Date: Sun, 14 Nov 2010 10:01:55 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Altri Viaggi - Chapter 7

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.



Questo è il settimo degli otto capitoli che compongono questo romanzo.



Altri Viaggi




7. GIORNI




      Il mattino dopo venne ad aspettarmi davanti a casa, impaziente che mi
facessi vedere. Anche perché, cosa insolita, ero in ritardo.
      Ci eravamo già sentiti per telefono. Aveva parlato con la nonna, lei
era triste e preoccupata, mi aveva detto.
      "Stamattina è entrata nella mia camera per svegliarmi. Ma, invece di
aprire la finestra, darmi un bacio e poi andarsene, come fa sempre da
quando mi ricordo, è venuta a sedersi sul letto, mi ha guardato ed è
scoppiata a piangere. Ci pensi? Nonna Luigia che piange? Io l'ho
abbracciata, volevo fare qualcosa per consolarla e le ho chiesto scusa per
non averle raccontato prima di come sono" a me parve di vederlo pensarci su
e poi decidere di aggiungere "della mia omosessualità, insomma."
      E glielo sentii dire con un tale senso di dignità, che per la prima
volta, quella parola che mi aveva terrorizzato, significò per me ciò che
esattamente era: una caratteristica della sua, della nostra realtà, non
altro, nulla di più, nella complessità della nostra vita.
      "Le ho chiesto perdono, ma lei continuava a piangere. Allora le ho
chiesto se avrebbe preferito che mi fossi drogato e lei ha pianto di più"
fece una pausa, pensando d'avermi turbato per quelle parole "Scusami non
dovevo parlare così... quello che ho detto della droga!"
      Ma a me non importava, ero solo in pensiero per quello che mi stava
dicendo.
      "A me faceva rabbia vederla così. Non volevo più che piangesse,
allora l'ho baciata sulle guance e ho preso ad accarezzarla. Le ho fatto un
po' le coccole, come quando ero piccolo e volevo che lei sapesse che per me
era la persona più importante. E finalmente mi ha abbracciato e mi ha
sorriso un poco. 'Nonna' le ho detto 'io sono contento, sono il ragazzo più
felice del mondo'. Mi ha guardato, ma non era convinta.  Continuava
scuotere la testa. 'Se fossi rimasto da solo a tenermi il mio segreto,
sarei impazzito. Ma lui è tornato da me, è per questo che ho trovato il
coraggio di dirtelo. Siamo in due, nonna. Adesso c'è lui con me!'.
      "Ho visto che non capiva ancora. 'Nonna, ti prego. Essere come sono,
per me, non è importante o avvilente. L'unico mio rimpianto è non averne
parlato subito a te e a zio Giulio, ma non potevo. Non ce la facevo. È
stato Roby a darmi il coraggio. E adesso eccomi: io sono così e basta. Allo
stesso modo avrei potuto avere i capelli neri, ma li ho biondi. E a Roby
piacciono così! E io sono felice, perché lui mi ama. Lo vuoi sapere quanto
mi ama?'
      "E le ho raccontato, le ho detto tutto, ma proprio tutto. Alla fine
abbiamo pianto insieme. Lei piangeva per me ed io per te, amore
mio. Spiegarle quanto mi hai amato è stato utile, perché lei ha capito ed
ora sarà sempre dalla nostra parte. È un tipo duro, ma sarà un'alleata
formidabile, mia nonna. Le ho detto che ieri sera ci siamo fidanzati."
      A quel punto mi spaventai: "E le hai detto tutto questo?"
      Ma lui mi tranquillizzò.
      "Non aver paura. Nonna Luigia non ci deluderà mai. Sai che ha fatto?
Perché io le ho detto proprio così: `Nonna, adesso diamo fidanzati
davvero!'. E lei mi ha sorriso: 'Te lo sei scelto bene' ha detto `tuo nonno
non te l'avrebbe mai permesso. Suo nipote che si mette con uno ricco. E
neanche a me piace. Se è per questo!'
      "Mia nonna è comunista. Lo sai, no?"
      Conoscevo bene quella storia, sapevo che aveva fatto la
resistenza. Poi il nonno fu fatto prigioniero e deportato. Tornò soltanto
un anno dopo la fine della guerra, quando tutti lo davano per morto. Nel
frattempo nonna Luigia aveva deciso di venire a vivere qua, perché c'erano
certi suoi cugini e lei conosceva bene l'inglese e faceva l'interprete per
gli americani. Erano ormai certi che fosse vedova e il padre di Paoletto un
orfano di guerra, ma poi il nonno tornò, venne a cercarla e decisero di
restare.
      "Ehi... nella mia famiglia sono tutti comunisti" disse lui "e anch'io
credo di esserlo, ma tu sei ricco.  Come faremo?"
      "Boh! Non lo so. Tu che dici?"
      "È una cosa di cui discuteremo, tanto io ti amo lo stesso!"
      "Non ci sarà molto da discutere, potrei diventare comunista
anch'io. Decidi tu: per me andrà bene comunque!"
      "Siamo d'accordo anche su questo, allora."
      E qualche mese dopo accadde proprio così: diventammo comunisti.
      "A che hai pensato stanotte?"
      "A te" risposi "e senza fermarmi un momento!"
      "Non ci credo."
      Eravamo in macchina ed io ero ancora fresco di patente. Guidare con
lui accanto era per me una prova peggiore dell'esame di guida. La sua
presenza calamitava il mio sguardo. La strada davanti non era per nulla
importante in confronto alla visione del mio innamorato che sedeva sul
sedile a pochi centimetri da me.
      A casa, in garage avevamo tre macchine che erano inutilizzate da
quando mio padre non aveva più potuto guidarle e mia madre aveva smesso
anche di uscire, dopo la sua morte. Quella mattina, per la prima volta,
avevo preso la cinquecento rossa, la preferita di mio padre. Avevo chiesto
il permesso a mamma, e lei me l'aveva dato senza badarci molto, contenta
che uscissi con Paoletto, che almeno io tornassi a vivere una vita
normale. Mi aveva seguito con gli occhi, mentre facevo la manovra d'uscita
dal garage e quando l'avevo salutata con la mano, l'avevo vista ritrarsi di
scatto. Solo allora mi ero reso conto che mio padre la salutava allo stesso
modo quasi ogni mattina e che assomigliavo a lui in modo sempre più
marcato. Perciò ero tornato di corsa in casa per andare a cercarla. Ci
eravamo abbracciati e, mentre lei mi posava il capo sulla spalla, le avevo
parlato per la prima volta da adulto, quasi da capofamiglia.
      "Mamma, papà è morto e non tornerà più. E tu sei viva. È per me che
devi vivere adesso. Sono io che ho bisogno di te. Ti prego. Mi prometti che
lo farai?"
      Lei aveva assentito, non molto convinta, però.
      "Ieri sera io e Paoletto abbiamo parlato e abbiamo deciso di tornare
ad essere amici come prima. E sono tanto felice per questo, mamma. Credo
che resterò qua a studiare. Mi iscriverò a medicina. Che ne dici?"
      Non rispose, ma mi abbracciò più forte. Capii che era felice di
sentire che sarei rimasto con lei per qualche anno ancora.
      "Voglio che tu torni ad insegnare."
      Si ritrasse spaventata. Aveva smesso un anno prima, per la malattia
di mio padre e doveva decidere entro pochi giorni se tornare per l'inizio
del nuovo anno accademico, oppure rimandare ancora, o smettere del tutto,
come temevo che volesse fare.
      "Torna all'università. Fallo per me."
      "Ci penserò. Sono contenta che tu abbia deciso di restare. E sono
contenta anche per Paoletto. Lui è davvero un bravo ragazzo."
      "Mamma, io e lui..." ma non riuscii a dirglielo.
      Mi mise la mano sulla bocca e nella sua lingua, lei che non era
italiana, né aveva mai provato ad esserlo, mi mormorò un adagio del suo
paese che suonava più o meno così: "Anche se il figlio è muto, la mamma lo
capisce!"
      E mi aveva capito. Quindi anche lei sapeva ed era contenta.
      "Tornerai ad insegnare?" insistei.
      "Si, ma non subito."
      "Vado, mamma. Credo che Paoletto mi stia aspettando."
      "Dov'è finita la tua puntualità? Se non ricordo male era lui il
ritardatario."
      Per questo trovai Paoletto che mi attendeva impaziente fuori dal
cancello, incerto se suonare ed annunciarsi e, sospettai, un po' ansioso
che non avessi già cambiato idea su noi due.
      Uscimmo dalla città. Non mi ero mai avventurato su quelle strade e
avevo il mio daffare ad orientarmi, visto che avevo scelto una meta
speciale per la nostra prima gita. E poi c'era Paoletto accanto a me che mi
distraeva.
      "Insomma, si può sapere a che hai pensato stanotte, invece di
dormire?"
