Date: Sat, 16 Apr 2011 00:14:04 +0200
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L?estate di Lorenzo - Part 2

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.

Questa storia è già apparsa su MMSA
(http://www.malespank.net/listAuthor.php?author=Lenny+Bruce) con una
suddivisione diversa dei capitoli.

La prima parte si ispira, molto liberamente, ad un racconto apparso su
Nifty un paio di anni fa, scritto da Donny Mumford, presente nei 'prolific
authors'.


La storia è 'A submissive boy's story'
(http://www.nifty.org/nifty/gay/college/submissive-boy/)

Donny Mumford è un ragazzo, adesso 25enne, che vive nel New Jersey e alcuni
dei suoi racconti sono autobiografici. Trovo che sia un bravo e promettente
scrittore e non solo per chi ama questo genere.


Capitolo secondo -- Tavole rovesciate

Quel giorno nuotai poco e lui stette sempre con me, mi guardava ogni tanto,
pareva volermi dire qualcosa, ma poi ci ripensava e tornava a giocare con
la sabbia. Più tardi costruì un castello.

Era trascorsa una settimana da quando eravamo là e l'unica cosa che Fabio
aveva imparato erano le risposte alle domande che il padre voleva che gli
facessi quando arrivava. Proprio perché lui rispondeva correttamente alle
mie domande, per quel pomeriggio ci era stato promesso un
televisore. Eravamo eccitati all'idea di avere finalmente qualcosa per
trascorrere il tempo, poiché di studiare, non si parlava ancora.

Quando sentimmo avvicinarsi la macchina, eravamo davvero contenti, ma
presto vedemmo che il dottore non ci aveva portato il televisore e fummo
entrambi molto delusi. Io abbassai la testa, immaginando che questo avrebbe
fatto cambiare umore a Fabio, di cui mi godevo l'amicizia da meno di
ventiquattro ore.

"Non ve lo siete meritato" disse lui cogliendo i nostri sguardi, ma a me fu
chiaro che l'aveva semplicemente dimenticato e suo figlio glielo disse
pure. Non glielo disse educatamente, però.

"Cazzo, papà" urlò, perdendo completamente le staffe "prima mi lasci in
questo buco di culo da solo con quello sfigato" cioè me "e vuoi farmi
credere che ti sei scordato di portarci la televisione, fai pure finta di
dire che non ce la meritiamo! Ma con chi cazzo credi di avere a che fare,
eh?"

"Fabio..." cominciò il padre, forse pensando di scusarsi.

"Con chi cazzo credi di avere a che fare?" ripeté urlando Fabio, ormai
fuori dai gangheri.

"Fabio, stai attento" fece allora il dottore che forse non stava più
pensando di scusarsi.

"Sai che c'è? Che sei uno stronzo?" insisté il figlio.

E infatti mi sbagliavo, il dottor Braschi non aveva intenzione di scusarsi.

La sfuriata di Fabio era dovuta certamente alla sua indole irascibile, alla
facilità con cui si infuriava e quello cui assistetti nei minuti successivi
fu la dimostrazione che Fabio aveva preso da suo padre quella
caratteristica del suo carattere.

Il dottor Braschi, infatti, prese fuoco allo stesso modo, non appena il
figlio gli dette dello stronzo.

Sfruttando la sua maggiore stazza, pesava quasi il doppio di Fabio, lo
prese per un gomito, strattonandolo, lo immobilizzò mettendoselo sotto un
braccio e sollevandolo da terra. Si mosse fulmineamente, come aveva fatto
Fabio con me tante volte.

Temevo che lo ammazzasse, tanta era la furia che aveva negli occhi, per un
momento credetti che gli avrebbe staccato la testa con l'altra mano e mi
preparavo a difendere Fabio anche a costo della vita, quando Braschi senior
all'improvviso parve calmarsi, lasciandolo andare.

"Mettiti in posizione" disse gelido, mentre il figlio lo guardava con gli
occhi sbarrati.

"Papà, ti prego, non davanti a lui!"

Fabio si era improvvisamente placato e usò un tono implorante che non gli
avevo mai sentito e che non sortì alcun effetto.

"Sai, Lorenzo" disse invece il dottor Braschi, rivolgendosi a me con voce
calma, ignorando completamente il figlio "anni fa usavo sculacciare spesso
Fabio. Tutte le volte in cui disubbidiva a me o alla mamma, me lo mettevo
sulle ginocchia e lo sculacciavo" mi parlava come se stesse raccontandomi
delle sue vacanze "poi, quando diventò un poco più grande, credo in terza
elementare, gli spiegai che prima di essere punito, doveva abbassarsi da
solo i pantaloni e le mutandine e mettersi col culetto nudo sulle mie
ginocchia."

