Date: Sat, 19 Jan 2013 12:59:06 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 1

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.



Questo è il primo dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.


Nota dell'autore:

Qualche giorno fa, mi è arrivata una mail da una persona che non
conosco, aveva un nickname piuttosto inusuale. Era scritta in un italiano
poco discorsale, mi dava del lei e mi chiedeva molto educatamente se ero
l'autore di 'Storia di Niki e Mauro'.

Quel romanzo l'ho davvero scritto io, quindici anni fa. L'ho scritto e sono
già passati quindici anni!

Non riuscivo a spiegarmi come avesse fatto a trovarmi, poi ho pensato che
leggendo qualcosa di mio su Nifty avesse collegato il mio nick. Su Nifty
infatti uso una mail che contiene lo stesso nick/autore di 'Storia di Niki
e Mauro'.

Ho fatto una ricerca in rete per vedere se c'era ancora qualche traccia e
ho scoperto che proprio quest'anno 'Storia di Niki e Mauro' è stata
ripubblicata, seppure incompleta in un forum di racconti
(http://www.pianetagay.com/forum/racconti-erotici-gay/). L'autore del post
raccontava:

"Ho trovato questa serie di racconti nel web, ma non sono più riuscito a
ripescarli e quindi non so nemmeno il Nik di chi li ha scritti. Poiché
mi sono sembrati particolarmente belli, ho provveduto a dar loro
un'aggiustatina per poi inserirli in questo sito. Se chi li ha scritti li
riconoscerà potrà contattarmi mandandomi un messaggio in questo
sito. A voi chiedo di dirmi se vi piacciono e se devo continuare a
postarli."

Evidentemente sono piaciuti, perché ha inviato sette capitoli,
suddividendoli, chissà perché, in modo diverso. E non erano tutti.

L'unico altro posto dov'è citato il romanzo è un blog "River 700
grammi di cazzate (riciclabili)" in cui, nel thread "Cronografia del web su
carta"
(http://www.river-blog.com/2011/05/06/cronografia-del-web-su-carta/), uno
dei partecipanti elenca quello che c'è stato di memorabile nel web e
dice tra l'altro:

"Nella mia personalissima memoria virtuale adolescenziale ricordo alcuni
passaggi:

...

1999 teengay.it o qualcosa del genere, era un sito per giovani gay,
antesignano dei socialgay di ora, ricordo dei bei racconti pubblicati, uno
in particolare, una sorta di romanzo, che s'intitola "la storia di Niki e
Mauro", mi appassionò, ricordo che la leggevo prima di andare al mare."

Questo ricordo mi ha commosso, perciò ho deciso di ripubblicare su Nifty
'Storia di Niki e Mauro'.




Storia di Niki e Mauro


Cap. 1 Prima storia di Niki




      Fu un'estate diversa quella dei suoi quindici anni, perché rivide
Stephan e con lui trascorse i tre mesi più belli della sua vita. Ciò
che accadde in quell'estate, gli diede una percezione diversa di sé e
del proprio futuro.
      Era sempre stato solo, quasi tutta la sua vita era trascorsa
nell'isolamento, attenuato soltanto dall'amore dei genitori e del
nonno. Quando era diventato abbastanza grande per comprendere quella
particolare situazione, l'aveva accettata come una condizione inevitabile
della propria esistenza. Sapeva che c'erano bambini tanto poveri da non
poter neppure mangiare, oppure afflitti da malattie. Cercava sempre di
convincersi che erano meno fortunati di lui. Di lui che era solo, niente
più che solo. Fare questi pensieri spesso riusciva a consolarlo, ma
c'erano giorni in cui gli pareva troppo difficile non badare a quella sua
sorte speciale.
      Qualche volta aveva anche pianto, per se stesso, era stato quando la
malinconia gli aveva stretto troppo il cuore. Una volta aveva pensato di sé
come ad un essere nato nello spazio, condannato a vivere in un'astronave e
per questo assuefatto al vuoto assoluto. Pianse quando capì che se non
avesse fatto qualcosa, non sarebbe mai caduto ed avrebbe continuato a
galleggiare nel nulla. Il silenzio in cui viveva l'avrebbe reso sordo per
sempre. La mamma lo trovò con gli occhi pieni di lacrime e lui non volle
spiegarle perché piangesse, ma si fece stringere nel suo abbraccio
perché lei lo consolasse, mormorandogli parole che solo in parte
riuscirono a confortarlo.
      Niki era nato ed aveva trascorso la sua infanzia, a Boston. Aveva
vissuto, assieme ai suoi genitori, nella casa del nonno. Era figlio di un
italiano e di un'americana che si erano incontrati per caso. Suo padre era
un giovane ingegnere, appena arrivato dall'Italia, la mamma, una
promettente musicista. Loro s'innamorarono già conoscendosi e si
sposarono dopo qualche mese. Niki nacque in settembre, ad un anno esatto
dal giorno in cui i suoi genitori s'erano conosciuti. Durante la
gravidanza, fecero una scoperta terribile, il cuore di Arleen era molto
ammalato e tutti, anche Niki che stava per nascere, impararono a convivere
con il rischio di una morte precoce.
      La vita della famiglia cambiò quando il padre volle rientrare in
Italia. Aveva intenzione di proseguire nel suo paese la carriera accademica
che sarebbe stata facilitata dai titoli acquisiti in America. E questo fu
vero solo in parte, perché fu costretto a rincorrere, per molti anni,
gli incarichi universitari, tentando sempre di migliorare la propria
posizione. Quel nomadismo rappresentò un prezzo pagato soprattutto dal
resto della sua famiglia, composta da una donna ammalata e da un bambino,
un po' viziato, entrambi costretti ad incrementare in fretta le poche
parole italiane imparate quando erano ancora in America.
      All'arrivo in Italia, Niki aveva appena compiuto cinque anni e fu
allora che cominciò la stagione della sua solitudine.
      Qualche mese dopo, quando fu tempo d'andare a scuola, proprio il
primo giorno, ebbe l'idea di non essere come tutti gli altri
bambini. Sebbene la famiglia fosse italiana da più generazioni, suo
padre portava ancora un cognome straniero. Oltre a questo, a Niki era stato
imposto un nome insolito, che non era il diminutivo, il nickname, come
diceva sua madre, di Nicola. In tal caso almeno il nome sarebbe passato
inosservato, ma Niki era proprio il nome che Arleen, arpista appassionata,
aveva scelto per quello che sarebbe stato il suo unico figlio. Lei aveva
scelto quel nome in onore del suo modello artistico, un virtuoso d'arpa
spagnolo chiamato Nicanor. Così Niki, con la kappa e senza l'ipsilon,
era il diminutivo americano di un nome spagnolo che, assieme al cognome
tedesco del papà, fu più che sufficiente a decretare la diversità
di chi lo portava in una classe di bambini dai nomi tutti assolutamente
italiani. Dovette perciò fare i conti con quel nome che lo rendeva
dissimile da tutti i Roberto, Luigi, Francesco, Alessandro e Leonardo che
gli stavano intorno e si convinse che quelli appuntavano l'attenzione su di
lui a causa di quel nome complicato e diverso. Anche con il cognome,
pensava, le cose non andavano meglio, perchè quasi tutti i suoi compagni
e persino gli insegnanti, non lo sapevano neppure pronunciare.
      Negli anni che seguirono Niki attirò su di sé,
involontariamente, l'attenzione, perché, cambiando città alla fine
d'ogni anno scolastico, al seguito di un padre girovago, si ritrovò,
sempre con nuovi compagni di classe, naturalmente sconosciuti. Accadeva
che, ad ogni primo giorno di scuola, quando tutti già lo guardavano con
naturale curiosità perché era nuovo, facendo l'appello, l'insegnante
lo chiamasse. Allora tutti erano disorientati dal suono straniero di quel
cognome strano e dal nome che era quasi un diminutivo. E quei ragazzi erano
sempre poco propensi ad accettare un nuovo compagno che, come scoprivano
subito, si esprimeva con un accento diverso da quello di tutti gli altri e
con una proprietà di linguaggio inconsueta per la sua età.
      Quando poteva, infatti, lui parlava in inglese, perciò pronunciava
tutte le parole italiane con una leggera inflessione straniera che era del
tutto diversa da quella dei compagni e degli insegnanti. Il suo modo di
esprimersi, poi, era insolito, perché spesso gli accadeva di pensare in
inglese e di dover poi tradurre in italiano ciò che stava per
dire. Costruiva le sue frasi, che erano sempre corrette, in un modo che
pareva almeno strano a chi le ascoltava.
      Tutto questo, assieme al fatto che era sempre più alto di quasi
tutti i suoi compagni, che era anche molto bello, educato, gentile e sempre
inappuntabilmente vestito, che non correva mai, né si lasciava mai
prendere dalla foga o da scatti d'ira, che, non litigando con nessuno, non
faceva mai a botte, lo rendeva definitivamente diverso da ogni altro
bambino.
      Frequentando la scuola comprese una grande verità: essere sempre
solo non era, come gli era sembrato di capire e come aveva fantasticato, il
destino di ogni bambino, ma una sua sorte speciale e di sicuro
indesiderata. Scoprì di volere per se stesso un po' dell'amicizia che
univa quasi tutti i suoi coetanei, ma questo non accadde, né in prima
elementare, né negli anni successivi. Attorno a sé vide crescere
soltanto un isolamento che lo fece soffrire e lo spinse a chiudersi sempre
di più. Sperò sempre che qualcuno gli si rivolgesse con amicizia, con
un po' d'affetto e non solo per schernirlo, come avveniva quasi sempre.
      Gli anni delle elementari e quelli delle medie corsero via con
l'acquisizione di una dolorosa consapevolezza, quella della solitudine e
della necessità, per non essere del tutto solo, di costruirsi
un'avvincente vita interiore. Perciò si creò un mondo di sogni, pieno
d'amici immaginari e di persone che l'amavano allo stesso modo con cui,
nella realtà, l'amavano solo i suoi genitori, il nonno a Boston ed un
cugino che era ancora più lontano. La mamma e il papà, consapevoli
delle difficoltà di quel figlio così teneramente amato, esaudirono
ogni suo desiderio, cercando in tutti i modi di rendergli la vita, per
quanto possibile, meno triste.
      I mondi che s'era costruito erano infiniti e i più fantastici,
alimentati dalla lettura di tutti i classici per ragazzi e poi dai libri
trovati nella fornitissima biblioteca accumulata dai suoi genitori, dai
giornali che da tutto il mondo arrivavano in casa, e naturalmente dai tanti
giochi che faceva. Aveva per sé i giocattoli più costosi e
sofisticati che il nonno riusciva a scovare in America, per giochi che lui,
purtroppo, faceva sempre da solo.
      Come c'era da aspettarsi dal figlio di una musicista, amava la musica
che accompagnava e cadenzava la sua vita fin da quando era nato. I loro
traslochi erano sempre molto costosi, si lamentava il papà, per via di
tutti quei libri, dei dischi e degli spartiti che Arleen s'era portata
dagli Stati Uniti, per tacere dell'arpa e del grande pianoforte che
imponevano sempre di trovare case con almeno una stanza sufficientemente
grande per ospitarli.
      La mamma gli aveva insegnato a suonare il pianoforte quando erano
arrivati in Italia. Per lei era stato un modo di tenere occupata la mente e
per Niki una scoperta e un gioco che non l'aveva mai impegnato molto, visto
che, grazie al suo buon orecchio musicale non aveva mai dovuto faticare per
ottenere qualche risultato. Aveva imparato a leggere le note e suonava con
una certa fedeltà, interpretando abbastanza bene molte composizioni, ma
soprattutto ripeteva o improvvisava su brani ascoltati da sua madre, dal
giradischi o dalla televisione.
      I suoi studi musicali si erano fermati alla capacità di ottenere
suoni gradevoli dal pianoforte, aveva una buona conoscenza della tecnica
esecutiva, ma niente di più, perché alla mamma non interessava
particolarmente che lui diventasse un musicista e a Niki piaceva molto
suonare il pianoforte, ma trovava altrettanto interessante leggere,
disegnare, fare le costruzioni ed inventarsi tanti altri giochi. Finì
per suonare solo quando era triste e la musica in quei casi l'aiutava a
tornare sereno. Oppure suonava per la mamma se si accorgeva che lei era
malinconica e a lui premeva solo che tornasse allegra, perché era la sua
sola compagna di giochi.
      La musica e il pianoforte erano così diventati una delle tante vie
di fuga dalla realtà, fin da quando aveva cominciato ad averne bisogno.
      I giochi, le letture, la musica, tutti quei mondi erano i regni su
cui governava con la sua fantasia e che lo tenevano in vita, consentendogli
di sottrarsi alla miseria e alla solitudine della sua realtà
quotidiana. Quelle fughe, però, finirono per condizionare il suo
comportamento verso i compagni, facendone un alieno in un mondo di ragazzi
molto normali. Non era mai riuscito a farsi un amico e ciò era accaduto
senza che ne avesse molta colpa, perché non aveva mai trovato un
compagno, un ragazzino che leggesse i suoi stessi libri, che ascoltasse o
suonasse la stessa musica, che, almeno, avesse delle fantasie simili alle
sue. Tutti i tentativi fatti per accostarsi a qualcuno dei compagni erano
falliti, anche perché crescendo era diventato ostile al mondo
esterno. Era un ragazzo che trattava con sufficienza gli altri, insegnanti
e compagni di scuola, e questo gli attirava le antipatie anche di alcuni
professori.

