Date: Wed, 10 Nov 2010 18:45:25 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Altri Viaggi - Chapter 4

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.




Questo è il quarto degli otto capitoli che compongono questo romanzo.



Altri Viaggi





   4. IL VIAGGIO



      Scendemmo alla stazione ferroviaria di Amsterdam alle sette di un
mattino di luglio. Faceva molto freddo, ma ero contento di essere dov'ero,
perché quello era il mio primo viaggio senza che qualcuno decidesse per me
orari e percorso. Ero stato spesso all'estero, ma quella volta era diverso.
      Non ero felice: questo certamente no, non poteva essere.
      Dovevamo essere in sei o sette, finì che eravamo in tre. Con me c'era
Valerio e poi un ragazzo sui vent'anni incontrato, durante il viaggio. Di
lui ignoravamo anche come si chiamasse, visto che si presentava a tutti
solo col soprannome, Cochise, come il capo Apache.
      Cercammo l'ufficio informazioni, dove, secondo l'esperienza proprio
di Cochise, avremmo trovato indicazioni per la nostra sistemazione. Forse
in un ostello, visto che io non volevo saperne di dormire per strada o nel
parco, come ci aveva consigliato di fare chi era già stato ad Amsterdam.
      Così andammo all'ostello, pagai una settimana di alloggio per me e
gli altri due. Mia madre mi aveva dato molti soldi, erano traveler cheque e
li portavo nascosti in una sacca che tenevo sempre al collo, assieme al
passaporto e all'erba che avevamo subito comprato.
      Cominciammo a camminare per la città e per qualche giorno non facemmo
altro che andare in giro, chiacchierando con altri ragazzi che, come noi,
erano ad Amsterdam per trascorrere l'estate, fumando tranquillamente quello
che desideravano. Perdemmo Cochise come l'avevamo incontrato e non lo
rimpiangemmo. Valerio ed io continuammo la nostra vita fatta di sballi e
ubriacature, lui molto più di me.
      Conobbi René al Milky Way, un capannone, più che un teatro nel centro
di Amsterdam, dietro Leidse Plein. Là si esibivano gruppi rock agli inizi
della carriera, tutti comunque di dubbia notorietà. Noi ci andavamo di
sera, trattenendoci fino a notte, perché spesso pioveva e faceva sempre
freddo. E poi si trovava sempre qualcuno con cui dividere una bottiglia e
qualche tiro di fumo. C'era sempre tanta gente, anche un migliaio di
persone, in genere ragazzi come noi venuti ad Amsterdam per cercare
esperienze, oppure solo un luogo dove fumare spinelli e bere in santa
pace. La musica non era sempre ascoltabile e non lo era quella sera, tanto
che con lo sguardo vagavo fra le persone, alla ricerca di una faccia, un
corpo, di nulla in particolare, vagavo con gli occhi, cercando solo un
pretesto per lasciar andare la mia fantasia, costruire un sogno in cui
rifugiarmi e viverci qualche ora.
      In quei giorni era il mio modo preferito per trascorrere il tempo.
      C'erano gruppi seduti a gambe incrociate, gente addossata alle
pareti, ragazzi in piedi che toglievano la visuale del palco, ma non
riducevano il volume della musica che mi raggiungeva avvolgendo tutto fino
a stordirmi. Ero seduto accanto a Valerio, ormai ubriaco, come gli altri
ragazzi che erano con noi. Non avevo bevuto per niente, né fumato, e non
riesco a ricordare perché. Ho cercato di richiamare alla mente quella
serata, i momenti che precedettero. Mi piacerebbe sapere se fu il caso o la
premonizione a farmi rimanere assolutamente sobrio.
      Ero distratto, pensando a nulla che possa ricordare, quando sentii
qualcosa di freddo e umido contro l'orecchio. Mi voltai e capii che un cane
mi stava annusando, un bastardino di colore rossiccio, a quanto potei
capire nella penombra. Quando lo fissai mi restituì lo sguardo, poi
sbadigliò. Di rimando sbadigliai sonoramente anch'io e lo fece anche il suo
padrone che era in piedi dietro di lui e lo teneva al guinzaglio con un
pezzo di corda. Scoppiammo a ridere insieme. Anche il cane forse.
      Era un ragazzo sui vent'anni che somigliava ad un Gesù, quei Cristi
che si vedono sulle figurine, belli, e biondi, con i capelli lunghi e la
barba morbida, liscia, aderente alla faccia. Era alto, ma sottile,
dinoccolato.
      "Don't you like it?" mi disse gridando per farsi sentire e fece cenno
al palco.
      Feci di no con la testa, mentre lo scrutavo con attenzione: era
bello.
      Quant'era bello!
      "I'm bored and Brick" e indicò il cane "is hungry and thirsty and me
too!"
      A quel punto il mio inglese vacillò, gli feci segno di aspettare.
      "Sorry, please!. I'm Italian. I don't understand! Speak slowly,
please!"
      "Italiano?" e il suo volto si aprì in un sorriso "Mio padre è
italiano. Lui vuole che io imparo la tua lingua."
      "Mio padre, invece, mi obbliga a imparare l'inglese. Ha speso un
sacco di soldi, ma io non l'ho mai voluto studiare. Mia madre invece è
austriaca, perciò parlo molto bene il tedesco. Mi capisci se parlo italiano
oppure tedesco?"
      "No! No!" e scosse la testa, muovendo tutti i capelli che desiderai
subito di accarezzare "È meglio l'italiano, ma parla piano e non dire cose
difficili? OK?"
      "OK, ma se vuoi, parla in inglese. Qualcosa la capisco anch'io" e
così ci mettemmo d'accordo sulle lingue da usare per intenderci.
      "Ti sei scocciato di stare qua?" chiese sempre gridando per
sovrastare il frastuono prodotto sul palco.
      "Si!"
      "Andiamo via?"
      "Come on! Let's go! Andiamo? Si? Vuoi venire con me? Brick ha fame e
deve bere e pure io!"
      Rise e vidi che aveva una bocca bellissima con denti perfetti. Anche
i miei non avevano difetti, ma non me li lavavo da quando eravamo arrivati
ad Amsterdam.
      Ci allontanammo da quel chiasso e uscimmo all'aperto. L'aria era
fresca, presto avrebbe fatto freddo.  Il Milky Way era, ed è ancora credo,
su uno dei canali che cingono il centro di Amsterdam. È sul più esterno. Mi
affacciai al parapetto e guardai l'acqua scura scorrere pigramente.
      "Are you hungry?"
      Gli feci di si con la testa, anche se non avevo fame, ma avrei detto
di si a tutto.
      Mangiammo degli hot dog. Ne comprai tre, uno anche per il
cane. Bevemmo birra camminando verso il Dam, la piazza che noi giovani in
giro per il mondo avevamo praticamente occupato in quegli anni. Poi René
improvvisamente disse:
      "Lasciamo decidere a Brick dove andare? Lui è di Amsterdam e la
conosce meglio di noi."
      Per me un luogo valeva l'altro per trascorrerci il tempo, così
seguimmo il cane lungo diversi canali, finché finimmo in una specie di
vicolo, buio e un po' sinistro, che divideva due palazzi deserti a
quell'ora. In parte era pavimentato da grate con l'acqua che scorreva sotto
e chiuso in fondo da un parapetto oltre cui passava un altro canale.
      Quello dell'acqua era l'unico rumore distinguibile nel silenzio della
notte: in quegli anni gli olandesi andavano a dormire presto e gli unici a
girare di notte eravamo noi, turisti inopportuni, alla ricerca di un posto
dove dormire, fumare o ubriacarci.
      Camminando René aveva cominciato a parlare, a raccontarmi di sé: era
di New York, figlio di italiani. I genitori gli avevano dato un nome
intraducibile in inglese, Salvatore, perciò lui aveva deciso di farsi
chiamare René, alla francese, ma solo fuori di casa e di nascosto da suo
padre che era molto orgoglioso di essere italiano. Mi disse che gli piaceva
così e che per favore lo chiamassi solo a quel modo, anche se ero italiano
ed avrei potuto ben chiamarlo con il suo vero nome. Lo rassicurai che
quello sarebbe stato l'unico modo in cui mi sarei rivolto a lui.
      "I'm gay!" disse dopo un po' che parlavamo, ma io non lo capii.
      "Gay? What does it mean?" chiesi. Che significa?
      "Oh, sorry! Io sono homosexual! Do you understand?" mi sparò, proprio
mentre svoltavamo nel vicolo "I'm a faggott, do you know what is it?"
      "I think..." dissi piano "Si... credo di si!" e incominciai a
tremare.
      Di tutti i tipi che giravano per Amsterdam in quell'estate, dovevo
proprio incontrare uno come me?  Ero terrorizzato e affascinato. Ma perché
mi aveva scelto?
      "In America si dice gay... allegro!" lui mi spiegava intanto "Ma vuol
dire tante altre cose che ti posso spiegare. Ti dà fastidio se io sono
gay?"
      "No, no. Non importa. Ma sei il primo omosessuale... gay che
conosco!"
      "All right! Allora... Wanna kiss me? If you wish!"
      Baciarlo, se lo desideravo? Rimasi a bocca aperta. Voleva davvero che
lo baciassi, ma perché io?
      Mi stava chiedendo una cosa assurda, ma era nella logica di quegli
anni, di quell'estate: eravamo tutti uguali, tutti fratelli. Ma perché io?
