Date: Sat, 4 Jan 2014 10:38:49 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L'Isola del Rifugio 12

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.

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Questo è il dodicesimo dei diciotto capitoli che compongono il romanzo.






CAPITOLO 12 - Scuola, feste ed esplorazioni




      22 novembre 1950

      Come promesso, la scuola cominciò il giorno dopo.
      Mentre Kevin cercava di spiegare l'algebra a Tommy, Angelo e Joel,
Richard cominciò a parlare di letteratura inglese e di grammatica con
gli altri.
      Per i primi tempi avrebbero cercato di capire quale fosse il livello
di preparazione di tutti, insegnanti e alunni, e ne venne fuori una
situazione abbastanza incoraggiante, considerate le condizioni di
precarietà in cui la maggior parte di loro aveva frequentato la scuola.
      E fu meno traumatico del previsto, tanto che, nonostante i dubbi che
l'idea di studiare aveva generato, tutti parteciparono con molto più
interesse di quanto avessero immaginato.
      I pomeriggi furono dedicati a fare qualche lavoretto e
all'allenamento per la caccia, finché, il giorno prima di Thanksgiving,
appena dopo pranzo, si mossero in tre, con l'atteggiamento studiatamente
guardingo dei cacciatori esperti.
      Mike era il capo e guidava la spedizione, seguito da Terry, in quel
caso suo assistente, anche perché provetto pescatore. Terry partecipava
alla spedizione per la sua riconosciuta abilità nel lancio della rete,
mentre Joel, che chiudeva la fila, era là in rappresentanza della
cucina, visto che François non poteva ancora sforzare la gamba.
      Ci sarebbe andato anche Angelo, ma Richard lo trattenne al campo con
una scusa, perché voleva che Terry e Joel provassero a parlarsi senza la
sua mediazione.
      La spedizione era simile alle altre che facevano quasi tutti i giorni
per la raccolta delle uova, se non fosse che questa volta i ragazzi
portavano una rete, accuratamente ripiegata, delle mazze e un coltello.
      "Cercate di non farvi male!" gli gridò Richard, mentre si
allontanavano.
      "Si, papà!" urlò Terry.
      "Dovete catturare un pellicano, ragazzi. Non confondetevi, è lui
che dovete ammazzare, non riportate Joel spennato!" gridò François.
      "È troppo magro, è tutto ossa!" aggiunse Kevin fra le risate di
tutti.
      Arrivarono in fretta alla riserva e scelsero un gruppo di nidi su cui
erano posati degli esemplari di pellicano ben pasciuti. Attorno ce n'erano
molti altri che volteggiavano nel cielo, scendevano sul nido a nutrire i
piccoli e poi ripartivano per pescare un'altra volta. Stettero ad
osservarli e infine decisero di attaccarne uno, che pareva un po' più
grosso degli altri. Si avvicinava sempre ad un nido che era accudito anche
da un altro pellicano, la femmina.
      Il problema morale di uccidere il possibile padre di quei piccoli non
sfiorò nessuno dei tre. Se ci fosse stato Richard, certamente avrebbero
lasciato perdere tutto e a quel punto a Mike parve chiaro perché il loro
capo avesse così categoricamente rifiutato di unirsi al gruppo dei
cacciatori.
      La scogliera offriva molti nascondigli e gli uccelli non parevano
intimiditi dalla loro presenza, presto, però, non sarebbe stato così,
perché avrebbero imparato a conoscerli e a temerli.
      Questo pensiero diede a Mike un piccolissimo brivido, erano
certamente le idee di Richard a condizionarlo, ma dimenticò subito la
questione e riprese a guardarsi intorno e soprattutto a valutare il suo
avversario involontario e ancora inconsapevole.
      Il povero pellicano se ne stava tranquillo a riposarsi di fianco al
nido in cui i pulcini urlavano per la fame, in attesa che la mamma o il
papà li nutrissero, rigurgitandogli il cibo in gola. Mike pensò
un'altra volta a quello che avrebbe detto Richard davanti a quel quadretto
familiare, ma scacciò ancora il pensiero, sostituendolo con i ricordi,
non particolarmente gradevoli, ma comunque appetitosi, dei suoi pranzi di
Thanksgiving, quando la mamma portava in tavola il tacchino ripieno. E per
portare qualcosa di simile in tavola qui a Venture Island, occorreva che
lui, almeno per questa volta, non avesse il cuore tenero.
      Si concentrò sui suoi Thanksgiving, cercando di eliminare la parte
fastidiosa del ricordo, legata alla presenza di suo padre e quasi sentì
in bocca il gusto croccante, anche bruciacchiato, del tacchino, che però
non era meno attraente, perché assieme gli pareva di assaporare la
felicità tutta infantile, sua e della sorella, nel vivere quel giorno di
festa. E poi la fragile figura di sua madre che, almeno in quei momenti,
era come ammantata d'eroismo per sopravvivere accanto a quell'uomo
spregevole.
      Si accordarono a gesti, disponendosi all'attacco, con una perfetta
tattica di accerchiamento. Terry lanciò la sua rete con un movimento
perfetto e il povero pellicano restò impigliato, strepitando offeso,
aprendo le ali per liberarsi, beccando furiosamente da una parte e
dell'altra. Allora Mike lo tramortì con una mazzata sulla testa.
      A quel rumore, sulla sterminata colonia, scese un silenzio
minaccioso, tanto che a Joel sfuggì un gemito, ma durò solo qualche
secondo, perché subito la vita riprese e ricominciò il rumore, lo
strepito assordante prodotto dalle migliaia di uccelli, con i loro versi e
lo sbattere delle ali.
      Terry e Joel tirarono la rete e Mike poté avvicinarsi per sgozzare
il pellicano.
      Non pensava che la cosa potesse turbarlo tanto, ma quando ebbe finito
le mani gli tremavano e aveva il fiatone. Non appena fu in grado di
pensare, concluse che la caccia fosse una faccenda davvero molto seria e
Richard aveva ragione ad essere così restio a permetterla. La carne era
necessaria, ma non dovevano assolutamente abusare. Avrebbero ucciso solo
gli animali indispensabili al loro sostentamento e quando non fosse stato
possibile fare diversamente.
      Il pellicano che avevano preso era un bell'esemplare di almeno dieci
chili e, con il ripieno, li avrebbe sfamati e soddisfatti per il
Thanksgiving. L'appesero ad una delle mazze e presero la strada del
ritorno.
      Fino a quel momento Terry e Joel non si erano praticamente parlati,
restando a prudente distanza l'uno dall'altro.
      In quei giorni fra loro c'era sempre stato Angelo, che aveva mediato
la tensione che non si era ancora allentata. Sulla via del ritorno,
però, si ritrovarono da soli, mentre portavano sulle spalle il palo cui
era appeso il pellicano che per loro era ormai diventato un
tacchino. Sarebbe stato più logico che l'avessero trasportato Terry e
Mike che avevano quasi la stessa altezza, ma il cacciatore capo era rimasto
indietro perché gli era improvvisamente venuta voglia di un po' di
frutta ed aveva avuto anche un impellente bisogno fisico. Almeno così
aveva detto, invitandoli a proseguire da soli, che poi li avrebbe
raggiunti.
      Camminavano facendo qualche acrobazia per non fare scivolare il
pellicano, o tacchino che fosse.  Joel davanti, ancora un po' zoppicante
per i punti alla gamba, Terry dietro a pensare.
      In quei giorni aveva pensato tanto, ma la situazione di loro tre era
proprio complicata. Lui amava Angelo e Joel pure. Angelo gli aveva
confidato che li amava tutti e due, ma che ne pensava lui di Joel? E Joel
di lui? E per giunta Angelo gli aveva detto che, per capire, dovevano
aspettare. Era tutto troppo macchinoso e quell'attesa lo faceva soffrire.
      Il Terry di qualche settimana prima, anzi di nove giorni prima,
perché erano trascorsi nove giorni dal momento in cui la sua vita era
diventata così insopportabile, quel Terry avrebbe dato un calcio a tutto
e si sarebbe voltato da un'altra parte a cercare un modo diverso per stare
allegro, invece il Terry che portava il pellicano, che tutti credevano un
tacchino, decise che doveva capire.
      "Joel... che cosa pensi veramente di me?"
      "Che sei uno stronzo!" fece senza voltarsi.
      "Solo questo?"
      "Se l'avessi fatto a me, ti avrei ammazzato!"
      "Anch'io avrei fatto lo stesso, se ti può consolare!"
      "E allora che aspetti?"
      "Joel... che aspetto cosa?"
      "A sparire!"
      "Mi dispiace."
      "Che aspetti ad andartene dall'altra parte dell'isola?" disse sempre
senza voltarsi.
      "Mi dispiace" fece Terry un'altra volta, con la voce che era
improvvisamente ridotta a un sussurro.
      "A me non basta. Dici che ti dispiace?" rincarò Joel "Se ad Angelo
è stato sufficiente che tu ti mettessi a piangere, a me non è
bastato. Va bene?"
      "Hai ragione, scusami" bisbigliò con il fiato residuo, perché
gli pareva di soffocare. Poi finalmente capì perché Angelo gli avesse
chiesto di aspettare.
      Fecero ancora qualche passo.
      "Joel, che vuoi che faccia?"
      "Se proprio non puoi andartene da un'altra parte" disse guardando
ostinatamente avanti "almeno stai lontano da noi, il più possibile!"
      E fu così che la breve trattativa si arenò.
      Quando gli parve che avevano esaurito la discussione, Mike si
avvicinò e sostituì Joel nel trasporto del tacchino che, agli occhi
di Terry, era decisamente tornato ad essere un pellicano morto, con le
penne arruffate e un aspetto poco appetitoso.
      François li accolse con entusiasmo. Afferrò la preda, che per
lui era proprio un bel tacchino, e tenendola per le zampe se ne andò
trionfante dalle parti della buca dei rifiuti, conscio che il lavoro che
stava per fare non sarebbe stato piacevole. Spennare e liberare dalle
interiora un uccello non era cosa da far vedere a quei teneroni di Richard
e Tommy e non è che Angelo e Manuel fossero da meno. Alla fine, però,
la carne l'avrebbero mangiata tutti, come mangiavano il pesce, che aveva lo
stesso le interiora e squame al posto delle penne. Forse che a togliere le
penne si faceva meno male che a squamare un pesce? Misteri della coscienza
umana, pensò, i pesci si e gli uccelli no? Forse perché erano più
vicini agli uomini nella scala evolutiva. Chissà che avrebbero fatto se
avessero avuto anche dei vitelli o dei maiali, perché difficilmente
avrebbero rinunciato al fascino di una bistecca, di un hamburger o di una
fetta di prosciutto. A lui venne l'acquolina solo a pensarci, ma chissà
che avrebbero fatto gli altri. Avrebbero mangiato, ne era certo.