      Ero cosciente che mi stava fissando, ma non potevo distogliere gli
occhi dalla strada, né il pensiero dalle marce che dovevo cambiare e dai
giri del motore che non dovevano scendere. E dovevo controllare che a
destra stessimo sempre alla stessa distanza dal bordo della strada e a
sinistra ci fosse abbastanza spazio per lasciare passare chi arrivava di
fronte. Lasciata la tangenziale, la strada si era stretta parecchio e
subito erano cominciati i tornanti. Pensare che potevo trovarmi di fronte
un pullman o un camion mi faceva rabbrividire. Sapevo che su quella
macchina, scalando dalla terza si doveva, lasciando a folle, dare un colpo
di acceleratore per fare salire i giri del motore prima di inserire la
seconda marcia, altrimenti il cambio avrebbe 'grattato'. E ad ogni tornante
mi toccava farlo, perché rallentavo tanto da dover poi scendere in
prima. Dovevo tirarla e poi passare in seconda, in terza e subito scalare.
      Con lui che continuava a fissarmi, attendendo impaziente che gli
raccontassi della mia nottata.
      "Hai mai guidato una macchina?" chiesi invece di rispondergli.
      "No!"
      "È un casino! E poi questa è proprio una carretta. La prossima volta
prendiamo quella grande."
      "Quando avrò diciotto anni tu mi insegnerai a guidare, così
risparmieremo i soldi della scuola guida."
      "D'accordo, ma che avrò in cambio?"
      "La mia gratitudine! E quella di nonna Luigia che aspetta come la
manna dal cielo qualcuno che la porti in giro in macchina. Giulio è sempre
impegnato, allora tocca a me fare le commissioni, perché lei ha sempre le
gambe gonfie."
      "Beh, per i prossimi due anni e mezzo potremmo metterci d'accordo. Le
farò io da chauffeur, se tu in cambio ti impegni."
      "Mi impegno a cosa?"
      "Ti impegni a volermi bene, no?"
      "Non lo so! Questo dipende anche da te."
      E si mise a guardare fuori, osservando il panorama che andava
facendosi spettacolare, man mano che salivamo sul costone della montagna.
      "E allora? A cosa hai pensato per tutta la notte? Si può sapere?"
      Lo disse senza voltarsi, con la sua voce seria, quella che usava
quando voleva veramente qualcosa.
      Decisi che dovevo farlo se non volevo più avere segreti con lui.
      "Prima mi sono sentito molto triste all'idea che avevamo sofferto
tutti per un mio malinteso, poi ho scacciato quella sensazione, perché ho
capito che ero felice da impazzire per com'era diventata bella la mia
vita."
      "Davvero pensi questo? Ma sei stato tutta la notte a ragionare
soltanto su questa cosa?"
      "No, scemo, ho pensato anche ad altro. Per esempio a te e a quello
che mi hai detto a proposito di avere pazienza, perché vuoi capire ed
essere cosciente di ciò che faremo insieme" vidi che si stava allarmando
"No, non aver paura, ci ho pensato soltanto perché quella è una prova della
tua purezza, del tuo candore. E a quel punto mi sono chiesto quand'era
stato che avevo perduto la mia innocenza."
      Tornò a guardare fuori, ma capii che era concentrato a rimuginare su
qualche pensiero che gli avevo fatto venire con le mie parole.
      Avevamo raggiunto l'osservatorio e di là salimmo in silenzio per una
strada ancora più impervia fino ad un ampio piazzale con il panorama più
straordinario che si possa immaginare. Sotto di noi, disseminate sul fianco
della montagna, c'erano una miriade di case e palazzi che si raggruppavano
a formare paesi, cittadine, più giù il golfo e poi la città e più lontano
le isole e infine il mare che si confondeva col cielo, in un confine
lontano. Era una giornata in cui l'aria era eccezionalmente limpida e oltre
la linea dell'orizzonte era facile immaginare dov'è che andava a finire la
terra.
      Lasciammo la macchina e andammo ad affacciarci al parapetto del
belvedere. Paoletto mi si fece vicino. Avrei voluto abbracciarlo, ma, e
quella fu la prima di migliaia di volte in questi vent'anni, mi trattenni,
perché c'era gente che ci avrebbe visti.
      "Non credo che tu abbia mai perduto la tua innocenza" disse, a voce
tanto bassa che potei ascoltarlo a stento "Lo so, perché ti è costato
troppo mantenerla. Non hai cercato altro che di continuare ad essere casto
e il tuo modo di esserlo era di restare lontano da me. E ci sei
riuscito. Penso che quella sia stata la prova migliore che non hai mai
perduto la tua innocenza. Qualunque cosa tu abbia fatto per sciuparla."
      Mi stava assolvendo da molti peccati. Non l'immaginava certamente. Ma
erano davvero stati peccati?  Quelli però erano dubbi che non dovevano
interessarlo.
      "Sei eccezionale. Certe volte!"
      Glielo dissi scherzando, perché la commozione mi stava prendendo alla
gola e temevo di scoppiare a piangere.
      "Grazie per il 'certe volte'" si finse offeso, poi cambiò tono e si
fece serio "Sai, io cerco di essere sempre eccezionale, quando sono con te,
se è per te!"
      Si voltò a guardare il panorama e vidi che fissava un punto lontano.
      "Vedi là?" indicò un punto indefinito in mezzo alla città "C'è il
conservatorio. Ho deciso di studiare seriamente il pianoforte" disse dopo
un poco.
      "Avevi smesso?"
      Non ne sapevo nulla.
      "Si per un poco, ma poi ho ripreso e sono veramente bravo!"
      Si voltò a guardarmi fisso negli occhi.
      "Perché hai smesso di suonare il pianoforte?"
      "Proprio tu me lo chiedi?"
      Guardava lontano, ma s'era allontanato anche da me. Fra noi s'era
come raffreddato qualcosa.
      "Scusa... scusami, mi dispiace."
      Dissi solo questo, ma mi sentii morire.
      Ero stato attento a gustarmi la mia sofferenza, le mie amarezze e non
avevo mai pensato a quelle degli altri e di Paoletto in particolare. Quella
stessa notte non avevo fatto altro che rammaricarmi d'aver sprecato tempo,
di avere sofferto inutilmente, ma non mi aveva sfiorato l'idea di quanto
male avessi fatto proprio a lui.
      Lo vidi tamburellare qualcosa sul parapetto, come se davanti a sé
avesse un pianoforte. Le mani si muovevano con sicurezza e i gesti erano
armoniosi. Concentrandomi su quei movimenti, avrei potuto illudermi di
ascoltare davvero una musica.
      Lo guardai chiedendogli con gli occhi cosa stesse suonando. Lui mi
fissò accigliato:
      "Non è Mozart" mi disse "Quello non lo suonerò mai più, se non per
te!" e distolse gli occhi, mettendosi a guardare lontano.
      Provai un acuto senso di esclusione, di privazione, vedendo che mi
lasciava fuori dalla sua tristezza, perché in quel momento mi parve che si
fosse immalinconito.
      "Saliamo al cratere?" disse dopo un po', scuotendosi.
      C'eravamo già stati con gli scout, ma ora l'avremmo visto da soli.
      È uno scenario selvaggio e incantevole.
      Ci arrampicammo lungo il sentiero coperto di pietre nere, scavato nei
cumuli di lava che sono ovunque. Non c'è vegetazione. Nonostante questo si
ha l'impressione che la vita scorra sotto quelle pietre, perché scostandole
si liberano nuvolette sulfuree.
      Per il sole battente e il gran caldo che c'era, nessuno oltre noi si
era avventurato fin lassù. Presto fummo completamente soli.
      La luce del sole era violenta, accecante. Sudavamo tutti e due, le
nostre fronti erano madide, le magliette bagnate. Facendomi schermo con una
mano alzai gli occhi a fissare il bordo della grande bocca.
      "Perdonami."
      Lo dissi, perché m'ero reso finalmente conto del mio egocentrismo,
dell'indifferenza con cui l'avevo trattato fino a poco tempo prima. E
dicevo di amarlo!
      "Mi perdoni?" insistei.
      "E di cosa?"
      "Di tutto. Di quello che già sai, di quello che immagini, di quello
che non sai. Delle cose di cui mi vergogno. Di averti abbandonato,
fregandomene di te, preoccupandomi solo di me stesso e di cosa volessi fare
io..."
      Avevo cominciato a gesticolare, a muovermi troppo per essere su un
sentiero un po' stretto. Mi afferrò, mentre stavo per perdere
l'equilibrio. Sarei sicuramente caduto, sbucciandomi un gomito. Fu lui ad
abbracciarmi, attirandomi a sé.
      Sotto uno sperone di roccia s'allargava un'ombra improvvisa, secca,
violenta come il sole che contrastava. Mi spinse là sotto per nasconderci
anche allo sguardo cocente del sole. Mi baciò.
      Riparati dalla luce ci guardammo e tornammo a baciarci. Questa volta
le mie labbra erano socchiuse.  Sfiorai le sue con la punta della
lingua. Provai a forzarle dolcemente. Mi allontanai un po' per guardarlo e
tornai a baciarlo. Anche lui aveva le labbra socchiuse e le lingue si
sfiorarono. Ci inseguimmo in un gioco che imparò presto. Che io tornavo a
fare dopo molto tempo e finalmente per amore vero. Le labbra si dischiusero
e potei assaporare la sua saliva e lui la mia. Non esitò più e divenne
improvvisamente avido della mia bocca che esplorò con una smania che mi
sorprese.
