Date: Thu, 4 Nov 2010 21:44:10 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Altri Viaggi - Chapter 1
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.
Questo è il primo degli otto capitoli che compongono questo romanzo.
Altri Viaggi
1. MARCO
Molto tempo prima, prima che tutto accadesse, Marco era stato il mio
caposquadriglia nei boyscout. Allora ero quasi innamorato di lui.
Mi telefonò all'ora di pranzo. Se pranzo poteva dirsi l'infelice
riunione della mia famiglia, o di ciò che ne restava. Già tre mesi, solo
tre mesi, e un'eternità di silenzio.
Mia madre ed io a quell'ora, puntuali senza averne motivo,
trascorrevamo insieme un tempo, ragionevolmente lungo, ma necessario a
deglutire con accettabile calma il cibo che ci trovavamo davanti.
Raramente ci guardavamo negli occhi. Era più facile concentrarsi ad
ascoltare con attenzione i rumori che le posate facevano contro i piatti,
mentre il cibo masticato scendeva, anch'esso frastornante in quell'assenza
di rumori, giù dove sarebbe stato digerito. Una frase, poche parole,
avrebbe rotto il voto di silenzio che non avevamo mai fatto e quel rumore
assordante non ci avrebbe più stordito. Ma né io, né lei, ancora turbati,
intimiditi da ciò che era accaduto, dicevamo altro che le parole
strettamente necessarie a non mostrarci maleducati.
Quel giorno fu il telefono a far rumore.
"Scusa, vado a rispondere" e mi alzai, cercando di far piano,
timoroso di inquietarla.
Poi ascoltai Marco, il suono della sua voce, serena, allegra.
"Vieni a trovarmi" disse "ho bisogno di parlarti. Vieni stasera al
reparto..."
"Sei ancora negli scout?" gli chiesi, sorridendo, come se potesse
vedermi. Mi piaceva ascoltarlo, mi allontanava dai miei pensieri. Sapevo
che continuava a girare in pantaloncini corti, che non avrebbe mai
abbandonato l'associazione, ma glielo chiesi lo stesso.
"Non fare lo scemo, lo sai benissimo che sono ancora negli scout e
sai anche che quest'anno sono il capo reparto: mi sembra di avertelo
detto. Non fare il furbo con me!"
"Mai provato!" stetti al gioco.
Scherzava ed io tentavo di dare alla mia voce un tono sereno. Il mio
volto, invece, era tornato impassibile, incapace di contrarre a lungo i
muscoli che poco prima l'avevano fatto sorridere.
"Senti. Ti chiamo perché stasera voglio..." esitò, si corresse
"cioè... vorrei che tu venissi alla riunione di reparto! Alle sette, come
sempre. Stasera! Te lo ricordi? Siamo sempre là. Ci verrai? Ti prego!"
"E perché proprio io e proprio stasera? Perché dovrei, Marco?"
"Perché ho bisogno di parlarti!"
Ero diffidente. Forse mi avrebbe chiesto un favore, ma era certamente
per qualcosa che non potevo fare. Tornare da quelle parti. Sperai che si
spiegasse là, al telefono. Attesi, disperato, perché quello che mi stava
chiedendo era troppo difficile per me.
"Devo parlarti" insistette "Ho una cosa da proporti. Verrai?"
Mi stava pregando.
"Marco, mi chiami dopo tanto tempo" tentai di difendermi più
allarmato che spazientito "Sono mesi che non ci si sente. Mi chiedi di
vederci, al reparto, dove non metto piede da tre anni. Anzi, sono tre anni
che non passo più da quelle strade! Forse ti ricordi anche perché non ci
passo più. Tu lo sai, Marco, dovresti saperlo! E stasera vuoi che venga là
solo perché devi parlarmi? Devi dirmi cosa? Dimmela ora!"
Era stata l'inquietudine a rendermi sgarbato. Avevo
l'affanno. L'emozione, l'idea di tornare in quei posti, mi toglieva il
respiro.
"Ho bisogno del tuo aiuto" disse finalmente "e se lo chiedo proprio a
te, è perché sei l'unico che può farmi questo favore. Ci verrai?"
La sua voce s'era fatta ancora più dolce, evocando in me altri tempi,
un'altra felicità, la mia adolescenza che non era tanto lontana eppure era
finita, sepolta sotto cumuli di vita e di brutte esperienze.
"Forse!" dissi io e riattaccai innervosito, senza aggiungere altro o
ascoltare il grazie tranquillo, educato, com'era lui, che certamente aveva
mormorato anche alla cornetta muta. Quello era il suo modo di imporsi.
Ed io non lo salutai, né gli dissi quanto mi fossero mancati tutti,
quanto fossi felice ed emozionato e spaventato di tornare là.
Perché non avevo rifiutato? Perché andare o non andare? Se per una
sera avevo l'occasione di pensare a qualcos'altro che non fossero i libri e
gli esami, o i silenzi, le malinconie con cui mia madre ed io popolavamo le
nostre giornate, non mi avrebbe fatto male. Mancava poco tempo al momento
in cui mi avrebbero chiesto di mostrare il frutto del mio lavoro e la mia
attenzione era rivolta esclusivamente a quello che avrei scritto e detto in
quelle occasioni datemi per farmi valutare e giudicare. Esami scritti ed
orali: dovevo mostrare qualcosa di me che non fossero i miei effettivi
pensieri, se volevo prendere il massimo dei voti. Ed ero obbligato a farlo.
Poi, dopo quel momento, oltre il traguardo, c'era il nulla.
In quei mesi nella mia vita non c'era stato altro che quei maledetti
esami. Quando non fantasticavo sulle prove che mi attendevano, quella
specie di fatali appuntamenti, era l'immagine di mia madre ad occupare la
mia mente. Il suo lento scomparire nel dolore mi preoccupava. Oppure
pensavo a mio padre, a com'era prima e poi alla fine, quando l'avevo
guardato l'ultima volta da vivo, perché da morto non avevo più visto lui
stesso, ma un sacchetto di pelle lisa e tirata sulle ossa, che erano
l'unica parte del suo corpo che la malattia non aveva ridotto o asciugato.
Quella sera sarei andato da Marco: forse non mi avrebbe fatto male
distrarmi, a patto di non rimpiangere troppo quello che non avevo
dimenticato. Era una delle cose che non potevo permettermi, assieme a molte
altre ancora più serie, prima fra tutte incontrare ancora certa gente, un
altro tipo di persone, i compagni di certi miei viaggi.
