Date: Sat, 16 Apr 2011 08:56:11 +0200
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L?estate di Lorenzo - Part 2 - Chapter 3

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.


Capitolo terzo -- Le abitudini cambiate

Stabilire una nuova routine fu abbastanza semplice e capire che l'alunno
Fabio Braschi non aveva fatto praticamente un cazzo per tutto l'anno
passato, lo fu ancora di più.

Mi chiedevo perchè non l'avessero bocciato completamente.

Nel corso di quell'anno non solo non aveva studiato per niente il latino,
per il quale aveva un'evidente antipatia, ma era riuscito a dimenticare
anche quel poco che aveva imparato in seconda e terza media.

Matematica, algebra e geometria, gli erano un po' meno estranee, ma le
aveva studiate poco. La situazione in italiano, invece, era sicuramente
meno grave, il ragazzo era in grado di esprimersi correttamente, conosceva
l'uso dei verbi e non sbagliava i congiuntivi, che è sempre un bel
vantaggio, quando si va a scuola. Era anche in grado di scrivere senza
commettere errori gravi. Non potendolo bocciare, visto che era figlio di
chi era figlio, forse l'avevano rimandato in italiano per punirlo e
rendergli difficoltoso il recupero.

Non avevano fatto i conti con me.

All'ora di pranzo del giorno successivo a quello che potremmo chiamare lo
scambio dei ruoli, dopo quattro ore di studio, avevo scandagliato
abbastanza le sue conoscenze per concludere che non sarebbe stato facile
ottenere il risultato che ci prefiggevamo.

E non era un bel progresso, perché questo lo sapevo già.

Torino, che la sera prima era riapparsa all'orizzonte, scomparve un'altra
volta avvolta dalla nebbia dell'ignoranza.

Lui, collaborativo e affatto ubbidiente, cercava di rispondere alle mie
domande come meglio poteva, ma non conoscendo gli argomenti non poteva
dirmi cose che non sapeva. Dargli una sculacciata per ogni risposta non
corretta gli avrebbe fatto passasse la mattinata sulle mie ginocchia e non
l'avrebbe fatto sedere più per una settimana, perciò pensai che non fosse
il caso.

Ci preparammo per l'interrogazione del pomeriggio, papà Braschi incombeva
con le sue minacce e lui mandò a memoria le declinazioni, al singolare e al
plurale, come aveva richiesto suo padre, in più gli feci imparare tutte le
eccezioni, ma su quelle saremmo tornati in futuro.

Nel pomeriggio cominciammo con la sintassi e là mi fece arrabbiare, perché
si era stancato e non prestava attenzione alle mie osservazioni. In tutta
la giornata non gli avevo dato neppure una sculacciata, non perché non ne
avessi avuto motivo, ma perché speravo di ottenere la sua attenzione e non
solo per paura. Nella mattinata aveva funzionato, nella calura del
pomeriggio estivo molto meno.

Prima che fosse l'ora dell'arrivo del dottore, ritenni opportuno
sculacciarlo. Un po' per dimostrare a Braschi che avevamo lavorato, visto
che quello sarebbe stato il suo metro di giudizio per i prossimi giorni, un
po' perché me ne era venuta voglia. Il culetto di Fabio era una potente
calamita per me. Avevo diciassette anni e una certa carica sessuale da
liberare. Adesso poi avevo scoperto che l'altra metà della tavola era
ugualmente eccitante per me.

Alle cinque, prima che facessimo una pausa per la merenda, dopo un
complemento oggetto, finito tra i soggetti, cioè un accusativo allegramente
scambiato per nominativo, mi alzai in piedi e dissi la parola magica che da
quel giorno in poi per Fabio avrebbe significato il preludio al castigo.

"Ispezione!"

L'uccello mi diventò duro nel momento in cui pronunciai la parola. Fabio mi
guardò sorpreso, non perché non sapesse di avere sbagliato, ma perché
gliene avevo fatte correre già tante che ormai si riteneva al sicuro.

"Dai, Lorenzo, ti prego..."

"Fabio..." dissi e bastò il mio tono, il mio cipiglio per farlo scattare in
piedi e abbassarsi il costume da bagno alle caviglie.

Lui assunse la posizione corretta ed io gli girai attorno. Aveva l'uccello
moscio e mi seguiva con lo sguardo, non era spaventato, forse gli era
tornato un po' di carattere e questo mi fece apprezzare di più la sua
sottomissione. Il culo era ancora un po' rosso per le cinghiate del giorno
prima e glielo accarezzai, poi gli misi la mano sulla spalla per farlo
abbassare, cosa che lui fece senza resistere.

"Allargati il culetto!"

"Come?"

Ed ebbe la prima sculacciata "Ahi! Perché?"

Arrivò la seconda.

"Non devo avere un buon motivo per sculacciarti, Fabio" dissi e gliene
detti un'altra, mentre lui continuava a stare piegato e a ricevere i miei
colpi, senza cercare di sottrarsi "e poi ti ho già detto come ti devi
rivolgere a me."

"Si, Lorenzo, scusami, ma mi hai chiesto una cosa che non mi... cioè una
cosa... che non so... se la devo fare."

"Allargarti il culetto?"

"Si, Lorenzo!"

"Voglio vedere se ti sei lavato bene. Hai fatto la cacca stamattina?"

"Io?"

Un'altra sculacciata che, essendo inaspettata, gli fece quasi perdere
l'equilibrio, ma lui riuscì a ricomporsi e a tornare nella posizione in cui
volevo che stesse.

"Si, Lorenzo..." disse con la voce di quando era imbarazzato, bassa, seria,
con l'accento torinese più marcato.

Senza che lo chiedessi ancora, con le mani tremanti, si allargò le natiche
e io mi abbassai un poco ad ispezionargli il buco che mi parve pulito. Gli
passai sopra un dito e lo odorai, era meno pulito di quello che
sembrava. Lo feci odorare anche a lui che fece per scostarsi, allora glielo
strofinai sotto il naso.

"La prossima volta lo leccherai, Fabio, per il momento ti sculaccerò
soltanto!"

Andai a sedermi sul divano, gli indicai di avvicinarsi e lui lo fece con
sufficiente prontezza, per quanto glielo consentiva il costume abbassato
alle caviglie.

Adesso aveva l'uccello duro. Lo presi proprio per l'uccello e tirai fino a
farlo mettere sul mio grembo.

"Me ne darai tante, Lorenzo?" disse lui con la voce più tenera, delicata,
arrapante che gli avessi mai sentito usare.

"Solo quelle che ti sei meritato!"

Lui fece di si con la testa e si rilassò su di me, l'uccello sempre duro,
schiacciato contro la mia coscia nuda.

Gli accarezzai il culo e lo sentii sospirare.

"Le prima cinque saranno per la mancanza di attenzione nel
pomeriggio. Dominum è accusativo e maschile, non un nominativo neutro. Il
nominativo è dominus. È chiaro?"

"Si, Lorenzo!"

"Questo errore vale altre cinque sculacciate!"

Gliele detti quindi dieci, ma senza infierire e il culo gli si
arrossò. Braschi padre sarebbe stato soddisfatto, fra il culetto rosso del
figlio e le risposte giuste alle domande che avrebbe fatto.

"Le ultime cinque che stai per avere, te le do, perché stamattina non ti
sei lavato bene."

Alla fine era quasi in lacrime, ma non piangeva. Se ne stette a strusciarsi
l'uccello duro contro la mia coscia, mentre io gli accarezzavo il culetto.

