Date: Mon, 3 Jan 2011 12:39:17 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Il patto
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.
Il patto
Cap. 1
Cominciò perché fuori pioveva.
Era la fine di novembre, di sabato pomeriggio e quattro ragazzi
decisero di giocare a monopoli. Cominciarono con i gettoni, senza
interessarsi troppo a chi vinceva.
Erano da Simone e la casa era tutta loro. Se non fosse piovuto,
avrebbero trascorso il pomeriggio, almeno le ore di luce al campo di
calcio, ma era appunto novembre e veniva giù tanta acqua.
Dopo un po' il gioco cominciò a languire. Francesco cominciò a
distrarsi, Enzo si alzò per andare in cucina a bere. Era davvero troppo per
la già poca pazienza che Christian aveva verso i suoi amici di sempre.
"Mi sto rompendo le palle!"
"Quali?" chiese Francesco dall'altra stanza.
"Cambiamo gioco?" buttò là Christian senza badargli e ben sapendo che
nessuno sarebbe suggerito qualcosa.
"Ma che facciamo?" chiesero, infatti, gli altri tre, quasi insieme,
anche se con intonazioni diverse, perché le loro voci che erano cambiate
piuttosto di recente e non tutte allo stesso modo.
Già, che fare? La casa di Simone era un ottimo posto dove stare,
perché non c'erano mai genitori in giro, ma era piuttosto scarso quanto a
giochi e possibilità di divertimento.
E così quel giorno Christian ebbe l'idea, spinto dal bisogno di
distrarre la compagnia di amici ed anche da un'esigenza, meno nobile, ma
assai più sentita.
"Giochiamo a strip monopoli?"
"Eh?" e fu un altro coro a più voci.
"Si... dai giochiamo a... spogliarci" e spiegò ai suoi allibiti
compagni "adesso ricominciamo il gioco, partendo tutti con la stessa
quantità di gettoni, ma ne avremo meno che se stessimo giocando
normalmente. Poi, quando finiscono i soldi, ci vendiamo i vestiti. Prima
però stabiliamo pure quanto valgono. Per esempio i calzini 10.000 lire, i
pantaloni 100.000 lire. Che ne dite?"
Gli altri erano incuriositi. Riuscire ad interessarli era la sua
qualità ed ora aspettavano con avidità che desse gli altri particolari
dell'idea che aveva avuto, perciò fece una pausa ad effetto e poi li
accontentò, dando le quotazioni di ciascun capo di abbigliamento.
"E come finisce?" chiese Simone, tredici anni e mezzo, il più piccolo
dei quattro, con la faccia già in fiamme come per un anticipo di vergogna
ed eccitazione, già immaginando, con una certa bramosia, quale poteva
essere la conclusione del gioco.
"E se uno si ritira?" chiese invece Enzo, più prudente.
"Non ci si può ritirare! Questo è il patto!" buttò là Christian,
sperando nell'eccitazione e nel cronico e inappagato desiderio dei suoi
amici, oltre che suo. Erano tutti sempre arrapati. Lo sapeva per certo,
anche se nessuno ne aveva mai fatto cenno apertamente.
"E perché non ci si può ritirare? Che significa che è un patto?"
"Significa che adesso noi prendiamo un impegno solenne. Giuriamo che
incominciamo a giocare, non potremo dire `non gioco più'! Se si incomincia
si deve finire, qualunque sia la fine!" spiegò Christian ad un allibito
Enzo e agli altri due molto più interessati.
"E come finisce?" chiese Simone, sempre più eccitato.
"Finisce quando uno non ha più niente da vendere!"
"E cioè?"
"Che stai con il culetto di fuori, coglione!" Francesco stigmatizzò
così l'ingenuità di Simone.
"E con l'uccello pure?" chiese quello, sempre più rosso e speranzoso.
"Si, se ti vendi le mutande. Allora? Siamo tutti d'accordo?" incalzò
Christian, guardandoli a uno a uno.
Li fissò, valutando chi fosse suo alleato e chi gli potesse
resistere. Francesco era certamente disponibile, Simone pure. Enzo era in
difficoltà.
"Dai, facciamo questo patto, ma deve essere un giuramento vero!"
sentenziò Francesco.
"Si, si, anch'io!" si accodò Simone, toccandosi l'uccello già duro.
Enzo non parlava. Anche lui ce l'aveva così duro, che gli faceva
male, ma si vergognava terribilmente all'idea che qualcuno gli vedesse
l'uccello. Figuriamoci poi in quelle condizioni.
"Io me ne vado" disse risoluto e quasi con le lacrime agli occhi.
"No! E perché?" fecero più o meno tutti, davvero dispiaciuti.
Loro erano quattro e sempre quattro, qualunque cosa accadesse.
"Non mi piacciono questi giochi" si giustificò Enzo, o almeno ci
provò "sono cose da ragazzini... o da finocchi" aggiunse.
"Ha parlato l'uomo cresciuto..." lo prese in giro Simone.
"Ma se ce l'hai duro!" l'incalzò Christian, senza pietà, puntando il
dito verso la patta di Enzo sotto cui era cresciuta una protuberanza, che
prima non c'era.
"È vero, ce l'ha duro..." convenne Simone, sportosi a guardare.
"E rimani, dai... dobbiamo solo giocare. Facciamo solo un po' di
casino" cercò di persuaderlo Francesco, toccandosi anche lui, senza più
troppa vergogna.
"E poi non è detto che ti spoglierai completamente" tentò di
blandirlo Christian "Il gioco finisce quando il primo resta nudo. Potresti
non essere tu!"
Sempre più incerto e arrapato, Enzo si risedette.
"Dai, Christian, facciamo questo giuramento!" disse Simone, ansioso
di cominciare.
"È un patto!"
"Facciamo il patto!"
"Nessuno lascerà questa stanza, se non con l'accordo degli altri tre!
Enzo?"
"Si... si va bene!"
"Simone?"
"Si, si, cazzo! Facciamolo!"
"Francesco?"
"Sono d'accordo!"
"E tu?" gli chiese allora Enzo.
"Ma sei scemo? Io ci sto. Sei contento?"
Si misero subito a giocare. Come d'accordo si divisero poche fiche,
per poter passare in fretta alla parte più interessante del gioco che era
quella in cui si sarebbero venduti i vestiti. Stabilirono anche il valore
di ciascun indumento e quindi cominciarono.
Per fortuna la casa di Simone era ben riscaldata, perché proprio Enzo
e lo stesso Simone si ritrovarono, dopo pochi giri, con indosso solo la
maglietta e gli slip.
Erano tutti eccitati, ma per i due senza pantaloni la cosa era più
evidente. Lo era soprattutto per Enzo che cercava in tutti i modi di
nascondere il proprio imbarazzo sotto il tavolo. Quando si era sfilato i
pantaloni, si era alzato e l'aveva fatto davanti a tutti e allora s'era
visto che ce l'aveva duro e soprattutto molto grosso.
Lui era convinto di averlo mostruosamente grande, tanto da
vergognarsene, con la certezza, ingenua, che fosse un difetto.
Quando poi, tirando i dadi, finì in Viale dei Giardini, gli parve di
morire. La maglietta valeva 100.000 lire, le mutande 200.000, il pedaggio
da pagare era di 150.000 e lui ne aveva solo 20.000 che erano il residuo
della vendita dei pantaloni.
"Se mi vendo la maglietta" disse con un filo di voce "mi mancano
sempre 30.000 lire..." e si guardò intorno, quasi per chiedere un prestito
che certamente non avrebbe avuto.
"Se gli altri sono d'accordo, per 30.000 lire ti puoi abbassare le
mutande solo per dieci secondi" disse Simone, insensibile alle pene
dell'amico e quasi al culmine dell'eccitazione. Lui aveva ormai un solo
desiderio, vedere quello che aveva atteso per tutto quel tempo e cioè un
bel cazzo duro.
"Per favore" li pregò Enzo con un filo di voce.
"Vabbè, abbassatele solo da dietro..." concesse Christian.
"Però le lasci abbassate. E quando le tiri giù ci fai vedere bene
come fai!" rincarò Francesco.
Enzo, con la faccia rossa di vergogna e tirando un sospiro di
sollievo per il pericolo non scampato, ma almeno rinviato, si tolse la
maglietta e poi si diede da fare per pagare le altre 30.000 lire. S'alzò,
piegandosi tutto per nascondere l'uccello che ormai stava per uscirgli
dalle mutande. Si voltò più velocemente che poté, poi, infilate due dita
sotto l'elastico degli slip, li abbassò mettendo in mostra il bel culetto
tondo. Girandosi un'altra volta e sempre velocemente, tornò a sedersi.
Portava i capelli castani lunghi fin sul collo e in contrasto aveva
due begli occhi verdi. Ma in quel momento li teneva bassi per quello che
gli stava accadendo. Ce l'aveva duro e lì c'erano i suoi amici. E per di
più aveva appena mostrato a tutti il culetto che adesso aveva scoperto.
Era dall'anno prima che viveva nella certezza che gli fosse cresciuto
un mostro lungo, grosso, curvato verso l'alto, con una specie di scudo di
pelle a coprirlo. Quando gli s'induriva, sembrava un randello non un cazzo,
come quelli che aveva osservato di nascosto.
Prima di tutto quello di Christian che era il suo modello in tutto e
anche per il cazzo. Christian ce l'aveva dritto, lungo e sottile. E poi,
tutti quelli che era riuscito a osservare di nascosto erano più piccoli del
suo e soprattutto gli sembravano normali. Uccelli duri non ne aveva mai
visti, a parte il suo, ma era certo che non potessero mai diventare così
grossi e mostruosi.
E fra un po' l'avrebbero visto tutti. Grosso, duro, gonfio, orribile
e nodoso.
