Date: Mon, 21 Jan 2013 23:01:45 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 4
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.
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Questo è il quarto dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.
Cap. 4 Quello che racconta l'amore
La domenica era un giorno di vacanza da scuola che qualche volta
coincideva con qualcosa di più speciale, come una ricorrenza familiare,
ma non aveva mai rappresentato molto di più.
I genitori di Mauro non erano religiosi, il papà proveniva da una
famiglia di atei dichiarati e la mamma, all'inizio del suo fidanzamento,
tanti anni prima, si era adeguata a quel modo di pensare. Nella loro casa,
la religione con i suoi riti e gli obblighi non era mai stata considerata
necessaria per la salute dell'anima, perciò, educando i figli, non
avevano imposto alcuna fede. Non essendo cattolici osservanti, né atei
irriducibili, avevano lasciato che i ragazzi aderissero liberamente,
ciascuno in misura diversa, all'una o all'altra idea, secondo com'erano
condizionati dagli amici, dalla scuola e soprattutto dal corso dei propri
pensieri. Negli ultimi tempi, il più devoto era stato proprio Mauro che
la domenica costringeva il papà a ritardare la partenza per la villotta
volendo assistere alla messa con gli amici.
L'atteggiamento di Mauro verso la religione in genere era di adesione
alle forme più esteriori, come la messa e la comunione. La confessione,
invece, rappresentava qualche problema. Superati gli anni dei 'peccati
della marmellata', come li definiva suo padre, aveva cominciato a diradare
sempre più quegli 'impegni autoaccusatori' che, secondo
quell'impenitente filosofo, servivano soltanto a creargli sensi di colpa.
Il motivo autentico dell'allontanamento era, però, nella difficoltà
che lui aveva cominciato a trovare nel leggersi dentro e nel distinguere
tra il bene e il male in una questione molto precisa. Trovava molto arduo
spiegare ad un'altra persona, fosse anche ad un prete particolarmente
aperto e tollerante, qualcuno dei dubbi che l'assillavano nelle questioni
di sesso.
Aveva continuato a resistere allo scetticismo di suo padre, pur
essendo sostanzialmente d'accordo con lui e perseverava in quella moderata
devozione, anche se, qualche tempo prima, in un momento di debolezza, aveva
confessato che la messa era il pedaggio che lui e i Cavalieri dovevano
pagare per sfruttare durante la settimana il bel campo di calcio della
parrocchia. Dio, quindi, l'aveva prontamente rimproverato suo padre,
rappresentava per lui ed i suoi amici soltanto una buona occasione per
giocare a calcio gratis su un campo decente. E poi, non contento
dell'ammissione che Mauro gli aveva fatto a denti stretti, aveva anche
insinuato: "E se, quando verrà il momento, dovessi scoprire che dio
esiste davvero, averlo pregato già tanto sarà un buon biglietto da
visita!"
Mauro era rimasto scandalizzato da quell'osservazione, così
irriverente, ma alla fine l'aveva onestamente condivisa, pur continuando a
frequentare la parrocchia, restando un devoto cattolico che attendeva con
impazienza la fine della messa per correre a giocare a pallone.
Quella domenica mattina non uscì di casa per andare in chiesa ed
attese tranquillamente che i genitori fossero pronti a partire per la
villotta. Trascorse quel tempo a riordinare la sua parte di stiva e, quando
la mamma gli chiese il motivo della defezione dalla messa e soprattutto di
quell'improvvisa voglia di mettere ordine, lui le rispose, in modo
sibillino, che, proprio in quei giorni, stava rivedendo molte sue
convinzioni e che mettere in ordine le sue cose l'aiutava a pensare ed a
sistemare anche le proprie idee.
La mamma, sempre rispettosa della libertà dei suoi ragazzi, parve
accontentarsi della spiegazione e abbozzò, anche se continuò a tener
d'occhio il suo adorato figlio minore. Negli ultimi giorni l'aveva
osservato parecchio ed aveva colto segni di euforia, di evidente
felicità, alternarsi a momenti di sconforto. Da qualche giorno, anzi,
Mauro non faceva che sognare ad occhi aperti. Aveva avuto sempre molta
fantasia e spesso occorreva richiamarlo alla realtà, perché volava
davvero lontano con i suoi pensieri, ma, ne era certa, a suo figlio stava
accadendo qualcosa che non era dovuto all'immaginazione, né
all'adolescenza. Negli occhi di quel ragazzo prezioso c'era una luce che
credeva di aver riconosciuto, quella dell'amore. Perché Mauro era
certamente innamorato e, conoscendolo come lo conosceva lei, doveva essersi
preso una cotta formidabile.
Ricordava molto bene le caratteristiche del proprio innamoramento per
quello che sarebbe diventato suo marito. Era stato più di trent'anni
prima e lei aveva proprio l'età di Mauro. La sua reazione era stata la
stessa, s'era comportata proprio come stava facendo suo figlio in quei
giorni. Ma chi era il fortunato destinatario di quell'amore, la futura
compagna di quel figlio prediletto? Forse quella Roberta dell'anno scorso,
oppure qualche altra compagna di scuola, o un'amica conosciuta da qualche
altra parte. Con il carattere testardo che si ritrovava, se la prescelta
non avesse corrisposto al suo amore, sarebbe stato un bel guaio.
Ne aveva già parlato a suo marito, chiedendogli se il ragazzo si
fosse per caso confidato con lui, ma Mauro non aveva accennato nulla
neppure al padre. Negli ultimi giorni, si erano entrambi resi conto dello
stato euforico del ragazzo, ma non ne conoscevano ancora la ragione,
l'origine.
Questi e altri erano i pensieri che le attraversavano la mente,
quando scese dall'automobile, guidata con la solita nonchalance da suo
marito.
Quella domenica erano arrivati alla villotta molto prima del
solito. Da quando l'avevano ricevuta in eredità, era consuetudine che vi
trascorressero tutte le domeniche e le feste comandate. Quest'abitudine
aveva in principio fatto la felicità dei ragazzi, liberi di correre e di
giocare, ma con gli anni era stato sempre più difficile convincerli
all'isolamento dai loro amici. Continuavano ad andarci, anche se da qualche
anno Sergio e Michele ci arrivavano solo per l'ora di pranzo e Mauro
borbottava sempre più spesso, perché lo lasciassero tranquillo con i
suoi amici.
La giornata era luminosa e il sole, insolitamente caldo per essere a
novembre, intiepidiva le pietre e asciugava l'umidità scesa durante la
notte. Mauro aveva dormito in uno stato di ebbra felicità e,
svegliandosi quella mattina, aveva continuato a chiedersi quanta parte dei
suoi ricordi, così dolci, fosse sogno e quanta fosse realtà. Trovò
una risposta certa non appena giunse alla villotta, perché, arrivando
con la macchina, vide, abbandonato lungo il viale d'accesso, il pallone che
avevano lasciato fuori per l'emozione di quello che era accaduto. Era
dunque tutto vero, oltre ogni sogno.
Appena sceso dalla macchina, corse sul retro della villotta a
guardarsi il luogo dell'avventura vissuta il giorno prima, poi sognata e
rivissuta ancora durante la notte. Con le mani in tasca, le braccia
raccolte e la testa incassata, si mosse a piccoli passi su quell'erba che
aveva assistito al gioco fatto con Niki. Chiuse gli occhi e sentì ancora
il fazzoletto che lo bendava, gli parve d'avvertire l'odore di ciò che
Niki indossava, non quello che fiutava ogni volta che l'incontrava e che
già gli faceva battere il cuore, ma un profumo diverso, indimenticabile,
un aroma delicato che aveva colto perché gli si era avvicinato, l'aveva
sfiorato, come non aveva mai fatto prima. E per tutta la sera gli era
rimasta nelle mani una fragranza delicata che gli ricordava Niki, ancora
Niki. Niki che aveva popolato i suoi pensieri ininterrottamente da quando
l'aveva lasciato.
Facendo quei pensieri, continuò a muoversi, girando in tondo e la
cosa non sfuggì alla mamma che per un po' stette a guardarlo dalla
finestra della cucina, poi, essendo curiosa almeno quanto suo figlio, non
riuscì più a resistere e lo chiamò:
"Mauro, vieni qua!"
Si sentì strappato ai suoi sogni, ma quello era un richiamo che
non ammetteva esitazioni, perciò, riposti con cura quei pensieri così
dolci e delicati, raggiunse la mamma.
"Sei strano in questi giorni, che c'è che non va? Stai bene? Credi
che io possa fare qualcosa?"
Riconobbe l'impeto indagatore della mamma e si rese conto che quella
donna tenace non l'avrebbe mollato, finché lui non le avesse fornito una
spiegazione plausibile.
"Mamma, va tutto bene..." mormorò, mentre era con la mente alla
disperata ricerca d'un modo per sottrarsi alla verità.
Voleva dirle qualcosa, ma non il motivo vero di tutta la felicità
che stava vivendo, sarebbe stato troppo difficile.
"Va proprio tutto bene a scuola?" fece lei " e con i professori? Hai
litigato con qualcuno dei tuoi compagni? Se ci fosse qualcosa di brutto, tu
me lo diresti, non è vero? È da un po' che ti guardo, sei sempre
pensieroso. Non mi piace proprio come ti comporti!"
"Hai ragione, mamma, mi dispiace, ma tu non preoccuparti, perché
mi sta capitando una cosa nuova. Forse mi sono innamorato!"
Lei alzò la testa, lasciando perdere per un momento la
preparazione del ragù.
'Questo non ha ancora quindici anni e già parla d'amore. Io a mia
madre non avrei mai detto una cosa del genere' pensò lei con tutto il
buon senso di cui fu capace di fronte ad una simile rivelazione.
"Sono contenta!" riuscì a dire, prima di accorgersi di essere
commossa.
Tornò alla preparazione del sugo. Prese una cipolla e cominciò
a pulirla e poi a sminuzzarla. Così, pensò, suo figlio non si sarebbe
accorto di nulla e avrebbe attribuito le sue lacrime a quell'ortaggio
traditore. Ma perché, poi, avrebbe dovuto commuoversi?
Mauro approfittò di quella pausa per pensare. Girarci attorno,
quello era il metodo della mamma per scoprire le cose, ma questa volta
proprio non doveva caderci, le avrebbe spiegato il suo comportamento,
perché non si preoccupasse, ma, per il momento, avrebbe sostenuto
soltanto una mezza verità.
"Mi piace una persona, a scuola, ma non c'è niente di serio"
questo non era per niente vero, si disse "Ci parliamo qualche volta. Sai
come capita." e dicendolo, arrossì e distolse lo sguardo.
Entrambe le cose, diventare rosso e non riuscire a guardare la
persona con cui parlava, gli accadevano quando era imbarazzato, ma anche le
rare volte in cui era costretto a dire una bugia. La mamma, che pure
conosceva questa debolezza, per fortuna di Mauro, credette più
all'imbarazzo del figlio nel raccontare ad un adulto della sua prima cotta,
che alla possibilità che il suo bambino non le stesse raccontando tutta
la verità.
Mauro ebbe qualche rimorso per la mezza bugia, o mezza verità,
appena detta, ma non poteva rivelare bruscamente a sua madre che amava il
proprio compagno di banco, non così presto, non ancora. Avrebbe voluto
dirle tutto e, come sempre, attendere il consiglio che lei gli avrebbe
dato, ma non ora. Questa volta credeva di non poterlo fare, doveva pensarci
ancora, perché, per poter spiegare e raccontare a qualcuno quello che
gli stava accadendo, doveva prima capirlo e questo non era ancora
avvenuto. Non del tutto, almeno.
Così la mamma abbassò la testa, tornando a concentrarsi sulla
preparazione del pranzo e lui sgattaiolò sul retro della villa per
guardare ancora il luogo dove si era compiuto il rito del loro
innamoramento.
Fortunatamente Mauro non si era reso conto di quanto lei si fosse
commossa, perché, se gli effluvi della cipolla le avevano raggiunto gli
occhi, le parole di suo figlio erano andate direttamente al cuore.
L'avevano intenerita e fatta tornare indietro di molti anni, ai giorni in
cui anche a lei era accaduto di girare in tondo, attorno al luogo dove il
suo futuro marito l'aveva baciata per la prima volta. Ed ora toccava al
figlio più piccolo e più amato: decise che avrebbe cercato di volere
bene a quella ragazza, allo stesso modo con cui amava lui e, se quella lì
non avesse capito subito tutto l'enorme valore di Mauro, ci avrebbe pensato
lei a spiegarglielo.
Mauro se ne andò a rievocare la strana e bizzarra liturgia che
Niki aveva inventato per loro, perché si avvicinassero. Cercò di
rivivere un'altra volta quel gioco che lui era stato così felice di fare
e che aveva rischiato di rovinare con la sua immaturità. Ricordò che
già per due volte aveva corso il rischio di perdere Niki a causa della
sua presunzione, della sua inesperienza. Ma ora tutto il suo orgoglio si
era dissolto davanti all'amore che provava.
Continuò a vagare attorno alla villotta con le mani in tasca,
tirando distrattamente calci a tutto quello che aveva una forma adatta ad
essere colpito e andò a finire, quasi senza accorgersene, davanti alla
cappellina, nascosta dall'edera scura. Quando si rese conto di essere
capitato proprio là, la sua fantasia gli suggerì che una forza arcana
l'avesse guidato in quel posto.
Era andato in quel luogo misterioso, perché doveva pensare
seriamente. Fino a quel momento aveva soltanto sognato, s'era lasciato
sedurre dal ricordo di Niki, del suo affetto, ma ora doveva ragionare e
decidere.
Quel giorno c'era molto sole, ma neppure un raggio riusciva a
penetrare attraverso la volta che il rampicante aveva costruito nei cento e
più anni in cui aveva potuto svilupparsi indisturbato. Al centro di quel
tumulto di foglie scure, c'era l'edicola e dentro, protetta da un vetro
sottile, stava, come sempre, la statuina bianca.
Fissò la madonnina che era stata testimone della loro promessa e
si mise a pensare.
Se davvero era amore quello che provava per Niki, dovevano
assolutamente parlarne. Lui non poteva più aspettare e forse anche Niki
non desiderava altro. Magari, in quel momento, soffriva per l'incertezza
che lui avesse compreso o, ancora una volta, avesse frainteso tutto. Decise
che doveva dirglielo, perché non ci fossero più malintesi fra loro.
Improvvisamente non fu più così certo di volerlo fare, di
essere pronto per quella prova e l'assalirono i dubbi peggiori: Niki aveva
davvero le sue stesse inclinazioni? Era tanto sicuro che quel ragazzo, che
conosceva da così poco tempo, fosse proprio come lui? Che fosse come non
osava neppure dire?
Si scoprì improvvisamente preoccupato per se stesso. Nella sua
mente, si svolse un colloquio tra due parti di sé: 'Lo sai come ti
chiamerebbero i Cavalieri, se sapessero di voi due?' disse la parte che
cercava di farlo ragionare. 'Mi chiamerebbero...' e non aveva il coraggio,
non solo di dirlo, di ripeterselo, ma anche di pensarlo. 'Ti griderebbero
dietro che sei un...'.
'Io sono un... finocchio!' trovò finalmente il coraggio almeno di
pensarlo.
'Te lo griderebbero e si metterebbero a ridere. Giacomino ti
guarderebbe con disprezzo, Alex ed Eugenio scuoterebbero la testa. E poi
Enrico... Se sapessero che sei finocchio, ti chiederebbero certamente come
hai potuto prenderli in giro per tanto tempo!'.
Questi pensieri lo spaventarono. Chiuse gli occhi, li strinse,
tentando disperatamente di scacciare l'immagine dei suoi amici che lo
guardavano con compatimento, forse anche con dispiacere, prima di mettersi
a ridere di lui, assieme a tutti gli altri. Ma l'aver conosciuto Niki, lo
aveva miracolosamente reso fiero di essere ciò che era, qualunque cosa
fosse, e quell'orgoglio gli derivava da un convincimento: 'Gli voglio bene'
disse l'altra parte di sé, quella che amava 'io voglio bene a Niki: non
sono solo! Io non sono più un mostro!' gridò a se stesso e con questo
il suo immaginario, razionale interlocutore parve, per un momento,
sconfitto.
Invece tornò alla carica: 'E se Niki non fosse gay?' 'No' pensò
terrorizzato 'non può essere. Lui mi ha cercato e poi ha lasciato che io
lo baciassi. Per due volte!'. Questo ricordo lo intenerì talmente che
non sentì più alcuna voce dentro, non ascoltò più null'altro
che non fosse il carezzevole ricordo dei momenti in cui aveva baciato Niki,
solo sfiorando la sua guancia con le labbra. Avrebbe voluto baciarlo in un
altro modo, facendo anche qualcosa che non riusciva ad immaginare per
quanto era audace.
Ebbe un brivido e poi arrossì a quell'idea.
Si sedette sul gradino di pietra, costruito sotto la cappellina per
facilitarne l'accesso e invaso anch'esso dall'edera. Si abbracciò le
ginocchia. Doveva dirglielo, ma non sapeva ancora se ne avrebbe trovato il
coraggio. Sentì gli occhi riempirsi di lacrime al pensiero di Niki,
seduto accanto a lui, che attendeva le sue parole, come avrebbe fatto a
spiegarsi? Era certo di commuoversi, di scoppiare a piangere davanti
all'amico e non riuscire a trovare il modo per spiegargli quanto l'amasse.
E poi c'era la sua preoccupazione più grande, un dubbio che lo
angustiava e che aveva cominciato a roderlo fin dalla sera precedente, dopo
che aveva lasciato Niki. La mamma e il papà avrebbero compreso
quell'amore? Era troppo importante che capissero, perché lui li amava
tanto. E i suoi fratelli? Come l'avrebbero presa? Voleva veramente bene
anche a quei due. Se, insomma, avesse dovuto scegliere fra la sua famiglia
e Niki, chi avrebbe scelto?
Era ancora troppo piccolo per dover scegliere. Anche se ne fosse
stato costretto, non poteva, non sarebbe stato giusto costringerlo a
rinunciare a qualunque cosa. Si guardò intorno terrorizzato da questo
pensiero, da quella possibilità. Si sentiva come un cucciolo spaventato
e certamente lo era. Fissò lo sguardo sulle mura che si intravedevano
tra gli alberi, poi si voltò, si dovette piegare, ma riuscì a fissare
la statuina che assisteva insensibile al suo travaglio. Le chiese se
davvero, per amare Niki, poteva rischiare di perdere la famiglia, gli
amici, la villotta, tutto il suo mondo. Tentò di scacciare Niki dalla
sua testa. Provò ad allontanare quel diavolo tentatore che rischiava di
fargli perdere tutto quello che era stato sempre suo, in cui s'era sempre
ritrovato.
Schiacciò la faccia contro le ginocchia e strinse gli occhi. Tese
tutti i muscoli in uno sforzo, diventato fisico, d'allontanare, senza
riuscirci, Niki dai suoi pensieri. Poi percepì l'odore dei jeans puliti
che aveva indossato quella mattina e riconobbe il profumo del detersivo con
cui sua madre li aveva lavati: quell'odore così concreto, quasi
corporeo, l'aiutò a scuotersi.
Nel suo carattere c'era una dote rara, la capacità d'allontanarsi
dai problemi per riaffrontarli con calma. Si guardò intorno, cercando
qualcosa che lo distraesse e proprio allora gli arrivò la voce di suo
padre che lo chiamava. Immaginò che quel testardo era impegnato, nel
terreno attorno alla villotta, a cercare ancora olive tra quegli alberi
troppo vecchi ed avari. Come gli aveva spesso detto la mamma, suo padre era
un testardo ed era da lui che Mauro aveva ereditato, tutta intera,
l'ostinazione nel perseguire le proprie idee.
In quel momento aveva bisogno di parlare con qualcuno che non gli
facesse domande ed il papà, con tutta la sua filosofia, pur comprendendo
che suo figlio era in ansia per qualcosa, non gliene avrebbe certo chiesto
il motivo. Lo raggiunse correndo, felice che lo stesse cercando.
"Su quei rami, in alto, ci sono ancora olive. Guarda. Il tuo
vecchissimo genitore non se la sente di andare fin lassù."
Si trovavano al confine della loro proprietà e suo padre
s'aspettava che lui salisse a recuperare le sette, otto olive che aveva
intravisto in cima all'albero, dimenticate su un ramo. Mauro s'arrampicò
agilmente fino a coglierle. Continuarono a girare per circa un'ora e
discussero di tutto e di nulla, spigolando olive quasi da ogni
albero. Tutto questo lo distrasse abbastanza perché si sentisse più
calmo e tranquillo, così da porre finalmente a suo padre la questione
che gli stava tanto a cuore:
"Papà, se tu fossi obbligato ad una scelta, terresti in maggior
conto la tua felicità o l'opinione degli altri? Anche se questi fossero
i tuoi genitori?"
E suo padre non lo deluse neanche quella volta, fornendogli la
risposta che lui sperava e s'aspettava d'avere.
"Io penserei alla mia felicità, Mauro, purché non fosse un
limite alla libertà degli altri, di tutti gli altri, anche se li
ascolterei attentamente prima di decidere. Ma non farti sentire dei tuoi
amici preti, loro queste cose non le capiscono" gli aveva parlato come se
fosse stato il suo migliore amico, poi tornando, per un momento, al suo
ruolo di padre, gli chiese ancora qualcosa "Mauro, che cosa c'è che ti
preoccupa? Mi hai fatto una domanda un po' strana. Non ti pare?"
"Ora non c'è più nulla che mi preoccupi, papà. Mi hai appena
dato la risposta che volevo mi dessi. Hai detto quello che mi aspettavo."
Lo baciò sulla guancia come faceva ogni volta che suo padre o sua
madre gli davano il consiglio che per lui rappresentava il modo di
risolvere un suo problema.
E, anche se il papà gli aveva dato, come sempre, la chiave per
uscire dal labirinto in cui credeva d'essere finito, dopo pranzo sorse per
lui un problema insormontabile, l'urgenza di tornare in città, per
rivedere Niki e, se ne avesse trovato il coraggio, rivelargli il suo
amore. Ma per assolvere un impegno tanto nobile, c'erano impedimenti
decisamente concreti, perché Michele non aveva progetti per quel
pomeriggio e nessun amico sarebbe andato in macchina a riprenderlo. Il papà
non si sarebbe mosso dalla villotta prima che facesse buio, né c'erano
biciclette in giro. Di tornare a piedi non se ne parlava neppure, perché
non gli avrebbero consentito di farlo, se non avesse offerto spiegazioni
molto precise che lui non poteva dare.
Era in gabbia, nella gabbia dorata della sua amata villotta. Tutti
capirono che c'era qualcosa che gli stava terribilmente a cuore, compresero
finanche che in città c'era qualcuno ad aspettarlo, e che non era un
amico qualunque. Michele e la mamma tentarono in tutti i modi di farsi dire
di chi si trattasse, ma non ci fu verso. Mauro non parlò e sopportò
stoicamente che le loro insistenze si aggiungessero alla sofferenza di non
poter rivedere Niki, pur sapendo quanto l'amico lo stesse aspettando.
La famiglia riguadagnò la città parecchio tempo dopo che
l'oscurità aveva avvolto il mondo. Nel cuore di Mauro il buio era sceso
già quando si era reso conto che forse non avrebbe rivisto Niki per quel
giorno.
E Niki aveva trascorso la domenica mattina senza uscire. S'era alzato
presto e aveva preso a girare per casa, non riuscendo a concentrarsi in
nessuna delle sue abituali attività. Arleen, un po' preoccupata, gli
aveva chiesto la ragione di tutto quel nervosismo.
"Sono felice, mamma!" le aveva risposto enigmaticamente, poi vedendo
che lei era rimasta a guardarlo incuriosita, aveva aggiunto "A dire il
vero, sono anche un po' preoccupato, ma sono certo che mi passerà
presto."
E se n'era andato verso il pianoforte. Arleen l'aveva seguito con gli
occhi e si era fermata ad ascoltare quello che suo figlio suonava. E quando
lo faceva, ci metteva, molto di sé e del suo stato d'animo. Ad Arleen
piaceva ascoltarlo, ma tutti i suoni che ottenne dal pianoforte quella
mattina e il modo con cui lo fece, le indicarono che era in uno stato di
grande eccitazione. Lei sperò solo che il suo piccolo fosse davvero
felice, anzi, le parve che quel giorno, dopo tanta attesa, fosse
addirittura entusiasta, come se avesse raggiunto qualcosa che aveva
desiderato per troppo tempo.
Sapeva qual era l'origine di tanta beatitudine, ma decise di
attendere che fosse lui a parlargliene, a lei, per il momento, bastò
constatare che Niki era tornato alla felicità dei giorni di Boston,
quando Stephan gli aveva regalato tanta serenità. E se ora aveva trovato
un altro Stephan in Mauro, lei non poteva che essere contenta. Poteva solo
sperare che Mauro corrispondesse in ugual misura al sentimento di suo
figlio e soprattutto non lo deludesse.
Nel pomeriggio Niki rimase da solo in casa ad attendere e a sperare
con tutto se stesso che Mauro si facesse vivo. Ciondolò pigramente di
camera in camera, in quella casa che prima aveva odiato, come tutte le case
in cui avevano abitato, ma che, da quando Mauro l'aveva illuminata con la
sua presenza, era diventata la più bella delle sei, sette in cui avevano
vissuto da quando erano tornati in Italia.
Pensò solo a Mauro, a come l'avesse desiderato già dal primo
giorno di scuola quando era entrato nella sua vita e nei suoi sogni. La sua
vicinanza gli aveva subito procurato un turbamento che s'era trasformato in
qualcosa di troppo complesso anche per uno come lui, abituato fin da
piccolo a guardarsi dentro e quindi a conoscersi e a controllarsi. Come
avesse potuto capire di trovarsi di fronte l'amore nella sua forma più
completa, gli pareva un prodigio. Desiderio fisico, affetto, dedizione,
quel sentimento era stato subito tutto questo e il miracolo stava proprio
nel fatto che lui l'avesse compreso, non se ne fosse fatto
travolgere. Anche nell'esaltazione dell'innamoramento o nella disperazione
dell'indifferenza, aveva sempre cercato di capire se anche Mauro stesse
provando o potesse provare, un sentimento come quello. Ed ora credeva di
aver compreso, era quasi certo di aver finalmente trovato il compagno che
cercava.
Non era troppo piccolo per quelle cose, pensò, cercando di
rassicurare se stesso. Quello della loro giovane età era uno dei più
seri fra i tanti dubbi che l'avevano tormentato in quei giorni. Ma Mauro
era maturo quanto lui per vivere un rapporto sincero e consapevole. Un
altro miracolo, ne era certo, lo sperava, lo voleva con tutte le forze,
stava quindi per compiersi. Loro sarebbero stati insieme come due
fidanzati, anche se non poteva essere proprio così, anche se ci
sarebbero stati degli ostacoli che avrebbero superati insieme, perché
lui era abituato alle difficoltà e Mauro era fermo e risoluto. Con Mauro
accanto avrebbe affrontato qualunque situazione, sarebbe andato anche
all'inferno.
All'inizio, quando aveva capito di essersi innamorato seriamente di
un altro ragazzo, quella consapevolezza l'aveva spaventato. Era stata la
completezza di quel sentimento ad impaurirlo e non il fatto di essersi
innamorato di un uomo, di una persona del suo sesso, per sé aveva
superato da tanto tempo quella situazione. Ora però quello stesso
problema tornava ad impaurirlo, perché non sapeva come l'avrebbe vissuto
Mauro. E anche per questo non era del tutto sicuro di come il loro rapporto
si sarebbe evoluto, perché non poteva in alcun modo fare ipotesi sulle
reazioni di Mauro nello scoprirsi innamorato di un uomo.
Di una cosa era assolutamente certo, avrebbe sofferto in modo
orribile, se, giunto dov'era, avesse scoperto di essersi illuso. Se Mauro
non avesse corrisposto al suo amore, gli si fosse mostrato indifferente,
disinteressato, se improvvisamente avesse riso di lui e l'avesse
disprezzato fino a rifiutare anche la sua amicizia, per lui sarebbe stato
molto difficile continuare a vivere.
Decise di non seguire quel pensiero, perché l'ipotesi che si
verificasse lo terrorizzava.
Aveva subito amato Mauro, anche se erano diventati rivali già il
primo giorno, l'aveva amato anche quando nel suo comportamento c'erano
stati ostilità e disprezzo e quella sottile crudeltà che può
esserci solo fra ragazzi. Di questo aveva pianto disperatamente, di notte,
quando nessuno poteva sentirlo. Quasi altrettanto presto, però, la
lealtà e la bontà di Mauro erano state più forti e lui aveva
percepito un lento cambiamento. Mauro aveva l'accettato come compagno di
banco e poi l'impossibile si era verificato, con l'aiuto di quella donna
eccezionale che era l'insegnante di lingue. Allora era stato addirittura
Mauro a cercarlo ed erano diventati inseparabili. Ora sperava che fossero
finalmente divenuti indispensabili uno all'altro, insomma che anche Mauro
l'amasse veramente.
Dei loro primi approcci, di come si stavano avvicinando fisicamente,
non aveva premeditato nulla, in lui c'era stato solo il desiderio di
donarsi e poi di scoprirlo, di toccare e sentire quel corpo. Aveva subito
sognato e vagheggiato quali forme potesse nascondere sotto quei pantaloni
sempre troppo grandi o troppo piccoli e sotto le magliette sempre logore
che indossava.
Un'ondata di tenerezza lo travolse a quel ricordo. La figura di
Mauro, il suo vestire trasandato e il corpo che un poco già conosceva,
per tutte le volte in cui erano arrivati a sfiorarsi. Sentì gli occhi
riempirsi di lacrime. Se ne stava disteso sul divano in salotto e si
raccolse su se stesso come scosso da un brivido.
La musica invadeva la casa, stava ascoltando la terza sinfonia di
Mahler.
Fin dalla prima volta in cui l'aveva ascoltata, qualche anno prima,
la musica di Mahler, e in particolare quella sinfonia, avevano
rappresentato per lui uno dei mondi in cui rifugiarsi quando si sentiva
triste e solo. Aveva già ascoltato quasi tutta la sinfonia e i violini
avevano attaccato l'ultimo movimento, quello intitolato con una terribile
parola tedesca che il papà una volta gli aveva tradotto in 'ciò che
mi dice l'amore'. Era il momento che attendeva fin dall'inizio, quella
musica l'aveva stregato una volta e lo commuoveva ancora, tanto che aveva
ascoltato quel brano in tutti i momenti difficili che aveva incontrato
negli ultimi anni e sapeva anche d'averlo fatto troppo spesso. Il tema
degli archi, quello che dopo tanti ascolti lo inteneriva ancora, coinvolse
l'intera orchestra, sollevandosi e portando con sé tutti i pensieri,
belli e brutti, incantevoli e spaventosi, che andava facendo.
Quando Mauro gli aveva stretto la mano per la prima volta, era stato
come sognare e tutte le occasioni in cui si erano toccati avevano
rappresentato tanti passi verso una meta su cui ancora non osava
fantasticare. Mauro lo aveva sfiorato con le labbra, poteva dire che già
per due volte l'aveva baciato. E si erano stretti durante quella lotta
divertita, quando ne aveva sentito il corpo sotto di sé, aderire al suo
e vi si era adattato come per riportarne l'impronta. Quella volta era stato
Mauro a provocare l'occasione per toccarsi e lui aveva provato un'emozione
grandissima, avvertendo che anche l'altro era eccitato. E poi avevano
continuato a giocare e a cercarsi fino a ieri. A quel ricordo si strinse le
braccia intorno alle spalle, per ricordare la stretta di Mauro. Sentì la
musica salire ancora, avviandosi a quel finale maestoso che gli dava i
brividi.
Solo allora si accorse della propria eccitazione e ricordò che era
stato così per quasi tutta la giornata. Quel disagio, pure così
piacevole, si era accentuato durante il pomeriggio di solitudine e di
attesa che aveva vissuto. Per quel giorno forse non avrebbe rivisto Mauro,
sarebbe rimasto da solo e sperò che fosse l'ultima volta della sua vita
ad essere solo.