"Fabio, non azzardarti a sborrare" l'ammonii "se lo fai, sarò costretto a
punirti molto più severamente!" fu bravo e si fermò controllando
l'eccitazione "La sborrata è un premio. Credi di averlo meritato?"

"No, Lorenzo!" ammise sconsolato.

"Alzati e rivestiti!"

Facemmo merenda e poi tornammo a studiare. Braschi ci trovò chini sui libri
e, per dimostrargli che non c'eravamo messi là solo per farci trovare così,
cominciai a fare domande a Fabio, il quale rispose prontamente recitando
tutte le declinazioni, al singolare e al plurale.

"Hai dovuto punirlo?" mi chiese il papà.

"Si, una volta sola, poco prima che lei arrivasse, perché aveva cominciato
a distrarsi."

"Vediamo!"

E Fabio velocemente si abbassò il costume per mostrare il culetto rosso al
padre. Braschi assentì soddisfatto.

"Continua così, Lorenzo" disse, dandomi una pacca sulle spalle e
accarezzando la guancia del figlio che si era raddrizzato, ma non aveva
osato coprirsi "domani vi porterò un gelato. Va bene?"

"Si!" dicemmo insieme, io e Fabio, e poi scoppiammo a ridere.

Nei giorni successivi perfezionammo la nostra routine che non era per
niente complicata. Ci svegliavamo alle sette, alle otto in punto eravamo
sui libri. Affrontavamo insieme un argomento che poi lui studiava, mentre
io mi dedicavo alle mie letture e ai miei studi. In quei giorni stavo
approfondendo le mie conoscenze di zoologia ed etologia. Era un argomento
al quale mi ero appassionato guardando con mio padre i documentari in
televisione. Alle undici e mezza ce ne andavamo in spiaggia, nuotavamo e ci
rinfrescavamo. Alle dodici e mezza rientravamo in casa ed io preparavo il
pranzo. Fabio lavava i piatti e riordinava, mentre io leggevo. Quando
finiva, si accoccolava vicino a me e si appisolava, appoggiandomi il capo
sulla spalla. Alle tre riprendevamo a studiare fino all'arrivo del dottor
Braschi intorno alle sei.

Facevamo anche una merenda, ma senza sospendere lo studio.

L'atteggiamento di Fabio era di totale sottomissione, tanto che non lo
punii per qualche giorno. Dopo il primo giorno, suo padre non gli controllò
più il sedere, io non lo ispezionai più, né fu più necessario farlo mettere
in posizione per qualche sculacciata.

In genere Braschi si tratteneva una mezz'ora, chiacchierando con Fabio e
con me. Era un uomo molto colto ed era piacevole conversare con lui. Quando
se ne andava, in genere promettendo di portarci qualcosa di buono per il
giorno successivo, aspettavamo di sentire allontanare la macchina, poi
Fabio mi abbracciava e mi chiedeva se per quel giorno si era comportato
bene.

Quel primo giorno, dopo l'ispezione del padre al suo culetto, anche dopo
che Braschi era andato via, Fabio era rimasto a capo chino al centro della
stanza.

"Sei triste, Fabietto?" gli dissi, perché vederlo così intristiva anche me
e perché l'amavo.

"Si, Lorenzo!"

L'avevo abbracciato stretto e lui aveva cominciato a piangere quietamente
sulla mia spalla. L'avevo lasciato fare, mentre gli accarezzavo la
schiena. Mi aveva stretto forte anche lui.

"Perché sei triste?"

"Non so se sono stato bravo, se tu sei deluso. Mi sono comportato bene,
Lorenzo?"

"Certo, sei stato bravissimo, hai imparato le declinazioni in un giorno
solo!"

"Ce la farò? Credi che ce la farò? Non voglio andare in Svizzera, Lorenzo!"
e cominciò a singhiozzare.

"Non ci andrai!"

"Non voglio andare in Svizzera" ripeté, mentre io non smettevo di
accarezzarlo "voglio stare con te!"

"Ti prometto che non ci andrai!"

"Mi aiuterai, vero, Lorenzo? Resteremo insieme?"

"Si, si" e lui cominciò a baciarmi sul collo, avvicinandosi alla mia bocca,
in quel momento mi resi conto che eravamo eccitati tutti e due.

Ci baciammo con la lingua, per un po', finché non fummo costretti a
riprendere fiato.

"Mi fai come hai fatto ieri?" mi mormorò nell'orecchio, mentre strofinava
l'uccello duro contro il mio e si strusciava su di me, incapace di
contenere l'eccitazione. Da come aveva calda la guancia, capii che doveva
essere arrossito.

"Si dice fare l'amore, Fabio" dissi io non meno emozionato "e oggi faremo
l'amore, perché sei stato bravo e ti meriti un premio. Se fossi stato
cattivo, ti avrei scopato lo stesso, perché mi fai arrapare, ma oggi faremo
l'amore!"

"Possiamo fare l'amore, Lorenzo, per favore?" disse lui allora ed io lo
accontentai.

Lo facemmo là, senza staccarci uno dall'altro. Senza neppure interrompere
il nostro bacio, lo spinsi sul divano e mi stesi sopra di lui, riuscii a
liberarmi dei calzoncini da bagno e cominciammo a strusciare gli uccelli
uno contro l'altro. In troppo poco tempo lo sentii ansimare e mi bloccai,
perché il suo piacere sarebbe stato il mio. Mi spostai in basso e, posate
le ginocchia sul divano, gli allargai le gambe sollevandole. Era esposto a
me, offerto alla mia voglia che era incontenibile. Gli posai la punta
dell'uccello sul buco e spinsi. Ma gli avevo detto che avremmo fatto
l'amore. Se fosse stato cattivo avrei continuato a spingere, ma era stato
più che diligente. Lo stavo ancora baciando, le nostre labbra erano unite,
sigillate, perciò dovevo fare senza saliva, continuare a spingere, senza
fargli male. Occorse tanta pazienza e tanto controllo, ma alla fine,
aiutato dal sudore e dalla tenacia, superai l'ostacolo del suo buchetto,
infilandogli la cappella. Lui s'irrigidì tra le mie braccia, la bocca si
contrasse, contro le mie labbra, ma non si staccò neppure allora, non si
sottrasse. Lentamente si rilassò e mi consentì di penetrarlo più a
fondo. Spinsi e mi ritrassi e lui mi seguì in ogni mio movimento, finché
non gli fui tutto dentro. Ero sopra di lui, lo tenevo per le spalle, le
nostre bocche sempre unite, il mio uccello lo penetrava completamente.

Era anche il momento per guardarci negli occhi. Interruppi il nostro bacio,
mi allontanai leggermente e lo fissai.

"Questo è fare l'amore?" mi chiese lui con voce sognante.

"Si, bimbo, è così!"

"Vorrei che durasse per sempre!"

"Ci proveremo. Tu vuoi restare con me per sempre?"

"Si, Lorenzo" fece lui e richiuse gli occhi.

Mi mossi lentamente dentro il suo culetto stretto, spingendomi fin dove
potevo, poi mi ritraevo quasi tirandolo fuori. Una volta la cappella
sgusciò fuori dal buco e Fabio sgranò gli occhi. La appoggiai e tornai
dentro di lui, facendogli un po' male, mi abbassai fino a baciargli le
labbra strette. Il suo sguardo era impagabile, di riconoscenza, di amore,
le guance bagnate di lacrime, la bocca atteggiata a un sorriso contento, il
volto esprimeva serenità.