Fino a quel momento nella mia vita, di viaggi ne avevo fatti tanti,
ma solo due erano stati importanti, oltre che veri, concreti: l'estate di
due anni prima ero andato ad Amsterdam, quella dopo a Londra. Molti altri
viaggi, invece, non erano stati che fughe dalla realtà indotte, come
avrebbe recitato professionalmente mio padre, dall'assunzione di sostanze
stupefacenti di varia natura, atte ad alterare il mio equilibrio
psicofisico, spingendomi a reazioni incontrollate. Era per questo che, da
un anno e mezzo, mi era assolutamente proibito incontrare chi mi aveva
passato lo spinello e poi l'acido, rivedere chi mi avevano tenuto il
braccio, mentre un altro di cui cercavo di scordare il nome mi iniettava la
prima ed ultima dose di eroina della mia vita. Quello era un divieto molto
particolare, perché irrevocabile, assoluto, pronunciato da mio padre.
Essendo lui morto, quel veto, invece di perdere valore, come sarebbe stato
ragionevole che fosse, per me era diventato inappellabile e sarebbe stato
anche sacro se avessi creduto in qualcosa che potesse renderlo tale.
Però, proprio in quei giorni, guardando all'impegno con cui studiavo,
alla mia foga, alla rabbia, comprendevo come quegli sforzi fossero il
puerile tentativo di ingannare un destino già definito. Alla fine del
colloquio, detta l'ultima parola ai miei esaminatori, quella mattina
d'estate che speravo arrivasse il più tardi o il più presto possibile, non
importava, quando avessi liberata la mente dal pensiero degli esami, i miei
incubi, quelli veri, mi avrebbero raggiunto ed io non avrei più avuto modo
di sfuggirli. La fuga, l'evasione concessa alla mia mente dallo studio, si
sarebbe conclusa ed io sarei tornato prigioniero delle mie
ossessioni. Della prima, dell'ultima, non sapevo quale.
Con Marco avevo continuato a vedermi, anche dopo aver lasciato gli
scout, tre anni prima. C'eravamo incontrati, anche se sarebbe più esatto
dire che era stato lui a cercarmi, essendomi io limitato a farmi
trovare. Talvolta ero io a desiderare di incontrarlo. Più spesso accettavo
di vederlo, perché, quando ci incontravamo, Marco non mi faceva domande, né
io dovevo parlargli di me. Era come se i nostri incontri si svolgessero in
un luogo lontano, per raggiungere il quale io mi privavo della mia
esperienza, per non doverla raccontare. Nei luoghi dei nostri appuntamenti,
i rumori del mondo arrivavano filtrati dalla discrezione di cui quel
ragazzo sapeva ammantare ogni sua azione. Credo che fossi io a volere che
non dovessimo parlare di noi, perché se glielo avessi permesso mi avrebbe
certamente parlato di sé, ma non mi importava di sapere di lui, o credevo
non mi interessasse, o temevo potesse dirmi cose che non avrei voluto
sapere. Quello che era importante, comunque, era non dovergli raccontare di
me quelle cose che lui intuiva, sapeva, leggendomele in faccia.
Ad ogni modo, eravamo ancora abbastanza in confidenza, perché potesse
cercarmi e chiedermi di andare a trovarlo. Qualunque cosa gli passava per
la testa, mi avrebbe fatto bene ascoltarlo. Il fatto insolito, che mi aveva
intimorito e reso nervoso, quasi maleducato, era che dovessimo vederci
nella sede degli scout. E lui sapeva che non mi sarebbe piaciuto. Non che
di questo avessimo mai parlato, ma era una delle cose che due amici non
devono dirsi, perché uno le sappia dell'altro.
Nonostante tutto ci sarei andato.
Probabilmente avrei rivisto qualche faccia amica. Qualcuno che non
dovevo proprio rivedere, Sarebbe stato pericoloso per il mio equilibrio, ma
decisi che per quella sera avrei rischiato. Era una follia, ma era indotta
dalla vacuità della mia vita in quei mesi, negli ultimi anni.
E poi, quando non si ha proprio nulla nel cuore, non si rischia di
perderlo.
Mi sbagliavo e quel che è peggio, mentre decidevo di andarci, sapevo
esattamente quanto stessi sbagliando.
Arrivai al reparto alle sette, perché a quell'ora ogni sera si
incontrano i ragazzi. La sede degli scout era, adesso non lo è più, in una
strada abbastanza larga e nascosta perché ci si potesse giocare a pallone
senza doversi preoccupare delle macchine. Era uno stanzone largo e molto
lungo, con le volte alte, grandi archi sulle pareti, ogni arco dipinto con
i colori di una squadriglia. Sul muro erano appesi oggetti di ogni genere,
veri e propri trofei per la fantasia di noi ragazzi. Quando anch'io ero un
ragazzo.
Mi fermai sulla porta, dentro c'era la solita animazione. Tremavo per
l'emozione, chiusi gli occhi e aspirai l'odore inconfondibile di quella
stanza, un misto di vernice, umidità, cuoio, di liquido impermeabilizzante
per le tende, di grasso per gli scarponi e su tutto l'odore dei ragazzi, il
profumo che io avevo posseduto e poi, inevitabilmente, perduto, assieme a
tante altre cose.
Marco mi venne incontro:
"Ci sei venuto davvero. Non speravo di convincerti così
facilmente. Meglio così, perché avrei continuato a perseguitarti con le mie
telefonate!"
Che dirgli? Che quella sera avrei fatto le prove del mio suicidio?
"Hai progetti per quest'estate?" mi chiese subito, senza preamboli
"Intendo per dopo gli esami. Prima che tu te ne vada dai tuoi nonni,
insomma!"
Lui era di poche parole, pronunciate con la stessa voce calda e
piana, confortevole. Per me era sempre stata rassicurante. L'avevo quasi
dimenticata e riascoltarla mi rese inspiegabilmente felice. Si era
ricordato dei miei nonni a Vienna, pensava che potessi tornare da loro. Io
e mia madre, come se nulla fosse successo.
In quel momento mi balenò nella mente l'idea che la mia vita non
dovesse finire per forza quella sera, oppure entro un mese, ma avesse una
possibilità di continuare. Così accantonai i miei propositi e decisi di
pensare al mio suicidio un'altra volta.
"Non ci ho pensato ancora" dissi, mentre guardavo distrattamente i
ragazzi muoversi esattamente come facevo io tre anni prima "E poi non
conosco la data dell'esame orale. Chissà come andrà a finire."