Ero sbigottito anche perché, mentre suo padre parlava, Fabio si era
abbassato fino alle caviglie il costume da bagno e, restando nudo, si era
appoggiato con la pancia sul bracciolo del divano, a sedere per aria. In
attesa di qualcosa che adesso cominciavo a capire.

"Dalla prontezza con cui lo faceva quando io lo richiamavo, dipendeva la
severità della punizione. Oltre che da ciò che aveva fatto per meritarla,
ovviamente" Braschi continuava a spiegare, con voce amabile e un sorriso
gelido sulle labbra "poi alle medie, quando lui si sentì troppo grande per
essere messo sulle ginocchia, di comune accordo passammo alla cinghia,
sempre con le stesse modalità, però, proprio quelle che stai per vedere
adesso. Dall'anno scorso, da quando sono venuto via da Torino, Fabio non è
stato più punito, mia moglie non ha voluto continuare a farlo, non se la
sentiva, la conclusione è che questo stronzo si è fatto bocciare in tre
materie. E adesso chiama me stronzo!"

Mentre parlava si era sganciato la cintura di cuoio, che sfilò lentamente
dai pantaloni, si avvicinò al divano e al culo di Fabio. Piegò in due la
fascia di cuoio facendola schioccare minacciosamente e poi cominciò a
battere il sedere immacolato del suo unico figlio con colpi cadenzati.

La prima cinghiata produsse un rumore secco che echeggiò nel silenzio della
stanza e anche all'esterno nella caletta, fin sulla spiaggia. Una striscia
rossa apparve sulla pelle liscia di quel culetto di bambino che avrei
voluto accarezzare, poi Fabio gridò, scuotendomi.

In tutto gliene dette dodici, dopo ognuna gli lasciava il tempo di sentire
il dolore e gridare, di piangere e di implorarlo di fermarsi. Alla fine il
sedere di Fabio era uniformemente rosso e il ragazzo piangeva, ma senza
fare troppo rumore.

"Siete qui da una settimana, avrai sicuramente avuto modo di ripassare le
declinazioni latine, vero, Fabio?"

Lo sventurato non rispose e si prese altre sei cinghiate.

"Rosa, nominativo, rosae, genitivo, rosae, dativo" recitava Braschi e dopo
ogni caso colpiva "rosam, accusativo, rosa, vocativo, rosa..."

L'ablativo fu sicuramente il più doloroso. Alla fine Fabio aveva la faccia
schiacciata contro un cuscino del divano e singhiozzava violentemente.

"Devo chiederti anche la seconda declinazione?"

"No!" urlò il povero Fabio che non se la ricordava di sicuro.

Mentre si rinfilava la cintura nei passanti, con calma esagerata e mentre
cercava di controllate il fiatone, il dottor Braschi mi fece cenno di
seguirlo fuori.

"Se domani non mi recita tutte e cinque le declinazioni, al singolare e al
plurale, prenderà una cinghiata per ogni caso che salta. Le declinazioni
sono sempre cinque, vero?"

"Si, dottore" dissi con il fiato corto "non le hanno cambiate!"

Respiravo male per due motivi. Primo perché ero spaventato dalla sua furia,
ma soprattutto ero arrapato dal culo rosso di frustate di Fabio che era
ancora posato sul bracciolo del divano e non osava alzarsi. Se ne stava
immobile, con la faccia schiacciata contro un cuscino del divano.

C'era proprio una bella relazione tra padre e figlio, pensai.

"E se domani non mi recita tutto per bene, ce n'è anche per te!" concluse
Braschi, ma questo lo disse a bassa voce e Fabio certamente non lo sentì.

Rientrò nella villa e io lo seguii impaurito. Vidi Fabio alzarsi e
sfiorarsi con la punta delle dita la pelle arrossata del culo.

"Domani stesso trattamento, se non mi convinci del contrario. Sono stato
chiaro, Fabio?"

"Si, signore!"

"Da questo momento Lorenzo è il tuo tutore anche per la disciplina, nel
senso che domani, al mio arrivo, vorrò vedere o il tuo culo rosso, oppure
ascoltare i tuoi progressi in latino, italiano e matematica. E farò così
ogni giorno, finché non mi convincerai che studi e impari abbastanza per
superare gli esami di riparazione, perché, se non li superi, ti ricordo che
finisci nel Canton Ticino con le mani sopra le coperte.