      Forse suo padre gli avrebbe suggerito qualcosa per comprendere quel
mistero, ma il papà non c'era più a dispensare la sua saggezza, però
c'era Richard che era come suo padre, con il vantaggio che avendo quasi la
stessa età riusciva a capirlo più in fretta e a dargli sempre le
risposte che lui si aspettava. Tranne che in questo caso, forse.
      Amava davvero Richard e adesso l'amava come aveva amato suo padre.
      "Cucinerò il tacchino seguendo la ricetta tradizionale del
Massachusetts" annunciò, mentre si dava da fare con il coltello sotto
gli occhi di un inorridito Joel "però mi toccherà cambiare alcuni
degli ingredienti.  Credo che difficilmente al mercato troverei i porri,
oppure i cavoli per il ripieno!"
      "Anche lei, signora, ha problemi con la verdura, vero?" fece Kevin
che era rimasto prudentemente un poco indietro, ma che ogni tanto sbirciava
incuriosito.
      "Oh, si, cara, dopo la guerra è sparito tutto!"
      "Non me ne parli, la guerra è finita da quattro anni e noi siamo
sempre nelle stesse condizioni!"
      "Ehi tu, stai attento a non avvelenarci con qualcosa che vuoi
spacciare per una pannocchia di granturco!" gridò allora Richard, ben
distante, ma che seguiva preoccupato l'operazione.
      Stava giocando a baseball con Mike e Tommy, senza molto impegno,
distratto da quello che accadeva al pellicano o tacchino. Terry e Angelo si
erano avvicinati, Manuel gli si era seduto accanto.
      Da qualche giorno il baseball era lo sport più praticato a Venture
Island. Avevano costruito gli attrezzi e tracciato il campo ed ora erano in
grado di organizzare delle vere partite su un fantastico campo d'erba di
lato alla radura. C'era il pericolo che la palla finisse nel laghetto, ma
se si era lesti a recuperarla, non subiva danni, visto che era fatta di
tela cerata.
      Tornare a giocare aveva fatto bene soprattutto a Kevin che era stato
felice, quando Mike gli aveva mostrato le mazze che aveva ricavato da
alcuni paletti. François e Manuel avevano cucito i guantoni e le palle,
sfruttando pezzi di vela e tela cerata. Non avevano potuto farli di cuoio
perché sull'isola non ce n'era, ma anche così assolvevano abbastanza
bene alla loro funzione.
      Mike e Tommy si stavano allenando.
      Kevin aveva recuperato tutta la sua esperienza di giocatore. Quando
aveva ripreso in mano il guantone, che era in tutto simile a quelli di
cuoio, l'aveva infilato, aveva fatto tutti i movimenti che ricordava per
adattarlo alla mano e gli erano brillati gli occhi. Invece di scoppiare a
piangere, come aveva temuto per un momento, aveva lanciato un urlo di
contentezza ed era caduto in ginocchio. Aveva alzato il braccio ed aveva
urlato ancora.
      Ora era tornato sul campo e stava spiegando a Tommy come fare ad
ottenere un tiro ad effetto. Mike era alla battuta e Richard aveva solo il
compito di recuperare velocemente la palla e perciò poteva distrarsi.
      Guardava i suoi ragazzi.
      Kevin pareva finalmente felice, senza più ombre nello sguardo,
Mike anche lui liberato dai fantasmi e Tommy che non aveva più avuto
incubi e non si era più svegliato di notte. Erano una famiglia, che si
prendeva cura dei figli, dei più piccoli e dei grandi, una famiglia in
cui tutti erano figli e alcuni erano anche padri. Avevano una casa e le
loro abitudini, delle regole, precise, forse severe, ma sempre dettate
dall'amore.
      Doveva proteggere quella famiglia, fare in modo che nulla e nessuno
riuscisse a disperderla.
      Domani sarebbe stato il giorno del ringraziamento, una giornata di
festa, niente scuola e soltanto giochi. Quello sarebbe stato il suo primo
Thanksgiving vissuto in una famiglia che non stava insieme per convenienza,
ma fatta di persone che si amavano davvero. Non avrebbero rispettato la
tradizione del tutto, perché avevano un pellicano al posto del tacchino
e non ci sarebbe stata la crostata di zucca, perché sull'isola non
c'erano zucche, ma sarebbe stato tutto infinitamente più bello, più
buono, certamente più saporito.
      Quante volte aveva sognato di essere abbracciato dalla mamma e dal
papà, non perché erano costretti a farlo, ma solo perché gli
volevano bene.
      Che non l'amassero l'aveva capito quando aveva un poco meno di tre
anni. Per lui era stata una rivelazione cogliere lo sguardo di sua madre,
mentre l'abbracciava e lo baciava, fisso sul nonno, per essere certa che il
vecchio si accorgesse di quelle effusioni. Era Natale e aveva capito, non
sapeva come, che lei stava fingendo e che tutte le dimostrazioni d'affetto
che aveva avuto e riceveva, da lei e anche dal papà, non erano che una
simulazione a beneficio del nonno. Il vecchio doveva essere sicuro che loro
amassero il bambino, che l'accudissero e che il piccolo ricambiasse quel
sentimento, che fosse felice, doveva crederlo per continuare a concedere a
loro tutti i lussi a cui erano abituati.
      E lui non li aveva mai delusi, fingendo sempre un trasporto che aveva
capito di non provare. Gli era rimasto così un desiderio inappagato di
amare e di essere amato. A quel bisogno, che si era fatto sempre più
pressante, non avevano mai risposto le governanti e le bambinaie che
avevano popolato la sua infanzia, né gli insegnanti della sua
adolescenza. E neppure il nonno, burbero, precocemente invecchiato,
intrattabile, che forse proprio con la sua durezza aveva reso suo figlio
debole e dissoluto e non aveva mai voluto occuparsi direttamente del
nipote, assicurandosi soltanto che avesse sempre tutto quello che il denaro
poteva comprare. E che a Richard non interessasse il denaro e che non
volesse farsi comprare, era una cosa che aveva compreso solo negli ultimi
anni, quando era cresciuto.
      Forse per i ragazzi il Thanksgiving e tutte le feste erano state tra
i momenti più penosi nella loro già difficile vita, forse qualcuno di
loro aveva sognato che, per incanto, una fata, un folletto, uno gnomo o il
genio della lampada, qualcuno li portasse dove ci fossero soltanto sorrisi
e scherzi bonari e canzoni, cibo caldo e gustoso e dolci a
volontà. Forse nei loro sogni c'era stato un papà o un nonno,
chiunque fosse, che, prima di tagliare il tacchino, dicesse una preghiera,
la stessa di ogni anno, per essere certi che nulla sarebbe mai cambiato e
che tutto fosse com'era stato sempre, anche se erano soltanto sogni.
      Mamme, papà, nonni, fratelli, la casa, il giardino, a lui era
stato negato quasi tutto dall'eccesso di lusso e di ipocrita cortesia che
dominava il suo mondo, ai ragazzi dalla cattiveria, dall'incuria, dalla
sciatteria di un mondo in cui erano possibili le brutte cose che erano
accadute a ciascuno di loro.
      "Oh, insomma papà!" urlò Tommy pestando i piedi arrabbiato,
strappandolo ai suoi pensieri "Insomma... prendi la palla, papà, non
dormire!"
      Era finita in acqua, ma se Richard avesse seguito il gioco, invece di
distrarsi, l'avrebbe certamente presa al volo. Perciò fu costretto a
tuffarsi e recuperarla dal centro del laghetto, inseguito da Tommy, furioso
per l'interruzione.
      Doveva proteggere quella famiglia, anche a costo della vita. Anche se
avesse dovuto trascorrerla tutta là, a Venture Island.

      23 novembre 1950

      Quando fu il momento, François sfornò il pellicano che agli
occhi di tutti era ormai un autentico tacchino del ringraziamento. A dire
il vero, il cuoco aveva avuto bisogno di un altro volatile da cuocere a
parte per ricavare il brodo necessario alla preparazione di quello
principale e Mike e Terry, quella stessa mattina, erano stati costretti ad
un lavoro straordinario per catturarne uno più piccolo.
      Alla fine, però, sfruttando la fantasia e le poche spezie
recuperate dalla cucina della Venture, François era riuscito ad ottenere
una pietanza dall'odore così appetitoso che proprio tutti avevano
cominciato a ronzare attorno alla cucina, finché François non li
aveva minacciati con il mestolo. Ma anche quello faceva parte della
tradizione. Poi a Mike era stato concesso un assaggio e lì erano
cominciate le proteste sedate a stento da Richard che era riuscito ad
ottenere che tutti potessero assaggiare almeno un pezzettino del pellicano,
cosiddetto, minore.
      Il ripieno era fatto con una specie d'insalata che sostituiva il
porro della ricetta originale. Avevano trovato l'illustrazione della pianta
sul manuale di botanica e, scoperto che era commestibile, ne avevano già
mangiata nei giorni precedenti, senza averne conseguenze sgradevoli.
      Il forno interrato in cui era stato cotto il pellitacchino l'avevano
costruito Terry e Mike, sfruttando l'idea trovata da Manuel in uno dei
libri che era il diario di un viaggiatore del diciottesimo secolo. L'uomo
era stato il primo ad arrivare in quelle isole e a conoscere i nativi della
Polinesia. Aveva descritto benissimo, facendone anche un disegno, il forno
usato dalle popolazioni delle isole di Tonga.
      Per costruirlo scavarono una buca nel terreno e sul fondo accesero un
bel fuoco con della legna molto secca. Sulle fiamme posarono delle grosse
pietre rotonde. Come il fuoco prese ad ardere e a consumare la legna, le
pietre si spostarono verso il fondo. Il cibo da cuocere doveva essere
avvolto in foglie di banana e posato sulle pietre, poi fu coperto da sacchi
di iuta e sopra ancora uno strato di terra.