"Detto da te non ha senso" non considerò neppure quella specie di
scusa "sono sicuro che prenderai il massimo dei voti. Senti" mi prese le
mani, me le strinse, come per dare più forza alla sua proposta "volevo
soltanto chiederti se ti piacerebbe venire con noi al campeggio. Mi serve
aiuto: noi capi saremo certamente in due, invece che in tre, e cerchiamo
qualcuno che si occupi della cambusa e di tutto quello che non riusciremo a
fare io e Tonio, l'altro capo che lavora con me. Te lo ricordi Tonio?"
"Si!" dissi subito. Tonio era uno dei tanti che avevo quasi
dimenticato e senza rimpianto. Dovetti sforzarmi per ricordare che faccia
avesse. Ci riuscii subito, perché lo intravidi in fondo allo stanzone.
Era dunque questo che voleva. La sua richiesta mi stupiva perché la
trovavo difficile da realizzare, ma non era del tutto imprevista. Nei
nostri sporadici incontri lui non diceva mai una cosa che, invece, io gli
leggevo negli occhi e nel cuore: voleva, sperava che tornassi indietro, dal
mio viaggio senza ritorno. E mi voleva con sé negli scout: se era un sogno
per lui, e lo era certamente, quel desiderio era tanto irraggiungibile
quanto invitante. Aveva sempre sperato di convincermi a tornare alla
normalità, alla sua idea di equilibrio e quindi negli scout, ed ora che ero
in un certo senso più presentabile, dopo che anche il compito di accudire
mio padre era terminato, poteva portare a conclusione la difficile
incombenza che s'era attribuita.
Ma non era solo quello, sarebbe stato ingiusto pensarlo. Lui mi
voleva bene, io avevo sofferto e soffrivo ancora, lo sapeva e voleva
aiutarmi, ma la medicina non era quella. E Marco non immaginava quale
fosse, ora ne ero sicuro. Se l'avesse saputo, certamente non mi avrebbe
chiamato.
Per non badare a tutti i pensieri che mi rimbalzavano nel cervello,
immaginai me stesso al campeggio: sarebbe stato un tremendo pasticcio,
stancante e sporco. Sarebbe stato anche rischioso, perché avrei avuto un
sacco di ragazzi attorno e quello era un altro degli argomenti cui non
dovevo pensare.
Non persi tempo a capire che quel campeggio non faceva per me.
Stavo faticosamente mettendo insieme le parole per rifiutare la sua
proposta, cercando, se possibile, di non offenderlo. Stavo per dirglielo,
quando vidi apparire sulla porta un ragazzo che riconobbi subito, senza
andare alla ricerca di immagini nell'archivio della memoria. Era per lui
che ero là. Avesse ritardato solo un po', me ne sarei tornato alla mia
tristezza, lasciandomene sopraffare.
Sulla porta c'era Paoletto.
Così, invece di ringraziare Marco per aver pensato a me, pregandolo
di scusarmi se non potevo accettare la sua proposta, parlai in modo molto
diverso dalle mie intenzioni, con un entusiasmo che mi era assolutamente
sconosciuto. Il mio cervello smise di funzionare e parlò il mio cuore.
"Vuoi davvero che venga al campeggio? Credi che possa tornare con voi
un'altra volta?" mi sentii dire. E una parte del mio cervello inorridì,
impotente.
Marco mi guardò incuriosito: "È proprio quello che ti sto chiedendo!"
"Ma su molte cose non la penso più come te, come voi. Sai quello che
intendo" dissi riprendendo un po' il controllo delle mie parole, cercando
di far andare la testa.
"Questo non è un problema" concluse "Ti sto solo chiedendo un aiuto
pratico: dovrai fare il cambusiere e, se non vorrai fare certe cose, se non
verrai a messa, insomma, nessuno ci baderà. E poi credo che un campeggio ti
farebbe bene!"
Disse così e se ne andò, prima che potessi ripensarci, lasciandomi in
mezzo allo stanzone, un po' stordito. Allora mi sentii afferrare da dietro,
abbracciare, stringere.
Era Paoletto.
"E tu che ci fai qua? Sei venuto ad iscriverti un'altra volta?"
Da troppo tempo non ci parlavamo, da quando lui era ancora un bambino
ed io fingevo di essere un uomo. Ora era un ragazzo, alto quanto me ed io
seppi di amarlo, di averlo sempre amato, di non avere smesso un momento. Me
lo ripetei e mi proposi di scappare. Cercai quasi di farlo, ma lui era là,
mi teneva stretto ed io l'amavo. Mi mancò il fiato per l'emozione, non
potevo farci nulla, era proprio così. Era così che doveva andare.
"Lui potrebbe essere il nuovo capo" gridò Marco da lontano, vedendoci
insieme "e forse verrà al campeggio con noi. Non ha ancora deciso."
"Davvero?" disse Paoletto con una voce dolce che avevo scordato e mi
abbracciò un'altra volta. Poi mi mormorò in un orecchio: "Sono contento,
stronzo, sono contento. Ci verrai? Non è vero?"
Non attese la mia risposta e se ne andò verso l'angolo della
squadriglia Pantere di cui era il capo.
Prima di lasciarmi andare però, mi strinse forte e scosse la testa.
Non avevo parlato, né respirato più. Mi accorsi che mi mancava
l'aria.
Avrei dovuto andarmene. Avrei voluto farlo. Se fossi sparito,
probabilmente non mi avrebbero più cercato. Marco avrebbe pensato che il
campeggio non faceva per me e Paoletto, per una volta ancora, si sarebbe
chiesto che fine avessi fatto e poi mi avrebbe dimenticato, forse
definitivamente.
Invece restai e, mentre Marco cercava di spiegarmi meglio i miei
compiti al campo, io non facevo che pensare a Paoletto, a com'era ora, dopo
tre anni.
Sebbene in passato mi fossi abituato a negare la realtà anche a me
stesso, quella sera non ebbi difficoltà ad ammettere la verità: io e la mia
coscienza sapevamo perfettamente che ero andato al reparto per rivedere
Paoletto, sapendo di trovarlo là.
E lui, quando si era accorto della mia presenza, era corso a
salutarmi. Mi aveva abbracciato e la sua stretta era stata piena
d'affetto. Né rancore, oppure il disprezzo che avrei meritato.
