlo, di fargli male, se non
avessi completamente frainteso il suo comportamento. Non ero io, era la
parte peggiore di me che voleva vendicarsi per i calci e gli sgambetti che
mi aveva dato. Ma la partita di calcio e tutto il resto non c'entravano
più, c'era una parte della mia anima che aveva deciso d'approfittare di
quella situazione. Era una parte ancora più cattiva, più oscura, che aveva
visto l'irripetibile occasione di toccarlo, di abusare di lui con la
forza. Dopo tanti anni.
Per questo la mia eccitazione era totale e la mia ragione smarrita.
Lui l'aveva capito, perché mi guardò impaurito, ma non ancora
vinto. Era preoccupato, mentre io ero sempre più esaltato. Avevo convinto
me stesso che fosse tutto uno scherzo, un gioco, un sogno dal quale ci
saremmo svegliati ridendo, sudati e sporchi di terra.
"Allora? Ti decidi?" gridai.
"Non ti avvicinare... per favore... Lasciami andare!"
"Se hai paura, arrenditi" e ridevo "prometto che non ti faccio
male. Dai, arrenditi..." lo dicevo solo per aizzarlo, perché, conoscendolo
come lo conoscevo, sapevo che non l'avrebbe fatto.
"Io... io stavo scherzando. Dai, andiamocene... per favore" mi pregò.
"No, no... troppo comodo. Ti ho avvertito e mi hai fatto cadere
un'altra volta. Sei scappato e ti ho preso. Adesso è troppo comodo dire che
era uno scherzo e basta. Ti arrendi?"
"No!"
E fece per scappare, venendomi addosso, poi tentando di scartarmi
oppure di buttarmi per terra un'altra volta. L'afferrai. Ero più forte.
Conservo ancora, nella memoria, le sensazioni di quei momenti, ad una
ad una.
Ciò che vidi, ascoltai, il suo odore, la pelle, il sudore, tutto
quello che le mie mani toccarono, ciò che sfiorò il mio corpo, il rumore
del mare, il profumo degli alberi, l'aria calda, impregnata di resina che
arrivava dalla pineta. Non l'ho dimenticato, perché quel giorno scoprii
quanto sia tenue il confine fra il gioco e la violenza, la
sopraffazione. Come sia facile passare oltre e fare del male.
Lo bloccai e finimmo per terra, rotolando. Io quasi ridendo, lui, ed
ancora non lo capivo, che cercava disperatamente di
sfuggirmi. L'immobilizzai sotto di me. Arrivai a sentire l'odore della sua
paura, che mi eccitò ancora di più. Lo toccai ovunque, poi mi rivoltai e
sollevandomi a sedere, lo bloccai sul mio grembo. Con una mano gli tenevo
le braccia, con l'altra lo colpii sul sedere una, due volte. Lui si
dimenava inutilmente per liberarsi.
Poi improvvisamente mi accorsi che aveva smesso di lottare. Lo sentii
irrigidirsi e ansimare, poi perdere completamente le forze.
Questo mi fece tornare finalmente in me e allentai la stretta.
Scivolò dal mio grembo fino a mettersi in ginocchio, accanto a me. Mi
guardò e vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime. Feci per accarezzarlo,
si scostò con disgusto.
Lo guardai, poi il mio sguardo scese a fissargli l'inguine, perché
anche in quel momento la mia mente ebbe quel pensiero e mi accorsi che si
era bagnato. Non so come capii che aveva avuto un orgasmo, mentre
lottavamo, quando lo colpivo. E compresi che era spaventato. Lo era sempre
stato. Che forse durante la partita mi aveva aggredito solo perché era
esasperato e voleva ottenere una mia reazione. Ma che quella reazione,
cercata perché mi dichiarassi, l'aveva impaurito. E ciò che era accaduto,
lo spaventava ancora di più. Aveva scoperto che ero un bruto.
Capii che, facendogli quello che gli avevo fatto, l'avevo umiliato e
che non mi avrebbe mai perdonato per essermi comportato così.
Mi guardava e stava per piangere, ma non l'avrebbe mai fatto davanti
a me. Tentai di accarezzargli una spalla e si allontanò per sfuggirmi. Si
alzò in piedi senza più guardarmi e se ne andò.
Scomparve alla mia vista prima che riuscissi a scuotermi, porre un
rimedio, ammesso che ne trovassi uno in quel momento. Poi lo sentii
correre.
Finalmente mi alzai e tornai anch'io velocemente dove gli altri
avevano continuato a giocare. Paoletto non era più là.
Ridendo mi chiesero cosa gli avessi fatto, perché era arrivato
correndo e aveva preso senza chiederla la bicicletta di uno dei
ragazzi. Era scappato senza dare spiegazioni, lasciando là anche la borsa.
Neanch'io mi fermai a spiegare e saltai sulla vespa per corrergli
dietro, cercare raggiungerlo.
Per arrivare alla pineta c'erano un'infinità di strade possibili ed
io ne percorsi un paio, poi desistetti, perché se lui non voleva farsi
trovare, io non l'avrei trovato.
Tornai a casa e mi lavai. Incrociai mia madre e ci guardammo, ma
corsi via.