      Come scoprirono dopo molti tentativi, tutto il calore era trattenuto
dai sacchi e dalla terra e il cibo cuoceva uniformemente, senza perdere
nessuno dei suoi sapori. Gli esperimenti fatti, dopo aver costruito il
forno, avevano fatto bruciare o cuocere troppo poco alcune centinaia di
pesci e uova e frutti, ma alla fine ci erano riusciti, per merito di
François e della sua esperienza di cuoco, che aveva controllato la
potenza del fuoco e del calore.
      Perciò, quando introdussero il tegame con il pellitacchino, lo
fecero con una certa sicurezza di vederlo riemergere ben cotto.
      Avendo un forno a disposizione, François aveva anche impastato la
poca farina che c'era a Venture Island ed aveva ottenuto una specie di
torta dolce. Chiudendo gli occhi e facendo il solito esercizio di fantasia,
ebbero anche una crostata, di zucca o di chissà cosa, ma che era
indispensabile per celebrare un vero Thanksgiving. Nel complesso il colore
era abbastanza vicino all'idea che tutti avevano di una torta di zucca, ma
il sapore, per quanto gradevole, era proprio diverso, perché in realtà
si trattava di una crostata fatta con polpa di mango, cocco e banane.
      Terry, Tommy e Richard avevano procurato frutta, pesci e crostacei in
abbondanza. Kevin e Manuel avevano pensato ad apparecchiare la tavola quasi
in riva al laghetto, dove, nei giorni precedenti, Mike aveva costruito un
tavolo grande abbastanza per tutti e nove e perfino delle panche. La
decorazione della tavola, molto artistica e colorata, fatta con fiori e
foglie, era stata realizzata da Angelo.
      "Per stare seduti come dei cristiani, alla tavola, nel giorno del
ringraziamento!" aveva sentenziato Mike, dando gli ultimi colpi di
martello.
      Quando finalmente furono tutti seduti, erano davvero contenti,
perfino Terry che sedeva felice tra Angelo e Tommy.
      Con tutta la solennità che era richiesta dal momento, François
e Joel portarono il tacchino, superbo e fumante, una pietanza dall'aspetto
attraente, posandolo con deferenza davanti a Richard. Erano tutti pronti e
con l'acquolina in bocca, in attesa che il loro papà, per quasi tutti il
migliore o l'unico che avessero mai conosciuto, si desse da fare a tagliare
il tacchino e a distribuire le parti.
      Prima però dovevano recitare la preghiera e Richard sapeva che i
ragazzi si aspettavano anche quello. Non conoscendone nessuna che andasse
bene per l'occasione si era affidato alla memoria di François che
gliel'aveva dettata.
      Quando erano davvero felici, suo padre la recitava ogni anno, aveva
confidato. E l'ultima volta, erano riusciti appena a sentirlo, perché la
voce era diventata così debole, per come era ammalato.
      Richard s'alzò e prese la mano a Kevin e Tommy. Loro fecero lo
stesso con Manuel e Mike e presto attorno al tavolo ci fu un cerchio di
ragazzi che si tenevano per mano.
      "Padre nostro che sei nel cielo" cominciò Richard che, non volendo
leggerla, aveva mandato a memoria la preghiera e la recitò con molta
convinzione "ti ringraziamo per averci riuniti in questa occasione.  Ti
ringraziamo per questo cibo preparato da mani amorose. Ti diamo grazie per
la vita e la libertà di godere tutto questo e tutte le altre
benedizioni. E come noi mangiamo questo cibo, ti preghiamo di darci la
salute e la forza per andare avanti e vivere come tu vuoi che
facciamo. Questo ti chiediamo nel nome di Cristo, padre celeste."
      François piangeva già prima che Richard cominciasse, ben
sapendo quali parole avrebbe ascoltato e tutti gli altri si disponevano a
commuoversi o avevano già le guance bagnate. Sarebbe finita in un
diluvio di lacrime se, appena finita la preghiera, Tommy, nonostante stesse
già piangendo, non avesse urlato:
      "Ehi... io ho fame!"
      E fu così che, senza perdere altro tempo, Richard attaccò il
pellitacchino, aprendolo con una perizia miracolosa, visto che non l'aveva
mai fatto prima, e comunque non gli era mai capitato di fare da
capofamiglia in un Thanksgiving. Affettò pezzi appetitosi e abbondanti
che distribuì, come era tradizione, servendo per primo il più piccolo
dei ragazzi.
      Il più affamato e quello che più di tutti meritava attenzione
era Mike che, con merito, ebbe il pezzo più grosso. Mangiarono a sazietà
e con il formidabile appetito che avevano sempre, spazzarono tutto il ben
di dio che erano riusciti a mettere in tavola. Alla fine giocarono e si
rincorsero sull'erba e nell'acqua e al tramonto, nel languore di quei
momenti, finirono per fare l'amore.
      Quando capì quello che stava per accadere, Terry cercò, per
quanto possibile di scomparire e se ne andò nella casa, visto che tutti
i ragazzi avevano scelto altri posti per festeggiare, ognuno a modo
proprio, quel giorno speciale.
      Si accoccolò in un angolo, cercando di non pensare, ma cominciò
lo stesso a piangere. Si trascinò a letto e si addormentò così
profondamente che non lo svegliarono neppure i suoi compagni quando
tornarono.
      Il primo a sbucare dalla botola sul pavimento fu proprio Angelo che,
vedendolo da solo nel grande letto di Richard, sentì che non poteva più
aspettare e decise di fare una cosa che rimuginava già da qualche
giorno.
      Si voltò, guardò in basso e fissò Joel che lo seguiva sulla
scala:
      "Scendi, dobbiamo parlare!" disse perentorio.
      "Ehi, avevi detto che volevi dormire. E poi io ho sonno!"
      "Ho detto: scendi!"
      Joel capì che non c'era molto da discutere. Sapeva per esperienza
che qualche volta, sotto il carattere dolce di Angelo, affiorava una
volontà piuttosto forte e allora non c'era niente da fare se non
assecondarlo.
      Tornò indietro e l'attese di sotto.
      Angelo lo prese per un braccio e se lo tirò dietro fin sulla
spiaggia.
      Era notte di luna piena, illuminata da una luce spettrale,
insolitamente forte e sufficiente a rischiarare i volti, a far capire le
espressioni e soprattutto a rendere visibili gli occhi di Angelo che erano
spalancati e fissi su di lui. E lo sguardo che vi si leggeva non era per
niente benevolo, lo si sarebbe detto piuttosto esasperato.
      "Tu sei geloso" gli stava dicendo e Joel finalmente capì ciò
che stava per accadere "Non so che cosa vi siate detti durante la caccia,
ma Terry è spaventato e quasi non vuole parlarmi. A te poi non si
avvicina neppure. Joel, insomma, io voglio bene a Terry e a te allo stesso
modo, capisci? E voglio che anche voi due vi vogliate bene come io ne
voglio a voi. È chiaro?"
      "Che vuoi dire?" chiese con una voce che già volgeva al pianto
"Che fra noi non è più come prima?"
      In quel momento non gli importava più di nulla e quella sua paura
di piangere gli pareva appartenesse ad un'altra persona. Stava per
disperarsi, altro che piangere.
      "No, scemo, è tutto come prima" lo tranquillizzò Angelo "ma
voglio che fra noi torni tutto com'era prima che accadesse quella cosa! Oh,
Joel, io voglio che tu torni a voler bene a Terry!"
      "Ma lui ti ha fatto del male!" gridò.
      "È vero, ha sbagliato, ma si è pentito! Ne abbiamo già
parlato, no?"
      "Si, ma tu piangevi tanto e poi hai detto che mi amavi" disse Joel
triste "io credevo che noi due saremmo stati insieme, per sempre!"
      "E non ho cambiato idea in niente, Joel, fra noi sarà sempre com'è
ora!"
      "Sicuro? Proprio sicuro?"
      "Si, sicuro, sicuro" e lo prese da sotto le ascelle, facendogli il
solletico. Cominciarono a ridere e finirono per terra rotolandosi.
      "Giuramelo, allora!"
      "Si, scemo. Te lo giuro!
      "Angelo, io..."
      "Ma non capisci che Terry ci vuole bene, che è dispiaciuto da
morire. Ci vuole bene a me e a te, allo stesso modo e adesso torneremo ad
essere i tre pazzi di Venture Island!"
      "Allora va bene! Ma dobbiamo parlare e lui non ti deve più fare
quello che ha fatto!"
      "Sono certo che non accadrà più, io lo so, Joel, mi capisci?"
      "Va bene, va bene, hai ragione tu."
      Da lontano Richard e Kevin li avevano visti discutere ed avevano
capito quello che Angelo stava cercando di fare. Poi videro gli abbracci e
finalmente li sentirono ridere, così sperarono che Angelo l'avesse
finalmente convinto.

      24 novembre 1950

      Il mattino dopo si misero in marcia molto presto, percorrendo la
strada che avevano già fatto prima i tre, quando erano ancora
tre. Adesso che erano due, ma non per molto, procedevano tenendosi per mano
e facendo acrobazie sul sentiero stretto per non perdere quel contatto cui
pareva che tenessero più di ogni altra cosa al mondo. Davanti a tutti
c'era Tommy, controllato da Manuel che gli teneva le mani sulle spalle,
attento a non farselo sfuggire. Poi Angelo e Joel, Kevin e Richard, Mike e
François.
      Terry era l'ultimo, seguito da Hook che si godeva felice la
passeggiata, non disdegnando di sorpassare tutti, per mettersi alla testa
della fila.
      Essendo l'ultimo Terry guardava quelle coppie con un misto di invidia
e nostalgia, chiedendosi quanto sarebbe durato ancora il suo purgatorio,
per quanto tempo gli avrebbe fatto così male assistere alle effusioni
degli altri e se sarebbe mai riuscito a liberarsi di quella specie di
maledizione.
      Poi, facendo una riflessione che lo sorprese parecchio perché, che
ricordasse, era la prima volta che aveva idee simili, pensò che l'amore
non può essere una maledizione e che, se proprio non dà felicità,
allora dà disperazione e, se a lui erano toccate le lacrime, era stato
soltanto per colpa sua. Né Angelo, né Joel avevano avuto parte in
quegli eventi, se non per come e quanto avevano sofferto ed era già
stato troppo.