Restai al reparto e partecipai alla riunione, ignorando subito e
coraggiosamente tutti i motivi per cui avevo abbandonato gli
scout. Scomparvero i miei problemi ideologici, che evidentemente non erano
mai stati tali, se ne andò com'era venuta anche la mia incompatibilità con
la religione, che era il miglior abito con cui tre anni prima avevo
rivestito il mio rifiuto. Quella sera riuscii quasi a non pensare a ciò che
c'era davvero dietro la mia fuga. Quando, alla fine della riunione, i
ragazzi si riunirono per la preghiera, io non scoppiai a ridere, né a
piangere, come avevo temuto, ma mi feci meccanicamente il segno della croce
e quasi pregai, arrivando a ricordarmi di mio padre, com'era prima di tutto
ciò che ci era accaduto. E poi mi tornarono in mente tutte, proprio tutte,
le parole delle preghiere che per tre anni mi ero sforzato di dimenticare.
Mentre eravamo in cerchio, prima a parlare, poi a pregare, Paoletto
mi guardava e io lo guardavo: non facemmo che sorriderci e poi ridere
apertamente.
Alla fine della riunione scappai per non dover dare spiegazioni cui
non ero preparato, ma sarei andato al campeggio, felice di andarci, anche
se questo avrebbe significato per me fare cose molto contrarie alle mie
idee, ammesso che ne avessi ancora.
Quando me ne tornai a casa, invece di esserne profondamente
preoccupato, ero come consolato da tutti quegli avvenimenti. Mia madre si
avvide dalla mia contentezza e riuscì a chiedermene il motivo. Non accadeva
spesso che lei parlasse, che uscisse dall'isolamento in cui si era
chiusa. Provai a comunicarle una parte della serenità che mi pareva di aver
trovato quella sera, ma, una volta tranquillizzata dalle mie spiegazioni,
certa che non avessi riallacciato nessuna delle mie pericolose amicizie, si
ritrasse, come faceva sempre. Si rifece piccola e tornò a nascondersi.
La sera successiva andai ancora agli scout e fu per stare con
Paoletto.
Non erano passati quegli anni: era come se fosse stato ieri. Mi
impegnai a fondo nella preparazione, felice che tante nuove preoccupazioni
assorbissero i miei pensieri. Ero acquietato da quelle nuove incombenze. E
potevo vedere Paoletto ogni sera, godermi il suo affetto e la sua
sincerità. Io che l'avevo tradito.
Dopo anni trascorsi a cercare di capire quali fossero i pericoli che
ogni nuova amicizia poteva nascondere, tornare con lui e con tutti gli
altri, fu per me una medicina miracolosa. Cominciai anche a studiare con
meno accanimento. I miei esami andarono benissimo e presi il massimo dei
voti, come tutti si aspettavano.
Il giorno in cui furono noti i risultati partimmo per il campeggio,
sulle Alpi, in un posto dal nome francese.
Avevo lasciato gli scout nell'agosto di tre anni prima, dopo il mio
quinto campeggio, quando avevo quindici anni e tre mesi. C'ero entrato a
sette e fino ai dieci anni ero stato lupetto. Al mio arrivo nel reparto
degli esploratori, avevo ritrovato Marco, di due anni più grande, e mi ero
subito affezionato a lui, perché eravamo nella stessa squadriglia,
abitavamo nella stessa zona e le nostre famiglie si conoscevano. Anni prima
era stata sua madre a convincere la mia ad iscrivermi agli scout.
Marco era un ragazzo tranquillo. Da piccoli avevamo giocato spesso
insieme. Io, figlio unico, ero sempre alla ricerca di un compagno di giochi
e lui, anche se più grande, era sempre stato disponibile e contento di
dividere il suo tempo e i suoi giocattoli con me. Quando ero molto più
piccolo, avevo avuto un grande pupazzo, un orso. Era fatto di un materiale
soffice, morbido e i suoi occhi, l'espressione del viso, chiedevano solo
che lo si abbracciasse. Ed era quello che io facevo in ogni momento. Fummo
inseparabili per un po' di tempo e rappresentò, lo capisco ora, il
cagnolino che i miei genitori non avevano mai voluto regalarmi, oppure un
gattino da accarezzare, senza paura di sporcarmi o di prendere qualche
malattia. Quella specie d'infatuazione durò solo qualche mese, finché mia
madre non decretò che Pilù fosse troppo sporco, perché lo portassi a letto
con me. Un giorno lo fece sparire, cercando di sostituirlo con altri
pupazzi che, ovviamente, non fecero che acuire la mia nostalgia per
lui. Dopo un po' lo dimenticai, ma credo di essermene ricordato conoscendo
Marco. Per me lui era come Pilù, liscio e morbido. Non che a sei, sette
anni potessi capire queste cose, ma i suoi capelli, il modo di vestire, la
sua voce, il comportamento erano assolutamente privi d'asperità e tutto mi
trasmetteva serenità e quindi per me morbidezza.
Quando ci ritrovammo nel reparto, fu subito affettuosissimo,
confermandomi tra gli scout, in un ambiente di ragazzi più grandi,
l'amicizia che già c'era fra noi. Ed io lo ripagai con il mio affetto,
orgoglioso che uno più grande, lui aveva già tredici anni, s'interessasse a
quello scricciolo molesto che ero io.
Ogni sera, alle sette meno un quarto, passava davanti al cancello di
casa, io ero già fuori ad aspettarlo, ed insieme correvamo, camminavamo,
chiacchierando e scherzando, fino alla sede degli scout. Lo facemmo per
tre anni. Nel frattempo la nostra amicizia si approfondì ed io, crescendo,
diventai meno esasperante. Fu naturale che Marco divenisse il mio
confidente. Avevo altri amici che erano miei coetanei, in genere compagni
di scuola e di giochi, oppure quelli che negli scout avevano la mia stessa
età, ma Marco era la persona cui ricorrevo quando volevo che qualcuno mi
spiegasse qualcosa. Non avendo fratelli o sorelle, era abbastanza naturale
che lo rendessi partecipe di ogni mio dubbio.
Entrando negli scout, imparai anche a vivere in un mondo che non era
più la realtà ovattata della mia famiglia ed era un mondo diverso anche
dalla scuola, che non mi aveva mai coinvolto abbastanza perché la
considerassi importante. Il reparto divenne invece il mio cosmo, la
giungla, la mia scuola di vita. E Marco ne fu il maestro, la guida nella
foresta che dovevo esplorare e conoscere per sopravvivere, o meglio per
crescere.