Provai al reparto. Già sapevo che non era né ora, né giorno di
riunione. Girai un po' nel quartiere, sperando di incrociarlo e non lo
vidi. L'avevo evitato per tre anni ed ora cercarlo era un'impresa molto
difficile per me. Girai come impazzito per la città e mi ritrovai vicino a
quei giardini che per me avevano rappresentato la corruzione. Non ci ero
più tornato, ma pensai anche che, se Paoletto avesse avuto una reazione
simile alla mia, avrebbe potuto scegliere di fare come me. Là forse c'era
ancora la stessa gente che mi aveva aiutato e poi corrotto.
Decisi di entrare a cercarlo: se fossi arrivato in tempo, l'avrei
salvato. Era una sciocca fantasia, ma mi distrasse, dandomi la forza di
varcare il cancello. Affrontai la camminata come fosse come un rito di
purificazione. E lo fu davvero.
Seguii il percorso che avevo fatto tante volte, inoltrandomi fra gli
alberi più fitti, dai rami bassi, che nascondevano panchine sempre in
ombra. Non incontrai nessuna faccia nota, né, ovviamente, vidi lui.
Temetti di soffrire ad avvicinarmi a quei luoghi, ma il pensiero che tenevo
fisso a Paoletto mi protesse.
Scoprii con dolore di sapere tanto poco della persona che dicevo di
amare, da ignorare il luogo dove avrebbe potuto andare a nascondersi dopo
che l'avevo ferito un'altra volta.
E se non era in giro, non poteva essere che a casa. Doveva essere a
casa. E là c'era nonna Luigia che, ero certo, avrebbe preferito sapermi
morto. Ci andai, comunque, ma restai a guardare il portone, minacciosamente
chiuso, poi mi feci coraggio e diedi una lunga scampanellata. La nonna
rispose al citofono.
"Paoletto?" chiesi con voce flebile.
"Chi lo vuole?"
Mi aveva riconosciuto, non le sfuggiva nulla e la mia voce, anche se
cambiata, doveva ricordarla, per quanto l'aveva odiata.
"Sono un amico!" le dissi poco convinto.
"Quale amico?"
Stava giocando con me.
"Nonna Luigia, sono io! Sto cercando Paoletto, è importante!"
"Ah! Tu sei quello che si droga" disse infatti "e che vuoi da mio
nipote?"
"Ho solo bisogno di parlargli."
"Vattene! Lo sai quanto male gli hai fatto? Che altro vuoi?"
Avevo le lacrime agli occhi: come fare a convincerla delle mie buone
intenzioni?
Sapevo di essere poco credibile e la mia presunta lealtà non lo era
di più. Lei aveva tanti buoni motivi per avercela con me. L'unica speranza
era che Paoletto fosse là e sentendomi la convincesse a farmi salire.
"Ho bisogno di parlargli!" dissi alzando la voce, augurandomi che
Paoletto mi sentisse "Vuole che urli e gli dica tutto da qua sotto?"
"Vattene!"
"Mi faccia salire, posso spiegarle! Non mi drogo più da tanto tempo!"
gridai, incurante di chi potesse sentirmi.
Silenzio.
"Sono stato anch'io al campeggio. E adesso siamo tornati ad essere
amici."
"Lo so. Ti ho visto alla stazione, mentre tentavi di nasconderti. Se
avessi saputo che c'eri tu, non l'avrei mandato!"
"Mi faccia salire. Se Paoletto non c'è, non deve temere. Possiamo
parlare noi due? Devo dirle di Paoletto. Mi faccia spiegare. La prego,
nonna..."
"Sali!" disse infine, quando non me l'aspettavo più.
Dunque Paoletto non era là: non mi avrebbe mai ammesso nella sua
casa, se ci fosse stato lui. Perciò dov'era?
Cominciai a salire velocemente le scale, senza curarmi di dover
raggiungere uno dei piani più alti. Mi fermai a riprendere fiato, poi
continuai. Mi fece entrare.
"Allora?"
Non sapevo che dirle. Se dirle qualcosa. E comunque non avevo più il
fiato per proferire parola. Tutte quelle scale e poi la mia audacia che si
era trasformata in panico. La paura di avere perso per sempre Paoletto mi
assalì.
"Devo parlargli" riuscii a dire alla fine, con la voce strozzata
dall'affanno "oggi abbiamo litigato e lui... voglio spiegargli. Mi dica
dov'è. Devo parlargli e poi, se lo vuole, non mi vedrà più! Nessuno mi
vedrà mai più!"
"Paoletto è piccolo e tu lo devi lasciar perdere."
"Si lo so. Lo farò, ma prima devo vederlo. La prego. Devo
spiegargli..."
"Perché? Non ti basta essere sparito tre anni fa?" mi stava
assalendo.
Prima di rendermene conto avevo sollevato le mani, le braccia, e me
le ero portate davanti al viso, per proteggermi, non dagli schiaffi che
poteva darmi, ma da quello che mi stava dicendo. Dalla memoria orribile dei
quei momenti.
"Ti abbiamo cercato, sai? Dov'eri?"