Accelerai il ritmo dei miei movimenti e la sua espressione cambiò. Spingevo
forte e dentro di lui sorgeva la necessità del piacere, il desiderio
montava, esattamente com'era per me.

Prendendolo per le spalle, lo attirai a me, lo sollevai. Finii seduto sul
divano, lui sopra di me, le gambe larghe a circondarmi i fianchi. Quando si
rilassò, scese ancora, impalandosi sul mio uccello. Gli scappò un urlo e il
piacere lo travolse. Cinque, sei spasmi lo sconvolsero, mentre spruzzava la
sborra sul suo e sul mio petto, colpendomi il mento, schizzandosi sulla
guancia.

I suoi spasimi furono i miei e lo riempii di sborra.

Quando ci calmammo, restammo abbracciati, lui cercò istintivamente di
sfilarsi, ma lo tenni su di me. Gli strinsi le braccia, schiacciandole
contro il corpo.

"Sei mio prigioniero" gli dissi e gli consentii di sollevarsi solo un poco,
per alleviare il fastidio del mio uccello che gli premeva dentro il ventre.

Lui non mi resisté, rilassandosi, lasciandosi coccolare, baciandomi sul
collo, abbassando la testa per baciarmi sulla bocca. Riprendemmo il nostro
lungo bacio, giocando con le nostre lingue.

Da quel giorno il divano ospitò il nostro amplesso pomeridiano. Dopo
correvamo nudi in spiaggia a lavarci nel mare.

Cenavamo sempre nudi e dopo aver rassettato, passeggiavamo mano nella mano
sulla sabbia, finché Fabio cominciava a sbadigliare. Ce ne tornavamo nella
villa e, dopo aver fatto la doccia, Fabio andava a dormire. La doccia era
stata una mia imposizione, per toglierci il sale di dosso. Gli davo il
bacio della buonanotte prima che si addormentasse e me ne andavo nell'altra
stanza a studiare per conto mio.

Io dormo al massimo quattro ore a notte, per il resto leggo e studio,
memorizzo e organizzo nozioni nella mia mente. So che può sembrare noioso,
ma a me piace così. Le notti della prima settimana trascorsa alla villa
erano state le peggiori della mia vita. L'atteggiamento autoritario di
Fabio era eccitante e mi piaceva, ma il mio unico rammarico era di non
poter studiare come desideravo. Lui pretendeva che fossi sempre a sua
disposizione e di notte mi voleva sempre a portata di mano per potermi
inculare quando gli andava.

Adesso che comandavo io, lo raggiungevo quando mi pareva. Lui andava a
dormire poco dopo le dieci, io alle tre. Fabio è abituato a dormire su un
fianco, anch'io faccio così, perciò, quando arrivavo nel letto, mi mettevo
dietro di lui, adattandomi alla sua posizione. Per quanto piano facessi,
pareva che mi sentisse, perché mormorava sempre qualcosa e si avvicinava in
modo che i nostri corpi aderissero e il mio uccello ovviamente duro gli
finisse lungo lo spacco del culo.

Quella prima notte fu di modello a tutte le altre.

"Non mi abbracci?" disse con la voce piena di sonno.

Lo feci subito, passandogli un braccio sotto il corpo e posandogli l'altro
contro il torace. Lo strinsi per poi rilassare la presa.

"Ti prego, stringimi!"

Feci anche quello, poi lui mi prese l'uccello e lo spostò fino a puntarselo
contro il buco.

"Vuoi fare l'amore con me? Non sono stato cattivo oggi, vero?"

"No, bimbo, non sei stato cattivo, ma adesso devi dormire!"

"Ti prego, Lorenzo, solo per cinque minuti!" e nel dirlo spinse
all'indietro lasciandosi infilare.

La cosa non mi dispiacque e non mi sottrassi. Lo possedetti dolcemente con
gli occhi già chiusi, poi li strinsi di più e mi parve di tornare nella
tenda, al campeggio. M'immaginai nello spazio ristretto, dentro il sacco a
pelo, i nostri corpi schiacciati uno contro l'altro e Raffaele che faceva
l'amore con me, solo che questa volta ero dall'altra parte e non era meno
eccitante.

Non ci misi molto a venire, immediatamente dopo che lui depositò il suo
seme nella mia mano. Ci addormentammo così. La mia mano bagnata stretta
attorno al suo pisello che restò duro, l'altro braccio a cingergli il
fianco, il mio corpo modellato dietro al suo, ginocchia contro le
ginocchia, le mie labbra sulla sua nuca, il mio uccello dentro di lui per
tutta la notte.

E così anche l'amplesso notturno entrò nella nostra routine.

Sono sempre stato in grado di decidere l'ora in cui devo svegliarmi e alla
villa, ogni mattina, alle sette, questo accadeva puntualmente.

Nella notte entrambi ci muovevamo molto e non accadde mai che mi svegliassi
con l'uccello dentro di lui.

Appena aperti gli occhi, mi avvicinavo e lo svegliavo con un bacio, lui
borbottava qualcosa e cercava di tornare a dormire, io gliene davo un altro
e continuavo così finché non ottenevo la sua attenzione.

Ricambiava il mio bacio e finalmente si alzava, senza discussioni.

L'idea di dargli cibo masticato da me mi venne una sera della seconda
settimana, mentre leggevo un manuale di antropologia che il dottor Braschi
aveva trovato su mia richiesta. Il televisore non l'avevamo ancora avuto,
ci veniva promesso di settimana in settimana, io però, all'insaputa di
Fabio, ero d'accordo con suo padre che non ce lo portasse mai. Stavamo bene
così.

Braschi si era comunque offerto di procurarmi tutti i libri che avessi
desiderato e che ritenessi utili non solo alle nostre lezioni, ma alla mia
cultura. Uomo incauto! Durante quelle settimane lo subissai di richieste e
a ogni libro che gli chiedevo, sgranava gli occhi, salvo poi portarmelo
dopo qualche giorno.

Il manuale di antropologia non aveva niente a che vedere con latino,
matematica e italiano, ma era ciò che volevo studiare in quel momento e lui
me l'aveva trovato. Scoprii che è comune tra gli uccelli alimentare i
piccoli nel nido con cibo già digerito dalla mamma, alle volte anche dal
padre. Accade anche tra i mammiferi, tra le scimmie e accadeva nella
preistoria anche tra gli esseri umani. La mamma cedeva al figlioletto,
ancora incapace di digerire, il cibo già masticato, e questo, secondo una
recente teoria, è anche l'atto considerato all'origine del bacio.

Così mi venne l'idea.

Volevo creare un legame più forte con Fabio, farlo dipendere totalmente da
me, come aveva già fatto Raffaele, anche se in modo meno netto, volevo
costringerlo a credere totalmente in me e l'idea di cibarlo dei miei
bocconi, privandolo della capacità di portarseli alla bocca, mi parve
adeguato e utile al mio scopo.

Per pranzo preparai solo un piatto di pasta, per quanto grande il doppio
del solito. Cucinavo sempre io, perché lui in cucina era assolutamente
inetto, io invece avevo letto qualche manuale di ricette e me la
cavavo. Fabio non si spiegava perché non avessi fatto un piatto anche per
lui, giacché quella mattina aveva studiato regolarmente, imparando ciò che
doveva. Non poteva essere una punizione.

"Oggi mangerai solo cibo che io avrò masticato. Accetterai il cibo da me?"

"Ehi... ma sei pazzo?"

Sbagliava raramente, ma ogni tanto sbagliava, dimenticando la risposta
corretta alle mie domande.

"Mettiti in posizione!"