Ogni sera in quello stanzone si svolgeva un gioco molto importante
che era imparare la vita. Spesso quel gioco continuava di domenica nelle
escursioni fuori città, in qualche bosco, oppure con impegni e attività
diverse. E poi c'era poi il campeggio estivo, che era come un esame
finale. Allora nessuno di noi immaginava di interpretare un ruolo tanto
vicino alla vita reale, ma, dopo che avevo studiato per la prima volta
educazione civica, fantasticai che fossimo come un piccolo stato, il
reparto, diviso in regioni o province, che erano le squadriglie. Quello
stato aveva un governo, i capi, gli adulti, i più saggi. Anche ciascuna
provincia era retta dal più vecchio del gruppo e, in sua assenza, da quello
che gli era più vicino per età. forse erano come feudi, pensai dopo aver
letto la storia medievale, piccoli stati che erano sempre in guerra tra
loro, che fosse una partita di calcio o per stabilire chi avesse dipinto
meglio il proprio angolo. E noi facevamo quel gioco, tanto felici di farne
parte, quanto ignari di esserlo.
Dopo due anni e due campeggi, Marco divenne il mio caposquadriglia e
questo accrebbe, se possibile, la mia devozione verso di lui.
Una sera di ottobre, qualche mese prima del mio tredicesimo
compleanno, mentre tornavamo a casa, trovai il coraggio di chiedergli
qualcosa. Era un'idea che mi rimbalzava in testa da troppo tempo e che
aveva sconvolto il tranquillo scorrere dei miei giorni.
La scuola era ripresa da poco, come sempre assieme alle attività del
reparto. Eravamo più che impegnati, eppure c'era qualcosa che m'impediva di
guardare con serenità al mio futuro. Vi erano stati alcuni piccoli episodi
che ero riuscito a circoscrivere e talvolta anche a spiegarmi. Poi due miei
compagni m'avevano raccontato una storia che mi aveva molto
turbato. S'erano ritrovati da soli in casa di uno di loro ed avevano
cominciato a fare delle cose che non avrei voluto neppure ascoltare. Una
volta compreso di cosa si trattasse, avrei voluto di fuggire, ma
l'argomento era troppo interessante ed ero rimasto incollato alla sedia a
sentire le loro spacconate.
In quell'estate il mio corpo era cambiato. Sulla faccia mi era
spuntata qualcosa di più della solita peluria, ma soprattutto mi era
comparso un pelino sulle palle. E poi il mio pisello non era più un
pisello, ma una cosa che non riuscivo più a capire, né, tanto meno, a
comandare. Tutto ciò, oltre ad imbarazzarmi, mi incuriosiva.
Quei due parlavano proprio di questo. Tralasciando tutti gli altri
cambiamenti, si concentravano su quello che loro chiamavano, bisbigliando,
'uccello' o 'cazzo', parole che mi facevano arrossire ed io mi rifiutavo di
ascoltarle. Perciò, sentire questi discorsi, andava oltre la mia
sopportazione. O così mi piaceva credere, ma non era vero, perché non mi
mossi e rimasi incantato a sentire le loro vanterie.
Del mio sviluppo sapevo qualcosa ma, non avevo alcuna conoscenza
pratica della questione. Essendo mio padre medico, la biblioteca di casa
era molto fornita anche su un argomento del genere e di nascosto dai miei
genitori, avevo svolto le mie ricerche. Avevo compreso e riconosciuto
quello che mi stava accadendo, ma l'idea che si potesse trarre piacere da
quei cambiamenti non mi aveva ancora sfiorato. E, se avevo trovato scritto
qualcosa di simile, doveva essermi sfuggita.
Quei due, invece, anche se privi delle mie cognizioni, erano dotati
di un'impudenza che non mi apparteneva, né sarebbe mai stata mia. Avevano
fatto un'esperienza in cui gli era stata rivelata l'esistenza del piacere e
me ne stavano mettendo a parte. Ma ovviamente lo facevano per vantarsi e
quindi stavano inventandosi buona parte della storia, io lo sapevo, ma era
tutto così avvincente per me che rimasi a sentire quello che raccontavano,
convincendo me stesso che fosse vero.
Rimasi avvinto dalle loro parole, mentre, ridendo grossolanamente,
descrivevano ciò che avevano fatto il pomeriggio precedente in casa di uno
di loro. Prima si erano eccitati a raccontarsi storie di ragazze
inesistenti e di conquiste che mai avevano fatto, poi, tirati fuori gli
uccelli già duri, se li erano mostrati e gli era venuta l'idea di una gara:
volevano misurarli per stabilire chi ce l'avesse più lungo. Quando con il
righello alla mano avevano stabilito chi dei due era il più dotato, il
vincitore aveva preteso il pagamento di un pegno che consisteva nel poter
toccare liberamente l'altro. Le palpate avevano causato una tale
eccitazione che insieme avevano 'sborrato', e qui la mia comprensione aveva
vacillato, anche se poi mi avevano spiegato che l'effetto pratico era stato
il bagnarsi e lo sporcarsi di sperma.
Tutto ciò mi aveva turbato, anche se sapevo che la storia era stata
quasi tutta inventata a mio beneficio, per vantarsi della propria ormai
raggiunta maturità fisica.
In ogni caso quell'episodio mi aveva reso terribilmente curioso di
saperne di più.
Perciò, dopo qualche giorno passato a chiedermi se potessi farlo
anch'io, se non fosse un peccato gravissimo verso quel Dio che allora
credevo intento a spiare chiunque per poterlo giudicare a tempo debito,
oppure se non fosse pericoloso per la salute, come si sussurrava fra noi
ragazzini. Dopo nottate trascorse nell'incubo di tutti i dubbi possibili,
non ultima l'idea terrorizzante di dover per forza raccontare le mie azioni
peccaminose al mio confessore. Davanti a quel problema, chiesi consiglio al
mio caposquadriglia che era anche il mio consigliere ed era, ma non l'avevo
ancora capito, il padrone del mio cuore:
"Marco, posso chiederti una cosa?" non attesi il suo assenso e
continuai spedito, pronunciando le parole che mi ero preparato con tanta
meticolosità "Due miei compagni di scuola mi hanno raccontato che si
possono fare certe cose..." e a questo punto il mio coraggio vacillò, ma mi
feci forza, perché ormai dovevo sapere e Marco era l'unico di cui mi
fidassi "Parlo della masturbazione. Tu che ne pensi? Credi che sia una cosa
cattiva? È un peccato?"