Ma poteva anche colpirmi
"Dov'eri quando quel bambino piangeva?" insisté lei "Non ha mangiato
per giorni... ed io lo so che è stata colpa tua. Che gli hai fatto allora?
E che gli hai fatto oggi?"
Sicuramente la mia espressione l'impietosì, perché improvvisamente
cambiò tono:
"Lo sai che mi ha telefonato tua madre? Era preoccupata per te."
"Mia madre? Che ha detto?"
Ero sconcertato. Prima che uscissi ci eravamo guardati e lei doveva
avermi letto negli occhi tutta l'angoscia che mi opprimeva. Come aveva
potuto collegarla a Paoletto? Non avevamo scambiato neppure una
parola. Solo sguardi, ed erano bastati?
"Che ha detto?"
"Che forse avevi litigato con Paoletto ed era molto preoccupata per
te e per il mio ragazzo."
"Allora devo andare a rassicurarla..."
Ero completamente smarrito, il mondo mi stava crollando
attorno. L'equilibrio di mia madre era precario, le emozioni la prostravano
ed ero riuscito a darle uno scossone, facendola preoccupare per me. Con la
mia leggerezza avevo combinato un altro guaio. Mi ero lasciato trascinare
in un gioco che non avevo saputo condurre e per giunta ero praticamente
andato a chiedere aiuto a lei.
"Ho cercato di tranquillizzarla, le ho detto, se ti avesse visto, di
farti venire qua di corsa, che avrei messo tutto a posto. Tu ora chiamala,
dille che sei qua, che non si preoccupi."
Lo feci.
"Che hai deciso di fare da grande? Sempre che arrivi a crescere?"
Non capii subito il senso di quella domanda e mi sorprese la calma
con cui risposi: "Mi iscriverò a medicina, credo che andrò a studiare a
Vienna."
"Sarebbe bene che tu andassi il più lontano possibile!"
Voleva che mi staccassi da suo nipote. Era giusto così, che potevo
fare?
Eravamo in piedi, io appoggiato alla porta e lei ritta, davanti a me,
che mi fissava con gli stessi occhi di Paoletto, resi piccoli dall'ostilità
che provava nei miei confronti. Lei e Paoletto si assomigliavano molto, ma
non in quel momento.
"Vai a cercarlo" mi disse dopo un lungo silenzio, durante il quale mi
guardò, giudicandomi molto male "Ti dirò dov'è andato, perché ho pietà di
tua madre. E perché mio nipote ti vuole bene, nonostante tutto. E non so
come faccia. Ma se lo fai piangere un'altra volta" pareva volesse lanciarmi
una maledizione, ma non era così, si preparava a minacciarmi e da come mi
guardò seppi che sarebbe stata perfida e insensibile "se vedo Paoletto
piangere un'altra volta per colpa tua, farò in modo che tu debba pentirti
di non essere morto quando ti drogavi. Tu non sei degno di tuo padre. Non
meritavi d'avere un padre come quello ed ora non meriti l'amicizia e
l'amore di mio nipote!"
Ero scosso dai brividi. Non era paura per quella minaccia o di quello
che aveva detto su mio padre, perché lo pensavo anch'io.
Avevo paura, perché avevo capito che nonna Luigia sapeva tutto di
me. Di Paoletto, di noi.
"Lui mi ha detto una cosa" mormorò "che se è vera, non la capisco..."
era smarrita, il che era assolutamente inconsueto in lei "Mi ha detto che
siete omosessuali. Tu e lui. È vero?"
Che ne sapevo, se era vero? Ero sempre stato molto attento a non dare
neppure a me stesso risposte dirette ed ora una donna di settant'anni me lo
chiedeva apertamente e pretendeva di sapere, che le dessi una risposta. Ed
io dovevo dirle la verità o andarmene e rinunciare a Paoletto.
Se fosse stata mia nonna, che pure amavo tanto, sarei fuggito, ma
anche il tempo delle fughe pareva finito. E Paoletto mi aspettava. Ero
certo che mi stesse aspettando.
"Credo... credo che sia vero" balbettai "Per me, almeno, è come ha
detto lui."
Parve sgonfiarsi, il suo portamento eretto, la fierezza con la quale
mi aveva affrontato, svanirono e, per la prima volta, vidi in lei una donna
anziana. Notai i capelli bianchi, il collo rugoso, le mani macchiate di
efelidi. La vidi ingobbirsi sotto i miei occhi. Andò a sedersi sulla panca
che era nell'ingresso.
"Sei stato tu? L'hai convinto tu?" disse con un filo di voce.
Temevo che quella domanda arrivasse e non avevo pronta alcuna
risposta.
"Non lo so" dissi "ma ho fatto di tutto per non fargli del male. Mi
deve credere. Ho fatto tutto quello che potevo e non è servito a nulla."
"Anche lui dice così, che tu non c'entri. Ma io non gli credo. E poi
ha detto che è colpa sua se tu ti sei drogato."
"Davvero dice così?"
"Si, lui dice questo e io non ci credo. Lo fa per difenderti. E mi ha
detto altre cose che non volevo sentire, ma è mio nipote e io lo amo lo
stesso, non mi importa com'è."