      Chiuse gli occhi per non vedere, voleva piangere, ma gli pareva di
non avere più lacrime e poi avrebbe messo in ansia gli altri, in
particolare Richard che era sempre così buono con lui. Se poi l'avesse
visto Angelo, gli avrebbe chiesto di stare un po' con loro per ridere e
scherzare come al solito, ma lui non aveva più voglia di sentirsi un
ospite.
      Non ce la fece proprio e finì che si commosse lo stesso, allora si
attardò, sperando che chi gli camminava davanti, non si voltasse a
guardarlo, vedendogli le lacrime sulle guance. Solo Hook tornò indietro
a chiedergli, inclinando la grossa testa nera, che ci facesse là da
solo, con le guance bagnate, ma Hook era un compagno discreto e non avrebbe
certamente fatto la spia.
      Procedettero speditamente, per quanto lo consentiva la gamba di
François che si appoggiava alle spalle di Mike o di Richard. Una volta
si fece aiutare anche da Kevin, ma quando lo fece i due cominciarono a
ridere e tutta la fila rallentò tra le proteste di Tommy che, se fosse
dipeso da lui, l'avrebbe fatta tutta di corsa.
      Per precauzione Richard li aveva fatti coprire il più possibile
anche questa volta. Erano tutti abbottonati e protetti, perché avrebbero
dovuto attraversare la zona paludosa e c'era il rischio di essere punti
dalle zanzare anofele, portatrici di malaria.
      "Sempre che ce ne siano davvero!" aveva detto dubbioso Kevin, quando
aveva capito che dovevano camminare tutti coperti e che quindi avrebbero
sudato più del solito.
      Alla fine la prudenza di Richard aveva prevalso, anche se era occorso
qualche bacio per convincere Kevin a coprirsi anche lui, perciò, più
che una spedizione di esploratori, parevano un gruppo di ragazzi diretti ad
una festa, accuratamente vestiti con pantaloni e camicie, bianche e
immacolate. Portavano anche, pronti ad essere indossati, dei cappelli con
retine per proteggere la faccia. L'attraversamento delle paludi fu fatto
con una certa circospezione, ma con la massima velocità e avvenne senza
danni. Il lago delle rane, come l'avevano subito chiamato, fu lasciato
indietro meno velocemente, perché attirò irresistibilmente la
curiosità di tutti, anche di Kevin cui non piacevano gli animali in
genere, meno che meno quelli che si muovevano a balzi e potevano
inavvertitamente finirti addosso.
      Prima che il sole fosse al suo massimo nel cielo, avevano raggiunto
l'accampamento. Quando lo ritrovarono, e non fu facile come credevano,
furono colpiti dall'aria di desolazione che vi si respirava. Forse era
perché sapevano dell'esistenza delle tombe e degli scheletri, del
passaggio della morte che si era aggirata per chissà quanto tempo in
quei posti, ma tutto era immobile, deteriorato, anche gli animali parevano
aver abbandonato quella zona. L'aria era improvvisamente divenuta pesante e
perfino malsana, anche se in realtà non era così, perché in quella
zona si godeva di una brezza leggera, gradevole rispetto all'aria insalubre
delle paludi, più a valle.
      "Dobbiamo cercare tracce e qualunque cosa non sia un prodotto diretto
della natura" disse Richard "ma state attenti a non infilare le mani nude
in mezzo all'erba, perché potrebbero esserci rettili, oppure insetti o
spine. Prima di avvicinare le mani battete la terra con i bastoni."
      "Si... papà!" dissero in coro Joel e Terry.
      Fu così che si scambiarono un'occhiata di complicità, la prima
da qualche giorno e nel cuore di Terry si riaccese la speranza, perché
quella era la prima volta che Joel gli sorrideva davvero. Non come tutte le
altre volte, quando, dopo averlo fatto, cercava lo sguardo d'approvazione
di Angelo. E poi anche Angelo gli aveva fatto l'occhiolino, in un modo
speciale che, nel loro linguaggio segreto di prima che accadesse il
fattaccio, era un cenno d'intesa forte e voleva dire che appena possibile
dovevano parlare. Terry sperò che fosse la fine dell'incubo.
      Si diedero da fare, cominciando a muoversi con un certo metodo da una
capanna all'altra e ad esaminare palmo a palmo il terreno, per quanto lo
permetteva la vegetazione che aveva invaso il posto. Non fu facile trovare
qualcosa. Pareva che ogni segno del passaggio di quelle persone si fosse
dissolto. Se non fosse stato per Joel che, durante la prima escursione, si
era incuriosito nel vedere la cime di quegli alberi strani e secchi che poi
si erano rivelate delle capanne, probabilmente non avrebbero mai notato
l'esistenza del villaggio.
      Trovarono altri cocci e alcune lame di coltello, nessun utensile,
oltre alla pala e alla pentola che avevano già visto l'altra volta. Da
un esame un poco più accurato e meno emotivo degli scheletri, notarono
però che non c'era traccia dei vestiti che quelle persone dovevano pur
avere indossato.
      "E mi pare..." fece Manuel con tono esitante "credo... che non ci
siano tracce di violenza."
      Si voltarono tutti a guardarlo, forse non aspettandosi che parlasse.
      Era entrato tutto tremante nella capanna, approfittando del fatto che
Tommy se n'era andato con François e Kevin. Aveva cominciato ad
osservare, sempre più incuriosito, gli scheletri, si era accoccolato e
li aveva guardati da più vicino, esaminandoli quasi fosse un poliziotto.
      "Credo..." riprese esitante, poi con più sicurezza "credo che i
corpi siano completi e anche le ossa sono tutte intere" aggiunse "che non
ci sono segni di fratture insomma."
      "È vero, hai ragione e questo ci fa escludere l'ipotesi che
qualcuno gli abbia fatto del male" convenne Richard "hai ragione, Angelo!"
      "Ma perché non c'è più niente oltre alle ossa? Pare che sia
tutto scomparso. Perché non ci sono i vestiti?" fece Mike, tanto
impaurito, quanto desideroso di sapere.
      "Beh, si spiega facilmente" fece Manuel, incoraggiato dallo sguardo
di Richard "i vestiti sono stati distrutti dalle intemperie e anche gli
oggetti di legno sono scomparsi perché il materiale si è sgretolato e
polverizzato. Tutti i manici, per esempio, quelli dei coltelli."
      "Sembra proprio che siano qua da un secolo!" disse Kevin.
      Si ritrovarono tutti vicini a quello che era stato il falò
centrale dell'insediamento. Avevano ammucchiato gli oggetti trovati e si
guardavano, ancora intimoriti dal luogo e da quello che poteva
nascondere. Avevano recuperato poche cose, ma almeno una dava qualche
notizia su quelli che l'avevano utilizzato. Per quanto in cattive
condizioni, era chiaramente l'obiettivo di una macchina fotografica.
      "Sono certamente morti da molto tempo" disse Richard "però con
questo caldo non si può dire con precisione. Il corpo umano si decompone
in fretta e potrebbero essere bastati anche pochi anni. Sembrano morti per
una malattia, chissà, forse è stata proprio la malaria."
      "Ehi tu, se la smetti con questa malaria!" lo minacciò
François, scambiando un'occhiata d'intesa con Kevin.
      "No, la malaria, no!" urlò Terry.
      "Un'altra volta la malaria!" gli tenne dietro Angelo.
      "Non è possibile!" fece Joel e si scambiarono quello sguardo
d'intesa che pareva essere tornato un'abitudine.
      "Va bene, niente malaria" concesse Richard "però è stata
certamente una malattia e con le paludi che stanno qua sotto, può essere
stata malaria!" insisté, mentre François gli tirava un ciuffo d'erba
e i tre diavoli sogghignavano.
      "Va bene, amore mio, è possibile anche questo" Kevin
l'accarezzò, per consolarlo, mentre faceva l'occhiolino a François
"Può essere stata malaria, siamo tutti d'accordo. Va bene?"
      "OK, facciamo le persone serie, però!" disse Richard, un po'
offeso da quella condiscendenza "Attorno abbiamo contato dieci tombe e ci
sono anche quei tre scheletri. Potremmo pensare che ci siano state delle
morti distribuite nel tempo e che i sopravvissuti fossero abbastanza in
buona salute per seppellire i cadaveri."
      "Papà" urlò allora Tommy "io ho paura!" e si strinse a Kevin,
nascondendogli il capo nel petto.
      "Piccolo, tappati le orecchie" fece Mike sbrigativo "vai avanti,
fratello!"
      "Tommy, la sai una cosa?" disse allora Richard "Credo che questo sia
uno dei posti più sicuri di tutta l'isola, se solo stiamo attenti a non
bere l'acqua che c'è qua attorno e se non ci fermiamo troppo dalle parti
della palude."
      "Dici davvero? E tutti questi morti? E gli scheletri?" rabbrividì
visibilmente.
      "Ehi, non lo sai che i morti non sono mai cattivi? Pensaci un po',
non possono farci alcun male, Tommy. Loro sono soltanto morti e non si
muoveranno più da dove stanno adesso e poi, noi fra un po' ce ne andremo
dall'altra parte dell'isola e forse non torneremo più qua, né
penseremo più a loro, se non per dire qualche preghiera. Mi credi se te
lo dico io?"
      "Si, papà" fece il ragazzino ancora dubbioso, anche se si
calmò, rialzando il capo dal petto di Kevin, ma non lasciando la sua
mano. Poi, quasi se ne fosse appena ricordato, cercò anche quella di
Manuel.
      "Gli ultimi tre non sono stati sepolti, forse perché non c'era
nessuno che potesse farlo" disse Manuel "proprio come aveva detto Kevin,
non è vero, Richard?"
      "E allora, cosa può averli uccisi?" chiesero Mike e François
insieme, spaventati da quelle parole terribili.
      "Non lo so. Forse è stata una malattia, anche se non è la
malaria, ma qualcosa che indebolisce progressivamente. Per esempio qualcosa
che fa passare l'appetito e quando non si mangia ci si debilita fino
morire, perché anche una malattia banale, anche un raffreddore diventa
grave. Non lo so ragazzi, mi dispiace. Credo però che, per sicurezza,
dovremmo evitare di tornare da questa parte dell'isola."