Non rispose subito, se ne stette zitto e continuò a camminare, tanto
che temetti di averlo offeso con le mie parole. Ero disorientato dal suo
silenzio e stavo per scusarmi di averlo infastidito, quando finalmente
parlò. Non con la sua solita voce, ma con una specie di rantolo:
"Tu che cosa ne sai esattamente?"
Sebbene fossi terribilmente imbarazzato, trovai il coraggio di
parlare e gli snocciolai le mie conoscenze scientifiche sull'argomento,
chiamando ogni cosa con il suo nome, anche se parecchio non mi era chiaro
dal punto di vista pratico, non avendo ancora provato nulla su di me, per
timore di chissà quali conseguenze.
Ascoltandomi, credo che fosse arrossito, non ne sono certo, ma forse
la franchezza delle mie parole l'aveva imbarazzato.
"Non è una cosa cattiva e non è un peccato" disse con decisione "ma
non si deve esagerare."
"In che cosa?"
"A farlo. Non si deve fare troppo spesso" prima che potessi
chiedergli ancora che cosa mai si dovesse fare con tanta parsimonia, Marco
mi soccorse "ma tu non l'hai mai fatto, vero?"
Scossi la testa, dispiaciuto di dargli un pena.
"Allora tu non sai come si fa a... masturbarsi!"
"No! Si! Me l'hanno detto a scuola i compagni... un po' lo so!"
"Vuoi che te lo spieghi io?"
Vorrei che me lo facessi vedere, pensai senza dirlo, perché sarebbe
stato inconcepibile, anche se era la cosa che desideravo di più al mondo in
quel momento.
"Si... se tu vuoi" mormorai, al colmo dell'imbarazzo e
dell'eccitazione. Anche dell'attesa, più che di sentire spiegazioni, di
vederglielo fare.
"Cerca di trovarti un posto tranquillo" cominciò lui, deludendo le
mie attese "e di stare da solo, perché è meglio così. Poi mettiti comodo."
Nonostante tutto, l'ascoltai rapito. Quella era una lezione di
vita. Non quella che avrei voluto, ma sempre un prezioso insegnamento e non
so quanti l'abbiano ricevuta da uno come Marco che rivestiva ogni suo atto
di equilibrio e prudenza. Avrei preferito certamente la pratica diretta, ma
forse sarebbe stato pretendere troppo. Lui parlava con voce strozzata
dall'eccitazione. Ora lo so, ma in quel momento credetti che fosse soltanto
imbarazzato.
"Prenditi il coso in mano e se non è duro, vedrai che lo diventerà
subito. A te diventa duro, no?"
Ebbi un tuffo al cuore: pensavo fosse un segreto. Non una deformità,
come credeva qualche mio compagno di scuola, ma ero convinto che
quell'aspetto del mio corpo fosse celato oltre un limite che ritenevo
invalicabile a chiunque non fossi io.
Credo anche che quell'idea singolare fosse il culmine della mia
ingenuità e ne rappresentasse la prova migliore.
Arrossii e mi mossi a disagio: credo anche di essermi fermato, mentre
lui continuava a camminare.
"Non c'è niente di male" mi incoraggiò "è normale che accada se vedi
qualcosa che ti piace. Sai di che parlo?"
"Si! Credo..." avevo la gola secca e la lingua attaccata al palato.
Di che parlava? Di qualcosa che mi piaceva? Ma cosa? Lui mi
piaceva. E anche i miei compagni. Ma più di tutti mi piaceva lui.
"A quel punto muovi la mano come vuoi e come ti piace di più. Vedrai
che saprai subito farlo da solo! E poi ti accadrà una cosa bellissima. Ti
sentirai strano. Quella sensazione si chiama orgasmo! Tu non spaventarti
però! Vedrai: è bello!"
"Ho capito... forse!"
Non avevamo neppure il coraggio di guardarci, quando mi lasciò, come
al solito sotto casa. Ma quella sera disse ancora qualcosa, mi concesse il
viatico affinché crescessi, senza che quel particolare aspetto del mio
sviluppo fosse qualcosa di cui vergognarmi. Almeno non subito, perché non
me ne vergognai finché non accadde tutto il resto.
"Lo faccio anch'io!" mi rassicurò "E... un'altra cosa che forse ti
preme sapere: io l'ho detto in confessione una sola volta, ma quello è
diventato tutto rosso" scoppiammo a ridere insieme "allora ho pensato che
fosse una cosa proprio mia e che non dovevo più parlarne con i preti, anche
se dicono che è un peccato. Non credo che lo sia, perché se Dio ci ha dato
le mani e il coso, allora... insomma..." e qua si fermò anche lui, forse mi
stava dicendo troppo e chiuse là il discorso "E così ho fatto, però, se tu
hai voglia di parlarne con me, fallo quando vuoi. Con te non mi vergogno! E
neanche tu devi vergognarti!"
Questo mi disse e il sapere che uno più grande di me, aveva i miei
stessi problemi ed era disposto ad aiutarmi, mi consolò moltissimo.
Appena a casa, cercai di essere solo prima possibile e con
precipitazione misi in pratica tutti i suggerimenti di Marco: il risultato
mi strabiliò, spingendomi a riprovare immediatamente per ottenere le stesse
sensazioni. L'idea di provarci una terza volta mi sfiorò soltanto, perché
mi sovvennero subito le raccomandazioni del mio amico, circa la
moderazione.
Quel giorno Marco mi aveva dato ancora qualcosa: oltre a
quell'amicizia così forte, nel nostro rapporto si era creata una nuova
complicità, quasi fisica. Cominciai a provare una strana sensazione,
standogli vicino. Lo sfioravo, lo toccavo, non perdevo occasione per
farlo. E anche lui era attratto da me, ma in modo diverso e certamente più
consapevole. Di questa nuova dimensione della nostra amicizia, però, non
trovammo mai il coraggio di parlare.
La vivemmo e a modo nostro fummo felici.
Accadeva che io lo cercassi con gli occhi, per scoprire che lui mi
stava già fissando. E mi accarezzava spesso, mi sfiorava con le sue mani
morbide. Era un tocco tanto diverso da quello di mia madre, che era l'unico
che conoscevo, ma quando accadeva sentivo che dentro c'era un affetto molto
simile.