"Davvero dice così? Dov'è adesso? Per favore!"
"È a casa di Giulio. Ma ricordati quello che ti ho detto! Se lo fai
piangere..."
E non era più una minaccia, ma un avvertimento affettuoso.
Non l'avrei fatto piangere. Mai più.
Paoletto ed io non avremmo potuto essere più diversi, non tanto
fisicamente, anche se lui era biondo e chiaro, io bruno e un po' scuro di
pelle, lui snello e con un'andatura dinoccolata, io più robusto, sempre
dritto e rigido quando cammino. Le differenze maggiori però erano nelle
nostre personalità che avevano caratteristiche opposte e solo qualche volta
complementari.
Io sono molto ordinato, lui era un pasticcione. Io sfuggo alle mie
responsabilità, lui le aveva sempre affrontate. Io dico spesso bugie, lui
mai, anche a costo di essere considerato maleducato.
Diceva la verità a tutti. Lo fece sempre. L'aveva fatto anche quel
giorno.
Arrivai trafelato sotto casa di Giulio, lasciai il motorino in un
angolo, con il rischio che me lo rubassero. Non ci badai.
Suonai il campanello e sentii che quasi immediatamente qualcuno si
mise in ascolto al citofono.
"Paoletto sono io. Aprimi!"
"Sali, Paoletto è qua!"
Anche quello era un palazzo molto alto e Giulio abitava l'attico.
Salii a rotta di collo, ignorando l'ascensore. Feci di corsa più di
dieci piani, prima che una tremenda stanchezza mi facesse cadere. Ero quasi
arrivato, ma le gambe mi vennero meno e scivolai al momento di attaccare
l'ultima rampa. Mi feci male alle dita e restai raggomitolato, come per
proteggermi. Tentai di controllare il mio respiro. Ero trafelato per la
corsa e intimidito da quello che stavo per fare.
Se lui era offeso in modo irreparabile. Se avevo travisato tutto o se
nonna Luigia aveva equivocato le parole del nipote. Se lui mi avesse
respinto e avesse riso di me. Se, ed era la peggiore di tutte le ipotesi
che mi avevano incalzato mentre correvo da una casa all'altra e salivo
precipitosamente quelle scale infinite, se Paoletto per amicizia avesse
dato quella spiegazione e avesse deciso di assecondarmi non per amore, ma
solo per non ferirmi. Tutti quei se mi stordivano, assieme all'ossigeno che
disperatamente cercavo di inalare. Cominciò a girarmi la testa. Me la presi
fra le mani. Mi girò tutto attorno.
Volevo fermare le scale, il soffitto, le luci che l'illuminavano e
che mi volteggiavano intorno.
Sentii una mano sulle spalle. Era Giulio. Capì subito cosa mi era
capitato.
"Sei salito a piedi. Ora calmati, cerca di controllare il respiro."
Anche lui era medico. Me lo ricordai e mi fece pensare a mio
padre. Un altro motivo per piangere.
Si sedette accanto a me sugli scalini.
"Mia madre l'ha mandato qua, perché quello che Paoletto le ha
rivelato è troppo complicato per lei. Voleva che lui lo spiegasse anche a
me. Ne abbiamo parlato... e ci siamo detti molte cose."
Eravamo imbarazzati. Non so chi di noi due lo fosse di più. Quel
giorno pareva che tutti dovessero sapere che ero omosessuale e non ero
ancora preparato a quella rivelazione. E lui era a disagio, perché forse
non aveva mai parlato ad un omosessuale cui voleva un po' di bene.
Non riuscii a spiccicare parola, stavo ansimando.
"È vero quello che dice Paoletto?"
"Credo di si!" dissi, ancora boccheggiando.
Se doveva essere la giornata delle rivelazioni, che lo fosse, ma fino
in fondo.
"Se è così, io... credo che voi due dobbiate spiegarvi, ma fatelo per
bene. E poi, se ne hai voglia, parlane anche con me. D'accordo?"
"Si, se vuoi..."
Mi aveva sempre trattato con affetto ed io provavo per lui gli stessi
sentimenti. Sapevo di potermi fidare. Aveva sempre fatto il meglio che
poteva per Paoletto e in quel momento, pensai che l'avrebbe fatto anche per
me.
"Ora te la senti di entrare?"
Gli dissi di si, ma avevo ancora l'affanno.
Mi aiutò ad alzarmi, mi mise un braccio sulle spalle e mi accompagnò
in casa.
"Vai. Lui è di là!"
Fece cenno ad una camera che sapevo era il suo studio. Mi accarezzò
sulla spalla, poi lo sentii andarsene, chiudere la porta dietro di
sé. Rimasi da solo con Paoletto.
Arrivai davanti alla porta e rimasi bloccato, senza potermi muovere.
Quella era la fine del viaggio, di quasi tutto il mondo in cui avevo
vissuto, se ne avevo uno, se avevo vissuto davvero, se vita poteva essere
stata la mia, fino a quel giorno. In ogni caso, tutto sarebbe accaduto
entro pochi minuti. Avrei saputo e si sarebbe deciso di me.