Sgranò gli occhi, ma non discusse l'ordine, si abbassò i calzoncini e gli
slip che indossava e andò a mettersi sul bracciolo del divano col sedere
per aria. Erano due giorni che non lo sculacciavo e il sedere era tornato
ad avere una colorazione naturale.

"Mi hai disubbidito un'altra volta, quante credi che dovrei dartene?"

"Sono due giorni che non mi sculacci!" fece lui con la testa bassa,
appoggiata sul cuscino del divano.

"Ho fatto passare troppo tempo?" e gli detti una sculacciata leggera.

"Ahi!"

"Quante dovrei dartene?" ripetei.

"Cinque?"

"Sono troppo poche" dissi ridendo.

"Dieci?" e notai che si stava strusciando contro il bracciolo del
divano. Il porcellino era eccitato.

"Ti piace essere sculacciato, Fabio?"

"Almeno quanto a te!" rispose pronto, ma fu troppo pronto e certamente
irrispettoso.

"Vai a prendere la cinghia" dissi io gelido, cercando di nascondere il
sorriso e l'eccitazione che provavo.

"Si, Lorenzo" questa volta la risposta fu esitante e molto più deferente.

Si alzò subito e vidi che non aveva più l'uccello molto duro. La paura
delle cinghiate aveva fatto miracoli. Io invece l'avevo sempre duro, ma
potevo permettermelo, perché ero io a comandare questa volta.

Mi consegnò la cinghia con mani tremanti, poi tornò a mettersi prono sul
bracciolo del divano.

Gli diedi sei cinghiate, feci in fretta, cercando di non mettere troppa
forza nei colpi, ma lo feci piangere ugualmente. Quando ebbi finito, gli
accarezzai il culetto rosso e poi la spalla. Lui non si alzò finché non gli
detti il permesso. E ce l'aveva duro un'altra volta. Restò in piedi al
centro della stanza, gli feci cenno di avvicinarsi e lui corse a rifugiarsi
tra le mie braccia.

"Mi dispiace" sussurrò, mentre lo baciavo sul collo "mi... mi vuoi ancora
dare il cibo dalla tua bocca?" chiese timidamente.

"Si, Fabio" dissi continuando ad accarezzargli il culetto e a cullarlo.

Adesso eravamo entrambi eccitati.

Il nostro rapporto era complesso, da professore e alunno ribelle, a padrone
e schiavo, avendo origine da un rovesciamento di ruoli e con la
complicazione che adesso lo amavo follemente. Del suo sentimento non ero
ancora completamente certo, ma sapevo che non aveva paura di me e,
considerato quello che gli stavo facendo, doveva essere perché forse mi
amava anche lui. Di questo avevo un'esperienza diretta molto importante, io
stesso avevo amato Raffaele sottomettendomi a lui senza compromessi.

Mi sedetti a tavola e gli feci cenno di mettersi sulle mie ginocchia. Lui
mi passò il braccio attorno alle spalle e attese. Arrotolai la prima
forchettata di spaghetti che erano diventati un po' freddi, ma erano ancora
mangiabili. Me la portai alla bocca, la masticai un paio di volte poi mi
avvicinai alle sue labbra. Le aprì un po' esitante, ma accettò il bolo di
cibo che gli passai, lo masticò con gli occhi chiusi e l'ingoiò. Mangiammo
così tutti gli spaghetti, una forchettata ciascuno, alternandoci a chi
dovesse ingoiarla. Alla fine mi baciò sulla bocca. Mentre mangiavamo, aveva
raramente aperto gli occhi e il suo abbraccio si era fatto sempre più
forte, più serrato.

Ci fissammo, poi lui mi leccò le labbra pulendole dei residui di sugo.

"Grazie" gli dissi io.

"Ti amo, Lorenzo!" fece lui e mi strinse ancora più forte.

Mangiammo allo stesso modo anche la frutta. Sbucciai due pesche. Le
addentavo, masticavo un po' il boccone, poi gli passavo la polpa. Alla fine
mi succhiò le dita, leccando il succo del frutto e ci scambiammo un lungo
bacio.

"Rassetta e raggiungimi sul divano" ordinai.

Quando ebbe lavato tutto e sistemato la cucina, venne a sedersi accanto a
me. Gli raccontai di come gli uccelli cibano i propri piccoli e questo lo
commosse.

"Voglio restare il tuo pulcino per sempre" disse con le palpebre
appesantite dalla calura del pomeriggio e con un sorriso beato sulle
labbra. Si addormentò abbracciandomi, mentre lo accarezzavo e lo cullavo.

Quella sera a tavola mi chiese di sedersi a cavalcioni sulle mie gambe, in
modo da mettersi di fronte a me.

"Così ti posso baciare" disse, ma aveva in mente qualcosa, glielo leggevo
negli occhi. Infatti, un momento prima di sedersi, si sfilò gli slip
restando nudo. L'aveva duro un'altra volta, nonostante avessimo fatto
l'amore poco prima.

"Ti dispiace se mangiamo così? Posso abbassare i pantaloncini anche a te?
Ti prego..." e nel dirlo lo stava già facendo, poi si sedette come aveva
detto, eravamo entrambi nudi ed eccitati, con gli uccelli che si toccavano
fra le nostre pance. Dopo i primi bocconi scambiati lui mi abbracciò.

"Ho pensato che se mi comporto bene durante la giornata e se tu ne hai
voglia, la sera, mentre mangiamo, potremmo anche..." e mosse il bacino
contro il mio strusciando il pisello duro sulla mia pancia "se tu me lo
vuoi mettere... eh, Lorenzo? Mentre mangiamo? Ti prego, Lorenzo... me lo
metti?"

Voleva che lo penetrassi, mentre lo cibavo. Era una cosa veramente
eccitante e anche tenera e affettuosa. Chissà perché, mi venne in mente
Raffaele, cosa ne avrebbe pensato se ci avesse visti così?  Sono convinto
che gli sarebbe piaciuto e che avrebbe apprezzato quanto avanti avessi
portato i suoi insegnamenti.

Feci alzare Fabio quel tanto che bastava a puntargli l'uccello contro il
buco e lo feci risedere lentamente, solo che questa volta aveva il mio
cazzo dentro, infilato molto in profondità. Il buco era forse ancora
allargato dal nostro amplesso di un'ora prima e lui fu subito a suo agio.

"Sei sicuro che non ti faccia male? Questa non è una punizione."

Teneva gli occhi chiusi, mentre cercava di adattarsi all'intrusione, faceva
piccoli movimenti, si sollevò leggermente, con entrambe le mani si allargò
il culetto e poi si abbassò un'altra volta, infine mi sorrise e mi baciò
sulle labbra.

"Ho fame!" disse ridendo "Fammi mangiare... Lorenzo, ho fame, ho fame..." e
restò con la bocca aperta come un uccellino nel nido.

Quel pasto, quel lungo scambio di cibo fu l'azione più erotica che avessi
mai compiuto. Le nostre erezioni non scemarono per tutto il tempo in cui ci
cibammo.

Masticai ogni cosa più che a pranzo e quando gliela passavo, già ridotta in
poltiglia, lui la prendeva tra le labbra, raccogliendola con la lingua, la
assaporava e lentamente la ingoiava, quasi senza masticarla. Non si
allontanava dalla mia bocca, se prima non aveva deglutito tutto e lo faceva
solo per guardarmi e sorridere, i suoi occhi ridevano di contentezza e
tornava a baciarmi, il culetto sempre stretto attorno al mio uccello mi
dava brividi di eccitazione e doveva darne anche a lui, che ogni tanto
faceva lunghi respiri, raddrizzandosi improvvisamente, poi espirando
contento.