      Quando fu sazio o a corto di fiato, si calmò per riposarsi.
      "Ti ho baciato perché non voglio che tu dica più quello che mi hai
appena detto. E non voglio che lo pensi più. Vedrai che il passato non
tornerà e noi non soffriremo mai più."
      In quel momento mi sentii appagato per ciò che la vita mi stava
offrendo e soprattutto ero convinto che le parole di Paoletto fossero
vere. Fossero la più pura ed assoluta verità dell'universo. Non avremmo mai
più sofferto, perché avremmo affrontato la vita insieme. Si sbagliava ed io
credendogli commettevo un errore ancor più grave.
      Tornò ad abbracciarmi e sentii il suo corpo aderire al mio. Le mani
corsero sulle mie spalle, poi a cercarmi la pelle sotto la maglietta,
ancora umida e quindi più fresca. Eravamo sudati e all'ombra di quella
roccia faceva quasi freddo. Lo strinsi anch'io e insieme ci accorgemmo di
essere eccitati. Lo sentii irrigidirsi. L'accarezzai e il mio abbraccio
divenne più delicato. Gli posai il capo sulla spalla ed gli passai la mano
fra i capelli. Si era impercettibilmente allontanato da me. Eravamo sempre
a contatto, ma non più come prima.
      Volevo dirgli 'abbiamo tempo, Paoletto, tutta la vita, non
preoccuparti', ma continuai solo ad accarezzarlo, finché lo sentii
distendersi.
      Tornò a baciarmi.
      Era così bello e a me pareva di poter impazzire in quello stesso
momento per quanto ero felice. Lui lesse i miei pensieri.
      "Ti amo" mi disse "e sono così felice che se morissi ora, non mi
importerebbe. Baciami..." poi, come in un soffio mi chiese "vuoi toccami?"
      Feci come voleva. Prima accarezzandogli le spalle, poi le mie mani
scesero e gli accarezzai il sedere.  Non smettevamo di baciarci.
      Staccò le labbra da me per guardarmi, poi posò il capo sulla mia
spalla.
      "Sto per bagnarmi" mi sussurrò, tremando, certamente arrossendo.
      L'accarezzai ancora, ma ci sciogliemmo dal nostro abbraccio.
      Dovevamo riprendere fiato. Mi accoccolai per sedermi in terra ed
appoggiarmi al masso che ci riparava dal sole. Lo tirai verso di me, fino a
farlo sedere fra le mie gambe. L'abbracciai da dietro, lo strinsi,
l'accarezzai. Gli baciai il collo, la nuca, lo feci sorridere e ridere per
il solletico. Lui piegò la testa indietro e ci baciammo. Era una posizione
scomoda, ma restammo ugualmente così.
      Da dove eravamo, potevamo vedere quasi il fondo del cratere. Ce ne
stemmo a contemplare la cavità misteriosa.
      Poi io mi sentii intorpidito e ci dovemmo spostare.
      "Mi dispiace per prima..." mi disse alzandosi.
      "Perché?"
      "È che non volevo bagnarmi... sarebbe stato un casino e mia nonna se
ne sarebbe accorta."
      "Ho capito" finsi di pensare "Se vuoi troveremo la soluzione."
      "Certo che voglio."
      "Davvero?"
      "Voglio fare tutto quello che" si bloccò per cercare le parole e
questa volta non arrossì "voglio che tu ed io facciamo l'amore. Non so
come! Ma voglio farlo!"
      "Giuralo! Dimmelo!"
      "Certo! Te lo giuro. Voglio fare l'amore con te!" gridò, tanto forte
che ridendo mi voltai per accertarmi che nessuno ci potesse ascoltare, ma
eravamo davvero soli.
      Voleva fare l'amore con me e non sapeva come: fui io ad arrossire,
ripensando alle sue parole. E lo feci in modo così violento che fu evidente
con tutta quella luce e sulla mia pelle abbronzata.
      Tremavo per l'emozione. Gli presi una mano e me la portai alle
labbra. Me ne feci accarezzare e, mentre era sui miei occhi, gli dissi: "Io
l'ho fatto."
      "Lo so e non mi importa."
      Mi accarezzò con tanta dolcezza che mi calmai, pensai che dovevo
chiedergli di perdonarmi. Chiusi gli occhi e gli posai il capo sulla
spalla.
      "La prima volta è stata con un ragazzo americano" gli confidai "ma
era con te che immaginavo di farlo. Quando gliene parlai, lui fu felice che
gli avessi fatto quella confidenza, che mi fossi fidato di lui tanto da
confessargli che ero innamorato."
      "Davvero gli dicesti di me?
      "Si!"
      "Quindi è come se l'avessi fatto con me."
      "Solo che tu non puoi ricordarlo!"
      "Già" rise "e non ti dico quanto mi dispiace!"
      Ci guardammo e tornammo subito seri, perché io avevo ancora qualcosa
da confessargli.
      "Paoletto, l'ho fatto anche per soldi. Con quei soldi compravo la
droga e una volta ci ho comprato l'eroina per me e per un altro. Ed è stata
l'ultima volta che mi sono drogato, perché proprio il giorno dopo mio padre
mi ha detto che aveva il cancro."
      Stette un poco a pensarci, ad assimilare, quello che gli avevo appena
rivelato. Capivo che per lui doveva essere molto difficile.
      "Non lo sapevo. Questo non l'immaginavo... che anche i
ragazzi... forse non potevo..." disse, poi mi guardò, risoluto "ma non
m'importa lo stesso. Ti amo, Roby, non ci può essere nulla che hai fatto
che mi spaventi, che mi faccia cambiare idea. Lo capisci? Era questo che
avevi paura a dirmi?"
      "Si..." non era ancora tutto, ma ebbi ancora paura di confessare il
resto.
      L'attirai a me o fu lui a stringermi. Ci muovemmo perché i nostri
corpi aderissero, le mani a cercare il calore, la pelle. Eravamo tornati al
punto di prima.
      "E se ci bagniamo?" mormorò.
      "Vuoi vedere come si fa a non sporcarsi?"
      "Si."
      "Tu però non protestare..."
      L'accarezzai sulle spalle e feci scendere le mani fin sui
fianchi. Cominciai ad abbassargli i pantaloncini e gli slip.
      "Chiudi gli occhi" disse lui.
      Era testardo, lo sapevo, ma me lo lasciò fare.
      Quando stavo per fare lo stesso a me, mi fermò le mani e lo fece lui.
      "E se passa qualcuno?" chiese un momento dopo.
      "Non passerà nessuno. E comunque sarebbe troppo tardi."
      Sentii il suo uccello dritto, schiacciato sul ventre. Infilai anche
il mio fra le nostre pance e ci muovemmo insieme, con cautela. L'abbraccio
si fece subito più intenso e sentii sul mio corpo ogni contrazione del suo
orgasmo. Lo seguii subito e il mio seme si fuse al suo, bagnandoci.
      Continuammo a baciarci e a tenerci stretti.
      In quel momento provai una sensazione di appagamento, ma al tempo
stesso sentivo il desiderio rimontarmi per come stavamo ancora
strofinandoci.
      Nell'abbraccio sentivo che anche per lui il desiderio non si era
esaurito. Era una voluttà nuova, un languore che nasceva dalle fantasie che
tutti e due avevamo fatto per anni, dalla voglia repressa per tanto
tempo. E dal seme che ci aveva appena bagnati, e poi l'aria calda e secca
che l'asciugava. Quel rumore liquido, quello struscio che facevamo
muovendoci, era oltre al vento l'unico rumore che riuscissimo a sentire là
sopra, il quel mondo assente, ovattato.
      I nostri baci continuarono. Avevamo gli occhi chiusi ed ascoltavamo
soltanto il battito dei nostri cuori, cullati dal vento tiepido che
accarezzava la nostra nudità.
      "Non aprire gli occhi. Ti prego!"
      "Perché?"
      "Tu non aprirli. Mi vergogno."
      "Ma io lo so che sei bellissimo. Voglio vederti."
      "Non adesso. Ti prometto che mi vedrai. Fino a che ti stancherai di
me."
      "Non sarà possibile. Mai..."
      "Tu tienili chiusi" insisté, testardo come sapeva essere solo lui.
      "Va bene."
      Forse anche per convincermi a tenere gli occhi chiusi, riprese a
baciarmi e a muoversi contro di me.  Eravamo un'altra volta eccitati e
presto avremmo goduto.
      Quando giunse, il suo orgasmo mi sorprese. Fu violento, convulso. Se
non fossi stato ben piantato sulle gambe, saremmo caduti. Terminò
affannato, appoggiato alla mia spalla e respirando a fatica con la bocca,
assorbendo l'aria con disperazione.