Avevo troppo sofferto per non essere spaventato. Mi tremavano le
gambe, avanzai trascinandole.
Lui era alla finestra e guardava fuori.
"Mi vedi?" disse piano, senza girarsi, quando capì che ero sulla
soglia.
Non gli risposi. Non capii, perché me lo chiedesse, ma sentivo che
era risentito.
"Mi vedi?" ripeté con una voce calma che mi spaventò di più.
Si voltò a fissarmi ed io abbassai gli occhi.
"Paoletto..." mormorai.
"Non dire stronzate e guardami!"
Li alzai e ci fissammo. Il suo sguardo era risoluto, il mio non lo
so.
"Mi vedi? Sono qua, davanti a te e aspetto! È arrivato il momento di
dirmelo" parlava con una voce piana, che pareva distaccata, indifferente,
ma era così per la tensione che provava "Se tu l'avessi fatto tre anni fa,
ti avrei dato la stessa risposta che ti darò fra un poco, se ti deciderai a
parlare. È da quando ti ho visto la prima volta che mi sono innamorato di
te, stronzo, stronzo, stronzo che non sei altro! E tu non l'hai capito!"
Per il tono esasperato la voce era tornata acuta, proprio com'era
solo tre anni prima. Mi appoggiai alla porta, sopraffatto da quelle parole,
da quei suoni.
"Tutte le volte che hai tentato di toccarmi" continuò "tutte le volte
che sei arrivato vicino a parlarmi, a dirmi quello che davvero provavi per
me, credevo d'impazzire dalla felicità. Tu, invece, ti bloccavi, diventavi
strano. Quando sei sparito, sono arrivato a sbattere la testa contro la
spalliera del letto, per vedere se mi faceva più male di quanto ne provavo,
perché credevo che non t'avrei più rivisto.
"Poi, col tempo, ho capito che avevi avuto paura. Adesso lo so. Ho
capito che è stata la paura a farti scappare. Anche ora vorresti fuggire,
ma sarebbe l'ultima volta che lo fai. Per noi non ci saranno altre
occasioni!"
Si voltò.
"Sai qual è stato il tuo unico atto di coraggio?" disse,
accalorandosi "Lo sai qual è stato?" gridò "Andartene, sparire! E sai come
ci sei riuscito? Sai perché l'hai fatto? Te ne sei andato, perché eri
preoccupato solo di te stesso. Fregandotene di me che ti piangevo dietro,
scendendo da quella maledetta montagna" gridò "Tu mi hai abbandonato là
sopra, perché hai avuto paura di perdere quello che possedevi, quello che
eri! E sai che cosa mi sono chiesto in ogni momento in questi tre anni? Lo
vuoi sapere? Lo vuoi sapere?" ripeté.
"Si..." mormorai io scioccamente.
"Mi sono chiesto come ho fatto ad innamorarmi di te!" gridò disperato
"Come sono stato stronzo!"
Si voltò un'altra volta a guardare fuori dalla finestra. Sapevo che
di là si scorgeva un panorama meraviglioso. In quel momento, mentre
attendevo che parlasse ancora, perché ora sapevo che mi amava. Mentre
aspettavo, che mi perdonasse, perché sapevo che l'avrebbe fatto, vidi con i
suoi occhi il tramonto che aveva davanti. Il cielo e il mare rossi di
fuoco. Le prime luci che si accendevano sulla montagna e sotto il mare, il
porto, le navi.
So cosa vide e forse furono quei colori a rendermi intatto il suo
amore, perché lui decise di scordare tutto il male che gli avevo fatto.
Sapeva tutto e meglio di me e mi aveva appena rivelato anche quello
che io stesso mi rifiutavo di accettare.
"Stammi a sentire" disse quando si fu un po' calmato "Senti e capisci
bene quello che devi fare: io lo voglio sapere, voglio che tu me lo
dica. Se mi ami, dillo ora oppure vattene molto lontano. E soprattutto fai
in modo che non ti veda mai più!"
E andò a sedersi allo sgabello che era davanti al pianoforte, con le
braccia abbandonate lungo il corpo, le mani aperte. Forse stava per
piangere e io avevo le lacrime agli occhi. Ora che l'aveva detto, era
svuotato dalla fatica che aveva fatto. Come se per dire quelle parole
avesse dato fondo ad ogni sua energia. E così era stato.
Toccava a me ora, se ne avessi trovato la forza.
Scoprire a diciotto anni di averne vissuti tre molto male e di aver
sofferto inutilmente, mi aveva sconvolto. Pensai ai miei genitori, ai miei
nonni che non avevo voluto più rivedere, a mio zio che amavo, a qualche
amico che avevo abbandonato e cui era importato qualcosa di me. Avevano
patito per il mio comportamento ed era stato tutto inutile, perché avevo
sbagliato a giudicare Paoletto. Nella mia incoscienza, immaturità, egoismo,
presunzione, mi ero addossato colpe che non avevo. E mi ero dato il compito
di punirmi e di redimere me stesso. Anche di salvare Paoletto da una
malattia che non aveva, che non era tale, perché era soltanto innamorato e
l'amore non è mai un vizio. Perché lo capivo solo allora e a quel prezzo?