Si mosse a disagio, aggiustandosi sulla sedia, il cui ripiano era
rivestito di pelle che gli stava facendo sudare il culetto nudo. Aspettava
che toccasse ancora a lui di tirare i dadi. Poi avvenne quasi un miracolo,
perché Simone, che lo seguiva nel turno ed era a poche caselle dietro di
lui, finì in Parco della Vittoria e dovette pagare 200.000 lire. Le ottenne
vendendo completamente la maglietta e contrattando di abbassarsi le mutande
per trenta secondi, in modo che tutti potessero guardarlo bene, davanti e
da dietro.
Simone era proprio bello, dalla cima dei capelli alla punta dei
piedi. Passando per gli occhi blu che gli brillavano sulla faccia, ai
capelli biondo scuro che portava a spazzola. Aveva un bel corpo, era alto e
atletico. Guardandolo, Enzo non poté fare a meno di notare che l'uccello di
Simone era molto più piccolo del suo, ma bello, liscio, dritto, con la
punta rosea che faceva capolino, discreta, sotto la pelle. E, grazie a dio,
ce l'aveva duro anche lui.
A quel punto Simone aveva ancora le mutande che valevano solo 100.000
lire, mentre le sue, che teneva abbassate da dietro, equivalevano a 170.000
lire. Doveva però tirare i dadi un'altra volta, prima di poter sperare in
una nuova sfortuna del compagno.
Christian e Francesco erano ancora completamente vestiti e avevano
vinto anche tutti gli indumenti degli altri due.
A poter scegliere, Enzo avrebbe voluto vedere tutto nudo Christian,
ma per il momento anche Simone gli andava bene. Mentre pensava questo,
Christian tirò i dadi e pagò 20.000 lire. Francesco non pagò a nessuno
superando indenne il turno.
Era da un po' che Enzo tremava. Non per il freddo, ma per la paura e
l'eccitazione. Tirando i dadi finì sulla casella degli imprevisti, ma gli
andò bene ed ebbe l'opportunità di saltare il turno.
Toccò un'altra volta a Simone e non gli andò bene, perché dovette
pagare 60.000 lire. Guardò Christian, aspettando che gli dicesse cosa
fare. Aveva addosso le mutande, che valevano solo 100.000 lire.
"Se le toglie e poi se le mette sull'uccello" propose Francesco e gli
altri furono d'accordo "tanto valgono soltanto 40.000 lire!"
Simone eseguì subito, mostrando un'altra volta il suo corpo nudo, con
il cazzo duro e diritto che gli spuntava davanti. Si risedette
ridacchiando, poi si coprì alla meglio con gli slip appallottolati,
legandoseli all'asta rigida.
Enzo tremava. Guardò ancora Christian e Francesco passare indenni tra
le caselle.
Fra un momento era certo che sarebbe toccato a lui di restare
nudo. Guardando il percorso si rese conto che con quasi tutte le possibili
combinazioni dei dadi gli sarebbe toccato di pagare quello che certamente
non aveva. E questo avrebbe voluto dire la fine del gioco. Insomma,
abbassarsi le mutande.
Fosse stato anche solo per un secondo, sarebbe bastato a sputtanarlo.
Stava per piangere.
Toccò a lui e, come temeva, dovette pagare. A quel punto poco
importava quanto.
Prima che qualcuno l'obbligasse a fare la cosa che più paventava,
decise di essere eroico. S'alzò, sempre nascondendosi contro l'orlo del
tavolo:
"Ho dirvi una cosa" disse con una voce troppo alta, per la tensione
che provava "io devo dirvi che... io adesso devo pagare" si fece coraggio
"e non ho i soldi e voi mi chiederete di abbassarmi le mutande"
s'interruppe a cercare le parole "Voi siete miei amici, perciò guardate..."
E finalmente se le abbassò di sua volontà, prima che qualcuno glielo
chiedesse, mostrando a tutti quella che credeva fosse la sua vergogna.
In effetti, i tre ragazzi restarono senza fiato, ma per
l'ammirazione.
I loro uccelli non superavano i quindici e quello invece era molto
più lungo, forse venti centimetri ed era molto più grosso. E aveva la pelle
tutta attorno alla cappella che lo faceva sembrare ancora più imponente.
"Cazzo..." bisbigliò Francesco.
"Quanto è... lungo?" volle sapere Simone, ingoiando saliva a vuoto.
"Io dico almeno venti centimetri..." rispose a bassa voce Christian,
sempre pronto a risolvere i problemi pratici dei suoi compagni.
"E... non vi fa schifo?" chiese Enzo, incredulo.
"Schifo? È l'uccello più grosso che abbiamo mai visto. Non è vero?"
"Si..." convenne Christian.
"É troppo grosso, no?" insistette Enzo, incredulo.
Francesco era come ipnotizzato. Gli sedeva alla destra e allungò la
mano fino a sfiorare con le dita quell'uccello incredibile. Quando si rese
conto che con la mano riusciva a stento a coprirgli la cappella, quasi si
strozzò, ingoiando saliva.
"È... come è duro!" disse, parlando a stento.
Anche Simone non si trattenne più e saltò in piedi. Gli slip che
teneva appesi al cazzo dritto scivolarono per terra. Allungò pure lui la
mano che affiancò a quella di Francesco, perché sull'asta c'era spazio a
sufficienza per tutte e due le mani.
Fu Christian a superare per primo il turbamento:
"Adesso che lo sappiamo, ti guarderemo tutti con più rispetto, Enzo!"
disse serio.
E gli altri sorrisero e poi risero. Soprattutto Enzo che scoppiò in
una risata liberatoria.
Francesco gli si fece vicino e glielo riprese in mano:
"Ma... l'hai mai pesato?" chiese.
"Dai pesiamolo. Pesiamoli tutti" buttò là Christian e Simone, nudo e
con il cazzo ballonzolante fu mandato in cucina a prendere la bilancia.
Nel frattempo anche Christian e Francesco avevano tirato fuori gli
uccelli e se li stavano confrontando, tenendosi lontani da Enzo che era il
vincitore incontrastato della gara.
Arrivata la bilancia non fu semplice fare le pesate, ma il cazzo di
Enzo risultò essere quasi il triplo degli altri, perciò i ragazzi seppero
che il loro amico da solo valeva quanto loro tre messi insieme e questo li
colpì moltissimo.
Si rivestirono in silenzio, perché per quel giorno avevano fatto già
troppi passi avanti. Un pensiero corse tra tutti, ma ci pensò Christian,
come sempre, a parlare:
"Il nostro patto deve rimanere."
"E come?"
"Dobbiamo giocare ancora a strip monopoli."
Furono tutti d'accordo.
"E il premio finale" proseguì Christian "sarà un altro: chi vince
avrà diritto..." creò la solita attesa "a farsi fare una sega dagli altri!"
"Come?"
"Perché?"
Scattarono tutti, fra il sorpreso e l'inorridito, ma l'eccitazione
che avevano ancora dentro e che avrebbero sfogato appena si fossero trovati
da soli, li aiutò a superare l'imbarazzo.
Enzo, che aveva acquistato molta fiducia in se stesso, fu il primo a
reagire: "Quando ci vediamo?"
"Lunedì pomeriggio, qua?" propose Christian.
"OK, per me va bene. Mamma e papà non ci saranno!" si associò Simone.
"A che ora?"
"Alle cinque..." fissò Francesco "un'ora, non di più di monopoli e
poi chi vince..." ammiccò agli altri.
"... dà gli ordini! È il patto! Siamo tutti d'accordo!" concluse
Christian che finalmente era riuscito, in un pomeriggio piovoso di fine
novembre, ad avvicinarsi al suo sogno più segreto.
Cap. 2
Il gioco lo vinse Francesco.
Tutti e quattro sapevano che il vero divertimento sarebbe cominciato
solo quando uno di loro avesse vinto il gioco, perciò, per evitare che la
cosa andasse troppo per le lunghe, si divisero pochi soldi. Stabilirono
anche che il vincitore sarebbe stato quello che, al momento in cui il primo
finiva i soldi, ne aveva accumulati più degli altri.
Su come sarebbe stata fatta la sega al vincitore ci furono molte
discussioni, ma alla fine decisero che a turno avrebbero menato il cazzo al
vincitore, fino a farlo venire. Il primo a menarglielo sarebbe stato quello
che aveva perso tutti i soldi.
Avevano stabilito queste norme, ridendo e scherzando, ma solo in
apparenza, perché erano molto più nervosi di quanto volessero dare a
vedere.
E ora che c'era un vincitore, potevano finalmente passare all'azione
e al divertimento vero, ma nessuno si muoveva. Non Francesco che pure era
contento di aver vinto, né Simone che, avendo finito tutti i soldi, avrebbe
dovuto toccargli l'uccello per primo. E neppure gli altri due che se ne
stavano un po' storditi a guardarsi le mani, impauriti da quello che
stavano per fare. Toccare l'uccello di un compagno di scuola e fargli una
sega, oppure farsela fare, non era un avvenimento da poco.
Era la prima volta per tutti e un po' d'emozione, imbarazzo e
vergogna erano anche giustificati.
Christian fu il primo a scuotersi.
"Dove lo facciamo?"
"Nella mia camera?" propose Simone, padrone di casa.
Il capo, cioè Christian, si avviò e gli altri lo seguirono.
"Tu mettiti sul letto" ordinò a Francesco "e noi a turno ti faremo la
sega. Esci l'uccello!"
"No. Abbassati i pantaloni..." buttò là Enzo.
"E perché?" chiese Francesco, impensierito dalla piega che stava
prendendo la situazione.
"Potresti sporcarti" spiegò l'altro, anche a se stesso, ben sapendo
che il motivo era un altro.
"Dai, Francesco, abbassati i pantaloni e le mutande" convenne
Christian.
"E perché devo abbassarmeli, se ho vinto?"