      Mi avvicinai e lo baciai. Leggermente, le mie labbra sulle sue. Poi
mi allontanai e gli chiesi perché aveva scelto me fra tutti.
      "Sembravi triste e mi piaci. Sei bello. Brick ti ha scelto, mentre
eri là, seduto al Milky! E io ci ho provato: se non avessi voluto baciarmi
ce ne saremmo andati a bere un'altra birra."
      "Avrei potuto prenderti a schiaffi. Io non sono omosessuale."
      "Non importa. Mi hai baciato."
      Andai ad appoggiarmi al parapetto del canale, mentre tenevo gli occhi
fissi nei suoi.
      L'acqua scorreva tutto intorno a noi, facendo un rumore sordo,
continuo. Quello era il vero rumore di Amsterdam e noi tutti lo
conoscevamo. Quando si placavano i rumori del giorno, degli uomini, delle
macchine, dei battelli, emergeva il mormorio dell'acqua ed era notte e
tutto era consentito. René mi si avvicinò:
      "Ma sei gay anche tu... vero?" mi sussurrò.
      Non attese la mia risposta, s'avvicinò ancora e mi abbracciò,
bloccandomi contro la balaustra di metallo. Mi sfiorò il collo con le
labbra e poi cercò le mie. Le nostre bocche si unirono e ci baciammo
ancora. Fece correre la lingua nella mia bocca e attese che facessi lo
stesso. Ci scambiammo i nostri sapori. Pensai stupidamente al mio alito, al
fatto che non mi lavavo i denti da chissà quanto. Poi percepii la sua
erezione contro la mia e il suo corpo che mi schiacciava, le nostre braccia
intrecciate, la sua barba morbida che mi faceva il solletico sotto il
naso. Il suo odore era indefinibile, ma era più pulito del mio. Lo era
certamente, ma sapeva lo stesso di sudore, di fumo. Quel profumo mi fece
eccitare più di qualunque altra cosa. Lo strinsi finché non lo sentii
sospirare. Poi allentai la stretta. La sua mano scivolò fino a sfiorarmi
l'uccello. Con le dita seguì l'asta e si fermò a stimolare la cappella da
sopra il tessuto dei jeans. Mi sfuggì un sospiro.
      Sto venendo, aspetta, volevo gridargli. In quel momento mi accorsi di
non conoscere la parola inglese per descrivergli come mi sentivo e dirgli
di fermarsi immediatamente. Nessuna delle costose scuole pagate da mio
padre me l'aveva mai insegnato. E lui certamente non conosceva le parole
italiane che avrei potuto dirgli.
      "One moment! Please... watt..."
      Farfugliai in perfetto inglese da corso privato, cercando di
sottrarmi dal suo abbraccio. Ci fermammo appena in tempo.
      "Non sei offeso, vero?"
      Gli feci di no con la testa.
      "Allora... vuoi fare l'amore?"
      Fare l'amore? Come? Con te, René? E come lo faremo?
      Quella richiesta mi sorprese e provai un'enorme vergogna per non
essere preparato a quello che mi stava chiedendo. Più forte però fu
l'eccitazione di quel momento e più ancora l'istinto che mi spingeva ad
aggrapparmi a quel ragazzo che mi aveva scelto fra mille, perché ai suoi
occhi, o a quelli del suo bastardino, parevo il più adatto a rispondere di
si alle domande che mi aveva fatto. L'istinto mi diceva che quello poteva
essere l'unico momento, l'unico luogo, l'unica occasione di tutta la mia
triste vita. L'ultima opportunità offerta prima che morissi, ucciso dagli
stenti con cui colmavo il vuoto della mia brutta esistenza.
      Fare l'amore, René? Mi vergogno. Nessuno mi aveva mai visto nudo. Il
mio uccello duro è stato visto solo dai miei occhi e solo sfiorato da
quelli del mio innamorato che ora è lontano e che non rivedrò mai più.  E
solo le mie mani l'hanno toccato, stretto. Ho vergogna, René. Ho vergogna.
      In quell'attimo, un tempo infinitamente breve, che per me fu lungo
abbastanza per provare imbarazzo e poi desiderio, pudore virginale e una
brama incontrollata, e fare quei pensieri, rivolgere a René quelle
preghiere mute, lui attese, comprendendo quanto fosse difficile decidere.
      Poi gli dissi di si, ma era come se mi fossi fumato dieci spinelli di
quelli forti. La testa mi doleva e il mio corpo era diventato
sensibilissimo, le mie percezioni erano intensificate. Lo sentivo contro di
me e avvertivo, amplificandolo, ogni suo movimento.
      Certo René, certo che voglio farlo, ma come? Com'è che fanno l'amore
due uomini?
      Guardai con apprensione verso la strada che incrociava il vicolo.
      "Brick starà attento e ci avviserà se arriva qualcuno" mi rassicurò
lui ed io gli credetti, perché il cane, dopo averci guardato con una certa
curiosità, si allontanò, andando davvero a mettersi di guardia all'entrata
del vicolo.
      "È la prima volta, vero?"
      "Si."
      Si, René, amore mio. È la prima volta. E lo farò, perché mi sono
innamorato di te.
      Non glielo dissi, ma lui dovette capirlo. Non gli dissi mai che
l'amavo, ma lui lo sapeva.
      Anche se non era vero, perché non era lui quello che potevo amare.
      Mi accarezzò, lo sentii armeggiare con i miei pantaloni e subito
rabbrividii, mi venne la pelle d'oca alle gambe e su tutto il corpo. Le
notti di Amsterdam possono essere fredde ed io indossavo un maglione, ma
lui aveva infilato le mani gelate anche sotto la maglietta, sulla pelle
nuda e rabbrividii, mi scoprì. Continuò a baciarmi ed io sentii tanto
caldo, arrossii, perché sperai che il buio nascondesse lo stato delle mie
mutande che erano sporche.
      Mi baciò i capezzoli, passando dall'uno all'altro, più volte. Poi si
staccò da me quel tanto che bastava per farmi voltare. Lo feci docilmente,
ero in sua balia e mi ritrovai affacciato alla balaustra, con la pancia
nuda premuta al parapetto di metallo. Guardai il canale che mi scorreva
davanti e vidi che svoltava subito a destra, incrociando uno dei canali
maggiori. Si sentiva il rumore filtrato di un battello che si muoveva oltre
quell'angolo. René mi fu sopra, mi accarezzò il torace e lentamente mi
abbassò gli slip, mi prese il cazzo in mano e, mentre mi baciava sul collo,
me lo strofinava sulla pancia. Capì che mi stavo avvicinando un'altra volta
a godere e si fermò. Sentivo la sua erezione contro il culo. S'era
spogliato. Aveva dei peli sul torace che sentivo sulle spalle. I suoi
capelli mi sbattevano sul collo.
      "May I fuck you?"
      Qualunque cosa avesse detto, seppi che era quello che desideravo. E
sperai che lo facesse, neppure sapendo cosa fosse.
      Nella mia vita non avevo mai, neppure immaginato come due uomini
potessero unirsi facendo l'amore. Non ne avevo mai avuto l'occasione. René
era il primo omosessuale che conoscevo e se era accaduto lo dovevo alla
particolare atmosfera di quegli anni, di quei giorni, in quella fantastica
città.  Altrimenti avrei dovuto attendere ancora molto tempo prima di
incontrare qualcuno che appagasse le mie curiosità. In quel momento mi era
assolutamente ignoto che due uomini potessero andare oltre il toccarsi, lo
sfiorarsi, il godere reciprocamente. La mia esperienza era ferma a quello
che l'istinto mi aveva suggerito.
      Avevo anche assistito all'atto sessuale fra un uomo e ad una
donna. Era accaduto a me di farlo, forse, ma non lo sapevo per certo. Però
l'avevo visto fare nel sacco a pelo accanto al mio durante l'occupazione
della scuola e altre volte nella sede del movimento. Una volta, in
particolare, mentre fingevo di essere troppo fatto per accorgermene, un
ragazzo e una ragazza avevano fatto l'amore davanti a me.  Erano immagini
vivide, acuite, nella loro intensità, dalla droga che avevo appena
fumato. Naturalmente non ricordavo nulla di lei, ma il ragazzo avrei potuto
disegnarlo in ogni particolare, descrivendo e mimando ogni suo movimento,
da come si era denudato facilmente, perché era quasi estate, a come aveva
cercato la strada dentro di lei, a come e con quanta dolcezza, l'aveva
penetrata e poi i suoi movimenti. Lenti, ritmici, più veloci, lenti
ancora. Poi s'era improvvisamente inarcato ed era ricaduto, mentre la
ragazza indispettita se lo toglieva di dosso, come avrebbe fatto con una
coperta piena di pulci. Io mi ero già bagnato e cercavo solo di calmare i
miei ansimi, dovendo fingere di dormire. I miei ricordi, le mie conoscenze
di accoppiamenti, si fermavano là, perciò quando sentii l'uccello di René
premermi sul culo e lo sentii mormorare quelle parole inglesi che non
capii, immaginai soltanto che volesse farmi suo e che la strada era quella.
      Desiderai che lo facesse, forse quello era il modo, era la
salvezza. Scacciare un amore con un altro.  Se amore doveva essere.