Una sola volta quelle carezze mascherate, anche a noi stessi, si
rivelarono per ciò che erano, ma poi tutto finì. Marco non fece mai alcun
cenno all'accaduto ed io collocai quei momenti, che non avevo compreso, nel
limbo delle cose vissute o viste in sogno, che sono state realtà e che
qualche volta si crede di aver sognato.
Quando capii era troppo tardi per me, per Marco, per tutti.
Accadde l'estate successiva, al campeggio, di notte, in una notte
orribile, di pioggia, lampi e tuoni.
Eravamo nei sacchi a pelo da un paio d'ore, quando sul campo si
abbatté un temporale fortissimo. La tempesta raggiunse una forza che non
avevamo mai visto in quei giorni che pure erano stati piovosi: vento e
acqua spazzavano la radura, dove avevamo alzato il palo per la bandiera. Fu
proprio il suo cigolio a svegliarmi.
Quando si è abituati a dormire in tenda e si è vissuta una intensa
giornata di campeggio, non ci si sveglia certamente per il rumore della
pioggia che picchia sul telo, né per un tuono che rimbomba o per il
bagliore di qualche lampo. Ero là, profondamente addormentato come tutti,
quando quella specie di scricchiolio insistente mi strappò al sonno
profondo della stanchezza. Mentre lentamente mi svegliavo, distinsi tutti
gli altri rumori. La pioggia battente, il fruscio del vento fra i rami e le
foglie delle betulle che cingevano il prato, il tuono che echeggiava nella
valle ed infine isolai il rumore che, pur nel sonno, aveva attirato la mia
attenzione: il cigolio del palo dell'alzabandiera. Non era normale,
ragionai, che facesse tanto rumore. Doveva tirare davvero molto vento,
perché si inclinasse tanto da dover gemere a quel modo. L'insistenza del
rumore e l'idea che fosse strano ed insolito, mi svegliarono del
tutto. Decisi di affacciarmi a guardare fuori dalla tenda. Vinsi, con
qualche fatica, il pensiero del freddo che avrei sofferto ad uscire dal mio
sacco a pelo e tirai fuori un braccio. Appoggiai per terra la mano e la
sentii bagnata.
La tenda era completamente allagata e l'acqua raggiungeva quasi il
livello delle brande su cui dormivamo.
"Marco, c'è acqua nella tenda. Marco, ci siamo allagati!"
Si svegliarono tutti, uno accese anche una torcia elettrica e potemmo
costatare che, davvero, per terra c'era quasi un palmo d'acqua.
"Non possiamo stare qua: dobbiamo andarcene. Mettetevi le scarpe e le
giacche a vento, prendete i sacchi a pelo e cerchiamo di raggiungere il
pagliaio."
Questo fu l'ordine del nostro capo, mentre qualcuno già piangeva
spaventato ed io tremavo per il freddo e la paura, visto che il temporale
non si era per nulla calmato e i tuoni rimbombavano vicinissimi.
Le mie cognizioni di scienze naturali mi suggerivano, nel momento
sbagliato, che quanto più forte era il tuono, tanto più vicino era caduto
il fulmine. Era questo a terrorizzarmi. Marco mi scosse, richiamandomi ai
miei doveri, fra i quali c'era quello di badare a quelli più piccoli di me,
i quali naturalmente erano molto più spaventati e non trovavano gli
scarponi o la giacca a vento.
Riuscimmo ad attrezzarci abbastanza in fretta. Marco era già fuori ed
anche i nostri capi si erano svegliati sentendo le grida. La nostra tenda
era l'unica ad essersi allagata perché, lo notammo solo allora, l'avevamo
piantata al centro di una specie di canale di scolo delle acque che
defluivano dal pendio.
Pioveva forte ed il cielo era solcato da lampi, tanto frequenti da
rendere inutile la luce delle torce. Anche i tuoni erano così ripetuti
che, assommati al rumore dell'acqua, rendevano quasi impossibile che ci si
sentisse. Urlavamo tutti insieme, chi per dirci cosa fare, chi per spiegare
il motivo per cui tardava a farlo. Ci incamminammo verso il casolare che si
trovava al centro di una radura poco lontana dal campo: c'era da
attraversare un gruppo di alberi alti e frondosi, tanto fitti da essere
impenetrabili alla pioggia ed al bagliore dei lampi. Dopo pochi passi mi
ritrovai al buio. Sentivo muoversi accanto a me i due piccoli, ma non
avvertivo più la presenza di Marco e degli altri.
In squadriglia eravamo in sei. Oltre a Marco e me, c'era Tonio, il
vice, un altro ragazzo della mia età e poi i due più piccoli, uno dei quali
era al suo primo campeggio. Se, come pareva, eravamo rimasti soli, essendo
io il più grande, avevo la responsabilità degli altri due: insomma, non
potevo piangere come avrei voluto. Avevo tredici anni, ero in un bosco al
buio, di notte, c'era il temporale, ero assordato dal rumore dei tuoni. Il
terrore avrebbe potuto impadronirsi di me, se non mi fossi ricordato di
essere uno scout. Me l'avevano ripetuto tante volte che in quel momento mi
parve naturale riacquistare la calma ed avvicinarmi ai due più piccoli che
tremavano di paura.
"Ragazzi, il cascinale è in quella direzione" mi sentii dire con una
voce che non poteva essere mia, per quanto era calma "cerchiamo di andarci
in fretta! Marco e gli altri stanno arrivando!"
E sperai di non sbagliarmi, sia sulla direzione che stavamo
prendendo, sia sul fatto che presto avrei potuto liberarmi della mia
responsabilità e sfogare liberamente la mia paura, che stava assumendo
proporzioni mai vissute prima.
Avevamo con noi i sacchi a pelo che cercavamo di proteggere per non
farli bagnare: quando arrivammo al limite del boschetto e stavamo per
lasciare la protezione degli alberi, tirai un sospiro di sollievo: il
nostro rifugio era a non più di cento metri da noi, nel bel mezzo del
prato. Ed era appena stato illuminato dalla luce improvvisa di un lampo.
"Facciamo una corsa, cercando di bagnarci il meno possibile" proposi,
sperando che nessuno cadesse o prendesse una storta.
Ci buttammo a correre, come se fossimo inseguiti da un branco di
lupi: e questi dovevano essere i nostri pensieri, perché ci fermammo solo
dopo essere saliti al primo piano del cascinale. Nessuno ardì guardare
fuori, per vedere se gli altri ci avevano seguito, ma ci sedemmo contro il
muro di fondo, infagottati come eravamo nelle nostre giacche a vento,
stringendo ancora i sacchi a pelo, come fossero dei salvagente.