"Ma la sega non te la possiamo mica fare da sopra ai pantaloni,
coglione!" urlò Simone, innervosito oltre ogni dire e soprattutto
desideroso di darsi da fare con quell'uccello che vedeva durissimo sotto la
tuta di Francesco. Il quale, steso sul letto, posava già il capo sul
cuscino e parlava come un malato che sta per essere visitato. Quest'ultima
idea, quasi di rimettersi a giocare al dottore, aveva fatto crescere
parecchio l'eccitazione di Simone il quale stava per bagnarsi e fu quasi
riconoscente a Francesco per aver causato quell'intoppo.
"Dai, tanto dopo ci spogliamo anche noi, no?" disse conciliante
Christian, sperando di non essere contraddetto dai compagni, dato che ci
teneva parecchio a guardarseli tutti nudi.
"Vabbè..." e si sollevò per abbassarsi con un solo movimento
pantaloni e mutande.
Quello che apparve e che Simone aveva già disegnato con ogni
particolare nella sua mente, fu l'uccello di Francesco, già guardato
l'altra volta, un po' di sfuggita, mentre si cambiavano per giocare a
pallone. Stavolta però, nel pieno della sua nudità, era duro e pulsante con
un bel ciuffo di peli biondi che piacque molto a Simone.
"Dai, spicciati..." implorò, ordinò Francesco.
Ora che si era scoperto era più che pronto e Simone, già in ginocchio
accanto al letto, come in preghiera, avvicinò la mano tremante.
"Allora... un minuto ciascuno. Va bene? Comincia, Simone!"
Christian gli diede il via e Simone fece partire la mano
esperta. Francesco s'irrigidì, subito si rilassò, assecondando i
movimenti. Gli sfuggì un mormorio di piacere, ma non era l'unico a godere,
perché anche gli altri tre avevano la mano sugli uccelli e se li
strofinavano lentamente.
Il minuto passò, Francesco, che credeva di stare per godere già nel
momento in cui Simone l'aveva toccato, era riuscito a controllarsi ed ora
aspettava la mano di Christian.
Il cui massaggio fu ancora più delicato ed esperto. Contrariamente a
quanto si era proposto, Francesco sentì che il minuto di Christian non
sarebbe arrivato mai alla fine, perché l'eccitazione lo sopraffece. Arcuò
il corpo e, mentre la mano di Christian continuava a sollecitarlo, esplose
nel suo orgasmo. Il primo schizzo di sperma lo raggiunse al collo, il
secondo atterrò per traverso sul petto, macchiando la tuta. Il terzo si
stampò sulla maglietta arrotolata sulla pancia. Solo il quarto non fece
danni, perché colò sul ciuffo di peli, assieme alle ultime gocce che
Christian spremette da quel frutto ancora un po' acerbo.
I ragazzi guardarono affascinati la quantità di sperma che stava
uscendo da quell'uccello, neanche tanto grosso. Anche se le palle, quelle
si che erano notevoli e, si sa, sono quelle a produrre la sborra.
"Cazzo... mi sono sporcato!" fu la prima reazione di Francesco,
tornato nel mondo dei vivi, incurante dell'eccitazione che aveva generato
con la sua prestazione.
Gli altri tre erano senza fiato per l'emozione e si guardavano
indecisi su come procedere. Il patto prevedeva che dovessero spogliarsi
almeno un po', ma quello che adesso premeva a tutti era di farsi una sega e
anche in fretta.
Simone fu il primo ad abbassarsi i pantaloni, ma si fermò alle
mutande per guardare quello che facevano gli altri due. Christian ed Enzo
lo seguirono, abbassandosi anche le mutande. Si ritrovarono tutti e tre,
come in cerchio, al centro della stanza, a menarsi furiosamente il cazzo,
mentre Francesco era sgattaiolato in bagno a tentare di ripulirsi.
Con gli occhi bene aperti che andavano da uno all'altro degli amici,
i tre si masturbarono con impeto, raggiungendo quasi contemporaneamente un
orgasmo violento. Ci avevano messo un tempo molto minore di quello occorso
a Francesco. Diressero i getti per terra e ai loro piedi si formarono tre
piccole pozzanghere di liquido che rischiavano di rovinare il parquet.
Prima di pensare a rivestirsi, Simone corse a cercare un panno per
pulire.
Quando si ricomposero, se ne tornarono a giocare a monopoli. Non più
strip, ma quello vero. E questa volta il gioco decollò e riuscì a
interessarli. Non Christian che era un po' assente e pensieroso.
Quando decise che per quel giorno ne aveva avuto abbastanza,
Christian parlò:
"Ragazzi, è ancora valido il nostro patto?"
"Eh...? Per me si!" lo rassicurò Enzo e anche gli altri due non si
tirarono indietro.
"Ho pensato una cosa. Se non siete d'accordo ditemelo. OK?"
"OK!"
"Io dico... vaffanculo il monopoli!"
Lo guardarono senza capire.
"Dico che non dobbiamo giocare per forza a monopoli per fare quello
che ci piace, no?"
"Sono d'accordo" ancora Enzo che aveva capito tutto ed era molto
d'accordo.
"Anch'io" gli altri due, pure loro in sintonia con il capo e molto
favorevoli all'idea.
"Quando ci va, lo dobbiamo fare, no?" insisté Christian.
"Che cosa esattamente?" sempre Enzo.
"Se ci vogliamo toccare e fare le seghe insieme... che bisogno
abbiamo del monopoli. È solo una scusa, no?"
Cenni di assenso e batticuore di tutti.
Poi Christian decise di rischiare.
"Lo rifacciamo?
"Ora?"
"Si, un'altra volta!"
"Si, adesso" acconsentì Simone "io ho daccapo voglia. E voi?"
Ancora disponibilità in tutti.
"E adesso possiamo farlo durare di più, non c'è pericolo che veniamo
troppo in fretta, no? Ce l'ho ancora moscio io!" disse Enzo "cioè quasi..."
aggiunse ridacchiando.
"È vero" convenne Francesco, poi rivolto a Simone "tua madre quando
arriva?"
"Abbiamo almeno un'altra ora... basta?"
"Si... dai!"
In un attimo si spostarono verso il divano e mentre Christian ed Enzo
si buttarono a sedere abbassandosi pantaloni e mutande, Simone e Francesco
gli si misero davanti in ginocchio, anche loro a culetto nudo e uccelli al
vento.
Simone allungò la mano tremante a tastare l'uccello di Christian e
così fece Francesco che mise tutte e due le mani sull'uccellone di Enzo. Si
accarezzarono, toccarono, strofinarono, si scambiarono le coccole, finché
gli uccelli di tutti e quattro non furono duri un'altra volta.
"Certo che ce l'hai proprio grosso" mormorò Simone con ammirazione,
parlando ovviamente dell'uccello di Enzo, mentre glielo massaggiava
lentamente con tutte e due le mani.
"Sto per sborrare" buttò là Enzo e venne subito nelle mani di Simone
che continuò a muovergli il cazzo fino a che non si fu calmato.
"Adesso però fammela tu la sega, no?" disse poi ed Enzo gli si pose
accanto, mettendogli un braccio sulle spalle, con un affetto che non
avrebbe mai immaginato di poter rivolgere a un amico, maschio. Con l'altra
mano gli impugnò l'uccello e glielo menò fino a farlo mormorare di piacere
e venire.
Christian e Francesco, per conto loro, avevano trovato una posizione
per cui uno riusciva a menare l'uccello all'altro. Erano in piedi, di
fronte, molto vicini e con un braccio sulla spalla dell'altro. Mentre una
mano accarezzava il cazzo e lo menava. Anche loro raggiunsero con calma e
voluttà il loro orgasmo, sporcando il pavimento che Simone dovette correre
a pulire, prima che ci restasse la macchia.
Si rivestirono con calma, in silenzio, e se ne andarono salutandosi e
dandosi appuntamento a scuola per il giorno dopo.
"A che pensi?" chiese Christian a Enzo, quando furono soli per
strada.
"Che mi è piaciuto! Che dici? Lo possiamo rifare?" chiese speranzoso
ad un Christian più che disponibile.
"Davvero ti è piaciuto?"
"Cazzo, se mi è piaciuto! E... Christian..."
"Si..."
"La prossima volta facciamo coppia noi due?"
"Certo. Volevo già chiedertelo oggi, ma non ci sono riuscito. Mi sono
seduto vicino a te, ma poi si è avvicinato Simone e..."
"Si l'ho notato. Ma siamo d'accordo per la prossima volta, allora?"
"Certo! Ciao..."
"Ciao!"
E corsero via confusi, ciascuno per la sua strada.
Cap. 3
Gli incontri pomeridiani dei quattro proseguirono per tutto il mese
di dicembre, con qualche variante e senza preoccuparsi del monopoli. Il
patto resisteva, perché nessuno pensava di sottrarsi al divertimento. Una
delle ultime volte, Simone, su suggerimento occulto di Christian, aveva
proposto che per farsi la sega si togliessero tutti i vestiti, invece di
abbassare soltanto pantaloni e mutande. Furono tutti d'accordo e le seghe
che si fecero quel giorno furono le migliori da quando avevano
cominciato. Da allora si spogliavano appena varcata la soglia della casa di
Simone. E Simone stesso li accoglieva già seminudo.
L'antivigilia di natale, a scuola, mentre i loro compagni si facevano
gli auguri, loro quattro erano a consulto.
"Oggi, prima di spogliarci, dobbiamo parlare!" annunciò Christian,
con fare misterioso.
"Perché? Che ci dobbiamo dire?"
"Ho avuto un'idea e, se sarete d'accordo, dovremo modificare il
patto!"
Non volle aggiungere altro, ma non fu un grave sacrificio, perché si
ritrovarono già alle tre a casa di Simone. Doverosamente vestiti, anche se
sotto le tute s'indovinavano già i cazzi duri, in attesa di ciò che
certamente stava per accadere.