Capisci quello che intendo?" poi rivolto a me "Una delle regole del
collegio dove questo stronzo andrà il quindici di settembre è che si dorme
supini con le mani fuori dalle coperte, le braccia tese ai lati del corpo.

Se uno venisse colto in una posizione diversa, sarebbe ammonito e alla
seconda infrazione verrebbe legato al letto per tutta la notte."

Non so perché, ma tutto questo mi eccitò ancora di più e mi parve che anche
Fabio si stesse eccitando. Lui se ne stava comunque con la testa bassa,
sempre con il costume alle caviglie, le guance rigate di lacrime e
l'uccello che lentamente gli stava diventando duro.

"Sono davvero severi lassù, Fabio" improvvisamente la voce del dottore si
era fatta dolce "ed io non voglio che tu ci vada. Non costringermi a
farlo. È chiaro?"

"Si, signore!"

Quel `si, signore' mi provocò ricordi felici, Raffaele me lo faceva dire
così spesso. Avevo l'uccello duro.

"Lorenzo, te lo ripeto, voglio che tu lo disciplini! Sono stato chiaro?"

"Si, signore!" ripetei anch'io felice, per due motivi, perché mi faceva
piacere ridirlo dopo tanto tempo e poi ero contento di ubbidire finalmente
a qualcuno. Fabio avrebbe conosciuto presto la mia disciplina.

Avevo avuto un maestro perfetto e mi era venuta già qualche idea.

Finalmente Braschi se ne andò e restammo soli.

Fabio non si mosse finché non sentì la macchina allontanarsi e risalire la
collina, scomparendo dietro il promontorio, solo allora alzò la testa per
guardarmi. Era un'altra persona, non il Fabio che avevo conosciuto in quei
giorni. Il monello un po' sadico e arrapato, adesso era un bambino
spaventato e smarrito.

Anch'io ero cambiato in quel pomeriggio d'estate, un vento forte aveva
spazzato la nebbia che avvolgeva Torino ed io vedevo il Politecnico
finalmente avvicinarsi.

Allargai le braccia e lui corse a rifugiarsi da me che improvvisamente
riconosceva come più alto e più forte, oltre che più vecchio di lui, capace
di consolarlo. Lo accarezzai tra i capelli, mentre si lasciava andare e
piangeva affondandomi la faccia nell'incavo del collo. Le mie mani scesero
a sfiorargli le spalle e poi più giù fino alla pelle morbida e sensibile
del culo che doveva fargli molto male, perché si irrigidì al mio tocco che
pure fu assolutamente gentile.

Continuai ad accarezzarlo e lui me lo lasciò fare.

"Adesso cambia tutto, vero?" chiese borbottandomi sul collo.

"Credo di si" feci io, mentre i nostri uccelli duri erano schiacciati uno
contro l'altro "ma quando sarai stato promosso potrai tornare ad essere il
mio padrone, te lo prometto!"

"Davvero? Me lo giuri?"

"Si, te lo giuro, ma fino ad allora sarò io a comandare, cioè mi sforzerò
di farlo! Ma è per il nostro bene, lo sai, no?"

"Me lo giuri?" ripeté lui con la vocina lagnosa del bambino che era ancora.

"Ti ho detto di si!"

"Ti prego, Lorenzo, non voglio andare in Svizzera!"

A quel punto eravamo molto eccitati, anche per ciò che c'eravamo detti. Era
come se davanti ai nostri occhi si fosse aperto un nuovo mondo che
intendevamo esplorare e il primo passo stavo per farlo io.

Lo baciai sulle labbra, sul collo, poi lo feci voltare.

"Che fai?"

Prima di rispondere gli posai il cazzo sullo spacco del culo.

"Confermo la mia autorità" dissi serio.

"Cioè?" fece lui cercando di divincolarsi, senza molta convinzione. Lo
tenni fermo facilmente.

"Adesso sarò io a sverginarti e tu sarai il mio schiavo."

"Mi farai male?"

Mi ricordai della mia prima volta, di Raffaele che me lo spingeva dentro
senza neppure bagnarlo, sfruttando solo il nostro sudore e pensai che avrei
dovuto farlo allo stesso modo, per renderlo più efficace, più importante
nella sua memoria.