Mi sentivo stordito. Mi coprii gli occhi con le mani per non vedere,
poi cercai di coprirmi le orecchie, perché ero frastornato. Mi pareva di
ascoltare tutte insieme le voci di chi avevo deluso. Cominciai a piangere.
In quel baccano immaginario, ingannevole, distinsi la voce dolce e
ferma di Paoletto:
"Non piangere. Non disperarti, non farti ancora del male. Voglio
soltanto una risposta. È tanto che sto aspettando!"
"Certo che ti amo!" gridai spazientito, fra le lacrime.
Cercai di calmarmi, di tornare a respirare normalmente.
E volevo sentirglielo dire, volevo che lui me lo dicesse ancora.
"E tu mi ami?"
"Si, sempre!"
"Da quando?"
"Te lo ricordi Mozart? La marcia turca?"
"Si...?"
"Quel giorno c'è stato il mio imprinting. Ti ricordi?"
"Si!"
"In tutti i sensi... davvero!"
Stentavo a connettere i pensieri, a separare le sensazioni dalle
emozioni che mi sconvolgevano, ma lo vidi arrossire. Lo capii da un
movimento della testa, più che vederlo.
"È stato proprio così" era tornato alla sua voce dolce ed aspra,
affettuosa, di adolescente "All'inizio non avevo capito, ma ci misi
poco. Per me diventasti la persona più importante del mondo e lo sei
rimasto, sempre. Prima ti volevo bene, come se tu fossi il mio angelo
custode, poi, a poco a poco, diventasti molto di più e poi tutto quello che
potevo immaginare!"
Ciò che mi aveva appena detto l'avevo ben capito e racchiuso nel
cuore, nessuno me ne avrebbe più privato. Mi amava e io l'amavo: non
sapendo abbastanza della vita, credetti di poterla giocare e mi convinsi
che quello che ci eravamo confessati fosse eterno.
La vita ha poi avuto modo di mostrarmi quanto mi sbagliassi.
Eravamo spossati. Nello studio, in penombra, perché s'era fatto quasi
buio. Nessuno dei due aveva la forza di muoversi, di avvicinarsi.
Poi lo facemmo insieme, per abbracciarci stretti.
Non ci furono parole, né altri gesti. Solo quell'abbraccio, serrato,
forte, tanto da impedirci di respirare. E fu solo quel disagio a farci
sciogliere. Stemmo uno di fronte all'altro, le mani nelle mani a guardarci,
accarezzandoci con gli occhi. Timorosi di allontanarci anche un solo
centimetro, quasi temendo di perderci un'altra volta.
"Andiamo?" mormorò dopo un tempo che non seppi misurare e si avviò
verso la porta, tenendomi per mano "Zio Giulio capirà. Ne abbiamo parlato
prima e mi ha convinto ad aspettarti qua. Lui sapeva che saresti venuto."
Quando fummo di sotto salimmo sul motorino e mi avviai.
Mi stringeva da dietro e lo sentivo aderire a me. Il suo respiro
divenne il mio. La stretta si fece più forte e sentii che piangeva. Cercai
di voltarmi, ma lui mi tranquillizzò.
"Non è niente, non preoccuparti. È che sono contento!"
Con le sue lacrime mi bagnò il collo e la camicia. Tenne gli occhi
chiusi, schiacciati contro la mia nuca e pianse. Continuai a girare per la
città senza una meta, anche dopo che si fu calmato. Poi la sua stretta si
fece più delicata e le sue mani mi accarezzarono i fianchi. Capii che stava
sorridendo e poi ridendo.
"E se ti facessi il solletico?"
"Cadremmo e finiremmo in ospedale!"
"Credi che ci metterebbero in due letti vicini?"
Continuai a guidare con Paoletto che mi abbracciava ed era tutto
quello che desideravo. Per la prima volta mi abbracciava davvero, con un
sentimento che comprendevamo e condividevamo, anche se avevamo appena
scoperto di amarci da anni.
Ero ancora frastornato da quella rivelazione. Desideravo che lui mi
spiegasse molte cose ed io avevo tanto da raccontargli. Avevo fretta di
sapere e che lui sapesse di me, ma continuai a girare. Sentivo il suo
respiro. Stava con il mento appoggiato sulla mia spalla ed ero certo che
per la maggior parte del tempo aveva tenuto gli occhi chiusi. Dopo che si
era calmato ed avevamo scherzato un po', non aveva più parlato.
Improvvisamente mi preoccupai che fosse pensieroso, in ansia per
quello che era accaduto o per qualunque altro motivo.
"Sei stanco?"
Mi sussurrò un no nell'orecchio, facendomi un po' di solletico.
"Ci fermiamo? Ti va?"
"Si!"
Tornai verso il nostro quartiere. Arrivai a casa.
La mia famiglia ha sempre abitato in un villa, circondata da un
giardino che d'estate si riempie di profumi. Ci sono alberi di agrumi,
piante di gelsomino e cespugli di caprifoglio. La casa e il muro di cinta
sono coperti di rampicanti e buganvillee centenarie. Ovunque l'aria è
impregnata dell'odore dei fiori.