      "Ehi, papà, Richard, io penso che forse, senza accorgersene,
potrebbero essersi nutriti con qualcosa di velenoso" disse Manuel che si
stava dimostrando il più fantasioso di tutti e anche il più
riflessivo "per esempio dei frutti, bacche di piante che gli sono sembrate
commestibili, ma che in realtà non lo erano."
      "Potrebbe anche essere" concesse Richard.
      "Pare che siano stati qua per abbastanza tempo e con forze
sufficienti per costruire le capanne" continuò Manuel "poi però
devono essersi ammalati e non è accaduto a tutti
contemporaneamente. Forse non avevano abbastanza cibo, anche perché
siamo lontani dalla riserva e loro non trovavano uova a sufficienza per
nutrirsi, oppure non riuscivano a cacciare gli uccelli.
      "Credo che abbiano cominciato a nutrirsi di qualcosa che li ha
avvelenati, ma lentamente, senza che se ne accorgessero. Potrebbero non
aver riconosciuto i sintomi e continuato a mangiarne fino a stare troppo
male. Hanno cominciato ad ammalarsi i più deboli e se poi si sono anche
infettati di malaria, la situazione non ha potuto che peggiorare."
      "Hai ragione, Manuel, credo che alcune sostanze velenose agiscano sul
fegato che ad un certo punto non è più in grado di neutralizzarle e
quindi si arriva alla morte" spiegò Richard.
      "E secondo me non è stato tanti anni fa" proseguì Manuel
incoraggiato "perché c'è questo obiettivo che sembra appartenere ad
una macchina a soffietto, di quelle che venivano utilizzate fino a pochi
anni fa.  Tu le conosci, papà? Avevano il soffietto di pelle che è
andato perduto, ma l'obiettivo di metallo è rimasto intatto e da qualche
parte in mezzo alla vegetazione ci dovrebbe essere anche il resto del
meccanismo di metallo con l'intelaiatura. E anche gli utensili, a me non
sembrano tanto vecchi da risalire al secolo scorso e neppure dei primi anni
di questo secolo. Mi sembrano piuttosto recenti, forse di prima della
guerra."
      "Vai avanti, Manuel!"
      "Io penso che siano stati dei naufraghi come noi, però credo che
siano approdati dalla parte... noi adesso possiamo dire che era quella
sbagliata, insomma nella zona delle paludi. Poi, non avendo uno come te ad
organizzarli e uno come Tommy per trovare i posti giusti, non hanno pensato
ad esplorare l'isola o non ne hanno avuto la voglia, l'interesse. Magari
gli andava bene stare qua e così non hanno mai trovato le Tommy's
Falls."
      "Si, la tua ricostruzione è corretta."
      "Forse sono morti dopo qualche tempo che erano qua, non molto, forse
un anno, abbastanza però per costruire le capanne. Evidentemente non
avevano gli attrezzi che abbiamo avuto noi, né un ingegnere e un
architetto, perciò hanno dovuto costruire capanne molto più semplici
della nostra casa. E fra loro forse c'erano delle donne, altrimenti non ci
sarebbe stato il bambino che sembra davvero molto piccolo. E chissà chi
altro c'è là sotto!" concluse indicando il cimitero.
      "Questo ragazzo è un veggente!" disse François ridendo.
      "No, è un mago!" gli fece eco Kevin.
      "È Sherlock Holmes!"
      "É uno stregone! Bruciamolo!"
      "Voi invece siete solo due stupidi invidiosi. State zitti e fatelo
parlare!" li redarguì Mike che si era davvero appassionato alla
ricostruzione fatta da Manuel.
      "Beh, non c'è molto altro che si possa dire. Tranne che sono morti
uno per volta e in un periodo ristretto di tempo. Forse si è davvero
concluso tutto in un anno o poco più. Si capisce dallo stato delle tombe
che mi sembrano tutte molto simili e anche conservate allo stesso modo,
cioè che una non sembra più vecchia dell'altra. E ho pensato anche
un'altra cosa. Credo che, insomma, a me non sembrano cristiani!"
      "Perché? E tu come lo sai?" fece François un po' incredulo.
      "E quelle croci allora?" disse Mike ormai disorientato dalle
deduzioni di Manuel.
      "Quelle non sono croci, sono semplici paletti, perché se fossero
state croci avremmo trovato l'incastro, un intacco, una legatura o le sue
tracce sul legno, invece non si nota proprio nulla. E i paletti hanno in
punta il segno del taglio, quindi non sono stati spezzati dal vento, perciò
penso che siano stati piantati nel terreno per reggere dei piccoli oggetti,
dei simboli che poi proprio il vento e qualche piccolo animale hanno
portato via. E questo mi fa pensare che forse erano buddisti, quindi degli
orientali, ma probabilmente non filippini che sono in prevalenza
cattolici."
      "È forte... Manuel, sei fortissimo!" gli fece Angelo, ammirato.
      "Si, Manuel, continua!" dissero Joel e Terry un'altra volta
all'unisono.
      Poi si guardarono e si sorrisero, più di prima. Joel gli diede una
pacca sulla spalla e Terry gliela restituì ridendo.
      "Io direi che erano cinesi o del sudest francese, magari vietnamiti,
laotiani oppure cambogiani. Io so che prima della guerra c'erano navi che
trasportavano carichi di merci e di nascosto anche molti profughi
attraverso il Pacifico, verso gli Stati Uniti. Ed erano clandestini come i
genitori di Chris. Forse la loro nave è naufragata e chissà come sono
finiti qua, oppure anche per loro c'è stato un attacco di pirati, ma non
credo.  Siamo troppo lontani dalle rotte dei pirati!
      "Ehi... e tu queste cose come le sai?"
      "Ho sempre letto tutti i giornali che trovavo. Sempre..." fece Manuel
arrossendo.
      "E che altro sai?"
      "Beh... ragazzi, però... non so che altro dirvi!"
      "Ma sei forte lo stesso!" gli gridò Tommy felice, soprattutto
perché quella spiegazione liberava i morti da un mistero che altrimenti
l'avrebbe terrorizzato ancora per molto.
      "Mi sembra un'analisi proprio corretta" approvò Richard
"complimenti, Manuel, sei stato davvero molto acuto."
      "E ora che facciamo?" chiese François.
      "Diciamo una preghiera e ce ne andiamo in fretta" propose Kevin "E
non torniamo più da queste parti, non mi pare proprio il caso."
      "Mike, che ne diresti di aiutarmi a seppellire gli scheletri?" disse
Richard "Non dovremmo scavare molto e basterà una piccola buca per tutti
e tre."
      "Hai ragione" fu subito d'accordo "qua... vedi? C'è una zona di
terreno un po' più molle. Sarà facile!  Ehi... ci penso io..." e gli
tolse di mano la pala che Richard aveva già impugnato.
      Mike era così, difficile sottrargli un lavoro. Si diede da fare e
in qualche minuto scavò abbastanza per poter dare una qualche sepoltura
a quei poveri resti.
      Allora Richard raccolse, con tutte le cautele e con una certa
diffidenza, le ossa, cercando di ricomporle all'interno della buca. Mike
provvide a ricoprirla. Poi si tennero per mano e pregarono insieme, tristi
per quelle persone che erano state più sfortunate di loro.
      "E con questo abbiamo due cimiteri" disse François alla fine "e
direi che per quest'isola sono anche troppi!"
      "Andiamo, ragazzi, cerchiamo di arrivare a casa prima del tramonto"
li incitò Richard, anche per scuoterli dalla malinconia che li aveva
assaliti.
      Se ne tornarono in silenzio e non sfuggì a nessuno che Angelo e
Joel, pur tenendosi sempre per mano, non la smettessero di chiacchierare
con Terry, il quale gli stava attaccato e non perdeva occasione per ridere
e scherzare.
      Si stava risolvendo un'altra questione, pensò Richard, un problema
che per fortuna non aveva creato guai maggiori.
      "Papà, potremmo uscire a pescare con Terry?" gli chiese Joel
quando furono sulla spiaggia.
      "Anche tu, Angelo?"
      "Si... papà..."
      "Non avrai paura? Ne sei proprio sicuro?"
      "No, non questa volta. Starò attento!"
      "Va bene, allora, ma tornate presto e non combinate guai. Sono stato
chiaro? Terry?"
      "Si, papà!" urlarono, mentre stavano già spingendo la barca in
mare.
      "Ho bisogno di molti pesci e anche in fretta!" gli urlò dietro
François "Quindi cercate di non fare il giro dell'isola!"
      "Pensate che abbiano fatto pace?" chiese Mike.
      "Speriamo. Direi che Terry ha sofferto abbastanza" disse Kevin.
      "Però anche Angelo e Joel si portano addosso i segni di quella
giornata, no?"
      "Se l'hanno perdonato, sono stati più bravi, onesti e maturi di
quanto potessimo pensare" disse inaspettatamente Manuel.
      "Ragazzo, è la tua giornata per dire le cose giuste" disse Kevin,
facendogli l'occhiolino.
      La lancia, che in origine era soltanto una scialuppa, da qualche
giorno, per merito di Mike e della sua maestria, oltre che dei suggerimenti
dettati da Terry, era diventata un'imbarcazione a vela che lo stesso Terry
manovrava con abilità. Se fosse anche agile e veloce, nonostante la sua
forma che tradiva le origini di scialuppa, lo stavano scoprendo ad ogni
uscita.
      Terry aveva acquisito ormai una certa capacità e un'esperienza di
regata che, comunque, non erano improvvisate, perché nei due mesi di
crociera il ragazzo era stato uno dei più assidui assistenti del
capitano Mendes da cui aveva appreso qualche nozione di navigazione e di
governo di una nave a vela. L'amicizia era stata favorita dal fatto che il
capitano era originario proprio di Capo Verde e, riconosciuto il ragazzo
come un suo compatriota, l'aveva scelto come proprio assistente.
      La lancia, che avevano pomposamente ribattezzato "Spirit of Venture",
non era certamente una nave, adesso alzava un albero di cinque metri, il
boma e due vele, una randa e un fiocco, tutto materiale recuperato dalla
velatura e dal sartiame della Venture.
      Il nome era stato inciso sulla fiancata destra. Mike ci aveva messo
un paio di giorni a intagliarlo e Angelo l'aveva dipinto con molta
attenzione usando colori naturali ottenuti chissà come.