Nella camera s'era fatto quasi buio e il giradischi con le lucette
discrete formava ombre vaghe. Era solo in casa, ancora terribilmente
solo. Si sfilò lentamente la tuta, rimanendo a torso nudo. Sentiva sul
dorso la carezza della pelle morbida del divano, mentre si sfiorava,
facendo correre le mani su di sé. Aveva ricominciato a fare il solito
gioco, quello che tante volte l'aveva sottratto, per qualche minuto, alla
malinconia e alla solitudine. Voltandosi, si stese a pancia sotto e
cominciò a sfregare il ventre contro i cuscini, cercando con quel
movimento di sfilarsi i pantaloni bloccati dall'elastico. Aiutandosi con le
mani, se ne liberò e strofinando il pene eretto contro la pelle del
divano, si procurò brividi di piacere. I pantaloni scesero lentamente,
accompagnati dal movimento ritmico del bacino. Si sentì subito vicino
all'orgasmo. Il suo ricordo tornò al momento in cui Mauro l'aveva
toccato, facendolo godere improvvisamente, come se lui fosse giunto alla
fine di una sollecitazione durata più di due mesi e cominciata già il
giorno in cui l'aveva conosciuto. Con quell'immagine negli occhi, con
quella sensazione in tutto il suo corpo, passandosi una mano che desiderava
fosse quella di Mauro, come Mauro aveva fatto ieri, si spruzzò nel palmo
che aveva infilato tra il pene e il divano.
Si portò lentamente la mano davanti agli occhi, per guardarla. Era
stata la musica, il finale della sinfonia, in quel momento al culmine, a
riportarlo al presente. La mano bagnata del suo seme lo accusò, si sentì
disperato. Ebbe un singhiozzo di pianto, perché gli pareva d'avere
irrimediabilmente tradito e infangato l'amore del compagno.
"Ti prego, Mauro, fa' che sia l'ultima volta!" mormorò quasi
piangendo, poi lentamente si calmò e tornò alla realtà della sua
solitudine, dell'amore che era, per il momento, ancora inappagato e forse
non era che un miraggio, soltanto un fantasma seducente. Per ora aveva
soltanto la speranza che Mauro l'amasse, che fosse come sperava lui, solo
perché per due volte, forse, l'aveva baciato. Per due volte Mauro aveva
avvicinato le labbra alla sua guancia.
Aveva soltanto quindici anni e non aveva mai pregato, i suoi genitori
non gli avevano mai mostrato quella via di fuga dall'angoscia. Perciò
restò nudo, sul divano, a rabbrividire, contemplando la sua mano bagnata
e a chiedersi se Mauro l'avrebbe mai amato, quanto l'amava lui. Non poteva
supplicare nessuno, in cielo o in terra, di dargli una risposta o
d'aiutarlo a convincere Mauro e certamente avrebbe pregato e implorato se
solo ne avesse conosciuto il modo.
Il suono del telefono lo scosse, qualche minuto dopo, mentre era
ancora sul divano, raccolto su se stesso. Aveva sentito freddo e si era
rivestito, ma era tornato a raggomitolarsi con gli occhi chiusi.
Era Mauro che lo chiamava:
"Ciao. Siamo appena tornati. Mi dispiace..."
"Non fa nulla, non è che ci contassi più" Niki sentì il tono
aspro della propria voce.
"Non sono riuscito a scappare. Nessuno tornava o si muoveva."
Si commosse subito cogliendo il dispiacere che c'era nelle scuse di
Mauro. Questo non gli impedì, comunque, di rimproverarlo ancora.
"Potevi anche venire in bicicletta oppure a piedi" 'io lo avrei
fatto', aggiunse nella mente, ma poi si pentì d'averlo anche solo
pensato. Non era giusto che riversasse su Mauro l'angustia che sentiva
dentro per averlo appena tradito, masturbandosi. E pensava che fosse
davvero così, un tradimento verso la lealtà del compagno.
"Non avevo la bicicletta e a piedi non mi avrebbero mai fatto
ritornare e, poi, che gli raccontavo?"
"Non lo so! Sono stato ad aspettarti fino a poco fa e adesso sono
molto arrabbiato, anche perché sono rimasto da solo per tutto il
pomeriggio. Questo ti costerà caro quando ti metterò le mani addosso"
e rise, perché era contento d'ascoltare la voce di Mauro, ma era
soprattutto contento di riprendere finalmente quel loro gioco di minacce
affettuose.
"Prometti solo di non farmi molto male" rise anche Mauro.
"OK, promesso!"
Ma Mauro desiderava fortemente vederlo, almeno per un po', e glielo
propose.
"Ti andrebbe d'uscire? Non è tardi, facciamo solo una passeggiata
e ci ritiriamo subito."
Gli parve che Niki esitasse per un momento a rispondergli e così
aggiunse: "Ti prego!"
"D'accordo" per Niki fu molto facile convincersi "Al nostro
angolo. Ma devo rientrare in fretta."
Quando scese, Mauro, invece che al loro angolo, era già davanti al
portone e lo accolse con il suo miglior sorriso.
"Davvero sei arrabbiato?"
"Si e non immagini quanto. Non sai quello che ti sei perso" e
s'incamminò in fretta davanti a lui, un poco per incuriosirlo e un po'
perché già pentito d'aver detto quelle parole.
Camminando, quasi correndo, uno avanti e l'altro che pareva
inseguirlo, giunsero nel giardinetto di pini. Mauro saltò su una
panchina e si sedette sulla spalliera.
"Qualunque cosa io mi sia perso, spero non sia per sempre" gli
gridò.
Niki andò a sedersi accanto, cercando la sua vicinanza.
"Ti ho aspettato per quasi tutto il giorno."
"Noi trascorriamo alla villotta ogni santo giorno di festa, non c'è
scusa che tenga" spiegò Mauro facendo la voce solenne di suo padre "Però
domenica prossima potresti venirci anche tu. Ai miei genitori farà
piacere e potremmo stare insieme per tutto il giorno" e quello era il suo
solito tono, come sempre carico di entusiasmo "Sai, ho altri mille posti
segreti da farti vedere. Ci vuoi venire?"
"Si, certo, volentieri."
Niki quasi non riuscì a rispondergli, per come si sentì
felice. Sarebbe stata forse la prima volta nella sua vita, trovarsi in un
posto diverso da dove erano i suoi genitori per tutta una giornata,
invitato da un amico, dal suo primo amico. Era naturale che accadesse, ma
la novità lo sorprendeva e un po' l'avrebbe spaventato se non fosse
stato Mauro ad invitarlo.
Rimasero in silenzio, ognuno con i propri pensieri, quelli erano
momenti di serenità assoluta per entrambi, dopo le angustie che avevano
provato durante la giornata. Poi Mauro incominciò a ridacchiare e
raccontò a Niki dei tentativi fatti per tornare nel pomeriggio e dei
sospetti che aveva sollevato nei familiari che avevano cominciato a
prenderlo in giro chiedendogli se finalmente s'era trovato la ragazza.
"Pensa che mio fratello mi ha rincorso per tutto il giardino cercando
di raggiungermi ed estorcermi con la forza il nome della persona con cui,
secondo lui, avevo appuntamento, ma io non mi sono fatto prendere,
perché" disse con orgoglio "io sono molto più veloce di lui che è
ingrassato."
Niki, sorprendendolo, gli tirò un pizzicotto alla gamba.
"Cerca di raggiungere me, adesso" e scappò via "Prendimi se sei
capace!" lo sfidò da lontano.
Mauro non ci riuscì, perché Niki era davvero molto veloce, ma
si inseguirono per un po' di tempo per tutto il giardino che a quell'ora
era deserto. Quando furono abbastanza stanchi, Niki si fermò buttandosi
a cavalcioni su una panchina e Mauro gli si avvicinò.
"L'americano è veloce. Chi l'avrebbe detto?" e gli bloccò i
polsi.
Niki rideva e aveva l'affanno. Mauro gli si sedette di fronte, senza
più lasciargli le mani.
"Devo vendicarmi!" anche lui respirava velocemente per la corsa
appena fatta.
"Non puoi! Non sarebbe leale!"
"Chi lo dice? Io sono più forte di te ed ora tu sei in mio
potere. Posso farti quello che voglio!"
Mauro scherzava, rideva, ma Niki si fece immediatamente serio. Pensò
a quanto reali fossero quelle affermazioni, anche se fatte per gioco. Era
tutto assolutamente vero, lui era irrimediabilmente in suo potere. Ma non
immaginava come anche Mauro avesse già posto la propria vita nelle sue
mani.
"Sono stato ad aspettarti per tanto tempo" gli mormorò "Il
pomeriggio è stato così lungo e non ce l'ho più fatta."
Era illanguidito dalla stanchezza per la corsa che avevano appena
fatto, ma soprattutto dalla presa di Mauro sui suoi polsi che erano ancora
così, stretti nelle mani dell'amico. Si era eccitato un'altra volta e
capiva, non avrebbe saputo dire da cosa, che anche Mauro lo era.
"Non ce l'hai fatta a fare cosa?"
Mauro respirava con la bocca, le sue labbra erano aperte. Non era
affannato per la corsa, era l'emozione, l'attesa di qualcosa che poteva
accadere, a dargli il fiato corto.
Le parole di Niki erano misteriose per lui che era molto lontano dal
capirne il senso e Niki se ne rese conto, rimpiangendo improvvisamente
d'aver parlato a quel modo.
"Niente d'importante, domani ti spiego" disse e si sentì
terribilmente imbarazzato.
"Non ce l'hai fatta a fare cosa? Dai, dimmelo!" la curiosità aveva
riportato Mauro alla realtà, strappandolo ai suoi sogni.
"Adesso non posso. Adesso proprio non posso" e faceva di no con la
testa.
"Dai, dimmelo, lo sai che sono curioso" Mauro rideva e gli scuoteva
le mani, perché gli stringeva ancora i polsi "Tu lo dici sempre!"
"Ti prego, non voglio!" lo guardò fisso e Mauro cedette a quello
sguardo
"Devo tornare a casa" fece allora "non vorrei che i miei genitori
rientrassero... non trovandomi mamma potrebbe preoccuparsi. Lei forse non
sa, non immagina che... adesso ci sei tu..."
Mauro ormai l'accarezzava, con le mani sui polsi, senza più
stringerli. Voleva fare qualcosa prima di andarsene, prima di dovere
attendere fino a domani. Lo guardava negli occhi e si guardava le
mani. Voleva dirgli una cosa, doveva farlo, perché non avrebbe voluto
trascorrere tutta la notte a desiderare d'averlo fatto. Doveva, anche se
non se la sentiva di svelare tutto quello che aveva dentro. Erano soli,
nell'oscurità del giardino. Si mosse, fino a posargli la testa sulla
spalla.
"Mi sei mancato oggi" mormorò "la villotta non era più la
stessa. Sono tornato a sedermi sull'erba, te lo ricordi? Ho cercato... come
se avessi potuto trovare le nostre tracce... Niki, è stato bello
ieri... è stato incredibilmente bello stare con te. Ma tu... tu mi hai
perdonato per quello che ti ho fatto?" furono frasi che stentò a dire,
tanta era l'emozione che provava, tanto forte il cuore gli batteva nel
petto.
"Davvero ti sono mancato?"
Mauro gli fece di si con la testa, poi si riscosse. Teneva la testa
appoggiata sulla spalla del suo amico e non era normale che lo facesse, né
era normale che se ne stessero là, mani nelle mani, due ragazzi nel
giardinetto, davanti a casa sua.
Sollevò la testa sorridendogli, lasciandogli polsi. S'incamminò
e Niki lo seguì. Ma si voltò subito verso di lui.
Erano sotto gli alberi, uno di fronte all'altro, in un angolo
buio. Pur non vedendosi chiaramente, avvertivano una tensione molto forte,
un'attrazione che Niki comprese meglio, ma cui Mauro si arrese per primo,
avvicinandosi fino a sfiorarlo. Si accarezzarono e i loro corpi entrarono
in contatto. Le teste si appoggiarono sulla spalla dell'altro, per un
attimo furono tanto vicini da essere abbracciati. Si staccarono subito,
preoccupati d'avere ardito tanto.
Mauro rimase fermo, a testa bassa, incapace di parlare.
Niki tornò per primo alla realtà.
"È tardi, andiamo?"
Senza dirsi altro si avviarono verso casa. Ancora una volta si erano
sfiorati, toccati senza parlarsi, senza dirsi ciò che entrambi ormai
sapevano. Per loro si erano espressi i corpi che li spingevano ormai uno
fra le braccia dell'altro. Non avevano parlato, ma l'avrebbero fatto
presto, ed ebbero coscienza anche di questo. Tutto ormai, la felicità,
il senso di letizia, il languido senso d'abbandono che li avvolse quella
sera, mentre tornavano a casa, non faceva che confermarlo.
Al momento di lasciarsi a Mauro tornò in mente, chissà da quale
recesso, che Niki non gli aveva più confidato a cosa non fosse riuscito
a resistere, ma ritenne opportuno tacere per non sembrare maleducato verso
l'amico che non voleva dirglielo. Si rassegnò a convivere, per quella
notte, con il chiodo fisso di quella curiosità inappagata. Decise anche
che l'avrebbe fatto per amore, per quell'amore che sentiva crescergli
dentro ad ogni sguardo che si scambiavano.
Si lasciarono davanti al portone di Niki, dandosi appuntamento per il
giorno dopo, sfiorandosi un'altra volta le mani.
Quella notte Niki, appagato e felice, s'addormentò facilmente,
lasciandosi trasportare da uno dei suoi sogni in un futuro non più
nebuloso, accanto a Mauro che, finalmente ne era certo, sarebbe stato il
compagno della sua vita.
Mauro, invece, non s'addormentò subito. Era, come sempre, nel
letto più alto del tunnel e, insolitamente, si mise ad ascoltare il
russare lento di Michele che era caduto nel consueto sonno di piombo.
Anche lui aveva il sonno pesante, tanto che la mamma doveva urlare per
svegliarli ogni mattina, ma quella sera non gli riusciva proprio di
addormentarsi, pensava a Niki e questo gli dava una grande
felicità. Provava una sensazione fisica d'affetto per il compagno,
sentiva le palpebre inumidirsi e gli venivano i brividi. Se ne stava nel
letto con gli occhi chiusi e un leggero sorriso sulle labbra. Quelle erano
sensazioni nuove per lui che non aveva ancora amato e, se qualche volta
s'era infatuato di un amico, non vi si era abbandonato come stava facendo
ora, ma aveva subito scacciato quell'idea come un pensiero sgradevole,
qualcosa di cui vergognarsi.
Questo amore era diverso, era profondo, incondizionato, come quello
dei romanzi che aveva letto. Era dunque un amore che poteva portare alla
morte, che consumava e distruggeva.
Pensò che doveva essere proprio così, perché solo per amore
ci si poteva sentire tanto felici, solo l'amore poteva essere così
bello. Ne aveva letto tanti esempi, tante descrizioni ed ora gli pareva di
riconoscerlo.
"Niki, ti amo" sussurrò immaginandosi inginocchiato davanti a
lui. Avrebbe dovuto prendergli la mano mentre glielo diceva? Questo lo fece
sorridere, non riusciva proprio a vedersi in un atteggiamento da tenore
davanti al soprano, anche se per esprimere a Niki tutto quello che provava
non avrebbe esitato a fare qualunque cosa. Forse, si disse, non sarebbe
stato necessario. Quando fosse venuto il momento, avrebbe seguito
l'istinto, avrebbe detto e fatto quello che l'amore gli suggeriva e, ne era
certo, Niki avrebbe compreso.
S'addormentò pensando al suo innamorato e certamente lo sognò,
anche se, quando fu mattino e la mamma, con la solita fatica, riuscì di
svegliarlo, aveva la mente libera da tutti i pensieri beati che l'avevano
impegnata di notte, tranne che dalla curiosità inappagata che Niki gli
aveva lasciato e che era tornata ad insidiarlo. Era perciò ancora più
desideroso di correre a rivedere il suo compagno.
Quando s'incontravano per andare a scuola, nel momento in cui si
scorgevano, si scambiavano soltanto un sorriso che ogni giorno era
diventato più dolce. S'incamminavano in silenzio, ognuno seguendo i
propri pensieri e cominciavano a parlarsi solo dopo aver fatto un po' di
strada, perché ad uno dei due era venuta un'idea, oppure, più spesso,
Mauro aveva visto qualcuno di cui voleva commentare l'aspetto o l'andatura
e voleva riderne con Niki. Era il loro gioco e lo facevano sempre quando
erano per strada.
Quella mattina, invece, Mauro, invece di salutarlo, sorridendogli,
quasi l'aggredì.
"Non ce l'hai fatta a fare che cosa? Sono stato sveglio quasi tutta
la notte a pensarci" poi, visto che Niki se ne stava zitto, con la faccia
soddisfatta di chi ha avuto la prova d'una sua tesi, Mauro aggiunse "E va
bene, sono curioso e ho paura del buio. Ti prego, dimmelo. Non ho dormito
davvero. Papà ritiene che la mia curiosità sia patologica."
"E non hai pensato a nient'altro stanotte?" gli chiese Niki senza
badare alle proteste di Mauro.
"Beh... certo, naturalmente. Ho pensato anche ad altro" Mauro avvampò
"A tutto quello cui hai pensato tu, credo."
Niki sorrise, felice, pago di quell'ammissione. Poi se ne stette
un'altra volta zitto, tanto che Mauro, dopo un po' di strada, tornò alla
carica:
"Abbi pietà. Davvero non ho dormito, pensando a quello che non sei
riuscito a fare ieri pomeriggio. Si può sapere che cos'è che hai
fatto o non fatto?"
Ma non valsero tutte le sue arti, né le minacce che gli fece per
tutta la strada. Niki non si lasciò convincere. Solo al momento
d'entrare in classe, magnanimamente, promise.
"Te lo dirò durante l'intervallo" e questo fu tutto.
Ancora tre ore di tortura per Mauro che per quel giorno,
fortunatamente, non fu interrogato.
Per l'intervallo, come quasi sempre accadeva, fecero in modo di
ritrovarsi da soli in un angolo della palestra. Niki era appoggiato al muro
con le gambe leggermente piegate e si trovava così un poco più in
basso di Mauro che lo sovrastava con le braccia puntate, ritto, ad
assediarlo con aria minacciosa:
"E allora?"
"Vuoi proprio saperlo. Tu sei curioso!"
"E ho anche paura del buio: questo lo sappiamo tutti e due. Avanti,
devi dirmelo. Me l'hai promesso! Altrimenti io ti... " e si guardò
intorno cercando, chissà dove, l'idea per una minaccia che fosse
finalmente persuasiva.
"Sei proprio sicuro di volerlo sapere?" Mauro gli fece di si con la
testa "Anche se ti procurerà una delusione?"
"Qualunque cosa sia: voglio saperlo! Ne ho diritto!" e lo fissò
con uno sguardo determinato.
Adesso doveva proprio dirglielo, anche se se ne vergognava.
"Beh... quello che non sono riuscito a fare è stato resistere."
"Cioè?"
"Insomma... avrei voluto resistere, ma... quello che ieri sera ho
fatto, poco prima che tu mi telefonassi..." esitò ancora per un momento
"Quando hai chiamato mi ero appena fatto una sega!"
Nonostante la disinvoltura con cui l'aveva raccontato, era arrossito
e guardava per terra. Non era più tanto sicuro di sé, di quello che
aveva appena mormorato, cedendo alle insistenze.
Mauro si raddrizzò, anche lui imbarazzatissimo, pentito per averlo
costretto con la sua ostinazione. Era anche sorpreso per il fatto stesso
che Niki avesse detto, perché loro di quelle cose non avevano mai
parlato. Tutti i giochi che avevano fatto fino a quel momento, il loro
avvicinarsi nei sentimenti, ed anche fisicamente, erano stati di una
purezza e di una innocenza assoluti.
Era la prima volta che l'idea fisica del sesso entrava in un loro
discorso.
"Non pensavo..." quasi balbettò.
"Scusami, ma eri così curioso... e poi anche tu ogni tanto fai
qualcosa del genere, no?"
E gli venne comunque da ridere. Una risata allegra e provvidenziale
che contagiò Mauro e scaricò la tensione.
"Certo! Si, è naturale!" riuscì a dire, ridendo, anche se era
ancora a disagio e le gote avevano ancora il colore della porpora per
l'imbarazzo che provava. Ma dentro di sé si sentì sereno, perché,
anche se fra loro non ne avevano mai parlato, farlo così, senza troppi
pensieri, con la risata allegra di Niki, era veramente fantastico "E ti è
piaciuta?" aggiunse, fingendosi disinvolto.
"Si... anche se per ieri pomeriggio avevo un'altra idea, e tu
dovresti saperlo!" dicendolo Niki lo guardò.
"Ah... si?" sorrise, ma si sentì avvampare un'altra volta ed anche
Niki arrossì.
"Allora... lo sai?"
"Si! Si! Si!"
Quella fu conferma e la vera promessa per il futuro, il passo
decisivo sulla strada del loro avvicinamento.
A Mauro pareva però d'aver esaurito il coraggio. Era troppo
emozionato e con un dito faceva disegni sul maglione a rombi di Niki, ne
seguiva le linee e, quando riuscì a parlare, non distolse lo sguardo da
quelle figure geometriche che parevano affascinarlo.
"Oggi abbiamo troppo da studiare, altrimenti saremmo potuti andare
alla villotta, oppure a fare una passeggiata in bicicletta. Per stare un
po' da soli e parlare fra noi. Io credo... io devo dirti una cosa..." aveva
finito con il borbottare quelle ultime parole.
"I miei genitori saranno via tutto il pomeriggio, perché mamma
deve farsi visitare. Saremo soli a casa, così avrai l'opportunità di
pagare le tue penitenze e i tuoi debiti. E potrai finalmente farti
perdonare anche per ieri pomeriggio" fece Niki sorridendo e salvando
entrambi dall'imbarazzo nel quale parevano dover precipitare.
Poi con un movimento improvviso delle mani gli diede un colpetto ai
fianchi, lasciandolo per un momento senza fiato e, approfittando della
sorpresa, gli passò davanti, allontanandosi correndo. Mauro lo rincorse,
ma, nel momento in cui lo raggiungeva per restituirgli il colpo, suonò
la campanella che li richiamava in classe.
Quel giorno affrontarono a larghi passi la strada del ritorno, un po'
per la fame, un po' perché, avendo parecchio da studiare, volevano
incontrarsi prima possibile nel pomeriggio. La giornata era grigia e
incominciò a piovere, allora Niki aprì il suo ombrello, l'unico che
avevano, dato che Mauro non ne portava mai. S'aggiustarono sotto il piccolo
riparo. Mauro gli infilò la mano sotto il braccio. Niki con il gomito se
la strinse contro il fianco.
La pioggia aumentò. Il piccolo ombrello copriva a stento le loro
teste.
"It's raining cats and dogs!"
"Che c'entrano adesso gatti e cani?"
"In America diciamo cosi quando piove come sta facendo adesso!"
"Ah... vuoi dire che piove a catinelle?"
Risero, poi tornarono seri. S'avvicinarono ancora, coordinando i
passi, e divennero una persona sola. Mauro accostò il capo a quello di
Niki. Nell'aria bagnata e ripulita dalla pioggia, gli odori divennero più
forti ed anche i loro sensi si fecero più acuti. Niki avvertì più
forte di tutti gli altri il profumo di Mauro, era una fragranza muschiata,
di giovinezza, di vigore, assieme al suo alito e all'odore di capelli
bagnati.
Mauro percepiva Niki attraverso i suoi movimenti. Anche lui ne
sentiva l'odore, che era di pelle lavata, di borotalco.
Anche se pioveva a dirotto, quel giorno giunsero troppo in fretta nel
punto in cui si lasciavano o si ritrovavano. Si fermarono al solito posto,
sciogliendosi dall'abbraccio affettuoso che li aveva uniti sotto
l'ombrello. Cercarono di ripararsi sotto un balcone piuttosto largo.
"Piove troppo. T'accompagno a casa."
"No, non fa niente. Tanto quell'ombrello è così piccolo che ci
si bagna lo stesso."
"Non dicevi così quando ci stavi sotto" Niki sorrise.
"Ma io non stavo là sotto per ripararmi dalla pioggia!" fece Mauro
serio.
Niki non rispose a quell'affermazione, perché ne rimase
turbato. Dopo tutta la sicurezza di quei giorni, fu scosso da un dubbio, si
chiese quanto avanti si sarebbero potuti spingere insieme. La sua unica
esperienza si fermava ad una condivisione fisica dell'amore, un'esperienza
totalmente diversa da quella che ora stava vivendo. Avrebbe condotto Mauro
per mano fino al punto che lui aveva raggiunto con Stephan, ma oltre cosa
c'era? Potevano davvero sperare nella felicità per tutta la vita?
Potevano farlo insieme?
Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, il suo viso
assunse espressioni che incuriosirono Mauro:
"A che stai pensando? Hai fatto una faccia."
"A niente d'importante. Non c'è niente..." Niki s'interruppe e,
completando per sé la frase, pensò e se ne convinse, non c'era nulla
ormai che non potessero affrontare insieme.
"Verrò presto!" gridò Mauro, correndo rasente ai muri,
riparandosi sotto i balconi. Si voltò ancora a guardare Niki "Verrò
anche prima delle tre!" gridò.
La casa di Niki non era mai molto piaciuta a Mauro, era troppo grande
e soprattutto vuota, troppo silenziosa e ordinata se confrontata
all'allegria e al rumore che regnavano nella sua, alle sedie sempre
occupate da qualcosa appoggiato là da uno di loro, tanto che la mamma
era sempre a caccia di quello, marito o figli, che aveva abbandonato
indumenti o libri su ciascuna delle sedie di casa.
Quel pomeriggio, sotto la pioggia, si avvicinava alla casa di Niki
correndo e non desiderando altro che di esserci già. E Niki, che era
alla finestra ad aspettarlo, lo vide spuntare, senza ombrello, come sempre
quando pioveva, avvolto nel giaccone blu da marinaio indossato con la
consueta noncuranza e forse anche abbottonato storto.
Sorrise pensando al disordine che regnava addosso al suo
Mauro. Quello però era un disordine che si fermava all'abbigliamento,
lui lo sapeva bene ormai, aveva scoperto che, dentro di sé, Mauro
conservava un ordine scrupoloso e assoluto delle cose in cui credere e di
ciò che era giusto fare. Sapeva che cercava sempre di essere onesto
verso se stesso e gli altri. Aveva provato una forte emozione quando,
all'inizio della loro amicizia, aveva compreso la misura della sua
lealtà, di quella sincerità, di quella coscienza che oggi attendeva
alla prova più difficile.
Ebbe un brivido pensando a quello che stavano per fare, ma aveva
deciso che, durante quel pomeriggio, doveva arrivare a sapere tutto, ad
essere certo, in un modo o nell'altro.
Ed anche Mauro aveva formulato lo stesso proposito. Arrivò davanti
alla porta fermamente deciso a rivelare a Niki tutto quello che gli girava
in testa, ma se Niki voleva continuare ad accarezzarlo con lo sguardo e con
le parole per spingerlo ad aprirsi, perché si confidassero, il suo
proposito era molto più diretto e presupponeva un coraggio ed una
determinazione che proprio non possedeva.
Le sue buone intenzioni si vanificarono assieme all'impeto
chiarificatore che le aveva generate e lui rimase zitto e fermo, sulla
soglia, a guardarlo.
"Che fai là? Non vuoi entrare?"
Si convinse a muoversi e Niki l'osservò mentre si toglieva la
giacca. Quasi senza parlarsi, decisero, con gran sollievo di Mauro, che
prima avrebbero fatto i compiti e le lezioni furono esaurite in un tempo
piuttosto breve, considerato quanto avevano da studiare e quanta parte
delle loro menti fosse assorbita dal pensiero di ciò che forse si
sarebbero detti.
Dopo aver chiarito a se stessi e a don Abbondio chi fosse Carneade,
tradotto il giornaliero e arduo frammento di greco, ripetuta l'ultima
lezione, riordinarono e misero da parte libri, quaderni ed altri strumenti
di studio, poi si guardarono.
Niki si decise.
Non poteva più attendere e volle che tutto accadesse quel giorno e
a partire da quel momento.
S'alzò e, girando attorno alla scrivania, andò ad abbracciare
Mauro da dietro, bloccandolo sulla sedia e mormorandogli in un orecchio.
"Oggi sarai mio schiavo, sarà questa la penitenza che dovrai
pagarmi. Farai tutto quello che io ti ordinerò, per tutto il
pomeriggio. Qualunque cosa, che ti piaccia o no. Accetti?"
"Si, farò tutto quello che tu vorrai!" riuscì a dire, sebbene
l'emozione lo stesse quasi soffocando.
Era immobile, bloccato dalla paura di quello che stava per accadere,
ma anche felice d'avere detto quelle parole e di sentirsi così, di
trovarsi in quella situazione. Accettare quel gioco, dare la propria parola
di fare qualunque cosa gli avesse ordinato, voleva dire non poter tornare
indietro, non potersi fermare, anche se l'avesse voluto. E questo lo
spaventò. Cercò di concentrarsi su qualcos'altro e si mise ad
ascoltare il battito del suo cuore, si chiese se anche Niki potesse
sentirlo e se stesse tremando come tremava lui. capì subito che anche
Niki stava provando le stesse sensazioni e quest'idea gli fece un poco di
coraggio.
Niki lo liberò e andò a sedersi sul letto.
"Vieni qua!" disse e con la mano fece il gesto d'invitarlo.
Quando Mauro si fu seduto, gli passò un braccio attorno alle
spalle e l'avvicinò a sé.
Mauro chiuse gli occhi e gli posò il capo sulla spalla. Stettero
così, in silenzio, senza neppure pensare, tanto forte era l'emozione di
quel contatto. Poi lentamente Niki gli cercò la mano, la prese fra le
sue. Se l'avvicinò alle labbra e sfiorò le punte delle dita che
odoravano di matita, di saponetta e di qualcosa di più remoto che Mauro
non era riuscito a scacciare lavandosi le mani dopo pranzo. Si portò la
mano sulle guance e sugli occhi. Quelle dita odoravano del suo innamorato,
di Mauro, ed erano morbide, delicate e lo stavano accarezzando. Forse stava
vivendo un sogno, ma non era così, perché quella era la realtà.
Mauro si voltò a guardarlo e, invece di ritrarsi come una sempre
più piccola parte di sé gli chiedeva di fare, cercò di
accarezzarlo come Niki aveva appena fatto con lui.
Come se le vedesse per la prima volta, notò che le mani di Niki
erano più piccole delle sue, più delicate, erano mani che certamente
sapevano anche stringere e forse fare male, anche se, e l'aveva appena
scoperto, potevano accarezzare con una dolcezza che non gli pareva di aver
mai provato. E se era accaduto era stato tanti anni prima, forse con la
mamma, quando era piccolo, quando era nato da tanto poco tempo che sua
madre lo considerava ancora una parte di sé. Così si sentiva in quel
momento, parte di un altro corpo.
E mentre si portava le mani di Niki sulle guance, vide tutto chiaro,
anche quello che negli ultimi anni gli era apparso così oscuro. La piega
più riposta del suo carattere si distese per mostrarsi completamente e
lui finalmente poté immaginate la sua vita futura, poté comprendere
pienamente le sue inclinazioni.
Lo amava, era sempre stato così, e finalmente stavano per dirselo.
Lui l'avrebbe detto a Niki e soprattutto a se stesso. Seguì il suo
istinto, senza più tentare di resistergli, investendo Niki con le sue
parole, dicendogli tutto quello che aveva pensato durante la notte e la
domenica, nei giorni e nei mesi precedenti ed anche negli anni prima che
s'incontrassero. Rivelò a Niki quello che, per paura o pudore, aveva,
sino allora, taciuto.
"Non l'avevo capito, ma ti aspettavo da tanto tempo, Niki. Ti stavo
già cercando, senza conoscerti. Quel giorno, quando ci siamo visti per
la prima volta e poi, quando la professoressa d'inglese si mise a parlare
con te, io non capii che eri tu quello che cercavo, ma l'ho compreso a poco
a poco.
"E prima sono anche stato così cattivo. Mi dispiace!" l'accarezzò
sulla spalla, era ancora addolorato per come s'era comportato con lui,
durante i primi giorni della loro conoscenza "Anche se tu non m'avessi
suggerito quella frase, io t'avrei lo stesso stretto la mano. Davvero, ti
avrei chiesto di diventare mio amico!
"Beh! Forse non sarebbe accaduto quello stesso giorno, ma certamente
il giorno dopo o l'altro ancora, perché io desideravo conoscerti
meglio. Avevo capito che tu cercavi la mia amicizia e questo mi rendeva
felice!"
Mauro si mosse e poi guardò per terra. Doveva dirgli altro ancora,
e questo era più difficile.
"Ora per fortuna ci siamo trovati, Niki, ma c'è qualcosa che devo
dirti... una cosa che devi sapere di me..." e Mauro si bloccò per il
turbamento e l'emozione che provava, senza riuscire più a trovare le
parole per spiegarsi.
Quella di bloccarsi non avendo la forza di esprimersi era una
situazione insolita per lui. Si portò le mani sulla faccia, più che
per l'imbarazzo che provava, per tentare di concentrarsi, prima di svelare
a Niki quello che credeva fosse il più inconfessabile dei segreti.