      Eravamo sempre abbracciati ed io tenevo gli occhi ben stretti per la
promessa che avevo fatto. Attesi che si calmasse, poi accelerai i miei
movimenti. Lo raggiunsi dov'era arrivato ed insieme scendemmo, tornando
sulla terra. Su quelle pietre aguzze che erano il naturale pavimento del
cratere.
      Mi sfilò il fazzoletto dalla tasca, mentre eravamo ancora
abbracciati. Lo sentii asciugarsi, poi si sciolse dall'abbraccio e armeggiò
con i vestiti.
      "Hai sempre tenuto gli occhi chiusi?"
      "Si. Te l'avevo promesso."
      Non li avevo ancora aperti.
      "Grazie. Puoi riaprirli ora."
      Si era voltato a guardare il fondo del vulcano, perché anch'io mi
asciugassi e mi coprissi. Aveva vergogna a guardarmi.
      Lo raggiunsi e gli misi un braccio sulle spalle.
      Si voltò per sorridermi: "Lo sai che sono felice? Adesso è cambiato
proprio tutto."
      "Che vuoi dire?"
      "Che con te sto bene. Che tu mi ami ed io ti amo. E tutto questo è
bello. Non ho bisogno di altro, la mia vita sei tu!"
      Se pensava questo di me, che altro avrei potuto fare o pensare io?
      Gli baciai il collo. Indugiai con le labbra ad inumidirgli la
pelle. Il vento gliel'asciugava immediatamente. Lo sentii sospirare. Con lo
sguardo mi pregò di smettere.
      Era stanco ed anch'io lo ero, ma quel luogo, quel momento, noi due,
la sua bellezza, erano una combinazione di elementi che mi avrebbe fatto
rinunciare ad ogni pudore. Ricordo quel giorno, quelle ore, come un lungo
ininterrotto orgasmo.
      Avrei voluto abbracciarlo ancora, ma mi trattenni. Fu lui a
stringersi a me, per cercare protezione nel mio abbraccio. Ed io lo
protessi, anche da me stesso.
      "Mi racconterai di te?" chiesi.
      "Non c'è molto."
      "Lo voglio sapere lo stesso. Sono anch'io geloso."
      "Vuoi conoscere un segreto?"
      "Quale?"
      "Ho fumato uno spinello. Per provare!"
      Mi sentii gelare.
      "No!" gli gridai.
      Non ero preparato a quella rivelazione. Era stata certamente una
ragazzata. Ma la droga non ammetteva scherzi e balordaggini. Né potevo
ancora permettermele io.
      Gli detti una spinta, gli fui addosso e stavo per colpirlo, quando mi
resi conto che non mi aveva spiegato nulla e che la mia reazione era
davvero spropositata.
      "Roby..." stava per piangere, io lo tenevo per la maglietta e la
tiravo fin quasi a stracciarla "è stato una volta sola. Ho solo fatto una
boccata di fumo. Mi ha girato la testa per un'ora e a casa la nonna si è
spaventata, perché avevo la nausea. Ma volevo sentirmi come te..."
      Mi abbracciò stretto.
      "Volevo capire. E l'unico modo era quello. È stato alla fine della
scuola. Due stronzi di compagni avevano l'erba e hanno preparato lo
spinello. L'abbiamo, anzi, lo hanno fumato ai giardini... ai tuoi giardini.
Sai dove?"
      Lo sapevo bene. Tenevo gli occhi chiusi. Mi faceva male la luce del
sole. Dietro le palpebre abbassate stavo vedendo un film orribile. Di me e
di Paoletto accovacciati a passarci lo spinello.
      "Sono scappato subito. E non li ho più rivisti."
      "Giuralo! Su noi due! Non lo farai mai più!"
      "Si! Che credi?" reagì e riconobbi il suo carattere "Mi prendi per
scemo? Solo perché tu sei stato così cretino da drogarti? Te lo giuro! Lo
giuro sul nostro amore! E se tu dovessi farlo un'altra volta, ti ucciderò
io stesso!"
      La sua determinazione mi sconcertò.
      Certamente a causa della mia presunzione, non mi ero mai sentito un
immaturo. Anche negli anni della droga, nei momenti più difficili ero
sempre stato fra tutti quei disgraziati quello con più buonsenso. La mia
assennatezza, o quello che può essere in uno che si droga, non era mai
stata in discussione, almeno per me stesso. Ma Paoletto mi sbalordiva. Non
l'avevo mai visto spaventarsi ed aveva sempre agito con accortezza.
      "Non aver paura per me ed io non ne avrò certo per te. Scusami!"
dissi.
      "Scusami tu. Non dovevo dirtelo neppure!"
      "Perché tu sei un po' scemo!"
      "Pensa a quanto sei stato scemo tu! Comunque, avevi ragione per le
mutande. Sono salve!"
      E si passò la mano in un posto a toccare il quale avrei trascorso
tutta la vita.
      Mi scossi dai miei pensieri lascivi, perché stavo per insidiarlo
ancora. Ma non me ne allontanai abbastanza, perché dissi:
      "Si può fare molto meglio."
      "Come? Quando?"
      "Alla prossima occasione, ti stancherai e mi pregherai di smettere!"
      Tornammo di corsa in città, perché era quasi ora di pranzo e Paoletto
era affamato. Non quanto me che avevo scordato si potesse avere tanta fame.
      Quella sera uscimmo con gli altri ragazzi, ma non fu una serata
allegra, perché avevamo da affrontare un nuovo problema. Non era sorto quel
giorno, ma era là, inevitabile, quasi ad attendere che ci dicessimo del
nostro amore.
      Pareva che le mie notti fossero diventate giorno, per quanto poco
riuscivo a dormire. Tutta colpa di certi pensieri che non erano più quelli
brutti di poco prima, ma erano solo le ansie che mi prendevano per come non
scontentare e rendere felice in ogni momento il mio innamorato. E quella
notte avevo da pensare a come risolvere la prima grana che era sorta fra
noi.
      Fin da quando mia madre ed io eravamo rimasti soli, i miei nonni
desideravano che andassimo a Vienna per trascorrere qualche giorno con
loro.
      Le prime settimane dopo la morte erano state brutte. Quando si furono
conclusi i riti e le liturgie cui sono da sempre obbligati i sopravvissuti
ad un lutto, mia madre scivolò in un'apatia allarmante. Io me ne tornai a
scuola e ai libri, studiando con smania, mentre lei si chiuse nel silenzio
della nostra casa, accudendo esclusivamente a me con una devozione, tanto
muta quanto assoluta. Fino alla fine degli esami si fece scudo delle mie
esigenze per declinare l'invito e dopo attese che tornassi dal campeggio,
sebbene avessi provato a convincerla ad andare da sola in Austria, dove
l'avrei raggiunta al mio rientro.
      Ora non aveva più scuse, non avevamo più scuse: ci aspettavano a
Vienna. Dovevamo andarci ed anche abbastanza in fretta. Lei pareva
finalmente uscita dal periodo peggiore e si avviava forse a tornare se
stessa, io non avevo pretesti da accampare, se non il mio amore per
Paoletto, ma quello non potevo sbandierarlo ancora come volevo e come
meritava.
      Insomma dovevamo partire.
      Saremmo stati lontani solo per dieci giorni, ma non volevo
pensarci. Eppure dovevo, perché i nonni ormai ci aspettavano e mia madre
avrebbe certamente tratto giovamento dalla vacanza. Ero obbligato ad
andarci, non potendo lasciarla partire da sola, perché non era ancora in
condizioni di farlo e comunque non avrebbe voluto.
      Ce ne saremmo andati di lì ad un paio di giorni. Avevamo anche le
cuccette prenotate: insomma, la mia sorte era decisa ed ineluttabile.
      Pensando a quella spada di Damocle che pendeva sul mio fidanzamento
neonato, sebbene fossi stanco per la giornata appagante che avevamo
vissuto, quella notte non dormii. O dormii male.
      Cominciai a pensare a come porre rimedio alla situazione e la
soluzione era una sola: Paoletto doveva venire con noi. Doveva, perché non
immaginavo neppure l'idea di allontanarmi da lui, non concepivo la
possibilità di lasciarlo ora che l'avevo ritrovato. Che lui mi aspettasse
al ritorno, che non ci fossero dubbi sulla sua fedeltà, che saremmo,
comunque, corsi uno fra le braccia dell'altro, non mi aiutava a sopportare
l'idea della separazione. Perciò decisi che sarebbe venuto con noi. Mi posi
un'unica condizione: che quel piano non disturbasse in qualche modo mia
madre. Di nonna Luigia e di chiunque altro mi sarei occupato io e li avrei
convinti speravo con le buone. E nel mio delirio notturno pensai anche a
qualche maniera cattiva.  Per esempio: persuadere Paoletto a partire senza
neppure avvisare la nonna e chiamarla solo quando fossimo arrivati a
Vienna.
      Erano le sette e mamma era già sveglia. Dormiva pochissimo e ogni
sera cercavo di convincerla a prendere delle pillole che le erano state
prescritte. Il suo rifiuto iniziale a curarsi mi aveva molto impensierito
nei mesi passati, ma da un po' aveva ripreso ad occuparsi almeno del
proprio aspetto.