      Sentii che si bagnava la mano con la saliva e mi inumidiva fra le
gambe, poi provai una sensazione strana, stimolante. Mi aveva penetrato con
un dito. Lo sentii dentro e mi spostai come per fargli spazio.  Ancora
saliva e ancora dentro. Si bagnò l'uccello e l'appoggiò sul buco. Spinse
piano e io lo rifiutai, irrigidendomi. Mi accarezzò. Non aveva mai smesso
di baciarmi, di leccarmi dietro le orecchie. Provai ad allontanarmi da
lui. Mi sporsi sul canale, come se volessi gettarmi in acqua, ma mi
bloccava ed ero io che l'avevo voluto, accettato. E lo volevo ancora. Mi
raddrizzai e mi lasciai abbracciare un'altra volta. Si bagnò meglio il
cazzo e lubrificò con più saliva il buco. Fece molto piano e mi penetrò con
infinita delicatezza. Lo sentii dentro e fui preso dall'eccitazione. Per
qualche minuto mi ero come dimenticato del mio cazzo, ma quando René fu
entrato e la sensazione di averlo dentro raggiunse il mio cervello,
partirono ondate di piacere che mi travolsero, facendomi raggiungere
l'orgasmo. Venni contro la balaustra, mentre lui mi massaggiava la pancia e
tentava di prendermi il cazzo che invece pareva avere una vita propria per
quanto si muoveva. Quando mi calmai, sentii che René mi riempiva il ventre,
me lo faceva scoppiare, era come se raspasse dentro di me e mi bruciasse la
carne. Si muoveva, mi tormentava i capezzoli, mi stringeva il cazzo, mi
accarezza sulla pancia, mi baciava sul collo.
      E infine capii che non mi stava scopando, stavamo facendo l'amore.
      Mi commossi, perché era quello che avrei voluto fare tanto tempo
prima e non era capitato che lo facessi. Non ne avevo avuto il
coraggio. Non avrei saputo farlo. Non avrei potuto. E René ora mi amava e
anche se stavo soffrendo, perché mi sentivo le viscere bruciare, era per
amore che volevo lasciarglielo fare.  In quei momenti avvenne come una
sostituzione di persone, perché io divenni René e Paoletto fu me
stesso. Desiderai che il mio vero innamorato soffrisse come soffrivo io?
Volevo davvero entrare dentro di lui, affondare la mia spada nella sua
carne. Lo volevo, era proprio quello che desideravo con tutto il mio
essere, perché sapevo che quel patimento era una prova dell'amore.
      René stava godendo, ma io ero lontano alcune migliaia di
chilometri. In un giardino che odorava di fiori e di mare, affacciato sul
Mediterraneo, con i gelsomini e il profumo di Paoletto, quel misto di
borotalco e saponetta che mi terrorizzava. Pensai che quando l'avessi
percepito un'altra volta mi sarei bagnato i pantaloni.
      René si era come accasciato su di me e mi mormorava nelle orecchie:
      "Oh baby, it was great! How for you?"
      Certo René, è stato grande, ma non per merito tuo. Oppure il merito è
tutto tuo e ti amo, ti amo tanto anche se non ti amo davvero. Se non
proprio te.
      Diventammo inseparabili. Prima dormivo all'ostello della gioventù, ma
lo lasciai e seguii René a Voldel Park. Dormivamo nei sacchi a pelo, in un
angolo dove non c'era pericolo di essere disturbati.  Eravamo un centinaio
di ragazzi, ma c'era anche gente più grande. Tutti si facevano i fatti
loro. Scoprii subito alcune coppie come noi.
      Di notte aspettavo che gli altri si addormentassero e poi sgusciavo
nel suo sacco a pelo che era più grande del mio. Ci spogliavamo e facevamo
l'amore. Ci addormentavano nudi e abbracciati e non avevamo freddo.
      Una notte René volle che lo penetrassi, io non volevo farlo, ma lui
fu irremovibile.
      "Se avessi voluto soltanto un culo da fottere" avevo imparato un
sacco di vocaboli nuovi in inglese "mi sarei trovato una ragazza" mi disse
"io voglio essere scopato e da te!"
      Guidò le mie mani e il mio uccello e si mosse con me. Lo possedetti
con tutta la forza e l'amore che potevo dargli e lui venne nelle mie mani
che gli stringevano il cazzo.
      "Riesci ad addormentarti così, ora?" mi chiese mentre calmavo il mio
respiro "lasciamelo dentro.  Dormiamo così. Voglio che mi resti questo
ricordo di te."
      Ci addormentammo, quasi cristallizzando il nostro accoppiamento. Nel
sacco a pelo era impossibile muoversi se non insieme e noi lo facevamo
benissimo. Gli tenni il cazzo dentro per tutta la notte e, alla prima luce
dell'alba che di solito mi svegliava, ce l'avevo duro un'altra volta.
      "Scopami! Ancora, come stanotte..." mi mormorò René "Ti ho sentito
dentro di me per ore. Tu ce l'hai sempre duro."
      "Possono vederci..."
      "Non pensarci..."
      Lo scopai come voleva. Con la dolcezza e la crudeltà che mi aveva
insegnato. Stava per partire.
      Dopo qualche giorno anch'io sarei tornato in Italia. E René viveva a
New York.
      In Italia avrei ripreso a masturbarmi pensando ai fantasmi: da allora
in poi ne avrei avuto uno in più per la mia galleria privata.
      Partì una mattina lasciandomi Brick che avrei lasciato a non so chi e
dopo qualche giorno anch'io me ne andai. Amsterdam mi salutò con un
acquazzone che lavò i miei capelli, i miei vestiti. Pianse Amsterdam ed io
con lei, perché l'amavo come fosse una persona. Le lasciai il mio amore o
l'ombra di ciò che era stato. Soltanto un gioco di specchi e forse René non
era esistito realmente. Era stata la mia proiezione, quando io stesso mi
ero smaterializzato per divenire Paoletto. Come due specchi che si
fronteggiano si erano amati i nostri riflessi, i riverberi della mia
esperienza. Ma avevo davvero amato René? Per la sua semplicità, perché mi
aveva ascoltato e consolato. E quando gli avevo confessato di amarlo quasi
per interposta persona, non mi aveva scacciato come certamente avrei fatto
io, ma aveva accettato quella specie d'amore che volevo dargli e forse
anche lui mi aveva amato per quella breve stagione.

      Quelli che pensavo fossero i miei problemi di sesso erano cominciati
in un tempo che mi pareva remoto, anche se era trascorso solo qualche anno.
      Dopo le prime scoperte, erano cominciati i dubbi. Il primo mi era
venuto quando avevo notato che il mio uccello non ne voleva sapere di
diventare duro insieme a quelli dei miei compagni di scuola.
      In terza media andammo tutti a vedere un film un po' spinto. Entrammo
sfruttando la compiacenza della maschera e ci sedemmo all'ultima fila, per
seguire la proiezione con l'attenzione dovuta. Le immagini non erano
eccezionali, solo qualche bacio, molti abbracci, perfino due tette e
l'ombra d'un sedere di donna, il che, assieme al seno, faceva quasi un
nudo. All'uscita i miei compagni erano letteralmente infiammati. Ce n'era
stato abbastanza per fargli perdere molti freni inibitori ed arrivare a
ripetere, là per strada, alcune scene del film, naturalmente le più
infuocate. E poi gridarsi dietro e vantarsi di cosa avrebbero fatto se
fossero stati al posto degli attori maschi. Assistere a quel film era stato
come gettare un fiammifero nella paglia. Gli altri avevano tutti preso
fuoco, ma la mia paglia era bagnata e non mi ero per nulla incendiato. Ciò
che dissi, le mie risate sgangherate, i miei gesti furono un appiattirmi,
per mimesi a quello che facevano. Se fossi rimasto indifferente,
l'avrebbero notato e, senza sapere perché, non volevo che accadesse.
      Non ci pensai più finché, qualche giorno dopo, a casa ricevemmo un
catalogo di vendita per corrispondenza. Erano anni che arrivava anche se
mia madre si rifiutava di acquistare quel genere di merce.  Ed erano anni
che io me ne impadronivo per sfogliarlo con attenzione. Mi ero goduto le
pagine dedicate ai giocattoli, poi le biciclette e più di recente quelle
della biancheria intima maschile. E là mi fermavo estasiato a frugare con
gli occhi quella sfilata di inguini fasciati nelle mutande più diverse, ma
tutti giovani e desiderabili. Sapevo per certo, perché ne avevamo parlato,
che i miei compagni guardavano, con le mie stesse motivazioni, le pagine
della biancheria femminile.
      Quello fu il secondo dubbio, una nuova crepa che si aprì nelle mie
opinioni personali.
      Il terzo motivo di disappunto fu più nobile nelle origini e provenne
dal mondo dell'arte che io frequentavo per il tramite di mia madre che ci
lavorava: non furono gli impressionisti che conoscevo da sempre a colpirmi,
con le loro donne, con i particolari fortemente erotici dei loro quadri, ma
alcuni autori francesi dell'ottocento, con scene piene di uomini e ragazzi
nudi, sensuali, in pose spesso molto equivoche.  Quando li scoprii, andai a
cercare un libro che ne raccoglieva le maggiori opere e con fervore poco
accademico imparai a conoscere ogni opera di quegli autori: Ingres,
Delacroix, David.
      Più di tutti mi colpì il dipinto che ritraeva un giovanetto nudo,
seduto per terra e raccolto su se stesso. Era stato dipinto da un certo
Flandrin nel 1836. Esteticamente il ragazzo era molto simile a me, con i
miei stessi capelli ricci e neri, il colorito, la pelle liscia. Era
adagiato su un panno verde e dalla sua posa immaginavo, fantasticavo, che
avesse a pentirsi di qualcosa e trasfiguravo me stesso in
quell'atteggiamento, dopo essermi masturbato. Il mio pentimento, il rimorso
per averlo fatto, il rammarico di avere peccato. Quel dipinto mi
perseguitò: di notte sognavo il ragazzo con il capo chino, la fronte
appoggiata sulle ginocchia raccolte, la mano sinistra sul braccio destro a
stringere le gambe. Fantasticavo di accarezzarlo, consolarlo, stringerlo a
me. Sono certo di averlo desiderato, di essere arrivato ad amarlo.