E Niki l'ascoltava immobile, incredulo. Si sentiva come chi esprime
un desiderio e poi lo vedesse realizzarsi in una forma incomparabilmente
più completa e appagante di quella che aveva chiesto e osato immaginare.
Gli sfiorò il braccio, come per fargli coraggio e Mauro riprese a
parlare guardando per terra:
"Devo confessarti... Niki, devi sapere che da un poco di tempo ho
capito di me una cosa che forse non ti piacerà, ma devo farlo. Voglio
dirla, perché tu forse sei un poco come sono io. Vedi... io ho
capito... io, in questi giorni, ho avuto la certezza di quello che già
dovevo sapere dall'anno scorso, da quando mi capitò quell'avventura con
Roberta. Tu forse non ne sai niente. Te la racconterò un'altra volta!
Anche da prima di Roberta, io avevo avuto qualche dubbio..." era
imbarazzato e chiuse gli occhi. Non riusciva neppure a parlare, ma doveva
dirglielo "io... insomma, credo... a me piacciono i ragazzi, non tutti..."
strinse i pugni, li portò gli occhi e attese.
Ecco, l'aveva detto. Ora Niki gli avrebbe dato una spinta. L'avrebbe
allontanato da sé inorridito, oppure si sarebbe messo a
ridere. Probabilmente non gli avrebbe neppure creduto. No, Niki era troppo
educato per ridere di una cosa del genere. Forse avrebbe cercato di
consolarlo, stando attento a non avvicinarsi troppo, però.
Niki, invece, gli sollevò il mento delicatamente e lo fece voltare
verso di sé. Gli si avvicinò ancora.
"Perché non mi guardi?"
Mauro lo fece e tornò se stesso, perché in quegli occhi trovò
il coraggio di continuare la sua confessione, liberazione e dichiarazione
d'amore.
"Io... hai ragione, non c'è nulla di cui debba vergognarmi" s'era
improvvisamente ritrovato e ora guardava Niki diritto negli occhi,
prendendone forza, aveva capito che in lui avrebbe trovato comprensione e
parecchio di più "Perché, Niki, io credo di essere omosessuale e... "
Quella era una dichiarazione d'amore, come ne aveva viste ed
ascoltate tante nei film e nelle opere, ma era la sua, la prima e, per come
era testardo, forse sarebbe stata l'unica della sua vita. Stava accadendo
realmente quello che aveva sognato tante volte. Fra tutti i ricordi e le
idee che affiorarono nella sua mente in quel momento, isolò il pensiero
di NIki.
Gli prese la mano e gli parlò lentamente.
"Niki, so che per te potrebbe essere difficile anche solo da capire,
ma... insomma stammi a sentire... è che... io credo di amarti. Cioè,
Niki, io... ti voglio bene... veramente e... penso che senza di te... beh,
non potrei continuare a vivere, io... penso che morirei."
Nella sua vita non aveva mai esitato tanto a dire qualcosa e, anche
se quelle erano forse le parole più importanti e sofferte che avesse mai
pronunciato, era la sua dichiarazione d'amore.
Anche Niki era senza fiato, non aveva previsto che Mauro fosse a tal
punto cosciente di sé, né che potesse davvero amarlo, non così
presto, non in un modo tanto completo. Quando era cominciata la loro
amicizia, aveva anche temuto di poterlo traviare, ora però capiva quanto
il suo compagno fosse già preparato e anche desideroso di volergli
bene. Entrando nella sua vita aveva solo catalizzato tutti quei bisogni,
rendendoli visibili, comprensibili proprio a Mauro.
Questa consapevolezza lo emozionò.
Aveva davanti a sé il ragazzo che gli aveva appena dichiarato il
suo amore, che aspettava una risposta. Era il suo innamorato e gli aveva
appena confessato tutta la propria passione.
Un giorno, neppure tanto lontano, un giorno in cui si sentiva troppo
triste anche per mettersi a suonare, aveva cercato di distrarsi
fantasticando come si sarebbe svolto quel momento speciale, quando avrebbe
dichiarato a qualcuno il suo amore. Aveva immaginato una situazione molto
romantica, fatta di sospiri e batticuori, ma soprattutto di un ragazzo che
l'amasse quanto l'amava lui. In quei momenti, ormai così remoti, avvolto
in tutta la sua tristezza, aveva deciso che, se una dichiarazione d'amore
avesse mai fatto, questa avrebbe avuto bisogno di una musica molto
particolare e si era messo a cercarla. Questo l'aveva un poco distratto,
allontanandolo dalla malinconia. In quel lontano pomeriggio, per
accompagnare le parole d'amore che avrebbe pronunciato, aveva scelto una
musica dolce, un adagio.
Gli sorrise. Erano là a guardarsi negli occhi, vivendo il momento
più bello della vita.
"Anch'io ti voglio bene, Mauro. È stato così fin da quando ti
ho visto la prima volta. Tu mi hai fatto innamorare subito, ti ho sentito,
dietro di me, parlare e ridere, mi è arrivata la tua voce
allegra. Eravamo ancora fuori dalla scuola, il primo giorno, ed io non mi
sono voltato, ho provato a immaginare di chi fosse quella bella voce e solo
allora mi sono girato e ti ho visto.
"Ci siamo guardati e tu eri così bello, più di qualunque
fantasia. Ti ho amato senza sapere chi fossi. Mi sono subito innamorato di
te."
Mauro tentò d'interromperlo. Voleva scusarsi ancora, spiegare
quanto fosse dispiaciuto di averlo ignorato, d'avergli procurato dolore, ma
Niki non glielo permise passandogli dolcemente la mano sulla bocca.
"È stato tutto merito della professoressa d'inglese. Lei mi ha
visto suggerire?"
"Dovevo immaginarlo!"
"Te lo ricordi? Quel giorno, dopo la tua interrogazione, mi ha
chiamato per dirmelo: 'L'ho fatto perché diventiate amici, Mauro è un
bravo ragazzo', l'avrei abbracciata, 'Certo, è bravo, è bello e io lo
amo' volevo dirle. E lei non immaginava neppure quanto io avessi bisogno di
te. E tu di me, non è vero?"
"Si" sussurrò Mauro che rimaneva immobile, con le mani fredde, fra
quelle di Niki che erano ancora più fredde. Stavano là a guardarsi
trasognati.
"Non mi lasciare!" disse dopo un poco "Non mi lasciare mai più da
solo, Mauro, ti prego."
"No, sei con me adesso. Ed è per sempre!" mormorò.
Sentiva di avere gli occhi pieni di lacrime per l'emozione, avrebbe
voluto abbracciare Niki, riempirlo di baci, ma riuscì soltanto a
sorridergli, mentre gli giurava che il loro amore sarebbe stato eterno.
Restò immobile, come stordito.
Toccava a Niki condurre Mauro. Niki, non tanto esperto, ma un poco
più sapiente, doveva portarlo in luoghi che Mauro non conosceva, che
aveva visitato soltanto con la fantasia, ma che non aveva ancora conosciuto
nella realtà. Toccava a Niki che era già stato per quelle strade,
almeno fino ad un certo punto, anche se in vesti diverse e in altra
compagnia.
Continuavano a guardarsi, entrambi bloccati dall'emozione, con il
cuore in gola, senza sapere cosa fare e, persino, se fare qualcosa. Niki
gli accarezzò il volto, prima col dorso della mano, poi con il palmo,
passò le dita sulle labbra e lungo il profilo del naso, gli sfiorò le
orecchie e la sua mano scomparve tra i capelli lunghi.
Spinse lentamente il capo di Mauro verso di sé, fino a che le
labbra non si toccarono lievemente. S'allontanò un'altra volta per
guardarlo, per esser certo che non fosse turbato da quel contatto, ma la
sua espressione serena lo rassicurò. Tornò a sfiorargli le
labbra. Baciò facendo coincidere la sua bocca con quella di
Mauro. Tenevano gli occhi chiusi.
Mosse impercettibilmente le labbra ed anche Mauro lo fece, quasi
socchiudendole, poi si staccò.
Si erano baciati per la prima volta ed era stato emozionante. Si
sorrisero e Mauro arrossì violentemente. Con la mano tremante
l'accarezzò e riavvicinò subito la bocca a quella del compagno,
perché desiderava baciarlo ancora. Niki inclinò un po' la testa e
aprì leggermente le labbra prima che si toccassero. Mauro
s'irrigidì, perché non capiva, non aveva mai baciato a quel modo, ma
fu sufficiente una leggera pressione della lingua di Niki perché
finalmente socchiudesse le labbra. Anche Niki, che pure aveva cercato quel
bacio diverso e più completo, era emozionato. La sua lingua trovò i
denti di Mauro serrati. Fece una leggera pressione, Mauro si scosse,
esitante, seguì Niki, ripetendone i movimenti, passandogli attraverso le
labbra, poi sentì il sapore di un'altra saliva.
Stettero così ad rincorrersi per un po', eccitandosi in un gioco
tenero e affettuoso. Niki si staccò e frappose le dita, lambì le
bocche socchiuse, le labbra umide. S'accorse che Mauro seguiva ogni suo
gesto e capì che attendeva la sua iniziativa. Gli sfiorò le spalle e
le braccia, poi lo guardò fisso.
"Posso toccarti?" Mauro annuì, con un movimento quasi
impercettibile.
Posandogli una mano sulla spalla, lo spinse delicatamente fino a
farlo stendere. Mauro lo fissava mentre gli faceva scivolare le mani sul
petto, le braccia e le gambe. E lui toccava, sfiorandolo con le dita, come
suonasse un pianoforte. Chiuse gli occhi e gli parve che da quel corpo e
dai suoi stessi movimenti nascesse una musica dolcissima.
Poi li riaprì e vide Mauro, il suo sguardo un po' smarrito. Gli
sorrise.
"Posso toccarti di più?"
"Si" un sussurro.
L'accarezzò sulla pancia, poi si fermò a sfiorare il sesso che
si disegnava sul davanti dei jeans. Desiderava toccarlo e baciarlo in
tutti i suoi posti più segreti. Aveva sognato tante volte quel momento e
sperava che Mauro comprendesse ciò che stava per accadere.
Lo guardava e tremava. Senza staccare mai gli occhi dai suoi, infilò
le mani sotto la felpa e sbottonò i pantaloni. Mauro non portava la
cintura. Tirò giù la cerniera e alzò i lembi della
camicia. Apparvero gli slip, troppo grandi che già non aderivano
all'addome, perché sollevati dal pene eretto. Alzò la maglia e vide
il ventre, cercò di tirarla più su e Mauro allora si drizzò sulle
spalle per assecondare quel movimento. La sollevò finché poté e
vide il torace che conservava traccia dell'abbronzatura estiva. Ne restò
affascinato, perché vi aveva tanto fantasticato e finalmente lo vedeva,
muscoloso, con un'ombra di peli al centro e i capezzoli scuri, eretti,
piccoli e rotondi. Dall'ombelico minuscolo e tondo, perfetto, partiva una
traccia leggera che si perdeva dentro gli slip.
Guardò Mauro negli occhi, poi fu distratto da ciò che stava per
scoprire e il desiderio fu più forte della paura che a lui potesse non
piacere quello che stavano facendo. Infilò le dita sotto l'elastico e,
mentre Mauro si alzava ancora, lo liberò degli slip. Finalmente apparve
il sesso, diritto, coronato da un'aureola di peli neri e ricci.
Si fermò, con il cuore batteva come mai aveva fatto, osservando
meravigliato quel corpo nudo. Spostò gli occhi cercando di incontrare
ancora lo sguardo del compagno e s'accorse che in quello sguardo non c'era
più la serenità di poco prima, vi lesse disagio, forse paura.
Si spaventò, fu improvvisamente sul punto di piangere, per il
timore che Mauro non accettasse quei gesti. Pensando di farlo, pianse
davvero e gli sfuggì una lacrima.
Allora Mauro si scosse. Si sollevò a sedere e lo baciò sulla
guancia, poi sulla bocca, come aveva appena imparato a fare, l'abbracciò
stretto, fino a sentire il suo sospiro. Solo allora lo liberò dalla
stretta e tornò a distendersi, gli cercò la mano e la riportò su
di sé.
Aveva pianto perché gli era sembrato turbato e, per un momento,
per l'ultima volta, aveva avuto paura che anche Mauro, come Stephan, stesse
solo cercando d'accontentarlo, di non deluderlo. E Mauro, pur non potendo
indovinare tutti quei pensieri, pareva aver intuito il suo disagio e
l'aveva consolato, poi l'aveva incoraggiato a continuare. Non si erano
parlati, ma era stato come se si fossero detti tante cose.
Si chinò a baciarlo, tornò ad accarezzare l'asta e prese a
muovere la mano che aveva stretto. Subito capì che Mauro era vicino a
godere. Allora si fermò, l'accarezzò dolcemente.
Mauro s'alzò a sedere e cercò le labbra del suo
innamorato. Stettero abbracciati a baciarsi.
Aveva trascorso quei minuti come in sogno, in una indifferenza da cui
l'avevano strappato soltanto le lacrime di Niki. Ciò che s'erano detti,
la preparazione dei giorni precedenti, preludeva ad un'esperienza d'amore
fisico. Questo l'aveva immaginato. Avrebbero detto e fatto cose che
dovevano cambiare le loro vite. Tutto conduceva a quello che stava
accadendo, ma quando era cominciato, aveva avuto paura e si era sentito
incapace di muoversi. Eppure aveva fantasticato tante volte su quella
situazione, desiderare qualcuno e averlo fra le braccia, toccarlo,
eccitarsi e poi godere. Mai, però, avrebbe immaginato che abbracciare e
baciare per la prima volta la persona amata potesse essere così
sorprendente, inquietante.
Niki gli aveva insegnato a baciare e lui aveva ripetuto quei
movimenti che gli avevano procurato un piacere nuovo, mai provato. Poi,
quando aveva cominciato a spogliarlo, come era naturale che facesse dopo
tutto quello che era accaduto, non aveva potuto fare altro che lasciarsi
svestire, senza riuscire a muoversi. In quei momenti aveva sentito su di sé
tutto il peso della sua educazione, del mondo in cui era vissuto, delle sue
regole, ma aveva anche sentito cadere le proprie difese ad ogni centimetro
del suo corpo che veniva scoperto. Neppure l'eccitazione gli aveva permesso
di confinare tutti i timori che il passato, tutta la sua vita, gli poneva
davanti. E poi Niki aveva pianto ed era stato come se nulla fosse mai
esistito, non c'erano più state regole, convenzioni da seguire, ogni
cosa al di fuori di loro due aveva cessato d'esistere e gli occhi di Niki
erano divenuti tutto il suo mondo.
Cercò tra i pensieri e s'accorse che non ve n'era alcuno che non
fosse per il suo innamorato.
Doveva donarsi, era il momento e l'avrebbe fatto, perché ora
toccava a lui di scoprire Niki, lo voleva con tutto se stesso, ma, per
quanto lo desiderasse, non riusciva a muoversi, aveva davanti a sé un
ragazzo, innamorato, che non attendeva altro che di essere accarezzato.
Inviava alle mani ordini, sollecitazioni a muoversi, di spingere Niki
a stendersi, di togliergli i vestiti, ma le mani non rispondevano.
Si accorse di avere l'affanno e vide che Niki lo guardava, attendeva,
si aspettava che almeno una parte dell'amore, dell'affetto che prima gli
aveva donato, ora fosse mostrata per lui.
"Mauro..."
Si scosse.
La voce di Niki lo riportò alla realtà, per qualche momento
aveva ancora avuto paura, di lui, di quello che stavano facendo, per
l'ultima volta, qualcosa dentro gli aveva mormorato che dopo non sarebbe
stato più lo stesso, che sarebbe rimasto contaminato per tutta la vita e
additato per la sua diversità, ma Niki l'aveva richiamato e lui aveva
scacciato l'ultima, estrema angoscia.
L'accarezzò sulle guance e poi lo spinse fino a farlo stendere,
come poco prima Niki aveva fatto con lui. Gli sfiorò il corpo con le
mani tremanti, suonando anche lui uno strumento celeste, l'accarezzò
ovunque fino a raggiungere il sesso eretto che spingeva contro il tessuto
della tuta. Infilò le mani sotto la blusa, sollevò il lembo aiutato
dal movimento di Niki e gli scoprì il torace candido, glabro, dove solo
una leggera traccia partiva dall'ombelico, scendendo sotto l'elastico dei
pantaloni.
Per Mauro le sensazioni olfattive erano sempre state una parte molto
importante delle sue percezioni e volle odorare il compagno. Si chinò
avvicinando il naso fino a sfiorare l'addome per sentirne il profumo, poi
si raddrizzò. Slacciò e sfilò lentamente i pantaloni della tuta
scoprendo gli slip, abbassò anche quelli ed ebbe la visione del sesso di
Niki, eretto, contornato da una piccola selva di peli lisci e biondi.
Pensò al colore del grano, registrò ciò che vedeva e lo
confrontò con le immagini colte in passato, tutte le volte in cui gli
era capitato di scorgere il membro di un suo compagno. Aveva sempre
controllato le sue reazioni, l'emozione provata in quei momenti,
concentrandosi fortemente su ciò che vedeva e rubava, per memorizzarla
ed utilizzarla in seguito, quando sarebbe stato solo. Ricordava gli uccelli
di tutti i suoi amici, per averli visti nudi, sotto la doccia, mentre si
cambiavano dopo la partita di calcio, oppure al mare. Ricordava tutto, ma
ciò che aveva sotto gli occhi in quel momento era radicalmente diverso
da qualunque altra immagine precedente, perché rappresentava, insieme,
un'offerta e una richiesta, non più una semplice figura, forma, da
rubare.
Arrivare a toccare ciò che vedeva, rappresentò un'altra prova
molto ardua e l'avere desiderato tanto spesso di poterlo fare, non
l'aiutò. Avvicinò la mano ed esitò, guardò verso Niki e vide
che lo fissava, in attesa, lo sguardo esprimeva desiderio.
Poi Niki gli prese la mano e se l'accompagnò sul pene, fino a
stringergli le dita attorno all'asta.
Si guardavano negli occhi, lasciandosene ipnotizzare. Niki li teneva
aperti non volendo allontanarsi con la mente da quella realtà così
affascinante. Mauro continuava a fissarlo per essere certo che Niki
accettasse tutte le sue azioni. Continuò con i suoi movimenti, finché
Niki non gli sfiorò la mano e l'attirò fino a farlo stendere su di
sé.
Si baciarono con gli occhi chiusi, si abbracciarono stretti. Niki lo
sentì con tutto il corpo e anche Mauro avvertì il corpo di Niki. Non
dovettero muoversi molto, né a Niki toccò di spiegare nulla, perchè
insieme raggiungessero quel piacere che sentirono arrivare nell'altro anche
prima che in se stessi.
Assecondarono i movimenti, finché non si furono calmati e poi si
mossero per toccarsi con i ventri bagnati e il petto e le gambe, baciandosi
e sfiorandosi con la punta del naso, solleticandosi con le ciglia.
Stettero lì a sorridersi e ridacchiare.
Poi Niki l'accarezzò sulla spalla, lui gli dette un altro bacio e
gli scivolò di lato, spostandosi fino a posargli il capo sul petto. Vide
il sesso di Niki, a pochi centimetri dai suoi occhi.
Quella vicinanza lo colpì, percepì l'odore dolciastro del seme
e fu attratto dalla piccola bocca che pareva sorridergli. S'avvicinò di
più, fino a sfiorarla con il naso. Gli odori che percepì furono tra i
più diversi ed eccitanti, quella parte di Niki in quel momento profumava
di bagnoschiuma, di sudore, d'orina, del seme che s'era appena sparso, e
anche del suo stesso seme. Come un cagnolino curioso continuò la sua
esplorazione scendendo fino alle gambe leggermente divaricate di Niki,
lungo il sacco e alla giunzione dagli arti, poi più sotto, fin dove poté
arrivare senza che Niki dovesse spostarsi. Fiutò odori che mai aveva
sentito prima. Risalì passando ancora sul pene e si soffermò sulla
punta. Desiderò di farlo e lo baciò, sentendo sulle labbra il sapore
più segreto.
Niki aveva seguito quei movimenti con curiosità, li aveva
assecondati e ne era intimamente eccitato. Terminata l'esplorazione, Mauro
era tornato a farsi abbracciare dal suo amante e adesso lo guardava dritto
negli occhi, con lo sguardo più dolce che avesse mai rivolto nella sua
vita.
Le emozioni di quella giornata l'avevano travolto dolcemente e se ne
era lasciato sopraffare, ma era tornato se stesso, aveva riacquistato la
sua sicurezza e collocato quell'amore nuovo, il primo vero amore, al centro
della sua vita. L'avrebbe venerato e difeso.
Abbracciò stretto Niki e lo strinse a sé, avvicinò la bocca
ad un orecchio:
"Non voglio che tu pianga più, mai più" gli mormorò "Ci sono
io con te, adesso" e si risollevò.
Niki lo seguì con gli occhi socchiusi e con un cenno del capo
assentì.
"Hai freddo?" gli chiese allora.
"No" però si raccolse su se stesso e lo circondò con il corpo.
"Ti voglio bene, Niki. Ti voglio bene!"
Gli accarezzò il viso. Gli prese le mani e se le portò sugli
occhi, poi baciò le punte delle dita. Lasciò correre le mani sul
corpo, gli accarezzò il petto, baciò i capezzoli, poi gli si mise
accanto, su un fianco, per continuare a fissarlo.
"Non pensavo che potesse essere così bello!" mormorò.
"Cosa?"
"Noi due insieme. Tutto."
Stettero così, stanchi, appagati e felici, poi Niki, gli si
raccolse contro ed insieme si strinsero per darsi calore. Abbracciati
com'erano si assopirono, senza una parola, semplicemente continuando a
guardarsi, con gli occhi del sonno, attraverso le palpebre abbassate,
sognando uno dell'altro.
Dormirono qualche minuto, finché Niki si svegliò, perché
aveva freddo. Accarezzò Mauro. Si rivestirono e rimisero a posto il
letto dove, per la prima volta, avevano fatto l'amore.
S'era fatta ora che tornasse a casa, ma non voleva lasciarlo senza
che fossero tornati i genitori, non quella sera, perciò avvisò che
avrebbe tardato e attese, assieme a lui.
"Mia madre è malata di cuore. È una malattia grave!" disse Niki
improvvisamente.
Non gliene aveva ancora parlato, perché non era capitata
l'occasione. Mauro sapeva qualcosa, perché sia Niki, sia sua madre gli
avevano accennato che Arleen era ammalata, ma non aveva la precisa
cognizione della gravità della situazione. Quella notizia lo
sconvolse. Aveva sempre considerato i propri genitori, e di riflesso tutti
i genitori, come il patrimonio inattaccabile di ogni ragazzo. Una volta, in
uno dei suoi rari incubi notturni, aveva sognato che la mamma e il papà
stavano per morire, ma per fortuna era riuscito a svegliarsi prima che
accadesse l'irreparabile. Sapere che Niki rischiava di perdere sua madre,
di vivere quindi la fine ignota di quell'incubo, lo terrorizzava e lo
rendeva profondamente infelice.
"Loro credono che io non conosca bene il suo stato di salute, ma
gliene ho sentito parlare diverse volte. L'ho scoperto quando avevo cinque
anni, in America. Una notte litigarono, quella è stata anche l'unica
volta in cui li ho visti bisticciare davvero. Fu quando papà decise di
tornare in Italia. Mamma gli gridò che così sarebbe morta, perché
il suo cuore non avrebbe retto agli strapazzi di quel trasferimento. Fui
svegliato dalla voce di mia madre, non l'avevo mai sentita arrabbiarsi
così. Sentii tutto. Corsi a svegliare Stephan e glielo dissi subito. Lui
tentò di consolarmi e da allora l'ha fatto qualche altra volta, ma io
vivo con il terrore di trovare mia madre morta, ogni volta che torno a
casa."
Mauro gli accarezzò i capelli.
Erano andati a sedersi sui divani del salotto per ascoltare un po' di
musica. Stava suonando una sinfonia di Ciaikovski. Mauro in un angolo del
lungo divano e Niki che prima gli si era seduto accanto, s'era steso in
modo da poggiare la testa sul grembo del compagno.
Gli parlava della malattia, gli confidava quel segreto, perché
ormai lo considerava una parte di sé, in passato aveva affrontato
quell'argomento solo con Stephan. La malattia di Arleen, la sua gravità,
il fatto che ne fosse a conoscenza, era il segreto più intimo che aveva
con suo cugino. Forse i suoi genitori non immaginavano che lui avesse
ascoltato i loro discorsi e che, da quando era in grado di capire, sapeva
che Arleen rischiava la vita quasi ad ogni passo, perché era proprio
così.
I pianti di Niki, terrorizzato da quella consapevolezza, e le carezze
di Stephan, che solo in parte riuscivano a consolarlo, erano una speciale
confidenza della quale Mauro, senza averne ancora nozione, diveniva
custode.
"Lei è sempre sotto il controllo dei medici. Siamo tornati ogni
estate e ogni Natale in America perché fosse visitata. Qua in Italia ha
sempre trovato buoni cardiologi e oggi è in città per una visita di
controllo. Io ho sempre paura che lei possa morire" si strinse a Mauro che
l'accarezzò "Tu non mi lascerai, non è vero?"
E così Mauro, senza ancora averlo capito, si sostituì
definitivamente a Stephan.
"Ti starò vicino, qualunque cosa accada. Non ti lascerò mai!"
Niki chiuse gli occhi, come appagato e rassicurato da quelle
parole. Mauro si chinò a baciarlo sulla fronte e avvertì sulle labbra
il calore della pelle che quasi scottava.
"Come ti senti? Credo che tu abbia un po' di febbre."
Mauro aveva imparato dalla mamma a valutare la temperatura dal tocco
della fronte e si rese conto che a Niki era davvero salita la
temperatura. Lo guardò ancora. Niki gli sorrise senza badargli troppo e
tornò a chiudere gli occhi. Si assopì col capo appoggiato sul grembo
di Mauro, spossato e acquietato dalla confidenza che aveva appena fatto e
soprattutto dall'aver realizzato ogni suo desiderio. Era finalmente ed
assolutamente certo del loro amore ed aveva messo Mauro a parte del suo
segreto.
Finalmente poteva dormire e riposarsi.
Anche la musica si placò, l'accompagnò mentre s'addormentava,
declinando in un finale triste e doloroso. Mauro conosceva già quella
sinfonia, perché l'aveva ascoltata a casa. Ricordava molto bene
l'occasione, perché quella sera suo padre gli aveva parlato di
Ciaikovski e lui aveva sentito, forse per la prima volta nella sua vita, la
parola 'omosessualità'. Ma ora, nonostante la musica fosse così
malinconica e la rivelazione che Niki gli aveva appena fatto gli procurasse
tanta apprensione, non si sentiva triste. Era solo un poco preoccupato per
i brutti pensieri che attraversavano la mente del suo innamorato il quale,
adagiato su di lui, dormiva ormai un sonno quieto e pareva che stesse
addirittura sognando.
L'espressione di Niki si fece improvvisamente corrucciata e subito
più distesa. Mauro rimaneva immobile per non disturbare quel riposo e
continuava a guardare il suo volto, il profilo ora affilato, le labbra
sottili, tese, i capelli inumiditi dal sudore. Spostò lo sguardo lungo
il corpo dinoccolato di Niki, mollemente adagiato, su lui e sul divano,
mentre un braccio era scivolato a sfiorare il tappeto. La posizione che
Niki aveva assunto gli fece tornare in mente una deposizione, un quadro del
Caravaggio, visto durante il suo unico viaggio a Roma. C'era andato con la
mamma per una gita scolastica, l'anno scorso e c'era anche Giacomo con
loro. Sorrise a quell'idea che gli parve un poco esagerata, anche se
l'abbandono e la tristezza che percepiva in Niki in quel momento gli
rammentavano troppo quel quadro e il dolore della morte che vi era
disegnato. Era stato l'anno prima, ma gli pareva un secolo per tutto quello
che era accaduto e per come era cambiato. Riportò lo sguardo sul volto
di Niki che gli sembrò più sereno, il suo sonno era tornato
tranquillo. L'abbracciò con delicatezza, come per cullarlo.
Aveva ritrovato la sua sicurezza e stava collocando nella giusta luce
gli avvenimenti del pomeriggio. Tutte le lezioni e gli insegnamenti di suo
padre lo stavano aiutando in quel compito così arduo, perché il suo
equilibrio non era mai stato messo tanto in pericolo, com'era accaduto in
quelle ore.
Aveva fatto l'amore con la persona che amava..
Forse si poteva dirlo in un altro modo e fra ragazzi spesso si
usavano espressioni più volgari. Ma era proprio quello che era accaduto
ed avevano davvero fatto l'amore insieme. Era stato con una persona del suo
stesso sesso, che fosse così era un fatto casuale e non essenziale,
pensò subito, e ritrovò in questo la lezione di suo padre
sull'importanza di assecondare i propri sentimenti. Chissà perché era
andata così, che si innamorasse di Niki. I suoi geni, il caso, la sua
educazione, qualunque cosa, l'avevano spinto fra le braccia di un uomo,
anziché di una donna. Ora, però, l'importante era che lui amasse
quell'uomo e che Niki ricambiasse il suo sentimento con la stessa
intensità. E lui quel ragazzo l'amava veramente, l'amava tanto da essere
certo che non l'avrebbe più lasciato.
Tutto questo, pensò, era certamente bello da sperare, ma molto più
difficile da credere, dopo tutto non avevano che quindici anni e tutta una
vita da vivere. Come poteva sperare che il loro amore fosse eterno? Solo
perché era cominciato un mese prima? Sulla fedeltà che ci sarebbe
stata fra loro, pur essendo così giovani, non aveva dubbi, ma, e questa
fu la parte più difficile del discorso che s'andava facendo, forse il
mondo e la società li avrebbero combattuti ed allontanati come corpi
estranei.
Pensò alla lezione di biologia sulla composizione del
sangue. C'erano globuli rossi e bianchi, le piastrine. Là in mezzo
c'erano gli anticorpi, pronti a combattere ed eliminare ciò che non
conoscevano, di cui per propria natura avevano paura. E quindi le
diversità, come certamente erano loro due, diversi nella società,
agenti sconosciuti e da combattere. Però non sarebbero stati soli,
avevano tutti e due dei genitori eccezionali che li avrebbero sostenuti e
difesi, ne era certo. Così come era deciso ormai a rivelare alla mamma e
anche al papà tutto della sua omosessualità e dell'amore che provava
per Niki. Era convinto che anche Niki l'aveva già fatto o l'avrebbe
fatto presto.
Fu per tutti questi pensieri, oltre che per non disturbare il suo
innamorato, che non si mosse quando sentì aprire la porta d'ingresso. I
genitori di Niki erano tornati.
"Siamo qua, sul divano" parlò a mezza voce.
Erano rimasti al buio e lui lo teneva ancora tra le braccia.
"Niki s'è addormentato" fece piano "forse ha un po' di febbre."
"Fa così quando non sta bene!" disse Arleen che si era subito
preoccupata.
Accese una lampada lontana da dove erano loro, lasciando la camera in
penombra, si avvicinò al divano e accarezzò la mano a Mauro, poi
avvicinò la guancia alla fronte di Niki.
"Scotta un poco, hai ragione. Anche tu misuri la febbre con un
tocco?" sussurrò.
"Me l'ha insegnato mia madre ed io mi sono esercitato spesso con i
miei fratelli. Niki dovrebbe avere fra i trentasette e i trentotto gradi,
cioè gradi centigradi. Non so quanto faccia esattamente in gradi
Fahrenheit, ma credo che siano circa cento."
Le sorrise. Arleen si chinò a sfiorare con le labbra la fronte di
Niki che ancora assopito e poi baciò anche lui sulla guancia,
allontanandosi e lasciandolo un po' meravigliato.
Il papà nel frattempo entrò nella stanza e Mauro, che quasi non
lo conosceva, si sentì imbarazzato a farsi cogliere in un atteggiamento
così affettuoso verso Niki, che in quel momento aprì gli occhi
sbattendo le palpebre per abituarle alla luce.
Si guardò intorno e colse il gustoso quadretto di sé, sorpreso
dormiente, fra le braccia dell'amante, da suo padre il quale, fedele al suo
aplomb, aveva mostrato di non accorgersene.
Niki gli sorrise:
"Siete tornati, finalmente. E mamma dov'è?"
"Si sta cambiando. È già venuta a vederti, ma tu dormivi" gli
disse il padre "Hai un poco di febbre e Mauro l'ha notato" Niki alzò lo
sguardo verso l'amico che gli fece un sorriso comprensivo.