      Durante la primavera, prima che compisse i tredici anni, notò che
i discorsi, i bisbigli dei suoi compagni di scuola trattavano un argomento
nuovo. Parlavano quasi esclusivamente di sesso. Non che lui partecipasse a
quei ragionamenti, perché era sempre, irrimediabilmente escluso da
qualsiasi discussione, ma aveva cominciato a sentirli discutere e vantarsi
in termini coloriti delle proprie masturbazioni, di sperma e d'argomenti
simili.
      Di tutto quel sussurrare gli fu subito chiara una cosa: i suoi
compagni di scuola si stavano divertendo parecchio con quella scoperta e,
purtroppo, non avevano alcuna intenzione o voglia di metterlo a parte di
quel segreto, perciò s'ingegnò e, da serio, piccolo studioso
qual'era, cercò di documentarsi, sfruttando la biblioteca di casa. Le
notizie che trasse da quella ricerca, unite alle esperienze carpite ai suoi
compagni, gli diedero abbastanza conoscenze per darsi da fare per conto
suo. Cominciò così ad esercitare la pratica, applicandola al proprio
corpo che si stava risvegliando in quei mesi, già sviluppandosi
armoniosamente.
      I suoi primi orgasmi, dapprima, lo intimorirono, ma, essendo sorretto
da una buona conoscenza scientifica dell'argomento, non lasciò che
quelle sensazioni finissero fra le cose di cui vergognarsi. Fu contento di
parlarne alla mamma e al papà, i quali accolsero la notizia con
l'interesse che le era dovuto, dettero suggerimenti sulla moderazione e gli
augurarono buon divertimento.
      Poiché il suo approccio all'argomento, partito dagli scarsi indizi
attinti presso i suoi coetanei, fu di tipo esclusivamente scientifico, Niki
si masturbò per qualche tempo semplicemente strofinando il pene con la
mano. Il suo membro rispondeva bene alle sollecitazioni, indurendosi e
regalandogli momenti di piacere, ma la cosa che le prime volte era stata
divertente e perfino entusiasmante, divenne subito un po' noiosa. La
semplice emissione dello sperma, seppure accompagnata da quei brividi così
piacevoli, non rendeva l'esperienza o il rito quotidiano tanto avvincente e
il tutto si trasformò presto in un atto dovuto all'igiene corporale come
lavarsi i denti e fare la doccia.
      La svolta avvenne proprio alla fine dell'anno scolastico e fu
repentina. Scoprì che nella sua vita s'era verificato un mutamento
eccezionale, di cui non aveva ancora preso completa coscienza ed il merito
di questa conquista fu tutto degli odiati compagni di classe. Per quel
regalo, fu sinceramente grato ad uno di loro, al più detestabile, un
ragazzo che, in seguito, si sorprese a ricordare con affetto.
      Non avrebbe mai immaginato di poter provare altro che fastidio per di
quegli sciocchi, ma un giorno accadde qualcosa d'impensabile per
lui. Mentre si cambiavano dopo l'ora d'educazione fisica, il peggiore dei
suoi compagni, un ragazzo già fisicamente maturo, ma anche
particolarmente arrogante, gli si avvicinò e, abbassatosi all'improvviso
gli slip, brandì il membro quasi eretto. Con uno scatto in avanti,
glielo sventolò sotto il naso. Niki sussultò, sorpreso dal movimento,
ma si riprese subito e non poté fare a meno di notare in tutti i
particolari quella nudità esposta a pochi centimetri dai suoi occhi. Ne
osservò prima di tutto le dimensioni, che gli parvero esagerate, poi fu
colpito dall'aureola di peli scuri e dal sacco pesante col suo
contenuto. Percepì anche un odore acre, penetrante che era diverso da
quello che avvertiva su di sé. Ne fu affascinato.
      Notò il ventre piatto del ragazzo e le gambe muscolose, già
coperte da una peluria che gli parve oscena e desiderabile. Nonostante lo
spavento e l'imbarazzo che stava provando, i suoi occhi curiosissimi
registrarono tutto questo nei pochi attimi in cui si svolse la scena.
      Tutti ridevano, alcuni incitavano l'aggressore e la situazione
rischiava di precipitare, perché quello, imbaldanzito dal successo
ottenuto presso i compagni, l'aveva sospinto in un angolo e gli avvicinava
sempre più l'uccello alla faccia. Niki non sapeva proprio come
cavarsela. In quel momento si trovava a fronteggiare una situazione molto
grave. Sentiva su di sé gli occhi dei compagni e non sapeva come reagire
all'attacco di quel prepotente. Per giunta, si stava eccitando, sentiva
montare un'erezione difficile da nascondere, visto che era ancora in
mutande.
      Il dramma fu evitato dal professore di ginnastica che intervenne,
tirando per i capelli il prepotente, che poi fu espulso, e salvando
l'incolpevole Niki da quella situazione disdicevole.
      La grande novità fu che, a partire da quel giorno, trovò uno
stimolo tutto nuovo per le sue masturbazioni. Non dovette fare altro che
ripensare a quei momenti indimenticabili. Guardava e riguardava nella mente
quella scena, quando a pochi centimetri dagli occhi aveva visto il primo
pene quasi eretto della sua vita.
      Fu una rivelazione. Pur con tutta la sua fantasia, non aveva mai
pensato alla possibilità d'aiutare la propria ricerca di piacere con dei
ricordi o pensieri. Così, sfruttando quell'episodio e ringraziando in
ogni momento il suo imprudente compagno, poté inaugurare una nuova, più
esaltante stagione della sua vita sessuale, quella della fantasia, in cui
erano coinvolti quasi tutti i ragazzi che per qualche motivo entravano in
contatto con lui. Da quel giorno, prima di addormentarsi, passava in
rassegna gli avvenimenti della giornata e sceglieva un personaggio con il
quale ingaggiare una lotta selvaggia e senza quartiere che terminava,
invariabilmente, con l'avversario che, ridotto in schiavitù, era
costretto ad eccitare il vincitore. Questo accadeva se il prescelto era una
persona che Niki avesse in odio, se, invece, era un personaggio buono del
teatrino, l'avventura era combattuta a fianco a fianco dai due eroi che
finivano sempre vincitori di una qualche lotta. L'eccitazione della
vittoria infiammava i protagonisti che assieme giungevano all'orgasmo
liberatorio.

      Come sempre, come era accaduto alla fine di ogni suo anno scolastico,
cambiò città a causa dell'ennesimo trasferimento subito dalla sua
famiglia, perciò, in settembre, il teatrino notturno si arricchì di
nuovi personaggi, e lui riprese, com'era ormai sua abitudine e
necessità, ad ascoltare di nascosto i discorsi ed i bisbigli dei
compagni. Quello che però gli premeva, era di capire perché quelli
parlassero sempre più spesso di ragazze e di sesso femminile, mentre i
suoi pensieri se n'andavano regolarmente in direzione opposta, fissandosi
sempre sui loro corpi, in genere osservati durante l'ultima lezione
d'educazione fisica.
      Con il solito rigore scientifico, cominciò a studiare il problema
e, dopo qualche difficoltà d'interpretazione, ne trasse una risposta che
dapprima lo confuse. Era omosessuale, il risultato delle sue ricerche gli
si parò davanti verso la fine della terza media e prima ancora che
compisse i quattordici anni.
      Nel suo studio era partito da una rudimentale autoanalisi ed aveva
scomodato anche Freud e Jung, conosciuti leggendo avidamente un piccolo
manuale di psicoanalisi acquistato su una bancarella. Poi, utilizzando come
poteva quelle nozioni, era giunto ad una conclusione che non l'aveva
stupito, né preoccupato eccessivamente, ma solo un po' confuso, non
possedendo alla sua età gli strumenti per interpretarla
compiutamente. Essendo figlio di una madre ammalata e forse possessiva,
anche se a lui non pareva, e di un padre un po' distratto e qualche volta
autoritario, questo poteva anche essere vero. Essendo stato costretto a
tutti quei trasferimenti, tenuto conto di tutto ciò, riteneva di potersi
definire, con buon'approssimazione, un buon candidato
all'omosessualità. Anzi, ripeteva a se stesso per convincersi della
validità della sua analisi, se poi accidentalmente non lo fosse
diventato, si sarebbe dovuto studiarlo come caso clinico.
      Fu così che giunse al convincimento d'essere quello che è
sempre stato definito, in ogni lingua e dialetto, con abbondanza di termini
ed espressioni.
      Questa nuova consapevolezza lo lasciò indifferente giacché, si
disse, tutte le implicazioni della scoperta potevano ridursi ad una diversa
attesa per il futuro e ad un equilibrio nel presente. Il suo senso pratico
gli impedì di farne una tragedia. Si persuase infatti che ritrovarsi
omosessuale, non gli avrebbe arrecato un gran disturbo, perché la sua
diversità non avrebbe potuto renderlo più solitario di quanto già
non fosse. Nel suo futuro c'era, forse, una ricerca più difficoltosa ed
attenta degli amici e forse, quando fosse cresciuto, di un compagno per la
vita, piuttosto che di una compagna, ma di quest'ultimo problema,
credendone non urgente la soluzione, non fece un dramma. E poi, cercare di
farsi degli amici, secondo la sua esperienza, era certamente un'impresa
impossibile, trovare chi la pensasse come lui ed avesse quindi i suoi
stessi speciali desideri, non poteva essere tanto più complicato.
      I genitori lo avevano allevato al culto della libertà individuale
ed era stato attrezzato a seguire le proprie inclinazioni e i propri
desideri, piuttosto che adeguarsi ai comportamenti degli altri e quindi a
non preoccuparsene. Era dunque certo che, almeno da loro, non gli sarebbero
giunte difficoltà nel futuro e, per quel che riguardava il presente, era
già così solo che con la sua omosessualità non avrebbe potuto
spaventare proprio nessuno. Gli pareva anzi di poterla pacificamente
vivere, com'era giusto che fosse, come un diverso orientamento di gusti
sessuali. Gli piacque, perciò, pensare a se stesso come ad una persona
allegra, gaia, un gay, come l'avrebbero chiamato in America, e questo gli
bastò.