      Di quell'anno ho altro da ricordare, altri elementi stimolanti, ma
soprattutto il mio interesse, sempre più marcato, per i miei compagni di
classe. Talvolta erano vere e proprie infatuazioni che fortunatamente non
duravano più di qualche giorno, quando in genere il mancato amante si
rivelava essere un maleducato, un insensibile, un ignorante, com'erano
quasi tutti i miei compagni. Per me la scuola era sempre stata un luogo
dove trascorrere la mattinata, in compagnia di persone di scarso
interesse. Era il posto dove dovevo andare per studiare, niente di più. La
mia vita vera e gli amici li avevo fra gli scout, al reparto e là c'era
Marco. Ma fra noi scout c'era una specie di inconscio accordo che ci faceva
lasciare il sesso fuori dalla porta quando, ogni sera, ci
incontravamo. Questo fatto mi pare tuttora incomprensibile e se non
l'avessi davvero vissuto, non lo crederei vero. Più o meno tutti eravamo
nell'età in cui la curiosità per il proprio corpo e per quello degli altri
era più forte, a scuola, in altri ambienti i miei, i nostri, stimoli
potevano diventare incontrollabili, eppure là dentro non ho mai pensato a
cercare qualcosa di eccitante nei miei amici e non credo l'abbiano fatto
gli altri. Quando ero al reparto, semplicemente scordavo, forse tutti
insieme scordavamo, di avere l'uccello.
      Se a scuola dovevo impormi di non pensarci, al reparto non sapevo più
di averlo.
      La spiegazione di questo potrebbe essere nella particolare atmosfera
in cui si viveva, in quello speciale coinvolgimento delle nostre esistenze,
nelle avventure e nei progetti che realizzavamo. E c'era anche un altro
motivo, più o meno forte, a seconda di come s'affrontava il problema. In
ognuno di noi c'era l'assoluta certezza, una fede cieca si sarebbe detto,
che a guardare e giudicare le nostre azioni ci fosse Dio.  Ovviamente tutti
gli riconoscevamo l'onniscienza, ma eravamo altrettanto certi che al di
fuori del reparto fosse molto meno severo.
      A Marco, quando gli stimoli che ricevevo erano diventati troppo
forti, avevo soltanto chiesto di illuminarmi sulla masturbazione, ma solo
perché ero disperato ed avevo necessità di sapere. Poi non sfiorammo più
l'argomento. Lui però mi aveva sempre offerto amicizia, solidarietà,
affetto ed io ero stato sempre tanto appagato da tutto questo che non colsi
mai l'aspetto sensuale, sottilmente erotico, dei suoi doni. Ripensai a lui
e capii solo quando il mio comportamento con Paoletto mi spinse a
desiderare di morire, ma era troppo tardi per tutto ormai. Scoprire, essere
quasi certo, che Marco mi avesse circuito come io avevo fatto con Paoletto,
non mi aiutò. Sapere che il suo affetto, il suo interesse, il suo
comportamento con me, erano stati quelli di un ragazzo innamorato, ebbe un
effetto sconvolgente per la mia coscienza.  Sapere che con le attenzioni
che mi aveva dedicato mi avesse attirato fra le sue braccia, capire che era
stato bloccato soltanto dall'ipocrisia, mi fecero cadere ancora più in
basso di quanto già non fossi per me stesso e per quello che avevo
fatto. Soltanto ora, dopo tanti anni, riesco a riconoscergli una minore
consapevolezza di quanto ebbi io per ciò che facevo a Paoletto.
      Penso però che la mia scelta, il mio destino, siano stati in un certo
senso favoriti dalla freddezza, dal suo apparente disinteresse. Da lui non
lo seppi mai, perché domande simili non avrei potuto farle. Se potessi, ora
gli chiederei se mi ha mai amato o desiderato in quel modo particolare e
proibito, perché io sono certo d'averlo amato, senza sapere o pensarlo.

      L'ultima volta in cui mi prostituii fu di domenica. Il sabato ci
eravamo fermati alla stazione, ma il giorno dopo decidemmo di tornare a
battere, andando in un viale di periferia, altro luogo di incontro.
      Mi servivano più soldi, molti di più, perché avevo deciso di fare il
salto. I miei amici o compagni di sventura, più sfortunati o solo più
stupidi di me, mi avevano convinto a provare l'eroina ed io, che ormai
sentivo di non avere molto altro da perdere, decisi di provare. Iniettarmi
l'eroina: l'avrei fatto sebbene avessi paura. E quella paura era l'ultimo
barlume di coscienza: se si ha paura è perché si teme di perdere qualcosa
che perciò si sa di avere. Avevo paura, anche se ero più che certo che
dentro di me non ci fosse più nulla che potessi perdere. Sapevo di essere
morto. Ciò che accadde dopo, fu in un certo senso una conferma di questi
pensieri, poiché ebbi indietro la mia vita a prezzo di un'altra.
      Per mesi mi ero aggrappato a quella paura, gli altri mi
ossessionavano perché mi bucassi, ma io resistevo. Quel sabato, dopo la
scuola, anche la paura se n'era andata: l'avevo visto, da lontano che
entrava in un negozio. Vedere Paoletto, sentirmi come mi ero sentito, aveva
cancellato tutto, paura, incertezze. Avevo deciso di provare. Mi era
rimasta dentro solo l'urgenza di porre fine ai miei dolori.
      Erano parecchi mesi che non lo vedevo, forse più di un anno. Avevo
quasi scacciato la sua immagine dalla memoria. Spesso cercavo di
richiamarlo davanti agli occhi della mia anima, ma fingevo di non
ricordarne i tratti. Poi, dopo che il gioco era finito, preceduto da un
bagliore, appariva il suo volto. Com'era l'ultima volta che l'avevo visto
da abbastanza vicino, rigato di lacrime e spaventato. Era un incubo.
      Ma nulla di paragonabile a rivederlo davvero. Cresciuto, cambiato,
lontano, irraggiungibile.
      Bucarmi mi parve l'unica possibilità rimasta alla mia vita. Una
specie di riscatto, un atto di coraggio, molto grottesco.
      Così quella domenica andai a prostituirmi per procurarmi il denaro
sufficiente e fui subito avvicinato da un uomo ancora giovane e
dall'aspetto curato. Guidava una macchina di grossa cilindrata, piuttosto
nuova. Pareva molto a suo agio.
      Mi si accostò e venne subito al dunque:
      "Quanto vuoi per prenderlo in culo?"
      Mi allontanai irritato: era volgare. Nessuno mi si era mai rivolto a
quel modo. Poi provai ad immaginare la mia figura. Ero sporco, vestito di
stracci, ero volgare anch'io, ma era ancora più sconcio quello che stavo
facendo.
      Mi voltai a guadarlo con indifferenza. Non mi interessava, quella era
una prestazione per la quale non ero disponibile. Una parte di me, proprio
il mio culo non era in vendita e non ci tenevo a cominciare quel
pomeriggio. Non che tenessi particolarmente alla mia integrità fisica. Per
niente, ma non volevo che si sapesse che lo prendevo in culo per soldi. Nel
mio gruppo, fra quei disgraziati, tutti sapevano che ogni sabato io e
Valerio andavamo a fare seghe ai vecchi, oppure che, per strappare qualche
altro soldo, io me le lasciavo fare. Questo era noto e, dato che dei miei
guadagni beneficiavano in po' tutti, la cosa era, se non lodata,
tollerata. A dirla tutta, facevo anche qualche altra cosa, sempre per avere
più denaro, naturalmente: lasciavo che mi facessero i pompini e con un
supplemento, dopo la sborrata, mi facevo leccare. Questo però non lo sapeva
nessuno. Ma non ero mai arrivato a prenderlo in bocca o in culo.
      Quello, per niente scoraggiato dal mio disinteresse, mi seguì:
      "Ehi! Per farti il culo potrei darti parecchio! Mi piaci!"
      Mi venne duro. All'improvviso, come se con quelle parole avesse
aperto una porta che era chiusa da molto tempo. Non me l'aspettavo. Lo
guardai con attenzione: perché no? Mi dissi. Non l'avrebbe saputo nessuno,
Valerio era già con un altro cliente e a me improvvisamente andava di farmi
scopare. Sentii come un formicolio e l'erezione mi si fece
dolorosa. Desiderai di essere posseduto.
      I miei desideri sessuali erano stati come addormentati più dalla mia
vita irresponsabile che dall'uso degli stupefacenti. Gli stimoli mi
giungevano ovattati e non avevo quasi più polluzioni. Se un cliente me lo
prendeva in mano e me lo menava, il cazzo si induriva, ma per arrivare ad
eiaculare dovevo impegnarmi e lo facevo se era previsto dal nostro accordo
e quindi valeva molti soldi, cioè fumo.