      Bussai alla sua porta. Non dormiva nella camera che aveva diviso con
mio padre. Anzi, si era spostata in un'altra parte della casa, vicino a
dov'ero io.
      Mi fece entrare. Era ancora a letto, sorpresa ed incuriosita dalla
mia presenza.
      "Mamma, posso chiederti un favore?" non attesi che mi dicesse di si,
perché mi voleva bene e sapevo che avrebbe fatto di tutto pur di
accontentarmi "Vorrei che Paoletto venisse con noi a Vienna. Credi che sia
possibile?"
      Mi sorrise. Cercavamo di accontentarci sempre l'uno con l'altra:
avevamo sofferto troppo. Sapevo già che mi avrebbe detto di si.
      "Nonna Luigia che ne dice? È a lei che devi chiedere."
      "Non lo sa ancora. E neppure Paoletto se l'immagina, ma è che io" non
avrei voluto dirlo, ma lo dissi, perché lei era mia madre e doveva saperlo
"vorrei trascorrere più tempo possibile con lui. E partire proprio ora mi
dispiace un po'. Noi... vedi... noi ci siamo appena ritrovati e... "
      "Lo so" fece lei e fui certo che lo sapesse davvero.
      "Ma stai tranquilla. Partiremo comunque!" aggiunsi, sperando che non
fosse necessario alcun sacrificio.
      La parte più difficile, comunque, non era in casa mia. E la
situazione andava affrontata senza indugi, ma con grande prudenza.
      Non dovevo incontrare nonna Luigia in un posto dove potesse dirmi col
suo tono di voce, normalmente molto alto, quanto ridicola fosse la mia
richiesta. Quindi non a casa sua.
      Sapevo che ogni mattina andava a messa alle sette in una chiesa
dietro casa e decisi di raggiungerla e bloccarla prima che lasciasse la
chiesa. Immaginavo già di chiederle la grazia come fosse una madonna.
      La trovai dove ero certo che fosse: entrando in chiesa la vidi seduta
ad uno dei primi banchi, intenta a ripetere, come ogni mattina, le stesse
parole senza senso. Se era davvero comunista, pensai, era un po'
speciale. Ma quello non era il momento di approfondire le sue convinzioni
ideologiche, anche se l'argomento, per me, era affascinante.
      Le sedetti accanto.
      Se fu sorpresa non lo dette a vedere. Attesi che la messa finisse e,
mentre il prete ci benediceva, sperai che quell'invocazione di bene valesse
anche per me e per quello che mi accingevo a fare. Dopo che fummo congedati
dal burbero vecchietto che amministrava tutte le anime del quartiere,
compresa quella di Paoletto, che però ora era mia, nonna Luigia mi degnò di
un'occhiata. Il solito sguardo penetrante che mi metteva a disagio. Non
s'aspettava di vedermi e aveva immaginato che per cercarla in chiesa a
quell'ora dovevo avere qualcosa da chiederle. Una cosa che riguardava
Paoletto e che per me doveva essere maledettamente seria ed
importante. Aveva ragione.
      "Vorrei parlarle. Posso?"
      Invece di rispondermi, s'era alzata e attendeva che la lasciassi
passare. Non c'era abbastanza spazio fra i banchi e il passaggio dall'altro
lato era impedito da alcune sedie accatastate.
      "Ti sposti? Devo andare a fare la spesa" disse ignorando la mia
richiesta "E devo fare in fretta, perché più tardi Giulio mi accompagnerà
in ospedale a fare le analisi."
      "Non sta bene? Mi dispiace."
      "Stai tranquillo: è solo per un controllo" disse e poi aggiunse acida
"Non ho intenzione di morire! Per il momento!"
      Il suo tono mi allarmò. Ci eravamo parlati in condizioni peggiori, ma
di certo non mi aiutava.
      Io non mi mossi e lei si risedette. Mi guardò storto:
      "E che hai da chiedermi di così urgente? Se riguarda Paoletto, la
risposta è no!"
       Non era un buon inizio, ma almeno accettava di ascoltare quello che
avevo da dirle.
      "Mia madre ed io andiamo a Vienna. Partiamo dopodomani."
      "Buon viaggio!"
      E questo era tutto.
      S'alzò un'altra volta, spingendomi con un ginocchio, perché mi
spostassi e la facessi passare. Ma io rimasi dov'ero, tendendo tutti i
muscoli e preparandomi a prendere una sberla, che temevo sarebbe stata
dolorosissima. Lei non aveva mai picchiato Paoletto, ma zio Giulio e suo
padre ne avevano prese parecchie e l'avevano raccontato, perché le
ricordavano ancora. Me ne aspettavo più d'una, ed anche forte, che fosse di
vendetta per tutto quello che le avevo fatto in quegli anni, fino al giorno
prima, quando poteva parerle che le avessi portato via suo nipote.
      "Sono venuto a chiederle" dissi eroicamente, parlando all'altare che
guardavo con ostinazione "di lasciare venire Paoletto con noi. Saremo
ospiti dei miei nonni."
      "No! Non se ne parla!"
      "Pensavo che le avrebbe fatto piacere" fu un errore.
      "A me? Piacere?" sibilò "A me? O a te che puoi tenertelo per tutto il
tempo e convincerlo a fare tutto quello che vuoi?"
      Era stata una buona idea andarla a cercare in chiesa: almeno non
stava gridando e non poteva cacciarmi da dov'ero. Né forse prendermi a
schiaffi come avrebbe voluto. L'altro aspetto positivo era che Paoletto non
avrebbe assistito alla discussione. Chissà cosa saremmo arrivati a dirci,
perché io ero ben deciso ad ottenere quello che lei, temevo, non volesse
proprio darmi.
      "Paoletto, che lei lo creda o meno, non ha bisogno di farsi
convincere a fare alcunché!"
      "Che vuoi dire?"
      Tornò a sedersi. Questa volta con più fatica.
      "Che sa molto meglio di me quello che vuole! E lo ha cercato fino a
che lo ha trovato. Invece io..."
      "Tu?"
      Forse voleva sentirmelo dire un'altra volta e a me non importava di
ripeterlo: le avrei detto anche che ero una donna, se fosse servito.
      "Ho fatto quello che lei sa: mi sono drogato e ho fatto altro. Forse
lei lo sa. Poi ho aspettato che mio padre stesse morendo per tornare ad
essere un bravo ragazzo, ma ora lo sono. Mi creda. E poi... voglio bene a
Paoletto e non farò mai nulla che possa fargli male. Mi deve credere!"
      "Lui lo sa di questo viaggio?"
      "Sa solo che devo partire ed è molto triste per questo."
      "Lo avevo capito, perché ieri sera aveva un muso lungo fino a
terra. Sapevo che era colpa tua e stavo per prendere qualche provvedimento,
ma lui mi ha dissuaso."
      Esitai intimidito, pensando alle conseguenze che avevo rischiato. Poi
mi ripresi:
      "Stamattina ho chiesto a mia madre il permesso. Anche lei è
d'accordo. I miei nonni hanno una casa grande. Non ci saranno problemi per
la sistemazione."
      "Dovremmo chiedere al padre."
      Era una scusa e lo sapevo.
      "Non ce n'è bisogno" dissi "Paoletto ha i documenti che abbiamo
utilizzato al campeggio per andare in Francia. Basteranno per andare in
Austria. La prego, nonna Luigia!"
      "Che ne sai tu? Dovrò pur chiedere a mio figlio se vuole che suo
figlio vada in Austria con degli estranei. Non credi?"
      "No, perché so che non gli ha mai chiesto nulla. Paoletto ed io non
abbiamo mai avuto segreti! So tutto!"
      Sapevo davvero tutto e la cosa, non so perché, la sorprese. Sapevo di
come aveva lentamente sottratto Paoletto al padre, all'affetto forse
tiepido di quell'uomo. Di come avesse scoraggiato ogni tentativo di
avvicinamento fra i due, di confidenza con la matrigna che pure l'avrebbe
accolto fra le sue braccia, o almeno nella sua casa qualche volta, perché
era una cara persona, a detta di mia madre. Sapevo che, sfruttando le
frequenti assenze di suo figlio dall'Italia, era riuscita ad ottenere una
speciale procura che le consentiva di avere ogni potere sul nipote. Sapevo
tutto, perché con Paoletto ne avevamo discusso per chiederci se e quando
avrebbe potuto riavvicinare suo padre, del quale, pur non sentendo la
mancanza, aveva curiosità di conoscere qualche qualità. Inutile dire che
nonna Luigia, pur trattandosi di suo figlio, era molto avvezza a sminuirle,
ammesso che ne avesse mai posseduta qualcuna.
      Ed io, condizionato dal giudizio di mio padre, tendevo ad essere
d'accordo con la nonna.
      "Allora sai anche che sono io quella che decide" disse dopo un po'
che ci guardavamo.
      "Per questo sono qua."