      O gli sarebbe bastato se, durante quell'estate, non fosse accaduto un
fatto che lo disorientò parecchio, nonostante le conclusioni cui era
giunto da pochissimo tempo. Le sue deduzioni, circa il proprio orientamento
sessuale, denotavano sicuramente una maturità eccezionale per l'età
che aveva, ma quello che avvenne in quell'agosto americano lo sconcertò,
fino a farlo dubitare di sé e delle idee che s'era fatto senza tanta
fatica.
      Il nonno aveva insistito perché partecipasse ad un
campeggio. Quella era il posto adatto a lui, aveva detto, e poi là
avrebbe conosciuto altri ragazzi. Se proprio non fosse riuscito a fare
amicizia con nessuno, almeno non sarebbe stato solo. Queste furono le
ragioni portate dal nonno, condivise dalla mamma e dal papà, e Niki se
ne fece convincere. Si ritrovò così a trascorrere quindici giorni in
riva ad un lago, tra montagne altissime, in un paesaggio incantevole, per
chi l'avesse apprezzato, ed in compagnia di ragazzi quasi tutti della sua
età, anche se ce n'era qualcuno più grande. Dopo i primi giorni
trascorsi cercando di adattarsi alla vita all'aria aperta, rinunciando a
quasi tutte le comodità cui era abituato, Niki cominciò a divertirsi,
fino ad ammettere con se stesso che il nonno aveva avuto davvero un'ottima
idea.
      S'accorse di trovarsi davvero bene a quel campeggio, anche perché
nessuno dei compagni trovava strano il suo nome, né il modo di parlare,
né qualche atteggiamento. Questo accadeva forse perché erano tutti
americani come lui, o semplicemente perché non gli badavano, come lui
non badava a loro. Si divertì e si stancò moltissimo a giocare e a
praticare tutte le attività con cui i responsabili del campo cercavano
di tenerli occupati.
      Andò tutto bene, fino al giorno in cui capì di essersi
innamorato.
      Alzandosi, una mattina, il ricordo di un sogno, una traccia nella sua
mente, gli fece cercare con gli occhi un ragazzo un po' più grande che
il giorno prima era stato suo compagno in un gioco. Quello gli sorrise e
lui se ne invaghì. Non capì di essere innamorato, non avrebbe potuto,
ma s'accorse subito che tutto attorno a lui era improvvisamente divenuto
più bello, più affascinante. Ogni oggetto aveva assunto una luce
nuova, diversa da com'era fino ad un momento prima.
      Per quel giorno, nei giochi, mentre mangiavano, in ogni momento, una
forza misteriosa lo ispirò e gli fece desiderare di esser vicino a quel
ragazzo cercando sempre di capitargli accanto. Così fece il giorno dopo
e l'altro ancora. Purtroppo quello, dopo il primo sorriso, non gliene
dispensò altri, non ne avrebbe avuto motivo, e la luce che aveva
improvvisamente illuminato il mondo di Niki si spense a poco a poco,
assieme alla speranza che il suo ignaro innamorato potesse accorgersi
ancora di lui.
      Il campeggio si trasformò velocemente in una tortura, peggiore di
com'era la scuola e lui finalmente capì cosa gli fosse accaduto.
      Cominciò allora ad attendere con ansia che tutto finisse e che il
nonno andasse a riprenderlo.
      Nel cuore gli si era aperta una ferita nuova, più profonda,
diversa e più dolorosa dell'angustia che provava quand'era solo. Capì
che era accaduto un fatto nuovo, più grave. Comprese che quello era uno
dei tanti segnali che il suo corpo e la sua mente gli inviavano, era la sua
adolescenza e lui stava crescendo, cambiando. Era a causa di questo,
pensò, che s'era innamorato. E, poiché era gay, quel fatto glielo
confermava, prendeva le sue sbandate per i ragazzi.
      Aveva quasi quattordici anni e capire tutto ciò finì per
turbarlo.
      Gli ultimi giorni del campeggio trascorsero con una lentezza
esasperante. Quel ragazzo, amante ignaro, era continuamente davanti ai suoi
occhi, ma lui non poteva far nulla.
      Finalmente andarono a riprenderlo e poté lasciare quel posto e
l'innamorato. Tornò a Boston e quella sera stessa, rivelò ai genitori
d'essere omosessuale. Parlò perché ebbe paura, sperando che
l'aiutassero quando fosse accaduto ancora. Non voleva più soffrire
così. Ne parlò alla mamma, perché sapeva che l'avrebbe
consolato. Sapeva di poterlo fare e aveva capito che avrebbe trovato in lei
il solito affetto e l'abituale forza d'animo. Glielo disse con
semplicità, come aveva fatto circa un anno prima, quando le aveva
confidato d'essere diventato grande, almeno nel corpo.
      Arleen non se l'aspettava, non da suo figlio a quattordici anni, ma
reagì dandovi il peso che si poteva dare ad una rivelazione come quella
che, in ogni caso, non era impegnativa per la vita. L'abbracciò, cercò
di alleviare quella nuova solitudine.

      Quell'estate fu uno spartiacque nella sua esistenza e, anche se si
sentiva ancora alla ricerca di molti pezzi di sé, fu abbastanza
cosciente che da solo o con l'aiuto che poteva ricevere dai genitori, non
sarebbe potuto sopravvivere. Ciò che gli era accaduto al campeggio, gli
servì per capire un fatto molto importante: non doveva più cercare un
compagno di giochi, ma un amico. Aveva bisogno di qualcuno con cui parlare,
cui confidare i propri pensieri, qualcuno che gli fosse vicino e
possibilmente vivesse i suoi stessi dubbi.  All'amore, quello vero, ancora
non riusciva a pensare, ma a quell'amico, se mai l'avesse trovato, avrebbe
chiesto anche qualcosa del genere.