      Sentirmelo duro solo perché quell'uomo mi stava dicendo che mi
desiderava, mi eccitò ancora di più.  Gli sparai un prezzo che mi parve
esorbitante. Quello invece accettò subito, anche se pretese che prima ci
mettessimo per bene d'accordo su cosa mi sarei fatto fare e cosa avrei
fatto in cambio di tutti quei soldi.  Non fu difficile intenderci, visto
che io cercavo denaro e qualcuno mi fottesse, lui i soldi li aveva ed era
più che disposto a scoparmi. Mi fece promettere che non gli avrei opposto
resistenza e si impegnò a non farmi male. Non gli credetti, ma la sua
promessa rendeva tutto più eccitante.
      "Allora? Sali macchina?"
      "Va bene, ma non allontanarti troppo."
      La paura era tornata. E se mi avesse aggredito o ucciso? I miei
genitori mi avrebbero pianto. Credevo non m'importasse più, né di loro, né
soprattutto di me. Ma ebbi paura.
      Uscì velocemente dalla città e s'infilò in un viottolo che scendeva
fino a nascondersi fra due collinette di terra, in fondo ad una discarica
di materiali edili. Era domenica e là attorno non c'era proprio nessuno. Se
fosse accaduto qualcosa di brutto, se mi avesse ucciso, nessuno l'avrebbe
saputo per molto tempo.
      Pensai anche che avrei potuto gridare per il dolore, perché ero certo
che mi avrebbe fatto male. A quell'idea sentii un ondata di piacere
corrermi per tutto il corpo. Era quindi quello il desiderio per me?
Attendevo solo la sofferenza? Cercai di concentrarmi su qualcos'altro,
perché, se non stavo attento, sarei venuto nelle mutande prima di
cominciare.
      "Togliti il giubbotto" mi disse brusco "e reclina il sedile. Mettiti
a pancia sotto. Faccio tutto io."
      Eseguii quegli ordini. Non ero docile con i clienti, cercavo di non
perdere mai il controllo, ma quel giorno, fu tutto diverso.
      "Tu non parlare" mi intimò "Lasciami fare quello che voglio e non te
ne pentirai."
      Era una frase ambigua che conteneva una minaccia ed una promessa, ma
potevo solo fidarmi e ormai la paura mi era passata. La mia eccitazione era
totale e la consapevolezza di me, se ne avevo ancora, era scomparsa,
lasciandomi indifeso in balia dei miei istinti. Il desiderio di
distruggermi e quello del piacere fisico accecarono la mia coscienza e non
fui più un essere umano.
      Si stese sopra di me e sentii la sua erezione contro il culo. La mia
premeva sul sedile. Armeggiò con la cintura, mi aprì i pantaloni e me li
abbassò fino alle caviglie. Quando andavo a prostituirmi non portavo
mutande. Lui non parve notarlo. Mi mise le mani sotto la maglia e la
sollevò fino alle ascelle. Il mio corpo ormai nudo era sotto il suo. Lo
sentii tastarmi, toccarmi, afferrarmi ovunque, ma in nessun momento le sue
mani, che pure erano lisce e calde, mi accarezzarono.
      Con la sinistra mi prese il cazzo e lo strinse forte, poi prese a
menarmelo lentamente. Il pollice dell'altra mano scivolò lungo la mia spina
dorsale e attraverso le natiche fino al buco. Ero un po' sudato e provò a
forzarmi l'apertura. Prima tastò, poi mi penetrò appena con il
dito. L'infilò fino al palmo. Provai dolore, ma cercai di non
gemere. Allora sentii che, mentre tentava di mandare più a fondo il
pollice, col resto della mano spingeva sotto lo scroto, quasi tentando di
riunire le cinque dita, comprimendomi in mezzo alle gambe. Fitte di dolore
mi assalirono.
      "No, aspetta..." tentai di divincolarmi, ma era molto più forte di me
e mi immobilizzava, schiacciandomi col suo peso. Dette una stretta
terribile che mi fece urlare.
      Era come una tortura. Stringeva, spingeva forzandomi il buco e poi
schiacciava la pelle, la carne fra le gambe, sotto il sacco. Mi stringeva
forte anche il cazzo e, nel dolore che mi faceva strillare, sentii ondate
di piacere giungere da lontano, avvicinarsi e farmi godere, mentre quel
dito mi scopava senza pietà e la sua mano mi massacrava fra le gambe.
      Venni sporcando di sborra il sedile. Allentò la stretta solo per un
momento, ma poi riprese a menarmelo furiosamente. Il mio cazzo stava
ammorbidendosi, ma lui continuò a stringerlo con cattiveria, anche se mi
aveva sfilato il pollice dal culo.
      "Basta, aspetta..." piagnucolai, tentai di fermarlo, di spostarmi, di
sfilarmi da sotto, sperando che fosse finita.
      "Stai fermo!" urlò e mi bloccò sotto di sé con il suo peso, poi mise
una gamba fra le mie e con il ginocchio me le allargò.
      "Stai fermo" sibilò "non muoverti. Hai capito? Se ti muovi,
t'ammazzo! Hai capito?"
      Mi bloccai spaventato e non per quello che mi aveva detto. Un po'
sapevo, ero preparato, alla violenza, l'avevo cercata. Mi terrorizzò il suo
accento che nella concitazione aveva rivelato la sua provenienza: vivevamo
nella stessa città. Ne ero certo. Poteva conoscermi. Forse anch'io lo
conoscevo.  Forse l'avevo già visto.
      Il suo viso era di quelli che si crede di aver già visto. Qualcosa
affiorò nella mia memoria, forse un collega di mio padre all'università, in
clinica. Era certamente un medico. Mi pareva di ricordare.
      "Starai fermo?"
      Tremando, gli feci di si con la testa e affondai la faccia nello
schienale del sedile, sperando che non mi riconoscesse, com'era accaduto a
me.
      Mi lasciò libere le braccia per un momento, si sollevò sulle
ginocchia che mi aveva piantato fra le gambe. Lo sentii armeggiare con i
pantaloni, sfilarsi la maglia. Non osavo più muovermi, voltarmi a
guardarlo.
      Ero impaurito da quello che stava per farmi, dall'idea che forse
sapevo chi fosse, dalla possibilità di essere riconosciuto, ma avevo il
cazzo duro un'altra volta. Mi era tornato duro, sebbene fossi terrorizzato,
avessi schifo di me stesso e già immaginassi il dolore terribile che stavo
per provare.
      Mi fu sopra. Mi prese il cazzo con una mano. Esitò. Forse si sorprese
che fosse già così duro. Con l'altra mano guidò il suo uccello fino al
buco. Tentò di penetrarmi, ma non ce la fece. Non riusciva ad
entrare. Forse la paura mi aveva asciugato il buco. Si alzò e sputò sulla
mano, mi bagnò, poi se la passò sul cazzo e ritentò.
      Mi fu subito dentro.
      A me mancò il fiato per il dolore e gridai, ma mi lasciai scopare. Lo
sentii sbuffare e imprecare e poi, troppo in fretta, venirmi dentro con una
serie di sospiri. Il dolore si era attenuato. Quello che ora sentivo era il
mio cazzo duro, finalmente accarezzato dalla mano di quello stronzo. Mi
mossi e venni, bagnandolo. Fu allora che mi baciò sul collo e continuò a
strusciare le sue labbra acquose, fino a sfiorarmi la bocca. Ebbi una
reazione di stizza, ma ce l'avevo sopra a bloccarmi. Era ancora dentro di
me. Si accorse del mio disgusto, ma per fortuna non si arrabbiò e smise di
sbaciucchiarmi. Volevo piangere.
      Stemmo così, accasciati sul sedile, per un paio di minuti ancora,
finché non gli venne moscio e solo allora lo tirò fuori. Tornò sul suo
posto, ansante.
      Mi guardò ed io lo fissai per imprimermi il suo volto nella memoria,
per cercare di dargli un nome con calma. Anche se speravo di morire quella
stessa notte. Pensai di volere per me il ricordo dell'ultimo uomo che mi
aveva baciato. Non ero più così certo di averlo già visto, anche perché,
passata la concitazione, tornò ad esprimersi senza inflessioni
dialettali. Né fece segno di avermi in qualche modo riconosciuto. Non che
fosse facile per come ero ridotto.
      Mi pagò senza una parola: mi dette il pattuito che corrispondeva a
tanta roba quanta me ne sarebbe bastata per morire. Non solo per provare
l'ebbrezza del buco e della dipendenza da droghe. Al momento di lasciarmi
per strada mi fece promettere che sarei stato là anche la domenica
successiva.
      Cercai Valerio. Mi faceva male il culo. Ebbi improvvisamente fretta
di andarmene: bastò che gli dicessi che c'erano abbastanza soldi per tutti
e due. Per fare tutto. Al ritorno in treno stetti per un poco in piedi, ma
sentii che il dolore aumentava, peggiorava. Mi sentivo la pancia
gonfia. Andai alla toilette del treno e cercai di liberarmi della sborra di
quel porco. Provai un terribile bruciore: quando l'avevo fatto con René non
avevo sofferto così. Piansi, seduto a quel cesso traballante, nella puzza
di piscio, mentre la sborra mi colava dal culo.
      Presto i miei dolori sarebbero spariti, persi nella nebbia dello
stordimento, le mie pupille si sarebbero dilatate ed avrei visto cose che
nessuno avrebbe potuto immaginare. E soprattutto, avrei dimenticato me
stesso, l'avrei lasciato per terra, fra le cartacce, nascosto sotto un
mucchio di spazzatura.
      Era quello che volevo, l'avevo voluto e stavo per ottenerlo, ma c'era
ancora uno scalino che potevo scendere, c'era un sottoscala dell'inferno
che volevo conoscere: l'avrei fatto prima di partire per il mio ultimo
viaggio. Prima di morire.