Alla fine, alla frutta, dopo l'ultimo boccone, eravamo senza fiato per
l'eccitazione. Lui aveva la punta dell'uccello tutta bagnata ed anch'io ero
sull'orlo dell'orgasmo.

"Posso venire, Lorenzo? Ti prego, non ce la faccio più!"

"Si, bimbo..." e mi mossi dentro di lui raggiungendo un orgasmo
incredibile, ma lui mi precedette, senza toccarsi, come se avesse levato un
blocco, appena gli disse che poteva, Lorenzo cominciò a schizzare.

Bagnandoci la pancia, il petto e il mento. Con le dita raccolsi il suo seme
che mi posai sulle labbra, perché lui lo raccogliesse e poi lo scambiasse
con me. Il bacio che ci demmo durò non so quanto, ma abbastanza perché ci
sentissimo tutti e due intorpiditi dall'immobilità ed avessimo bisogno di
cambiare posizione.

"Questo è stato... troppo, è stato il massimo" disse lui mentre si sfilava
da me e ridacchiava tutto contento "d'ora in poi voglio mangiare sempre
così! Per sempre! Eh, Lorenzo? Lo faremo sempre!" ripeté con la sicurezza
che può avere un adolescente quando pensa che tutto sia per sempre.

Appena l'ebbe detto mi guardò, cogliendo il mio sguardo di disapprovazione.

"Scusami, Lorenzo, mi dispiace... ti prego scusami" s'inginocchiò davanti
alla mia sedia e mi abbracciò ai fianchi "non mi punire ti
prego... scusami!" e mi baciò l'uccello che doveva odorare molto di lui, di
dov'era stato per almeno mezz'ora. Restò così con il capo chino sul mio
grembo in attesa della mia decisione.

Era stata una mancanza di rispetto e lui lo sapeva, ma si era scusato in
tempo, pensai. Decisi di perdonarlo.

"Noi due stiamo imparando a vivere insieme e stiamo cercando di fare il
meglio che possiamo. Accetto le tue scuse."

"Grazie, Lorenzo. Mi perdoni?"

"Si!"

"Lo rifaremo?" e fece la faccia furba.

"Solo se te lo meriti!"

"Allora cercherò di meritarmelo ogni sera!"

E, senza che glielo dicessi, si dette da fare a lavare i piatti, poi lo
sentii andare in bagno e decisi di seguirlo.

Era seduto al cesso per liberarsi del mio sperma, ma stava anche facendo la
cacca. Colsi sulla sua faccia quell'espressione di sforzo così intima. Lui
mi vide e arrossì, fece per dirmi qualcosa, poi decise di tacere.

Tornò a concentrarsi e finalmente riuscì nel suo intento. Lo vidi pulirsi
il culo e poi tirare lo sciacquone. Era sempre nudo e mi dette le
spalle. Mi avvicinai a lui e lo abbracciai da dietro, lo baciai sul collo.

Improvvisamente mi resi conto di essere eccitato un'altra volta, la terza
in poche ore. Stavo diventando un maniaco sessuale? Gli posai l'uccello
duro sullo spacco, glielo feci sentire. Se si fosse sottratto, non l'avrei
forzato, ma lui si sporse indietro, stringendomi l'uccello contro la
pancia.

Mi abbassai per allinearlo contro il buco che era ancora molto dilatato e
lo penetrai facilmente. Si appoggiò a lavandino per contenere le mie spinte
che si fecero sempre più insistenti. Durò parecchio e fu una scopata
inflitta senza pietà, né considerazione, da uno con l'uccello duro a un
altro che gli si sottometteva senza discutere, finché non gli sborrai
dentro un'altra volta, solo poche gocce. Lui l'aveva duro, ma non era
ancora pronto a venire.

Quando mi fui calmato lo tirai fuori e solo allora lui si voltò verso di
me, cercando di baciarmi sulle labbra, mi infilò la lingua in bocca, ma io
gli misi le mani sulle spalle e l'abbassai, fino a farlo mettere in
ginocchio.

Quello che gli stavo chiedendo era un'altra prova difficile, di vera
sottomissione. Doveva pulirmi l'uccello, dopo che l'avevo inculato più
volte. Era difficile da accettare, ma necessario. E doveva volerlo fare.

Fabio si lasciò guidare e quando si trovò davanti il mio cazzo moscio,
gocciolante di sborra, rorido e odoroso, esitò, alzò la testa, mi fissò. Il
mio sguardo fu eloquente. Chiuse gli occhi, aprì la bocca e la strinse
attorno alla cappella.

Succhiò e leccò diligentemente. Era sporca di tutti gli umori del suo buco,
da cui aveva appena fatto la cacca, ma non disse nulla, non
protestò. Lavorò con scrupolo e si staccò solo quando fu certo che sarei
stato contento di come si era comportato. Lo feci rialzare e lo baciai
sulle labbra. In bocca aveva un sapore strano, di quello che aveva leccato
che era stato piuttosto sgradevole.

"Bravo, Fabio!" gli dissi abbracciandolo e lui mi strinse forte.

"Grazie, Lorenzo!"


Avevamo fatto progressi, ma la strada era lunga e difficile. Stavamo
cercando di recuperare un anno intero di studi in poco più di due mesi e
Fabio non era sempre ugualmente collaborativo. Nella seconda metà di luglio
il dottor Braschi partì per due settimane di vacanza in un villaggio
turistico da qualche parte, lasciandomi a badare a suo figlio,
evidentemente fidandosi di me. Mio padre veniva a portarci da mangiare ogni
pomeriggio e Fabio non doveva più subire l'esame quotidiano sui suoi
progressi. Braschi padre non l'aveva più fatto spogliare, ma io avevo
continuato a sculacciarlo a ogni occasione. Non ce n'erano più state molte,
perché Fabio si comportava in modo sempre correttamente sottomesso ed io
non avevo voglia di punirlo senza motivo. In questo ero certamente diverso
da Raffaele che mi puniva per il gusto di farlo. Fabio ed io non avevamo
bisogno delle punizioni per fare l'amore, né di scuse per dirci quanto ci
amavamo.

Continuammo la nostra routine, sia nello studio sia nel sesso. Fabio
prendeva sempre il cibo dalla mia bocca e a cena prendeva anche qualcosa di
più. Piaceva a entrambi e lo facevamo sempre con un certo divertimento, era
un momento d'intimità assoluta e infinita tenerezza, assieme alle
passeggiate notturne sulla spiaggia, al chiaro di luna, quando c'era, o al
buio assoluto. Di notte dormivamo abbracciati. Fabio era affettuoso e
rispettoso e ne era ripagato con lo stesso affetto. So che faceva di tutto
per meritarselo.

Però, a una settimana dalla partenza di Braschi, una mattina, Fabio
improvvisamente si scocciò di studiare, di fare il bravo, di essere
ubbidiente, sbatté i libri per terra e fece per saltarmi al collo con uno
di quei suoi movimenti fulminei che mi avevano tanto sorpreso all'inizio.

Purtroppo per lui, non sono uno che si fa sorprendere due volte, a meno che
non lo voglia. E quella mattina non lo volevo proprio. Perché ormai vedevo
Torino avvicinarsi, uscendo dalle nebbie dei primi giorni, sapevo che Fabio
poteva farcela a essere promosso, se solo avesse insistito e proseguito
come stava facendo, perché, infine, gli volevo davvero bene e volevo che ce
la facesse. Non poteva finire in un collegio svizzero a masturbarsi di
nascosto.