"Com'è andata con la mamma?" chiese Niki, raddrizzandosi un poco,
senza uscire dall'abbraccio di Mauro il cui imbarazzo si era solo un poco
attenuato, anche se il cuore gli galoppava ancora in petto. Si scoprì
sudato e non riusciva a capire se era per il caldo oppure perché era
ancora rosso fino alla cima dei capelli per la vergogna che provava per
essersi fatto sorprendere abbracciato a Niki.
"Penso voglia parlartene lei nel vostro linguaggio" poi si rivolse a
Mauro "io parlo l'inglese molto bene, ma quando questi due iniziano a
discutere non li capisco più" gli sorrise.
Niki si alzò immediatamente e raggiunse la mamma nella sua camera.
"Brutte notizie?" le chiese fermandosi sulla soglia con il cuore che
già gli gli batteva più forte.
"Quest'anno andremo in America prima del solito."
"Devi operarti, non è vero? Che è successo? È perché il
cuore non sta bene?" Niki già piangeva e le si avvicinò.
La mamma lo prese fra le braccia e lo strinse:
"No, sta bene, anzi, è nelle condizioni migliori da qualche anno a
questa parte. È per questo che devo operarmi ora. I medici hanno scelto
questo momento proprio perché è il più propizio
all'intervento. Dovremo partire nella prossima settimana."
Fu rassicurato solo in parte dalle parole della mamma e sembrò
calmarsi, ma l'idea di dover partire di lì a poco lo colpì per le
inevitabili implicazioni che tutto questo avrebbe avuto sulla sua vita. Poi
lo aggredì una grande inquietudine per il pensiero del difficile
intervento al quale avrebbe dovuto sottoporsi la mamma. Ne era più che
certo, un'operazione a cuore aperto doveva essere estremamente pericolosa,
forse mortale. Quante probabilità c'erano che sopravvivesse? Gli sembrò
che, per quel giorno, nel suo cervello si fossero accavallati troppi
pensieri, più di quanti riuscisse a sopportarne.
Le fece una carezza e senza più parlare, se ne tornò da suo
padre e da Mauro che discutevano tranquillamente di scuola, si lasciò
andare su una poltrona con lo sguardo fisso davanti a sé.
"Stai tranquillo, andrà tutto bene" gli disse suo padre
abbracciandolo "Vedrai che andrà tutto bene" ripeté, ma Niki non
l'ascoltava più.
Guardava chissà dove, poi posò gli occhi su Mauro e, quasi se
ne ricordasse solo allora, si chiese che ne sarebbe stato di lui, di loro
due, del loro amore.
"Lo so, ma ho paura. Io che farò, papà?"
"Vedremo di sistemare le cose nel modo migliore, anche per la
scuola. Adesso calmati e non pensarci. Mi occuperò di tutto io."
Mauro non sapeva bene cosa fosse accaduto, ma capiva che era grave.
Il suo sguardo era smarrito quanto quello di Niki. Chiese a Dio di
concedergli di non perdere Niki, di trovare il modo, in quella tempesta,
qualunque cosa fosse accaduta, di non separarli e salvare il loro amore.
Si sentì egoista per questo, ma nella sua preghiera aggiunse subito un
pensiero per la mamma di Niki che, come immaginava, doveva essere
all'origine di tutta quell'ansia.
Capì anche che doveva andarsene. Si alzò.
"Papà, Mauro potrebbe restare con noi per stasera?" disse invece
Niki che non voleva proprio lasciarlo andare.
"Certo, se i suoi genitori sono d'accordo. Mauro vorresti chiamarli?
Chiederò a tuo padre di farti rimanere con noi."
Anche lui non voleva andarsene e non fece neppure finta di
pensarci. Fatto il numero ed ottenuta la comunicazione, Mauro gli porse il
telefono. Dall'altra parte c'era, naturalmente, sua madre. Mauro restò
ad ascoltare questa parte di telefonata:
"Sono il papà di Niki, buonasera... Chiamavo per chiederle... Si,
abbastanza bene, anche se mia moglie dovrà operarsi... secondo i medici
è arrivato il momento... per la prossima settimana. L'intervento è
per metà dicembre... Si... credo che Niki verrà con noi... Si anche
se... Si, lo so, perderà due mesi... Si, di scuola... si... no, non
abbiamo ancora deciso... No, naturalmente... No, non abbiamo parenti in
Italia... Si... No... Si, grazie, signora, grazie davvero è un'ottima
idea e ne parlerò a mia moglie, grazie!... Certo, sono convinto che
questo contribuirà alla riuscita dell'intervento. Mi creda!"
Mauro vide allargarsi il sorriso sulla faccia del papà di Niki e,
da quel ragazzo intelligente che era, ricostruì i pezzi mancanti della
telefonata e allora anche lui sorrise. Continuò ad ascoltare, ma con
molta meno attenzione. Non poteva essere che avessero tanta fortuna, anche
se l'occasione proveniva da un fatto poco lieto come l'operazione della
mamma di Niki. Se aveva capito bene, e quando si trattava di sua madre, lui
capiva sempre, avrebbe avuto il suo innamorato tutto per sé per almeno
due mesi. E quello era quanto di più bello e desiderabile potesse
accadere. Si voltò verso Niki che seguiva la telefonata con la stessa
attenzione e gli fece un cenno d'intesa. Chissà come anche Niki aveva
capito.
"Mia moglie la richiamerà, signora..." Mauro ridacchiava e
riusciva facilmente ad immaginare il fiume di parole che sua madre stava
riversando in quel momento addosso all'incauto papà di Niki "Si, mi
creda sarà di grande conforto saperlo con voi... Signora... Signora, mi
scusi... ma ho chiamato... avevo chiamato per chiederle se Mauro poteva
restare da noi stasera. Si, anche a dormire. È una cosa che i ragazzi
americani fanno spesso... si, si... si usa in America. Ma è solo perché
si è fatto un po' tardi e Niki... credo che i ragazzi vorrebbero stare
insieme... No, niente di grave, forse solo un po' di raffreddore... Si, ci
farebbe piacere e non darà alcun fastidio, non suo figlio,
assolutamente, mi creda... Si... Si, glielo passo... Ci risentiremo presto,
signora... Certo, Arleen ne sarà felice... Si, buonasera, a
presto. Mauro, tua madre vuole parlarti" e scappò via.
Mauro, con l'aria di chi è impotente davanti alla forza della
natura, prese il ricevitore:
"Mamma... si... si... si, lo farò certamente... si..." continuò
a fare di sì con rassegnazione, finché la mamma non lo punse nel vivo
con una domanda "Si che mi sono cambiato stamattina, per chi mi hai preso?
Mi hai scambiato per il tuo secondogenito? Io sono Mauro... Appunto! No,
non mangerò troppo, né troppo poco e so come ci si comporta a
tavola. Si, domani andrò a scuola... direttamente da qui, perché ho
già tutti i libri... No, non so se Niki domani potrà venire a
scuola... meno di trentasette e mezzo. Ma è soltanto un
raffreddore. Avrà preso freddo da qualche parte..." e sorrise dentro di
sé sapendo bene dove Niki potesse aver preso tutto quel freddo "Ci
vediamo a pranzo, domani... Certo, si! L'ho capito da quello che diceva il
papà di Niki, quando tentava di dire qualche parola, perché al resto
pensavi tu... Lui non riusciva quasi ad articolare le parole... No, non
sono irrispettoso, stavo solo constatando un dato di fatto. Va bene, dai un
bacio a papà e, se ci tieni, anche a Michele... Ah! mamma, grazie. Anche
da parte di Niki... E... mamma, vi voglio bene!"
Niki aveva seguito la telefonata con estrema attenzione. I giorni che
si apprestava a vivere sarebbero stati entusiasmanti, se non ci fosse stata
di mezzo l'operazione che la mamma doveva subire. Ma l'intervento sarebbe
andato bene, ne era sempre più sicuro, perché non poteva capitare
nulla di brutto nel momento in cui lui aveva trovato Mauro.
Con questo pensiero gli si avvicinò, guardandolo fisso negli
occhi. Pensò che ora non dovevano più parlarsi per capire quanto
fossero felici. Se ne tornarono in silenzio sul divano e s'accoccolò
contro il compagno, poggiandogli il capo sulla spalla.
Entrò Arleen e sorrise a tutti e due, in un modo così tenero
che Mauro si accorse di volerle bene. Poi posò la mano sulla fronte di
Niki e si rese conto che la temperatura era scesa. L'accarezzò.
"Adesso va meglio? Sei un uomo ormai ed io sono una vecchia mamma" li
fissò entrambi "Penso che voi due sarete felici insieme!" poi si rivolse
a Mauro "E tu non farlo mai soffrire!"
"Oh, ma, don't...!"
"No signora, mai!" le disse Mauro serio.
Lei li accarezzò insieme.
"Ho sentito che stasera sarai nostro ospite, Mauro. Si mangia fra
mezz'ora. Niki fai in modo che Mauro sia a suo agio."
I due si guardarono negli occhi e, ad un cenno di Niki, corsero a
preparare il letto che avrebbe ospitato Mauro. Erano ovviamente entusiasti.
"Usa questo" disse Niki porgendogli un pigiama giallo e blu "sei
libero d'indossarlo, tanto dopo te lo sfilo io" risero pensando con una
certa eccitazione alla prima notte che avrebbero trascorso insieme.
Nella mente di Mauro però s'era formata un'idea.
"Tua madre sa di te no? Ma come faceva... a sapere... lei sapeva
anche di me e di noi. Non è vero?"
L'aveva pensato già quando Arleen lo aveva baciato sulla guancia
e, ora ne era certo, lei sapeva tutto di loro. Forse l'aveva capito anche
prima di lui.
Niki rispose con la solita serenità.
"L'altra estate ho detto ai miei genitori che sono omosessuale e poi,
in questi giorni, mamma ha capito che ero innamorato di te. Come poteva non
accorgersene?" gli sorrise in modo disarmante.
"Tu, allora, non glielo hai proprio detto... di noi..." insisté.
Niki, allora, gli fece di no con la testa e sollevò le spalle,
come per dirgli che non ce n'era stato bisogno, che lui e sua madre non
dovevano dirsi parole per sapere certe cose.
Mauro si convinse ancora di più di quanto fosse necessario che lui
ne parlasse al più presto a sua madre e a suo padre. Com'era accaduto
per Niki, anche i suoi genitori dovevano aver capito che lui era innamorato
ed ora, forse, erano inquieti perché non sapevano tutto, non sapevano
ancora quanto lui fosse contento. Doveva tranquillizzarli al più
presto. Sperava anche di riuscire a trasmettergli una parte della felicità
che si sentiva dentro.
Poi fece un altro pensiero, meno lieto. Gli mise una mano sulla
spalla, mentre Niki era intento a cercare una federa. Doveva essere
azzurra, perché il lenzuolo era azzurro e lui aveva deciso che quello
sarebbe stato il loro colore.
Mauro si sedette sulla sponda del letto e cercò di richiamare la
sua attenzione.
"Niki..." doveva dirgli qualcosa di molto serio "Niki,
ascoltami. Credo che non dovremmo parlare di quello che è accaduto... di
quello che abbiamo fatto, non subito almeno. A scuola, gli altri potrebbero
non capire..." non trovava le parole "Qualcuno potrebbe prenderci in giro
e..." non sapeva come esprimere il timore che aveva e si vergognava
profondamente di quegli scrupoli.
"Va bene!" lo soccorse Niki, cui da sempre importava molto poco del
giudizio degli altri "Faremo come dici tu. Farò quello che vuoi tu. Farò
sempre quello che vuoi tu. Sempre, Mauro, hai capito?"
E con questo mise davvero fine alla discussione.
Mauro si sentì infelice, perché gli aveva chiesto di nascondere
la cosa straordinaria che era accaduta a loro due. Sarebbe stata
un'ipocrisia intollerabile, se ne rese conto, ma capì anche che, per il
momento, non aveva i mezzi per affrontarla, per evitarla. I suoi genitori
forse l'avrebbero aiutato, era certo che l'avrebbero fatto, ne avrebbe
parlato e suo padre l'avrebbe certamente consigliato, ma per il momento non
c'era nulla che potessero fare.
A conclusione di questo ragionamento, gli disse d'impulso: "Niki, io
sono fiero di noi due! Di ciò che siamo ed anche di quello che abbiamo
fatto!"
Era sicuro che avrebbero avuto tempo per parlarne ancora.
"Anch'io!" e l'accarezzò sulla guancia.
La cena non fu allegra e non fu neanche triste. Parlarono dei pochi
giorni che restavano prima della partenza, durante i quali ci sarebbe stato
tanto da fare.
Quando furono soli nella camera di Niki, s'abbracciarono euforici e,
riempiendosi di baci, si prepararono per andare a letto. Appena furono
sotto le coperte, però, nonostante il proposito di restare svegli per
parlarsi, fare progetti ed eventualmente, come aveva anticipato Niki,
sfilarsi i pigiami, riuscirono a scambiarsi soltanto poche parole, perché
crollarono addormentati, stanchi per la giornata intensa che avevano
vissuto.
Mauro, che aveva dormito il sonno profondo della stanchezza, si
svegliò un po' prima delle sette. Quando si accorse di non essere a
casa, nella sua stanza, si guardò intorno per capire dov'era finito e
scoprì che si trovava nella camera di Niki. E questo voleva dire
principalmente che tutto ciò che credeva di avere sognato era accaduto
davvero.
Ebbe un tuffo al cuore: dunque era vero, lui e Niki s'erano proprio
fidanzati. Poteva dire così o c'era un modo diverso per definirli? Si
ripromise di chiederlo al suo innamorato. Guardò in direzione di Niki
che sembrava dormire ancora. Si ricordò della febbre della sera prima e
di tutti gli avvenimenti, compreso, ricordò con eccitazione, la
fantastica possibilità che la mamma, la sua formidabile, adorata mamma,
gli aveva offerto: ospitare Niki per un paio di mesi. Quello era il vero
sogno. Che sogno, ed era tutto vero, sarebbe accaduto realmente!
Ormai era perfettamente sveglio. Decise di uscire dal letto per
controllare che Niki non avesse la febbre. Andò ad accarezzargli la
fronte. A quel tocco Niki aprì gli occhi, era già sveglio anche lui
e, da come lo guardò, Mauro capì che doveva aver fatto pensieri molto
simili ai suoi.
"Hai mai baciato qualcuno stando al caldo, sotto le coperte?" chiese
Niki.
"No!"
"E ti andrebbe di provare?"
"Si, ma... e se entra tua madre?"
"Dai, salta nel mio letto. Lei non verrà prima delle sette e
mezza. Abbiamo mezz'ora. Vieni!"
Mauro si fece convincere molto facilmente e s'infilò sotto le
coperte. Là, sotto, c'era un tepore che lo illanguidì. Si
abbracciarono e Niki, invece di baciarlo soltanto, come aveva promesso,
prese ad accarezzarlo ed a fargli un solletico leggero sui fianchi. Mauro
squittì e cominciò a ridere cercando di fare meno rumore
possibile. Niki capì subito di averlo in suo potere, perché Mauro mai
sarebbe riuscito a fermare quella risata, e ne approfittò per sfilargli
il pigiama e poi stringerlo e palparselo tutto, finché quello non fu
scosso dagli ultimi risolini. Quando riuscirono a calmarsi, Mauro gli tolse
il pigiama, poi, nudi, iniziarono ad accarezzarsi nel caldo accogliente del
letto. Si strofinarono finché l'eccitazione non raggiunse il culmine,
poi li avvolse un dolce languore che stava per riportarli al sonno. Fu
Mauro a scuotersi e a rendersi conto che erano nudi, nello stesso letto e
anche un poco viscidi sulla pancia. Si baciarono, dandosi appuntamento ad
un altro simile incontro.
Mauro saltò nel proprio letto qualche minuto prima che Arleen li
chiamasse.
Niki non aveva più febbre ed era in perfetta salute. Superò il
severo esame materno e ottenne il permesso d'uscire, cosa che desiderava
ardentemente, non tanto perché tenesse alla scuola in modo particolare,
ma per amore di Mauro, per seguirlo ovunque e non lasciarlo mai più.
Nei giorni seguenti furono molto impegnati.
Arleen trascorse quel tempo cercando di prepararsi alla prova più
difficile di tutta la sua vita. Suo marito e suo figlio fecero a gara a
mostrarsi ottimisti e sereni, cercando di assicurarle tutta la tranquillità
possibile, sebbene nutrissero entrambi la stessa grande apprensione. Ciò
che le diede più serenità fu la certezza di affidare Niki ad una
famiglia che l'avrebbe accolto con tutto l'affetto e la comprensione che
potevano servire al suo ragazzo. E lei sapeva che lasciava Niki fra le
braccia di una persona che l'avrebbe amato e consolato in ogni momento e in
qualunque caso, anche nel peggiore. Lo sapeva, l'aveva capito senza bisogno
che suo figlio gliene parlasse, Mauro era divenuto il compagno, l'amante di
Niki. La conoscenza che aveva del suo ragazzo, unita a quello che la mamma
di Mauro le aveva raccontato, la spingevano a considerare il rapporto che
era nato fra i due come un fidanzamento tradizionale fra ragazzi che
scoprono di essere innamorati. E la particolarità di quell'unione, lungi
dallo spaventarla, la consolava. Suo marito, per conto suo, era
sufficientemente immune da pregiudizi per non ostacolare o anche solo
disapprovare le scelte di suo figlio. Quella che, insomma, in quasi tutte
le famiglie sarebbe stata considerata come una catastrofe, per i genitori
di Niki rappresentò, in quella situazione così difficile, una vera
benedizione.
La mamma di Mauro fu molto vicina all'amica in quei giorni e, sapendo
che il cruccio maggiore di Arleen fosse nel dover abbandonare in Italia un
figlio che poteva non rivedere, cercò, in ogni modo, di
rassicurarla. Avrebbe considerato Niki come un suo nuovo figliolo. Nei
giorni precedenti alla partenza ebbe modo di conoscerlo molto meglio e di
apprezzarne il buon carattere, perché i ragazzi, per provare la nuova
sistemazione, avevano deciso di studiare in casa sua. Cominciò così a
seguire, piuttosto incuriosita, l'intesa e il rapporto di comunione totale
che si stava creando fra i due. Giorno dopo giorno le apparve sempre più
chiaro, per gli sguardi che si scambiavano, per l'atteggiamento che
tenevano l'uno verso l'altro, che l'affetto che li univa fosse troppo
profondo per essere solo un'amicizia, anche molto forte, fra compagni di
scuola. Questi pensieri, in ogni caso, non la turbarono troppo, perché
la questione più importante in quei giorni era di dare tranquillità
ad Arleen e uno dei modi per farlo meglio era di rendere sereno Niki. Anche
Mauro, in questo compito, si stava dimostrando abilissimo.
A suo marito, d'altra parte, piacque subito il compagno di suo figlio
e, da vecchio filosofo quale era, accettò quella forte intimità, il
legame che s'era creato. A lui la singolarità di quell'amicizia parve
subito evidente. Ma era nel suo ordine di idee di lasciare i propri figli
liberi d'esprimere sempre le proprie scelte, di qualunque natura esse
fossero e, quando sua moglie, con una certa preoccupazione, gli fece notare
il comportamento di Mauro, lui cercò di spiegarglielo con molta
semplicità:
"Quel ragazzo è speciale: noi lo sappiamo, perché è nostro
figlio. È possibile che un suo compagno se ne sia innamorato. E Mauro è
così tenero ed affettuoso" ci pensò un po' su, poi concluse "Ma anche
Niki è un ragazzo eccezionale. Hai ragione: Mauro gli vuole davvero
bene. In ogni modo, è probabile che passi a tutt'e due!"
"E se non passasse? Lo sai com'è tuo figlio" e gli ricordò le
parole di Mauro, alla villotta, qualche giorno prima "Era di Niki che
parlava. Ne sono certa!"
"È nostro figlio e, se davvero fossero innamorati, noi non
potremmo che esserne orgogliosi!"
Questa fu la conclusione del saggio di famiglia e non fu neanche
sorprendente per chi, come sua moglie, lo conosceva tanto bene. Così lei
quasi non ci pensò più ed anche in casa di Mauro quell'innamoramento,
così precoce ed insolito, fu considerato, a seconda dei punti di vista,
un'infatuazione passeggera o una bella storia di cui sentirsi, comunque,
fieri.
I ragazzi, da parte loro, erano felici e lo mostravano in ogni azione
e, se la partenza di Arleen gettava un'ombra sulle loro vite, riuscirono a
non darlo a vedere, contribuendo decisamente alla serenità di tutte e
due le mamme.
L'avere conosciuto l'aspetto fisico dell'amore aveva prodotto in
Mauro un mutamento importante, aveva acquisito una coscienza più
definita del proprio corpo ed aveva soprattutto compreso ed accettato
l'importanza di toccare il proprio innamorato. Prima di quel momento, ogni
contatto fra loro era stato preparato seguendo un rituale, quasi una
procedura d'avvicinamento, perché uno non era mai certo che l'altro
accettasse quell'approccio. Ora, avendo apertamente manifestato i propri
sentimenti, erano divenuti consapevoli anche della passione e del desiderio
che erano nel compagno ed avevano cominciato a sfiorarsi, in ogni
momento. Una carezza sulla mano, un bacio rubato in un angolo, quando erano
proprio sicuri che nessuno li stesse guardando, i piedi sempre a contatto
sotto il banco o le spalle unite, mentre erano appoggiati al muro durante
l'intervallo a scuola, avevano cominciato a sfruttare tutte le occasioni
per sentire anche fisicamente la presenza dell'altro nella propria vita.
Di pomeriggio, quando studiavano, se erano soli, si tenevano per mano
e si guardavano continuamente negli occhi.
"Tu vuoi entrare nel mio cuore, ma, se lo farai, non te ne lascerò
più uscire!" gli disse Mauro un giorno, mentre Niki, ripetendogli la
coniugazione di un verbo latino, lo fissava concentrato.
"Il greco ed il latino mi fanno uno strano effetto, mi conferiscono
poteri inimmaginabili. C'è ancora posto lì dentro?" rispose Niki
interrompendo per un momento quella litania di suoni.
"E me lo chiedi ancora?" Mauro dicendolo gli aveva sfiorato la mano,
poi gliela aveva stretta, ritirandola subito, perché suo padre era
entrato in cucina a cercare gli occhiali che portava appesi al collo.
Niki, di spalle, aveva ripreso a coniugare, continuando a fissarlo.
"Io voglio restare chiuso là dentro per sempre!" aveva mormorato,
fra un congiuntivo ed un condizionale.
In quei giorni non ebbero più occasione di ritrovarsi da soli,
veramente da soli, né ci fu tempo per andare alla villotta e, quando di
tempo ne avrebbero avuto, la pioggia aveva reso impossibile quel viaggio
d'amore. Ma, se anche ce ne fosse stata la possibilità, forse non
l'avrebbero sfruttata, perché erano tanto appagati e felici dalla sola
vicinanza, quasi da non desiderare altri momenti di più grande
intimità.
Fu, quindi, un po' per l'imminente partenza della mamma, un po' per
la contentezza che l'essere vicini già gli dava, che non cercarono nei
propri corpi la soddisfazione completa che solo per due volte avevano
provato. Ma non fu solo questo a fermarli, perché in Mauro sorse una
specie di timore e d'imbarazzo verso il compagno nel proporgli di fare
certe cose, sebbene lo desiderasse quasi con disperazione. Il corpo
torturava la sua volontà, ma lui eroicamente resisteva, per amore di
Niki, perché temeva che il suo amico, già sofferente per la
situazione della mamma, trovasse fuori luogo una sua richiesta, il suo
desiderio.
Per Niki gli ultimi giorni furono difficili. Il conforto di Mauro fu
determinante per il suo equilibrio e l'idea d'avvicinarsi per fare qualcosa
di più che non fosse sfiorarlo, accarezzarlo, lo prendeva solo quando
l'altro era lontano e la nostalgia era più forte. Ogni sera,
addormentandosi, si stringeva in un abbraccio e cercava di ritrovare su di
sé l'odore di Mauro. Affondava la testa nel cuscino e sentiva che il
proprio corpo eccitato desiderava l'amante. Si addormentava sempre così,
per svegliarsi il mattino dopo desideroso soltanto di correre a sfiorare la
mano di Mauro al loro angolo, a sentirsi sobbalzare il petto quando
l'avesse visto arrivare con la sua andatura flessuosa, di atleta che
vorrebbe correre, ma si obbliga a camminare.
Se ne andavano a scuola, guardandosi e sorridendosi ogni tanto, come
sorpresi di trovarsi vicini e certamente contenti di esserlo. Poi uno o
l'altro cominciava a ridacchiare per un'idea che aveva avuto e insieme
cominciavano a ridere, ricamandoci sopra. La loro giornata partiva così
ed era sempre allegra, almeno quanto lo consentiva la partenza imminente.
Se la vita di Mauro era cambiata in modo radicale, anche i suoi
rapporti con i compagni di scuola si erano trasformati. Fin da quando aveva
stretto la mano di Niki per la prima volta, era stato come se un
incantesimo gli fosse calato addosso. La parte di realtà non illuminata
dalla presenza di Niki aveva cominciato a perdere progressivamente
interesse e, dopo che il loro rapporto si fu chiarito, tutto ciò che
viveva attorno, tutto il mondo smise di esistere. Ed anche quel brutto
pensiero, avuto la prima sera, di non rivelare a nessuno il loro
innamoramento, aveva perduto la sua gravità, se ne aveva mai realmente
avuta. Non dovevano tacere ad alcuno il loro segreto, perché avevano
smesso di considerare l'esistenza degli altri, di preoccuparsene, perfino
di pensarci.
E, se il comportamento di Mauro era cambiato, i primi a rendersene
conto furono i Cavalieri che da un giorno all'altro si videro privati del
loro capo.
Avevano frequentato tutte le scuole insieme e quasi ogni sera, da
quando erano diventati abbastanza grandi per disporre del proprio tempo,
era abitudine che, muniti di pallone, corressero assieme ad altri, a
giocare una partita dovunque ci fosse abbastanza spazio per tirare
calci. Quando erano divenuti ancora più grandi, cioè da almeno un
anno, ogni sabato sera andavano a mangiare la pizza e di domenica c'era il
cinema, o qualcosa di simile, o viceversa. La regola non scritta, ma sempre
rispettata era che, comunque andassero le cose, loro cinque fossero amici,
ridessero e scherzassero su qualunque cosa e soprattutto si vedessero tutti
i giorni, anche quando non c'era scuola.
Da qualche tempo, però, Mauro era scomparso dalle loro
giornate. Lo vedevano a scuola, dove arrivava con Niki ed era come sempre
affabile, allegro e vivace. Era anche sereno, contento, lo si capiva a
guardarlo, ma rivolgeva ogni sua attenzione sempre e solo a Niki. Di sera,
qualche volta, si facevano vedere per giocare al pallone, ma lo facevano
senza che la cosa scalfisse quella specie d'estraneità che pareva li
circondasse.
Così, dopo qualche occhiata interrogativa che si scambiarono, i
Cavalieri decisero d'aspettare, in qualunque posto fosse andato a finire,
Mauro sarebbe tornato. E l'avrebbe fatto molto presto, pensarono senza
dirselo, non appena si fosse stufato di quell'amicizia esclusiva ed
opprimente.
Nessuno, tranne Enrico, immaginò che quel rapporto potesse
nascondere qualcosa di più profondo. E, se lo pensò soltanto lui, fu
perché, al contrario degli altri, possedeva un intuito particolare e
aveva colto, negli sguardi che Mauro e Niki si scambiavano, un'attenzione
che, scoprì, sognava fosse rivolta a lui. Pur non capendone il motivo,
in quei giorni, Enrico si trovò spesso a desiderare ardentemente che
Mauro lo guardasse con la stessa espressione con cui si rivolgeva a
Niki. Ed essendo onesto per natura, sperò fortemente che nella sua vita,
un giorno, entrasse, come un uragano, una persona che lo guardasse allo
stesso modo. Tenne per sé queste idee, perché fossero un segreto che
in qualche modo l'unisse al suo amico prediletto, a Mauro che da sempre era
il suo eroe.
La partenza della mamma era fissata per il lunedì mattina e
ovviamente Niki avrebbe accompagnato i genitori all'aeroporto.
Mauro in quei giorni l'aveva aiutato e protetto in ogni momento,
accontentandolo sempre e prevenendo, quando ci riusciva, tutti i suoi
desideri. Perciò lasciò che fosse Niki a decidere cosa fare quella
mattina. E Niki volle che lui fosse con loro, anche se così avrebbero
perso un giorno di scuola.
La mamma di Mauro constatò in quell'occasione quanto fosse arduo
negare qualcosa a Niki, forse più difficile che negarlo a suo
figlio. Quando voleva, Niki incantava con i suoi modi e a nulla valevano le
ragioni che avrebbero consigliato diversamente. La sera precedente alla
partenza, Niki le si avvicinò timidamente e, prima ancora che aprisse la
bocca, lei gli accordò il permesso di farsi accompagnare da Mauro
all'aeroporto.
L'addio fu triste, ma non disperato come Mauro aveva temuto.
"Vi aspettiamo a Boston per Natale" disse Arleen, quando già
chiamavano il loro volo "parlo a voi due!" e accarezzò le guance ad
entrambi.
I ragazzi si guardarono negli occhi. Furono meravigliati e
naturalmente subito entusiasti della proposta. Era già stabilito che
Niki raggiungesse i genitori durante le vacanze di Natale, ma non avrebbero
mai osato sperare che Mauro potesse accompagnarlo.
"Con i tuoi genitori" continuò Arleen rivolta a Mauro "siamo già
d'accordo. Doveva essere una sorpresa, ma non ce l'ho fatta a non dirvelo"
disse sorridendo.
Niki le saltò al collo, come se fosse stato un bambino, anche se
era più alto di lei:
"Mamma... ti voglio bene" abbracciò anche il padre "A Natale!"
In quel momento Mauro si commosse, sentì di essere molto vicino a
piangere. Poi vide Niki che non piangeva e pareva avere gli occhi asciutti
e questo riuscì a carmarlo.
Arleen con uno sforzo evidente, che, comunque, non le valse a
trattenere le lacrime, abbracciò ancora suo figlio e gli mormorò
qualcosa in un orecchio. Niki assentì e si voltò a guardare Mauro,
mentre lei parlava ancora. Il padre posò le mani sulle loro spalle, li
abbracciò entrambi e poi staccò dolcemente la moglie da Niki.
I due s'incamminarono verso il cancello d'imbarco. Arleen si voltò
per salutare ancora i ragazzi, agitando la mano e così fece anche il
papà, poi sparirono oltre i vetri dell'uscita, confondendosi fra turisti
e gente che viaggiava per affari.
Allora Niki si voltò e, senza dire una parola, seguito da Mauro,
uscì dall'aerostazione. Attesero all'aperto la partenza dell'aereo che
avrebbe condotto i genitori a Boston. Niki se ne stava in silenzio,
immobile e teneva gli occhi fissi, guardando lontano, verso un punto che
Mauro non riusciva a vedere. L'aereo s'alzò in volo subito dopo e i due
se ne andarono verso il taxi, già prenotato dal padre di Niki.
Quell'auto li avrebbe riportati a casa, alla sua nuova casa, pensò
Niki, ma non gli venne da piangere, non ci riusciva.
Era una bella giornata e la partenza dell'aereo era avvenuta in
orario, perciò i ragazzi avevano davanti tutta una giornata senza
scuola.
"Pensi che potremmo andare alla villotta stamattina?" era la prima
volta che Niki parlava dopo la partenza dei suoi. Mauro fu subito
d'accordo. L'avrebbe accontentato in ogni caso, qualunque cosa gli avesse
chiesto.
"Certo! Passiamo da casa, prendiamo le biciclette e magari anche le
chiavi. Dovrebbe esserci ancora mamma: oggi ha la terza ora. Sarà
contenta di quest'idea. Le fa sempre piacere sapere che respiriamo aria
pura..." ma Niki aveva distolto la sua attenzione da Mauro e da tutto il
mondo. Era tornato in una dimensione dove nessuna voce poteva raggiungerlo.
Mauro s'accontentò di tenergli la mano 'e il tassista pensi quello
che gli pare, tanto chi se ne frega'.
Loro due e gli altri, tutti gli altri, quel pensiero gli era tornato
mentre, il giorno precedente a scuola, durante l'intervallo, quando aveva
preso Niki per mano e s'erano allontanati per rifugiarsi nel solito angolo
della palestra. Come chi si accorge improvvisamente d'essere nudo davanti a
tutti, aveva notato alcuni sguardi fissi sulle loro mani unite. Si era
liberato dalla stretta e le aveva infilate velocemente in tasca, quasi per
nasconderle a quegli sguardi, ma s'era sentito quasi osceno ed era corso
avanti, precedendo Niki che non aveva notato nulla. Non gli aveva fatto
parola di quell'episodio, perché in quei giorni Niki non era nello
spirito giusto per ascoltare discorsi d'alcun genere e lui s'era tenuto per
sé questa preoccupazione. Quella storia gli era tornata in mente e,
ancora una volta, non era il momento adatto per parlarne. Ne avrebbero
discusso quando Niki fosse stato più calmo, in un'occasione diversa. Il
problema però esisteva e lo preoccupava.