      Avrei cercato di rivedere Paoletto., come fosse l'ultimo desiderio
del condannato.
      Era piuttosto tardi quando arrivai davanti al portone. Camminavo,
strisciando lungo il muro, pensando a quello che stavo per fare, ma anche
al culo che mi bruciava, perché camminando il dolore non faceva che
peggiorare. Avevo i soldi per comprare molta droga, e solo per questo
Valerio mi seguiva come un cagnolino. Tenevo le mani in tasca e accarezzavo
le banconote, quasi con amore.
      Furono questi pensieri a distrarmi e lo vidi troppo tardi per evitare
che anche lui mi vedesse. Quando mi chiamò e poi urlò il mio nome, mi
voltai e cominciai a correre. Le sue grida riempirono il silenzio della
strada. Cercò di raggiungermi. Sentii le sue urla per molto tempo ancora,
anche quando fui troppo lontano perché potesse avermi seguito.
      La nostra, mia e di Valerio, fu una corsa lunga e disperata che
terminò fra le braccia poco amorevoli di chi mi avrebbe venduto la droga.
      Pagai ciò che mi serviva. E corremmo ancora a cercare aiuto per
iniettarmelo
      Fu brutto. La più brutta esperienza della mia brutta vita. Stavo già
male prima che la droga facesse effetto, ma quando quell'effetto cessò,
conobbi l'inferno.
      Qualcuno che non ricordo, perché l'ho cancellato dalla memoria o
perché non so proprio chi sia, preparò la siringa per me, mentre Valerio si
dava da fare per conto suo.
      "Sei pronto? Stringi il pugno..." mi disse quella specie di amico,
mentre un altro mi teneva il braccio "a te è facile trovare le vene. Vedrai
dopo!"
      Non ci sarà un dopo. Mai. Morirò, fra poco sarò morto. Mi chiedo
ancora perché fossi così sicuro di dover morire proprio quella notte,
perché mi illudessi di avere tanto credito con la mia fortuna. Forse era
perché lo desideravo e basta. O forse perché essendo stato abituato ad
avere tutto ciò che desideravo, pretendevo di poter avere anche la morte
quando l'avessi cercata.
      Ma lo spacciatore che ci forniva era fidato, forse perché avevamo
sempre abbastanza soldi per lui e non ci avrebbe mai venduto roba
pericolosa. Sapevo anche questo, ma volevo morire lo stesso. Mi illudevo
che quell'esperienza estrema, preceduta dalla violenza che avevo subito,
portasse al tracollo della mia esistenza. Che la vita, finalmente, mi
sfuggisse.
      Era una rappresentazione, abilmente preparata, cui sarebbe venuto
meno proprio il finale.
      Chiusi gli occhi. Vidi Paoletto, lo sentivo ancora corrermi dietro,
gridare. Poi avvertii la punta dell'ago, sulla pelle, pungermi, entrare in
me. Il liquido fluì, mescolandosi al sangue e una sensazione di benessere e
di oblio mi avvolse. Lentamente ogni angoscia scivolò fuori dalla mia
mente. Le paure di dissolsero. In quelle ore o minuti dimenticai tutto e
soprattutto lui. Ma prima di ogni altra cosa finì il dolore. Anche quel
bruciore che non mi aveva ancora abbandonato.
      Cercavo una morte pietosa che, partendo dalle mie sensazioni, le
attutisse fino a spegnerle, l'abbraccio letale che mi soffocasse, ma
ovviamente non fu come pensavo, perché, pur desiderando morire, ero stato
attento che non mi iniettassero una dose eccessiva. Perciò mi
svegliai. Dopo ore, tremando di freddo e di paura, temendo che, quello dove
mi trovavo, fosse l'inferno.
      Che esistesse davvero e vi soffiasse un vento gelido che tagliava la
faccia. Che puzzasse di rifiuti e di piscio. Ma non era l'inferno, era
soltanto il fondo buio del vicolo in cui ci eravamo nascosti per poterci
bucare in pace. Là mi avevano lasciato i miei compagni, quando ero
sprofondato nel sonno. Mi avevano messo in un angolo riparato e coperto con
un cartone. C'era una specie di affetto in quei gesti. Oppure era stata la
riconoscenza di Valerio che mi aveva quasi rimboccato quella coperta
precaria per il mio sonno.  Anche se erano cartoni sporchi e il mio dormire
era indotto dalla droga che io volevo mi uccidesse.
      Mi svegliai che era ancora notte, ma quando fui in grado di alzarmi
il cielo si stava già schiarendo.  Sentii una campana che batteva rintocchi
discreti e me ne tornai a casa per dormicchiare finché si fosse fatta ora
di andare a scuola.
      Ero sinceramente ed ipocritamente deluso di non essere morto. Il
destino mi aveva tradito ancora. Ed ero sollevato di non essere finito
all'inferno. Anche se non ci credevo. Mi incamminai mormorando esortazioni
a me stesso, quasi potessi obbligarmi a qualcosa, prendere un impegno e
riuscire a mantenerlo:
      "Morirò un'altra volta. Mi procurerò abbastanza soldi per un
overdose. Lo farò la prossima volta! Mi farò fare qualunque cosa, ma
troverò i soldi!"
      Non accadde, perché non mi prostituii più.

      Un'altra estate. Ancora un viaggio, a Londra.
      Anche se nel mio cervello coesistono i ricordi, è come se a fare i
due viaggi siano state persone diverse. Due anime distinte, in corpi
separati.
      A guardarmi, tre mesi dopo che ero tornato a vivere, si scopriva che
fisicamente la droga non mi aveva fatto molto male. Solo gli occhi non
erano più tornati quelli di prima, avevo le occhiaie, come due incavi sotto
gli zigomi, due sottolineature livide che non volevano sparire, forse a
causa degli sforzi fatti per studiare negli ultimi tempi. Per il resto il
mio aspetto era rimasto quello di prima. Ero tornato ad essere un ragazzo
in salute, dall'aspetto sano. Esteriormente ero integro, tranne che per il
buco al lobo dell'orecchio sinistro, fatto fare un anno prima per infilarci
l'orecchino d'argento. Una sera in cui ero particolarmente triste e il
bisogno di sentirmi parte di un gruppo, di non essere solo con me stesso,
era più forte di tutto. Quasi tutti i miei compagni portavano quel
cerchietto d'argento e dovetti farlo anch'io. Mio padre, cui avevo cercato
di spiegare il motivo, si era infuriato vedendomi, mia madre aveva pianto.
      Quel buco è stato ed è tuttora, il segno indelebile di ciò che fui.
      A diciassette anni avevo una figura ancora adolescenziale, con solo
un accenno di barba sul mento e sul labbro.
      Mi tradivano gli occhi, la cui stanchezza, lo si capiva guardandoli,
non era soltanto fisica.
      Mio padre, nei giorni in cui fui promosso, era in clinica per
operarsi. Era alla sua seconda operazione.  Ne avrebbe affrontate cinque in
tutto. Gli toglievano ogni volta un pezzo di gola. Per i primi due
interventi i chirurghi, suoi amici e colleghi, ebbero riguardi di carattere
estetico, le cicatrici quasi non si notavano. La sua voce cambiò un poco ed
aveva una costante raucedine. Spesso era afono. Il terzo intervento, in
settembre, fu devastante e da allora si espresse solo con mormorii. Le
ultime due operazioni furono uno scherzo al confronto. Si trattò
soprattutto di valutare il progredire del male che attaccava gli altri
organi.
      E i miei occhi raccontavano tutto questo.
      Alla fine della scuola, raggiunta la promozione, scoprii l'angoscia
della solitudine e della noia. Avevo ovviamente rotto con i compagni di
droga e di prostituzione e non potevo, non l'avrei mai fatto, riannodare le
amicizie della mia vita di prima. Ero solo, sconsolatamente solo, perciò
trascorsi il mese di giugno dividendomi tra casa e la clinica per stare
accanto a mio padre. Lessi molti romanzi e ne fui sempre il protagonista,
identificandomi con chiunque potessi. Provavo, senza successo, ad
allontanarmi dalla realtà, ma la mia fantasia, sempre vivida, era stata
ormai soffocata dall'esperienza. Ogni volo terminava in un pianto senza
lacrime, gli occhi al soffitto a cercare nell'intonaco rugosità che non
esistevano.
      Mio padre, comprendendo il mio disagio, cercò di convincermi a
partire. Mi propose di andare dai miei nonni in Austria, ma la sola idea mi
angosciava: avevo trascorso a Vienna parte della mia vita e in quella casa
ero stato sempre felice. Ma con me avevo sempre avuto mia madre o lui
stesso e quando ero da solo con i nonni o gli zii, era perché entrambi
avevano impegni in Italia, ma sapevo di poterli raggiungere in qualunque
momento o che se li avessi chiamati sarebbero accorsi. Un'estate a Vienna,
senza di loro, sarebbe stata per me una punizione insostenibile. Lo pregai
con le lacrime agli occhi di non obbligarmi.
      Allora decise di mandarmi a Londra. Cercai di oppormi: non sarei
andato da nessuna parte, perché desideravo soltanto restargli
accanto. Accanto a mia madre che sfioriva con lui. Ma me l'impose con un
argomento indiscutibile:
      "Vai. Non è ancora il momento. Per me c'è tempo ancora."
      Quanto ancora, papà? Non osai chiederlo, non glielo chiesi mai,
neppure dopo, quando sapevo che di tempo ne era rimasto poco.