      Insomma, faceva una bella figura quando solcava l'acqua della laguna,
in genere calma, qualche volta solo increspata. Una modifica al timone e
l'allungamento della barra l'avevano resa anche più governabile.
Qualche problema nasceva dalla mancanza di deriva e dalla sua forma poco
aerodinamica, ma anche così era più che sufficiente a pescare e a far
divertire i ragazzi, a farli tornare a familiarizzare con il mare. Il
naufragio era troppo vicino, perché non ne avessero ancora paura.
      Alzata la vela, Terry manovrò senza sforzo, andando a mettersi
dove passavano le correnti calde utilizzate dai pesci. C'era voluto tempo
per capire come si muovessero i branchi all'interno della laguna, ma ora
gettava la rete a colpo sicuro e le prede che vi si impigliavano erano
sempre tante e soprattutto saporite.
      Andare a vela l'affascinava e si sentiva anche abbastanza sicuro dei
propri movimenti, tanto che, se ne avesse avuto voglia avrebbe potuto
uscire dalla laguna e perfino allontanarsi dall'isola, ma quella voglia
certamente non l'aveva. Forse un giorno gli sarebbe piaciuto condurre la
barca nel mare aperto, al di là della scogliera, dove non c'era più
protezione e le onde potevano essere alte anche molti metri, faceva quel
pensiero ogni volta che si avvicinava al canale d'uscita e ogni volta un
brivido gli correva lungo la schiena.
      L'apertura, il canale che permetteva l'ingresso nella laguna era una
specie di regno di mezzo che consentiva il passaggio tra l'inferno e il
paradiso, fuori il mare era sempre agitato, spumeggiante, rumoroso, con le
creste delle onde che vaporizzavano a causa del forte vento, all'interno la
laguna era quasi sempre calmo, come fosse un lago, silenzioso nel suo
riposante colore turchese.
      "Sei bravo con questa barca!" fece Joel.
      "Si, pilotarla è più semplice di quanto pensi" si schermì
Terry, mentre ammainava la vela e la serrava al boma "il vento è tutto,
devi sentirlo, è la cosa più importante e qua ce n'è sempre. Non
ricordo una sola giornata senza vento."
      Gettò la rete, sfruttando l'abbrivio della barca e la legò alla
poppa per trascinarla un poco, aspettando di sentirla pesante e carica di
prede.
      Era davvero un avvenimento che fossero tutti e tre sulla barca,
perché Angelo era ancora spaventato dal potersi trovare un'altra volta
in balia delle onde, com'era accaduto per il naufragio. Per questo si
avvicinava meno possibile al mare, figurarsi salire in barca, ma quel
giorno dimenticò tutte le sue paure e fu per una causa nobile e giusta,
per un compito che non poteva delegare a nessuno e che poteva svolgere
soltanto lui, salendo sulla lancia. Perciò, per amore, si sacrificò.
      "Non siamo troppo lontani dalla riva... eh,Terry?" disse con un filo
di voce.
      "Fratellino, stai tranquillo. Sei al sicuro con me!"
      "Ma tu com'è che sai andare così bene a vela?" chiese Joel
interessato, ma anche per distrarre Angelo.
      "Oh, è facile! Vuoi imparare?"
      Joel fece di si con la testa. Ed era sereno, così almeno parve a
Terry. E se era così, forse il suo esilio era finito. Forse. Anche
Angelo pareva tranquillo
      Lui ebbe paura che fosse un'altra illusione, che i due fossero là
solo per fargli piacere, come era già accaduto, poi guardò fisso Joel
fino a cercarne gli occhi. Joel non distolse lo sguardo, lo resse, finché
fu lui a guardare altrove, ma negli occhi di Joel non lesse nessuna
avversione e sperò che finalmente stavano per parlarsi e che lui sarebbe
riuscito a spiegarsi meglio delle altre volte e che Joel finalmente capisse
e l'accettasse.
      Con Angelo era stato più semplice, ma Joel era un duro, o quasi.
      Per non tremare, perché aveva tanta paura, per non piangere,
perché stava per farlo, si concentrò sulle operazioni di pesca. La
rete si era rapidamente riempita di pesci, più velocemente di altre
volte, quasi che quelle bestiole si fossero affrettate a sacrificarsi per
celebrare con la loro riconciliazione, come fossero vittime da immolare per
quello che forse stava per compiersi.
      Forse.
      "Terry" Angelo l'accarezzò sulla spalla "Joel deve dirti di una
cosa" e accarezzò Joel allo stesso modo, spingendolo a voltarsi,
incoraggiandolo, perché fossero uno di fronte all'altro.
      "Ti ricordi quello che ti ho detto quando ne abbiamo parlato?" disse
Joel.
      Poteva riferirsi ad una delle tante volte in cui si erano parlati in
quei giorni, oppure a quello che si erano detti dopo la caccia, ma Terry
sapeva che Joel si riferiva alle parole dette due giorni dopo quel suo atto
sciagurato, quando aveva parlato per la prima volta con Angelo. Joel si
riferiva alle minacce che gli aveva fatto e che lui aveva preso
terribilmente sul serio.
      Come poteva scordarle?
      "Non lo dimentico, non credo che potrei farlo!"
      "Prima che ti dica altro, ricordati che quella promessa è sempre
valida e che se fai un'altra volta qualcosa ad Angelo, io ti... tu lo sai
cosa ti faccio, vero?"
      "Si, Joel" e temette che davvero per lui non ci fosse speranza, poi
Joel fece qualcosa.
      Quel suo movimento strano, quello che faceva quando voleva attaccarlo
per fargli il solletico. Prima fece gli occhi spiritati, poi mosse le mani,
pronte ad artigliarlo e, soprattutto, gli fece il suo sorriso più furbo
e allegro.
      "A parte questo, ti voglio bene, pezzo di merda!" disse e gli si
gettò addosso, l'abbracciò tanto forte da fargli perdere
l'equilibrio, gli fece il solletico. A quel punto anche Angelo si buttò
nel mucchio contribuendo a fare ondeggiare pericolosamente la barca.
      Erano avvinghiati in una lotta fatta di risate, prese audaci, urla e
movimenti bruschi, poi si acquietarono, ma solo perché la barca
rischiava di rivoltarsi. E perché i punti che Joel aveva sulla gamba
stavano certamente per riaprirsi.
      Il miracolo era finalmente avvenuto.
      Tirarono insieme la rete carica di pesci e, su indicazione di Terry,
li selezionarono come al solito.  Tornati al campo, andarono di corsa da
Richard.
      "Vorremmo che Terry tornasse a dormire con noi" disse Angelo.
      "Siete sicuri, ragazzi?"
      "Si!" risposero convinti.
      "E tu, Terry?"
      "Beh, io sono contento!" disse con un sorriso smagliante.
      "Allora, va bene, ragazzi" disse Richard accarezzando Joel "siete
stati tutti bravi!"
      Anche lui era soddisfatto per come si era risolta la vicenda, ma non
lasciò andare Joel.
      "Fammi vedere la gamba!"
      "No!" e scappò via.
      "Domani ti toglierò quei punti" gli gridò dietro Richard "con
le buone o con le cattive. Dovessi legarti ad un albero. E tu sai che Mike
sarebbe contento di farlo!"
      L'accenno a Mike rese la minaccia molto più concreta, anche se per
il momento c'era la cena da preparare e dei punti si sarebbe discusso
un'altra volta.
      Quella sera mangiarono anche più allegramente del solito, perché
c'era da festeggiare la serenità ritrovata. Non che le loro cene fossero
mai state meno che vivaci e rumorose, ma quella era un'occasione speciale.
      Erano tutti gioiosi e soprattutto sereni, poi François, rovistando
nella sua dispensa segreta, tirò fuori gli ultimi pezzi di cioccolata e
la festa fu davvero completa. Mangiarono a sazietà il cibo che, per
fortuna o bontà di Dio, a seconda delle convinzioni, abbondava
sull'isola. Mangiarono e gustarono tutto anche per l'abilità che
François aveva ormai accumulato e trasmesso, almeno in parte a
Joel. Risero e cantarono e furono tutti più contenti per l'armonia che
era tornata fra loro e che era stata solo scalfita dall'inimicizia fra
Terry e Joel.
      "Non c'è un albero della cioccolata su quest'isola?" chiese Kevin
      "C'è solo l'albero del pane, vero?" disse sconsolato François.
      "No" li deluse Richard "potremmo anche trovare delle piante con dei
semi simili al cacao, ma poi avremmo bisogno di alcuni elementi chimici per
la preparazione. Niente cioccolata, ragazzi. Mi dispiace!"
      "Però la marmellata è buona!"
      "Cavolo se è buona..." fece Tommy a voce non proprio bassa e con
la bocca piena proprio di quella specie di marmellata che François era
riuscito ad ottenere cocendo i frutti.
      "Se li lava i denti? Vero, Manuel?" chiese Kevin.
      "Si! Due volte al giorno, mattina e sera."
      "Perché se qualcuno dovesse avere mal di denti" disse Richard,
quasi a se stesso "non potremmo fare niente. Ve li lavate tutti?"
      Otto teste gli fecero di si, sperando di convincerlo.
      "François, che dolci ci farai per Halloween?" chiese Tommy per
sviare il discorso dal mal di denti. Del quale non aveva mai sofferto, ma
che lo spaventava parecchio per come ne aveva sentito parlare.
      "Non credo di poter fare molto, perché non abbiamo zucchero e
farina, ma facendo seccare la confettura di frutta e poi tagliandola a
pezzetti, dovremmo avere qualcosa di simile a delle caramelle.  Oppure, per
esempio, mescolando il frutto dell'albero del pane con le banane mature,
quelle piccole e più dolci, si otterrebbe, forse, un impasto che, se lo
cuociamo nel forno, potrebbe avvicinarsi alle ciambelle.  Insomma, possiamo
provare, ma dovremo adattarci!"
      "Dai, vecchia zia, siamo qui per adattarci, no?" lo canzonò Kevin.
      "Se io sono una vecchia zia, tu sei una strega!"
      Finì tra le risate, mentre Tommy e Mike continuavano ad ingozzarsi
di marmellata, insensibili alle battute e a niente altro che non fosse quel
nettare che ingoiavano avidamente.
      Alla fine della serata, quando Richard pregava e i ragazzi lo
ascoltavano commossi, lui non parlò della riconciliazione che c'era
stata, ma andò a mettersi fra Terry e Joel, con le braccia sulle loro
spalle e pregò per tutti loro, recitando le preghiere di ogni sera,
all'ultimo bagliore del fuoco.