"Ho pensato che... insomma, è un mese che ce lo meniamo, io lo meno a
te, tu a me. A me piace e ci fa divertire tutti, ma io dico che dobbiamo
provare altro."
"Altro di che?" chiese Enzo, allarmato che il suo paradiso privato di
seghe e di uccelli che poteva toccare, venisse cancellato tutto d'un colpo
da una delle brillanti idee di Christian. Per conto suo avrebbe continuato
così per tutta la vita.
"Tieniti l'uccello, Enzo, che adesso ci arrivo!" lo prese in giro
Christian "Nelle vacanze di natale avremo un sacco di tempo in più e
potremmo vederci anche mattina per fare le nostre cose, no? Diciamo che
possiamo programmare una segata ogni giorno. OK?"
"Io dico che si può fare" disse Simone ridendo "mia madre se ne va la
mattina prima delle nove e non torna fino all'una."
"Ma, come ho detto, possiamo provare dell'altro..." e se ne stette
zitto, aspettando che gli chiedessero quale diavolo fosse l'idea.
"Si può sapere che cazzo vuoi fare, Christian?" chiese Francesco
spazientito.
"Beh... per oggi pensavo che mi piacerebbe, invece che farmi fare la
solita sega dalle mani di uno di voi e farla poi io... insomma, mi
piacerebbe mettere il cazzo in mezzo al culetto di qualcuno e strofinarlo!"
Ecco l'aveva detto e ora voleva rimangiarselo. Forse era stato troppo
avventato, infatti Enzo lo guardò allarmato:
"Vorresti... tu vuoi metterlo nel culetto di uno di noi?"
"No, testa di cazzo! Ho detto che voglio mettertelo `fra' e non
`nelle' cosce" marcò ciò che aveva detto, con voce pedante "tu ti stendi a
pancia sotto e io mi metto su di te" spiegò agli allibiti ed arrapati amici
"poi ti apro un poco le natiche... le natiche sono le due parti del
culetto... e ci metto l'uccello in mezzo. Lo faccio scivolare, avanti e
indietro, finché non vengo. Che ne pensate?"
E si guardò in torno, abbastanza sicuro delle risposte che avrebbe
ricevuto.
"Possiamo provare" concesse, infatti, Francesco, poi Simone e anche
Enzo diedero la loro approvazione.
Si spogliarono senza perdere tempo in chiacchiere e, fatto mettere
Enzo a pancia sotto su uno dei divani, Christian gli si stese sopra. Gli
aprì con delicatezza le natiche e appoggiò l'uccello al centro. Fece
aderire il corpo a quello dell'amico e cominciò a muoversi. Un velo di
sudore, forse causato dall'emozione, lubrificò l'asta che scivolava nella
fenditura. Enzo sentiva su di sé il peso dell'amico e si godeva
quell'effetto, quasi di soffocamento, accompagnato dallo strofinio della
pelle, dall'uccello di Christian che si muoveva su di lui.
Anche Simone fece lo stesso con Francesco, ma, quando gli appoggiò
l'uccello sul culetto, scoprì che era troppo asciutto. Allora s'alzò di
scatto, con tutta l'erezione che gli svettava davanti, e corse in cucina a
prendere un po' di olio. Fece per tornare poi corse anche in bagno.
"Mettete questi sui divani" gridò porgendo due asciugamani ad Enzo e
Francesco "se li sporchiamo mia madre ci incula davvero tutti!"
Poi si avvicinò al culetto di Francesco e fece come se lo dovesse
condire. Glielo unse con l'oliera e poi se ne passò anche sul cazzo. Si
ridistese sull'amico e prese a strofinargli dietro, ma provò una sensazione
sconvolgente. La lubrificazione che aveva fatto gli diede degli stimoli che
non conosceva né immaginava di poter provare e raggiunse immediatamente
l'orgasmo.
Francesco non attese neppure che l'altro si calmasse, si sfilò da
sotto e gli saltò addosso con una specie di ruggito. Lo mise a pancia sotto
e allargandogli le gambe, prima del culetto, l'immobilizzò. Con i movimenti
del bacino si fece spazio e posò l'uccello sul fondo dello spacco. Riuscì a
dare solo pochi colpi e sborrò anche lui, inondando il culetto di Simone
con la solita abbondante razione di sperma. E senza bisogno di
lubrificante.
Christian invece resistette di più e quando si sollevò a guardare il
culetto bagnato di Enzo, era davvero soddisfatto di sé e dell'idea che
aveva avuto.
Gli altri due si erano già calmati e lui poté cogliere anche i loro
sguardi soddisfatti.
Enzo lo riportò alla realtà, spingendolo gentilmente, perché si
spostasse e gli offrisse il culetto.
"Ehi... Enzo, mettiti l'olio... è fortissimo!" suggerì Simone, forte
della sua esperienza.
Oliato anche lui, infilò l'uccello fra le chiappe di
Christian. L'abbracciò stretto e cominciò a muoversi. Si scambiarono molte
carezze che a entrambi parvero involontarie e, mentre, Enzo veniva,
Christian strinse il culetto, percependo il cazzo dell'amico allargargli le
natiche. Era qualcosa di nuovo e inspiegabile che gli fece immediatamente
tornare duro l'uccello. Sentiva Enzo muoversi sopra di lui, negli ultimi
spasmi dell'orgasmo, e cercava di memorizzare tutte le sensazioni che il
corpo dell'amico, schiacciandolo, gli regalava. E principalmente quella del
cazzo, il cui volume gli divaricava le natiche.
La mattina del ventisette di dicembre corsero a casa di Simone,
ansiosi di ritrovarsi e di alleggerirsi di tutto il carico che avevano
accumulato in quei tre giorni di inattività. Anche se in proprio, è ovvio,
ciascuno aveva provveduto ad alleggerirsi ed anche più volte con il
pensiero sempre rivolto alla mattina in cui si sarebbero ritrovati.
Arrivarono tutti insieme, ma non si spogliarono subito, un po'
confusi per il fatto di essere là di mattina. Christian arrivò per ultimo,
quando tutti l'attendevano per incominciare.
Ma appena l'ebbero guardato in faccia, si resero conto che aveva
un'idea.
"Qual è la cosa che tutti abbiamo sognato e che mai vorremmo fare?"
chiese lui un po' timidamente.
"Un pompino..." disse subito Enzo, un po' incerto. Non sapeva se
dirlo, ma era abbastanza sicuro che quella fosse la risposta buona per
ciascuno di loro. Perché non era un segreto, ne avevano parlato fino alla
noia, che tutti avrebbero desiderato provare, ma difficilmente avrebbero
trovato una ragazza, una donna, disposta ad accontentarli.
"Giusto!" esclamò Christian, riconoscente "Lo desidero
davvero. Cazzo! E sono pure disposto a farlo io. Farò un pompino a chi lo
farà a me!" dichiarò, fissando Enzo che già si preparava a dirgli di si che
lo facesse a lui e poi, chissà.
"Vaffanculo!" gridò invece Francesco, spiazzando tutti.
"No, davvero! Sto parlando sul serio! Lo faccio davvero!"
"Vaffanculo!" ripeté quello, anche se già ridendo.
"Fare in culetto, cioè scopare?" lo canzonò Christian "Forse più
avanti, scimmia, fra qualche giorno forse faremo anche questo. Comunque,
ragazzi, io non intendevo un pompino vero. Dovremmo soltanto succhiarci gli
uccelli. È questo che voglio! Voglio provare a sentirmelo succhiare, ma
solo fino a poco prima di sborrare. Poi chi sta facendo il pompino finisce
la sega a mano. Che ne dite?"
"Non lo so..." disse Simone "a me sembra proprio una cosa da
finocchi! Succhiare il cazzo!"
"Oh... si certo. E quattro di noi, due sopra e due sotto, con il
cazzo in mezzo alle chiappe? Che cos'è?" buttò là Christian.
Lo guardarono un po' spaventati.
"Cazzo, ragazzi" insisté "ma noi non siamo finocchi. È solo che ci
piace fare delle cose. Mio cugino mi ha detto che lui e i suoi compagni
facevano le stesse cose tutte le volte che potevano. Esattamente come
noi. E che le hanno fatte fino a che hanno avuto quindici, sedici
anni. Qual è il problema?"
"Il vero problema è che io sto per prendere l'uccello di uno di voi
nella mia bocca! Tutto qua e solo questo!" esclamò Francesco, accalorato. E
Christian non aveva ancora capito bene se lo era per l'eccitazione o perché
disgustato dalla proposta.
"Va bene, va bene" disse allora "coglione che non sei altro! Simone
prendi le carte!"
"Per fare cosa?" chiesero insieme Francesco e Simone.
"Tu prendile" gli ordinò perentorio Christian, dando uno sguardo di
sfuggita a Enzo. Come per chiedergli scusa.
"Dai, adesso spogliamoci nudi!" disse quando le ebbe in mano. E senza
esitare si sfilò tuta, maglietta e mutande, gettandole in un angolo. Il suo
uccello era là, duro e dritto, pronto a esplodere, a testimoniare quanto
fosse eccitato. Confortati da quella visione gli altri lo seguirono e si
ritrovarono presto nudi, seduti in cerchio, a gambe incrociate sul tappeto,
attorno al mazzo di carte che Christian aveva mescolato mentre si
spogliavano.
Non sapevano che aspettarsi, ma i loro uccelli erano duri, come se
avessero già capito tutto.
"OK ragazzi, adesso fate come vi dico. Credo che tutto questo piacerà
a uno di noi, molto più che agli altri! Forza! Prendete una carta ciascuno
e la più alta vince!"
Gli altri tre non sapevano quello che stava per accadere, non
l'immaginavano, ma di una cosa erano certi. Nessuno li aveva obbligati a
essere là, era il patto.
Fatalmente Francesco vinse il giro.
Christian lo guardò un po' innervosito, ma ormai aveva deciso, doveva
andare in fondo a ciò che si era proposto di fare.