      All'inizio della scuola, in quarta ginnasio, si dedicò a questa
ricerca, convinto che alle superiori sarebbe stato più facile trovare
persone che fossero almeno culturalmente allineate alle sue possibilità.
Cercò di agire senza quei pregiudizi che l'avevano bloccato tante volte
e che gli avevano impedito di stringere legami con ragazzi che avrebbero
anche potuto e voluto essere sinceramente suoi amici. Riuscì così ad
entrare in confidenza con alcune ragazzine che trovavano particolarmente
interessante la sua aria da ragazzo compito, con l'accento anglosassone,
lui precisava 'bostoniano'. Anche qualche ragazzo, cui s'avvicinò,
sembrò apprezzare la sua compagnia tanto che si creò un gruppo di
quattro, cinque di loro che qualche pomeriggio si ritrovò per giocare e
qualche sera uscì per il cinema o per una pizza. Ma anche se tutto
questo rappresentava per lui un'esperienza inedita, non la considerava
appagante, essendo ormai la sua ricerca volta ad altro.
      C'era uno fra quei ragazzi, Alfredo, che, gli parve, condividere più
degli altri le sue consuetudini di lettura e di studio. E Alfredo si rivelò
davvero un buon amico, perché l'aiutò, soprattutto, a liberarsi da
molti dei vizi cui l'aveva spinto la solitudine. Con lui imparò a
mettere in discussione le proprie idee, a confrontarle, a battersi per
difenderle ed a perdere qualche battaglia. Alfredo sarebbe stato un
compagno perfetto, anche in quel senso speciale cui Niki pensava sempre più
spesso, se un giorno d'inverno, stimolato dall'amico che voleva spingere la
propria conoscenza anche a quello che gli premeva sopra ogni altra cosa,
non avesse espresso le sue opinioni e i suoi desideri riguardo alle
compagne di classe.
      Fino a quel momento la loro amicizia era stata, per i reali desideri
di Niki, poco coinvolgente, ma quelle rivelazioni lasciavano poco spazio
alle speranze di cooptare l'amico nel suo circolo socratico, come aveva
appena scoperto di poter definire un gruppo di gay. Purtroppo Alfredo, un
po' eccitato dall'argomento e, messa da parte la sua innata riservatezza,
rivelò a Niki tutti i suoi sogni, anche i più segreti. Quando era
solo, il povero Alfredo fantasticava di ammucchiate in cui era soffocato
dalle tette di donne procaci e vagheggiava, lui, piuttosto gracile, di
amplessi travolgenti ed orge indescrivibili.
      Niki ne fu sconvolto e si sentì molto vicino alla nausea. Alfredo
l'aveva deluso e fu subito cancellato dal carnet degli eroi serali ad uso
di 'felicità solitaria e passeggera', come lui aveva poeticamente
cominciato a chiamare i suoi quotidiani appuntamenti autoerotici.
      Tornò così, almeno da quel punto di vista, ad essere solo. Per
tutto il resto, il sodalizio culturale con Alfredo proseguì e
continuarono ad essere buoni amici e saltuari compagni di studi, di
passeggiate, d'interessanti scoperte, soprattutto musicali. Un pomeriggio,
quasi alla fine di maggio, partendo da un ascolto della sinfonia 'Patetica'
di Ciaikovski, Niki, che non perdeva la speranza di ottenere da Alfredo
almeno un po' di comprensione, pilotò il discorso sull'omosessualità
del musicista russo.
      "Lo sai che, secondo documenti scoperti di recente, Ciaikovski morì
suicida, condannato da un giurì d'onore. Pare che avesse sedotto il
figlio di un nobile. Pensa, Ciaikovski fu costretto a bere del veleno!
Dovette morire!"
      "È eccezionale lo stesso" Alfredo era un ammiratore acceso di
Ciaikovski "lo sai che ho quasi pianto quando ho ascoltato questa musica
per la prima volta. Però, hai ragione, è terribile, per un uomo come
lui, dover morire così! E per un motivo così futile!"
      Queste affermazioni incoraggiarono Niki. Fu allora quasi inevitabile
parlare d'omosessualità.
      "A te non importa, quindi, che un grande artista sia omosessuale?"
      Alfredo non lo deluse.
      "Che c'entra? Uno nel proprio intimo può credere e agire come
vuole, non credi? Penso che l'unica cosa importante sia l'opera che
l'artista ha creato. È per quello che si è ricordati!"
       "E tu ragioneresti così per chiunque? Per le persone comuni?"
      "Certo! Quel che importa è come si agisce con gli altri, non
quello che si fa per conto proprio."
      "Già..." e gli venne voglia di commettere una pazzia. Fu tentato
di confessare la propria omosessualità ad Alfredo.
      "Cosa ne penseresti, allora, se ti confessassi che forse sono
omosessuale?"
      "Non dire stronzate" fece Alfredo improvvisamente serio.
      "È la verità!"
      "Mi fai preoccupare. Una cosa è parlare in generale di Ciaikovski,
una cosa è ritrovarti il mostro in casa" e poi rise in un modo che Niki
trovò osceno.
      "Perché, di che cosa avresti paura?" gli gridò Niki, sentendo
la collera montargli dentro, una creatura sconosciuta che gli cresceva nel
petto e che non seppe più controllare.
      L'ipocrisia di Alfredo lo sconvolse.
      "Pensi che, essendo gay, potrei saltarti addosso per farti chissà
cosa? Oppure pensi che io sia tanto ammalato da contagiarti con un morso?"
      E, nel dire così, preda dell'ira, inaspettatamente l'afferrò e
finse di morderlo sul collo. Ne venne fuori un succhiotto, specialità di
cui aveva letto in un giornalino porno che era circolato a scuola. Alfredo
si divincolò e, appena liberatosi, si toccò il collo, tentando di
valutare il danno subito, poi fulmineamente gli tirò un pugno
all'addome.
      Niki fu colto alla sprovvista e si piegò, quasi inginocchiandosi
per il dolore che provava, ma era anche impaurito dalla furia che aveva
intravisto negli occhi di Alfredo che, sebbene più basso e meno robusto,
aveva agito di sorpresa.
      "Tu sei un finocchio, non è vero? L'avevo immaginato, ma non
volevo crederci. Gli altri me l'avevano detto di stare attento con
te. Quanto schifo mi fate tu e quelli come te!" gridò cominciando in
italiano e finendo nel suo dialetto.
      Niki era ancora piegato per il dolore e si sentì sul punto di
piangere, ma era anche terribilmente offeso dalle ingiurie che quella
specie d'amico gli stava riversando addosso e che in gran parte gli
sfuggirono, perché espresse in una parlata che lui non era riuscito
ancora ad imparare.
      Non era in casa sua, perciò si tirò su con tutta la dignità
di cui fu capace, mandò indietro le lacrime e s'avviò verso la porta
senza una parola. Alfredo, non ancora soddisfatto, continuò a gridargli
un insospettabile campionario di parolacce ed epiteti che sconcertarono più
che offendere Niki, il quale non riusciva ancora a trovare una buona
ragione più al proprio gesto, che alla reazione di quella specie di
amico.
      Quello che invece comprese subito fu che, almeno finché fosse
rimasto in quella città, avrebbe ripreso a battere la via ben conosciuta
della solitudine e dell'isolamento.
      Rientrato a casa, confidò alla madre con un po' di vergogna tutta
la storia, non tanto per la causa del suo scatto d'ira, quanto per la
mancanza di controllo che aveva avuto. Ne ebbe, come sempre, ragione e
conforto.
      La madre l'abbracciò mormorandogli parole che lo rimettevano in
pace con se stesso e confermavano l'amore che li univa. Poi gli fece, tutta
d'un fiato, una proposta incredibile.
      "L'anno scolastico è quasi finito e pare che anche questa volta
dovremo andarcene da qualche altra parte. Tuo padre mi ha assicurato che si
tratta del nostro ultimo trasferimento, perché la cattedra è
finalmente quella che aspettava. Perciò a settembre avrai dei nuovi
compagni.
      "Che ne diresti se ce ne andassimo dal nonno? Partiamo anche domani e
non torneremo più qua.  Papà ci raggiungerà a luglio, dopo la
sessione estiva. Che ne dici? Ti va?" capì che suo figlio era un po'
disorientato e decise di rivelargli la parte più incredibile ed
allettante della proposta "Sai, ho parlato con il nonno. Pare che a Boston
ci sia Stephan. È tornato! Da quanto tempo non vi vedete?"
      "Sono passati tre anni, nove mesi e qualche giorno" mormorò Niki.
      Gli pareva impossibile, rivedere Stephan sarebbe stato un sogno. Non
avrebbe mai osato sperarlo.  Pensava a lui ogni notte prima di
addormentarsi e gli mandava un bacio, ovunque quel matto si trovasse. Il
suo unico, vero amico. Non s'erano più visti, divisi dalle vicende
matrimoniali dei genitori di Stephan. Il padre era fratello di Arleen ed
aveva divorziato quando i due ragazzi avevano dieci anni. Stephan era
andato a vivere chissà dove con sua madre ed era scomparso dalla vita di
Niki nell'autunno di tre anni prima. Non gli aveva più parlato, non ne
aveva più saputo nulla, neanche il nonno aveva più avuto sue notizie
ed ora eccolo saltare fuori.
      Per lui, ritrovare Stephan avrebbe significato tornare a vivere.
      Il papà avrebbe provveduto al trasloco, all'iscrizione in chissà
quale ginnasio. Là avrebbe conosciuto nuovi compagni e questa volta
sarebbe stato più attento, si sarebbe fatto degli amici veri. Pensò
tutto questo e, nel tumulto che ormai c'era nella sua mente, tornò a
Stephan. Chissà com'era diventato, che aspetto aveva.
      "Mamma, credi che papà accetterà di fare tutto da solo?" era
entusiasta ed emozionato all'idea che tutto poteva magicamente tornare a
posto anche in un momento brutto come quello, di così nera disperazione.
      "Questa volta credo di si" e lo disse con un tono che a Niki parve
triste e non gli piacque proprio.
      Era eccitatissimo al pensiero di rivedere Stephan, ma quelle parole
della mamma lo riportarono ad una orribile realtà. Le mise una mano sul
cuore e la guardò dritto negli occhi:
      "Se questo signore si stesse comportando male, tu me lo diresti, non
è vero?"
      "Certo!" senza guardarlo.
      "Mamma" la sua voce era vicina al pianto "dimmi la verità: ti
prego! Sono grande e voglio saperla anch'io!"
      "Certo, piccolo mio! Tanto alla fine te l'avrei detto o tu l'avresti
capito" l'accarezzò lentamente "i medici dovranno stabilire se è
giunto il momento d'operarmi. Tu l'hai sempre saputo che un giorno o
l'altro avrei dovuto farlo, no?"
      Niki l'abbracciò, appoggiandole il capo sul petto, in ascolto del
battito di quel cuore che avrebbe potuto privarlo dell'amore e
dell'appoggio di sua madre.
      Rivide Alfredo la mattina successiva. Il suo ex amico portava la
camicia insolitamente abbottonata e l'ignorò. Niki fece altrettanto,
anche perché fortunatamente Alfredo ebbe il buon gusto di tacere i
motivi di una rottura che appariva evidente e che eccitò la curiosità
di tutta la classe.
      Niki era in uno stato d'assoluta tranquillità, dovuto alla
certezza di lasciare al più presto quel posto. Il padre aveva accettato
tutto il loro programma per l'estate, sarebbero partiti entro pochi giorni
e al resto avrebbe pensato lui.
      Avrebbe riabbracciato il nonno, ma soprattutto avrebbe rivisto
Stephan e tutto, veramente tutto, sarebbe andato al proprio posto!

      Voleva davvero bene al nonno, loro due andavano proprio
d'accordo. Avevano trascorso molto tempo insieme, a farsi compagnia e se il
nonno, come diceva da qualche anno, gli voleva due volte bene, perché
Stephan era lontano, Niki, oltre che amarlo, l'ammirava molto.
      Sapeva di somigliargli parecchio. Crescendo, era apparso subito
chiaro che aveva ereditato da lui la struttura fisica, il colore della
pelle, dei capelli, degli occhi e, la mamma fu la prima ad accorgersene,
anche un po' del suo carattere. Il nonno era un uomo di forte temperamento
e a Niki non era mai mancata la decisione nel realizzare quello che aveva
deciso di fare.
      Spesso d'estate avevano viaggiato insieme, mentre la mamma e il papà
se ne stavano tranquilli da qualche parte vicino a Boston. E, quando non
erano in giro, facevano lunghe passeggiate, oppure il nonno l'accompagnava
in posti dove poteva divertirsi. Parlavano molto fra loro, perché il
nonno aveva sempre da raccontargli storie fantastiche, finché lui le
aveva trovate interessanti. Da un paio d'anni invece parlavano di tutto,
perché il nonno era un vecchio sapiente e Niki era avido di
conoscenze. Per lui era come il saggio di una tribù pellirosse.
      Di sé Niki non era riuscito a confidargli una sola cosa. Durante
l'ultima estate che avevano trascorso insieme era giunto più volte sul
punto di rivelargli di essere omosessuale, ma non ci era mai riuscito,
forse perché l'aveva considerato troppo vecchio per comprendere ed
accettare quella situazione. Poi non ci aveva più pensato, ma ora, oltre
al nonno, attendeva di rivedere Stephan ed a lui era certo di non poterlo
tacere.