Subito arrivò Marco, assieme agli altri.
"Passate qua la notte" disse il caporeparto che era venuto ad
accertarsi delle nostre condizioni "la vostra tenda è piena d'acqua. Domani
la sposteremo."
Così cominciammo a guardarci attorno per decidere come sistemarci:
dovevamo dormire per terra, perché, non avevamo portato con noi le
brande. Al momento di stendere il sacco a pelo, ebbi la sgradita sorpresa
di trovarlo inzuppato d'acqua: doveva essere accaduto quando mi ero alzato
e non sapevo ancora che la nostra tenda era allagata. Era inutilizzabile
anche come coperta.
Fu allora che Marco mi offerse di dormire assieme a lui nel suo sacco
a pelo. Accettai subito e dopo qualche risolino e battuta da parte degli
altri su quella specie di matrimonio, ci infilammo insieme, cercando di
coordinare i nostri movimenti, per non soffocarci, visto che Marco era già
abbastanza sviluppato per avere quindici anni ed io non ero piccolo per la
mia età. L'eccitazione dell'avventura si placò non appena Marco spense la
sua torcia elettrica e quasi tutti piombarono nel sonno della stanchezza e
del sollievo per la paura che avevamo avuto. Marco ed io, invece, non ci
addormentammo subito.
Avevamo vissuto la nostra amicizia un po' esclusiva in modo sempre
aperto all'interno del reparto. C'erano stati scherzi riguardo al fatto
che arrivavamo sempre insieme e che ogni sera ce ne tornavamo a casa,
parlando e scherzando fra noi. Eravamo fidanzati, dicevano gli altri
qualche volta, ma nessuno era mai andato oltre qualche battuta, né ce ne
sarebbe stato motivo. Nessuno avrebbe potuto fare altri pensieri, non in
quegli anni, non fra noi alla nostra età.
E quella fu la prima ed unica volta che accadde qualcosa di
straordinario.
Accade, ma nessuno degli altri poté mai rendersene conto.
Forse sarei stato più comodo se avessi dormito con uno dei più
piccoli, Marco, invece, mi aveva voluto con sé: lo pensai mentre mi
sforzavo di addormentarmi e questo mi allontanò definitivamente dal sonno.
"Passami un braccio sotto, come se stessi per abbracciarmi" mi
sussurrò in un orecchio.
Invece di obbedire, perché quella sarebbe stata una buona posizione
per convivere all'interno di quel sacco che era maledettamente stretto, gli
chiesi: "Vuoi che ti abbracci?"
"Si!"
E mi strinse, lo fece in un modo che mi parve strano. Non per cercare
di sistemarsi, ma per aderire a me. Questo non mi spaventò, provai un senso
di felicità a trovarmi in quella situazione. Sentii che il mio cuore aveva
accelerato i battiti e percepii l'emozione di Marco.
Le nostre guance si sfiorarono, poi lui spostò indietro la testa come
per guardarmi. Non potevamo parlarci, né vederci. Ci era consentito
l'unico, semplice linguaggio dei nostri corpi. Forse, se avessimo potuto
spiegarci a parole, oppure vedere il volto dell'altro, nulla sarebbe
accaduto, invece, il buio era totale e l'unico rumore che ascoltavamo era
quello del nostro respiro. Faceva freddo e stare così stretti forse era
gradevole. Gli appoggiai la testa nell'incavo del collo e lo sfiorai con le
labbra. Non era un bacio, non avrei saputo darlo. Cercavo solo un'intimità
maggiore. Anche Marco si mosse. Mi accarezzò la spalla, scese con le mani
tremanti lungo il mio corpo. Avevamo indosso le tute da ginnastica che
usavamo al campo come pigiami. La mia curiosità fu più forte della
timidezza, del pudore. Quando ci eravamo stretti la prima volta avevo
percepito contro il mio ventre un turgore che mi era parso troppo grande
per essere quello che sapevo.
L'andai a cercare.
Marco si scostò un poco per sottrarsi o per lasciare spazio alle mie
mani, non saprei dirlo. Eravamo tutti e due eccitati. L'accarezzai.
Incoraggiato dai miei movimenti, anche lui mi toccò. Poi mi liberò
dei pantaloni, degli slip e mi attirò a sé.
Si spogliò anche lui e tornammo a stringerci. La sua pelle nuda sulla
mia, il calore che sentii contro di me furono fatali. Non riuscii più a
controllarmi e godetti. Mi sfuggì un gemito e Marco mi baciò sulle labbra
per farmi tacere. Mentre continuava a stringermi, a baciarmi, lo sentii
muoversi contro di me, bagnarmi e poi placarsi.
Ci stavamo baciando e fu un bacio vero, il primo della mia vita.
Nella stanza, giunse il bagliore dei lampi: un altro temporale si
avvicinava.
Qualche anno dopo, ho studiato un poeta che descriveva una notte di
tempesta e di amore: a noi accadde qualcosa di simile e fu tutto ammantato
di un'assoluta innocenza. In me che lo abbracciavo e in Marco che mi
sfiorava c'erano affetto, amicizia ed un'infinita dolcezza che poi ci portò
al sonno.
Fummo i primi a svegliarci, perché nonostante ci fossimo amati, in
quel sacco a pelo, in due si stava stretti. Marco mi scosse delicatamente:
"È già mattina dobbiamo alzarci" mormorò.
Ci rivestimmo, senza dirci più nulla. Se non avessi trovato su di me
e notato su Marco i segni inconfondibili della nostra eccitazione, avrei
pensato ad un sogno. Ma non era stato così.
Marco non parlò più di quella notte, tornò ad essere il ragazzo
affettuoso di sempre. Nei giorni seguenti, posai su di lui qualche sguardo
un po' più languido, uno sguardo che servisse a ricordargli quei momenti,
forse per viverli un'altra volta, ma mi accorsi che i suoi occhi sfuggivano
a quelle espressioni. Era sicuramente pentito di ciò che aveva fatto.
Non mi accarezzò mai più, né accadde più anche solo che mi sfiorasse.
Ma quello che era accaduto non era stato un sogno.
Quando, qualche tempo dopo, ripensando anche a quella notte, decisi
di fare ciò che feci e di diventare ciò che diventai, accadde perché non
avrei avuto la forza o l'ipocrisia di Marco nello sfuggire la realtà e
convincermi di averla sognata.
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