      A Venture Island si viveva sfruttando la luce naturale, nel senso
che, calata la notte, a meno che non ci fosse la luna, era buio pesto, solo
un poco attenuato dal luccichio delle stelle che però non penetrava
sotto gli alberi. L'unica luce era data dai bagliori del fuoco di bivacco
che era sempre acceso al centro del campo.
      Dalla goletta avevano recuperato alcune lampade a petrolio, ma
pochissimo combustibile che era particolarmente prezioso. Avevano anche un
certo numero di candele e di torce, pure quelle utilizzate con grande
parsimonia, nelle occasioni speciali o per le emergenze. La legna da ardere
non mancava, ma spesso avevano difficoltà a farla bruciare, a causa
della forte umidità che c'era sotto gli alberi, tanto che da qualche
settimana la lasciavano qualche giorno al sole ad asciugare, prima di
utilizzarla. Tenevano però il fuoco sempre acceso, non avendo quasi più
fiammiferi e, non essendo ancora molto abili con paglia e legnetti, avevano
istituito la cosiddetta 'guardia del fuoco'.
      Era un ruolo di responsabilità e decisero di occuparsene a
turno. Il compito, apparentemente banale, era quello di controllare che il
fuoco fosse sempre acceso, di giorno e di notte. La penalità in caso di
spegnimento completo era stata stabilita, all'unanimità, nell'obbligo di
procurare la legna per tutta la settimana successiva all'incidente. Ma non
era mai accaduto che il fuoco si spegnesse del tutto. A dire il vero, una
volta Angelo ci era quasi riuscito, ma Terry e Mike con pazienza avevano
praticamente resuscitato la brace e salvato il ragazzo da una settimana di
corvée alla legna.
      Quando minacciava pioggia, la brace, che Richard chiamava 'sacra',
quasi fosse il prodotto di un legno divino, veniva portata al riparo e
alimentata con attenzione ancora maggiore, neanche fosse il fuoco del monte
Olimpo. E per loro era anche più venerato e importante.
      La guardia del fuoco aveva anche il compito di provvedere
all'aggiornamento del calendario. Era un compito delicato e per essere
certi di non dimenticarsene, avevano stabilito di farlo al passaggio di
consegne fra le due guardie che insieme avrebbero spostato i legnetti
controllando che ciascuno facesse i giusti movimenti. Spesso l'azione vera
e propria di aggiornamento, un complicato spostamento di legnetti e paletti
che contavano giorni, mesi e anni, cui si erano aggiunte nell'ultimo mese
addirittura le fasi lunari, con un calcolo approssimativo delle maree e del
volgere dei monsoni, era effettuata sotto lo sguardo attento di tutti i
sacerdoti di questo nuovo culto del tempo. Come l'aveva definito Richard
che poi era stato costretto a spiegare a tutti quello che intendeva dire.
      Accanto al calendario, in una zona della radura sempre esposta al
sole, avevano costruito la meridiana su cui troneggiava una pertica, una
specie di totem, che rappresentava lo gnomone.
      "Gnomone?" aveva urlato Tommy, incredulo, mentre Mike e Richard
piantavano l'asta con molta attenzione, per essere certi che fosse ben
dritta.
      "Questo palo si chiama proprio così e l'arte gnomonica serve a
realizzare gli orologi solari, cioè le meridiane" aveva spiegato
pazientemente Richard.
      "Gnomone! Gnomonica!" aveva ripetuto Tommy per tutta la giornata,
contento per le parole nuove che aveva imparato.
      Dopo averci pensato su e aver fatto qualche calcolo, Richard aveva
stabilito che l'altezza necessaria era di circa due metri, perciò
avevano cercato un palo bello diritto di almeno quattro metri, per poterne
piantare la metà nel terreno.
      Prima avevano liberato la zona dall'erba fino a segnare un quadrato
sul cui lato sud era piantato il palo. A partire da lì, avevano
insabbiato a raggiera dodici paletti, uno per ciascuna ora, dalle sei di
mattina alle sei di sera. Una meridiana vera, con la lastra di marmo,
avrebbe avuto delle linee scolpite a segnare il tempo, sarebbero stati
segni netti, scanalature dipinte di scuro sul marmo chiaro. Loro avevano un
piano di sabbia e dei paletti che però chiamarono ugualmente tacche.
      L'ombra dello gnomone si stagliava sempre netta sulla sabbia bianca a
segnare con precisione ore e mezz'ore. Parlare di ore forse non era
corretto, perché si trattava delle dodici frazioni del periodo di luce
calcolate da Richard. Trovandosi quasi all'equatore, il tempo tra il
sorgere e il calare del sole era abbastanza costante nel corso dell'anno.
      Ci aveva messo qualche settimana, ma alla fine, sulla base delle
proprie conoscenze di geografia astronomica, delle carte recuperate dalla
Venture e delle misurazioni fatte, era riuscito a stabilire, con una certa
approssimazione la loro posizione ed anche una divisione corretta nei
periodi di tempo che a lui parevano abbastanza simili alle ore.
      In quei giorni, mentre era alle prese con i suoi rilevamenti, si era
sentito vicino agli astronomi babilonesi che, come sapeva, avevano
inventato la meridiana ed erano anche riusciti a farne uno strumento molto
più preciso degli orologi meccanici costruiti in seguito. Ed avevano
fatto tutto senza avere idee precise di longitudine e latitudine, né
avevano altri mezzi se non le loro acute osservazioni. Un po' com'era
accaduto a lui che in più sapeva che la terra è una sfera che gira
attorno al sole, con una inclinazione variabile dell'asse.

      Joel era la guardia del fuoco di quella sera e i tre si attardarono a
preparare la brace per la notte. Se non minacciava pioggia, per conservarla
accesa era sufficiente lasciare un bel ceppo a consumarsi e la mattina
dopo, al cambio di consegne, la nuova guardia avrebbe dovuto solo ravvivare
i tizzoni e riprendere ad alimentare il fuoco.
      Il campo era appena illuminato dallo scintillio di braci ormai senza
più fiamma, ma i ragazzi erano bravi a muoversi al buio, avendo imparato
a conoscere il campo e l'interno della casa, dove trascorrevano le ore di
oscurità.
      Si sciolsero dall'abbraccio in cui si erano stretti dopo aver
sistemato il focolare solo per arrampicarsi sulla scala, si ripresero per
mano e raggiunsero il letto a passo sicuro.
      C'era da riguadagnare un'intimità perduta, assieme alla
spontaneità dei movimenti, che solo poco tempo prima era totale.
      In quei dieci giorni tutti e tre erano cambiati parecchio. Angelo,
forse meno degli altri, ma lui era già abbastanza maturo ed equilibrato
prima del naufragio e, nonostante ne avesse subito i danni peggiori, era
stato il primo a venire fuori dall'episodio con Terry, intuendone
l'effettiva portata e le vere motivazioni. Aveva capito che era stato per
amore e si era messo subito all'opera per ricucire tutti gli strappi, il
dolore di Terry, complicato dall'indignazione e dalla gelosia di Joel.
      Terry adesso si conosceva molto meglio, sapeva cose nuove su di sé
ed era conscio della grande fortuna che aveva avuto a trovarsi in un posto
come Venture Island. Se avesse fatto la stessa cosa a Boston, se si fosse
comportato a quel modo con chiunque, era certo che sarebbe stato chiuso in
una prigione, senza molte speranze di venirne fuori. Essere dov'era, oltre
a dargli l'opportunità di essere perdonato, l'aveva preservato dalla
rovina completa.
      E tutto per la fortuna di avere fatto naufragio e di essersi poi
innamorato.
      Terry era davvero cambiato e pur di tornare ad essere amato davvero
da Joel e Angelo, avrebbe fatto qualunque cosa.
      Nel buio della casa, non molto silenziosa, a causa dei bisbigli che
si sentivano provenire dai letti, dei sospiri e dei fruscii, dello schiocco
dei baci, perché tutti gli altri stavano almeno baciandosi, Terry si
avvicinava al letto tremante, in attesa di quello che sarebbe accaduto.
      E c'era Joel che, assai più degli altri due, era diventato una
persona nuova, cambiato nel corpo e nello spirito. La sua maturazione
fisica si era fatta improvvisamente evidente, gli erano spuntati i primi
peli anche sotto le ascelle e quelli attorno al pene erano già più
che un ciuffetto. Per la barba avrebbe dovuto aspettare ancora qualche
anno, ma per il resto il suo corpo si stava riempiendo, allungando,
trasformando. Anche per merito dell'alimentazione regolare ed abbondante,
sulla Venture e poi a Venture Island, che stava dando i suoi frutti. I
progressi più importanti però c'erano stati in campo affettivo,
perché ora amava e sapeva di amare, era riuscito a capire, ad
interpretare le sue emozioni e aveva scoperto che quella sensazione strana
che provava, quando era vicino ad Angelo ed anche a Terry, era amore,
mentre ciò che sentiva guardando gli altri compagni, era una cosa
ugualmente bella, ma abbastanza diversa. Era affetto, amicizia e tenerezza,
oltre che rispetto per la loro libertà e le loro opinioni.
      Era certo che si sarebbe fatto uccidere per i suoi compagni, per
ciascuno di loro, ma quello che provava per Angelo e Terry era proprio
diverso.
      Terry davanti al letto esitava, poi Angelo e Joel se lo tirarono
dietro e lui finì in mezzo a loro.  L'accolsero con una serie di
risatine soffocate. In un attimo si liberarono dei vestiti e cominciarono a
toccarsi, ad abbracciarsi a stringersi, riacquistando immediatamente tutta
l'intimità e la confidenza di qualche giorno prima.
      Terry all'inizio era timido, timoroso di toccare, ma quei due
cominciarono ad accarezzarlo, riempiendolo di baci, mostrandogli
apertamente il loro desiderio. Presto, prima di quanto volessero, furono
vicini a godere. All'improvviso il fiato si fece più corto, i movimenti
più veloci, le carezze più incalzanti e fu come se mille sirene
cominciassero a suonare tutti insieme, ma Terry riuscì a farsi sentire
in mezzo a quel frastuono.