      Me ne andai a perfezionare il mio inglese in un college, in un corso
full immersion di due mesi che mi proposi di seguire con lo stesso furore
con cui mi ero appena guadagnato la promozione.
      Al mio arrivo fui prelevato in aeroporto e raggiunsi la scuola. Il
corso sarebbe iniziato il giorno dopo.
      Mi dissero che saremmo stati in dieci per classe e avremmo dormito in
camere da due letti. Avrei avuto un compagno di camera francese. Lo conobbi
e quella sera ci dicemmo poche parole. Non potemmo instaurare alcun tipo di
dialogo, perché lui non parlava italiano, io parlavo un francese
ridicolo. Quanto all'inglese, se il mio poteva andare, il suo era meno che
elementare. Per il tedesco, nessun punto d'incontro: gli era ignoto.
      Ero arrabbiato con mio padre per avermi costretto a venire a
Londra. Ero furioso con me stesso per essermi lasciato trascinare. Ce
l'avevo con mia madre perché non mi aveva trattenuto a casa a farle
compagnia. E c'era questo ragazzo che mi seguiva come un cagnolino nei
corridoi del college, mentre cercavamo di trovare qualcosa da mangiare.
      Ero molto invecchiato, a diciassette anni. Non sopportavo d'avere
contatti troppo stretti con le persone e soprattutto con i miei coetanei,
ma sapevo che la mia intolleranza aveva un'origine precisa: il terrore che
potessi innamorarmene e desiderarli. George o Jean, non avevo neanche
capito come si chiamasse, aveva meno dei miei anni ed era là ad invadere il
mio territorio. Il giorno dopo avrei cercato di ottenere una camera tutta
per me. Ovviamente nessuno immaginava che pericolo rappresentassi per lui,
dovendo dormire assieme. Ero come un vampiro, pronto a saltargli al
collo. Mentre scivolavamo per i corridoi, finalmente con un paio di
sandwich per calmare l'appetito, mi scoprii ad immaginare cosa avrei
potuto, e voluto, fargli quella notte, mentre dormiva. Ammesso che
dormisse.
      Ingoiai il mio sandwich, poi gli mormorai qualcosa e me ne andai alla
toilette che era in fondo al corridoio.
      Più che spaventato o imbarazzato, ero sconcertato. Il mio desiderio
sessuale mi si parava davanti, senza mediazioni, sconvolgendomi. La droga
l'aveva attenuato, fatto passare in secondo piano. Con René era stato una
parentesi vissuta in un mondo lontano e diverso in cui ci si faceva
continuamente di erba.  Tutto il resto del mio tempo era trascorso senza
che avessi veri desideri. Il mio corpo si era come adattato all'astinenza,
scaricando periodicamente le ghiandole in polluzioni che avvenivano nelle
mie notti senza sogni. E se sogni c'erano stati, io non li ricordavo al
risveglio. La mia mente era ormai avvezza a ritrarsi di fronte
all'eccitazione.
      GeorgeJean, invece, correndomi dietro, aveva suscitato il mio primo
vero desiderio sessuale da due anni a questa parte.
      Seduto sul cesso di quella toilette, inglese e quindi non
pulitissima, mi tenevo la testa con le mani, chiedendomi che fare della mia
vita. Se assecondare i miei istinti e violentare il ragazzo quella notte
stessa, sempre che ci riuscissi, oppure resistergli e macerarmi anche in
questo dolore. Affiancarlo agli altri, tanti, che affollavano la mia vita.
      L'impulso di scappare venne e se ne andò: quello almeno non mi
spaventava più. Sapevo di essere in una prigione dalla quale non sarei
fuggito, perciò dovevo affrontare anche quella sofferenza.
      GeorgeJean non avrebbe dovuto temere nulla. Gli sarei stato
lontano. Ci avrei provato.
      Non fu facile. Quella sera, quando fu l'ora, se ne andò a fare la
doccia. Poi tornò in camera, si tolse l'accappatoio e si infilò nudo sotto
le coperte, mostrandomi per un attimo tutte le sue belle doti. Lo guardai e
temetti che volesse prendersi gioco di me, che avesse compreso la mia
debolezza e volesse provocarmi, ma l'assoluta disinvoltura con cui si mosse
e il sorriso beato con cui accolse il mio sguardo, mi comunicarono
inequivocabilmente che era molto lontano dall'immaginare che rischiava di
essere violentato in quello stesso momento. Mi scoprii a chiedermi quanto
pesante potesse essere il sonno di un ragazzo francese. Il mio era
leggerissimo: stentavo ad addormentarmi e mi svegliavo anche per i rumori
più leggeri.  Lui invece?
      Scivolò nudo fra le lenzuola, mormorandomi con un amorevole
bisbiglio: "Bonne nuit!"
      E il mio cuore ebbe un balzo: me ne stavo innamorando! Di già? Dopo
neppure tre ore che lo conoscevo? Però l'avevo già visto nudo.
      Mentre cercavo di calmarmi ed eventualmente addormentarmi, pensai che
allontanarmi da casa mi aveva fatto bene. Se ci fossi rimasto avrei
continuato a star chiuso nella mia camera, muovendomi come un automa, non
provando alcuna emozione che non fosse il senso di colpa di vedere mio
padre morire e me stesso tornare alla vita. Là invece ricominciavo a
provare emozioni e questo mi confermava che ero vivo, anche se per me
quelle emozioni erano scioccanti.
      E quando finalmente riuscii a prendere sonno, sognai il mio compagno
di stanza. Ne sono certo perché, al mattino, il davanti del mio pigiama era
umido e incrostato, segno inequivocabile che i miei sogni erano stati
erotici ed erano uno specchio fedele dei miei pensieri, di quelli che non
volevo ammettere di fare.
      Mi svegliai all'alba che d'estate in quella parte del mondo è circa
alle quattro di mattina. Alla finestra non c'erano gli scuri e il mio sonno
malsicuro non fu sufficiente a tenermi addormentato. Trascorsi un paio
d'ore a guardare il ragazzo nel letto accanto. Alternando sonno, veglia e
sogni, anche ad occhi aperti, su di lui che diventava mio amico e mio
amante, forse.
      Alle sette, quando decisi di alzarmi, vidi che sorrideva, era ancora
mezzo addormentato e fece un gesto molto infantile: con le palme aperte
delle mani si stropicciò gli occhi. Lo faceva anche Paoletto e me ne
ricordai subito. Mi vennero le lacrime agli occhi.
      "Ciao!" disse allegro.
      "Ciao" dissi, fingendomi contento come lui.
      Eravamo per forza di poche parole.
      Si stiracchiò un poco, poi scostò le coperte per alzarsi e vidi il
suo bel cazzo dritto dritto che pareva farsi beffe di me. Naturalmente
anch'io ero eccitato. S'accorse che lo stavo divorando con gli occhi e mi
regalò un altro dei suoi sorrisi disarmanti. Poi con la sua incredibile
noncuranza, anzi nonchalance, saltò fuori dal letto e, preso l'accappatoio,
si coprì, cinguettandomi allegramente un 'pardon'. Volò verso il bagno,
lasciandomi nel letto a domare la mia erezione, con il capo fra le mani e
le lacrime che dagli occhi erano scese ormai sulle guance. Qualche
singhiozzo e tanta autocommiserazione.
      George finì in un'altra classe, ad un livello inferiore al mio:
pareva che io conoscessi già un buon inglese. Mio padre con i suoi corsi
extra scolastici e il mio amato René, fra un bacio e l'altro, me ne avevano
insegnato abbastanza. George invece era assolutamente senza speranze:
doveva incominciare da zero.
      Per qualche sera lo rividi solo in camera. E, come lui progrediva
nella conoscenza dell'inglese, cominciammo a scambiare più di qualche
frase. Un pomeriggio mi cercò per chiedermi se avevo voglia di andare in
giro per Londra con lui. Non avevo fatto amicizia con nessuno dei miei
compagni di corso: tutti troppo allegri per me, facili ad ubriacarsi e a
fumare spinelli. Non potevo neppure avvicinarmi a loro. George mi parve
diverso ed accettai il suo invito.
      Cominciammo ad andarcene in giro, dopo la fine delle lezioni. Avevamo
entrambi abbastanza soldi da spendere per divertirci e lo facemmo. Come due
amici. La sera tornavamo in camera e lui mi regalava lo spettacolo del suo
corpo, ma gli piacevano le ragazze e a me non restava che guardarlo,
sorridere al suo sorriso e aspettare che si addormentasse. Quando sentivo
il suo respiro farsi regolare, abbracciavo il cuscino e l'amavo come se
fosse il mio amante. Gli mormoravo parole dolci, gli dicevo il mio
affetto. Lo riempivo di baci. Poi l'accarezzavo e lo spogliavo, sentivo fra
le mani il suo turgore e ci amavamo. In modo sempre diverso. Notte dopo
notte. Sogno dopo sogno.
      Avevo scoperto che era certamente eterosessuale già la prima volta in
cui uscimmo insieme. Si era voltato a guardare un gruppo di ragazzine che
io avrei volentieri privato dell'aria che respiravano e mi aveva chiesto
che ne pensassi. Gli restituii uno sguardo interessato e di approvazione,
ma mi sarei volentieri gettato nel Tamigi, per la delusione.
      Ti amo, George, pensai. E mi finsi eterosessuale per amor suo.
