Date: Wed, 20 Oct 2010 14:29:40 +0200
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Il ruggito del coniglio - Part 2 - Finale Alternativo

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.




Il ruggito del coniglio



Questo finale alternativo sostituisce gli ultimi capitoli del racconto 'Il
ruggito del coniglio' e lo conclude.



FINALE ALTERNATIVO

...


3. Il ruggito del coniglio

Uscendo dalla camera la guardò con attenzione, come per imprimersela nella
memoria.

"Qua dentro non ho toccato niente, tranne il copriletto che sarà imbevuto
del mio sudore" disse a voce bassissima, solo a se stesso, cercando di
rassicurarsi.

Quando richiuse le porte, lo fece usando la manica della felpa, perché
aveva deciso di non lasciare nulla di sé, proprio nulla, in quella camera
delle torture, in quel posto orribile.

Assolutamente nulla, era una specie di fissazione la sua.

Due giorni dopo, alle quattro di pomeriggio Giacomo tornò, facendo la
stessa strada e accertandosi di non essere visto da nessuno, proprio come
gli era stato raccomandato fino all'ultimo quella mattina.

"Entra puttanella" disse Benny che l'aveva sentito arrivare e gli aveva
aperto la porta della sua camera "entra, oggi voglio farti provare qualcosa
di nuovo" e fece schioccare un paio di volte il frustino che impugnava,
producendo un rumore sibilante che gelò il sangue di Giacomo.

Benny era a torso nudo, puzzava di sudore, non si era lavato di recente e
indossava solo un paio di pantaloncini di maglina che lasciavano indovinare
abbastanza bene quello che c'era sotto. Giacomo invece era vestito in modo
insolitamente dimesso, aveva il cappello a visiera sulla testa, con la tesa
abbassata, come a coprirgli il volto.

In spalla aveva lo zainetto dei libri e teneva le mani in tasca.

Benny notò i jeans sdruciti e la vecchia felpa scolorita, sotto ad un
vecchio giubbotto impermeabile. Un'altra cosa l'incuriosì, mentre se lo
vedeva sfilare davanti e gli dava colpetti leggeri di frustino sul sedere,
Giacomo aveva il braccio sinistro rigido, come se non potesse piegarlo e
teneva la mano in tasca.

Il ragazzino si diresse sicuro verso il letto, perché sapeva che il suo
padrone glielo avrebbe ordinato, poi gli avrebbe detto di spogliarsi nudo e
di mettersi a pancia sotto. Sapeva che sarebbe andata così.

Benny era dietro di lui e lo vide fare un movimento col braccio sinistro,
quello che prima pareva irrigidito.

Quando la prima coltellata lo colpì, proprio sotto allo sterno, lui stava
ancora cercando di decifrare

i movimenti di Giacomo.

Il ragazzino si era sfilato il lungo coltello dalla manica sinistra e,
impugnatolo saldamente con la mano destra, si era voltato di scatto e
l'aveva piantato nella pancia di Benny. Lo schizzo di sangue lo colpì
all'altezza del petto, ma lui non se ne lasciò impressionare e lo pugnalò
un'altra volta, un po' più sotto e poi ancora.

Benny cadde dopo la terza coltellata, quasi senza capire quello che gli
stava accadendo. Aveva sentito un dolore fortissimo al petto e aveva colto
lo sguardo spiritato negli occhi di Giacomo, alla terza pugnalata aveva
perso conoscenza. Un momento prima si era reso conto di essersi bagnato, si
stava pisciando addosso ed aveva anche riempito i pantaloncini di cacca.

Dopo che fu caduto, Giacomo lo colpì diverse volte al fianco destro e sul
braccio, poi con un calcio lo fece mettere supino e con calma gli trapassò
il cuore.

Nella stanza c'era l'odore aspro della merda e quello dolciastro del
sangue, l'orina non si distingueva. Tutto questo però non scompose, né
emozionò Giacomo che restò freddo e perfettamente in controllo di sé.