      Mi guardò fisso, come per incenerirmi, poi parlò. E sapevo che
sarebbe stato il verdetto. La pace o la guerra, perché se avesse detto di
no, ci sarebbe stato uno scontro fra noi. Forse l'aveva capito. O forse era
solo conscia della maturità di suo nipote, non potendo certamente cambiare
opinione su di me.
      "Va bene" disse finalmente "Portalo dove vuoi, ma stai attento!
Queste sono le chiavi di casa: vai a dirglielo, demonio. Stai molto attento
però" ripeté "ti ho già detto quanto te la farei pagare se gli fai del male
un'altra volta?"
      "Si, me lo ha detto e non lo dimentico" feci per alzarmi, ma lei mi
tirò per un braccio e mi fece risedere.
      "Un'altra cosa: se pensi davvero di portarmelo via, ti sbagli. Ho
visto come ti guarda. E quando parla di te sembra che tu sia un dio, ma per
me sei sempre uno che si è drogato e che non vale niente. Stai attento. Lo
so io come sei e quanto vali, non dimenticarlo. E glielo ripeterò ogni
volta che ce ne sarà bisogno!"
      "Lo so bene anch'io quanto valgo: non ho vissuto inutilmente, anche
se può sembrare che l'abbia fatto. Ma Paoletto non ha bisogno di me o di
lei per capirlo e resterà con noi finché lo vorrà lui e non saremmo capaci
di trattenerlo se decidesse di andarsene. Questo lo sa anche lei. Non è
vero?"
      Mi parve colpita dalle mie parole.
      "Lei lo ha allevato bene" dissi allora, anche per consolarla perché
provai tanta tenerezza per quella donna coraggiosa e anche un poco egoista
"Paoletto è felice in casa sua, meglio, molto meglio di come sarebbe stato
da qualche altra parte... e sappiamo dove. Me mi ha scelto il primo giorno
che mi ha visto: questo credo che glielo abbia raccontato. Ma allo stesso
modo potrebbe lasciarmi. Non lo farà certamente con lei. E con me spero che
non accada, perché credo che ne morirei. Anche se con la morte ho una certa
dimestichezza e non mi fa paura, quello che mi spaventa è di poterlo
perdere un giorno. Mi creda, mi spaventa tanto. E farò in modo che non
accada."
      "Sei meglio di come credevo! Vieni, accompagnami a fare la spesa,
così porti i pacchi e poi li lasci a casa. Renditi utile, io ho le gambe
gonfie un'altra volta. Sai?"
      Dopo un giro estenuante del quartiere la lasciai con Giulio che
l'avrebbe accompagnata in ospedale e poi riportata a casa per l'ora di
pranzo. Mi avviai per le scale carico di buste e pacchi che mi pendevano
allungandomi le braccia in modo, credo, irreparabile.
      Conoscevo il rituale della sveglia di Paoletto al mattino, me lo
aveva raccontato spesso. La nonna entrava in punta di piedi nella camera e
sempre nel massimo silenzio apriva la finestra e poi più lentamente le
persiane, facendo in modo che la luce del giorno non riempisse la stanza
tutta in una volta. Feci esattamente come faceva lei, poi andai a sedermi
sulla sponda del letto e attesi che il mio angelo biondo, perché quello
sembrava in quel momento, aprisse gli occhi e mi vedesse al posto di quella
che credeva essere sua nonna.
      Era bello, per me era bellissimo, ovunque fosse, ma addormentato lo
era ancora di più. Al campeggio, nelle due notti che avevo trascorso
accanto a lui, l'avevo osservato, vegliato. Mi ero disperato di non poterlo
neppure sfiorare ed ora mi pareva di vivere un sogno, ma non era così. Lui
era mio, il mio innamorato. Finalmente potevo sfiorarlo, accarezzarlo,
arrivare a poggiare le mie labbra sulla sua fronte e poi attendere che si
svegliasse, cogliere il suo sorriso.
      Come poteva essere accaduto che s'innamorasse di me? L'avevo
lasciato, abbandonato, ma lui mi aveva atteso, cercato, riconquistato,
quasi dovesse essere lui a farsi perdonare qualcosa.
      Sotto il lenzuolo il suo corpo si indovinava: era quasi supino, le
gambe leggermente piegate, un braccio lungo il fianco, l'altro a difendersi
dalla luce che aveva invaso la stanza.
      Si stropicciò gli occhi e mormorò qualcosa sull'ora. Forse era ancora
troppo presto. Non capì chi c'era con lui, non mi riconobbe. L'emozione di
essere là, di vederlo così innocentemente indifeso, mi sopraffece. Mi
chinai a sfiorargli la fronte con le labbra, anch'io ad occhi chiusi,
perché ebbi paura che una mia lacrima cadesse a svegliarlo.
      "Ma che..." aprì finalmente gli occhi "che ci fai tu qua?"
      Vide che piangevo: "Che è successo, perché piangi?"
      Mi sforzai di smettere, perché era sciocco che piangessi in quel
momento. Lui fece la faccia spaventata, poi riuscii a parlare e subito si
calmò:
      "Non è niente" mi guardò strano "Ho incontrato tua nonna in
chiesa..."
      "Tu? In chiesa? E avete litigato?"
      "No..."
      "E che ci sei andato a fare?"
      "L'ho aiutata a fare la spesa e ho portato sopra pacchi e buste"
dissi invece di rispondergli "Adesso è andata con Giulio a fare le analisi
in ospedale."
      "Come mai l'hai incontrata e che ci facevi in giro a quell'ora?"
insistette.
      "Dovevo chiederle una cosa. Sono andato a cercarla in chiesa. Sapevo
che lei ci va ogni mattina e..."
      "Che cosa dovevi chiederle? E sei uscito di casa alle sette?"
      "Quasi. Erano le sette e venti..."
      "E allora? Che le dovevi chiedere?"
      "Non te lo dico!"
      Fece la faccia furba.
      "Lei che ti ha risposto?"
      "Ha detto si!"
      Era ancora disteso sul letto, si sollevò improvvisamente e mi baciò
sulle guance. Poi mi guardò e ci baciammo meglio, come avevamo imparato il
giorno prima. Mi tirò giù e finii su di lui. Ci stringemmo e a me parve di
sognare.
      Quelli erano giorni in cui dovevo fare fatica a distinguere la realtà
dalla fantasia.
      Un bacio è un bacio. Circa cinque minuti là sul letto, avvinghiati
con le bocche attaccate a giocare con le lingue che si erano inseguite in
ogni angolo della bocca. E baci sul collo, sugli occhi, sul naso. E poi
risolini di solletico. Ad un certo punto mi ero alzato e lui si era
sollevato con me. L'avevo stretto fra le braccia, poi ero sceso a baciargli
il collo. Mi aveva tirato su la maglietta, per accarezzarmi la pelle.
      Avevamo il fiato corto, ma la sua curiosità aveva prevalso e si era
bloccato, divincolandosi dal mio abbraccio:
      "Qualunque cosa sia stata" aveva detto, serio "grazie per averlo
fatto! Ma si può sapere cosa le hai chiesto? A cosa a detto di si?"
      Eravamo soli e almeno fino alle dodici nessuno ci avrebbe
disturbato. Pensai che non sarebbe stato un peccato grave approfittare
della situazione. Un peccato di cui Paoletto mi avrebbe certo ringraziato.
Eccome se l'avrebbe fatto.
      "Te lo dirò, ma prima voglio sapere cosa avrò in premio."
      Fece la faccia di chi non ha capito, ma sospetta di sapere.
      "Sai, ho fatto molta fatica a convincere nonna Luigia!" dissi ancora,
per aiutarlo nella decisione.
      Lui allora si stese sul letto, accomodandosi nel modo migliore. Posò
con voluttà il capo sul cuscino.  Era di piume. Lo sapevo, perché me
l'aveva descritto, morbido e sottile.
      Teneva gli occhi stretti. Mi guardò attraverso le palpebre socchiuse
e poi scostò il lenzuolo che lo copriva ancora, nonostante i nostri
abbracci.
      "Ti va bene questo premio?" mi chiese.
      Lui non dormiva con il pigiama. Non l'aveva mai usato, estate e
inverno sempre in slip e maglietta o canottiera. E quel giorno gli slip
parevano ormai di una taglia troppo piccola e la canottiera non gli copriva
più neppure l'ombelico.
      Era lui il premio. Ad un tratto mi resi conto che quello che avevo
fatto era ben poca cosa a confronto di quella ricompensa e fui tentato di
ricoprirlo e dire di no che quel dono non lo meritavo. Ma non vi avrei
rinunciato per tutte le ricchezze del mondo.
      "È un premio bellissimo" dissi "Sei sicuro che possa meritarlo?"
      "Si" mi sussurrò "qualunque cosa tu abbia chiesto alla nonna, voglio
che tu abbia me in premio."
      Mi chinai a baciarlo sulla bocca.
      "Ho chiesto a nonna Luigia" e gli sfilai la canottiera "di farti
venire con noi" gli accarezzai l'uccello che ormai forzava il tessuto "di
venire con me e mamma a Vienna!"