Che cosa vedevano e comprendevano realmente gli altri della loro
relazione? Lui sapeva bene, né si nascondeva, quanto male il loro
rapporto potesse essere giudicato. Forse qualcuno li aveva già visti
mentre si baciavano? Oppure, qualche amico li aveva guardati una delle
tante volte in cui uno cercava la mano dell'altro e la stringeva? E gli
sguardi che continuavano a scambiarsi? Se qualcuno li avesse interpretati
per quello che realmente erano? Quando erano insieme, Niki lo seguiva
ininterrottamente con lo sguardo ed anche lui faceva lo stesso.
Si vedeva benissimo, almeno dal suo punto di vista, che loro due
erano innamorati, perché si comportavano in un modo molto diverso da
come due ragazzi avrebbero dovuto fare. Ma davvero nessuno, proprio nessuno
dei loro compagni, di tutti gli amici era in grado di interpretare ed
intendere correttamente quei segnali? E gli importava davvero di saperlo?
Quest'idea lo colpì.
Dovevano preoccuparsene? Ciò che gli altri pensavano era veramente
tanto importante da condizionare le loro vite?
Sentì crescergli dentro un senso di ribellione a tutto
questo. Avrebbero dovuto nascondere i propri sentimenti per tutta la vita?
Non credeva di poterlo fare e neanche Niki l'avrebbe voluto. Era ansioso di
parlarne con lui, di avere il suo conforto. Se il loro amore fosse durato
per sempre ed aveva pochi dubbi su questo, sia per parte sua, sia per parte
di Niki, se avessero dovuto vivere una vita da diversi, segnati dalla
disarmonia con il mondo circostante, avrebbero dovuto affrontare e cercare
di risolvere per primo ed anche in fretta il problema dell'evidenza del
loro affetto, senza dimenticare che del giudizio degli altri non dovevano
farsi alcun cruccio.
Suo padre glielo aveva sempre raccomandato e lui intendeva osservare
quell'insegnamento.
"Il giudizio di chi ci circonda è importante, finché non limita
la nostra libertà. A patto che non sia la nostra condotta a limitare la
libertà degli altri!"
La libertà. Quello era il chiodo fisso di suo padre e, pensò
Mauro, sarebbe stata anche la loro bandiera. Per un momento si sentì
eroico ed imbattibile, immaginò di essere un paladino e di combattere
per difendere il loro amore. Sentiva la mano morbida, sudata di Niki,
stretta fra le sue, lo guardò e vide che si era assopito, anzi, forse
aveva soltanto chiuso gli occhi e chissà dov'era con i suoi pensieri.
Povero Niki, quella notte non aveva quasi dormito e anche lui, a dire
il vero, si era svegliato molte volte, immaginando, sognando che avesse
bisogno di aiuto e che lo stesse chiamando. Ma lì, in macchina, non
aveva proprio sonno, anzi, era fin troppo sveglio e preoccupato, per Niki e
per sua madre, naturalmente, ma anche per il loro futuro.
Pensò ai suoi amici, ai Cavalieri, che stava proprio
trascurando. Niki assorbiva ormai ogni suo pensiero e non c'era più
spazio per nulla e per nessuno, proprio nessuno, neppure per i suoi
amici. Ogni tanto però se ne ricordava, ma non rimpiangere la loro
compagnia, sebbene fosse ancora molto affezionato a tutti loro, a Giacomo
ed Enrico, in particolare. Gli erano tutti ancora molto cari, ma la
presenza di Niki faceva impallidire e perdere importanza ad ogni ricordo,
anche il più bello, rendendolo, appunto, soltanto un ricordo. I tempi
dei giochi, delle scorribande con quei compagni fedeli non gli erano mai
parsi tanto remoti, erano ormai una memoria dell'infanzia, dolce e lontana,
e loro stessi, i Cavalieri, i compari di quelle avventure, gli parevano
personaggi irrimediabilmente appartenenti al passato.
Forse, pensò, era così che si diventava grandi e, quindi, si
invecchiava. Sorrise a se stesso. Ma non era giusto liquidare a quel modo i
propri compagni. Gli amici crescono e cambiano assieme a chi li ama
davvero. L'aveva scoperto proprio vivendo accanto a loro negli ultimi dieci
anni. Se gli stessi amici andavano bene per un girotondo e una battaglia
fatta con i soldatini, per un giro in giostra, per scoprire il sesso e
farsi le seghe insieme, allora dovevano per forza essere adatti per
crescere e diventare adulti, con quello che la vita avrebbe riservato a
tutti, anche se qualcuno di loro si fosse scoperto omosessuale ed avesse
chiesto a tutti di diventare amici sinceri del proprio compagno.
Questo però era difficile da pretendere, ma decise che doveva fare
lo stesso qualcosa, almeno tentare, perché Niki diventasse loro amico e
tutti insieme tornassero ad essere un gruppo di compari. Sarebbe stato
molto bello se ci fosse riuscito, ma, per il momento, era solo un sogno. E
poi, a quelli avrebbe dovuto spiegare troppe cose che non erano molto
chiare neppure a lui. Ci avrebbe pensato al ritorno dall'America.
Già, l'America! Incredibile, stava per andare nel continente
lontano, nel Nuovo Mondo! Mauro De Marco che non era mai andato più
lontano di Roma.
Chiuse gli occhi e si sentì come Cristoforo Colombo, in partenza
per le Indie. Forse avrebbe scoperto una nuova terra, assieme a
Niki. Avrebbero circumnavigato il globo: la Terra del Fuoco, la Polinesia e
le terre più remote. Finì per assopirsi anche lui.
Una stretta di Niki, lo strappò a quei pensieri e al sonno,
riportandolo alla realtà: erano ancora mano nella mano nel taxi che
correva verso quella casa che ormai era anche di Niki.
"Ti amo!" gli disse a voce bassissima, temendo seriamente che il
tassista potesse sentirlo e, inorridito, li costringesse a scendere.
Erano arrivati a casa, alle nove di una mattina di novembre, luminosa
di sole e piuttosto fredda. Niki aveva richiamato involontariamente la sua
attenzione, ma teneva ancora gli occhi socchiusi ed era certamente molto
lontano con il pensiero. Mauro lo guardò, cercando di superare la
barriera che l'amico aveva alzato per difendersi in quel suo dolore, così
intimo.
Quella era la prima prova alla quale sottoponevano il loro amore e
Mauro sapeva che sarebbe stata un esame difficile per entrambi.
"Niki, siamo a casa, vieni, scendi."
La mamma li aspettava davanti alla porta. Conoscendola, c'era il
rischio che li mandasse a scuola, e Mauro sperò, subdolamente, che Niki,
con la sua faccia proprio triste, riuscisse ad impietosirla. Lei invece
abbracciò subito il ragazzo.
"Come stai?" gli disse in un orecchio, Niki alzò le spalle e le
ricambiò la tenerezza.
"Mamma, potremmo andare alla villotta, stamattina?"
"Certo, certo, mi sembra davvero una buona idea, anzi vi ci porto
subito io, in macchina! Che ne dite?" Mauro guardò Niki aspettando che
fosse l'amico a decidere.
"Grazie signora" disse lentamente.
Quella mattina, pensò Mauro, si sentiva molto di più che Niki
non era italiano, che si sforzava di parlare una lingua non sua.
Poco prima delle dieci furono scaricati davanti al cancello della
villotta dalla iperattiva professoressa di matematica, che aveva parlato
ininterrottamente durante il viaggio ad un assonnato, così pareva, ma,
come sempre, educatissimo Niki.
"Non combinate guai. Non perdete le chiavi. Non fate entrare
nessuno. Non azzuffatevi. Fatevi trovare pronti e qua fuori alle dodici e
mezza in punto, altrimenti tornerete a piedi. Tu cerca di non rompere anche
quelle scarpe e non azzardarti a sporcare quei pantaloni" era stato un
crescendo che era terminato con un acuto, dedicato ai pantaloni nuovi di
Mauro, poi s'era rivolta a Niki "E tu sorridi un poco, prima che ti
caschino gli angoli della bocca. Ciao ragazzi!" detto questo in un tempo di
molto inferiore a quello occorrente anche solo per pensarlo, ripartì
sgasando e sottoponendo la vecchia Fiat di famiglia ad una performance
estrema.
Mauro scoppiò a ridere e si coprì la faccia con le mani. Anche
Niki sorrise, consolando un poco il suo preoccupato amico.
Aprirono il cancello, richiudendoselo alle spalle, e s'incamminarono
sul viale. Uno di buona andatura e l'altro molto più lentamente, tanto
che Mauro, giunto al portone si voltò a gridargli:
"Ti va di leggere?"
Niki assentì distratto. Aperta la villa tirarono fuori due sedie a
sdraio e le sistemarono, orientandole verso il sole. S'erano portati dei
libri che provarono a leggere, ma Niki era troppo inquieto per fare
qualunque cosa e dopo qualche minuto s'alzò.
"Mauro, fa caldo qua!" gli disse quasi protestando, perché l'aria
era intiepidita dal sole che splendeva, ignaro della sua inquietudine. Si
diresse verso i pini e andò a sedersi, appoggiando la spalla contro uno
degli alberi.
Mauro lo seguì e Niki, guardandolo dal basso, gli tese la mano per
invitarlo a sedersi. Mauro gli s'inginocchiò accanto, guardandolo fisso,
gli passò il dorso della mano sulla guancia, poi si sedette vicino, gli
accarezzò ancora il volto e lentamente l'attirò a sé. Lo spostò
fino a farlo stendere sugli aghi di pino, con il capo appoggiato sul suo
grembo. Voleva guardarlo e adorarlo, proteggerlo.
L'abbracciò, gli pose una mano sul petto e gli tenne l'altro
braccio sotto il capo.
Niki si lasciò cullare. Chiuse gli occhi, come se stesse per
addormentarsi, ma quando, poco dopo, li riaprì, erano pieni di
lacrime. Pianse piano e quasi senza emettere suoni. Se le lacrime avessero
fatto rumore, nel silenzio di quel mattino d'autunno, Mauro le avrebbe
udite mentre scivolavano sulle guance di Niki e scendevano a bagnare le
coste dei suoi pantaloni di velluto blu, finalmente nuovi. Li avevano
comprati insieme qualche giorno prima. Niki li aveva timidamente scelti per
lui.
Tutto il suo dolore si stava sciogliendo in quelle lacrime silenziose
ed era stato il calore di Mauro, il suo amore, i suoi gesti affettuosi ad
allentare la tensione che gli impediva di piangere. Anche Mauro era
commosso e partecipava a quel dolore così privato, con tutta la sua
anima. Si chinò a baciarlo sulla fronte calda. Era turbato e intenerito
da quella situazione, dall'atteggiamento di abbandono che vedeva in Niki.
Ebbe un brivido di commozione e si strinse a Niki ancora di
più. Rimasero così, uniti per proteggersi. Mauro a cullarlo,
dondolandosi e Niki piangere, fino a calmarsi.
Teneva lo sguardo fisso sul compagno, con gli occhi umidi ed
arrossati dal pianto:
"Mi ha detto" le parole giunsero a Mauro in un sussurro "'Sei grande
ormai e voglio che tu lo sappia: c'è un poco di pericolo per me in
questa operazione, ma tu devi essere forte e non devi avere paura', e poi
'Niki, io sarò sempre orgogliosa di te e di Mauro'."
Mauro lo baciò. Questa volta sulla bocca, a lungo e con gli occhi
chiusi. Si sollevò per un momento e poi tornò a baciarlo, attratto
dalla sua espressione sconsolata.
Non si sarebbero mai lasciati, se ne convinceva ad ogni passo che
compivano insieme.
Ed anche Niki che pure era angustiato dall'ansia per tutto quello che
di brutto sarebbe potuto accadere a sua madre, riuscì a formulare lo
stesso pensiero, mentre si lasciava cullare in quell'abbraccio
affettuoso. Pensò che fosse giunto il momento di raccontare qualcosa del
suo passato che non aveva ancora avuto modo di confidare. Mauro non
conosceva ancora Stephan, se non per i molti accenni che lui gli aveva
fatto. Sapeva che era stato il suo unico amico, che era stato una presenza
importante nella sua infanzia. E sapeva che s'erano rivisti quell'estate
dopo anni di separazione, ma certamente non immaginava che fossero stati
amanti. Lui non glielo aveva ancora rivelato, perché non ne aveva avuto
l'occasione e perché riteneva che quella della sua relazione con Stephan
non fosse una storia da raccontare in un momento qualunque. In qualche
occasione era arrivato sul punto di parlargliene, ma tutte le volte era
accaduto qualcosa che li aveva distratti e lui aveva desistito.
Stephan gli aveva fatto un regalo enorme e meritava che anche Mauro
l'amasse, che gli fosse sinceramente amico e non che ne fosse geloso. Solo
per questo aveva atteso tanto per parlargliene ed ora che era certo del
sentimento che li univa e sapeva che il loro rapporto si era divenuto più
saldo, voleva che Mauro accettasse Stephan e tutto quello che
rappresentava. Gli avrebbe confidato tutto, anche che, senza Stephan, forse
non sarebbe riuscito ad amarlo, come l'amava ora.
"È di me che ti sei innamorato per la prima volta?" gli chiese.
"Si" ora era Mauro a mormorare.
Neppure di questo avevano ancora parlato. Quella parte della vita di
Mauro era un mistero ancora che attendeva di essere svelato.
"Hai voluto bene a qualcuno prima d'incontrare me?"
"No, mai, a nessuno."
"Mai, neppure per un momento, neanche un'idea, un sogno?"
"Ho fatto tanti sogni. Ho desiderato tante persone, ma per nessuna è
stato come per te. Ti desideravo già senza conoscerti. Erano tutti
sogni, Niki. Non ho mai amato nessuno. No, non credo... mai nessuno. Tu sei
davvero il primo."
"Anche il primo bacio?"
"Il mio primo bacio l'ho dato a te."
Per Mauro rivelargli la propria assoluta verginità fu un atto
d'amore e in quei momenti si sentì in un'altra dimensione, in una vita
diversa. Non era seduto sotto i suoi pini alla villotta, ma, assieme a
Niki, era volato in un eden da cui mai nessuno li avrebbe
scacciati. Abbracciava un ragazzo, uno come lui, e questo lo metteva in
armonia con se stesso. Gli regalava una beatitudine assoluta.
"Per me no! Non è stato così" disse Niki, strappandolo a quel
paradiso.
Gli occhi di Niki guardarono il cielo attraverso i rami del pino,
molto più in alto. Mauro pensò che cercasse di sentirsi vicino ai
genitori che, in quel momento, volavano sopra l'Atlantico, oppure che
stesse pensando a qualcuno in particolare. Provò un sentimento nuovo per
il misterioso oggetto dei pensieri di Niki, qualcosa che, immaginò,
fosse gelosia.
Niki aveva chiuso gli occhi, il suo respiro si era fatto più
veloce. Cercava le parole per parlargli di sé e di Stephan e Mauro
percepì l'ansia che lui provava in quei momenti.
"C'è stato Stephan, mio cugino, in America. All'inizio l'ho amato,
come ora amo te, ma lui non voleva, anzi, non poteva!"
E allora Mauro si accorse di saperlo già. Aveva compreso che Niki
doveva avere accumulato in qualche modo la conoscenza che aveva mostrato
quando avevano cominciato a sfiorarsi, a toccarsi. Aveva notato che, quando
lui si era bloccato, Niki aveva proceduto con troppa sicurezza per essere
alla sua prima esperienza. Ma, nonostante l'avesse immaginato, si scoprì
ugualmente deluso dalla rivelazione e terribilmente geloso di quello
sconosciuto che aveva osato amare il suo Niki prima di lui e che forse
l'amava ancora.
"Mauro, Stephan non è come noi!" lo rassicurò subito, quasi
leggendogli nel pensiero, e Mauro pensò che fosse accaduto proprio
questo "Lui non è omosessuale, anche se ha accettato di donarmi il suo
corpo. Questo, solo questo, è accaduto fra lui e me!"
Mauro notò che a Niki costava molto parlare in modo tanto
esplicito, ricordare di quei momenti. Si accorse che non gli interessava,
che non era più geloso, che non lo era mai stato veramente. Tentò di
far tacere Niki e si chinò a baciarlo sulla bocca.
"Non m'importa..."
"Voglio che tu lo sappia. È stato questa estate. Ho dato a lui il
mio primo bacio ed è con lui che ho fatto l'amore per la prima
volta. Poi io sono venuto via e lui è tornato se
stesso. Fortunatamente!"
S'accomodò meglio nell'abbraccio di Mauro e prese a raccontargli
di sé e di Stephan, rivelandogli tutti i sentimenti che provava nei
confronti di quel ragazzo sfortunato, amato solo dal nonno e da lui che era
troppo lontano per sperare di aiutarlo. Gli raccontò quasi tutta la
storia del suo rapporto con il cugino, da quando aveva ricordi all'ultima
estate passata insieme. Di una sola cosa non parlò, non volle rivelare i
particolari dei loro amplessi. Quelle sarebbero state scoperte che
avrebbero fatto insieme, quando la loro intesa fosse maturata. Non voleva
violare l'innocenza di Mauro con azioni che non fossero state
coscientemente accettate da entrambi. Sapeva che Mauro avrebbe accolto e
fatto tutto quello che lui gli avesse proposto, anche in quello stesso
momento, ma voleva che quelle scelte non scaturissero soltanto dal
desiderio o dalla devozione. Sperava di giungervi assieme al compagno,
passo dopo passo.
"Quando ci siamo lasciati in settembre, credo che lui sia tornato se
stesso ed abbia ripreso a mangiarsi con gli occhi le sue amichette e tutte
le ragazzine che incontra. E spero che ora sia felice!" aggiunse, temendo
davvero che non lo fosse.
"E tu sei felice?" gli chiese Mauro a voce bassa, perché era
emozionato, anche se era certo della risposta e questo lo commuoveva.
"Certo! Vorrei che Stephan fosse felice come lo sono io. Ma ho
paura. Lui... io credo che lui non ci riuscirà facilmente. Se solo
trovasse una persona come te!"
Mauro era ormai rasserenato da tutte quelle spiegazioni e Stephan non
gli appariva più come un rivale nel cuore di Niki, ma come l'alleato
prezioso che aveva aiutato Niki e l'aveva guarito dalla solitudine che lo
intristiva.
"Non mi importa di quello che è accaduto in America, a me importa
solo di te! Adesso!"
"Volevo solo che tu lo sapessi."
"Credi che conoscerò Stephan in America?"
"Penso proprio di si. Vedrai, ti piacerà e sono certo che tu
piacerai a lui. È più matto di me e te messi insieme! Diventerete
amici?" Niki finalmente sorrideva.
"Oh, ne sono convinto, è assolutamente impossibile che io non
riesca a fare amicizia con qualcuno!" gli rispose ridendo "E poi ci sono
riuscito con te? Con te era difficile, no?"
Stettero ancora a chiacchierare, seduti sotto il pino. L'America,
Boston, l'idea di poterci andare fra un mese avevano troppo solleticato la
curiosità e la fantasia di Mauro, perché non ne parlasse, non gli
facesse mille domande, ma erano rimasti fermi per troppo tempo ed erano
intorpiditi quando s'alzarono.
Mauro desiderava solo una cosa ed era di farlo continuare a
sorridere, sottrarlo per più tempo possibile ai pensieri che certamente
sarebbero tornati ad intristirlo, si guardò intorno alla ricerca di un
pretesto per distrarlo e, raccolti da terra degli aghi di pino, glieli
infilò fulmineamente nella camicia, allargandogli il colletto e
facendoli cadere dentro.
"No!" urlò Niki e lui incominciò a ridere.
Niki era rimasto sorpreso dal movimento, ma tentò subito
d'infilarsi una mano da dietro per togliere gli aghi. La sola idea di
averli fra i vestiti, gli provocava prurito, prima ancora di sentirlo
davvero e poi, che Mauro gli avesse fatto una cosa come quella, lo faceva
arrabbiare. Ma era uno scherzo e da Mauro accettava tutto, perciò, prima
accennò anche lui ad un sorriso, poi si mise a ridere, scacciando
finalmente dalla faccia l'espressione triste che pareva essersi incollato.
Con calma cominciò ad estrarre gli aghi. Dovette contorcersi per
recuperare gli ultimi che, erano finiti all'altezza della cintola. Decise a
sfilarsi camicia e maglietta dai pantaloni, per farli cadere da sotto, ma
proprio allora Mauro, approfittando della distrazione, gliene infilò
ancora nell'apertura del colletto.
Questo fu troppo anche per l'infinita pazienza di Niki il quale,
dimenticando il prurito che già ricominciava a sentire, scattò
improvvisamente verso di lui. L'afferrò per i fianchi, lo spinse,
cadendogli sopra ed immobilizzandolo.
"Chiedimi perdono o ti riempio il naso e la bocca di aghi di pino" e
dicendolo rideva, rendendo Mauro felice e davvero in pace con il mondo "e
poi te li faccio ingoiare!"
Mauro era felice di tenerlo seduto sulla sua pancia e non gli
importava di sentirsi quasi soffocare.
Niki si abbassò su di lui e avvertì un altro cuore battere
contro il proprio, il fiato sulla faccia. Lo bloccava senza possibilità
di movimenti, tenendogli ben ferme le mani contro il terreno.
"OK, perdono!" disse Mauro ridendo anche lui, per quanto gli era
possibile, considerato che era ormai quasi senza fiato "Ti chiedo scusa e
perdono, ma ora sto soffocando! Aiuto!"
"Non va bene per niente. Il tuo Niki pretende delle scuse molto più
formali!"
Mauro lo guardò incuriosito. Non capiva, anche se aveva sentito,
proprio sulla pancia, che Niki si era eccitato. E forse ora aveva voglia di
giocare. Lui non osava sperarlo, ma sentiva l'eccitazione montargli
dentro. Essere sicuramente soli, lontani da tutti, era un'occasione molto
rara, ma non avrebbe mai proposto alcun gioco, non in un giorno come
quello. Niki, invece, pareva aver messo per un po' da parte i suoi pensieri
e sembrava essere tornato il complice che lui amava tanto.
"Sei in mio potere e le tue scuse me le renderai facendoti baciare
dal sole. Ho la tua parola che non scapperai?"
Era un linguaggio oscuro che Mauro non comprendeva, ma fece
ugualmente cenno di si.
Niki finalmente gli si tolse di dosso, permettendogli di respirare,
poi, sempre tenendolo per i polsi, se lo tirò dietro verso i gradini di
pietra che erano davanti alla villa.
"Vieni e offriti ai raggi del sole!" disse Niki con voce solenne e
lui giunse infine ad immaginare come sarebbe andato il gioco.
Naturalmente trovò la cosa molto interessante, perché Niki lo
fece stendere sull'ultimo largo gradino, davanti al portone della
villa. Era una piattaforma di lastre di pietra annerite dal muschio e
intiepidite dal sole che le aveva riscaldate per tutta la mattinata. Gli si
inginocchiò accanto e, senza più parlare, cominciò lentamente a
svestirlo. Prima sollevò maglione e camicia, poi sbottonò i pantaloni
che abbassò fino alle caviglie, scoprendo le gambe, infine alzò la
maglietta di cotone che Mauro portava sotto la camicia. Reagendo all'aria
fredda, la pelle del torace si increspò, inturgidendo i capezzoli. Niki
lasciò correre le mani sul corpo che in quel momento era caldissimo
contro le sue mani gelide per l'aria fredda e l'emozione. Sfilò
lentamente gli slip, scoprendo il sesso duro come le pietre sulle quali era
disteso.
Con le mani sotto la testa, Mauro era in attesa, in eccitata attesa
di scoprire come sarebbe continuato il gioco. Sulla pancia sentiva l'aria
fredda che gli increspava la pelle e con il dorso si godeva il calore
delizioso che saliva dalle lastre di pietra su cui era adagiato.
Niki sfiorò con le labbra la punta del sesso, l'accarezzò, lo
impugnò come fosse uno scettro, il simbolo del suo regno, e lo lavorò
fino a portarlo vicino a godere. Quando sentì che mormorava di piacere,
si fermò, Mauro aprì gli occhi per chiedergli la ragione di quella
crudeltà.
"No, non ora. Non è ancora il momento. Aspetta!"
Così dicendo, velocemente si spogliò anche lui e si stese
sopra, facendo combaciare i sessi. Cominciarono a muoversi uno contro
l'altro e non passò molto che Mauro non poté più controllarsi e fu
travolto dal piacere. Niki continuò, strofinandosi con voluttà sulla
pancia bagnata, viscida per il seme che si era appena sparso e godette
subito dopo con un sospiro.
Allora Mauro l'abbracciò stretto.
L'istinto gli suggerì che in quel momento Niki avrebbe avuto
bisogno di conforto e così fu. Lo sentì gemere e lo protesse, lo
strinse a sé, fino a fargli male, fino a che non capì che il pianto
si era placato e per il momento Niki aveva lenito il dolore e l'ansia che
aveva dentro.
"Mi dispiace. Sono uno stupido. Mi sto comportando come un bambino"
mormorò, con gli occhi ancora pieni di lacrime e le guance bagnate "Mi
dispiace!"
Mauro lo zittì con un bacio, poi un altro ancora e, mentre lo
baciava e l'accarezzava, gli diceva parole che lo consolavano.
"Non sei un bambino, sei soltanto il mio cucciolo e con me puoi
piangere tutte le volte che vuoi e non dovrai mai chiedermi scusa. Mai!"
gli mormorava "Non sei più solo, amore mio. Sei con me ed io ti voglio
bene! Non piangere più adesso. Ti prego!"
Le carezze di Mauro riuscirono a rasserenarlo.
"Dai, rivestiamoci, qua fa freddo e tu hai il culetto gelato!" e,
mentre continuava ad accarezzarlo, gli dette una sculacciata leggera "A
proposito, lo sai che non l'ho mai visto alla luce del sole? Dai fammelo
vedere! Ti prego! Ti prego! Ti prego!"
Niki era tornato a sorridere, era quasi spensierato. S'alzò e si
voltò con grazia, mostrando a Mauro che era ancora seduto per terra uno
spettacolo che il ragazzo ritenne incomparabile. Mentre sentiva la sua
eccitazione montare un'altra volta, si alzò, si avvicinò a Niki e lo
accarezzò sulle natiche rotonde e perfette. Fece scorrere la mano lungo
il solco e fra le gambe fino a toccare il retro del sacco, allora riportò
la mano verso la schiena sfiorando involontariamente la bocca delicata e
dando a Niki una deliziosa sensazione di piacere. Quindi lo baciò sulla
nuca.
"Copriti fa freddo!" e gli dette un colpo leggero sulle natiche
gelate.
"E io? Neanche io t'ho mai visto bene."
Fu la volta di Mauro a voltarsi e lo fece con altrettanta grazia,
mostrandogli il sedere vigoroso, che era forse più maturo, con i glutei
sodi separati dal solco diritto. Là in mezzo, parve a Niki, fosse
racchiuso il più dolce e nascosto dei segreti. Decise di essere ardito,
si abbassò fin quasi ad inginocchiarsi, allargò le natiche fino a che
il sole non arrivò ad illuminare la fessura rosa. In quel momento Niki
percepì un moto di disagio in Mauro il quale forse non s'aspettava
quell'esplorazione. Allora si rialzò e lo baciò sul collo:
"Va tutto bene?" gli mormorò nell'orecchio.
"Si" Mauro si voltò sorridendo e Niki fu contento d'essersi
sbagliato "e a te come va, ti senti meglio?"
"Si. Adesso si. Ci voleva proprio!" concluse Niki rabbrividendo,
perché si rese conto di essere nudo "Ho freddo!"
Si rivestirono e se ne tornarono ai libri che però abbandonarono
subito, perché a Niki era venuta voglia di tirare qualche calcio al
pallone. Lo fecero fino a stancarsi e non fu ora di andare fuori ad
aspettare che la mamma passasse a prenderli. Se non li avesse trovati,
spiegò Mauro, c'era davvero il rischio che li lasciasse là. L'aveva
già fatto qualche volta.
Mauro, però, non aveva detto qualcosa che aveva pensato e così,
fedele all'impegno di essere sempre sincero con lui, gliene parlò,
mentre aspettavano la mamma:
"Niki, dopo che abbiamo fatto l'amore, ti ho chiesto di lasciarti
guardare... e quando mi sono voltato io, tu stavi per fare qualcosa, poi ti
sei fermato e mi hai chiesto se andava tutto bene, e per me andava
veramente tutto bene. Ma, Niki... era una cosa che facevi con Stephan, non
è vero?"
"Si! E se vorrai potremo farla insieme."
"Si, la faremo. Me l'insegnerai? Non è vero?"
"Sono convinto che diventerai più bravo di me!" e tacque con fare
misterioso.
Erano sul muretto a secco davanti al cancello della villotta, Mauro
aveva il braccio attorno alle spalle di Niki, che era seduto più in
basso di lui. Gli sfiorava i capelli con le labbra, lo stringeva, lo
proteggeva.
La mamma li trovò così, qualche minuto dopo, ma non fece caso
sulle prime al fatto che erano abbracciati, né i ragazzi si ricomposero
vedendola arrivare.
Quando, durante il tragitto in auto, le tornò in mente quella
scena, ripensò a tutti gli sguardi che aveva colto negli occhi di suo
figlio e poi pensò a quello che le aveva detto suo marito. Si chiese
ancora se poteva fare qualcosa, se c'era qualcosa di sbagliato. Le risposte
che si diede furono tutte negative e decise d'aspettare per capirne di
più, anche se quei due le parevano solo candidamente innamorati, nulla
di più o nulla di meno. Perciò, con un certo rimpianto, per il
momento scartò l'idea che ci fosse una qualche Roberta da sperare di
conoscere. Tutti i cambiamenti occorsi in suo figlio negli ultimi tempi
avevano ormai una spiegazione piuttosto chiara.
Si sorprese per aver fatto pensieri, così insoliti per la madre di
un quindicenne, anche se lei e suo marito si erano sempre considerati
evoluti per il modo con cui avevano educato i propri figli. Si chiese anche
se tutto questo non eccedesse il loro concetto di educazione liberale. Si
convinse subito, però, che la felicità di Mauro sarebbe stata molto
condizionata dalla loro reazione. Se davvero tenevano a quel ragazzo, e
l'amavano più degli altri figli, da parte loro non poteva venire altro
che tanta attenzione e comprensione. E la serenità di quel figlio
prediletto era la cosa più rilevante, l'unica che avesse importanza.
Quello che la sorprendeva in questa situazione, era il fatto di non
riuscire a rammaricarsene quanto avrebbe immaginato. Essere certa che il
figlio prediletto avesse preso una seria sbandata per il suo compagno di
banco, avrebbe gettato nella disperazione molte, forse tutte le mamme di
sua conoscenza. Lei, in quel momento, non ebbe altra reazione che pensare a
quanto le sarebbero mancati i futuri ipotetici nipotini, a quanto avrebbe
potuto amare i figli di quel figlio adorato. Ma, si disse, se proprio
avesse voluto dei nipoti, glieli avrebbero dati Sergio e
Michele. L'importante, ora, era che Mauro fosse felice e le pareva che
questo si stesse verificando nel modo più completo.
Nell'auto, contrariamente al viaggio di andata, erano stranamente
tutti in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri. La mamma a
meditare sull'amore nuovo e insolito di suo figlio. Niki era tornato con la
mente ad un aereo forse già in volo sull'Atlantico, mentre Mauro, più
prosaicamente, cercava di ignorare, senza molto successo, l'erezione che
Niki gli aveva procurato con quell'accenno a tutti i nuovi giochi che
doveva ancora imparare.
La loro prima notte in casa di Mauro fu memorabile, ma non nel senso
in cui i ragazzi si sarebbero aspettati.
Poco prima che fosse ora di dormire era arrivata la telefonata da
Boston e con Niki, oltre a suo padre e ad Arleen, avevano parlato il nonno
ed anche Stephan il quale si era impossessato del telefono per raccontare
che si era trovato una ragazza e che l'amava pazzamente. Niki allora buttò
lì che anche lui aveva qualche novità. Non gli disse di più,
aspettandosi che Stephan si incuriosisse, ma il cugino non parve accorgersi
di quella confidenza. In ogni caso, la telefonata lo rasserenò parecchio
e dopo cena fece un'accurata visita alla biblioteca-museo di casa.