"Solo quello che sarà necessario" dissi e abbassai il cazzo facendolo
scivolare dentro lo spacco, fino a trovare il buco. Perfino quel movimento,
lo strofinio leggero della cappella lungo il solco, sulla pelle sensibile
che aveva appena preso diciotto cinghiate, gli procurò dolore e lui tentò
di sottrarsi un'altra volta, ma io lo tenni fermo.

Per fortuna c'era abbastanza sudore tra noi. La giornata era molto calda e
poi Fabio era ancora madido per tutti i movimenti fatti mentre riceveva le
frustate, io ero già bagnato per l'eccitazione. Era la prima volta per
entrambi e a me tremavano le mani, Fabio era scosso da brividi
d'inquietudine, forse di desiderio, di paura.

Con la cappella posata contro il buco spinsi leggermente e lui trattenne il
fiato, spinsi ancora.

"Rilassati" dissi piano, accarezzandolo, cercando di calmarlo "allarga un
po' le gambe."

Alleggerii la pressione e spinsi ancora. Questa volta la cappella scivolò
oltre la barriera.

Lo sentii espirare e gli sfuggì un lamento. Mi fermai per farlo adattare
all'intrusione, poi spinsi ancora e ancora, finché non gli fui tutto
dentro.

Sfruttai i miei ricordi e la tecnica di Raffaele mi soccorse, non facendomi
accelerare il ritmo. Mi calmai e cominciai a scoparlo, mentre muovevo le
mani sul suo torace, sulla pancia, sui peli del pube, finché gli presi
l'uccello che sobbalzava a ogni mio colpo.

"Sto per venire, Lorenzo" mi disse lui con il fiato corto,
sorprendendomi. Non mi aspettavo che la cosa lo eccitasse tanto, poi mi
ricordai di me stesso, dell'eiaculazione spontanea che ebbi quella prima
volta e quasi tutte le altre volte in cui Raffaele mi aveva inculato.

"Dopo che sarai venuto, ti farà più male!" l'ammonii.

Lo sentii come raccogliersi su se stesso, in attesa della sofferenza. Mi
parve inerme, indifeso, incapace di opporsi al destino, alla propria
eccitazione che in quel momento era incontenibile e lo spingeva oltre la
soglia di un orgasmo, dopo il quale gli avevo preannunciato sofferenza.

Mi fece improvvisamente un'immensa tenerezza, ma sapevo che quello non era
il momento di essere gentile. Dovevo affermare la mia autorità su di lui,
per il nostro bene.

Lo sentii subito sborrare, le contrazioni del culo attorno al mio uccello
mi fecero quasi arrivare, ma resistei, finché si fu calmato, poi lo feci
piegare e abbassare fino a mettersi a quattro zampe e allora lo scopai come
faceva Raffaele con me, come piaceva a me, senza soffermarmi a pensare a
lui, senza pietà. Per la prima volta ero io a dare, non ero la parte
ricevente e trovai tutto questo molto erotico.

"Ti sto scopando come fanno i cani" gli dissi in un orecchio, abbassandomi
su di lui e rallentando il ritmo della scopata, che subito ripresi,
tenendolo per i fianchi "e lo faccio, perché sono il tuo padrone! Lo
capisci questo?"

"Si..." mormorò.

Lo sculacciai su una coscia e lui urlò, la pelle era troppo sensibile.

"A me devi dire `si, Lorenzo' oppure, come fai con tuo padre, `si,
signore'. Capisci?" e gli detti un'altra sculacciata forte, per
sottolineare l'importanza delle mie parole, mentre continuavo ad incularlo
ritmicamente, ancora più eccitato dal ricordo che quelle parole suscitavano
in me "Si, signore!" ripetei, più per mio beneficio che per il suo.

Stavo ripetendo quello che Raffaele aveva fatto a me, ma per un più nobile
scopo, per farmi arrivare a Torino.

"Si, signore, Lorenzo, si" fece lui ricominciando a piangere, mentre io lo
inculavo con più forza.

La sua sottomissione fu totale, com'era stata la mia a Raffaele e a lui
stesso qualche giorno prima.

Lo abbracciai da dietro e lo baciai sulla nuca, di lato sul collo, mentre
mi lasciavo andare, perdendomi dentro di lui. I suoi singhiozzi mi fecero
volare oltre il limite e lo riempii di sborra. Per essere la mia prima
inculata, diciamo dall'altro lato della tavola, mi ero comportato bene e il
mio nuovo ruolo mi stava già piacendo.