"Bene, credo che oggi sia il tuo giorno fortunato. Mettiti sul divano
e allarga le gambe!"
"Perché, che vuoi fare?"
"Francesco, sto per succhiarti l'uccello" annunciò Christian "e
quando avrò finito, tu non dovrai fare nulla per me o per chiunque
altro. Questa è solo una prova. Tu non devi fare altro che metterti sul
divano e vedere se ti piace quello che io ti faccio. E poi dirlo agli
altri. Aspetta... la cosa più importante è che ti devi fermare un attimo
prima di venire, perché se ti scappa di sborrarmi in bocca... te lo stacco
con un morso. Hai capito?"
Francesco gli fece un sorriso ambiguo.
"Se stai per farmi un pompino, evidentemente ti piace. E piacerà
anche a me! Dai, datti da fare!"
Poi andò a sdraiarsi sul divano, a gambe aperte, mostrando quella che
certamente era la più gagliarda ed esuberante erezione della sua vita. Enzo
e Simone ce l'avevano anche loro duro come non mai e si prepararono ad
assistere all'esibizione, a vedere come l'amico metteva in pratica la sua
idea.
Christian ebbe un momento di esitazione, quando, inginocchiato fra le
gambe di Francesco, ne guardò più da vicino l'uccello duro. Là, rampante,
in attesa di attenzioni speciali.
"OK, tocca a me!" disse a se stesso, un po' frastornato, non sapendo
neppure da dove cominciare.
Si fece coraggio e afferrò il cazzo di Francesco. Lo fissò, come se
potesse parlargli, poi tirò il fiato e se l'infilò in bocca tutto d'un
colpo.
In quello stesso istante Francesco ebbe un brivido e gli venne la
pelle d'oca. Sulle spalle e sulle gambe la pelle gli s'increspò, come una
scossa, che lo corse dalla testa ai piedi.
Il primo sapore che Christian avvertì fu forte. C'era un odore di
sapone, ma un po' salato per via del sudore e c'era dell'urina che non era
stata eliminata completamente quando Francesco si era lavato. Passò la
lingua sulla punta e colse un sapore nuovo, muschiato, da una goccia di
liquido più denso che già era salito alla fessura. Immaginò, più che
capire, cosa fosse e il sapore non gli dispiacque. L'impressione d'avere in
bocca l'uccello di un ragazzo, pensò, non era poi così cattiva. Quel
pisello gli dava una sensazione forte, rude e anche liscia, morbida,
gentile.
Cominciò a succhiare e più succhiava, più muoveva la lingua, dando a
Francesco delle scosse che dall'uccello gli salivano al cervello.
Vedendo ciò che accadeva sotto i loro occhi, Enzo e Simone avevano
subito cominciato a toccarsi.
"Cazzo... Christian. A-avevi ra-ragione" balbettò Francesco, come
faceva sempre quando era emozionato "È fo-forte... la lingua. Dai..."
Christian riuscì a coordinare i movimenti della bocca, mentre
stimolava l'asta nella sua lunghezza, spingendola fin dove poteva, senza
sentirsi soffocare. Sentiva se stesso fare rumori incredibili, ma capì che
non erano per nulla comici e che nessuno dei suoi amici avrebbe riso.
"Ehi... Ch-Christian" Francesco, affannato gli pose le mani sulla
testa, facendolo rallentare " Cazzo... Ch-Christian... non avrei mai
pensato che... "riuscì a dire prima di riprendere fiato "non immaginavo che
fosse così... così... boh!"
E gli strinse la testa, come a dirgli di ricominciare a succhiarlo.
Christian riprese i suoi movimenti, di testa, di lingua, le sue
succhiate sempre più potenti. Gli girava la testa, aveva le lacrime agli
occhi e quasi gli colava il naso, ma la sua attenzione era tutta volta a
che Francesco non gli venisse in bocca. Che l'avvisasse in tempo. Sapeva
che doveva essere vicino.
"Cazzo... Chris... quasi..." e Christian si allontanò di scatto, come
se l'avesse punto un insetto "no aspetta. Te lo giuro, Christian. Te lo
giuro... che non ti vengo in bocca..." l'implorò "ma continua... dai... due
secondi. Ti prego!"
E Christian si commosse, infilandosi un'altra volta e con estrema
cautela l'uccello in bocca. Gli dette una sola leccata, lo sentì
irrigidirsi e si raddrizzò. Incontrò gli occhi imploranti dell'amico. Gli
prese l'uccello in mano, lo strinse gentilmente, tirò indietro la pelle e
Francesco sborrò, colpendolo in pieno petto.
Lo sperma che riuscì a scaricare quella volta, fu la maggiore
quantità che i ragazzi gli avessero mai visto emettere. Dopo averlo colpito
al petto, gli altri schizzi gli mancarono di poco la faccia. La velocità e
la potenza di quell'orgasmo erano incredibili. Un altro schizzo finì sul
braccio di Christian e poi sul pavimento, finché Francesco crollò esausto
sul divano.
"Fa-fantastico... cazzo, è stato fantastico..." riuscì a dire fra un
respiro e l'altro.
"E per te, com'è stato Christian?" chiese Enzo.
"Oh, niente male. Non è stato brutto come pensavo. E soprattutto..."
sorrise, toccandosi l'uccello duro "è stato arrapante da morire!"
"E lo fai anche a me?" chiese Simone speranzoso.
"Vaffanculo! Ed è tutto quello che ti posso dire. Fatto una volta,
non si fa più. E quel culetto rotto di Francesco sarà l'unico ad averlo
provato" disse Christian, un po' amareggiato, mentre con la faccia schifata
si puliva lo sperma dell'amico dal petto.
"No, aspetta. Non sarò l'unico io" disse allora Francesco,
sorprendendo tutti "Tocca a te adesso, Christian. Mettiti sul divano. Devi
provarlo anche tu. È troppo..." e non trovando la parola scosse la testa,
come faceva sempre "è troppo!"
Christian non se lo fece ripetere due volte e saltò letteralmente sul
divano, mettendosi a gambe divaricate. Finalmente stava per provare un
pompino.
"E che cazzo!" gridò allora Simone, rivolto ad Enzo "Facciamolo anche
noi. Prendi le carte. Dai... a chi prende la più alta!"
Simone prese le carte, le mescolò, aprì il mazzo e lo porse ad Enzo
che ne scelse una. Ne prese una anche lui e le scoprirono. Vinse Simone.
E un attimo dopo ci furono due ragazzi sdraiati sul divano, con gli
occhi chiusi e il cazzo infilato nella bocca dei loro amici.
L'eccitazione era già alle stelle e Francesco non faticò molto a
portare Christian all'orgasmo, sfilandosi il cazzo di bocca un attimo prima
che cominciasse a sparare sperma. Non abbastanza in fretta per non
rimanerne colpito sul mento. Tanto vicino alla bocca che con la lingua, con
un movimento istintivo, ne raccolse un poco per assaggiarlo, mentre
Christian era adagiato sul divano, a occhi chiusi, godendosi la delizia dei
momenti appena vissuti.
Simone subì gli attacchi di Enzo per non più di dieci secondi prima
di sfilarsi e colpirlo sul petto con i suoi schizzi. E poco dopo Enzo, con
altrettanta velocità, fu l'ultimo a godersi il pompino post-natalizio.
Cap. 4
Nei giorni seguenti i ragazzi non pensarono ad altro che a
spompinarsi. Ogni altra attività fu abbandonata e almeno una volta al
giorno tenevano delle lunghe sessioni di succhiate e leccate, con Christian
ed Enzo che divennero quasi una coppia fissa. I loro pompini duravano molto
di più di quelli degli altri, ma la cosa non creava alcun problema, giacché
anche Simone e Francesco se la passavano bene insieme.
Il 30 di dicembre Christian se ne venne con l'idea del patto finale.
Avevano appena finito di succhiarselo e se ne stavano, nudi ed
esausti, tutti e quattro sul divano.
"Cazzo... oggi è stato grande" disse Christian, mentre con indolenza
si spargeva la sborra di Enzo sulla pancia "E domani è capodanno."
"E allora?" disse uno dei tre.
"Domani e dopodomani non potremo vederci. Cazzo!"
"Sarà il due di gennaio, allora!"
"Si... ma vi propongo una cosa."
Era la frase adatta, detta con il tono giusto, per far rizzare le
orecchie ai ragazzi.
"Che cosa?"
"Eh... che cosa?"
"Diciamo che è il nostro patto finale. Per la prima sega dell'anno
dobbiamo provare qualcosa di nuovo."
"Che cosa?" chiesero in coro, terribilmente incuriositi.
"Ragazzi... abbiamo fatto tutto e ora io dico... che dobbiamo farci
almeno un pompino fino in fondo!"
"Vuoi dire succhiarcelo, finché veniamo?" chiese Simone, con una
faccia stupita, ma interessata.
"Eh no!" disse Francesco, disgustato "La sborra... bleah!"
"Si, la sborra!" insisté Christian "Ma solo per una volta! Non
dovremo mai più farlo. Solo per una volta. Per provare e dire che l'abbiamo
fatto. È l'ultima cosa. Il patto finale! Dai, ragazzi... facciamolo!"
Cadde un silenzio un po' imbarazzato, subito rotto da Enzo:
"Lo voglio fare, Christian. Te lo faccio io per primo. Tanto, non
sarà questo che farà la differenza. E se poi muoio avvelenato... almeno
l'avrò provato. No?"
"Se tu muori" gli rispose Christian, ridendo, ma non con gli occhi
che invece lo guardavano con tutt'altra espressione "se muori, muoio
anch'io, perché prima te lo farò io il pompino. E mi verrai in bocca!"
"OK, io ci sto" disse Enzo "e voi ragazzi?"
Francesco e Simone si guardarono per un po', poi assentirono
nervosamente.