In quel momento pensai alla nostra vita futura, forse in comune. Sarò pure
razionale fino allo spasimo, ma sono anche un romantico ed ero innamorato
di quel ragazzo. Lo sono ancora e più di prima, ovviamente.

Anche allora ero innamorato di lui e sapevo che avrei potuto essere la sua
salvezza. L'unico modo che aveva per evitare la Svizzera e forse la rovina,
era di fare come dicevo io, anche a costo di soffrire. E per capirlo ed
essere d'accordo con me, avrebbe sofferto.

Trovo affascinante ancora adesso, mentre questo treno sgangherato
attraversa la Pianura Padana, alle prime luci dell'alba, ripensare a quanto
veloce fu il mio pensiero in quel momento. Perché io pensai tutto questo,
tra il momento in cui mi resi conto che Fabio mi stava attaccando e quando
mi scostai per non farmi immobilizzare e invece fui io a bloccarlo.

In quell'attimo decisi che non dovevo lasciarmi sopraffare, sebbene, dentro
di me lo desiderassi. Volevo che Fabio mi punisse, sentivo di volerlo, ma
non potevamo permettercelo.

"Se non volevi studiare stamattina, potevi anche dirmelo" dissi invece con
voce calma, mentre lo tenevo stretto da dietro, impedendogli di muoversi.

Lui tentava di divincolarsi, stava avendo una specie di crisi, faceva
movimenti incontrollati, cercava di scalciare all'indietro. Fortunatamente
era scalzo e non poteva farmi male. Non sarebbe comunque stato in grado si
resistermi, perché ero più forte di lui e adesso ben cosciente di
esserlo. Lentamente si calmò, ma io non allentai la stretta. Quello era un
confronto che dovevo vincere sul piano della forza.

"Poiché non vuoi studiare, ti propongo di andare a farti una nuotata, per
rinfrescare la mente e se vuoi anche una corsa sulla spiaggia. Quando ti
sarai stancato e avrai deciso del tuo futuro, torna da me.

Ovviamente ti punirò, quindi metti pure questo nel conto, Fabio, oltre al
fatto che io ti amo davvero e voglio il mio Fabio vicino a me, per
sempre. Capisci, bimbo, quello che intendo?"

Prima di lasciarlo andare, dopo avergli sussurrato queste cose in un
orecchio, gli detti un bacio sul collo e lui cercò ancora di divincolarsi,
poi finalmente comprese il senso delle mie parole che evidentemente non
aveva ascoltato mentre le dicevo, ma si era ripetuto nella mente e solo
allora fece di si con la testa.

Lasciandolo andare, sperai che avesse capito tutto quello che avevo detto e
anche quello che non gli avevo detto.

Lui corse disperatamente verso la spiaggia e si gettò in acqua. Non avevo
paura che scappasse. Era troppo furbo per fuggire in costume da bagno, in
un posto dove non conosceva nessuno. Sapevo che sarebbe tornato, ma non
sapevo come e questo m'innervosì.

Nuotò per una mezz'ora, avanti e dietro nella caletta, poi tornò sulla
spiaggia e si mise a correre sulla sabbia a testa bassa. Ogni tanto alzava
gli occhi e guardava nella mia direzione. Io ero seduto davanti al
cancelletto, all'ombra.

Mi gridò qualcosa che capii a stento, poi si gettò in acqua un'altra volta,
nuotò lontano, lo persi quasi di vista e cominciai a piangere. Non poteva
essersene andato così. Ebbi paura, poi lo vidi tornare, uscire
dall'acqua. Si avvicinò a dov'ero seduto e senza guardarmi si mise davanti
a me, in attesa. Era tornato per essere punito e sarebbe stato punito
duramente.

Senza parlare lo presi per un braccio, glielo piegai dietro, facendogli
male e lo spinsi dentro la villa, non fece nessuna resistenza, era
rassegnato al suo destino, completamente sottomesso. La nuotata e la corsa
lo avevano fiaccato, ma gli dovevano avergli anche schiarito la
mente. Sbattei la porta, adesso ero incazzato, anche per la paura che mi
aveva fatto prendere scomparendo lontano sul mare. Lo spinsi al centro
della stanza.

"Abbassati le mutande" sibilai minaccioso, mentre lui mi guardava
spaventato. Sapeva di dover essere punito e si aspettava che fosse una
punizione più dura delle altre, ma era spaventato lo stesso.

Ed era terrorizzato dalla mia impassibilità. Saperlo mi rendeva ancora più
gelidamente calmo. I miei occhi però raccontavano quanto fossi incazzato e
lui mi stava fissando. Distolse velocemente lo sguardo. Notai che aveva
l'uccello duro, era la paura a eccitarlo. Eravamo molto simili in questo.

Quando vidi che non si muoveva, che non si calava il costume da bagno, come
gli avevo ordinato, mi avvicinai e con uno strattone lo denudai,
abbassandoglielo alle ginocchia. Tornai a guardarlo a distanza, con le
braccia incrociate, respirando con calma, mentre lui era sempre affannato e
teneva gli occhi bassi. I miei occhi andavano dal suo capo chino, al ventre
piatto al piccolo cespuglio di peli, all'uccello dritto, puntato verso
l'alto, le palle appese. Il cuore gli batteva forte nel petto e uccello e
palle ne seguivano il ritmo.

Restai per almeno un minuto a guardarlo, a eccitarmi anch'io per ciò che
vedevo, soprattutto per la sua paura.

Pensai che solo qualche giorno prima quello stesso stronzetto mi aveva
frustato l'uccello riducendomi in lacrime, ora stava per pisciarsi sotto in
attesa di quello che gli avrei fatto. Ed era certo che gli avrei fatto
male, lo sapevamo entrambi.

"Mettiti a gambe larghe al centro della stanza" dissi ancora con lo stesso
tono, quando mi fui stancato di guardarlo.

Non si mosse, era come pietrificato.

"Spicciati" urlai e mi sentirono fin sul promontorio.

Il grido lo strappò a quella specie di trance e lentamente si sfilò il
costume, poi andò al centro della stanza, davanti al divano e si abbassò
fino a prendersi le caviglie con le mani. L'aveva già fatto una volta e
sapeva quello come mi aspettavo che si mettesse. A gambe ben larghe, il
culo esposto, gli si dovevano vedere le palle. L'uccello era ancora
duro. Abbassò la testa, strinse le caviglie con le mani e attese.

Si aspettava delle cinghiate, com'era stato un'altra volta, ma lo sorpresi,
prendendo dal cassetto una tavoletta di legno liscio che avevo trovato un
paio di giorni prima in un mobile della cucina. Era lunga cinquanta
centimetri e larga cinque, facile da impugnare, gli avrebbe fatto
male. L'avevo presa e messa da parte sperando di non doverla usare.

Me la passai sulle mani, spostandomi in modo che notasse i miei movimenti.

"Conta tu, Fabio" gli dissi, mentre mi battevo la tavoletta contro la mano
aperta "tu conti ed io te le do! Tu dici il numero ed io ti colpisco!"

Era una cattiveria in più, perché in quel modo sarebbe stato lui a
chiedermi di essere punito, di ricevere i colpi che avevo deciso di dargli.

"Uno" mormorò, tendendosi nello sforzo di alleviare il dolore, ma il colpo
non arrivò quando se lo aspettava.