      L'America li accolse a braccia aperte.
      Il nonno, preoccupato per la salute della figlia, fu felice della
loro decisione di anticipare il viaggio. E quando arrivarono a Boston, in
aeroporto, da dietro a lui spuntò Stephan che era splendente come il
sole, selvaggio come un puledro, ed era il ragazzo più desiderabile che
Niki avesse mai immaginato.
      Stephan gli saltò al collo, s'abbracciarono e si baciarono sulle
guance. Erano quasi coetanei, perché Stephan era nato solo qualche mese
prima di Niki ed avevano la stessa notevole altezza.
      Si guardarono per un momento, poi Stephan l'abbracciò più
forte. Niki, invece, era come paralizzato dall'emozione. Finalmente si
riscosse e si salutarono ancora facendo un potentissimo gimme five,
battendosi le mani a palme aperte per due o tre volte. Continuarono a non
parlarsi e, semplicemente, camminarono abbracciati, tanto stretti da non
poter muovere i passi, precedendo gli altri verso l'uscita dell'aeroporto.
      Dopo essersi lasciati bambini, si ritrovavano cresciuti e cambiati,
praticamente sconosciuti uno all'altro. Sarebbe stato tutto come prima,
avrebbero saputo riannodare quel rapporto totale che Niki ricordava con
nostalgia? Quando erano piccoli, se Niki piangeva, anche Stephan
piangeva. Per simpatia, diceva la mamma, perché erano come tamburi che
vibravano insieme. E se Stephan ne combinava una delle sue, cosa che
succedeva più volte durante la giornata, Niki era sempre pronto ad
addossarsi la colpa di quello che era accaduto.
      Voleva bene a Stephan, gliene aveva sempre voluto, ma ora quel
sentimento era cambiato: rivedendolo aveva compreso di desiderarlo. Non
l'aveva mai utilizzato nel suo teatrino serale, un po' perché, non
vedendolo da anni e ricordandolo bambino, non riusciva a focalizzare
l'immagine di un corpo da sognare e poi Stephan rappresentava un ricordo
che non avrebbe mai potuto contaminare. Dopo la loro separazione era
divenuto il suo immaginario interlocutore in tutti i giochi e nelle ore
della solitudine, era stato una voce nella memoria, niente più che un
ricordo rimasto bambino. Ed era stato molto attento a che restasse
tale. Ora però quel ricordo era avvinghiato a lui, anzi, gli si era
schiacciato contro, sul sedile posteriore dell'auto e, se con una mano gli
stringeva una spalla, con l'altra gli strizzava il ginocchio, per poi
saltare a fargli il solletico sulla pancia, avvicinandosi pericolosamente
al desiderio, tutto fisico, che Niki sentiva crescergli in grembo. Stephan
era vestito in una maniera che era incomprensibilmente anticonformista,
aveva dei jeans larghissimi e una felpa ancor più smisurata d'un colore
indefinibile gli copriva il torace che Niki, durante i frequenti abbracci,
aveva potuto sentire splendidamente formato.  Stephan era davvero cresciuto
bene, meglio di lui che non faceva tanto esercizio fisico.
      Il tragitto dall'aeroporto a casa del nonno, dove alloggiava anche
Stephan, fu punteggiato da risate e squittii, perché continuarono a
farsi il solletico, tirarsi pizzicotti e gridarsi tutta la contentezza che
sentivano per essere un'altra volta insieme.
      Era tardi quando arrivarono e naturalmente si sistemarono nella
camera di Stephan, quella che avevano occupato quando erano bambini e tutte
le volte in cui erano stati insieme in quella casa.
      Niki fu riassalito dai dubbi: come doveva comportarsi? Stephan era in
tutto la realizzazione dei suoi sogni. L'aveva immaginato, era
prevedibile. Sapeva di dovergli confidare tutto di sé, ma Stephan era
bello e desiderabile, come non avrebbe mai immaginato, e lui aveva paura
che lo respingesse. Quello che l'aveva sorpreso era stata la confidenza con
cui il cugino l'aveva accolto, come se non fossero trascorsi quasi quegli
anni dall'ultima volta in cui s'erano visti. Ma era cambiato tutto: loro
erano diversi, assai lontani da quei due bambini che si erano salutati
piangendo tanto tempo prima.
      Conosceva bene una caratteristica di Stephan, la felicità di
donarsi senza condizioni, ma si chiese se suo cugino, conoscendo l'esatta
natura dei suoi pensieri e, soprattutto, dei suoi desideri, l'avrebbe
trattato sempre allo stesso modo. Mentre scherzavano in auto, mentre la
mano di Stephan si muoveva sul suo corpo dandogli sensazioni nuove, era
rabbrividito più volte all'idea che Stephan potesse accorgersi della sua
eccitazione e respingerlo, disgustato.
      E se non fosse stato così, se anche Stephan avesse avuto le sue
stesse inclinazioni? Dopo tutto, la situazione familiare del cugino ne
faceva un disadattato e lasciava qualche spazio alla speranza, si disse,
ricorrendo alla sua esperienza di psicologia ed autoanalisi. Poi rammentò
a se stesso che in America un ragazzo su quattro è figlio di genitori
divorziati. La sua sensibilità, infine, gli suggerì che Stephan non
era come lui, conosceva abbastanza i suoi coetanei, italiani o americani
che fossero, per capire che il cugino aveva desideri diversi dai suoi. La
realtà era che Stephan l'aveva accolto con l'amicizia e con l'affetto
delle altre volte ed erano cose che avrebbe potuto perdere, se si fosse
comportato avventatamente. Oppure solo con sincerità.
      Avrebbe pianto se fosse stato solo, ma c'era Stephan là con lui.
      Dovevano raccontarsi tutto quello che era accaduto negli ultimi anni,
questo era il proposito che avevano espresso insieme, cui Stephan aveva
accennato, proprio mentre lui lo pensava. Fra loro era sempre stato
così. Ma Niki non sapeva quanto avrebbe potuto raccontargli e se
nascondergli qualcosa della sua storia e, soprattutto, dei suoi desideri
che per la prima volta si trovava a voler maledire.
      Anche Stephan aveva molte avventure da raccontargli. E gli disse che
aveva trascorso gli anni della loro separazione cercando qualcuno che
l'amasse. Allontanato dal padre, dal nonno, da Niki, era vissuto da solo
con sua madre, cercando d'avere da lei quello che gli era stato tolto,
amandola. Aveva accettato di rinunziare a tutti gli altri, pur di
conservare quella che per lui era la più importante fonte d'affetto, ma
lei, pur avendo preteso di tenerlo con sé, non era stata altrettanto
costante, né così perseverante nelle proprie azioni ed aveva cercato
di liberarsi di lui quando le era diventato di peso. Perciò, un mese
prima, l'aveva lasciato a suo marito che in quel periodo viveva in casa del
padre a Boston. E così, il nonno era diventato il punto di riferimento
più importante nella vita di Stephan, anche perché il ragazzo s'era
subito avveduto che, dopo sua madre, anche il papà si era, a suo modo,
disfatto di lui. Una l'aveva lasciato a Boston scomparendo e senza dare più
notizie di sé. L'altro, pur vivendogli accanto, semplicemente, lo
ignorava, come aveva sempre fatto da quando lui era nato.
      Questi erano i pensieri tristi che popolavano la sua mente ed ora che
erano tornati insieme, sperava che Niki con la sua presenza illuminasse
quella vita solitaria.
      Glielo disse mentre salivano le scale e sulla porta della loro
camera, poi gli si strinse contro perché Niki l'accarezzasse.
      "Sei con me ora..." gli disse, sentendo una stretta al cuore.
      'Sei con me che ti desidero...' pianse dentro di sé.
      Appena entrato in camera Stephan si sfilò la felpa, rivelando il
suo torace.
      Era proprio come aveva immaginato e temuto: Stephan era bellissimo e
lui lo desiderava. Sentì la testa scoppiargli.
      "Faccio la doccia" disse Stephan e, mentre con la mano destra si
slacciava le scarpe da ginnastica, con la sinistra, con una manovra del
tutto tipica in lui, riuscì a tirare giù i pantaloni, togliendosi
d'un colpo anche gli slip e rivelando a Niki il suo corpo da sogno.
      Fisicamente erano molto simili: avevano gli stessi capelli biondi e
gradevolmente ondulati, il viso ovale, la carnagione chiara, gli occhi di
un azzurro cupo, ma Niki rimase ugualmente colpito da quella
specularità. Riconobbe in Stephan il proprio doppio e si chiese ancora,
se anche nel carattere potessero essere simili come lo erano nel fisico, se
anche il cugino potesse, in qualche modo, provare le sue stesse sensazioni.
      Stephan lo scosse tirandogli un cuscino: completamente nudo e per
nulla eccitato, gli si era piazzato di fronte.
      "Vedo che non hai perduto il vizio di restare incantato e con la
bocca aperta" scoppiò a ridere e questo, almeno, aiutò Niki a
superare l'impatto con la visione del cugino, nudo, in piedi davanti a lui.
      "E un giorno mi si riempirà di mosche!" riuscì a dire,
rispondendo al gioco e ripetendo una frase con cui Stephan lo prendeva in
giro quando erano più piccoli.
      "Sto andando a fare la doccia!" disse e s'incamminò verso il
bagno, poi si voltò improvvisamente cogliendo lo sguardo di Niki che era
fisso di lui "Si può sapere che hai da guardarmi?" e dopo un altro passo
si voltò ancora "Ma tu non ti lavi?"
      "No, fai una doccia. Falla tu. Forse dopo..." riuscì a balbettare
Niki, spaventato.
      Si voltò tremante, per come era andato vicino a non sapeva neppure
cosa: Stephan avrebbe capito molto presto cos'era diventato lui, ne era
certo. Non poteva nasconderglielo, con Stephan non sarebbe stato
possibile. Ai suoi genitori era stato molto facile dirlo, ma Stephan era un
ragazzo come lui e Niki sapeva bene cosa ne pensavano i suoi coetanei delle
checche. Si sentì davvero disperato. Era stato bello ritrovarlo dopo
tanto tempo, ma ora era semplicemente terrorizzato all'idea di dovergli
rivelare l'esatta natura dei suoi desideri. In ogni caso non poteva
nascondergli di essere gay, non a Stephan.
      Lo sentì aprire i rubinetti e infilarsi sotto la doccia. Stephan
non aveva mai chiuso la porta del bagno, qualunque cosa stesse facendo. Era
proprio come lo ricordava, lo stesso di sempre, spontaneo ed entusiasta in
ogni sua azione. Aveva conservato intatta la sua naturalezza. Si chiese
come fare a non perderla. Mentre lo sentiva muoversi sotto l'acqua, non
poté trattenersi dall'andare verso il mucchio d'indumenti lasciato da
Stephan, per prendere gli slip e odorarli. Sapevano d'orina, perché
Stephan non s'era mai lavato molto volentieri, ma avevano anche altri
odori, più profondi che Niki distinse e sperò di ricordare per
sempre. Poi, come impaurito da quel che aveva fatto, cercò di rimetterli
dov'erano e si spogliò velocemente. Indossò il pigiama e s'infilò
sotto le lenzuola.
      Si voltò su un fianco, verso il letto di Stephan, cercando di
nascondere con l'erezione anche tutto il suo imbarazzo. Chiuse gli occhi,
ma i pensieri che fece lo terrorizzarono. E se Stephan gli si fosse
avvicinato e l'avesse costretto ad uscire dal letto? Da quello lì c'era
da aspettarsi qualunque cosa. Se l'avesse visto in quelle condizioni
avrebbe capito tutto, non voleva perderlo un'altra volta.
      Cercò di scacciare quei pensieri dalla testa, poi lo sentì
tornare. Naturalmente, era ancora gocciolante ed aveva lasciato le impronte
dei piedi bagnati sul parquet.
      Stephan s'avvicinò e andò a sederglisi accanto, con
l'accappatoio soltanto buttato sulle spalle. Gli accarezzò una guancia
con il dorso della mano ancora umida e odorosa di bagnoschiuma. Lo guardò
e gli sussurrò:
      "Sei gay, non è vero? Perché non me l'hai detto subito?" lo
tirò su di peso, senza attendere risposta, e l'abbracciò,
stringendoselo al petto.
      Stephan lo stava baciando su una guancia e lui era stupito. Poi non
riuscì più a trattenersi e pianse, l'investì con una valanga di
parole. Aveva temuto che lo respingesse, ma ora gli confidava tutto il suo
patimento, la sua disperazione. Parlava all'amico, al fratello che aveva
ritrovato. Cercò di raccontargli della scoperta della propria
omosessualità, gli disse di quanto i suoi genitori l'avessero aiutato. E
poi cominciò a parlargli della sua vita, di quanto si fosse sempre
sentito solo.
      Stephan l'ascoltò, l'interruppe, tentò anche di scherzarci su,
spingendolo a sorridere e infine a ridere. Il ghiaccio era rotto, erano
riusciti a parlarsi come avevano fatto sempre.
      E poi fu la volta di Stephan che raccontò del suo peregrinare con
la madre di città in città, fino al nuovo possibile matrimonio e alla
decisione di liberarsi di lui, di quel peso, restituendolo al padre o più
esattamente al nonno. E ora era qua a godersi la casa e la tranquillità
di Boston.
      Niki stretto ancora nell'abbraccio protettivo del cugino non poté
non pensare che Stephan patisse quanto lui la solitudine, ma senza la sua
forza d'animo. E Niki che conosceva bene la propria personalità e quella
di Stephan, temette molto per il cugino, perché il dolore, la ricerca
disperata d'affetto, che aveva indovinato nelle parole di Stephan, gli
parvero subito troppo ardue per un carattere fragile.
      Stephan, invece, in qualche modo, cercava già di consolare lui:
      "A Boston mi sono già fatto qualche amico e... soprattutto qualche
amica! Mi diverto ad uscire con loro, qualche volta, quando ne ho voglia!
Però, Niki, devi sapere che io non sono gay o, almeno, non credo di
esserlo. Mi dispiace. A me piacciono le ragazze. Mi piacciono...!"
      "E a me i miei compagni di scuola!" replicò Niki, cercando di
sorridere.
      "Se io fossi una ragazza, faresti l'amore con me?" gli chiese
Stephan, sorprendendolo.
      "Non lo so. No, non credo!"
      "Davvero? Neanche se fossi io, proprio io, ma fossi una donna?"
      "No, Stephan, non credo. Neanche se quella ragazza fossi tu. Ne sono
certo!"
      "Niki, l'anno scorso io e un mio compagno di classe ci masturbammo
insieme nel deposito della palestra, alla fine ci mettemmo a ridere e
scappammo via. Mi prometti che, se noi due dovessimo fare qualcosa del
genere, sarà così e basta?"
      "No, Stephan, non posso prometterlo!" si costrinse a dire, ma voleva
gridargli che lo desiderava disperatamente, se solo lui gliel'avesse
permesso.
      Si sciolse dall'abbraccio, gli accarezzò una guancia e tornò a
stendersi nel letto, voltandosi e dandogli le spalle. Cercò di
ricacciare le lacrime che gli bruciavano gli occhi, e quasi gli sfuggì
un singhiozzo.
      Ma Stephan gli voleva bene, gliene voleva senza condizioni. Niki era
stato per lui il punto di riferimento in ogni momento della sua vita da
quando, ancora instabili sulle gambe, giravano nella casa del nonno, sempre
tenendosi per mano. Erano cresciuti e avevano scoperto il mondo insieme, ma
era stato Niki ad interpretarlo e renderlo accessibile a Stephan che s'era
sempre fidato ciecamente di lui. Ed ora c'era questa situazione inedita e
così difficilmente controllabile.
      Un gesto, un passo e avrebbe perduto Niki per sempre. Se fosse
servito, gli si sarebbe offerto, gli avrebbe dato il proprio corpo, quello
che, l'aveva capito, Niki desiderava tanto dolorosamente. Mentre era nel
bagno, l'aveva intravisto prendere gli slip che s'era appena tolto. Aveva
miracolosamente compreso e accettato la verità.
      In quel momento ebbe coscienza di non potersi semplicemente offrire a
Niki, perché il cugino non avrebbe mai accettato un sacrificio. Pensò
che amarlo veramente doveva essere volergli bene nel modo in cui lui lo
desiderava. L'atto d'amore che si apprestava a compiere, non doveva
assolutamente sembrare un sacrificio, né doveva esserlo, perché, se
Niki lo desiderava, lui gli avrebbe veramente regalato tutto se stesso.
      Gli passò lentamente la mano fra i capelli e continuò ad
accarezzarlo, finché non lo sentì sospirare, allora gli posò la
mano sulla spalla, spingendolo a voltarsi. Stettero per qualche secondo a
guardarsi negli occhi, Stephan sempre seduto sulla sponda del letto e Niki
con il capo posato sul cuscino. Era come se ciascuno vedesse se stesso.
      "Niki, perdonami! Lo sai, io so parlare poco e quando lo faccio, non