Benny era già morto, forse dopo la terza coltellata, anche se lui gliene
aveva date in tutto ventiquattro. Le aveva contate. Avrebbe voluto
dargliele una per ogni sculacciata, cinghiata, frustata che aveva ricevuto,
più un certo numero, diciamo a forfait, per i pompini e le inculate, oltre
a tutto quello che gli era stato detto e fatto e ancora per il tradimento
che aveva dovuto sopportare e soffrire, ma si fermò a ventiquattro,
compresa la coltellata con cui l'aveva trafitto al cuore. Ventiquattro era
tre per otto, cioè due alla terza. Era il numero che aveva deciso in
precedenza, perché gli piaceva. Riuniva in sé le qualità e le
caratteristiche del due e del tre. Giacomo era uno a cui piacevano i
numeri.

Nonostante tutto quello che gli era accaduto e gli stava accadendo, era un
ragazzo molto avveduto, perfino furbo, di intelligenza pronta e molto
veloce nell'apprendimento. A scuola era bravo ed apprezzato dai professori
e, se i suoi genitori l'avessero seguito di più, sarebbero stati molto
orgogliosi di lui.

Giacomo leggeva molto ed era appassionato di romanzi gialli. Da un po' era
passato a leggere quelli per grandi, di recente ne aveva letto uno in cui
si descriveva con dovizia di particolari come fare a non lasciare tracce
dopo aver accoltellato una persona. La sera prima, per sicurezza, aveva
letto e riletto quei capitoli.

Aveva deciso di uccidere Benny già dopo il loro primo incontro e aveva
accettato di vederlo a casa sua solo per poter esplorare il luogo e capire
come fare a portare a termine la sua impresa. Dopo il secondo incontro, in
cui Benny l'aveva quasi ucciso, aveva deciso di prevenirlo e eliminarlo
alla prima occasione.

Quando aveva capito che a casa di Benny sarebbero stati certamente soli e
che, con un po' di fortuna, nessuno l'avrebbe visto entrare e uscire, aveva
deciso come agire. Si era vestito con abiti vecchi e aveva portato con sé
un cambio completo nello zaino, alle mani aveva un paio di guanti da
chirurgo che gli servirono a non sporcarsi le mani di sangue e non lasciare
impronte. La prima volta era stato attento a non toccare nulla. Questa
volta aveva i guanti.

Certo di averlo ucciso con la pugnalata al cuore, Giacomo cominciò a
guardarsi attorno. C'era sangue dappertutto, nella stanza e sui suoi
vestiti, un leggero schizzo l'aveva raggiunto sul collo, il corpo di Benny
giaceva al centro della stanza a braccia larghe, le gambe in una posa
scomposta, dai pantaloncini, chissà perché mezzo abbassati, spuntava
l'inizio dei peli pubici. Giacomo per un momento pensò di abbassarglieli
tutti e di tagliargli l'uccello, quello strumento che l'aveva oltraggiato e
vilipeso, ma, essendo anche una persona molto pratica, pensò bene di
affrettarsi a fare quello che si era proposto. E poi non voleva sentire
altra puzza di cacca.

Avrebbe anche voluto lasciargli il coltello piantato nel petto, oppure
strappargli il cuore e mangiarlo, ma neppure questo avrebbe fatto. Sfilò il
coltello e lo avvolse in una grande busta di plastica che poi chiuse in
un'altra busta.

Si sfilò lo zaino e lo posò sul letto, assicurandosi di non sporcarlo di
sangue. Dallo zaino tirò fuori alcune buste di plastica, dei pantaloni, una
felpa e un giubbotto. Con calma si slacciò le scarpe e si sfilò i
pantaloni, indossò quelli puliti, fece lo stesso con la felpa. Ripose gli
indumenti sporchi in una delle buste che poi chiuse bene e infilò nello
zainetto assieme all'involto del coltello.

Si rimise le scarpe e poi piegò diligentemente il copriletto su sui era
stato violentato e che era l'unico oggetto nella stanza a conservare le sue
tracce. Infilò anche quello nello zaino.