Lo lasciai per un momento in giardino e andai ad avvisare mia madre
del nostro rientro, poi tornai dal mio amore. Andammo a sederci su una
panchina addossata al muro di cinta, sepolta da una buganvillea, nascosta
alla casa da un grande albero di prugne. I rumori della strada ci
arrivavano filtrati dai rami della pianta che è davvero enorme. Protesse il
nostro amore e la nostra intimità.
Avevamo molto da dirci, ma invece di raccontare, spiegare l'uno
all'altro, ci sedemmo a guardarci. Poi gli presi le mani. Mi avvicinai a
sfiorargli le labbra con un bacio.
"Tua madre?"
"Non viene mai in giardino. Le ho chiesto di avvisare tua nonna che
siamo qua. Perché non si preoccupi."
Si avvicinò di più a me. Mi appoggiò il capo sulla spalla e chiuse
gli occhi. Credo che l'abbia fatto, solo perché era ormai buio e proprio
nessuno poteva vederci. Le luci della casa non arrivavano ad illuminare
quell'angolo. Capii che aveva chiuso gli occhi, quando il suo respiro si
fece regolare, come se dormisse. Furono la quiete del posto e la serenità
di quel momento a calmarlo di tutte le ansie e i pensieri che aveva vissuto
quel giorno ed anche prima, fino a molto lontano. Lo cinsi con un braccio e
chiusi anch'io gli occhi. Mi lasciai scivolare in quella specie di
assopimento, di quiete raggiunta.
Sarebbe venuto il tempo delle parole, delle spiegazioni. Avremmo
parlato, perché per essere una persona sola, come volevo che fosse,
dovevamo sapere tutto ed annullarci nell'altro. In quel momento però ogni
parola era inutile, ogni azione superflua. Ci facemmo ancora più vicini e i
nostri respiri furono un unico soffio, un corpo si adattò a sostenere
l'altro, ad esserne parte.
Non so quanto tempo trascorremmo così, ma di quella notte ricordo
l'odore dei gelsomini e dei caprifogli che ci inebriò, fino a stordirci. E
la brezza che saliva dal mare, poco lontano. Furono gli odori di quella
estate di sogno.
"Ti amo, Roby."
L'avevo sognato ed accadeva. Mi amava: non era un'allucinazione,
stavo vivendo davvero quei momenti. Fu allora che mi staccai da me per
vedermi abbracciato a lui. Stringerlo per dirgli che l'avevo sentito e che
anch'io l'amavo.
"Sei il mio amore. Lo sei sempre stato. Non so come ho fatto a
resistere dal venire a cercarti per drogarmi con te e fare tutto quello che
facevi tu. Provare le stesse cose e poi trascinarti via. Farti tornare con
me."
Sentirglielo dire mi spaventò, ma capii che era stato solo un
proposito ed ora erano parole d'amore. Lo vidi parlarmi con gli occhi
chiusi, in un soffio. Quelle frasi non mi giungevano attraverso le
orecchie, perché lui quasi non emetteva suoni, ma erano già dentro di me
nel momento in cui le pensava.
"E quando tuo padre è stato male... volevo venire, ma non ne ho avuto
il coraggio. Perdonami. Avevi bisogno d'aiuto, non è vero?
"Poi ho pensato che avrei aspettato l'estate, la fine della scuola e
sarei venuto a dirti tutto. Che avevo capito. Ti avrei affrontato. Avrei
detto che ti amavo. E poi tu avresti deciso per noi due."
L'accarezzai. Non riuscivo a pensare. Avrei voluto dirgli molte cose,
ma le parole che mi venivano alla mente erano sconnesse,
disarticolate. Sapevo che se ne avessi pronunciato anche una sola sarei
scoppiato in lacrime e non avevo più voglia di piangere. O forse non avevo
più lacrime. Oppure infine credevo, a torto, che non ne avrei avuto più
bisogno. In quei momenti ricordo di aver articolato un solo pensiero
compiuto, che non sarei mai riuscito a far l'amore in una macchina. E poi
Paoletto, il suo capo su di me, pensavo a lui che profumava di borotalco e
innocenza. Pensai a Marco e al suo regalo, un regalo d'amore. Anche lui mi
aveva amato davvero. Non l'ho mai ringraziato.
La buganvillea fu scossa dal vento. Era il mare. Sentii il rumore
delle onde. Si stava alzando il maestrale. Mio padre conosceva i
venti. Aveva promesso e mai mantenuto di insegnarmi ad andare in barca a
vela. Ma era stato per colpa mia. Un giorno d'estate, di quella estate
lontana, l'ultima che aveva trascorso prima di ammalarsi, me l'aveva
proposto. Un po' a denti stretti, spinto da mia madre. Ed io avevo
rifiutato, arrivando a deriderlo. Gli avevo gridato che era troppo
tardi. Che mi desse i suoi maledetti soldi perché volevo andarmene ad
Amsterdam.
"Stiamo insieme?" mi sussurrò.