Si alzarono tutti in piedi e, anziché siglare il loro patto con una
stretta di mano, si strinsero vicendevolmente e per un tempo piuttosto
lungo gli uccelli.
Prima che si lasciassero, Christian fece a tutti un'ultima
raccomandazione:
"Da questo momento, niente seghe. Così fra due giorni berremo tutto
quello che avremo accumulato. OK?"
L'appuntamento fu fissato e fino a quel momento vissero ore di grande
ansia. La prova che li attendeva era un po' ardua, farsi eiaculare in
bocca, anche se da un amico, non era una cosa normale fra ragazzi. Era roba
da finocchi, ma nessuno lo disse. Francesco lo pensò. Simone quasi lo fece,
ma lui era poco incline a meditare sulle proprie idee era sempre più facile
seguire l'istinto e quella volta l'istinto gli suggeriva di non
pensare. Anche Enzo lo pensò, ma lui ormai era felice solo se poteva
accontentare Christian e quella era un'idea di Christian. Quanto a lui, il
loro capo indiscusso, sapeva bene che tutto ciò che avevano fatto e quello
che stavano per fare era molto, ma molto da finocchi. Come lo sapesse era
frutto della sua sensibilità che gli aveva già fatto capire abbastanza di
sé per lanciarsi nell'impresa di concupire i suoi amici.
Sebbene il capodanno fosse una festa importante e coinvolgente, per
quello che portava con sé, il pensiero di tutti e quattro restò fisso a ciò
che avrebbero fatto quando si fossero incontrati nuovamente. In quei due
giorni si scambiarono parecchie telefonate. Francesco, nonostante se ne
vergognasse, confessò a Simone d'aver assaggiato lo sperma di Christian in
occasione del loro primo pompino, descrivendogli con tutti i particolari
ciò che aveva provato. Simone non volle confessargli di avere rotto il
patto, essendosi appena masturbato. Poi aveva intinto le dita nel succo dei
suoi coglioni e le aveva leccate. Il sapore che aveva sentito l'aveva fatto
arrapare un'altra volta. Sapeva di muschio e un po' di pesce, ma non era
così cattivo come aveva immaginato. E mentre faceva questi pensieri,
l'uccello gli era tornato duro, tanto che aveva dovuto costringersi a
pensare ad altro. Con Francesco fu d'accordo nel dire che valeva la pena di
provare.
Enzo e Christian, invece, fecero altri discorsi. Si erano scoperti
improvvisamente dispiaciuti di non potersi incontrare in quei due giorni e
trascorsero molto tempo al telefono. Senza mai parlare di sesso.
Poi, finalmente giunse la mattina del due di gennaio e tutti e
quattro si alzarono molto prima di quanto i loro genitori si
aspettassero. Sapere che prima di mezzogiorno avrebbero fatto e ricevuto un
pompino completo, li eccitò incredibilmente. Non avevano fissato un
appuntamento preciso, ma erano d'accordo che avrebbero telefonato a Simone
dopo le 08.30 per sapere a che ora si sarebbe liberata la casa.
Quella mattina furono molto meticolosi nella pulizia personale. La
doccia durò molto più del solito e l'uccello fu sottoposto a delle cure
speciali. Tanto speciali che Simone stava venendosi in mano sotto il getto
dell'acqua. Si bloccò per miracolo, davvero spaventato. E nessuno dei
quattro, per nulla al mondo, avrebbe pisciato prima di aver fatto tutto
quello che si era proposto, cioè prima che l'evento avesse luogo.
Alle 09.30 in punto, quattro dei più begli adolescenti, sicuramente,
i più disinibiti, della città e del mondo, s'incontrarono per la loro
esperienza più forte, il patto finale.
Decisero di scegliere dal mazzo una carta ciascuno. Quello con la più
alta avrebbe avuto la possibilità di scelta. Erano ancora vestiti, ma sotto
le tute, le loro erezioni si disegnavano nettamente.
Presero le carte e toccò a Francesco. Scelse di essere il primo a
succhiare, Simone gli avrebbe scaricato in bocca tutta la sua
eccitazione. Dopo sarebbe toccato a lui di succhiare e bere.
I due ragazzi cominciarono a spogliarsi, ma Christian fece cenno a
Simone di fermarsi e tutti e tre si misero a guardare Francesco che
lentamente si sfilava la tuta, togliendosi la maglietta e finalmente
abbassandosi le mutande. Poi toccò a Simone che, una volta nudo, andò a
sdraiarsi sul divano.
"OK, ragazzi" annunciò Christian "questo è il momento che abbiamo
tanto atteso. Francesco, ricordati, dobbiamo fare tutti la stessa cosa. È
il patto. Quando Simone comincia a sborrare, devi tenere il suo uccello un
bocca, finché finisce. Questa è la regola. Dopo, se vuoi, potrai sputarlo,
ma solo dopo che lui ti dirà che ha finito! Siamo tutti d'accordo?"
Simone si accomodò meglio, ansioso di infilare l'uccello in una bocca
calda. Gli altri ragazzi si misero attorno. Francesco gli s'inginocchiò fra
le gambe e guardò l'asta rigida che gli si parava davanti e che stava per
servire. Stava per dire a Simone di avvertirlo in qualche modo, prima di
venirgli in bocca, ma poi pensò che non avrebbe fatto alcuna differenza.
Ci fu un momento di assoluto silenzio quando posò le labbra sul cazzo
di Simone. Non era come le altre volte. Anche se ognuno aveva già succhiato
e spompinato gli altri tre, quello che stavano per fare era sicuramente più
impegnativo. Francesco tirò un profondo respiro e si piegò verso Simone,
ingoiandone l'uccello. Lo sentì rabbrividire, Simone aveva nei coglioni lo
sperma di quasi due giorni. E per lui era tanto, troppo.
Francesco cominciò a succhiare e leccare l'asta, calda e vellutata,
cercando di tenerla sempre tutta dentro la bocca. Sapeva che Simone avrebbe
ritardato più possibile il momento della sborrata.
Enzo e Christian li guardavano ipnotizzati, seguendo i movimenti
coordinati dei due. Più che un pompino, pareva ormai che Simone stesse
scopandosi la bocca di Francesco. Tutto questo durò meno di un minuto,
perché dai mormorii di Simone capirono che la fine era vicina.
"Ci sono..." riuscì a dire, mentre Francesco cercava di assecondarne
i movimenti con la testa. Era davvero arduo non lasciarsi sfilare l'uccello
dalla bocca.
Quando avvenne, Francesco era totalmente impreparato alla forza e
alla velocità dell'orgasmo di Simone. Il liquido, come infuocato, lo colpì
direttamente in fondo alla gola e lui l'ingoiò, per una reazione istintiva.
Simone stesso non immaginava quale intensità potesse avere il primo
schizzo che avrebbe sparato
"Stagli sopra, non lasciarlo!" comandò Christian.
Getto dopo getto, lo sperma fluì nella bocca.
Simone pensò di non poter mai smettere di sborrare. Poi si calmò e
finalmente mormorò qualcosa, avvisando di aver finito. Solo allora
Francesco si lasciò sfuggire dalle labbra l'uccello, assieme ad una goccia
di sperma che finì tra i peli del pube.
Francesco, si leccò le labbra, un po' arse, ma non cercò di sputare
ciò che aveva in bocca, né corse verso il bagno.
"Grazie, Francesco..." gli disse Simone in un soffio.
I ragazzi erano tanto eccitati da non poter più aspettare.
Christian spinse Enzo sul divano e gli allargò le gambe, andando a
prendere tra le labbra l'enorme uccello del ragazzo. Ed Enzo venne in meno
di un minuto, mentre Christian ingoiava ogni goccia che gli schizzava in
bocca.
Intanto Simone, appena ripresosi dall'orgasmo, si era sistemato fra
le gambe di Francesco, cercando di rendergli in ogni modo il favore che
aveva appena ricevuto.
Lo sperma di Francesco, sempre eccezionalmente abbondante, eruppe
subito e riempì la bocca di Simone, traboccò dalle labbra e colò per terra,
bagnandogli la faccia. Costringendolo sicuramente a ingoiare più di quanto
avrebbe voluto.
Infine, Christian, artefice di tutto, ricevette il frutto del suo
lavoro di mesi. Fu Enzo ad accarezzarlo, leccarlo, coccolarlo, poi
prendergli l'uccello in bocca per baciarlo e succhiarlo. Fino ad avere le
lacrime agli occhi e la bocca inondata e infine ingoiare, sempre
guardandosi negli occhi.
Quando tutto fu finito, i quattro se ne andarono un po' in giro, si
lasciarono per il pranzo, ma alle tre erano daccapo insieme. L'eccitazione
che avevano appagato quella mattina, tornò a farsi sentire nei loro ventri.
"Non è stato male, vero?" chiese Simone a Francesco.
"No, anzi... no, proprio niente male!"
"Vorrei rifarlo. Che ne dici? Io a te e tu a me?"
"Per me va bene, ma questa volta tu me lo fai per primo. OK?"
Enzo e Christian guardavano, mentre Francesco si spogliava e Simone,
senza neppure togliersi i vestiti, gli si attaccava al cazzo, ingoiandolo
d'un colpo.
"Cazzo!" disse Christian sorpreso da quella furia.
"Vuoi... vuoi che lo facciamo anche noi?" chiese Enzo esitante.
"No... io. Adesso non voglio."
"Neanch'io... ma... Christian, io..."
"Anch'io. Vieni..." e se lo tirò dietro.
Andarono a chiudersi nella camera di Simone e si abbracciarono. I
loro corpi si unirono, schiacciandosi, uno contro l'altro, ma stranamente
l'eccitazione, che pure era vigorosa, non fu la sensazione più importante
in quei momenti. Li avvolse uno struggimento, una tenerezza che solo
Christian, che sapeva, riuscì ad interpretare.
"C'è una cosa che devo dirti, Enzo. È difficile..."