Si assicurò di aver intinto per bene le scarpe nella pozza di sangue che si
era formata attorno al cadavere di Benny. Lasciando tracce evidenti del suo
cammino, si avviò con calma verso la porta, l'aprì con la mano sempre
coperta dal guanto e uscì, quando raggiunse il viale di ghiaia fece ancora
qualche passo, poi, raggiunto il cancello si nascose dietro la siepe, si
sedette e si cambiò le scarpe. Ripose quelle sporche nello zaino
chiudendole prima in una busta. Si alzò, fece una smorfia di dolore, perché
gli faceva ancora male il sedere, tirò un profondo respiro e aprì il
cancelletto.

Quello che stava per vivere era il secondo momento delicato della giornata,
il primo era stato quando era entrato da quello stesso cancello e si era
accertato che nessuno lo vedesse. Se fosse riuscito ad andarsene senza
essere visto era ragionevolmente sicuro di poterla fare franca.

Gli andò bene anche questa volta, uscì non visto dalla villa, finalmente si
sfilò i guanti e si avviò tranquillo con il suo zaino pieno di vestiti
sporchi di sangue, cioè di prove dell'omicidio di Benny. Lungo la strada si
liberò del coltello approfittando di un camion per la raccolta dei rifiuti
che proprio in quel momento stava svuotando i cassonetti.

Era un coltello che aveva fatto lavare tre volte in lavastoviglie prima di
usarlo per pugnalare Benny. Aveva la lama da venti centimetri ed era stato
acquistato in un centro commerciale qualche anno prima. Insomma, sarebbe
stato difficile risalire a lui partendo dal coltello, anche se l'avessero
ritrovato in mezzo a quelle immondizie.

Si diresse verso il centro della città ed entrò in una lavanderia
automatica, poco affollata, come aveva già previsto. Aprì lo zaino, riempì
la lavatrice a gettoni di tutti gli indumenti sporchi di sangue, comprese
le scarpe, e avviò il lavaggio, senza che nessuno gli badasse
troppo. Un'ora dopo, con gli indumenti asciutti, ma con qualche alone
scuro, se ne tornò a casa.

Quando fu nella sua stanza, cominciò a tagliuzzare i jeans, la felpa e il
giubbotto impermeabile in tanti piccoli pezzi che mischiò fra loro. Nel
caminetto incendiò le buste di plastica che aveva usato e poi lentamente
bruciò tutti i pezzettini di indumenti, finché non raccolse la cenere in
un'altra busta che andò a gettare in un cassonetto abbastanza lontano da
casa.

Il copriletto era abbastanza leggero e aveva solo piccoli schizzi di sangue
nella parte che era stata più vicina al pavimento. Giacomo tagliò quelle
zone in tanti pezzettini che avrebbe bruciato il giorno dopo. Fece a pezzi
più grandi anche il resto del copriletto e andò a gettarlo in tanti diversi
cassonetti in giro per la città.

Restava il problema delle scarpe che erano difficili da tagliuzzare e
bruciare. Era un rischio, ma non poteva fare altro che liberarsene come
aveva fatto per il coltello. Le aveva già lavate abbondantemente, ma decise
di lavarle ancora una volta nella lavatrice di casa, alla massima
temperatura, poi avrebbe gettate anche quelle con calma e separatamente.

Si stese sul letto e chiuse gli occhi. Era abbastanza certo di non aver
commesso errori e di aver agito nel giusto. Benny era pazzo e l'avrebbe
certamente ucciso, perciò lui l'aveva soltanto anticipato.

Chiuse gli occhi e pensò agli altri suoi due persecutori, loro non
minacciavano di ucciderlo, ma le umiliazioni cui l'avevano sottoposto erano
ugualmente insopportabili. Si convinse che doveva fare qualcosa anche con
loro.

Aveva letto in un libro di botanica che dalle sue parti cresceva una pianta
velenosa, facile da trovare, la digitalis purpurea.

Si assopì e sognò.



FINE



N.B. Originariamente il racconto si concludeva così. Questo finale fu però
rifiutato dal sito presso cui intendevo pubblicarlo.



lennybruce55@gmail.it