Quando lo colpii, non ebbe il tempo di udire il sibilo che già il dolore
gli esplodeva sul culo, al centro e dal centro del culo verso i lati,
perché l'avevo colpito dove gli avrebbe fatto più male. Lui sobbalzò, fece
un passo avanti, gli mancò il fiato, ma cercò di rimettersi dritto.

"Due" bisbigliò dopo un minuto intero in cui spostò il peso da un piede
all'altro cercando di alleviare il dolore.

Un altro schiocco e questa volta gridò forte, incapace di contenersi, finì
in ginocchio con l'uccello duro e le mani sempre alle caviglie. Batté le
ginocchia per terra, ma non si lamentò.

"Tre!" disse quando ebbe ritrovato il fiato.

La tavoletta lo colpì un'altra volta sulle natiche arrossate e lui lanciò
un urlo acuto, le ginocchia gli si piegarono per un momento per la forza
del colpo, ma riuscì a restare sui piedi.

"Quattro!" mormorò piangendo e la tavoletta lo colpì proprio mentre
riacquistava l'equilibrio.

Cadde ancora sulle ginocchia, ma questa volta fu più attento e non le
sbatté. Era per terra, ripiegato si se stesso e singhiozzava a causa del
dolore insopportabile che gli arrivava dal culo.

Se quel pomeriggio fosse venuto il padre, sarebbe stato soddisfatto di
quello che avrebbe trovato.

Attesi pazientemente che si rialzasse e riprendesse tremante la posizione,
mettendo un'altra volta le mani alle caviglie. Gli guardai attentamente il
culo. Era di un bel colore porpora e, a saper leggere i segni, testimoniava
anche che gli erano stati inflitti già quattro colpi.

Avevo deciso che mi sarei fermato alle prime tracce di livido che avessi
visto. Ero certo che con un altro paio di colpi avrei raggiunto il mio
scopo. Non volevo esagerare, per il semplice fatto che sentivo su di me il
dolore di quei colpi. Ed era davvero un buon motivo.

"Sto aspettando, Fabio!"

"Cinque" disse lui esitante, con un filo di voce.

Lo schiocco violento che seguì testimoniò la forza con cui lo colpii,
facendolo cadere un'altra volta per terra. Quando toccò il pavimento, gridò
e l'urlo fu più acuto del precedente. Il suo uccello duro però testimoniava
anche il piacere che continuava a provare.

Poiché non gli dissi che avevamo finito, tornò lentamente ad alzarsi e si
rimise dove doveva. Apprezzai la sua ubbidienza e decisi che il prossimo
colpo sarebbe stato l'ultimo, anche senza livido.

"Sei" disse con la voce acuta da ragazzino che faceva ancora qualche volta.

La forza che misi nel colpirlo la mandò una volta di più per terra, dove si
raccolse in posizione fetale, esponendomi il culo tutto rosso con un paio
di strisce più scure trasversali alle natiche.

"Per questa volta basta" dissi guardandolo dall'alto.

Stava piangendo, senza riuscire più a controllarsi. Cercò di rialzarsi, ma
ricadde a terra, lo aiutai. Appena in piedi fece per allontanarsi, ma lo
presi per il collo.

"Ti ho detto che puoi andartene?" dissi minaccioso.

"No, no..." bisbigliò, spaventato che potessi ricominciare a colpirlo.

Sbuffai impaziente, mentre lo facevo piegare contro il tavolo. Adesso era
davvero terrorizzato, con la guancia schiacciata contro il tavolo e gli
occhi spalancati.

"Che mi hai gridato prima, in spiaggia?" mi abbassai a sibilargli
nell'orecchio.

Fabio chiuse gli occhi e non rispose, ma lo sentivo tremare sotto di me.

"Puoi dirlo, ti ho già punito anche per quello, ma voglio sentirtelo dire
un'altra volta!"

Ancora silenzio. Gli accarezzai una natica e poi gliela strinsi. Non troppo
forte, ma abbastanza da fargli male, più di quanto non ne sentisse per
quello che gli avevo fatto prima.

"Allora? Ripeti le parole che hai detto!"

"Vai a farti fottere, stronzo" bisbigliò lui, balbettando miserabilmente,
con le lacrime che gli scendevano dagli occhi.

"Hai detto, vai a farti fottere?" ripetei.

"Si, signore!" disse lui ricordandosi del modo giusto per rispondermi.

"Farmi fottere? E da chi? Da te? Tu non puoi fare niente con questo, se non
te ne do il permesso" gli presi l'uccello in mano e lo strinsi un poco, poi
gli presi le palle "Lo sai che se volessi potrei strappartele?" e per dare
valore alla mia affermazione tirai verso il basso "e poi questo..." e gli
presi l'uccello con l'altra mano "questo ti servirà solo per pisciare!"

"TI prego, Lorenzo, mi dispiace! Non lo farò più!" e piangeva, tremava.

Anch'io piangevo dentro di me, ma sapevo che dovevo farlo.

"Sai che nel medio evo gli arabi castravano così gli schiavi?" gli strinsi
pollice e indice attorno al sacco delle palle, lasciandole sotto e tirando
verso il basso "Gli legavano una corda attorno allo scroto... lo sai che
questo si chiama scroto, no?" tiravo sempre verso il basso aumentando il
suo disagio "gli legavano una corda e davano uno strappo..." e io feci per
darlo.

"No!" urlò, ma non si sottrasse, restò dov'era. Lo baciai sul collo.

"Ti ho punito abbastanza per oggi" dissi, ma sculacciarlo con la tavoletta
mi aveva fatto eccitare e così decisi di dargli un'inculata straordinaria a
metà giornata.

Mi misi dietro di lui e tirai fuori l'uccello dal costume. Gli allargai le
natiche per guardargli il buco. In quei giorni gliel'avevo infilato tante
volte, ma non mi stancavo mai di osservarlo, né di chiedermi come potesse
quella fessura diritta, senza un difetto, una piegatura, allargarsi per
lasciarmi entrare e poi tornare alla sua perfezione.

Piagnucolando Fabio disse qualcosa, perché lo stavo toccando sul culo che
gli bruciava assai, ma io non gli badai. Infilai il dito sfruttando il
sudore che c'era. Entrò facilmente e lo tenni là, muovendolo piano, come
per accarezzarlo finché non lo sentii rilassarsi. Gli piaceva quello che
stavo facendo e piaceva anche a me.

Posai la cappella sull'apertura e spinsi.

Fabio si lamentò, lo stavo impalando e, per quanto potesse piacergli, fui
brusco, violento, non gli usai i riguardi che avevo sempre avuto. Non era
quello il momento, volevo che fosse proprio così. Mi aveva disubbidito e
insultato, la punizione doveva essere esemplare. La dolcezza doveva
guadagnarsela.

Inculandolo, infilandoglielo tutto, i miei peli arrivarono a strofinare
contro la pelle sensibilizzata dalle sculacciate. Il dolore di fuori, si
unì al dolore di dentro per l'uccello che gli spingeva e gli tendeva le
pareti del retto. Fabio gridò.

"Ti sto fottendo, Fabio!" gli dissi nell'orecchio, mentre spingevo e
spingevo, perché mi sentisse bene e gli facesse davvero male "Quello che
abbiamo fatto le altre volte era un'altra cosa!"

Adesso piangeva in silenzio, lo sentii rilassarsi ulteriormente sotto di
me, si stava sottomettendo una volta ancora. Continuai a scoparlo, lo
tiravo fuori completamente e poi glielo infilavo tutto un'altra volta. Lo
sentivo completamente mio, arreso alle mie voglie, al mio desiderio.