riesco mai a dire tutto quello che vorrei. Prima non volevo offenderti,
io... quello che volevo dirti è... che anch'io potrei... forse un po'
desidero fare qualcosa con te. Ma non potrà essere, non so come
dirlo... come se tu fossi il mio fidanzato, o la mia fidanzata. Ma, Niki,
voglio dirti anche un'altra cosa" e l'accarezzò "se tu ne hai voglia,
potremo divertirci insieme tutte le volte che vorrai. Sempre! Nel modo che
più ci piacerà ed io farò tutto quello che vorrai!"
      Sorrise e si guardò davanti, perché dire quelle cose l'aveva
fatto un po' eccitare. Poi si coprì con pudore. Era ancora così
ingenuo. Niki ebbe quasi un singhiozzo per come lo commuovevano quelle
parole.  Gli accarezzò una guancia e fece di no con la testa: come
poteva approfittare di tutto quel candore?
      Ma Stephan continuò, noncurante.
      "E non voglio più vederti piangere per causa mia, perché io non
sono gay. Vedi, io sono quasi certo di non esserlo, come tu sei quasi certo
d'esserlo, non è vero? Allora, io proverò con te, ma tu potresti
provare con una ragazza? Qualche amica che io ho. Si può fare! Che ne
pensi? Per vedere chi ha ragione?"
      Niki, un po' travolto da quel diluvio di parole che sapeva certamente
sincere, si tirò su appoggiandosi sui gomiti. Era diviso dalla voglia
d'abbracciare Stephan, baciarlo, stringersi a lui e non lasciarlo mai più
e poi mettere in chiaro che era proprio certo che lui, per una ragazza, non
avrebbe mai provato nulla. Ed infine rassicuralo dicendogli che, per la sua
esperienza, anche se procurata cercando di interpretare qualche manuale di
psicanalisi, sapeva che Stephan avrebbe potuto tranquillamente offrirsi a
lui, rimanendo sempre se stesso.
      "Stephan, con le ragazze ci ho provato, ma non mi piacciono" non era
vero che ci avesse già provato, ma era più che sicuro che le donne
non lo avrebbero mai interessato "Se uscissi con una ragazza, io penserei
soltanto ai suoi fratelli, ai suoi corteggiatori, oppure a come sarebbe
lei, se fosse un maschio.  Comunque, d'accordo, proverò ad uscire con te
e con le tue amiche. Posso provare a farlo. E poi..." e il suo sguardo
smarrito destò l'istinto protettivo di Stephan che lo strinse a sé
un'altra volta.
      Fu lui a cercare la bocca di Niki.
      Si baciarono a lungo e con perizia, con una dimestichezza
misteriosamente accumulata da Niki che non aveva mai baciato prima e da
Stephan che aveva già baciato soltanto qualche ragazzina meno esperta di
lui.
      Le loro labbra si schiusero e le lingue si insinuarono, si
incrociarono e penetrarono nella bocca dell'altro, la saliva di Niki si
mescolò a quella di Stephan e, quando si staccarono, percepirono nelle
bocche il sapore dell'altro e lo gustarono con curiosità più che con
trasporto. In quel primo contatto li aveva aiutati la familiarità che
avevano accumulato negli anni in cui erano vissuti come fratelli, spartendo
ogni aspetto della propria vita.
      Si erano baciati ed era stato come se l'avessero sempre fatto, ma ora
erano incerti sui passi da compiere, ogni azione da quel momento sarebbe
stata per ciascuno di loro una vera scoperta.
      Stephan, cui l'accappatoio era scivolato dalle spalle, pareva un poco
più esperto o forse, essendo più impulsivo, era meno intimidito da
quella situazione particolare.
      Si rese conto di desiderare Niki, di volerlo toccare, per sentire
quel corpo che conosceva per averlo visto crescere accanto al proprio. Tirò
via il lenzuolo con cui Niki aveva cercato di nascondere l'eccitazione.
Gli sfilò la parte superiore del pigiama, poi, accarezzandogli le
braccia, arrivò ai fianchi. Infilò i pollici nell'elastico dei
pantaloni, cominciò ad abbassarglieli. Niki era come ipnotizzato dagli
occhi di Stephan che continuavano a fissarlo. Si sollevò per fare
passare sotto di sé l'indumento.
      Ora era nudo anche lui, disteso sul letto e, seduto accanto a sé,
aveva Stephan, nudo, che lo guardava. Erano entrambi eccitati e
spaventati. Stephan gli avvicinò la mano tremante al viso,
accarezzandolo dolcemente, scendendo lungo il collo, gliela passò sul
petto, poi fece l'unica cosa che sapeva fare, per averla provata a lungo su
di sé, avvicinò la mano al pene, prima l'accarezzò soltanto, poi
si fece coraggio e l'impugnò. Cominciò a muovere lentamente la mano,
sempre guardando Niki negli occhi.
      Quei movimenti portarono Niki vicino a godere e il suo corpo cominciò
a tendersi per accogliere il piacere che s'avvicinava. Con l'altra mano
Stephan gli accarezzò il ventre e Niki rispose a quelle
sollecitazioni. L'orgasmo arrivò subito, bagnando le mani di Stephan.
      Niki si sollevò, era un po' spaventato per ciò che era
avvenuto, avrebbe voluto baciarlo, ma temeva di offenderlo. Fu Stephan che
gli si avvicinò, perché lui lo baciasse.
      Quando si staccarono, Niki lo fissò. Toccava a lui adesso. Lo
spinse fino a farlo stendere accanto a sé, andò a baciarlo sulla
bocca e poi fece quello che aveva sognato mille volte di fare con il corpo
del ragazzo che amava. La realtà gli parve tanto più appagante di
tutte le sue fantasie e per adorare Stephan si ispirò ai sogni che aveva
fatto. Gli si mise accanto e l'accarezzò adagio, poi l'abbracciò
stretto. Gli prese il sesso tra le mani e cominciò a sollecitarlo,
finché Stephan godette fra le sue braccia, lasciandosi andare contro il
suo petto con gli occhi chiusi, mentre lui lo stringeva a sé, come per
cullarlo.
      Ciò che avevano fatto era il completamento della loro fratellanza,
perché, dopo aver spartito ogni esperienza ed ogni scoperta nei primi
anni della loro vita, dopo essersi persi, si erano finalmente ritrovati ed
ora avevano condiviso anche il piacere dei propri corpi.
      Quella notte Niki non riuscì a pensare a nulla. Accanto gli si era
materializzato un sogno e questo lo appagava completamente.
      Aveva desiderato e pianto spesso per avere un amico ed ora aveva
trovato anche un amante. E non gl'importava che Stephan lo facesse a certe
condizioni e con qualche limitazione. Quello che più l'interessava, era
di avere un compagno accanto a sé. Stephan rappresentava tutto questo e,
gay o non gay, insieme si stavano divertendo.
      Si erano ritrovati dopo quasi quattro anni ed era stato come se fosse
trascorsa soltanto una notte dall'ultima volta in cui si erano salutati
all'aeroporto, tanto tempo prima. La loro vita in simbiosi riprese,
cominciarono subito a godere della vicinanza ritrovata, si divertirono
insieme, litigarono e fecero subito pace.  Dimenticarono presto i propri
crucci e si amarono cercando di soddisfare tutti i loro desideri:
iniziarono ad esplorare le vie dell'amore, che per entrambi erano una
scoperta. Niki cercava di registrare tutti quei momenti per riviverli nel
proprio futuro e facevano l'amore solo quando era Stephan a prendere
l'iniziativa, perché lui attendeva sempre che fosse il cugino a
cercarlo. Dopo tutto, pensava, era Stephan che andava contro la propria
natura ed era giusto che fosse lui a mostrare per primo il desiderio, cosa
che, comunque, accadeva abbastanza spesso. E questo non lo preoccupava più
di tanto, perché in quei giorni Stephan pareva veramente felice e pareva
che avessero ritrovato la spensieratezza e l'incoscienza di quando erano
molto più piccoli.
      La loro intesa tornò subito ad essere com'era prima che si
perdessero e impararono facilmente ad aumentare il piacere, proprio e
dell'altro, mantenendolo fino allo sfinimento. Avevano ripreso a vibrare
insieme e a riconoscere nell'altro, come facevano da piccoli per ogni
emozione, anche l'avvicinarsi del piacere. Ogni volta che Niki guardava il
corpo di Stephan, cercava di stamparselo nella memoria, già conscio che,
a settembre, una volta tornato in Italia, in un posto di cui già non
ricordava il nome, ben difficilmente avrebbe trovato un compagno come
quello.
      'Per amore fraterno' si ripeteva sempre 'Stephan ti si offre solo
perché ti ama. Come un fratello. Lo fa per te, perché è tuo
fratello'.
      Non faceva che dirselo, ogni volta che Stephan l'abbracciava perché
ricominciassero a giocare all'amore, ma pensato questo, fatta quella specie
di penitenza, godeva con tutto se stesso l'eccitazione che li avvolgeva
ogni volta che si toccavano.
      Quello che stavano facendo era per Stephan quasi un gioco, forse
l'ultimo della sua adolescenza.  Aveva scoperto che utilizzando il corpo
del cugino poteva soddisfare molto meglio tutti i propri desideri.  Questo
regalava a Niki momenti di piacere che, lui sapeva, erano molto diversi,
molto più intensi.
      Una di quelle volte, dopo che Stephan, l'aveva abbracciato e si erano
spogliati ridacchiando per il solletico che si facevano togliendosi i
vestiti, Niki lo baciò sui capezzoli e poi trascinò le labbra sul
ventre, fino alla corona di peli biondi attorno al pene. Non l'aveva mai
fatto prima, ma improvvisamente si accorse che desiderava baciare Stephan
proprio là, nel punto in cui sapeva che era concentrato tutto il suo
desiderio.  Non si curò di controllare la reazione del cugino ed arrivò
a sfiorargli la punta del pene con le labbra. Affondò la faccia fra le
sue gambe per sentire il profumo forte che emanava da quei recessi. Stephan
era come bloccato dalla sorpresa, ma l'eccitazione lo faceva già
mormorare di piacere. Niki si sentì incoraggiato e volle completare
l'esplorazione del corpo.
      Con la mano sul fianco, gli fece il gesto di girarsi e Stephan si
voltò. Allora a Niki si presentò lo spettacolo meraviglioso dei due
globi perfetti e simmetrici sormontati dal dorso muscoloso. Le gambe erano
diritte e appena coperte da una fine peluria bionda. Niki gli posò le
mani aperte sulle spalle e le fece scivolare, poi tornò su, come in un
massaggio, soffermandosi ogni volta di più sulle natiche. Infine, vi
appoggiò le palme aperte e con delicatezza ne allargò il solco per
scoprire l'ultimo segreto di Stephan che già si muoveva, sfregando il
pene sulle lenzuola. Quando Niki sfiorò con la lingua quel fiore
delicato, Stephan si riscosse:
      "Che fai? È una cosa... sporca..."
      "No, no... ti sto solo scoprendo. È perché voglio ricordarmi
ogni parte di te. Posso farlo? Lo farai anche tu per me?"
      "Si!"
      Stephan era in uno stato d'eccitazione molto vicino al punto in cui
non avrebbe più saputo controllarsi e stava provando qualcosa di nuovo,
di diverso, da quello che aveva creduto, fino allora, di poter sentire con
il proprio corpo. E la persona che lo stava conducendo in quel mondo
sconosciuto, era Niki, la persona più vicina a definirsi suo
fratello. Spesso avevano scherzato chiamandosi 'fratelli di latte e di
sangue' e una volta, prima dell'ultima separazione, s'erano finanche feriti
per mischiare il sangue e fare un giuramento, promettendosi conforto ed
aiuto in ogni circostanza.
      E Stephan stava aiutando Niki, donandogli se stesso e il proprio
corpo, ma, quando l'aveva sentito avvicinarsi a quello che pensava fosse il
centro del suo orgoglio di maschio, la propria misteriosa verginità,
celebrata nei discorsi proibiti fatti a scuola fra ragazzi, non era
riuscito a rimanere fermo. Aveva subito pensato che a Niki avrebbe dato
anche quello se glielo avesse chiesto, ma qualcosa dentro di lui l'aveva
fatto reagire e s'era voltato.
      Niki tornò ad accarezzarlo, ad annusarlo e Stephan immaginò che
forse non ne aveva cognizione, non sapeva di poter fare quella cosa
proibita, non sapeva che c'era anche quella strada. Tutti questi pensieri
scorsero nella sua mente, mentre Niki lo venerava come fosse un dio
d'amore, leccandolo e fiutandolo, finché non gli si stese accanto,
esausto.
      Poi toccò a lui di esplorarlo. Iniziò a stringergli il capo fra
le mani ed anche lui, come se la notasse per la prima volta, fu colpito
dalla rassomiglianza che c'era fra loro. Credette di baciare se stesso e,
poi, scendendo lungo il corpo, quando s'avvicinò al pene eretto,
credette di sentire, sulle labbra con cui lo baciava, il suo stesso membro
e sul pene le labbra di Niki. Sentì il sapore salato del sudore nella
piega che le natiche creavano con le gambe. Lasciò scorrere le dita
lungo il solco e s'avvicinò a sfiorarlo con le labbra.
Inspiegabilmente, anche per se stesso, appuntì la lingua e lo penetrò
dolcemente, fermandosi a percepire la contrazione del muscolo che aveva
sollecitato.
      Anche Niki si scosse come aveva fatto lui, ma fu una reazione di
piacere. Stephan tenne il viso affondato e lo cinse ai fianchi,
prendendogli il pene fra le mani, continuando a muovere impercettibilmente
la lingua, gli accarezzò lentamente il ventre e Niki cominciò a
rispondere alle sollecitazioni, muovendosi.  L'orgasmo arrivò subito.
      Poi si guardarono: "Vieni qui" disse Niki aprendo le braccia.
      Stephan s'avvicinò e lui l'attirò a sé, lo mise a sedere
sulle ginocchia. Prese ad accarezzarlo dolcemente e Stephan godette subito,
lasciandosi andare ad occhi chiusi contro il suo petto, mentre Niki lo
stringeva a sé e lo cullava.
      Stephan non riusciva a spiegarsi in qual modo Niki avesse imparato a
baciare così bene e a fare tutte quelle cose che lo eccitavano tanto,
lui che non aveva avuto contatti con nessun altro, ma proprio con
nessuno. Ed anche Niki talvolta era sorpreso dalla perizia di Stephan e
dalla fantasia che anche lui mostrava quando facevano l'amore. E, poiché
fra loro non c'erano mai domande taciute o senza risposta, Niki raccontò
a Stephan di tutte le sue fantasie, dei suoi teatrini serali, della
solitudine. L'esperienza che pareva avere gli era nata in quel modo,
leggendo e interpretando le risposte che il suo corpo dava a certe
fantasie, a quei pensieri, alle sollecitazioni delle sue mani. Stephan, da
parte sua, gli confessò dei discorsi fatti con i compagni di scuola e
popolati da fantomatiche fidanzate, da donne lascive, da corpi di
ragazze. Gli enumerò, anche e non senza orgoglio, una perfetta
contabilità d'esperienze con ragazzine conosciute dove gli era accaduto
di fermarsi e con le quali s'era spinto non oltre i baci e le toccatine.
      "Forse il corpo della donna non è molto diverso dal nostro e
quindi gode sfruttando gli stessi stimoli.  La verità, Niki, è che
quando sto con te, penso al tuo corpo come a quello di una donna."
      "E io a te come se fossi gay. E così siamo pari..." lo rampognò
Niki con finta serietà, perché a lui, in quei giorni, non importava
più di tanto che suo cugino non fosse gay, o dicesse, credesse, di non
esserlo. In quei giorni era appagato e felice.
      Stephan, per conto suo, visse una parentesi di serenità fra le
braccia sicure del cugino, il quale aveva ripreso in mano le redini del
loro rapporto. Niki lo riportò alla spensieratezza degli anni
d'infanzia, facendogli dimenticare il dolore per l'abbandono della mamma e
l'amarezza che l'indifferenza di suo padre gli portava.  Quello che a Niki
non riuscì, fu di comprendere quanto fosse profondo quel dolore e quale
abisso quella sofferenza avesse scavato nell'animo di Stephan. Niki non lo
comprese, anche perché Stephan, amandolo, antepose la felicità del
cugino alla propria consolazione, credendo, per un terribile malinteso, che
l'essersi scoperto omosessuale rappresentasse per Niki un dramma peggiore
di ciò che la solitudine affettiva rappresentava per lui. Fu con questa
certezza che Stephan gli nascose l'infelicità in cui il disamore dei
genitori l'aveva gettato. Nè all'altro riuscì di comprendere quella
verità che Stephan aveva nascosto così bene.
      L'allegria e la spensieratezza di quei momenti, l'incoscienza della
sua età, non gli permisero di vedere alcun pericolo, nè consentirono
a Niki di farlo. Niki che, sapendolo, l'avrebbe certamente aiutato e forse
trattenuto dal cadere.