      Fu così per molti giorni. Non abbordò nessuna ragazza, forse perché
l'avevo convinto che non sarebbe riuscito a spiegarsi in inglese. Per mia
fortuna non incontrò nessuna francese che gli piacesse abbastanza e giudicò
la mia compagnia sempre interessante. Perché io, sorprendendo me stesso,
spaventandomi perfino, ero diventato un compagno di giochi e di
divertimenti molto allegro e finanche spiritoso. Visitammo ponti e musei,
vedemmo tesori e castelli, andammo a cinema e a teatro. George si divertì e
anch'io trascorsi settimane in cui dimenticai me stesso e i miei
dolori. Mia madre e mio padre, cogliendo miracolosamente il mio stato
d'animo, facevano a gara nel mostrarsi tranquilli quando mi telefonavano:
mi raccontavano che il tumore regrediva. Ed io gli credevo.
      Vivevo ormai soltanto per lo show serale di George e per il
divertimento che riuscivo a darmi dopo, quando restavo solo con me stesso e
il mio corpo.
      Poi cominciammo a parlarci anche dopo che le luci venivano spente. Lo
facevano centralmente come in un penitenziario: la cosa mi avrebbe reso
furioso, se non fosse che quel buio regolamentato, esattamente alle undici
di sera, mi consentiva di avere George addormentato entro un paio di minuti
e utilizzabile per i miei sogni, oppure disposto a raccontarmi di sé a
parlare e ad ascoltarmi.
      Una sera, dopo che c'eravamo infilati nel letto, dopo che le luci
s'erano spente da un po', mi disse che aveva da dirmi qualcosa di serio.
      "È una cosa importante. Vuoi? Posso?"
      Gli dissi di si, che ne avevo voglia, molta.
      "Tu mi guardi spesso" disse allora, accigliato, mi parve risentito.
      "Come?"
      "Tu mi guardi. Anche quando dormo. E poi... so che ti tocchi" si
portò la mano avanti in un gesto inequivocabile "Stanotte ti ho sentito. È
vero?"
      Fine del divertimento, pensai, fine dell'amicizia, della serenità. Se
n'è accorto. Più che spaventarmi, quelle parole mi sconcertarono. Ma mi
disposi ugualmente a prendere le botte che lui forse mi avrebbe dato,
perché non avrei saputo difendermi.
      E domani sarebbe andato a chiedere di cambiare stanza, forse senza
dare spiegazioni, forse dandone. Ma a quel punto non mi importava davvero
più di nulla.
      Invece mi guardò con molta dolcezza. Voltato sul fianco, con la mano
a reggersi il capo e mi fissava, con uno suo sguardo sereno. Capii che non
era arrabbiato con me.
      "E io ti piaccio. Non è vero? Questo è da un po' di tempo che lo
so. Da come mi guardi e come arrossisci quando mi vedi nudo. Ma non mi
importa: guardami pure. Sai, io sono contento, di piacerti. No!  Sono
orgoglioso di piacere ad uno come te! Anche tu mi piaci, ma... non in quel
senso. Mi piaceresti davvero se fossi una ragazza e non lo sei. Se fossi
una ragazza... che ti farei!"
      Mi lasciò con la bocca aperta. Era più piccolo di me quel ragazzino e
riusciva a dire cose che io non immaginavo neppure. Aveva capito chi ero e
com'ero. Io che, non capendomi, mi ero quasi ucciso.
      "Davvero non ti dispiace se ti guardo?" balbettai.
      "Davvero si! Tu sei la persona più dolce che abbia mai
incontrato. Sei mio amico e ti voglio bene! Mi credi se te lo dico? Vorrei
poterti amare. Ehi! Io sono sicuro di una cosa: la persona che si
innamorerà di te sarà fortunata. Tu lo farai felice, perché sarà un
ragazzo, non è vero?"
      Lui parlava ed io non l'ascoltavo più.
      Piangevo.
      Mi presi la testa fra le mani e cominciai a singhiozzare. Quelle
parole erano davvero troppo.
      Saltò fuori dal letto e venne ad abbracciarmi. Mi allontanò le mani
dagli occhi e me li baciò. Mi tenne stretto finché non mi calmai. La sua
pelle era morbida, liscia. Il tocco delle sue mani era fermo e delicato.
      "Va bene ora? Che ho detto che ti ha fatto piangere?"
      A lui che già sapeva della droga e della malattia di mio padre,
raccontai tutto il resto. Quasi tutto.  Solo della prostituzione non
riuscii a dirgli niente. Ma gli rivelai di Marco, di Paoletto, della mia
fuga, e del buco. Di tutti i perché.
      "Vuoi venire nel mio letto?" disse alla fine.
      Fuori quasi albeggiava. Dovevano essere almeno le tre del
mattino. Avevamo parlato tutta la notte.  Eravamo stanchi e ci si
chiudevano gli occhi, ma era la notte tra il sabato e la domenica, il
giorno dopo non dovevamo alzarci presto.
      "Perché nel tuo letto? Per fare cosa?"
      "Ho freddo. Ed anche tu ne hai. Vieni, vuoi?" disse con voce dolce.
      Cos'era, un sacrificio sull'altare dell'amicizia? Voglia di provare
un'emozione, sfruttando l'omosessuale arrapato che aveva nella stanza?
      Ma avevamo davvero freddo e tremavamo. Tremai più forte per
l'emozione che mi prese.
      "Davvero vuoi? Posso farlo?"
      "Vieni, ti prego."
      Si infilò sotto le coperte e mi fece spazio. Andai a mettermi accanto
a lui. Stavamo un po' stretti. Mi abbracciò, facendo aderire il suo corpo
al mio. Mi pose la testa nell'incavo del collo. La sua sincerità forse era
provata dal fatto che non era per nulla eccitato. Io invece lo ero tanto da
provare dolore.
      "George... scusa, io non..."
      Non mi fece parlare, mi baciò sulla bocca, poi mi disse, mormorandomi
nell'orecchio:
      "Sono stato io a volerti accanto a me, perché siamo amici, perché
volevo abbracciarti, perché piangevi, perché non volevo lasciarti
solo. Perché avevamo freddo ed è in due che ci si riscalda!"
      Non pensai più a nulla e lo baciai. Cercai la sua lingua e il nostro
fu un bacio vero, non più da amici.  Ma capii che non si eccitava. Le mie
carezze si fecero più sensuali e la mia erezione andò a strofinare il suo
cazzo moscio, finché lui non mi fermò. Le sue carezze tornarono amichevoli,
soltanto affettuose. Mi allontanai da lui.
      "Continua tu" mi sussurrò, invece, sorprendendomi "continua..."
      Mi avvicinai un'altra volta. L'abbracciai stretto e venni quasi
immediatamente, sporcando l'ennesimo pigiama. Fu allora che ebbi paura che
si ritraesse da me, mi allontanasse, desideroso di asciugarsi, di pulirsi
delle mie tracce. E poi divenisse freddo, scostante, negandomi anche il
ricordo della sua amicizia.
      Invece non smise di accarezzarmi, di baciarmi, si portò la mano
sull'uccello e prese a menarselo.  Anche lui venne, sporcandoci
insieme. Restammo abbracciati. Ero incredulo, sconvolto da quello che era
accaduto.
      "Ti ricorderai di me?" mi disse dopo un po' "Parlagli di me un
giorno."
      "A chi?"
      "Al tuo amico!"
      "Non ho amici, George! Oltre te..."
      "Ne hai un altro, me l'hai appena raccontato!"
      "Non dopo quello che gli ho fatto, oppure con quello che potrei
fargli!"
      "A me non hai fatto nulla di male. E non è stato un sacrificio
abbracciarti."
      Mi mancò il fiato per l'emozione.
      "Perché non vai a cercarlo?"
      "Lo farò!"
      "Me lo hai promesso!"
      Sapevo già che non l'avrei fatto.
      Mi rannicchiai contro di lui e chiusi gli occhi. Cademmo in un sonno
profondo. Dormimmo abbracciati e qualche ora più tardi mi svegliò un suo
movimento. Stavo sognando di trovarmi proprio là, dov'ero in quel momento,
stretto a lui. Ed era vero. Anche George aprì gli occhi, ma fissandolo
capii che la magia della notte era finita.
      Ci sorridemmo ed era un congedo.
      Quel giorno combinò un'uscita con altri ragazzi e ragazze. Dopo
colazione, mi venne incontro tutto eccitato dall'idea ed insistette perché
fossi anch'io della compagnia. Non volevo deluderlo, ma sapevo già che mi
sarei annoiato e così fu. Quella sera, quando si spogliò, non aveva la
solita disinvoltura ed io, comunque, non avrei più potuto guardarlo. Quando
fu a letto, mi lanciò un'occhiata come di scusa e, mormorato un 'buona
notte', si infilò sotto le coperte che la notte prima aveva diviso con me.
      Il corso terminò dopo due giorni. Al momento di lasciarci, quando già
i taxi erano pronti per portarci in aeroporto, mi strinse in un abbraccio
che mi fece male e che non mi aspettavo più:
      "Vai a cercarlo. Quando credi che sia diventato abbastanza grande per
non fargli male, trovalo e raccontagli tutto."
      "Grazie."
      "Di nulla. Ti voglio bene. Me l'hai promesso! E quando l'avrai fatto,
me lo dirai!"
      E scappò verso la sua macchina, mentre io mi commuovevo e rimpiangevo
di non essere una ragazza, di quelle che George avrebbe amato, in tutti i
sensi e in tutti i modi possibili.


N.d.A.

Nella mia vita ho fumato in tutto non più di cinque sigarette, non ho mai
sperimentato personalmente alcun tipo di droga e non ne condono l'uso in
alcun modo e per alcun motivo.

lennybruce55@gmail.com