      Non riuscii a terminare di sfilargli gli slip, perché mi balzò al
collo.
      "Davvero?"
      Sebbene si agitasse per l'emozione, le mie mani furono abili e lui fu
presto nudo per me.
      "Davvero posso venire anch'io? E tua madre che ha detto? È d'accordo
anche lei?"
      "Sì! Gliel'ho chiesto stamattina prima di andare da tua nonna. Sai,
stanotte non ho dormito per pensare a come fare per non separarci."
      "Ti amo" disse "ma... davvero ti piaccio?"
      Era bellissimo e non era cosciente di esserlo.
      "Non ho più vergogna adesso" mi sussurrò, mentre mi abbracciava,
adattandosi al mio corpo "stanotte neanch'io riuscivo a prendere sonno,
dopo che mi avevi detto di Vienna. E ho pensato a tante cose. Che non
potevo pretendere di vederti sempre e in ogni momento. Che tu dovevi vivere
la tua vita. Che se andavi a Vienna era solo per dieci giorni e poi saresti
tornato da me. Che fra un po' inizieranno le scuole e poi tu avrai le
lezioni all'università e non potremo più vederci due o tre volte al
giorno. Ma una volta almeno, si che ci vedremo! Non è vero? E poi ho
pensato che sono tanto stupido a vergognarmi con te. Tu volevi vedermi nudo
ed anch'io volevo vedere te... Ma ti ho guardato, perché ieri ho finto di
distogliere gli occhi... e poi ho pensato che quando saresti partito,
sarebbe stato orribile sapere che per colpa mia non eravamo stati felici
come tu volevi e come potevamo essere, solo perché io sono uno stupido e mi
vergogno a spogliarmi! E allora, guardami, amore mio. Voglio che solo tu mi
guardi! Tutte le volte che vuoi, sempre!"
      Si liberò dal mio abbraccio e si stese sul letto. Un braccio sotto la
testa, l'altro lungo il corpo. Era felice, eccitato e sereno. S'aspettava
che lo toccassi e si pose quasi come se dovessi visitarlo. Ed io visitai
ogni centimetro, angolo, piega, anfratto del suo corpo. Quando ebbi finito
col davanti gli sussurrai di girarsi.
      "Fai presto" sussurrò "sto per venire!"
      "No aspetta. Resisti."
      Si voltò, lasciandosi guardare ancora. Ammirai i suoi capelli, seguii
la linea di peli finissimi e biondi che scendeva sulla schiena, fino al
fondo. L'accarezzai, non si mosse, non contrasse un muscolo. Lasciò che lo
esplorassi. Quando lo baciai nel suo posto più segreto gli sfuggì un
risolino.
      "Voltati adesso. Te la senti di farlo con me? Resisterai?"
      "Non lo so!"
      Ma s'alzò lo stesso e mi si mise davanti. Mi spogliò, fino a
lasciarmi nudo, poi mi fece stendere sul suo letto. Caldo ancora del suo
corpo. Umido del sudore della sua nottata. Temetti di venire, di bagnarmi
per le sensazioni che provavo. Ed era già un miracolo che resistessi
ancora.
      Cominciò a guardare e a toccarmi come avevo fatto con lui. Ero
diverso, più maturo e la cosa lo incuriosì, distraendolo per un momento
dalla sua eccitazione. Si soffermò a valutare la mia peluria. Non che ne
avessi tanta, ma lui non ne aveva quasi. Le mie gambe erano coperte di peli
scuri e anche sul petto era spuntato qualcosa. Le ascelle lo
ammaliarono. L'odore che avevano, i peli lunghi, setolosi. Li annusò,
arrivando a sfiorarli con le labbra. I miei capezzoli erano più grandi e
scuri dei suoi, odorò anche quelli, baciandoli.
      "Posso continuare dopo?" borbottò ad un tratto e subito venne a
stendersi sopra di me, come preso da una necessità impellente. In un attimo
mi bagnò il ventre e subito io a lui.
      "Mi dispiace, non ce l'ho fatta a non venire... a finire" mi sussurrò
in un orecchio "Mi dispiace, amore mio, mi faceva male... dovevo venire per
forza."
      Lo baciai sulle labbra per dirgli che non m'importava. Ci baciammo
ancora e stemmo abbracciati, attenti solo che il seme non colasse sul letto
a bagnare le lenzuola.
      Dopo un po' s'alzò. Andò in bagno e lo vidi tornare con dei
fazzoletti di carta.
      "Forse ci serviranno" disse "hai da fare stamattina?"
      "No!"
      Corse ad abbracciarmi.
      "Ci vedremo almeno una volta al giorno. Per sempre! Me lo prometti?"
mi disse in un orecchio.
      "Certo! Te lo giuro!"
      "Tu dici che lo giuri, ma su cosa?"
      "Non lo so. È difficile. Quando si giura si dà in pegno qualcosa e se
non si mantiene il giuramento, si perde il pegno."
      "Allora giuralo su me! E sarò certo che manterrai la promessa!"
      "No!"
      "Voglio che tu giuri!
      "E io no..."
      "E se non manterrai l'impegno, tu mi perderai!"
      Era un ragionamento logico.
      "Va bene. Ma sei tu che l'hai voluto."
      Restammo ancora un poco nella sua camera, a giocare con i nostri
corpi. Li esplorammo. Paoletto aveva ragione riguardo alla mia
innocenza. Forse l'avevo mantenuta davvero. Sentivo di provare il suo
stesso pudore nel mostrarmi, fosse pure a lui che era il mio
innamorato. Provavo vergogna ed eccitazione nel chiedergli di fare qualcosa
o nel fare quello che lui chiedeva a me. Avevo ritrovato la mia purezza,
liberandomi dei miei segreti.
      "Raccontami di te. C'è qualcosa che non mi hai detto. Non è vero?"
      Lo disse dopo che avevamo soddisfatto tutti gli appetiti. Prima era
stato quello più urgente e più grande, poi ci eravamo scoperti
terribilmente affamati, perché nessuno dei due aveva ancora fatto
colazione.
      Uscimmo a comprare della pizza e andammo ai giardini sul
lungomare. Ci sedemmo sotto un ippocastano dall'ombra forte e netta. Nella
villa c'era anche una bella brezza che veniva dal mare. I pomodori cotti
nel forno avevano un sapore aspro, salato. Mangiammo a grandi morsi,
sporcandoci la faccia d'olio. Paoletto più di me. Ma lui si sporcava
sempre, qualunque cosa mangiasse. Doveva essere la forma delle guance a far
attaccare i residui di cibo.
      Parlammo di Vienna, dei miei nonni, di mia madre. Il sole si fece più
caldo e l'ombra più scura. Fu allora che mi chiese di sapere tutto ed io
decisi di raccontargli la verità completa e senza ipocrisie.
      Gli raccontai di come mi ero prostituito. Dei perché, delle piccole,
meschine giustificazioni che mi ero dato. Quando gli dissi quello che
facevo in cambio di soldi, non distolse lo sguardo, non abbassò gli occhi
una sola volta. Non arrossì, non mi chiese di smettere. Ascoltò la mia
confessione ed ogni particolare. Fui io a tenere gli occhi bassi ed era
giusto che così fosse.
      "Perché decidesti di bucarti?"
      "Ero stanco di tutto, della vita senza regole che facevo, ma anche di
non avere te. Ero stanco di essere sporco, ma non avevo la forza di
cambiare. Allora pensai che morire non sarebbe stato tanto più brutto che
continuare a vivere in quel modo. Credevo che un buco, fatto senza
precauzioni, mi uccidesse, ma non morii! E mi svegliai ancora più
disperato. Devo dirti un'ultima cosa però. Vuoi saperla?"
      Fece di si con la testa. Continuò a guardarmi. Sapevo che cercava di
farmi coraggio.
      "Per comprare la roba servivano tanti soldi. Ce ne volevano più di
quanti potessi sperare di trovarne facendo quello che avevo fatto fino ad
allora e perciò pensammo di cambiare posto e andammo sui viali di
periferia. Là si faceva altro in cambio di più soldi. Quando quella
macchina si fermò sapevo che cosa mi avrebbe chiesto. La cosa peggiore, la
più brutta che avessi mai fatto."
      S'accorse che esitavo, allora mi prese la mano. Forse era anche
incuriosito. Non l'ho mai saputo, perché dopo quel giorno non ne parlammo
mai più.
      "Dimmelo ora" mi incoraggiò "Dimmelo e sarà il nostro segreto. Dillo
a me."
      "Quella fu l'ultima volta che mi prostituii... ed io mi feci
violentare!"
      Vidi che mi guardava in modo strano e compresi che forse non mi
capiva. In quei tempi un ragazzo di quindici anni poteva non immaginare
subito il modo in cui un uomo può essere violentato. E Paoletto non lo
sapeva, per quanto informato fosse.
      "Come... accadde?"
      "Sei sicuro di volerlo sapere?"
      "Si!"