      Una sera, qualche giorno prima della partenza, erano nella loro
camera. Se ne stavano distesi sui letti e indugiavano a guardarsi, senza
parlare. Niki vide lo sgomento negli occhi di Stephan, sempre limpidi e
ridenti. Gliene chiese la ragione.
      "Pensavo a quando ve ne sarete andati. Questa casa sarà
vuota. Sentirò nostalgia di voi. Soprattutto di te e non sarà come le
altre volte" Stephan distolse lo sguardo "La verità è che, adesso, un
po' ti amo come se tu fossi diventato il mio fidanzato. D'altra parte, è
come se lo fossimo, no?"
      Toccò a Niki allora salvare Stephan dai dubbi in cui l'aveva
cacciato:
      "No, non è così Stephan! È stato solo perché tu mi vuoi
bene ed anch'io te ne voglio tanto, ma era così anche prima. Fare
insieme le cose che abbiamo fatto noi è stata soltanto una
conseguenza. È accaduto perché io sono gay. Credo che, se non lo
fossi stato, non sarebbe successo niente di tutto questo. Noi due eravamo
fratelli e lo siamo ancora!"
      "Ne sei sicuro?"
      Niki gli accarezzò la testa: "Siamo più grandi adesso e
dobbiamo cercare di capire noi stessi e i nostri sentimenti. Tu li stai
confondendo..." se lo strinse al petto, come faceva quando da piccolo
andava a consolarlo, perché piangeva "Quello che tu provi per me è
affetto, tenerezza, ma non è amore. Il tuo amore vero arriverà
presto. Lo troverai, ne sono certo!"
      "Non è vero, Niki. Non è vero!"
      "Stephan, quando ti ho visto all'aeroporto, ho capito una cosa... che
quando segnavo un ragazzo, il mio ragazzo era uno come te che sognavo! Poi,
quando ti ho trovato... tornando a stare con te, ho anche capito che il mio
desiderio, i miei sogni, erano condizionati dall'affetto che provavo per
te. Quando sarò in Italia, cercherò di innamorarmi di qualcuno e il
ragazzo di cui mi innamorerò sarà molto simile a te, ma non sarai tu,
perché i tuoi desideri sono altri!"
      Stephan gli si strinse ancora di più, raggomitolandosi nel suo
abbraccio.
      "Allora, io ti piaccio..."
      "È un'altra cosa. Quando ci siamo rivisti, avevamo entrambi voglia
di essere vicini uno all'altro. Tu avevi bisogno di un amico. Non è
così? Io però sono gay e quindi, oltre alla tua amicizia, desideravo
il tuo corpo, volevo toccarti. Tu me l'hai lasciato fare, perché mi
volevi bene, anche se non lo volevi veramente.  Pensaci, è
così. L'avresti fatto fare a qualunque altro sulla terra? A chi altro
l'avresti fatto fare, Stephan?"
      "A nessuno..." bisbigliò.
      "Ti amo tanto!"
      "Allora, tu non credi che io sia diventato gay?"
      "No, perché sono certo che continui a sognare le ragazze. Non è
vero?" Stephan sorridendo gli fece di si con la testa "Lo vedi? A me non è
mai capitato. Mai!"
      Rimasero in silenzio, abbracciati, poi Stephan si mosse un po' a
disagio.
      "Niki... voglio dirti una cosa. Anche se a me piacciono le
ragazze... Ti ricordi della nostra prima sera, quando ci siamo baciati?
Voglio dirti che mi è piaciuto da impazzire, Niki! Non immaginavo
proprio che potesse essere così bello... con te, con un maschio!"
      Niki tacque, ma si sentiva realmente appagato da quelle rivelazioni,
dalla felicità che Stephan gli stava regalando.
      "Con te è stato veramente bello, Niki, ma forse hai ragione,
io... Si! Sicuro! A me piacciono le ragazze, ma anche fare l'amore con te è
bello! Ed è eccitante!"
      Lo baciò, pareva che volesse continuare e che si dovessero amare
un'altra volta, ma si perse dietro ad un pensiero e Niki attese senza
parlare, perché aveva capito che Stephan stava solo cercando le parole
per dirgli qualcosa e non le aveva ancora trovate.
      Per pensare meglio, infatti, si raddrizzò, sciogliendosi
dall'abbraccio, corrugò la fronte. Niki capì che il cugino era
terribilmente imbarazzato.
      "Ti ricordi di una volta in cui hai cominciato ad accarezzarmi? È
stato poco dopo che siete arrivati, una delle prime volte in cui noi
due... abbiamo fatto l'amore..."
      Niki non se lo ricordava, non immaginava a quale delle tante
occasioni Stephan potesse riferirsi, ma fece lo stesso di si con la testa:
accarezzare Stephan era stato sempre bellissimo, in ogni momento, per tutte
le volte in cui l'avevano fatto, durante quell'estate così lunga.
      "Niki, quella sera tu mi facesti voltare, poi mi toccasti e mi
baciasti" si portò esitante la mano sul fianco, poi sulla coscia "Ti
ricordi?"
      "Si!" lo ricordò improvvisamente.
      "Ecco... io pensai che tu allora... mi volessi 'inculare'. Per questo
mi voltai a chiederti cosa volessi farmi..."
      "Come 'inculare'?"
      "Non sai che vuol dire?"
      "No, non lo so. Io... è una parola che non ho mai usato. Non
so..."
      Niki era arrossito ed aveva distolto gli occhi. Con il cugino parlava
inglese e il termine usato da Stephan gli era ignoto tanto in quella lingua
quanto nella possibile traduzione italiana. Ma, pur essendo un autodidatta
del sesso, aveva immaginato che fra uomini dovesse esistere un momento di
congiunzione e aveva realizzato anche che l'unica via dovesse essere
quella, ma mai aveva avuto occasione d'approfondire. E in quel momento,
nonostante fosse con Stephan, si sentiva terribilmente imbarazzato da
quello che stavano dicendo.
      "Vuol dire metterlo dentro, cioè... infilare l'uccello nel culo. I
gay, credo, forse... pensano che sia una cosa eccitante" gli spiegò
Stephan, anche lui turbato.
      "E tu come lo sai?"
      "Beh... a scuola, con gli altri, si dice qualche volta per prendere
in giro qualcuno. Diciamo proprio così: 'vai a farti fottere' oppure
'infilatelo nel culo'. Ma è per... disprezzare qualcuno. Sai, sono
quelle cose che si dicono, senza sapere, senza neppure immaginare. E quella
sera io credetti... pensavo che tu lo volessi...  fare a me. Non lo so
neanche io!"
      "Stephan" erano ancora abbracciati e Niki lo strinse di più "tu me
l'avresti lasciato fare?"
      "Si."
      "E lo vuoi ancora?"
      "Si..."
      Stephan indossava solo i calzoncini da jogging. Senza una parola,
s'alzò e andò davanti alla finestra, divaricò leggermente le gambe
e cominciò ad abbassarsi i pantaloni. Si scoprì i glutei, poi portò
le mani davanti e liberò il pene che forzava il tessuto elastico dei
pantaloncini.
      Non aveva esitato, neanche per un momento.
      Perché non dare tutto a Niki? E a chi altro se non a lui? A chi
altro in quel momento, se non all'unica persona che l'amasse, che avrebbe
continuato ad amarlo anche di fronte ad un rifiuto? Per questo era felice
di farlo.
      Era impaurito e un po' tremante per quello che stava per
subire. Aveva ascoltato tante volte gli scherzi pesanti di qualche suo
compagno: forse dopo non sarebbe stato più lo stesso. Avrebbe perso una
parte di sé, forse una verginità di cui non sapeva l'esistenza, ma a
Niki l'avrebbe data volentieri e assieme a quella avrebbe voluto dargli
anche la sua vita, perché, dopo la partenza del cugino, non gli sarebbe
più importato neppure vivere, lo comprese in quel momento.
      Fu allora che decise di lasciarsi morire.
      In piedi, davanti alla finestra, eccitato e tremante, gli venne da
piangere. Avere pena di sé a quindici anni è doloroso e Stephan si
spaventò, ma sentì Niki avvicinarsi. Non poteva chiudere gli occhi
che gli si erano riempiti di lacrime, non voleva che Niki capisse la sua
sofferenza, che pensasse ad un sacrificio.  Stava per regalargli se stesso
ed era felice di farlo. Vide il proprio riflesso nei vetri e attese le
carezze che Niki stava per fargli.
      Anche Niki era spaventato. Forse aveva obbligato Stephan a farsi fare
qualcosa che non voleva davvero e ne era già pentito. L'aveva costretto,
ma era stato per paura. Per un momento, il terrore di restare per sempre
solo, di non trovare mai più nessuno con cui compiere quell'esperienza,
quello che gli pareva una specie di atto estremo, l'aveva spinto a chiedere
il sacrificio. L'eccitazione l'aveva reso egoista ed ora Stephan avrebbe
sofferto, perché gli avrebbe fatto molto male, ne era certo.
      L'abbracciò da dietro, appoggiando il pube contro di
lui. Tremavano entrambi, Niki si sbottonò la camicia, se la sfilò, si
liberò dei jeans e degli slip. Posò il pene, parallelo al corpo, sul
solco fra le natiche di Stephan che respirava velocemente, con gli occhi
socchiusi. Spingendo leggermente, Niki s'insinuò fino a sentire sulle
proprie gambe la peluria delle gambe di Stephan. Si trovava ora su un
terreno sconosciuto, doveva fare movimenti nuovi che neppure l'istinto
riusciva a suggerirgli. Ebbe un'intuizione: si staccò da lui,
s'inginocchiò e aprendo l'incavo cercò l'apertura e la inumidì con
le labbra. Stephan mormorò o mugolò qualcosa che Niki percepì come
un invito a proseguire. Vi spinse la lingua.
      Si rialzò, appoggiò la punta del pene contro la fessura e
spinse un po'. Sentì Stephan trattenere il fiato e spinse ancora.
      "Mi fai male, un po' male" Stephan lo disse in un soffio, ma Niki
arretrò inorridito e, sedendosi a terra, s'appoggiò con le spalle al
letto. Si prese la testa fra le mani. Cominciò piangere, capendo
finalmente l'enormità del suo gesto e del sacrificio che stava chiedendo
al cugino.
      Stephan andò a mettersi accanto a lui:
      "Voglio che tu lo faccia, anche se mi farà male. Non
piangere... voglio che tu lo faccia, Niki. Perché...  sarai tu e solo
tu!" voleva dirgli che non gli importava più nulla di sé, che voleva
solo esaudire ogni suo desiderio e vederlo felice, che non piangesse
più. Gli tolse le mani dalla faccia lo baciò sulle guance e lo
costrinse a guardarlo. Quando fu certo che lo sguardo di Niki era fisso su
di lui, andò a stendersi a pancia sotto sul letto.
      "Bagnalo ancora, Niki, con la saliva... Bagnalo di più."
      A Niki pareva di essere scivolato dentro ad un sogno.
      Vide se stesso muoversi, avvicinarsi a Stephan. Gli si stese sopra
con molta esitazione e ripeté la manovra, bagnando meglio l'apertura con
le dita e poi passandosi molta saliva anche sull'uccello.  L'appoggiò al
buco e spinse delicatamente. Sentì il muscolo cedere, mentre Stephan
cercava di rilassarlo.  Lo penetrò lentamente, ascoltando il proprio
respiro farsi sempre più corto.
      "Voglio che anche tu lo faccia a me" gli mormorò in un orecchio,
quando l'ebbe penetrato, prima che fosse troppo tardi, mentre con il pene
avvertiva i movimenti che Stephan stava facendo per adattarsi a
quell'intrusione.
      "Domani, non oggi. Oggi è per te."
      E, mormorando queste parole, Stephan, come se Niki con i suoi
movimenti dentro di lui avesse toccato un pulsante misterioso, si
rilassò, liberando dolcemente ondate di piacere. Regalò a Niki la
percezione dell'orgasmo del compagno, attraverso le contrazioni dei muscoli
attorno al pene.
      Niki lo cinse e prese a muoversi dentro di lui, sentendo con tutto il
corpo le forme sotto di sé. I movimenti si fecero subito più veloci
fino all'esplosione che Stephan accolse con un mugolio.
      Non si dissero nulla. Niki rimase dentro Stephan che voltò il capo
per guardarlo, si sorrisero, per loro parlarono gli occhi felici e appagati
di Niki e lo sguardo dolce che Stephan gli rivolse.
      Il rito si ripeté la sera successiva e questa volta fu Niki ad
accogliere Stephan che lo penetrò con la stessa dolcezza, lo fece godere
accarezzandolo, poi raggiunse il piacere. Calmatosi, mentre era ancora
dentro e lo stringeva da dietro con le braccia, appoggiò la bocca
sull'orecchio di Niki e gli mormorò queste parole:
      "Adesso siamo ancora di più fratelli. Ti giuro che tu solo sarai
stato dentro di me e che io non penetrerò mai più altro uomo che non
sia tu, ma non voglio che tu faccia a me questo giuramento. So che troverai
qualcuno da amare e che t'amerà più di quanto possa fare io. Tu
sei..." Stephan non riusciva a continuare, era commosso "...non sarà
difficile per te. Tu troverai certamente un ragazzo che si innamorerà di
te!"
      Poi uscì da Niki e si voltò, rannicchiandosi, raccogliendosi su
stesso per nascondere il dolore che quelle parole gli avevano
procurato. Perché, anche se non l'aveva mai realmente desiderato, anche
se gli aveva solo concesso il proprio corpo, lo amava e sapeva di doverlo
perdere. Sarebbero stati troppo lontani per continuare ad amarsi come
avevano fatto durante quei tre mesi. E proprio l'amore senza condizioni che
provava per lui gli imponeva di lasciarlo libero d'andare per una strada su
cui non avrebbe potuto seguirlo.
      E quello che Stephan gli diceva fu per Niki l'addio al compagno della
sua infanzia. Stephan lo lasciava da solo su una strada che era una via
impervia e poco battuta e su quella Niki avrebbe dovuto cercare i suoi
nuovi compagni. Credette davvero che Stephan non potesse abbandonarlo. Si
convinse che il cugino l'avrebbe sempre accolto e sempre aiutato come aveva
fatto durante quell'estate in cui, per amore suo, aveva messo da parte il
proprio orgoglio spingendosi a credere d'amarlo e desiderarlo.
      "Stephan" l'accarezzò "non piangere!" e anche lui scoppiò in
lacrime, perché aveva paura del futuro, di quando si sarebbe ritrovato
un'altra volta senza nessuno che lo consolasse.