Il papà di Mauro apprezzò subito la buona cultura e la
curiosità intellettuale del suo ospite.
"Tu sei uguale a Mauro. Sono convinto che la vostra amicizia sia
destinata a durare. Due come voi non potevano non incontrarsi ed essere
tanto amici."
'E tu, papà, non sai quanto già lo siamo' pensò Mauro dando
una spallata a Niki che ascoltava compassato. Poi valutò meglio
l'espressione di suo padre e si rese conto che il 'vecchissimo', come lo
chiamava quando voleva prenderlo in giro, lo sapeva benissimo. Anzi, come
al solito, di quella storia ne sapeva molto più di quanto ne sapesse lui
che, entusiasta com'era, stentava ancora a raccapezzarsi.
I ragazzi se ne andarono a leggere nella loro camera che, per un
colpo di fortuna, era tutta a loro disposizione. Sergio era impegnato fuori
città nel servizio civile e Michele dormiva in casa di una vecchia zia
per farle compagnia durante il ricovero in ospedale del marito. In un
momento diverso, il compito d'andare a dormire dalla zia sarebbe stato
affidato a Mauro, ma data la presenza di Niki, dalla parente c'era stato
spedito Michele che aveva brontolato parecchio per questo cambiamento di
programma.
Michele era anche tornato ad insinuare, fortunatamente scherzando,
che Niki fosse omosessuale. Ridendo aveva anche raccomandato a Mauro di
fare molta attenzione, perché dormire con un 'finocchio' nella stessa
stanza poteva essere pericoloso. Era stata solo una battuta detta con
noncuranza, ma ascoltata da Mauro con molto maggiore coinvolgimento
dell'altra volta. Quello fu un motivo in più che ebbe per parlarne con i
genitori. Ormai aveva deciso, doveva farlo al più presto. La sua
famiglia doveva conoscere e possibilmente accettare la sua scelta.
E se non fosse stato come sperava?
Preferiva non pensare ad una simile eventualità. Non subito
almeno, e non quella sera.
Offrì al compagno la scelta del letto. Niki scelse di dormire sul
più alto, quello perpendicolare agli altri, mentre Mauro si sistemò
subito sotto di lui, in modo che le loro teste fossero vicine e potessero
parlarsi.
Cominciavano già a spogliarsi per andare a letto, quando Niki, al
momento di togliersi i pantaloni, disse con la sua voce più seria:
"Girati. Devo cambiarmi."
"E perché?" chiese Mauro, sorpreso e un po' incredulo.
"Se tu guardi, io mi eccito."
"E allora? "Mauro era ancora perplesso, non capendo dove Niki volesse
arrivare.
"E non ce la faccio ad aspettare che dormano tutti!"
Niki cominciò a ridere, ma non si aspettava la reazione fulminea
di Mauro che lo afferrò per i fianchi. Fattolo piegare, gli tirò giù
i pantaloni e gli assestò un sonoro sculaccione. Non ce la facevano più
a fermarsi. Risero fino alle lacrime, perché Niki aveva cominciato a
fare il solletico a Mauro sapendo che così l'amico sarebbe caduto ai
suoi piedi.
Quando si calmarono avevano il mal di pancia dal troppo ridere e
Mauro era contentissimo per averlo fatto finalmente distrarre. Però,
come spesso accadeva a Niki in quei giorni, le occasioni di divertimento
erano seguite da momenti di tristezza e il ragazzo vi cadde non appena la
sua risata si fu calmata. A testa bassa e con gli occhi già socchiusi,
indossò il pigiama e si arrampicò fino al suo letto. Senza più
dire neanche una parola, si voltò contro il muro e lasciò il compagno
da solo al centro della stanza.
Anche Mauro si sistemò in silenzio nel proprio letto. Aveva il
cuore pieno di tristezza, ma non ce la fece a stare zitto e mormorò un
'buonanotte'.
"Anche a te" gli rispose Niki, con una voce lontana e tristissima.
Le lenzuola erano un po' fredde e Mauro si rannicchiò, cercando di
conservare il calore del corpo. Coricato su un fianco, con un braccio
sotto il cuscino assunse istintivamente la posizione che in pochi secondi
l'avrebbe fatto addormentare. Era accaduto così ogni notte, da quando
poteva ricordare, ma quella volta non fu così. Quella sera non prendeva
sonno, perché aveva vissuto una giornata lunga ed eccitante che era
giunta al termine delle quattro settimane più esaltanti della sua
vita. In quel mese la sua esistenza era diventata semplicemente
emozionante. Stava vivendo un sogno impossibile anche solo ad immaginarsi
prima che tutto accadesse grazie a quel ragazzino biondo che era nel letto
un po' più in alto.
Ogni tanto lo sentiva muoversi. Certamente Niki non dormiva ancora,
vegliava anche lui, ma con chissà quali pensieri per la testa. Riusciva
un po' ad immaginarli e compianse la tristezza, l'ansia, il dolore che il
compagno stava provando.
S'accorse di volere per sé almeno un po' di quel dolore, se solo
fosse stato possibile. Perché l'amava tanto. Amava Niki che l'aveva
liberato di tutti i dubbi che lo tormentavano e l'aveva reso capace di
guardarsi dentro, finalmente di capirsi. Di sé sapeva molto di più
ora di quanto non sapesse qualche giorno prima, era cresciuto molto in quel
mese, da quel pomeriggio alla villotta. Immaginava e temeva di dover
aspettare per tuta la vita una donna avvolta in vesti bianche, una
fanciulla che apparisse fra cortine di fumo, tanto seducente da farlo
innamorare. Come era lontano quel sogno, ora che vicino, poco più in
alto, riposava il suo compagno bellissimo, amabile, dolce, innamorato di
lui, con la stessa forza e lo stesso amore. Poi, il dubbio che entrambi
fossero troppo giovani, troppo bambini per pensare a cose così grandi,
tornò ad affacciarsi alla sua mente e travolse tutti quei pensieri
affascinanti.
Come potevano parlare di amore per tutta la vita, arrivare a
promettersi fedeltà e tutto quello che tante volte si erano ripetuti?
Come potevano anche solo pretendere di riconoscere l'amore? Loro due non ne
sapevano nulla. E se non fosse stato amore? Se fosse stata solo
un'infatuazione, un gioco bellissimo, ma solo un gioco e nient'altro? Se,
una volta passata l'eccitazione, finite le scoperte sui modi d'amarsi, e
lui sapeva di avere ancora tanto da scoprire, se dopo tutto questo, fosse
arrivata la noia, l'indifferenza? Se avessero scoperto che l'amore senza
fine, invece, stava finendo? E se, peggio, un giorno, uno solo di loro due
si fosse accorto di non essere realmente innamorato, che ne sarebbe stato
dell'altro, di quello ancora innamorato?
Gli venne voglia di piangere.
Se fosse toccato a lui di essere abbandonato? Non riusciva ad
immaginarlo, ma la sofferenza che, intuiva, avrebbe potuto derivare da
quella delusione sarebbe stata troppo grande da sopportare. Per questo
sperò fortemente che, se una disillusione doveva esserci nel loro
futuro, toccasse a lui per risparmiare, ad ogni costo, altre sofferenze a
Niki. Questi pensieri affettuosi, ingenui, eroici ed anche un po'
inquietanti, l'allontanarono ulteriormente dal sonno che per quella notte,
gli parve, non volesse proprio accoglierlo fra le sue braccia.
Allora tese le orecchie e, nel silenzio quasi assoluto della casa,
colse qualche rumore sommesso. Gli fu facile indovinare cosa stessero
facendo i suoi genitori. Erano ancora svegli. Il papà continuava a
leggere e prendeva appunti per un libro che non avrebbe mai scritto e la
mamma, vicina a lui, ogni tanto lo guardava, fingendo di lavorare a maglia
o di leggere il suo romanzo. Li aveva colti spesso così, a guardarsi
come due ragazzini innamorati. Quel pensiero l'intenerì e lo
confortò, il papà e la mamma si amavano tanto. Ed era così da
quando avevano quindici anni, proprio com'erano lui e Niki. Nel suo
cervello qualcosa gli suggerì che i suoi genitori non avevano avuto
contro la società, non avevano dovuto subire l'ostilità dei loro
amici, né avevano tentato di sovvertire tutti gli schemi precostituiti,
di rivoluzionare i ruoli e distruggere la famiglia. Si rese conto d'essere
diventato troppo drammatico e di stare ripetendo quello che, qualche mese
prima, suo padre gli aveva riferito a proposito della posizione della
chiesa sull'omosessualità. L'avevano commentata insieme.
"Sono perplesso quando sento assumere posizioni così estreme da
una chiesa che si professa universale. Anche se" aveva detto suo padre "la
storia dovrebbe metterci in guardia. Tu, comunque, cerca almeno di star
lontano dai preti" e avevano riso insieme, perché Mauro stava vivendo il
suo periodo di pia devozione religiosa, ma era già molto attento a tutto
quello che riguardava quel particolare aspetto della sua personalità.
Con un moto d'affetto verso suo padre, pensò a come gli
insegnamenti di quell'uomo rasentassero spesso lo scetticismo.
I suoi genitori, però, si amavano ancora, dopo tanti anni,
esattamente come il primo giorno. E se era così per la mamma e il
papà, poteva accadere anche a loro due. Decise che poteva accadere anche
a lui e a Niki, a loro due. Essere in due. Com'era bello poterlo pensare,
dire.
Si sentì intenerire al pensiero di Niki e con quel pensiero, quasi
senza accorgersene, riuscì ad addormentarsi, ma dopo qualche minuto,
improvvisamente, tornò sveglio. Aveva sentito un rumore, forse Niki
s'era mosso. Aprì gli occhi e se lo trovò in piedi davanti al letto.
Si guardarono.
"Mauro!"
"Non riesci a dormire?"
"Potrei stare con te, per un poco, nel tuo letto? Mi fai entrare?"
bisbigliò.
Mauro si spostò per fargli spazio e lo accolse sotto le
coperte. L'attirò a sé.
"Amore mio" si sentì mormorare, poi lo strinse come se volesse
cullarlo.
Niki chiuse gli occhi e lentamente rispose alle sue carezze,
stringendosi a lui. I loro corpi aderirono, adattandosi uno alla posizione
dell'altro, entrambi voltati su un fianco. Niki lasciò che Mauro lo
cullasse dolcemente e si abbandonò in quell'abbraccio, riuscendo
finalmente a liberare la mente da tutti i pensieri orribili che in quelle
ore l'avevano attraversata. Non era riuscito a pensare ad altro, vedeva
davanti a sé, lontano e al tempo stesso incombente, un evento,
l'operazione chirurgica della mamma, che avrebbe potuto sconvolgere la sua
vita. In fondo a quell'attesa, c'era la speranza di una vita
migliore. Erano quindici giorni, soltanto due settimane di ansia, ma per un
ragazzo della sua età, quel tempo era troppo lungo perché potesse
sopportarlo da solo.
Nel buio le loro bocche si sfiorarono. Si baciarono piano nel tepore
del letto, Niki l'accarezzò sulla spalla, avvicinandosi di più. Aveva
avuto l'impulso di toccarlo, il suo corpo gli comunicava il proprio
desiderio e sentiva che Mauro stava provando le stesse sensazioni, ma
provava stranamente vergogna per quell'eccitazione. E anche Mauro era
imbarazzato, perché se ne stava immobile. Poi fu lui a farsi coraggio.
Riprese ad accarezzarlo, con le mani scese fino alla cintola e gli abbassò
i pantaloni del pigiama. Fece lo stesso con i suoi. I sessi si sfiorarono,
infilò il suo fra le gambe di Mauro e si mosse per ricevere quello del
compagno fra le sue. Cominciò a muoversi, stringendo il pene di Mauro,
mostrandogli come fare, Mauro allora coordinò i suoi movimenti e subito
il sudore e l'umidità di quei posti segreti aumentarono l'eccitazione,
fino a che raggiunsero il piacere. Poi, abbracciati e bagnati, si baciarono
e, senza dirsi altre parole, riuscirono finalmente ad addormentarsi.
Niki ebbe un sonno agitato e si svegliò durante la notte. Quasi
subito si erano sciolti dall'abbraccio ed ora Mauro era profondamente
addormentato, disteso accanto a lui, nello stesso letto. Avevano assunto
istintivamente delle posizioni complementari, Mauro gli appoggiava il capo
sulla spalla e con una mano gli stringeva ancora il fianco. Niki lo
accarezzò. Sentiva su di sé l'umidità del seme lasciatogli dal
compagno e provava ancora la sensazione del suo pene fra le gambe. Pensò
a Stephan che adesso aveva la ragazza, chissà se Stephan si serviva
dell'esperienza che avevano accumulato insieme durante l'estate, come stava
facendo lui con Mauro.
Mauro si mosse nel sonno, quasi reclamasse su di sé l'attenzione e
tutti i pensieri.
Aveva ragione, era il suo fidanzato, loro due si amavano davvero.
Quando si era scoperto gay, non aveva dovuto combattere contro le
difficoltà e i timori che aveva incontrato Mauro. Aveva capito di
esserlo e questo era stato tutto. Per Mauro era diverso e molto più
complicato, perché viveva in un mondo popolato da tante persone, amici,
parenti, cui avrebbe presto dovuto dare conto in qualche modo di quella
situazione insolita. Lui, invece, dopo averlo accettato per sé, aveva
dovuto spiegarlo soltanto ai suoi genitori. E il nonno, quando la mamma
gliene aveva parlato, perché lui non aveva trovato il coraggio di
rivelarglielo, l'aveva abbracciato stretto. Parlarne a Stephan era stato
molto più facile. Il cugino l'amava in un modo così profondo che
l'aveva aiutato fino a donargli tutto se stesso. Lui aveva soltanto quelle
quattro persone. Mauro, dopo aver tanto lottato con se stesso, doveva
vedersela con la sua famiglia e con tutti quelli che affollavano il suo
mondo. Ma gli sarebbe stato vicino, l'avrebbe aiutato e protetto, proprio
come Mauro stava aveva fatto in quei giorni con lui.
Nel letto, in due, faceva un po' caldo e Mauro, nel sonno, spostò
le coperte fino a scoprirsi.
Non poté fare a meno di guardarlo. La luce fioca, proveniente
dalla finestra, permetteva di distinguere il corpo quasi nudo di Mauro, il
suo ventre, il sesso ormai morbido, adagiato su una gamba, l'aureola scura
che lo contornava. Provò un'emozione intensa, l'amava, l'aveva subito
amato in modo assoluto, ma in quel momento si accorse di provare amore
esclusivamente per quel corpo e non per la persona cui apparteneva. Si
chiese se potesse accadere davvero di adorare una forma e di desiderarla,
perché il suo compagno dormiva profondamente e non era niente più che
un corpo. Si spostò, piegandosi, fino a sfiorare con le labbra il pene
di Mauro. Si inebriò dell'odore che emanava da quel grembo. Poi sentì
in bocca la carne, dapprima molle, indurirsi lentamente e percepì il
sangue affluire ad ogni battito del cuore di Mauro. Ne saggiò la
consistenza stringendolo leggermente tra i denti. Insinuò la lingua
sotto la pelle che ricopriva il glande e lo strinse contro il palato. Mauro
rispose a quelle sollecitazioni, si mosse e nel sonno mormorò qualcosa.
Niki si raddrizzò immediatamente, per paura che qualcuno potesse
sentirli o entrare nella stanza. Si risistemò nel letto, coprendo se
stesso e il compagno, ma era ancora turbato dall'emozione che aveva appena
provato, sentiva il cuore battergli nel petto con violenza. Lentamente si
calmò, rannicchiandosi contro Mauro, addormentandosi fra le sue braccia.
Quella fu la prima volta in cui dormirono abbracciati nello stesso
letto, vivendo anche nel sonno l'intesa che da svegli già li rendeva una
persona sola.
Entrando nella camera, quella mattina, la mamma li trovò ancora
uno fra le braccia dell'altro. Si fermò a guardarli e si chiese, per
l'ultima volta, se ci fosse qualcosa di sbagliato in quell'abbraccio. Si
disse che non vi era nulla, assolutamente nulla, per cui dovesse
intervenire: avrebbe atteso che Mauro gliene parlasse. Sapeva che lui
aspettava soltanto l'occasione per farlo e allora si sarebbe solo accertata
che suo figlio fosse pienamente convinto della sua scelta, che non fosse
stato circuito dalla maggiore maturità di Niki. Mentre formulava
quest'ultima idea, gli occhi le caddero sulla faccia di Niki, triste anche
mentre dormiva, e si rimproverò per il pensiero che aveva fatto.
Uscì dalla stanza senza svegliarli e li chiamò da fuori.
Nei giorni seguenti Niki divenne sempre più malinconico e Mauro,
che lo guardava in ogni momento, notò che qualche volta aveva gli occhi
lucidi di pianto. Provò in ogni modo a distrarlo, anche a consolarlo,
spesso, però, i suoi tentativi peggioravano la situazione,
innervosendolo ancor di più. Passarono così due settimane difficili
per Niki e furono giorni molto impegnativi anche per Mauro che sentì
gravare su di sé l'angoscia e il nervosismo del compagno.
Ogni sera, Niki attendeva la telefonata di suo padre dall'America. La
chiamata arrivava sempre attorno alle dieci, ma l'attesa davanti al
telefono cominciava almeno un'ora prima. A parlare era sempre il papà,
qualche volta aveva chiamato il nonno, una sera chiamò Stephan e fu
allora che Niki pianse.
Mauro rimase impietrito. Non s'aspettava che Niki potesse tradirlo
così. Aveva pianto con Stephan, aveva aspettato di parlare con il cugino
per potersi sfogare, mentre, proprio quel giorno, a lui non aveva rivolto
che poche parole, rispondendogli quasi sempre a monosillabi. Con Stephan,
invece, aveva bisbigliato per più di un quarto d'ora.
Lui l'aveva capito subito. Era con quello che parlava, perché Niki
aveva abbassato la voce e s'era un po' voltato, quasi ad evitare che
ascoltasse il loro parlottare in inglese. E anche se avesse sentito
qualcosa, non ci avrebbe capito comunque nulla.
Provò un senso di nausea e, mormorata la 'buonanotte' ai genitori,
se ne andò nel tunnel, chiudendosi la porta alle spalle.
Anche Niki, appena posato il telefono, quasi scappò a rifugiarsi
nella camera. Quando entrò, vide che Mauro era già nel letto,
nascosto sotto le coperte, voltato contro il muro.
Niki era terribilmente triste, pensò che Mauro dormisse, che,
ormai stanco, non l'avesse aspettato, come faceva sempre, per dargli
l'ultimo bacio prima di addormentarsi. E questo lo intristì ancora di
più.
Si spogliò lentamente anche lui.
Mauro invece, fissava il muro e fremeva di rabbia. Non ce la fece più
a stare fermo, saltò fuori dal letto e si piantò davanti a Niki. Se
avesse avuto il controllo di sé, avrebbe compreso, da come Niki lo
guardava, che il compagno era spaventato, sconvolto dalla telefonata.
"Con Stephan hai pianto e con me non parli più! Che ti ho fatto
io? Gli vuoi ancora bene, non è vero?" e mormorando quelle parole
avrebbe voluto piangere, perché Niki lo vedesse soffrire, ma già
facendo quei pensieri e dicendo quelle parole, comprendeva quanto fosse
puerile il suo comportamento.
Non era riuscito a tacere, era turbato da tutta la tensione che
stavano vivendo ed ora scaricava su Niki l'ansia ed il nervosismo
accumulati in quei giorni così difficili.
Niki, così gli era parso mentre si lasciava sopraffare dalla
gelosia, si sottraeva a lui per nostalgia di Stephan. Era un'idea assurda e
lo comprese nel momento stesso in cui gli gridava la sua rabbia. E lo fissò
con tale intensità che il suo cipiglio spaventò Niki. Poi cominciò
a tremare, tanta era l'angoscia che aveva dentro. Aveva perduto il suo
equilibrio e stava vivendo una delle sue rare crisi.
Niki lo conosceva da poco tempo, ma l'aveva compreso così a fondo
e lo amava tanto che, pur essendo anche lui spossato dall'ansia, turbato da
quella reazione, invece di offendersi, l'abbracciò stretto, gli prese il
capo e se lo poggiò sulla spalla.
"Io voglio bene solo a te! Amo solo te. Con Stephan ho pianto, perché
mi ha confidato una cosa. Era lui che aveva voglia di parlarmi, che voleva
sfogarsi, non io. Mi ha raccontato che i suoi genitori se ne sono
andati. Suo padre sta con un'altra e la madre non si sa più dove
sia. Pensa, Mauro, sono quasi sei mesi che non dà più notizie di
sé. Lui ha finalmente trovato il coraggio di dirmelo, perché si
vergognava tanto per loro e ha cominciato a piangere, mi sembrava
disperato. Ha detto che non ne poteva più, che voleva morire!
"Ha detto a mio padre che avrebbe telefonato in Italia per darmi
notizie di mamma, e lei sta bene. Ma ha fatto così soltanto perché
voleva confidarsi. Lui non ha nessuno. Proprio nessuno! E forse voleva
dirmi qualcosa ed io, invece d'aiutarlo e consolarlo, mi sono messo a
piangere. E adesso ho fatto arrabbiare anche te. Perdonami se ti ho fatto
soffrire, se ti ho trascurato, io non volevo. Non immaginavo neppure che tu
potessi essere geloso di me e di lui, ma Stephan non ha uno come te. È
proprio solo."
Mauro aveva cercato più volte di interromperlo. Si mosse, fece per
dire qualcosa, ma Niki lo accarezzò per farlo tacere.
Stettero ancora così, al centro della stanza, finché Mauro non
si sciolse dall'abbraccio. Si vergognava terribilmente, anche se provava un
gran sollievo, perché Niki l'aveva rassicurato. Era accaduto soltanto
perché erano nervosi, ora lo sapeva. Niki non si era comportato così
per indifferenza o disamore. Povero Niki, povero Stephan! Ma adesso era
tutto a posto, tutto come prima. Gli si riavvicinò e senza parlare lo
baciò ancora, Niki lo strinse:
"Lo vedi? Abbiamo quasi bisticciato. È la nostra prima lite. Mi
perdoni se ti ho trascurato?"
"Si!"
"Mi vuoi ancora bene?"
"Si... Niki, mi dispiace per Stephan."
Anche quella notte dormirono nello stesso letto, ma si abbracciarono
più stretti, perché volevano proteggersi.
L'operazione era stata programmata per la metà di dicembre e quel
giorno finalmente arrivò, con sollievo e terrore di tutti.
I medici avevano sconsigliato ad Arleen di emozionarsi, di ricevere
telefonate, almeno nei giorni precedenti l'operazione. Lei, però, voleva
parlare con suo figlio e il pomeriggio precedente l'operazione, quando in
Italia erano quasi le dieci di sera, chiamò. Rispose proprio Niki che a
quell'ora attendeva la telefonata di suo padre. La voce dall'altro capo del
filo bloccò il ragazzo che trovò subito un sangue freddo che non
sapeva d'avere. Parlò con sua madre con voce calma, anche se aveva gli
occhi pieni di lacrime.
"Vorrei che tu fossi qua ad abbracciarmi... certo... fai presto a
guarire."
Mauro comprese quello che stava accadendo e si avvicinò, lo prese
per le spalle.
"No, che non ti ho dimenticato..." Mauro comprendeva solo qualche
parola di quello che Niki diceva alla mamma "devi solo star
calma... L'operazione è fissata per domani?... Si, papà me l'ha
detto... Ti voglio bene anch'io... Si, tra una settimana esatta. Mauro..."
e, nel pronunciarne il nome, Niki gli si strinse di più "sta preparando
i bagagli... Per prima cosa da te. Dall'aeroporto all'ospedale, certo... Lo
so che è là vicino... Mamma adesso è meglio che riattacchi,
perché deve chiamare papà... Si, noi ti vogliamo bene... La saluterò
per te... Mauro? È qua. Te lo passo."
"Sono Mauro..." era un po' confuso da quella situazione particolare.
"Niki sta bene?" riuscì a dire Arleen.
Mauro sentì che era commossa e questo lo turbò moltissimo, ma
le rispose con la sua voce normale: "Molto bene, signora. Sono
stato... attento!"
In quella difficile rappresentazione di sentimenti, fu costretto a
reggere una finzione più grande di lui, ma la resse bene. Si ritrovò
ad essere il tramite fra Niki che non voleva far sapere a sua madre quanto
fosse sconvolto dalla telefonata e Arleen che con suo figlio aveva finto un
po' di tranquillità, ma con lui s'era lasciata prendere dalla
commozione. Uscì egregiamente dalla situazione, lasciando a ciascuno
l'impressione che l'altro voleva dare.
"Mamma.... a fra poco" riuscì a dire Niki, riprendendo il
ricevitore, poi rimase a guardare bloccato, con gli occhi fissi nel vuoto.
Mauro glielo tolse dalle mani e lo ripose. Non riuscì a trovare
nulla che potesse dire in quel momento, allora gli mise un braccio sulle
spalle, quasi per dargli una pacca affettuosa, ma avrebbe voluto attirarlo
a sé, baciarlo, confortarlo. Non poteva fare niente del genere, perché
c'erano i suoi genitori. Gli venne da piangere. Niki era tanto triste e lui
non poteva neppure stringerlo e consolarlo come avrebbe voluto.
Se ne andarono nel tunnel ad aspettare l'altra telefonata. Per quella
sera non avevano ancora finito, doveva chiamare anche il papà. E infatti
l'apparecchio squillò qualche minuto dopo. Niki resse anche quella
prova, poi, una volta riattaccato, si appoggiò al muro. Era stordito,
disorientato.
"Oggi è giorno di bagno per me. Ti va di lavarti? Vieni anche tu?"
Forse aveva trovato il modo per distoglierlo dai suoi
pensieri. Qualunque cosa sarebbe andata bene e questa gli sembrava una
buona idea. Senza aspettare risposta, lo prese per un braccio e se lo tirò
dietro. Era la prima volta che facevano la doccia insieme. Sebbene qualche
volta l'avessero pensato, non si erano mai infilati insieme nel bagno, per
imbarazzo verso i genitori. Quella sera, però, era diverso.
Chiuse la porta e cominciò a spogliarlo. Niki lo lasciò fare,
assecondando i movimenti. Era molto lontano con la mente e i suoi occhi
parevano persi dietro una pena che Mauro non poteva condividere.
L'impossibilità di prendere parte, in qualche modo, a quel dolore
così particolare, il senso d'impotenza che tutto questo generava in lui,
lo rattristò. Se proprio non poteva condividere quell'angoscia, era ben
deciso ad alleviarla.
Quando ebbe finito di spogliarlo, si fermò a guardarlo. Non gli
era mai parso tanto indifeso, come in quel momento. Sentì il cuore
scoppiargli: l'amava. Amava lui e nessun altro e per nessuno sarebbe stato
così. Mai!
Si spogliò velocemente, lo spinse nella cabina, entrò anche
lui, girò i rubinetti precipitosamente, tentando di miscelare l'acqua.
"Va bene così? È gelata?"
Il getto d'acqua cadde freddo per qualche secondo, facendoli
rabbrividire, poi diventò troppo calda. Finalmente riuscì a regolare
la temperatura, rendendola tiepida. Allora prese ad insaponarlo,
l'accarezzò, fece correre le mani lungo il corpo che ormai toccava come
fosse il proprio, le passò sui capelli setosi che bagnandosi si erano
attaccati alla fronte, sul volto che amava, sul collo e le spalle e fino al
ventre. Poi, più giù, le mani accarezzarono le cosce, risalendo fino
alle ascelle. Ridiscesero alla rotondità simmetrica delle natiche e non
poterono fermarsi, andarono a cercare la sensazione della loro prima volta.
Avevano reagito insieme a quelle carezze, eccitandosi.
Niki finalmente si scosse e gli prese il sapone dalle
mani. L'emozione di essere accanto all'innamorato di sentirsi accarezzare
era stata più forte delle ansie che quella sera gli avevano confuso la
mente. Chiuse gli occhi, li riaprì e concentrò tutti i pensieri sul
suo compagno, che era nudo accanto a lui. Percorse su quell'altro corpo lo
stesso cammino che le mani di Mauro avevano seguito sul suo.
Poi si fermò, perché si guardassero. Si abbracciarono stretti e
incominciarono a muoversi sempre più velocemente, fino a godere. Niki
emise un lungo sospiro. Mauro lo strinse a sé, abbracciandolo,
baciandolo, coprendolo, proteggendolo dall'acqua che cadeva e da tutto ciò
che li circondava, dal mondo e dalla vita che li stava provando. Attese,
ascoltò il suo cuore, l'udì calmarsi. Niki sospirò. Tenevano gli
occhi chiusi, se ne stettero con il capo appoggiato sulla spalla
dell'altro.
Lo tirò fuori dalla doccia, l'avvolse con l'accappatoio,
stringendolo e accarezzandolo.
Niki attese che l'asciugasse completamente e poi si lasciò
accarezzare, baciare.
Quando riaprì gli occhi, gli rivolse un sorriso triste, per
rassicurarlo. Anche questa volta era passata.
Quando uscirono dal bagno, c'era la mamma ad attenderli. Non le era
sfuggito il dramma che si stava svolgendo quella sera.
"Mauro, accompagna Niki a letto. Credo abbia bisogno di dormire e
assicurati che si addormenti" poi si avvicinò a Niki, lo accarezzò e
lo baciò sulla fronte. Niki, mettendo da parte per una volta la sua
riservatezza, le si avvicinò ancora. Quell'altra mamma comprese e lo
abbracciò.
"Buonanotte, signora. Cercherò di dormire, ne ho proprio bisogno."
Se ne andò in camera e, indossato il pigiama, si infilò nel
letto di Mauro chiudendo gli occhi. Mauro cominciò a baciarlo ed
accarezzarlo sulle guance, sulla fronte, sugli occhi. Continuò finché
non si rese conto che si era assopito.
Indossò il pigiama e raggiunse sua madre sul divano nella
biblioteca, mentre il papà, seduto alla scrivania, era assorto in
qualche lettura e pareva non essersi neppure reso conto del suo arrivo.
Era arrivato il momento di confidare ai suoi genitori tutto di sé
e di Niki, di rivelare il suo segreto. Non aveva mai temuto questo momento,
anche se molte volte aveva rimandato la sua decisione. E se ora finalmente
stava per farlo, era perché non aveva potuto consolare Niki come avrebbe
voluto. Aveva avuto vergogna ad abbracciarlo e baciarlo davanti alla mamma,
mentre avrebbe dovuto farlo, perché Niki era davvero disperato.
Sua madre lo aspettava, sapeva già, aveva capito, che lui voleva
parlargli. Aveva sentito piangere Niki troppe volte negli ultimi giorni ed
era preoccupata per il ragazzo, ma aveva anche intuito della crisi di Mauro
qualche sera prima, ed anche per questo era decisa a farsi raccontare da
lui tutta la storia, ma proprio tutta.
"Niki dorme?"
Fu così insolitamente parca di parole che Mauro fu un po'
disorientato. Allora le buttò le braccia al collo e le appoggiò la
testa sul petto, come aveva sempre fatto da piccolo e come non faceva da
qualche anno ormai. Ed ora erano là, in quell'abbraccio affettuoso,
anche se era diventato parecchio più alto di lei.
Parlò a voce bassa, non perché suo padre non dovesse
ascoltarlo, ma perché quello che doveva dire era ancora così
difficile per lui che quasi gliene mancava la forza. Ne parlava alla mamma,
ma sarebbe stato come confidarsi col papà, perché anche i suoi
genitori, come lui e Niki, erano una persona sola.
"Mamma, io voglio bene a Niki. Gli voglio molto bene. Lui per me è
diventato importante. Rappresenta tutta la mia vita e così sono io per
lui."
Lo disse tutto d'un fiato e, mentre parlava, le accarezzava la faccia
com'era abituato a fare quand'era ancora piccolo. Come aveva fatto tutte
quelle volte in cui aveva sentito di volerle tanto bene, tanto da avere
voglia di piangere. Ormai era diventato grande, ma il suo rapporto con la
mamma non era cambiato ed ora gli consentiva di metterla a parte di questa
storia che per lui era così affascinante e complicata.
"Mauro, stai dicendo cose bellissime, ma ne sei sicuro? Le pensi
veramente?"
"Si, mamma!" si raddrizzò a guardarla, sorpreso da quella specie
di mancanza di fiducia "Io non sono un bambino, sono un uomo e il mio è
un amore vero. Io soffro quando Niki soffre e vorrei piangere quando lui
piange. L'operazione di sua madre mi addolora come al suo posto ci fossi
tu. Niki ne ha parlato ai suoi genitori e sua madre gli ha detto che quello
che ci è accaduto è una cosa bellissima e che sarà sempre
orgogliosa del nostro amore, di Niki e di me, gli ha risposto proprio
così! E anche papà ci ha visti tenerci per mano e non ha detto
nulla."