"E tu dimmela."
"Tutto quello che abbiamo fatto, tutte le cose, il patto, fino a
stamattina. Io... l'ho fatto perché vi volevo vedere nudi e volevo vedere i
vostri uccelli duri."
"Anch'io li volevo vedere..."
"Anche tu? Davvero?"
"Si e non so come avrei fatto se tu non mi avessi aiutato!"
"Allora non sei arrabbiato con me?"
"No! Non sono incazzato, io..." e non riuscì a dire altro.
Fu allora che Christian lo baciò sulla bocca, poi con la lingua cercò
di fargli allargare le labbra e quando ci riuscì, andò ad assaggiare la sua
saliva. Si ritrasse e attese che Enzo facesse lo stesso con lui. Stavano
così, abbracciati e con le labbra incollate, quando si aprì la porta e
apparvero Francesco e Simone, nudi, con gli uccelli mosci, ancora bagnati
di sperma.
"Che cazzo fate?" urlò Francesco.
"Siete finocchi... voi due siete finocchi. Di merda..." gridò Simone.
"Ehi... ma che cazzo dici?" protestò Enzo.
"Siete finocchi... siete finocchi... siete finocchi..." ripeteva
Simone, canzonandoli, ma non c'era alcuna bonarietà nella sua voce.
Francesco si era spostato indietro, cercando di nascondersi dietro
Simone, ma li guardava con sbalordimento. Resosi improvvisamente conto di
essere nudo, scappò via a cercare i propri vestiti.
Christian era immobile, non riusciva a parlare. Avrebbe voluto,
difendersi, negare, forse spiegare. Fino a riderci sopra, ma non poteva
aprire la bocca, perché era conscio che se l'avesse fatto sarebbe stato per
confermare ai suoi amici che avevano ragione. Avevano tutte le ragioni del
mondo per dire a lui che era gay. Di Enzo non sapeva, non poteva ancora
dire, ma di sé era più che certo.
Se ne stava là, impietrito.
In quella situazione, non parlare equivaleva ad accusarsi, ma anche
Enzo non sapeva che dire. Li avevano visti, mentre si stavano baciando. Con
la lingua. E gli stava piacendo. Dio come gli piaceva. L'avrebbe rifatto se
Christian avesse voluto, ma se ne stava là, al centro della stanza con gli
occhi sbarrati. Forse pentito.
No, lui non era pentito! L'avrebbe rifatto.
Poi tornò Francesco che si era rivestito.
"Fate schifo..." disse con voce truce.
"Andate via! Via... via! Andate a incularvi da un'altra parte!"
rincarò, strillando, Simone.
Fu allora che Enzo prese l'iniziativa, vista la passività di
Christian.
"Siete due stronzi!" lo disse e la voce gli tremava, perché stava per
piangere "Non dimenticate però che mentre noi due ci baciavamo, voi vi
facevate un pompino... avete ancora la bocca piena di sborra" urlò,
piangendo.
Detto questo, prese Christian per un braccio e lo trascinò via.
Nessuno parlò e non si salutarono. Simone e Francesco restarono a
guardarli, mentre si mettevano i cappotti.
Da quel momento, da quel giorno Christian ed Enzo smisero di
esistere.
Tutto quello che avevano fatto insieme non era mai accaduto. E anche
il ricordo fu cancellato.
Cap. 5
Christian parve scuotersi solo quando furono per strada. Guardò Enzo
negli occhi e fu come se li vedesse la prima volta. Scoprì che erano verdi
e profondi. Seguì la linea del naso, le labbra, le guance arrossate
dall'aria fredda del pomeriggio. La luce del tramonto rendeva armoniosi
tutti i colori. E gli occhi parevano ancora più verdi.
Avrebbe voluto baciarlo là stesso, ma sapeva di dover aspettare. Si
stavano allontanando dalla casa di Simone da cui erano stati scacciati, ma
non era preoccupato o arrabbiato. Ora voleva soltanto baciare Enzo, poi
forse chiedergli delle cose, ma prima baciarlo.
Sarebbero andati a casa sua, dove con un po' di fortuna non ci
sarebbe stato nessuno.
Corsero a chiudersi nella camera di Christian e, quando sentirono lo
scatto della chiave, tornarono a abbracciarsi, accarezzandosi
lentamente. Fecero così per molto tempo, baciandosi, sfiorandosi con le
labbra. Avrebbero dovuto parlare, ma non gli importava. Quel lungo bacio,
le carezze dicevano già tutto.
I loro corpi si risvegliarono, stretti in un viluppo di braccia e di
gambe, ma la dolcezza del momento che stavano vivendo stemperò anche
l'eccitazione.
"Posso chiederti una cosa?" disse Enzo, quando si furono un po'
calmati.
"Si..."
"Ma... tu sei davvero... un... omosessuale?"
"Si!"
"E credi che... possa esserlo anch'io?"
"Forse, Enzo, ma io credo di si..."
Quella rivelazione lo colpì moltissimo. Enzo si liberò, anche se con
delicatezza, dall'abbraccio ed andò a sedersi sul letto.
"Cazzo... cazzo... ma tu lo pensi davvero? E sei sicuro di te,
Chris?"
"Credo... io non lo so, ma penso che io e te... Ehi, Enzo... io ti
voglio bene!"
Andò a sedersi accanto a lui e gli prese la mano. Avrebbe voluto
baciarla, ma non ne ebbe il coraggio. Restò a guardarlo, sperando che
ammettesse, si adattasse a ciò che gli aveva detto.
"Che significa?" Enzo era completamente smarrito, mentre Christian
aveva riacquistato un po' della sua sicurezza.
"Significa che ti voglio bene... e che forse anche tu me ne vuoi, non
è vero?"
"Non lo so, Christian. Davvero sei omosessuale tu? Ed io pure?"
"Non importa che cosa siamo, cazzo!" gridò.
"Non ti arrabbiare..." mormorò Enzo e cominciò a piangere "non ti
arrabbiare, per favore..."
Christian non era preparato a quelle lacrime e si commosse. Se Enzo
era spaventato, anche lui lo era e tanto. Lo abbracciò e finirono per
piangere insieme, ma i loro corpi si ritrovarono un'altra volta troppo
vicini. Era un'intimità generata più dalla tristezza che dalla prossimità,
ma quel contatto li risvegliò ugualmente e dalle lacrime passarono alle
carezze e poi ai baci. L'eccitazione li colse entrambi. Fecero correre le
mani e si liberarono dei vestiti quel tanto che serviva a toccarsi. Così,
senza smettere di baciarsi, cominciarono a strusciare gli uccelli, uno
contro l'altro, stretti fra le pance, fino a venire. E neppure allora si
staccarono, aspettando che l'orgasmo si attenuasse.
"Noi non dobbiamo piangere. Mai più! OK? Non piangere!"
"Anche tu hai pianto. E... smettila!" strillò Enzo, divincolandosi,
cercando di sottrarsi, perché Christian gli stava facendo il
solletico. Risero fino a che non gli fece male la pancia e poi si
guardarono con gli occhi dell'amore, perché tornarono a baciarsi.
"Enzo... c'è una cosa..." disse Christian un'ora dopo.
Erano usciti e camminando erano finiti nella villa comunale. Faceva
molto freddo e non c'era nessuno in giro. Raggiunsero un angolo appartato e
sedettero su una panchina.
"Cos'è?"
"Un patto... un patto, ma fra noi due! Dobbiamo essere amici veri, io
credo..." lui non sapeva come dirlo, perché non era chiaro neppure a lui
"non lo so, Enzo, ma penso che, se mi vuoi bene... dobbiamo essere amici in
un modo speciale. Più di ora. Solo noi due... capisci?"
"Si... siamo amici."
"Ma amici veri, speciali?"
"Si. Come dici tu!"
"Me lo giuri?"
"Si, per sempre!"
Gli mise un braccio sulla spalla e l'attirò a sé. Faceva davvero
freddo ed Enzo rabbrividì. Lui lo strinse, proteggendolo e si scoprì
felice, appagato.
"Come faremo domani?" chiese Enzo dopo un po'.
"A casa mia non si può. C'è sempre qualcuno. Da te?"
"Neppure..."
"Ho trovato" gridò "Da noi c'è mia nonna, quindi casa sua è vuota,
perché zio Giovanni se n'è andato in America. Domani mattina cerco di
prendere le chiavi e ce ne andiamo là."
"Non è un po' lontano?"
"Dai prendiamo il tram!"
"Tu ce li hai i soldi?"
"Si, per tutti e due..."
Enzo gli fece gli occhi dolci e lui lo baciò sulla guancia che era
gelida. Il ragazzo attirato dal calore del contatto lo cercò ancora e
Christian lo riempì di baci. Ancora una volta stavano per essere travolti
dall'eccitazione, ma riuscirono a controllarsi. Dopo tutto erano in un
luogo all'aperto e poteva passare chiunque. Anche se era la sera del due di
gennaio e faceva molto freddo.
La mattina dopo faceva ancora più freddo. Alle otto saltarono sul
tram n. 7 e raggiunsero l'altra parte della città, dov'era la casa della
nonna. Sgattaiolarono nel portone, attenti a non farsi vedere da nessuno
dei vicini. Appena dentro si barricarono e corsero nella camera dello zio,
che era un tipo particolarmente incasinato. Se l'avessero resa un po' più
disordinata nessuno se ne sarebbe accorto, neppure la nonna che in quella
stanza si rifiutava di entrare. Era un rifugio perfetto.
"Facciamo l'amore?" chiese Christian a un meravigliato Enzo.
"Si..." fu l'ovvia risposta, anche se un po' dubbiosa sulle
modalità. Come fanno l'amore due maschi? Gli avrebbe chiesto se Christian
non l'avesse travolto con il suo abbraccio, spingendolo sul letto e
rotolandosi con lui. In un tempo brevissimo erano nudi e sotto le coperte,
visto il freddo della casa, da una settimana senza riscaldamento.