Me n'ero andato un'altra volta lontano con i pensieri, fui felice di
svegliarmi e scoprire che avevo appena avuto un incubo e che ora la realtà
era il sogno.
Alzò il capo e mi fissò. Per essere certo che lo capissi:
"Siamo fidanzati, Roby?"
"Si. Penso che sia così."
"Vuoi davvero essere il mio fidanzato? Sei sicuro?"
"Si. Mi sembra di sognare."
"Allora è vero che mi ami?"
"Si. Ma tu lo sai che sono stato all'inferno?"
"Ed è stato per colpa mia."
Gli sfiorai la bocca perché non parlasse.
"Non è stata tua o mia."
"Mi racconterai?"
"Ti dirò tutto quello che vorrai ascoltare!"
"Perché? Ci sono cose che non vorresti dirmi?"
"Cose che forse non vorrai sentire."
"Quali per esempio?"
"Ho fatto... alcune mie azioni non sono belle da raccontare."
"Quali?"
"Sono cose difficili da dire!"
"Voglio sentirle lo stesso, ma non ora."
Il suo sguardo si fece pensieroso: "Anch'io devo dirti una cosa
difficile. È importante. E devo dirtela subito: avrai pazienza con me?"
Vide che non capivo.
"Devo imparare... mi devi insegnare, perché io non so nulla di quelle
cose che si fanno... quando si è fidanzati. E oggi mi hai fatto paura!
Quando mi hai afferrato, io... poi sono scappato per la vergogna."
Finalmente capii e la sua completa innocenza finì per
commuovermi. Due lacrime mi sfuggirono. Quanto eravamo diversi: io sapevo
il peggio di tutto e lui nulla, nulla in assoluto.
"Ti prego, non piangere!"
"Piango perché sono emozionato. Perché tu mi sorprendi sempre. E sono
felice. Ma oggi mi sono comportato da stupido e ti ho fatto male."
"No! Non mi hai fatto male. Ma ho avuto paura che tu volessi farmi
delle cose che io non capivo."
"Non succederà mai più!"
"Me lo prometti?"
"Si!"
"E avrai pazienza?"
"Faremo sempre come vorrai tu. Solo quello che vorrai!"
"Ma io non so quello che voglio."
"Scommettiamo che fra un momento lo saprai?"
Gli presi la mano e gliela baciai. Le mie labbra erano umide, il mio
bacio fu tenero e lui immediatamente capì quello che intendevo, perché mi
strinse nel suo abbraccio e cercò la mia bocca per baciarmi. Quando ci
staccammo, dopo un tempo che non ricordo, ma che fu lungo, furono i suoi
occhi a provarmi che aveva capito.
Allora mi alzai e l'attirai a me. Ci baciammo, ma i nostri corpi non
arrivarono a sfiorarsi, solo le labbra si congiunsero. Non era ancora il
momento.
Per quella sera fu tutto: eravamo castamente fidanzati, ma cosa
fossimo esattamente non lo sapevamo. In quegli anni due uomini, due ragazzi
come noi, non potevano promettersi nulla che non fosse la propria fedeltà e
noi lo facemmo, promettendoci amore per tutta la vita.
"È così che ci si bacia?"
"Ci sono altri modi."
"E tu che ne sai?"
"Sei geloso?"
"Non te lo ricordi più?" chiese con aria di sfida.
Lui era così. E l'amavo per questo.
Rividi, in una luce completamente nuova, gli anni trascorsi
insieme. Riconobbi le scenate di gelosia che il mio innamorato mi aveva
fatto. I suoi musi lunghi, i dispetti che avevo scambiato per capricci. Mi
aveva sempre amato ed era stato terribilmente geloso di me, finché non
l'avevo abbandonato. E la sua sofferenza doveva essere stata superiore alla
mia, perché aveva subito capito di esserne egli stesso la causa.
"È perché mi ami?" dissi.
"Credo di si."
L'accompagnai a casa. S'era fatto tardi. Promettemmo di rivederci al
mattino. Non voleva lasciarmi andare. Mi prese la mano.
"Siamo fidanzati... ma non è troppo presto per noi, non siamo
piccoli!" tentava di tranquillizzarmi, perché sapeva che ero già
preoccupato "Non pensarlo neppure. Pensa che doveva accadere già tre anni
fa. Forse sono stati tre anni sprecati. Lo sai?"
Allora non immaginavo neppure quanto fosse vero.
L'accarezzai. Non c'era nessuno per strada. Ci abbracciammo ancora.
"A domani."
"Dormirai?" chiese.
"Non credo!"
"Io si, invece! Sono stanco morto!"
La tua innocenza ti aiuterà a dormire, amore mio, ma io veglierò,
perché devo pensare.
Era la sera del tredici agosto 1978. Avevo diciotto anni, tre mesi,
giorni, e qualche ora, essendo nato poco dopo le dodici del primo di maggio
del 1960, stesso giorno e mese di mia madre e di mia nonna. Strana
combinazione.
Paoletto era di tre anni e dieci giorni più giovane di me, essendo
nato il 10 di maggio del 1963. L'amavo tanto.
La mia vita, le nostre vite cambiarono.
lennybruce55@gmail.com