      Anche quella notte dormirono abbracciati, ma cercarono di stringersi
più stretti, sapendo di doversi lasciare presto. La mamma li trovò
così il mattino successivo.
      La partenza era fissata di lì a qualche giorno. All'aeroporto
c'era tutta la famiglia a salutare gli italiani che se ne andavano un'altra
volta.
      Niki e Stephan si erano salutati a modo loro durante l'ultima notte
che era stata memorabile.
      Si promisero lettere che non avrebbero scritto, telefonate che forse
non avrebbero fatto. Si proposero di ritrovarsi presto per raccontarsi
delle strade diverse che avrebbero percorso. Stephan lo baciò un po'
troppo languidamente sulle labbra e poi scappò via. Niki si strinse a
sua madre e cominciò a piangere.
      Quel giorno compieva quindici anni e dava addio alla propria
adolescenza. Senza saperlo e senza nulla poter fare, abbandonava Stephan al
proprio destino.



TBC

lennybruce55@gmail.com

Nella sezione gay/non-english di Nifty sono presenti altri due romanzi e
diversi racconti:

- Altri viaggi - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/altri-viaggi/
- L'estate di Lorenzo - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/lestate-di-lorenzo/
- Il ruggito del coniglio - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/il-ruggito-del-coniglio/
- La cura - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/la-cura
- Le storie di Dino - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/le-storie-di-dino
- Il partner - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/il-partner
- Il patto - http://www.nifty.org/nifty/gay/non-english/il-patto