      "E non l'immagini? Se ci pensi un po'... "
      Lo dissi a voce bassissima, per il turbamento che provavo, non a
confidargli quel segreto, ma a violare la sua purezza, il candore con cui
lui mi aveva confessato di non immaginare neppure.
      "Credo di avere capito!" mormorò.
      Se arrossì, io non lo vidi, perché tenni gli occhi bassi. Mi
vergognavo.
      "Mi sono fatto violentare" mi costrinsi a ripetere "perché volevo
quei soldi. Ti ho detto perché li volevo. Ma quel pomeriggio non cercavo
soltanto quello, volevo perdere anche quel poco di considerazione che avevo
per me stesso. Volevo la mia fine e volevo che cominciasse da lì!"
      Ebbi un moto di stizza, quasi piansi. Mi prese la mano e la baciò.
      "Non piangere. È passato."
      "Gliel'ho fatto fare a quel porco. Ma mi piaceva: devi saperlo
questo. Forse potevo voltarmi e farlo smettere o scappare dalla
macchina. Non era cattivo. Se gliel'avessi chiesto, avrebbe smesso. Ma io
volevo che lo facesse. E quando lui ha finito, io ce l'avevo ancora
duro. Di quel giorno non ricordo il male che mi fece, ma di come ho goduto,
perché mi piaceva... e adesso ti ho detto proprio tutto. Adesso sai tutto e
mi vergogno."
      Mi coprii la faccia, lui mi prese le mani:
      "Quello che mi hai raccontato non accadrà più. È tutto finito. È
passato, insieme a tutte le cose brutte che ti sono capitate. Quando lo
faremo noi due, prima e dopo ci daremo soltanto baci. Tu non mi farai male
e io non lo farò a te."
      "Ma tu devi perdonarmi. Per tutto. Devi perdonarmi. Ti prego."
      "E per che cosa? Hai pagato e non devi più nulla a nessuno. Credo che
ora la vita sia in debito con te!"
      "Dici così, perché sei buono..."
      "Non dirlo, non mi hai ancora frequentato abbastanza!"
      "E perché?"
      "Chiedi prima a nonna Gina, poi ai miei compagni di scuola e poi a
tutti quelli che mi conoscono!"
      Mi scappò un sorriso. Ne avevo bisogno.
      "Sei terribile, non è vero?"
      Rise anche lui.
      "Si!" ammise.
      Gli tenni dietro e la risata divenne incontenibile, fino a farci
tossire. Poi ci calmammo e ci venne voglia di camminare un po'. Andammo a
cercare da bere.
      "Dimmi che mi perdoni..."
      "Va bene" finalmente accondiscese "Ti perdono."
      Sapeva tutto adesso e non gli avrei mai più nascosto nulla.
      Credo che chi menta non abbia altro desiderio se non quello di dire
la verità. Spesso non può farlo, ma io avevo avuto l'opportunità di
rigenerare completamente me stesso e l'uomo che era uscito da quella
catarsi non voleva che essere onesto con sé e con i suoi cari. Da quel
momento con Paoletto sarei stato sincero quasi fino all'autolesionismo. E
per fortuna in questi anni non ho mai dovuto pentirmene.
      "Dimmi di te" chiesi, mentre camminavamo sotto l'ombra di alberi
enormi, in un viale lunghissimo "dimmi di te. Sono curioso."
      "Di me cosa?"
      Il viale era così lungo che gli alberi in fondo chiudevano la
prospettiva. Immaginai che quel viale fosse la nostra vita. Che eravamo
ancora troppo giovani per vederne la fine.
      "Qualcosa che non so!" dissi "Che non mi hai mai raccontato, perché
non te l'ho chiesto, oppure perché ti vergognavi!"
      "Non ho niente da dirti. Mi dispiace. La tua vita sembra un film, ma
nella mia non ci sono colpi di scena. Lo sai che ho avuto un inizio da
romanzo d'appendice, ma poi la nonna ha sorvegliato la mia esistenza perché
fosse tanto normale e tranquilla da essere noiosa. Non mi è mai accaduto
nulla."
      "Mi riferivo anche a quelle cose... Hai capito, no?"
      "Scemo! Quelle cose, come le chiami tu, le ho fatte quasi tutte con
te!"
      "Quasi?"
      "Beh... una volta non c'eri!"
      "Quale volta, quand'è stato?"
      Mi prese un inaspettato sentimento, una gelosia immotivata,
ridicola. Stavo per fargli una scenata, là in mezzo agli alberi.
      "Lo voglio sapere..." dissi cambiando il tono della voce.
      Paoletto capì che non era uno scherzo e la cosa lo infastidì.
      "Hai detto che volevi sapere..." disse serio "ma ricordati che io
sono tuo dall'altro ieri. Assolutamente tuo. Non guarderò mai più nessuno
che non sia tu. Prima però ero soltanto mio. E quello che ho fatto riguarda
me. Tu vuoi saperlo ed io te lo racconto, ma solo perché voglio dirtelo."
      Fece un paio di passi, s'allontanò da me. Poi si voltò e
sorridendomi, aggiunse:
      "Forse però è giusto che tu lo sappia, perché in un certo senso c'eri
anche tu..."
      E questo, ovviamente mi incuriosì, anche se mi ritrovai a pensare
quanto fossi stato stupido a dubitare di lui, ad avere da ridire sul suo
comportamento. La mia gelosia, com'è in genere ogni sospetto, era sciocca,
irrazionale.
      E lui mi aveva subito messo a posto.
      Tornai a sorridergli.
      "Allora? Avanti... confessa!" lo incoraggiai.
      "È stato una volta al campeggio. Ovviamente non quest'anno" precisò,
quasi ne avessi bisogno "è stato l'anno scorso. Una notte, nella tenda."
      Mi accigliai. Che potevano avere fatto? Per quanto ne sapevo, in
tenda ci si andava solo a dormire.  Era quello che avevo sempre fatto io,
né mi era mai passato per la mente di farci qualcosa di diverso: che fosse
un segno dei tempi? Tre anni fra me e lui dovevano pur significare
qualcosa.
      "E che avete fatto? Non vi ha sentiti nessuno?"
      "Non eravamo al campo! Facemmo una specie di escursione notturna di
squadriglia. Partimmo al tramonto e ogni squadriglia camminò in direzioni
assegnate. Poi piantammo la tenda. Dopo il bivacco, i piccoli andarono a
dormire e noi tre più grandi cominciammo a fare discorsi, appunto, da
grandi. Sai di che tipo?"
      "No! Dimmelo tu."
      "Non l'immagini?"
      "Si, ma voglio sentirtelo dire, perché mi piace vederti arrossire."
      Ed era vero: lui era delizioso quando si sentiva a disagio ed io non
volevo collaborare a trarlo d'impaccio. Infatti un leggero rossore gli
colorò le guance tonde ed abbronzate che per tutta la mattinata avevo
tormentato di baci.
      "Abbiamo cominciato a parlare di chissà cosa per finire dove
sai... sono stato io, credo. Ho chiesto agli altri se si facevano le
seghe. L'idea l'avevo presa da un mio amico. Lo conosci, no?"
      "Stronzo!"
      E gli tirai una pacca sulla gamba nuda. Sull'abbronzatura della
coscia si disegnarono le mie cinque dita.
      "Vaffanculo!" scattò, poi fece un risolino malizioso "Che male c'è,
se ho usato la tua stessa tattica.  Comunque, quelli le seghe se le
facevano. E ci raccontammo un sacco di cose sul come e da quando e quante e
dove e perché..."
      "A proposito... voglio sapere anche tutte queste cose di te. Queste
me le puoi dire, no?"
      "Certo! Anche se le risposte già dovresti averle."
      "OK! Poi ne parliamo. Prima dimmi del tradimento."
      "Come puoi immaginare già l'argomento era sufficiente a farci
arrapare. Parlarne diffusamente fu il massimo. Non so se capisci quello che
intendo."
      "Capisco!"
      "I piccoli erano addormentati da un pezzo e attorno a noi c'era il
massimo silenzio. Ti giuro che non ricordo a chi sia venuta l'idea. Ma
credo che sia venuta a tutti e tre insieme. Pensammo: perché non ci
facciamo una sega? Fuori faceva un freddo cane, ma noi ce l'avevamo lo
stesso duro. Però faceva davvero freddo e allora ce ne andammo in tenda. Ci
mettemmo in modo che non si vedesse quello che stavamo facendo e lo tirammo
fuori. Naturalmente prima li confrontammo e poi ci facemmo la più bella
sega che io ricordi."
      "Tutto qua?"
      "Beh... e che altro?"
      "No, scusa, meglio così. E poi più niente?"
      "No, a parte il fatto che, mentre me la facevo, pensavo a te,
stronzo! Anche quella notte. Chiusi gli occhi e pensai a te. Ho fatto bene?
Perché era te che aspettavo e nessun altro."
      Mi prese per mano e mi guardò. Gli feci di si con la testa: aveva
ragione.
      Continuammo a camminare così, finché non ci rendemmo conto che ci
tenevamo ancora per mano e la cosa ci scandalizzò parecchio!



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