      "Aspettate, fermi!" disse, cercando di controllare il respiro, la
voce e il battito del cuore "aspettate.  Devo dirvi una cosa" bisbigliò,
temendo di aver svegliato tutti, perché era una cosa che voleva dire
solo a quei due "Io, Angelo" i due lo guardavano senza capire "io voglio
che tu mi faccia quello che ho fatto a te. E poi devi farlo anche tu,
Joel!"
      "No, Terry!" fece subito Angelo.
      "Voi due l'avete fatto, no?"
      "Si, ma io avevo paura!" chiarì Angelo.
      "E invece a me è piaciuto!" tagliò corto Joel.
      "E allora fatelo anche a me. Vi prego, Angelo, Joel!"
      Si mise a pancia sotto e attese.
      "Terry..."
      "Anche a me non voleva farlo" mormorò Joel.
      "Non voglio, io lo so che fa male!"
      "Ti prego, Angelo!" ripeté Terry, affondando la faccia nel cuscino
"A me non importa proprio se mi fate un po' di male! Dovete farlo!"
      "Ma non è vero che fa male" si infervorò Joel, che era l'unico
a non aver dimenticato la propria eccitazione. Aveva alzato un po' la voce,
ma la riportò subito ad un sussurro "Ehi, quella è stata la cosa più
forte che abbiamo mai fatto. Ma questo qua me l'ha voluta fare una volta
sola!" ridacchiò "Allora, quand'è che me lo farete daccapo, tutti e
due?"
      "Domani, piccolo, oggi tocca a me. Va bene?"
      "Dai, Angelo!" l'incitò Joel.
      E così pareva che l'avessero convinto, ma Angelo tremava tanto che
l'eccitazione gli era quasi passata. Però gli bastò sfiorare la pelle
liscia di Terry, per prendere vigore e sentire rinascere il desiderio,
allora gli allargò le gambe e andò a inginocchiarsi in mezzo. Si
abbassò fino a sfiorare con le labbra i due globi.
      Joel non smetteva di accarezzare ora uno, ora l'altro,
incoraggiandoli con i suoi gesti, perfino con il suo respiro, e, per una
specie di percezione, i due capirono che non era geloso di quello che
stavano facendo. In realtà, pensò lui, forse non lo era mai stato,
forse il suo era stato soltanto un capriccio. Capiva quanto fosse
importante che Terry e Angelo raggiungessero anche quella particolare
riconciliazione. E poi Terry gli aveva promesso che domani anche lui
avrebbe avuto la sua parte e lui sapeva che Terry manteneva sempre le
promesse. Lo sapeva bene, perché per lui Terry era diventato quasi come
Richard, solo che era un po' più piccolo e quindi gli era più
vicino. E anche perché insieme facevamo quelle cose, insomma, finalmente
aveva capito che l'amava veramente. Proprio come gli aveva spiegato Angelo
che adesso stava parlando con voce tremante e quasi balbettava.
      "Adesso ti bagno per bene... così forse ti faccio meno male... ma
tu sei proprio sicuro? Vuoi davvero che lo faccia?"
      La risposta di Terry fu nella carezza che fece alle mani di Angelo,
nel mormorio che gli sfuggì.
      Così finalmente Angelo parve convincersi e lo cosparse con quanta
più saliva poté, portandosi le dita alla bocca, poi passandole e
ripassandole. Anche Joel contribuì a bagnarlo e a nessuno dei due scappò
da ridere, perché fecero tutto con la massima serietà, mentre Terry
era deliziato per quelle attenzioni e si preparava a sentire Angelo dentro
di sé, e a provare quello che aveva fatto subire alla persona che aveva
sempre saputo di amare. Era allo tempo stesso spaventato e impaziente di
fare quell'esperienza. Non la considerava una punizione, era soltanto un
desiderio, forte, irresistibile. Come lo era stato quell'altro, dieci
giorni prima.
      Ci aveva pensato parecchio prima di capire e decidersi e poi aveva
compreso che quello doveva essere una specie di dono, un atto di devozione
che lui offriva ai suoi due innamorati, dando a ciascuno un pegno in cambio
del loro amore, prima ad uno e poi all'altro. E il pegno doveva essere
proprio il suo corpo.  Non ere certamente una punizione.
      Angelo gli si mise sopra, tremante di paura, posò il pene tra le
natiche e si spostò fino a puntarlo proprio contro il buco, poi spinse.
      Terry trattenne il fiato quando sentì qualcosa introdursi, farsi
largo, risalire, dilatarlo, occupare uno spazio che prima non
esisteva. Angelo stava usando tutte le precauzioni, perché sapeva come e
cosa fare.  Aveva imparato a proprie spese quali movimenti generavano
dolore e quali piacere ed ora stava usando con Terry tutta la sua
esperienza, con un'abilità commovente, con tenerezza, proprio come aveva
fatto con Joel qualche giorno prima.
      Terry se ne accorse, l'immaginò e gli sfuggì una lacrima un
singhiozzo, perché Angelo stava ripagando con amore e attenzione ciò
che lui gli aveva fatto, la sua azione orribile e goffa.
      Quando gli fu completamente dentro, Angelo cominciò a
muoversi. Spingendo e ritirandosi, finché sentì di non potersi più
trattenere, perché, nonostante l'emozione, il timore che aveva, gli
pareva di non essere mai stato tanto eccitato ed anche felice. Con Joel era
stato altrettanto bello e in Terry si perse come aveva fatto nel corpo
dell'altro suo innamorato e liberò tutta la potenza e il vigore che
poté, lo possedette e lasciò che la sua anima fluisse nel corpo di
uno dei due ragazzi che amava.
      Quando si calmò, si accorse che Joel non aveva smesso di
coccolarlo e cercò le sue labbra, per un lunghissimo bacio, mentre lui
era ancora dentro Terry e l'accarezzava, sfiorandogli i capelli con le
dita, seguendo il disegno delle orecchie, indugiando sulla pelle serica,
lucida di sudore.
      "Ti ho fatto male?" chiese notando gli occhi chiusi, stretti, umidi
di lacrime.
      "No, fratellino, non potevi farmi male. Ti ho sentito entrare, ma era
come se fossi in paradiso e non mi hai fatto male. Mai, non potevi farlo,
non tu. E poi non sarebbe mai stato quanto te ne ho fatto io, non è
vero?"
      "È tutto passato, quella cosa non è mai accaduta! E poi io un
po' di esperienza ce l'ho, non credi?"  ridacchiò Angelo, contento di
aver regalato quel poco di felicità e soprattutto cercando di
tranquillizzarlo, di sdrammatizzare quel momento e dimenticare quello che
era avvenuto, perché gli pareva che Terry ci avesse pensato anche
troppo. Gli scivolò fuori lentamente, accucciandosi accanto a lui che
restava al centro.
      "Joel, tocca a te" bisbigliò allora Terry.
      "No, fratello, sei stanco ora. E poi ti sei già... tu
sei... venuto, no?"
      "No, Joel, ehi, sono stato attento. Quasi, quasi mi bagnavo prima,
mentre Angelo mi faceva quella cosa, ma insomma, volevo farlo anche con te!
Ci tenevo e quindi ti ho aspettato. Era una promessa, no?"
      "Oh, Cristo! Ti amo, fratello, ti amo tanto!" era commosso e
l'abbracciò stretto, cingendo anche Angelo "Vi amo tutti e due!"
      "Anch'io vi voglio bene!" disse Terry.
      "Io, però, io non l'ho mai fatto" fece allora Joel, come
rendendosi improvvisamente conto di quella difficoltà che gli parve
insormontabile.
      "Ehi, piccolo, ti aiuta Angelo. E poi adesso credo che sia più
facile" aggiunse con tutta la sua ingenuità, poi ebbe un tuffo al cuore
e sentì un gran caldo alla faccia. Era una vampata di rossore che su di
lui, anche se ci fosse stata luce, forse non si sarebbe vista tanto, ma in
quel momento s'era reso conto d'aver detto una cosa proprio sporca e aveva
realizzato che ora anche lui era uno che l'aveva preso in culo e quindi, in
un certo senso, un finocchio, con il culo rotto, perché Angelo l'aveva
appena inculato.
      Sull'isola erano tutti finocchi e Venture Island era un'isola di
checche. Perché non ci avesse pensato prima e lo stesse facendo solo
allora, non lo sapeva, ma poi vide, immaginò, il volto serio e lo
sguardo concentrato di Joel e il sorriso di Angelo che lo stava certamente
seguendo con gli occhi, che lo guidava con i gesti e capì che non c'era
nulla di sbagliato, ma che era tutto bello, bellissimo. Era l'amore che li
guidava tutti.
      Ricordò anche il volto sereno di Richard che era certamente
abbracciato a Kevin e anche gli altri che ora dormivano o stavano ancora
facendosi le coccole. Richard non avrebbe mai fatto qualcosa di sporco, di
cui ci si dovesse vergognare, ne era certo, perciò la loro era un'isola
di avventure e di felicità. L'avrebbe detto a tutti domani, se doveva
essere Venture Island, l'isola dell'avventura, perché non anche l'isola
della felicità?
      Sentì addosso Joel, il suo corpo era meno pesante dell'altro,
avvertì le mani delicate di Angelo che lo sfioravano e guidavano Joel
dentro di lui, scordò subito d'aver fatto tutti quei pensieri, tranne
l'ultimo, perché doveva proprio parlarne con Richard.
      Appena Angelo glielo consentì, Joel fu impaziente, concitato,
emozionato, ma fu anche dolce e premuroso, nel poco tempo che ebbe prima
che il suo corpo prendesse fuoco e sentisse di riversare tutto se stesso
dentro Terry. Per un momento restò immobile, a riprendere fiato, poi
andò a cercargli il pene, lo prese e l'accarezzò. Non dovette
aspettare molto prima che anche Terry lo raggiungesse nel paradiso di chi
ha appena goduto.
      Ora che era tutto compiuto, poterono abbracciarsi, appagati e
felici. Forse erano ancora un po' eccitati e avrebbero ricominciato, ma
erano anche stanchi e assonnati. Si aggrovigliarono come al solito, come se
nulla fosse mai accaduto fra loro e finalmente era proprio così. Il
sonno li colse insieme.
      Al mattino il primo riaprire gli occhi fu Joel che provvide a
svegliare gli altri due:
      "Ehi... oggi tocca a me! È vero che tocca a me, ragazzi?"






TBC

***

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