Scivolammo per terra, lui sul pavimento freddo, di ceramica, io sopra, sul
suo corpo morbido e palpitante, fremente di dolore e di
eccitazione. Sentivo il suo cuore battere e gli stessi battiti riverberarsi
al culo sensibile per le cinghiate e dentro allo stesso culo in cui adesso
il mio uccello fluttuava nella sborra che gli avevo scaricato dentro. Con
la mano gli cercai il cazzo che era schiacciato sotto di lui, ma ancora
duro.

Nonostante tutto gli stava ancora piacendo.

"Se sarai un bravo bambino" gli mormorai proprio nell'orecchio, sicuramente
facendogli il solletico, ma lui non si sottrasse, né al mio fiato caldo, né
alle carezze "e se non mi farai incazzare, questo..." e gli detti un colpo
dentro al culo, con l'uccello non ancora ammosciato "questo sarà il tuo
premio ogni sera e anche più di una volta al giorno. E questo" gli strinsi
l'uccello duro che tenevo in mano "potrà continuare a funzionare, ma se
durante la giornata sarai stato cattivo, ti punirò severamente. E ti
prometto che questo"

gli strinsi un'altra volta l'uccello "lo userai solo per pisciare fino a
che starai qua! Tuo padre vuole vederti il culo e io non lo
deluderò. L'unico modo che avrai per evitare che sia ogni giorno più rosso,
sarà di studiare e imparare quello che non hai imparato durante l'anno."

Lo sentii irrigidirsi sotto di me.

"Prometti di non farmi male" piagnucolò.

"Ti darò solo quello che ti meriti e non sarà facile, Fabio, fare in due
mesi quello che non hai fatto in un anno, ma ci riusciremo, perché io ti
aiuterò!"

Mi alzai sfilandomi da lui. Guardai per terra, sotto di me, il suo corpo
adagiato mollemente sul pavimento, il culo crudelmente rosso, le spalle e
le cosce abbronzate, una gamba piegata, il respiro ancora un po' agitato,
il capo posati di lato, gli occhi a cercare la mia espressione,
l'approvazione a che potesse alzarsi.

Gli tesi la mano e fu subito tra le mie braccia.

"Ti voglio bene, Lorenzo, mi dispiace di essere stato cattivo con te!"

"Anch'io ti voglio bene e se sarò cattivo, lo farò solo perché ti voglio
bene!" dissi "Vai nel bagno adesso e lavati per bene."

"Si, Lorenzo!"

Lo seguii nel bagno e lui mi guardò confuso.

"D'ora in poi non avrai nessun momento per stare da solo. Tutte le volte
che vorrò, tu dovrai farmi vedere quello che stai facendo. Adesso voglio
vedere come ti lavi e ti pulisci, ma prima siediti sul cesso e svuotati
della mia sborra!"

Sentirmi dire queste cose lo fece inorridire, nonostante la nostra
promiscuità, avevamo quasi sempre rispettato i nostri momenti da soli nel
bagno.

"Lorenzo..." fece lui piangendo.

"Vuoi che ti sculacci ancora?"

"No, ti prego, no!"

"Allora, fai come ti dico. Siediti là!" e lui lo fece, mettendosi
ubbidiente sul cesso, dove si liberò con qualche rumore e facendo un paio
di smorfie di dolore, poi passò sul bidè, dove si lavò accuratamente.

"Ispezione!" dissi con una certa enfasi, mentre si alzava.

Mi guardò sorpreso.

"Si, Fabio, questa è un'altra novità, quando mi sentirai dire `ispezione'
dovrai fermarti dovunque sei, calarti i pantaloncini e metterti
sull'attenti in attesa di ordini."

Raffaele era stato un buon maestro e, se mi avesse visto in quel momento,
sarebbe stato orgoglioso di me.

Lui si mise subito diritto. Lo feci piegare e gli guardai il culo che era
ovviamente molto arrossato, gliel'aprii e osservai il buco, anche quello
pareva infiammato. Lo sentii sospirare, poi si mosse a disagio, lo toccai
avanti e notai che ce l'aveva duro un'altra volta.

"TI sei lavato bene" dissi e lo sentii sospirare per il sollievo "e questo
uccello duro da dove viene?"

"Non lo so, Lorenzo" rispose lui preoccupato, arrossendo, un'altra volta
sul punto di piangere.

"Cosa ti è piaciuto di più?"

Abbassò la testa e mosse i piedi, era a disagio.

"Rispondi sempre alle mie domande, Fabio!"

"Cosa mi è piaciuto di più di cosa?"