Suo figlio era forse ancora un bambino, forse era anche un po'
ingenuo e le faceva tanta tenerezza, ma era certamente già grande e
maturo, questo era indubbio. E amava Niki, che era un ragazzo come lui.
"La mamma di Niki aveva ragione e tuo padre, come al solito, ha fatto
bene, ma tu devi promettermi di essere prudente. Promettimi che mi
racconterai ancora di voi due e che, se dovesse accadere qualcosa, me ne
parlerai, come hai fatto adesso. Promesso?"
Mauro le fece di si con la testa e le mormorò: "Mamma, era tanto
tempo che pensavo queste cose, ma non sono mai riuscito a parlarvene. Poi
Niki mi ha aiutato a capire... e ho scoperto che gli volevo tanto bene!
Stasera volevo abbracciarlo, perché era triste dopo la telefonata, ma
non potevo farlo. Avevo vergogna di voi, perciò ho deciso che dovevo
dirvi tutto, che non dovevo più aspettare. Non sei dispiaciuta, mamma?"
Pure con tutti i libri che aveva letto, si sentì disperatamente
inadeguata a dare risposte a suo figlio in quella situazione. Dispiaciuta
lo era. Ma come dirglielo? Lo baciò, l'accarezzò, se lo strinse fra
le braccia.
"Anch'io sono orgogliosa di voi. Anch'io. Che pensavi?" riuscì a
dire, prima di sentirsi commossa, preoccupata, angustiata da quella
conferma alle sue inquietudini.
Anche Mauro era senza parole, ma felice e sollevato per aver
finalmente parlato e perché la mamma l'aveva confortato.
"Buonanotte, mamma" disse alzandosi.
Poi andò a baciare suo padre e se ne tornò nella sua camera,
ormai certo d'avere la benedizione dei suoi genitori.
La mamma invece sollevò la testa e guardò suo marito che ora la
stava fissando.
Si sentiva stordita, anche se era cosciente del cambiamento occorso
in Mauro, non si aspettava, comunque, un ragionamento così sincero e
convinto, già adulto, dal ragazzo, soprattutto in considerazione della
sostanziale immaturità degli altri figli che, a venti e diciotto anni,
cercavano ancora di capirsi e di farsi capire.
Ma Mauro era diverso dagli altri due. Mauro era Mauro. Lei e suo
marito lo sapevano molto bene. L'eccezionalità di quel figlio l'avevano
compresa da molti anni e l'avevano coltivata con amore e dedizione. Era
prevedibile, si disse, che lui li sorprendesse anche negli
affetti. Naturalmente, era possibile che il ragionamento fatto fosse un
ripetere concetti assorbiti da Niki, che era più equilibrato, forse più
maturo, più cosciente di sé, ma la natura dell'argomento e la
conoscenza che la madre aveva del carattere di suo figlio, testardo e duro
con se stesso, le lasciavano poche illusioni sulla convinzione con cui
erano state dette quelle frasi e sulle possibilità che potesse
ripensarci e orientare la sua preferenza su una donna.
Certo, in futuro, nulla impediva che un ragazzo di quindici anni
potesse cambiare i suoi gusti in fatto di sesso, pensò per un momento,
cercando di consolarsi. Ma non Mauro, non suo figlio, si ripeté, e
ricordò un fatto un po' buffo. Fin da quando era molto piccolo non si
riusciva a fargli fare nulla che lui non approvasse e infatti nessuno era
mai stato in grado di fargli assaggiare l'ananas da quando, ne aveva fatto
indigestione. Le scelte di carattere sessuale erano ovviamente qualcosa di
molto più importante che l'avversione per un frutto, ma non aveva alcun
dubbio sulla tenacia di quel figlio nel perseguire le proprie idee. Poi gli
venne in mente anche un'altra fissazione di Mauro, il quale non aveva più
rivolto la parola alla cuginetta che una volta, una sola volta, gli aveva
tirato giù il costumino al mare, quando lui aveva cinque anni.
Non avrebbe cambiato né idea, né gusti, poteva giurarci, non
suo figlio. Perciò incontrando lo sguardo di suo marito che aveva
interrotto la lettura del suo libro, si apprestò a raccontargli tutta la
storia.
"Carlo, nostro figlio ama Niki, me lo ha appena detto. Mi ha
confidato che è innamorato."
"Te ne ha parlato finalmente, l' avevo immaginato. Li ho osservati
molto in questi giorni, effettivamente è un po' che si guardano come due
fidanzatini. Pensa che una volta, credo sia stato la scorsa settimana, li
ho visti tenersi per mano. Loro non mi pare che l'abbiano notato."
"E invece ti hanno visto benissimo."
Quando tornò nel tunnel, s'accertò che Niki dormisse
ancora. Fortunatamente era riuscito a scivolare in un sonno che pareva
tranquillo. Lui, invece, non aveva voglia di dormire, anzi, aveva proprio
bisogno di pensare.
Fin da quando era piccolo, in certe situazioni, in certi momenti, si
fermava e pensava, analizzando con calma ciò che gli era attorno. Non
ricordava quando fosse stata la prima volta in cui s'era seduto da qualche
parte e si era tanto estraniato dalla realtà da spaventare i suoi
genitori. E, molte altre volte da allora, la mamma o il papà l'avevano
sorpreso con gli occhi spalancati e completamente assente, caduto in una
specie di trance, perché era lontano con la mente e pensava a qualcosa
di avvincente o, semplicemente, di interessante. In ogni caso, quei
pensieri erano molto concreti, più di quanto immaginassero i suoi
fratelli, che spesso lo prendevano in giro, oppure la mamma e il papà
che non approvavano per niente quelle fantasie.
Gli piaceva molto 'pensare', andarsene lontano con la mente. E quando
sceglieva di farlo, se qualcuno lo richiamava alla realtà, lui si
mostrava sempre dispiaciuto e contrariato, anche se sapeva che il suo
'pensare' qualche volta poteva spaventare i genitori. Gli piaceva quasi più
che giocare con Sergio, con Michele e con gli amici che s'era fatto andando
a scuola. Se però doveva scegliere fra giocare e pensare, decideva
sempre di andare a divertirsi con gli amici.
Queste specie di meditazioni, oppure di estasi, come le aveva
chiamate suo padre, naturalmente spiegandogli il significato della parola,
avevano molto preoccupato la mamma che le aveva comprese e accettate solo
dopo che lui gliene aveva dato una interpretazione molto precisa. E l'aveva
fatto con una lucidità straordinaria per la sua età. Alla mamma,
comunque, non era mai piaciuto che un bimbetto di quattro o cinque anni
'pensasse', perciò, ogni qualvolta lo coglieva incantato a guardare un
punto lontano in cielo o in terra, lo richiamava alla realtà, anzi, come
diceva lei, 'lo svegliava' ordinandogli 'di ripiegare i suoi pensieri e
metterli in tasca'. Lui allora, ubbidiente, li riponeva e attendeva di
poterli riprendere. Aveva scoperto che pensare ad occhi chiusi, di sera,
prima d'addormentarsi, era più bello e più proficuo, perché
nessuno avrebbe potuto interromperlo e disturbarlo, perciò, quando la
mamma o il papà lo mettevano a letto e prima che gli dessero il bacio
della buonanotte, lui candidamente chiedeva: "Ora posso pensare?". E la
mamma, commossa dalla sua ingenuità, lo baciava e l'incoraggiava
mormorandogli: "Ora puoi pensare, Pisellino. Buonanotte!"
Lui allora prendeva dalla tasca tutti i pensieri che aveva riposto
durante la giornata e pensava. Pensava e sognava.
Crescendo non aveva perso l'abitudine di fermarsi a riflettere, anche
se ora non chiedeva più ai genitori il permesso di farlo. Quella
consuetudine gli consentiva un approccio sempre più meditato alla realtà
della sua vita. I momenti in cui si dedicava a questa speciale pratica
erano, per abitudine, quelli che precedevano il sonno.
E da quando nei suoi sogni c'era Niki, anzi, da quando il suo
compagno gli era proprio accanto, spesso abbracciato a lui, Mauro non aveva
quasi più 'pensato' prima di addormentarsi. Ora, però, voleva pensare
e credeva di averne un ottimo motivo. Ed era che da un mese e mezzo sulla
sua vita si era abbattuto un uragano sotto forma di un ragazzino biondo e
affettuoso che aveva cambiato la sua vita, trasformandola in un sogno e in
un gioco appassionanti. Ma, oltre che a Niki, voleva pensare a sua madre
che aveva appena accolto con molta filosofia la notizia del suo
innamoramento per un ragazzo e quindi della sua omosessualità.
Omosessualità! Chi ci pensava a quella parola fino a poco tempo
prima? Anche se ricordò a se stesso che già da almeno un anno
comprendeva abbastanza quello che sentiva di essere, pur non avendo mai
avuto il coraggio di dare neppure un nome a quella speciale inclinazione.
Si avvicinò a Niki fino a sfiorargli la fronte con le labbra. Gli
parve troppo calda: forse aveva un po' di febbre. Niki dormiva, ma era un
sonno agitato.
Pensò che, in un momento come quello, forse avrebbe dovuto
pregare.
Fino a qualche settimana prima avrebbe trovato abbastanza naturale
farlo. La mamma di Niki stava per essere sottoposta ad un difficile
intervento chirurgico e lui amava Niki, quindi amava anche la sua
mamma. Prima che accadesse tutto quello che gli stava capitando avrebbe
certamente pregato, ma ora poteva farlo? Da quando aveva scoperto d'essere
gay, non sapeva se poteva ancora rivolgersi al dio dei cristiani o a
qualche altra divinità.
Una volta con suo padre avevano parlato del fatto che la chiesa
cattolica non ammetteva i gay tra i suoi fedeli, ma lui pensò che
dovesse ugualmente pregare Dio, perché la mamma di Niki potesse guarire.
Si inginocchiò davanti al letto e pregò.
Con la faccia fra le mani, bisbigliò più volte: "Ti prego, Dio,
fai che guarisca. Ti prego, Dio, non farla morire."
Ma mentre ripeteva queste parole, si rendeva conto di quanto poco
valore potessero avere quelle giaculatorie. Da qualche tempo, omosessualità
o meno, aveva smesso di credere nell'esistenza di Dio.
In quel momento, però, inginocchiato davanti al letto in cui
giaceva addormentato Niki, capì d'averlo ritrovato.
Aveva trovato un altro dio in cui credere ed era là, davanti a
lui, con gli occhi chiusi. Non aveva mai pensato a Niki come ad una
divinità, ma Niki era dio, così come un bambino può credere che la
sua mamma sia una dea scesa in terra solo per lui. Niki era divenuto
dio. Una volta un prete gli aveva detto che Dio è la ragione stessa
della vita e, questo era vero, perché lui ormai viveva soltanto per
Niki.
Se ne stava sempre inginocchiato, davanti al letto e, in quella posa
di penitenza, continuò con i suoi pensieri fin quasi ad assopirsi, ma la
posizione scomoda lo riportò alla realtà. Si rialzò e andò a
baciare Niki sulla fronte.
"Tu sei un dio in terra" mormorò a quegli occhi chiusi, sfiorando
la fronte con le labbra "Il mio Dio! Lo sai?" e gli sorrise, come se Niki
potesse ascoltarlo o vederlo.
Per non disturbarlo entrò nell'altro letto e si addormentò
immediatamente, nonostante l'ansia che provava per Arleen, perché si
sentiva pervaso da un senso di serenità. Era certo che alla mamma di
Niki non sarebbe accaduto nulla, non poteva accaderle altro che di guarire
e gioire della felicità che Niki assieme a lui sarebbe riuscito a
regalarle. Ed ora sapeva che anche i suoi genitori sarebbero stati degli
alleati formidabili nel loro futuro.
Senza ancora saperlo, con i suoi pensieri, aveva collocato il suo
amore per Niki in una sfera ancora più alta della sua mente. Quella
passione assoluta era andata ben oltre la ragione, in un'area ormai
impenetrabile alle vicende della vita.
La giornata successiva fu nervosa. Niki, incerto fino all'ultimo,
decise d'andare a scuola, ma in classe fu lontano, distratto. Per quel
giorno parlò pochissimo e lo fece soltanto con Mauro.
Nel pomeriggio, durante le ore in cui sapeva che la mamma era sotto i
ferri del chirurgo, si mosse come un animale in gabbia. A Mauro fece venire
in mente i furetti, visti allo zoo qualche tempo prima. Si muoveva dalla
scrivania, dove insieme tentavano di studiare, alla finestra. Di là
guardava fuori, agli alberi le cui cime si scorgevano oltre il balcone, poi
andava a prendere un libro dagli scaffali e lo riponeva capovolto, proprio
lui che qualche sera prima aveva risistemato tutta una mensola, collocando
i libri in ordine alfabetico.
Più tardi, fortunatamente, andò a trovarlo l'insegnante
d'inglese che veniva a consolare il suo allievo prediletto e molto
agitato. I due parlarono per parecchio tempo e il potersi esprimere in
inglese fu un calmante prodigioso per Niki che finalmente si sedette, fece
merenda, perché a pranzo non aveva mangiato quasi nulla, e dopo riuscì
anche ad assopirsi.
La tensione risalì durante la serata, quando iniziò l'attesa
della telefonata. Mauro pregava tutti gli dei del suo olimpo perché non
arrivassero altre telefonate se non quella che tutti attendevano con tanta
ansia, invece il telefono squillò diverse volte per motivi che, quella
sera, tutti giudicarono inopportuni. Alle undici, quando Niki era ormai
certo di trascorrere una notte in bianco e Mauro, che non l'aveva lasciato
neppure per un momento durante la giornata, s'era addormentato sul divano,
squillò il telefono. Da come suonò tutti dissero d'avere capito che
quella era la telefonata tanto attesa. Le notizie erano confortanti,
l'intervento era riuscito ed ora c'era solo da attenersi ad una attenta
convalescenza. Il pericolo pareva passato.
Niki, dopo aver ricevuto quelle notizie rassicuranti, passò il
telefono al papà di Mauro, poi s'appoggiò al muro e chiuse gli
occhi. L'ansia di quelle giornate pareva averlo svuotato. Si sentì
improvvisamente debole e se Mauro non l'avesse sorretto, sarebbe caduto per
terra, per come si sentiva stanco.
Mauro, invece, era entusiasta ed aveva forza per tutti e due. Gli
stampò due baci schioccanti sulle guance, e questo servì, se non a
dargli vigore, almeno a farlo arrossire un po'.
Ma non era tutto. Mauro si guardò intorno e si decise. Prima o poi
doveva accadere, non era possibile che dovesse farlo sempre di nascosto. Lo
baciò sulle labbra, con tenerezza, sotto lo sguardo incuriosito di suo
padre che era ancora al telefono a parlare con l'altro papà.
Se ne andarono a letto dopo un poco, non appena riuscirono a calmare
l'euforia che era seguita alla telefonata e quando furono nella loro
camera, chiusa la porta, s'abbracciarono stretti e si baciarono ancora.
Erano elettrizzati, ma esausti. Niki cascava dal sonno e a Mauro si
chiudevano gli occhi. Al buio si svestirono e indossarono i pigiami. Niki
si diresse verso il letto di Mauro e ci entrarono insieme, quasi senza
sciogliersi dall'abbraccio.
"Niki, ieri sera ho parlato a mamma di noi due, le ho detto che
stiamo insieme, che ci vogliamo bene" gli mormorò, mentre con le labbra
gli sfiorava la guancia e Niki l'accarezzava tra i capelli.
"Io le voglio bene come se fosse mia madre. Ed anche tuo padre è
eccezionale."
"Sai, Niki, mi ha detto che è orgogliosa di noi" e la sua voce
quasi si perse nel sonno.
Niki si voltò verso di lui e lo strinse, poi gli fece correre le
mani lungo le spalle e poi più giù. Mauro trattenne il fiato,
improvvisamente sveglio:
"Se non avessi il sonno che ho, t'insegnerei un gioco" disse Niki, ma
anche la sua voce era sognante e già lontana.
"Buonanotte, amore. Me l'insegnerai domani o un altro giorno, perché
io resterò sempre con te!"
Mauro spinse la mano di Niki, perché lo stringesse di più e poi
si rannicchiò nell'abbraccio dell'amico. Un momento dopo dormivano.
Niki si svegliò presto. Dopo tanti giorni d'ansia, era ancora
inquieto. Durante quelle settimane il pensiero della mamma, la nostalgia
che provava per lei e per il papà, gli avevano impedito di riflettere
sui fatti eccezionali che gli stavano accadendo. Lui non aveva la fantasia
di Mauro e, quando pensava, le sue meditazioni non si trasformavano mai in
estasi. Anche a lui però, piaceva fermarsi qualche volta a fare
considerazioni su ciò che gli accadeva attorno.
Si mosse un po', senza disturbare il compagno che dormiva ancora,
tranquillo, nello stesso letto. Anzi, era lui che si trovava nel letto di
Mauro. Il suo innamorato era girato su un fianco, voltato verso di lui, con
la testa appoggiata in parte sulla sua spalla. Si chiese come potessero
essersi adattati a dormire in un solo letto, loro due, ragazzi già
grandi. Eppure da molte notti succedeva così, uno si infilava nel
proprio letto e l'altro lo seguiva. Per lui era un'abitudine presa con
Stephan, loro dormivano sempre insieme quando erano piccoli. E poi, quando
si erano ritrovati quell'estate, già cresciuti, avevano tentato di farlo
ancora, ma non era stato com'era una volta, quando, prima di addormentarsi,
si raccontavano tutti i loro segreti e le storie fantastiche. Quell'anno,
quell'estate, qualche volta, dopo aver fatto l'amore, avevano provato a
restare nello stesso letto, ma Stephan aveva cominciato a muoversi, a
sbuffare e, il più delle volte, dopo un po', se n'era andato. Con Mauro,
invece, non accadeva questo, ogni movimento, fatto nel sonno o da sveglio,
teneva conto della presenza dell'altro. Come ci riuscissero, lui non lo
capiva proprio, anche se, pensò, a quella domanda, come a molte altre
che avrebbe potuto porsi, c'era una sola risposta. Si ricordò di un
verso della Divina Commedia e, pur sapendo che Dante si riferiva ad un
altro tipo d'amore, trovò vero che fosse 'l'amor che move il sole e
l'altre stelle' all'origine di tutti quei misteri. Quel verso gli piaceva
tanto, anche se non c'entrava proprio nulla con il loro amore particolare
che, come diceva Mauro, era anche un peccato mortale.
In ogni caso, si sentì particolarmente soddisfatto e finanche
fiero della pertinenza di quella citazione e d'aver dato un'accezione
poetica al loro amore. Gli venne da ridere. Lui sorrideva spesso di sé,
gli piaceva molto prendersi in giro, Mauro, invece, qualche volta si
prendeva troppo sul serio.
Lo guardò.
Presto sarebbe stato il suo compleanno, proprio il giorno precedente
alla loro partenza. L'avrebbero festeggiato degnamente anche perché lui
aveva in mente un regalo eccezionale che, ne era convinto, a Mauro sarebbe
piaciuto molto. Dopo quella festa speciale, ci sarebbe stato il volo per
l'America, verso la mamma e il papà, ma anche per rivedere il nonno e
poi per capire quello che era veramente accaduto a Stephan.
Mauro non doveva temere nulla. Il sentimento nei confronti di Stephan
era tornato ad essere soltanto amore fraterno, anche se forse Stephan
avrebbe avuto bisogno di molto aiuto. Ne era certo, anzi, temeva molto
quell'intima e spiacevole sensazione che provava ogni volta che pensava al
cugino, e ricordava la richiesta di aiuto che aveva ricevuto quella sera.
Povero Stephan, che certamente non aveva una persona come Mauro ad
aiutarlo.
Gli accarezzò una spalla. Pensò alla sua vita, a com'erano
lontani i giorni in cui si sentiva galleggiare in quel vuoto che lo
spaventava. Mauro l'aveva riempito con il suo affetto, con tutte le premure
che aveva per lui. Ed insieme aveva ridato valore a tutta la sua
esistenza. Da quando c'era Mauro, aveva compreso meglio tutte le persone
che lo amavano ed aveva collocato tutti quegli affetti ciascuno al suo
posto, in una scala di valori. Per primo veniva lui, il suo innamorato, la
persona per cui desiderava vivere, quella cui pensava in ogni momento e che
sperava d'avere al suo fianco in ogni istante del proprio futuro. E poi
Stephan, ora erano legati soltanto da un vincolo di fratellanza, perché
la parentesi fisica del loro rapporto s'era chiusa per sempre. Ricordò i
loro amplessi, le volte in cui avevano fatto l'amore, ma quello era il
passato, il suo presente gli appoggiava la testa sulla spalla e gliela
schiacciava procurandogli un intorpidimento e un dolore che decise, come
prova con se stesso, di sopportare.
Mauro gli posò il braccio sul petto, forse sognava. Non erano le
sei e fuori era ancora buio. Forse, sperò, Mauro sognava di lui, si
chiese quale esattamente fosse l'immagine che l'amico aveva di lui, si
ripromise di chiederglielo appena svegli.
Pensò a quanto fosse incredibile che l'avesse notato, chissà
perché, proprio lui, il biondino insignificante e troppo alto che tante
volte aveva creduto di essere. Mauro invece era bello, alto quasi quanto
lui, ma più vigoroso, più atletico, e poi era intelligentissimo, un
genio. Era leale, dolce e qualche volta scontroso, ma solo poche volte. E
poi era tanto innamorato. Si sentì orgoglioso di poter affrontare il
mondo accanto ad una persona come lui.
C'erano anche i suoi genitori in Italia e il nonno in America. Li
amava e naturalmente quello era un amore diverso, filiale. Sapeva che loro
gli avrebbero dato tutto l'aiuto di cui avesse avuto bisogno. Infine
c'erano i genitori di Mauro, aveva imparato a volergli bene, perché
avevano compreso la natura del loro rapporto e se prima non l'avevano
osteggiato, poi l'avevano addirittura favorito. Ne era certo, avrebbero
combattuto uniti perché il mondo li accettasse per ciò che erano e
non se ne sarebbero lasciati intimidire.
Con quest'idea bellicosa e con il sorriso sulle labbra, pensando alle
suffragette, ai loro cappelli buffi, sognando una città d'inizio secolo
che forse era Londra, si riaddormentò.
Alle sette e mezza, quella mamma che Niki considerava ormai un poco
anche sua, li svegliò, trovandoli abbracciati in un groviglio di braccia
e di gambe, con l'annuncio che mancavano esattamente sette giorni alla
partenza fissata per il sabato successivo, in aereo, proprio a quell'ora.
"Svegliatevi poltroni" gridò dalla porta "è proprio tardi. Vi
toccherà farla di corsa e senza colazione!"
Mentiva, perché era ancora abbastanza presto. Ma i due, non avendo
un orologio a portata di mano, le credettero. Saltarono fuori del letto,
scappando nell'unico bagno di casa, miracolosamente libero a quell'ora.
"A quando è rimandato quel gioco di cui biascicavi stanotte?"
Mauro s'era messo dietro Niki che stava ancora lavandosi i denti
davanti al lavandino. Guardava fisso il suo riflesso nello specchio e i
loro sguardi s'incontrarono.
"Entro oggi voglio giocarlo!" lo minacciò.
Facendo gli occhi spiritati, afferrò Niki per i fianchi,
affondandovi le mani e facendogli un solletico terrificante. L'effetto di
quella manipolazione fu moltiplicato dal fatto che Niki aveva la bocca
piena di dentifricio. Naturalmente finirono per terra cercando d'afferrarsi
e di immobilizzarsi, sconvolti da una risata incontenibile. Fecero anche un
po' di rumore. Dalla cucina allora giunse la voce della mamma. E quello,
come Mauro ben sapeva, era un avvertimento che non era prudente ignorare.
Quel giorno il tempo della scuola volò via senza lasciar traccia
né nella loro cultura, né sulle pagelle. Era sabato e uscirono
un'ora prima del previsto. S'incamminarono nel sole di mezzogiorno, con i
compagni, verso i giardini pubblici.
Niki era tornato al mondo dopo essersene allontanato ed assieme a lui
era ricomparso anche Mauro. L'incubo, sempre presente nella sua vita,
pareva essersi finalmente dissolto e poteva riprendere a vivere.
Potevano finalmente pensare al loro viaggio in America, argomento,
per scaramanzia, mai affrontato durante quei giorni.
Erano un gruppo molto nutrito, quasi mezza classe, e con loro c'erano
anche alcune ragazze. Una di queste, proprio quella Roberta che aveva
attentato alla virtù di Mauro l'anno prima, prese Niki a braccetto e gli
disse:
"In America chissà quante conquiste farete voi due, carini come
siete!"
A Niki sembrò che, da dietro, le altre ragazze bisbigliassero,
anzi, quasi ridessero. Non comprese il motivo di quella ilarità, poi gli
parve di capire che Roberta gli avesse appena detto una cattiveria. Se ne
convinse subito e si sentì ferito, quella era una malignità, detta
per ferire lui e soprattutto Mauro.
Questo lo fece infuriare.
Mauro era lontano e non aveva notato nulla. Lo sentiva, dietro di
sé, discutere animatamente con gli altri ragazzi, ai quali s'era
finalmente concesso dopo molti giorni di completo isolamento.
Niki era impreparato ai rapporti con le persone che non amava. Non
sapeva trattare con gli altri in genere e con le donne, le ragazze, in
particolare, perciò rispose con asprezza ad una battuta che certamente
era stata detta con noncuranza e senza alcuna voglia di ferire.
Sibilò la sua risposta a bassa voce e con uno sguardo così duro
che gelò la ragazza:
"Puoi star certa che le conquiste che faremmo, se solo ne avessimo
voglia, vi farebbero impallidire e vergognare del vostro aspetto."
Lasciò la poverina incredula, in mezzo alle compagne, e raggiunse
gli altri. Era furente e Mauro lo capì guardandolo, anche se non riuscì
a spiegarsi cosa avesse potuto farlo tanto arrabbiare. Glielo chiese con
gli occhi, ma gli fece cenno che non era nulla, che ne avrebbero parlato
più tardi.
Le ragazze, intanto, bisbigliavano tutte insieme e lui le cancellò
con un clic dai propri pensieri, se mai c'erano state.
Quando, sulla via di casa, furono finalmente soli, Mauro lo prese
sottobraccio.
"Insomma, vuoi dirmi che cos'è accaduto e perché hai tentato di
fulminare Roberta con lo sguardo ogni volta che quella poverina entrava nel
tuo campo visivo?"
"Le donne sono tutte stupide e le nostre compagne, in particolare,
sono fra i peggiori esemplari di quella specie!"
Mauro sogghignò.
"Questo lo sapevo già, ma si può sapere che cosa ti hanno
detto? Ti ho sempre raccomandato di stare attento, quelle hanno la lingua
biforcuta!"
"Anch'io..." e gli raccontò tutto.
Mauro, pur ridendo per tutta la storia e per la rispostaccia che era
sfuggita a Niki, vide parte dei suoi timori confermati. Si rese conto che
il problema che aveva intuito si presentava prima di quanto avesse temuto e
tentò si spiegarlo al compagno:
"Niki, la nostra non è un'amicizia normale. Si vede e salta agli
occhi di chi ci guarda."
"Ma perché dirmi così? È stata una cattiveria! Che gusto
c'era?"
Era qualcosa che Niki non riusciva a spiegarsi e che Mauro, più
avvezzo ai rapporti con persone diverse dai propri parenti, comprendeva più
di lui.
"È stato solo per il gusto di dire qualcosa d'originale. Forse ti
ha offeso, ma sono certo che non l'ha fatto con intenzione. Dopo tutto noi
due stiamo per andare in America e tutti loro, per Natale, resteranno qua.
Oppure l'ha fatto perché ce l'ha ancora un poco con me" e si bloccò,
guardandolo fisso, poi gli chiese: "Ti ho mai detto che con quella m'ero
quasi fidanzato l'anno scorso? Poi le ho raccontato una balla: che avevo
avuto una delusione... e fortunatamente è tutto finito."
E si mise a ridere per il ricordo di quella storia e per l'idea che
gli era venuta quella sera fredda e buia, in campagna. Un'avventura che era
ormai tanto lontana che quasi stentava a ricordarla. Riuscì così a
strappare un sorriso anche a Niki che, dimenticata la presunta offesa che
aveva subito, ora lo guardava con occhi che a Mauro parvero famelici più
che semplicemente incuriositi.
Aveva accennato alla sua relazione, ma non gliene aveva mai
raccontato i particolari. Quell'avventura era finita assieme a molti altri
ricordi nella sua 'vita di prima', come aveva preso a chiamare, con gran
diletto di Niki, i primi quindici anni della sua esistenza. Ora era
finalmente giunto il momento di raccontargli tutto e sapeva che, finché
non l'avesse fatto, Niki l'avrebbe messo in croce.
Infatti quello cominciò a incalzarlo.
"Com'è stata questa delusione? Dai... racconta tutto! Questo non
me l'avevi mai detto. Forse non ne hai avuto il coraggio. È stato
perché..." e si bloccò. Finse di pensare, di concentrarsi su qualcosa
e poi sbottò "Quindi, la prima volta che facemmo l'amore, non eri
vergine!"
Niki rideva e lo tormentava, tirandogli pizzicotti al braccio e sul
fianco, facendogli il solletico.
Per il gran ridere Mauro non controllò più la propria voce e
quasi gridò, nella strada gremita di passanti: "Certo che ero vergine!"
Ebbe l'impressione che si creasse un silenzio magico e che, per un
momento, anche le macchine che passavano, avessero accolto con rispetto la
sua affermazione, facendo tacere i tubi di scappamento. Arrossì
violentemente. Niki, invece, appoggiato ad un muro, si teneva la pancia dal
troppo ridere:
"Alla fine avrò un infarto e mi opererò anch'io al cuore se
continuerò a ridere così" riuscì a dire dopo qualche minuto, ma
Mauro lo afferrò per trascinarlo via il più velocemente possibile,
guardandosi intorno per controllare quanti, fra quelli che avevano sentito
la sua dichiarazione di status sessuale, lo conoscessero abbastanza da
apprezzarla.
"Non c'è proprio niente da ridere" Mauro cercava di darsi un
contegno, senza riuscirci troppo "poteva capitare anche a te!" poi, cedendo
alle insistenze di Niki e per accontentarlo, gli raccontò tutta la
storia del suo presunto flirt con Roberta.
Per il momento quella piccola avventura non ebbe seguito. In quei
giorni c'era ben altro nelle loro vite che badare a quelle oche, pettegole
e invidiose, come le chiamava Niki.
Andare in America a quindici anni è un evento importante. E lo è
ancora di più andare a rivedere la propria madre per la cui vita si era
temuto. Furono giustamente questi e solo questi i pensieri che tornarono ad
occupare le loro menti durante quella giornata ed anche nella settimana
successiva.
Quel pomeriggio erano d'accordo che, appena finito di studiare, se la
sarebbero filata per stare un po' da soli, ma la villotta divenne
irraggiungibile, perché cominciò a piovere. Tutti e due volevano
riprendere il gioco e per farlo avevano bisogno di molta intimità. La
casa era, al solito, movimentata come un porto di mare. Michele studiava
con due compagni nel tunnel, la mamma e il papà tenevano lezioni private
in due angoli della biblioteca. Loro due avevano appena finito di studiare
sul tavolo della cucina.
Chiusi i libri e sbirciato fuori dalla finestra per convincersi che
quella che cadeva era proprio pioggia, restarono a guardarsi negli occhi un
po' sconsolati, finché a Mauro non venne un'idea.
"E se andassimo a casa tua? Hai le chiavi, no?"
Non ci avevano pensato. Poco lontano c'era un appartamento tutto a
loro disposizione e stranamente nessuno dei due aveva ancora considerato
quella possibilità. Niki chiuse gli occhi e parlò, ispirato.
"Un genio. Tu sei il mio genio!" poi, mormorando e coprendosi la
bocca con la mano, disse con aria da cospiratore "E con che scusa pensi che
potremmo andarcene?"
"Non saprei, mio Aladino. E se uscissimo dalla finestra? Non dovremmo
dare spiegazioni a nessuno e là fuori troveremmo il mio tappeto volante
pronto a portarci ovunque tu comandi."
"Non sei più il mio genio! Non vedi che piove? Ci bagneremmo!"
"Mai stato sul tappeto volante con l'ombrello?" rispose Mauro
serissimo.
Niki non ce la fece più e scoppiò a ridere.
"Noi non abbiamo il tappeto volante, perché tu sei un genio da
quattro soldi. Se uscissimo dalla finestra, ci toccherebbe saltare, ma,
poiché siamo al quinto piano, non ce la faremmo."