Il primo, lunghissimo bacio fu interrotto solo perché Christian si
allontanò un po' per fissare Enzo.
"Cerchiamo di non venire troppo in fretta. OK?"
"Si, ma non so se posso" sussurrò l'altro, un po' vergognandosi.
Christian l'accarezzò sulla spalla, poi scese a toccargli il culetto.
"Che fai?" chiese Enzo allarmato.
"Voglio provare... Enzo. Io a te e tu a me."
"Che cosa?"
"A fare l'amore davvero. Come fanno i grandi."
"Non capisco... come fanno?" poi sentì la mano di Christian tastargli
il culetto, sfiorargli il buco e si allarmò "che vuoi fare?"
Christian non smise di accarezzarlo.
"Io a te e tu a me" ripeté "dobbiamo farlo, Enzo!" e gli sfiorò il
buco con il dito, spingendo leggermente.
"Me... me lo vuoi infilare?"
"Si... ma voglio che anche tu lo faccia a me!"
"Ma fa male. Farà male."
"No, no. Ti ricordi l'olio? Faremo così... ti prego, Enzo!"
Lo baciò ovunque. Forse l'aveva convinto. Non attese di esserne certo
e balzò dal letto, nudo, sfidando l'aria gelida e corse in cucina. Tornò in
un attimo con una boccetta d'olio che appoggiò sul comodino.
"Chi lo fa per primo?" chiese a Enzo che lo guardava implorante da
sotto le coperte. Del ragazzo si vedevano solo gli occhi e i capelli sparsi
sul cuscino.
"Tu..." gli rispose pronto Enzo "prima tu e mi fai vedere come si
fa!"
Se ne tornò sotto le coperte e lo fece mettere a pancia sotto. Più
volte tirò fuori il braccio e intinse il dito nella boccetta. Poi tornava
sotto le coperte e spargeva l'olio sul buco. Allo stesso modo si unse
l'uccello.
L'eccitazione ebbe il sopravvento e con un movimento imperioso
scacciò indietro le coperte, scoprendosi. Non aveva più freddo. Gli
s'inginocchiò fra le gambe e allargò il culetto. Lentamente si abbassò fino
a sfiorargli il buco con la punta dell'uccello. Quando l'ebbe come
agganciato, spinse un po' e la cappella unta scivolò dentro di un paio di
centimetri.
Lo sentì irrigidirsi. Tirò indietro l'uccello e ripeté la
manovra. Questa volta non gli diede tempo di reagire e si abbassò di più,
tanto che con il suo movimento l'uccello s'infilò per quasi tutta la
lunghezza. Enzo gridò, più per lo spavento di sentirsi penetrato che per il
dolore che era molto attenuato dalla lubrificazione. Christian allora gli
si stese sopra e muovendo il bacino, su e giù, lo penetrò sempre più a
fondo. Gli passò le mani sotto la pancia a cercare l'uccello. Nel momento
in cui glielo strinse, con il suo cazzo pressò nelle viscere del
compagno. Fu un attimo e tutti e due eiacularono. Uno nelle mani dell'altro
e quello riempiendogli il culetto del suo seme.
Si calmarono dopo molti sussulti e lentamente Christian gli scivolò
fuori, mentre Enzo lo guardava estasiato.
"Che è stato..." disse Enzo, come a se stesso "che cazzo...!"
"Ti ho fatto male?"
"Male? Non vedi che è successo?" e gli accarezzò le mani bagnandosele
della sua sborra "male?" e scoppiò a ridere. Poi gli saltò al collo e lo
riempì di baci.
"Sei contento?"
"Si!"
"Quando lo farai a me?"
"Fra un poco. Aspetta... ho freddo!" gli si accoccolò contro e chiuse
gli occhi, mentre Christian tirava le coperte.
Lo baciò tra i capelli, poi anche lui adattò il proprio corpo quasi
avvolgendo il compagno. Un momento dopo erano addormentati. Si svegliarono
dopo un po', perché Enzo aveva fatto un movimento brusco.
"Che c'è. Che succede?" disse Christian.
"Mi... io mi sento... forse devo andare nel bagno..."
Christian lo liberò dell'abbraccio.
"Non lo so, mi sento..." avvampò "è la pancia. Mi sento lo stimolo,
ma non è come le altre volte!"
Era diventato rosso come un peperone. Christian era pure imbarazzato,
ma aveva anche paura, temendo di avergli fatto chissà che male, venendogli
dentro.
"Vai a gabinetto..." lo esortò.
"Vieni con me?"
Lo prese per mano e corsero nudi nel bagno. Enzo si sedette tremante
sulla tazza, sempre stringendo la mano di Christian. Gli rivolse uno
sguardo implorante.
Si sentiva strano. Avvertiva uno stimolo, aveva l'urgenza di
liberarsi, ma non era per fare la cacca e questo lo terrorizzava, perché
temeva che gli si fosse rotto qualcosa dentro.
Christian gli s'inginocchiò accanto e lo abbracciò, posandogli il
capo sul petto. Entrambi tenevano gli occhi chiusi. Lo accarezzò sulla
pancia, finché non riuscì a calmarlo e solo allora Enzo riprese a respirare
in modo normale, poi finalmente si liberò del seme che Christian gli aveva
lasciato dentro. Fece qualche rumore e arrossì di più.
"Mi dispiace, scusami" mormorò "sono stato uno scemo! Era la tua roba
ed io credevo chissà che cosa..."
Christian lo baciò sulla bocca per farlo tacere, poi, senza staccare
le labbra, allungò la mano e prese una striscia di carta igienica. La passò
fra le gambe di Enzo e gli pulì il culetto. La lasciò cadere e ne prese
ancora. I suoi baci continuarono, finché non l'abbracciò aiutandolo a
sollevarsi per farlo sedere sul bidè. Tornò a inginocchiarsi davanti a lui
e lo lavò, accarezzandolo con le mani insaponate, poi sciacquandolo e
infine lo asciugò. Gli baciò i capezzoli e scese al ventre e poi più giù,
fino a prenderglielo in bocca.
Il cazzo di Enzo era già quasi duro, ma lui lo portò alle notevoli
dimensioni dei momenti migliori.
"Ora sei pronto?" gli chiese.
Enzo fece di si con la testa. Allora se ne tornarono di corsa sotto
le coperte, perché scoprirono improvvisamente di avere tanto freddo.
Sotto le coperte se ne stettero abbracciati finché non calmarono il
tremore. Le lenzuola erano gelide. Solo quando ebbero riscaldato con i
corpi l'interno del letto, cominciarono a muoversi. Ancora baci e carezze.
"Tocca a me adesso" disse Christian.
"Ti farò male!"
"Lo voglio fare, Enzo!"
E si voltò, mettendosi a pancia sotto. Enzo si diede da fare con
l'olio. Lo penetrò con un dito, strappandogli un grido e dei sospiri. Poi
gli si mise sopra e, restando sempre sotto le coperte, gli puntò l'uccello
contro il buco.
"Sei pronto?"
"Si..."
E lui spinse.
L'esperienza di Christian fu ancora più violenta e appassionante,
perché Enzo aveva il cazzo di un adulto attaccato ad un
adolescente. L'uccello si aprì la strada nel corpo del ragazzo, affondò con
lentezza, perché Enzo, istintivamente attenuò la forza della sua spinta.
Ciononostante il dolore per Christian fu atroce. Fu come se un palo
l'avesse penetrato e sentì le viscere in fiamme. Non urlò per non
spaventare Enzo, ma l'avrebbe fatto volentieri. Il suo respiro si fece
affannoso.
Enzo cominciò a pompare. Prima lentamente, poi l'eccitazione lo
spinse ad accelerare il ritmo, finché arrivò il momento dell'orgasmo e gli
riempì il culetto di sborra.
Christian resisté al dolore. Con le lacrime agli occhi e i denti
stretti per non urlare, lasciò che Enzo lo violasse, perché era proprio
quello che voleva. Poi, lentamente, gli giunse da ontano l'eco di un
piacere di una lussuria che nasceva dal dolore che stava provando. Alle
spinte di Enzo, il ventre gli doleva e il culetto gli bruciava per la
tensione dei tessuti, ma proprio da questo nasceva un piacere così intenso
che lentamente lo spinse all'orgasmo. Non riuscì ad avvertire Enzo e si
lasciò andare, macchiando le lenzuola.
Enzo l'aveva abbracciato da dietro ed era dentro di lui, immobile,
forse per paura di fargli male.
"Christian..." gli mormorò nell'orecchio "stai bene?"
E fece per sfilarsi, ma l'altro lo fermò: "No! Stai ancora così!"
Lo sentiva dentro, spingere nel ventre. Con tutti i piccoli movimenti
che Enzo faceva per stargli sopra. Stava continuando a scoparlo. E a lui
piaceva questo, ma ancora di più gli piaceva il dolore che la penetrazione
continuava a provocargli. L'indolenzimento che sentiva nelle viscere e che
era stato all'origine del suo orgasmo. Prendere coscienza di questo, lo
frastornò!
Finalmente Enzo gli scivolò di lato, togliendogli dal culetto
l'uccello ormai moscio.
Si baciarono e poi decisero di rivestirsi, perché erano proprio
stanchi.
Tenne dentro di sé il seme di Enzo fino a sera, quando non poté fare
a meno di liberarsene. Mentre era seduto al cesso, incominciò a
piangere. Non c'era motivo che lo facesse, ma l'idea che si perdesse
qualcosa del suo innamorato, lo rendeva triste. La lontananza, l'idea di
non poterlo rivedere fino alla mattina dopo, fecero il resto. Pianse,
finché nella sua mente non si formò un pensiero consolante, che il giorno
dopo, di lì a poche ore, ormai, Enzo l'avrebbe posseduto ancora. E poi
ancora.
FINE
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