"Come ti ho detto che devi rispondermi?  "Si, Lorenzo, oppure devo dire
`si, signore', no?"

"Va bene. Per questa volta non ti punisco, ma è l'ultima volta. Da te
pretendo ubbidienza assoluta. È chiaro?"

"Si, Lorenzo!" rispose lui pronto, e abbassò la testa per quello che
ritenni un segno di sottomissione.

"E quando ti dirò di metterti in posizione, farai esattamente come hai
sempre fatto con tuo padre. Hai capito?"

"Si, Lorenzo!"

"Adesso torniamo alla nostra domanda: perché hai l'uccello duro?"

L'aveva ancora così, anche se un po' meno dritto.

"Non lo so, Lorenzo" piagnucolò.

"Ti rifaccio anche la domanda di prima: qual è la cosa che ti è piaciuto di
più fare o essere fatto?"

Era chiaramente a disagio, muoveva i piedi e se ne stava con la testa
bassa, il mento schiacciato contro il petto.

"Se ti dicessi che l'ho duro anch'io" mi guardò subito davanti "potresti
trovare una risposta?"

"Si, Lorenzo."

"La sto aspettando."

"Tutto quello che mi hai fatto è stato... è stato... così arrapante. Posso
dire arrapante?"

"Si!"

"Ma perché me l'hai fatto tu!"

Adesso era completamente arrossito e le guance avevano assunto la
colorazione del suo culo.

"Vieni qua" gli dissi spalancando le braccia.

Lui corse a rifugiarsi in quell'abbraccio. Temevo che piangesse, invece mi
strinse forte anche lui, mi posò la testa nell'incavo del collo e se ne
stette così. Lo baciai tra i capelli.

"Non so se è così che succede" mi sussurrò lui, praticamente parlandomi
sulla spalla "ma io credo che... è la prima volta per me, ma forse sto per
innamorarmi di te. Posso innamorarmi di te,Lorenzo?."

"Certo che puoi" dissi ridendo "e ti do il permesso, perché anche a me
forse sta succedendo la stessa cosa."

"Cioè che tu... anche tu mi vuoi... bene? Davvero?"

"Si, Fabio, i grandi dicono che si amano ed io ti amo!"

"Siamo grandi noi?"

"Ci proveremo. Tu vuoi?"

"Se è con te, si! Proviamoci insieme. Eh, Lorenzo?"

Quella sera eravamo esausti, lui più di me. Dopo che ebbe lavato i piatti,
giacché io avevo cucinato la cena, mi chiese se potevamo andare a
dormire. Gli detti il permesso, perciò niente passeggiata sulla
spiaggia. Lui se ne andò a letto ed io rimasi a studiare per conto
mio. Quando mi venne sonno, lo raggiunsi e, nonostante il caldo, mi cercò
nel sonno e finimmo a dormire abbracciati, lui schiacciato contro di me, il
suo culo caldo, bollente per le cinghiate ricevute, premuto contro il mio
grembo, le braccia raccolte al petto, io che lo tenevo stretto a me e
pensavo a quanto l'amavo.

In realtà lo avevo amato dal primo momento in cui l'avevo visto, ne avevo
ovviamente ammirato il carattere autoritario, prepotente, crudele, perfino
sadico. Adesso amavo la sua debolezza, me ne ubriacavo. Davanti a noi
c'erano due mesi difficili, decisivi per entrambi, ma che ci avrebbero
formati.

Se alla fine il nostro legame fosse sopravvissuto, forse avremmo potuto
affrontare la vita insieme.

E poi pensai a come poteva essere cambiato tutto in così poco tempo, dove
si era nascosta, fino a quel momento, quella parte della mia natura che
adesso mi consentiva di dominare Fabio? Sarei mai tornato a essere
sottomesso? Questa era la mia più grande preoccupazione, perché temevo di
aver perso per sempre la possibilità di eccitarmi e godere durante i miei
esercizi di sottomissione. Peraltro, nel mio nuovo ruolo dominante, seppure
scoperto poche ore fa, non mi ero per niente annoiato. Assolutamente no!
Lo baciai sul collo prima di addormentarmi, Fabio mormorò qualcosa nel
sonno e si accomodò meglio nel mio abbraccio e in quel momento seppi che
avremmo trovato insieme la soluzione.


Il treno corre nella notte, sto andando a Torino ed è lui che sto andando
ad abbracciare, il mio piccolo schiavo, l'adorabile prigioniero della mia
anima che creai in quell'estate di sogno.


TBC


lennybruce55@gmail.com