Mauro con l'indice gli toccò la punta del naso.
"Tu sei un Aladino che non sa neanche esprimere i desideri!"
"E tu non riusciresti a saltare, perché sei ingrassato,
appesantito e invecchiato!" poi Niki lo guardò fisso, come ipnotizzato
"Genio, il mio desiderio è che tu esprima un desiderio!"
"Corriamo a casa tua!"
"Allora sei davvero curioso?"
"Si!" era davvero terribilmente curioso di scoprire quali altri
giochi avrebbero potuto fare insieme. Sentiva salire dentro di sé
un'eccitazione e un'aspettativa così forti che quasi temeva di provare
una delusione "Naturalmente ho paura del buio e..." si bloccò.
"E...?"
Mauro arrossì, perché stava per dire una cosa che un po' lo
imbarazzava, ma dopo tanti giorni, tante promesse e tutti i sogni che aveva
fatto, tutte le volte che pur desiderando abbracciare Niki, si era fermato
davanti alla sua espressione triste, ora che tutto o quasi tutto era
passato, decise di dirla lo stesso: "Ho paura del buio, sono curioso e..."
si mise a ridere notando la curiosità di Niki per la sua rivelazione "e
da qualche giorno, mi fa un po' male qui!" ed indicò un posto dove,
all'occhio ormai esperto di Niki, qualcosa di molto interessante aumentava
visibilmente di volume.
"E allora, mio dolcissimo genio, corriamo a curare quel dolore!"
Anche lui era ansioso di riabbracciare Mauro. Erano vissuti uno
accanto all'altro, sfiorandosi continuamente, per tanti giorni, ma ora
desiderava stringerlo fra le braccia e fare l'amore in qualunque modo la
loro fantasia li avrebbe spinti a farlo.
Uscirono subito, mormorando alla mamma una scusa incomprensibile
anche a loro stessi.
Niki non aveva mai tradito le sue speranze e Mauro era convinto
d'avere ancora molto da imparare da lui, e glielo chiese non appena fuori
di casa.
"Tu conosci ancora molti 'giochi'?" e sottolineò la parola "Me li
insegnerai tutti, non è vero?"
Parlando, l'accarezzò come si fa con i gatti e Niki, per trarsi
d'impaccio, perché anche lui provava un po' d'imbarazzo a rispondergli,
pensò che fosse meglio fargli le fusa.
Gli erano state lasciate le chiavi di casa nel caso avesse avuto
bisogno di qualcosa che era rimasto là, ma l'appartamento era stato
messo in disuso, perché la mamma prevedeva di trascorrere qualche mese
in America. Dalla partenza dei genitori, Niki non vi era più tornato ed
entrando sentì addosso tutta la malinconia per la loro lontananza. Si
voltò verso l'amico.
"Mauro, mamma e papà sono così lontani!" e lo abbracciò
mettendogli la faccia nell'incavo del collo.
"Passerà. Ieri era peggio, no?" mentre gli accarezzava i capelli e
lo stringeva forte.
Niki si riscosse.
"Si gioca allora? Sei pronto?"
"Certo!" disse Mauro rabbrividendo "Ma non trovi che qua dentro
faccia un po' freddo?"
La casa era fredda e si dettero da fare per mettere in funzione il
riscaldamento, poi se ne andarono nella stanza di Niki e si accoccolarono
su uno dei letti, abbracciati per darsi calore. Ascoltarono un po' di
musica, aspettando che l'ambiente si riscaldasse.
"È una sonata di Beethoven, si chiama Hammerklavier" spiegò
Niki "É... è imponente, mi fa rabbrividire ogni volta che l'ascolto"
poi guardò Mauro il quale era tutto preso dalla musica.
Voleva lasciarsene affascinare, perché ogni sensazione che Niki
provava doveva essere anche sua e se quelle armonie l'entusiasmavano, si
attendeva, era certo, che potessero commuovere anche lui.
"Si, è grandiosa. Tutto è grandioso adesso..." mormorò.
L'emozione della musica e il tepore che ormai si era creato nella
stanza, li portarono a toccarsi.
"Non ti fa in po' caldo, adesso?" bisbigliò Niki sorridendo.
"Si!" e lui arrossì, perché capì che il loro gioco
cominciava.
Si stese sul letto con le mani dietro la testa e attese che Niki gli
insegnasse ancora qualcosa.
Sentiva il cuore battergli in petto, era turbato.
Insieme stavano per fare un altro passo, avvicinandosi ad un punto in
cui loro due, intuiva, si sarebbero come sovrapposti e questa
consapevolezza lo commuoveva.
Aveva immaginato e fantasticato, quasi sapeva, di un modo, di un
momento, di una situazione, in cui i corpi di due amanti come loro dovevano
fondersi in uno solo. Aveva capito tutto questo, perché aveva intuito
che qualcosa di simile era già accaduto tra Niki e Stephan. Ma se aveva
immaginato, per quali vie lui e Niki si sarebbero uniti, non credeva che
quel momento fosse ancora giunto, che quell'avvenimento sarebbe potuto
svolgersi proprio quel giorno. Forse dovevano crescere ancora insieme ed
era proprio lui a non essere preparato, ad essere ancora intimidito da
quello che non conosceva.
E Niki non voleva forzarlo, né era nelle sue intenzioni arrivare
troppo in fretta al fondo delle sue conoscenze. Voleva ancora
giocare. Questo gli avrebbe proposto, di giocare con i loro corpi. E se
Mauro aveva ancora dei blocchi, lui sperava di saperli rimuovere.
Si chinò a baciarlo sulla bocca, l'accarezzò tra i capelli, gli
sfiorò le guance, Mauro pareva non ricambiarlo con la stessa passione e
restava quasi fermo, con le labbra socchiuse. Allora gli cercò la lingua
nella bocca. Lentamente Mauro corrispose al suo bacio, finché non lo
costrinse, con ardore, a ricevere la sua lingua che esplorò ogni angolo
della bocca, lasciandolo senza fiato.
Poi si risollevò, senza smettere di fissarlo negli occhi.
"Impari presto" disse Niki baciandolo sulla punta del naso "ma questo
era soltanto il ripasso di una lezione precedente. Vedo, però, che non
hai dimenticato proprio nulla."
Mauro l'ascoltava, sempre più sereno e sorridente.
Niki si sfilò la maglia e la camicia, poi fece altrettanto con il
compagno che se ne stava allungato sul letto, a seguire incantato ogni suo
gesto. Gli si stese sopra e ripresero a baciarsi, mentre i loro corpi si
toccavano e i brividi di piacere passavano dall'uno all'altro.
Quel giorno voleva ripagarsi di tutte le tristezze sofferte in quelle
settimane, e voleva rendere a Mauro un po' della serenità che gli aveva
fatto perdere. La loro eccitazione arrivò subito vicina al punto in cui
sarebbe stato difficile fermarsi, e lui non voleva rischiare di rovinare
tutto con la precipitazione.
"Aspetta. Non ora, non così presto" e vide che gli occhi di Mauro
c'erano assieme smarrimento e piacere "Aspetta!" gli ripeté
accarezzandogli la fronte.
Poi sfilò ad entrambi la maglietta e tornò a stendersi su di
lui, lasciando che i loro toraci si sfiorassero. Strofinò un capezzolo
su quello di Mauro. Gli venne un'idea, avvicinò la bocca, prima lo
succhiò, poi provò delicatamente a morderlo e sentì Mauro
sospirare. La lezione stava superando le conoscenze del maestro ed era pura
improvvisazione.
Si tirò su, fino a guardare Mauro negli occhi, l'accarezzò
sulla fronte e si stese sulla schiena. L'attirò su di sé. In quel
momento distinse le note del pianoforte e, mentre Mauro l'accarezzava, lo
baciava, sovrappose quelle sensazioni così forti, così speciali,
delicate, alla musica solenne che stavano ascoltando.
Mauro si sollevò a sedere, per riprendere un po' fiato. Gli tolse
le scarpe e gli sfilò i pantaloni. Si spogliò anche lui, poi si fermò
a contemplare il corpo disteso, finché Niki non l'attirò su di sé.
"Vieni."
Erano uno sull'altro. Si rotolarono sul letto e si strusciarono
lentamente. Il desiderio tornò ad essere più impellente di prima e
questa volta fu Mauro a fermarsi, a cercare di controllarsi. Anche Niki si
rilassò e gli appoggiò la testa nell'incavo del collo. Restarono
immobili per qualche istante e attesero che il respiro tornasse normale.
Niki lo fece spostare e gli sfilò l'ultimo indumento. Si fermò
a guardarlo e l'immaginò indifeso di fronte alle idee, alle brame che si
affollavano nella sua mente, ma non era così, perché Mauro desiderava
intensamente che lui lo usasse.
Pensò proprio questo di sé e del proprio corpo in quel momento,
subito vergognandosene. Non gli avrebbe mai rivelato quel particolare
pensiero, ne avrebbe avuto troppo pudore, ma voleva davvero con tutto se
stesso che Niki facesse del suo corpo quello che voleva, qualunque
cosa. Gli tese la mano per invitarlo. Divaricò leggermente le gambe,
illanguidendosi. Non sapendo, non potendo prevedere quale parte del corpo
Niki avrebbe sollecitato, gli si offrì e attese.
E quello era un dono incondizionato, dare tutto se stesso all'amante.
Niki quasi l'indovinò dallo sguardo sereno che Mauro gli rivolse
e, come era già accaduto a Stephan quando aveva condotto il gioco, si
mosse su un terreno pericoloso. L'aveva davanti a sé, indifeso, e poteva
fargli male. Era confortato dalla serenità di Mauro, si avvicinò al
suo pene, ebbe un ultimo dubbio, poi delicatamente lo baciò e attese la
reazione. Udì un sospiro che lo rassicurò.
Non sapeva quasi nulla, né lo sapeva Mauro, di eros e tanatos, di
amore e morte, del desiderio estremo di cibarsi del proprio partner. Di
queste complicazioni, della psicanalisi, non sapevano nulla. Perciò Niki
stava semplicemente assaggiando e godendosi gli umori più segreti di
Mauro. Lo baciò e lasciò che la lingua facesse attrito contro la
superficie elastica e sensibile del glande, raccogliendo il sapore
salmastro del sudore sulla pelle tesa.
Mauro aveva ripreso a muoversi, assecondando i movimenti che sentiva
su di sé. Il piacere si avvicinava ancora, ma Niki si fermò. Gli posò
la mano sul fianco, per fargli cenno di voltarsi. Mauro eseguì il
movimento, adagiandosi sulle lenzuola, attendendosi altre carezze ed altri
baci. Niki si trovò davanti un altro spettacolo affascinante. Più di
Stephan, pensò.
La nuca, coperta dai capelli neri, le spalle piene di forza, i
muscoli disegnati, i fianchi stretti, i glutei rotondi, le gambe vigorose,
appena velate da una peluria più folta e quel solco, quella cortina da
aprire per cercare il piacere. Quello era Mauro che gli offriva tutto di sé
e a Niki parve d'impazzire dalla gioia.
Si distese su di lui, facendo combaciare il proprio corpo con
l'altro, per sentirne ogni parte, con tutto se stesso. La musica era
finita, ma nella sua mente la sentiva risuonare. Le scale che aveva udito
parevano seguire il movimento delle mani lungo i fianchi di
Mauro. Riascoltava l'armonia che era come il momento che stavano vivendo,
di estrema dolcezza per l'offerta che Mauro gli faceva, e al tempo stesso
difficile e ardua, per il patimento che poteva infliggere, se non fosse
stato attento, se non fosse stato prudente.
Fu certo di dover attendere.
Sarebbe venuto anche quel momento, ma non per quel giorno, non
ancora.
Lo baciò sul collo e sulle orecchie, poi, lasciandosi scivolare,
scese lungo la spina dorsale baciando ogni vertebra. Mauro reagiva a quel
solletico leggero. Giunto all'inizio del solco Niki si sollevò, gli fece
allargare le gambe e si inginocchiò in mezzo, posò le mani sulle
natiche e spinse per cercare aderenza sulla pelle sudata. Sentì Mauro
trattenere il fiato. Aprì lo scrigno e osservò la gemma che
cercava. Si abbassò fino a sfiorarla con le labbra e poi con la lingua
che passò su quel fiore. Gli diede sensazioni che Mauro non aveva mai
provato. Poi lo penetrò leggermente, spingendo la lingua e ricordò,
non poté fare a meno di ricordare, il momento in cui aveva regalato a
Stephan quelle stesse sensazioni.
Mauro era teso in quella percezione di piacere e se ne
inebriava. Ogni sua fibra vibrava, aspettando i movimenti di Niki su di
lui. Se avesse sentito quelle mani posarsi sulla gola e si fosse sentito
stringere, non avrebbe reagito. Lo pensò, proprio mentre Niki lo
sfiorava ed ebbe un brivido.
Fu questo e non altro a farlo muovere, dando a Niki l'impressione che
non volesse quell'intrusione.
Niki si raddrizzò subito, ma lo sguardo sereno che si scambiarono
rassicurò entrambi.
Per quel giorno, però, la lezione era giunta al termine. Niki
decise di chiuderla così, non desiderando spingersi oltre. Si distese
accanto all'allievo e attese che questo mostrasse d'avere compreso,
rifacendo tutto quello che aveva appena visto.
E Mauro fu all'altezza del maestro, non chiedendo altro che di
mostrare quanto fosse attento e scrupoloso. L'accarezzò, lo sfiorò
con le labbra, esaltandosi degli stessi odori e dei sapori che avevano
inebriato Niki. Regalò all'amante le stesse sensazioni, prima
sollecitandolo fino a farlo mormorare di piacere, poi penetrandolo con la
lingua, facendogli scordare Stephan. E, anche se non avrebbe mai saputo
d'averlo fatto, per merito di una nuovissima perizia e della dolcezza di
quelle carezze, durante quel pomeriggio, Stephan uscì definitivamente
dall'immaginario erotico di Niki.
Erano esausti, ma avevano conservato per ultimo il desiderio di un
piacere che non potevano trattenere più a lungo. Si stesero uno accanto
all'altro, voltati su un fianco, e, posto il pene fra le gambe dell'altro,
raggiunsero velocemente l'orgasmo, bagnandosi e continuando a muoversi
lentamente fino a fermarsi affannati ed esausti.
"Niki, ti voglio bene da morire" disse in un soffio e Niki appoggiò
le labbra alle sue labbra, perché quelle parole entrassero in lui.
Avevano quindici anni ed erano innamorati, possedevano giovinezza e
amore, erano creature divine. Quando fossero invecchiati, questo non li
avrebbe offesi, perché, amandosi da giovani ed avendo negli occhi
ciascuno la prima immagine dell'altro, avrebbero vissuto la degenerazione
della vecchiaia come un incidente verso la morte. Davanti a loro la vita si
era inchinata facendoli incontrare e la morte si era umiliata
nascondendosi. Li avrebbe attesi insieme.
"Tu sei amico, compagno, amante, il mio innamorato, l'amore e tutta
la mia vita. Che ne dici?"
"Anche complice" fece Niki sorridendo e dondolandosi lentamente sul
letto, crogiolandosi nell'aria ormai calda della stanza "ma è essere tuo
amante che mi piace di più."
"Fidanzato no? In fondo è come se lo fossimo, anche se non abbiamo
rispettato le convenienze. Prima del matrimonio vedi che cosa abbiamo
combinato."
"E che altro faremo!" e così dicendo, gli saltò sopra,
bloccandogli le braccia.
Nella foga di quella stretta si scopersero eccitati un'altra volta,
avevano molti giorni di desideri arretrati e ripresero a muoversi uno
contro l'altro, sbuffando ed anche ridendo.
"Non è serio che uno che si proclama vergine, urlandolo a tutti
per strada, ricominci a fare tanto presto quello che stai facendo tu."
"Non sono più vergine e tu dovresti saperlo" riuscì a dire
Mauro continuando a muoversi.
Tacquero perché il parlare distraeva e l'attività che stavano
svolgendo richiedeva massima concentrazione e molto impegno. Mettendoci più
tempo, questa volta il piacere che esplose dai loro ventri giunse da
lontano e lo sentirono arrivare nell'altro prima che in sé. Il primo fu
Niki mormorando e poi quasi gridando, seguito subito da Mauro. Ricaddero
sul letto, un po' affannati, sudati e questa volta veramente stanchi. Niki
aveva il capo ripiegato sul petto di Mauro e mosse il bacino lentamente
contro il suo fianco, come a richiamare la sensazione di piacere che poco
prima l'aveva così piacevolmente sconvolto.
Spesero la settimana seguente nei preparativi del viaggio. Le
giornate corsero via scandite dalle telefonate che arrivavano
dall'America. Il papà chiamò, dando notizie sempre più
rassicuranti, finché, a cinque giorni dall'intervento, quando poté
finalmente dirsi fuori pericolo, chiamò anche Arleen e Niki si sentì
definitivamente rincuorato. Nel riascoltare la voce di sua madre, ancora
flebile, ma allegra e serena, provò un senso di sollievo pari a quello
provato quando Mauro gli aveva rivelato il proprio amore. In quel momento
s'immaginò al centro di una di quelle scene d'opera che tanto piacevano
a Mauro, e che lui conosceva, più che per averle ascoltate o avervi
assistito, per quante volte il suo compagno gliele aveva descritte. In
quella scena, il buio che c'era sempre stato nella sua vita, pareva essersi
finalmente squarciato e lui con tutti i suoi cari cantava felice in un
finale entusiasmante.
Anche Mauro era contento e beato della felicità di Niki, ma era un
po' inquieto. Non aveva mai viaggiato, né si era mai allontanato dalla
sua casa per più di qualche giorno. Ora lo attendeva un viaggio di
migliaia di chilometri. La prospettiva di lasciare genitori e fratelli per
più di due settimane, era insieme avvincente, perché con lui ci
sarebbe stato Niki, e preoccupante, perché rappresentava un vero salto
nell'ignoto. Quand'era solo e ci pensava, l'idea della nostalgia che
avrebbe provato ad andarsene per tanto tempo e tanto lontano lo assaliva,
poi il pensiero di Niki e la certezza di averlo accanto anche quando tutti
i suoi cari sarebbero stati molto lontani, lo acquietava.
Fu lui il più impegnato nei preparativi, ma, ottenuto il
passaporto e sistemati i bagagli, poté finalmente dirsi pronto a
partire.
Trascorsero quella settimana, soprattutto, guardandosi negli occhi e
continuando ad ignorare il mondo che li circondava. La sera, quando si
ritiravano nel tunnel, entravano in uno dei due letti e, dopo qualche
gioco, qualche piccola schermaglia amorosa, piombavano nel sonno profondo
della stanchezza. In quei giorni, per avendone l'occasione non fecero più
l'amore, perché Niki misteriosamente cercava di defilarsi, anche se
spesso insieme parlavano di un'ipotetica lezione finale.
"Quando m'insegnerai tutto il resto delle cose che devo sapere?"
mormorava quasi ogni sera Mauro, un momento prima d'addormentarsi e Niki,
che aveva deciso d'attendere il compleanno del compagno per fargli un
regalo molto speciale, in genere l'abbracciava e lo baciava senza
rispondergli, oppure cercava di distrarlo.
"Sai già troppe cose. Sei abbastanza bravo così ed io non ho
quasi più niente da insegnarti."
E Mauro che in quei giorni era sufficientemente appagato dagli
avvenimenti e dalle tante scoperte fatte, non replicava. Con il pensiero
all'imminente partenza, si lasciava trasportare dalla fantasia, facendosi
anche e dolcemente sopraffare dalla stanchezza.
Giunse così il ventuno di dicembre, vigilia della partenza e
quindicesimo compleanno di Mauro. Quello sarebbe stato anche il loro ultimo
giorno di scuola per quell'anno.
La mamma e il papà gli regalarono una giacca a vento a piumino,
perché, dissero, a Boston avrebbe fatto molto freddo e Niki fu
d'accordo. Michele procurò, con la stessa giustificazione e dilapidando
qualche risparmio, una bella sciarpa. Sergio si fece sentire per fare gli
auguri ed annunciare il suo imminente arrivo. Anche Niki tirò fuori un
regalo per Mauro. Era un libro, un'edizione in francese dei versi di
Kafavis, trovata chissà come.
Ma le sorprese non erano finite e, come Mauro quasi s'aspettava, Niki
propose una passeggiata a casa sua nel pomeriggio. Se ne andarono con la
scusa di dover prendere un maglione che Arleen voleva le fosse portato in
America, ma la scusa era ad uso dei genitori di Mauro, in quanto,
all'amico, Niki si rivolse in ben altri termini:
"Qui non abbiamo più niente da fare. Che ne diresti di un poco di
musica classica?
E lo disse con una faccia seria che disorientò Mauro il quale non
capì subito il tipo di musica che avrebbero ascoltato o suonato.
"Oggi? Adesso?"
"Sei il solito ingenuo... vuoi venire a casa mia?"
"Accidenti! Ci vorrebbe proprio, signor Maestro. Ho qualche dubbio
che vorrei chiarire" gli rispose Mauro, ridendo.
Raggiunsero la casa in due minuti e accesero il riscaldamento, perché
faceva più freddo dell'altra volta. Si misero ad ascoltare davvero un
poco di musica in attesa che l'aria si riscaldasse.
Dopo un poco Niki tirò da sotto al letto un pacchetto e lo porse a
Mauro.
"Ancora regali, Niki" pareva rammaricarsi.
"Dai, aprilo! Fai presto!"
Mauro si diede da fare: "Dei pantaloni? Ma... sei certo che mi vadano
bene?"
"Conosco abbastanza bene tutto quello che deve entrarci. Non credi?"
"Questo è certo" convenne Mauro, scoppiando a ridere e, come al
solito, arrossendo. Poi si fece serio "Ma per comprarli hai speso dei
soldi."
"Li ho spesi per te. Che importa?"
"Non hai più comprato quei dischi. E li hai tanto
desiderati. Quando riuscirai ad avere altri soldi, forse non li troverai
più."
"Che c'entrano i dischi, i soldi? Comprerò quei dischi a Boston
oppure a New York, se avrò degli altri soldi. E poi ci tenevo a vederti
con questi pantaloni."
"Niki..." Mauro lo abbracciò stretto. Lo sorprendeva sempre:
qualunque sua azione lo lasciava sorpreso e sempre più innamorato. Gli
confessò qualcosa: "Non avevo mai avuto dei pantaloni così belli!"
poi rivolse la sua attenzione al regalo.
"Provali, dai provali!" insisté Niki e fece il suo sorriso furbo.
Mauro lo chiamava così per distinguerlo dagli altri tipi di
sorriso che faceva. Niki rideva meno di lui, centellinava le espressioni di
allegria, spensieratezza, di gioia, fermandosi più spesso alla
condiscendenza, forse perché era ancora troppo recente il tempo in cui
aveva pochi motivi per mostrarsi felice. I suoi sorrisi, perciò, erano
rari e tutti diversi, a seconda delle circostanze. E ormai erano in
maggioranza dedicati a lui che sapeva interpretarli molto bene.
Questo era un sorriso furbetto, rivelava cioè che Niki aveva un
progetto e che Mauro ne era coinvolto. E lui fu felice di lasciarsi
trascinare.
Cominciò a sbottonarsi i vecchi jeans, quelli 'di lungo corso',
aspettando il suggerimento di Niki:
"No, non così! I jeans si provano a torso nudo. E poi qua fa
caldo, ormai!" lo rimproverò Niki.
Mauro, in piedi, al centro della stanza, eseguì mettendo a nudo il
torace, poi, finalmente, si sfilò i pantaloni e indossò il regalo di
Niki, ma, al momento d'abbottonarsi, essendo già piuttosto eccitato,
disse ammiccando verso il compagno:
"Non riesco ad abbottonarli."
"Ti aiuto io!"
Quello era l'inizio del gioco.
Niki l'abbracciò, facendogli correre le mani sul corpo. Il corpo
del suo amante, come aveva ormai preso a chiamarlo.
S'erano stretti in un abbraccio affettuoso con le teste appoggiate
sulle spalle. Tenevano gli occhi chiusi, muovendosi lentamente. Se non
fosse stato Bach a comporre la musica che ascoltavano, si sarebbe detto che
stessero ballando, ma Niki stava soltanto godendo il calore del compagno,
mentre Mauro, meno sensibile di Niki alle geometrie della Passacaglia,
cominciò a sfilargli camicia e maglietta dai pantaloni. Poi gli mise le
mani sotto, per cercare la pelle nuda, finché, sbottonando qualche
bottone, non gli tolse d'un colpo tutti gli indumenti che indossava. Si
strofinarono, sorridendo e poi ridendo perché avevano finito per farsi
un po' di solletico.
Mauro tornò improvvisamente serio quando Niki gli s'inginocchiò
davanti e liberò il sesso dagli slip.
Il pene si erse perpendicolare al corpo. Niki prima lo guardò da
vicino, poi l'accolse in bocca, lentamente, fino a che non se ne sentì
soffocare. Prese ad esplorarlo con la lingua e mosse la testa, stringendolo
contro il palato e poi solleticandolo. Quando vide che Mauro cominciava ad
accompagnare i suoi movimenti, tornò in piedi e l'abbracciò
stretto. Lo liberò di tutti i vestiti.
Erano in piedi, nudi, uno di fronte all'altro e si scambiarono uno
sguardo carico di attesa, poi Niki lo spinse, fino farlo inginocchiare
davanti a lui.
Da quando avevano cominciato a fare l'amore, da quel giorno così
lontano eppure tanto vicino, in quella stessa casa, su quel letto, ogni
volta che l'avevano fatto, Niki gli aveva mostrato una strada e Mauro era
stato sempre pronto a seguirla, imitandolo. Anche questa volta aveva subito
accettato di inginocchiarsi davanti a Niki e aveva visto la piccola bocca
del pene eretto, vicinissima ai suoi occhi. Per un momento aveva esitato e
non per paura o imbarazzo, ma solo per il timore di non saper fare quello
che Niki s'aspettava.
E Niki avvertì il suo disagio. L'accarezzò sulla testa. Mauro
alzò lo sguardo verso di lui e si sorrisero. Allora avvicinò le
labbra al sesso e lo baciò, lo leccò, lo succhiò diligentemente
fino a che, per lo sforzo, le lacrime non sfuggirono ai suoi occhi. Niki lo
fece rialzare e passò le labbra su quelle stille di fatica, d'amore, di
dedizione. Lo strinse un'altra volta a sé.
Erano abbracciati al centro della stanza, legati in una stretta che
per Mauro era d'attesa, per Niki d'indecisione e di timore. Si erano
preparati con scrupolo a quel momento. Avevano fatto salire l'eccitazione
durante la settimana, scambiandosi battute e allusioni sull'ultima lezione,
quella in cui il maestro avrebbe mostrato al discepolo la summa del
sapere. Ora era giunto il momento e a Niki tremavano le mani non meno che a
Mauro, si sentiva come un chirurgo alla sua prima operazione, alla prima
volta in cui doveva affondare il bisturi nelle carni del paziente.
Lasciò correre le mani sul corpo di Mauro, fino a fermarle sulle
natiche.
E Mauro comprese che stava per accadere ciò che, pur non
conoscendo, per istinto attendeva e desiderava. Sciogliendosi
dall'abbraccio, si voltò, schiacciandosi contro di lui, andando a
cercare con il solco il sesso eretto di Niki. Tremava, un po' per
l'emozione, ma anche perché aveva paura.
Niki lo spinse dolcemente verso il letto. Vi si adagiarono, uno
sull'altro. Percepiva l'emozione di Mauro ed era a sua volta spaventato. Da
dietro gli afferrò le mani. Intrecciò le dita, schiacciandole contro
il materasso. Affondò la faccia nella sua nuca, le ginocchia contro le
gambe, il bacino contro i glutei, tese tutti i muscoli, poi li
rilassò. Scivolò via per godere la vista di quel corpo riverso sul
letto, offerto al suo piacere, dato all'amante perché lo facesse suo.
A Stephan aveva dovuto chiedere di regalargli una parte di sé,
forse un orgoglio, il cui valore poteva essere inestimabile. Ora Mauro gli
si offriva ed era tutto così assolutamente diverso. Quella volta c'era
stato soltanto affetto, e desiderio del sacrificio, anche se lui non lo
sapeva. Ora c'era amore.
Tremò per l'emozione, capì che stavano per spendere attimi
irripetibili della loro vita. Si chinò ed affondò delicatamente il
naso nel solco, fino a posare le labbra sulla fessura che avrebbe
violato. La lambì dolcemente e, quando lo ebbe lubrificato a
sufficienza, si bagnò di saliva il sesso e si stese su di lui, appoggiò
la punta del pene sulla gemma che stava per cogliere e diede una leggera
spinta.
Lo sentì irrigidirsi e subito rilassarsi, spinse ancora,
accarezzandogli i fianchi, baciandolo sulla nuca e sul collo. Stava
lentamente entrando in lui. Erano finalmente alla congiunzione dei loro
corpi: quando fosse toccato anche a Mauro la loro unione sarebbe stata
perfetta.
Ora era entrato ed aveva cominciato a muoversi. Sentiva la carne di
Mauro avvolgerlo e stringerlo.
Il dolore acuto, insopportabile che aveva provato all'inizio, un
dolore che, per amore, aveva sopportato senza un gemito, s'era trasformato
per lui nella sensazione più bella che avesse mai provato. Quel dolore
gli aveva riempito gli occhi di lacrime, poi aveva sentito le mani di Niki
accarezzarlo, cercare il suo sesso, stringerlo e poi più nulla. Il
piacere l'aveva travolto.
Niki aveva avvertito le contrazioni di Mauro prima di sentire la
propria mano bagnata e Mauro, tornato in sé, aveva percepito gli spasmi
di Niki dentro di lui.
Rimasero così per molto tempo, più di quanto avessero mai
giaciuto dopo aver fatto l'amore, perché questa volta era davvero
speciale, perché Mauro voleva conservare dentro di sé il più a
lungo possibile quella sensazione, perché Niki voleva sentirsi Mauro
ancora per un poco. Lentamente i sessi persero consistenza e i corpi si
rilassarono. Niki uscì da lui e si spostò adagiandosi accanto. Cercò
la sua bocca e lo baciò. Mauro rispose a quel bacio.
Poi Niki protesse entrambi con una coperta che conservò il calore
dei corpi. Il tempo si dilatò. Mauro si rannicchiò contro di lui, le
gambe piegate ad intrecciarsi con quelle dell'amante. Si richiusero in un
bozzolo e stettero, con gli occhi serrati, ad ascoltare i loro cuori.
Qualche tempo dopo, forse un'ora, fu la volta di Mauro a compiere il
rito. Durante quel tempo non avevano parlato, si erano solo baciati,
toccati, avevano lasciato parlare i propri corpi. E quando questi
annunciarono d'essere pronti per l'altra prova, ancora senza una parola,
Niki si sciolse dall'abbraccio di Mauro e gli si stese accanto perché
Mauro lo facesse suo per sempre.
Stavano vivendo quell'esperienza con l'estrema importanza che i
bambini, o i ragazzi, quali loro erano, danno alle cerimonie. Erano, quelle
che si celebravano in quella camera, su quel letto, vere nozze e
l'indissolubilità del loro legame avrebbe trovato forza nella natura
crudele e primigenia di quel rito d'iniziazione.
Mauro lo preparò alla penetrazione con diligenza, ma con molti
tremori, terrorizzato dall'idea d'infliggere all'amante una sofferenza,
quello stesso dolore che aveva provato poco prima, un patimento che sarebbe
rimasto il segreto più riposto del suo amore. Quando fu pronto, volle
baciarlo un'altra volta, poi gli si stese sopra e cautamente spinse
sentendosi affondare nel corpo di Niki che aveva rilassato ogni sua fibra
per favorirlo. Quando gli fu dentro, scoprì che l'altra metà delle
sensazioni provate poco prima non era meno affascinante. Sentirsi avvolgere
dal corpo dell'amante era altrettanto bello che ricevere dentro di sé il
compagno della propria vita, cioè che donare e donarsi erano due aspetti
dello stesso esaltante modo d'amare. Poi l'emozione lo sopraffece. Non
sentì altro che le sensazioni che gli salivano dal ventre. Come già
Niki con lui, ne cercò il sesso e lo prese fra le mani, poi gli esplose
dentro, ansimando.
Niki aveva atteso l'orgasmo di Mauro, poi fra le sue mani aveva
goduto di un piacere delizioso, non violento, ma più intenso,
profondo. Aveva cercato, atteso e goduto quel piacere, come aveva fatto con
Mauro, con il suo compagno. Ed era stato dolce e meraviglioso, come
sarebbero stati la loro vita e il loro futuro.
Ora erano davvero stanchi, ma la loro educazione sentimentale si era
finalmente compiuta.
TBC
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