Gli presi l'uccello che era durissimo, lo sentii sospirare. Non volevo che
sborrasse, allora gli strinsi le palle e lui gridò. Gli strinsi la punta
della cappella fino a fargli male e strinsi ancora. Lui pianse più forte,
anche perché sentii che l'eccitazione lo stava abbandonando. Tornai a
stringergli le palle.

"Queste te le strappo! Lo sai che posso farlo?" e tirai, oltre che
stringere.

Urlò più forte.

"Dimmi che lo sai!"

"Si!" più che un urlo fu il grido di un animale ferito.

"Come devi dirlo? Stai attento alla risposta!"

"Si, Lorenzo!"

"Vuoi sborrare?" chiesi con voce più calma.

"Si" fece lui prudentemente, con la voce che doveva avere qualche anno
prima.

"Chiedimelo, d'ora in poi dovrai chiedermi sempre tutto. Capisci?"

"Si, signore. Posso sborrare, Lorenzo?"

"Hai il permesso!"

Non avevo smesso di incularlo e quella sua ulteriore sottomissione aumentò
la mia eccitazione. Gli tenevo ancora l'uccello in mano e glielo strofinai,
alla seconda volta sborrò con violenza, mentre io lo riempivo da dietro,
trascinato dai suoi movimenti, dalle contrazioni del suo buco attorno al
mio cazzo.

Fabio mormorò, sospirò, finché non riuscì a calmarsi, poi rimase immobile
sotto di me, schiacciato contro il tavolo. Nella sua testa doveva esserci
una gran confusione di sensazioni, di dolore e di piacere, difficilmente
decifrabili. Una confusione che io conoscevo bene per averla vissuta con
Raffaele.

Dolore insopportabile che diventava estasi.

Mi sollevai, tirandolo fuori e rialzandomi il costume.

"Vai a farti la doccia!"

Fabio si rialzò dolorante, la faccia bagnata di lacrime, in una smorfia di
sofferenza. Sul suo culo, un arcobaleno di colori. Si chinò per rimettersi
il costume, per coprire quella che in quel momento doveva sembrargli il
segno dell'umiliazione, il culo pieno di lividi, dentro di lui la mia
sborra stava per colargli all'interno delle gambe, davanti le palle
doloranti dalla mia stretta e l'uccello che ancora gocciolava, per il
piacere che aveva chiesto di avere.

Lo guardai, senza mostrare emozione mentre spariva nel bagno, a testa
bassa.

A pranzo riempii due piatti di pasta e lui, con gli occhi bassi, me ne
chiese il motivo.

"Se hai fame, mangia, fai pure" gli risposi sgarbato.

Si sedette e fece per cominciare a mangiare, poi scoppiò a piangere.

"Mi dispiace, Lorenzo" disse fra le lacrime e i singhiozzi "che devo fare
per farmi perdonare?" grido, ma io non gli risposi, fingendomi intento a
mangiare i miei spaghetti.

Girò una forchettata, stava per portarsela alla bocca, mi guardava
implorante, ma io continuavo a non badargli.

"Ti prego..." e cominciò a singhiozzare. Stavo per mettermi a piangere
anch'io. L'avevo punito abbastanza.

"Vieni qua" dissi finalmente, cercando di darmi un contegno, ingoiando io
stesso le lacrime.

Lui si avvicinò cauto, incerto sulle mie intenzioni, gli feci cenno di
sedersi sulle mie ginocchia e lui capì di essere stato perdonato.

Dopo pranzo, mentre eravamo sul divano, lui col capo sul mio grembo, notai
che era un po' inquieto. Mi fissò ed io mi abbassai a baciarlo sulle
labbra, sperando di calmarlo, di rassicurarlo.

"Posso chiederti... una cosa?" disse con voce esitante.

"Chiedila!"

Lo vidi tirarsi su e poi spostarsi, fino a mettersi sulle mie cosce a
pancia sotto, nella posizione che doveva assumere per essere sculacciato.

"Mi accarezzi un poco il culetto?" disse con voce sognante.

"Si..." e cominciai a sfiorarlo piano, con ogni cautela, perché sapevo
quanto sensibile dovesse essere la sua pelle in quel momento. Gli infilai
le mani sotto il costume e lui si mosse un po' per aggiustarsi l'uccello
duro. Proprio quando stavo per ammonirlo di non eccitarsi troppo, perché
tra un po' avremmo ripreso a studiare, mi si addormentò addosso. Non smisi
di accarezzarlo, rinunciando alla mia lettura pomeridiana.

Sfiorargli il buchetto fece eccitare anche me, fin quasi a
sborrare. Riuscii a controllarmi solo perché mi ricordai in tempo il motivo
per cui ero là.

Quel pomeriggio, mentre Fabio dormiva sereno sulle mie ginocchia, mentre
continuavo ad accarezzargli il culetto, infilandogli le mani nel costume,
nello spacco, toccandogli il buchetto, fino spingergli dentro una nocca,
senza che lui si svegliasse rappacificato con se stesso e con me, mentre
non smettevo di eccitarmi e di ammonirmi di controllarmi, perché non era
giusto che io godessi, mentre lui dormiva, pensai, mi feci delle domande.

In realtà, fu una domanda fondamentale cui seguirono altre correlate.

Se fossi stato costretto a scegliere fra l'amore di Fabio e andare a
studiare a Torino, o più in generale, tra Fabio e la vita che avevo
programmato per me, cosa avrei fatto? Mi spaventai, quando scoprii che
avrei scelto lui e senza esitare. Poi mi calmai, sapendo che con un po' di
fortuna Fabio sarebbe stato proprio dove avrei voluto essere per
frequentare l'università e poi avremmo deciso insieme come continuare la
nostra vita in comune.

Mi fidavo di lui? Non gli stavo dando troppo credito? Non mi stavo mettendo
completamente nelle sue mani, nelle mani di un ragazzino di quindici anni,
forse un po' instabile? Se alla fine di quell'estate, promosso o no, mi
avesse scaricato, che ne sarebbe stato di me, dei miei propositi? E se
Braschi padre non avesse mantenuto la promessa? Troppi se per la mia mente
razionale.

Proprio nel momento in cui sentivo più forte la pressione dell'incertezza,
Fabio si svegliò. Teneva la testa posata sul mio grembo, aprì gli occhi e
mi guardò.

"Non devi preoccuparti, Lorenzo, io non ti lascerò mai!" disse
sorprendendomi.

Che mi avesse letto nel pensiero?  Quella sera ci amammo, se possibile, con
maggiore passione. Dopo cena, lui era già pieno del mio seme e ce ne
andammo a camminare sulla spiaggia. Faceva molto caldo e la nostra
passeggiata notturna terminò con un bagno al chiaro di luna.

Dopo più di un mese, mi lasciai penetrare, mentre eravamo in mare, con
l'acqua che ci arrivava al petto. Ci abbassammo i costumi quanto bastava e,
dopo molti baci, io mi voltai. Lui mi prese tremante, all'inizio esitante,
poi si dette da fare e tornò a essere il ragazzo sicuro e prepotente della
prima settimana. Mi possedette con forza, con autorità, mordendomi sul
collo un momento prima di sborrare. Io non venni.

Quando tornammo a riva, mi sorprese.

Corse fuori dall'acqua, entrò velocemente nella villa e tornò subito fuori
porgendomi qualcosa. Al buio non capii subito cosa fosse, lui intanto era
andato a mettersi contro una colonna del portico, abbracciandola, dandomi
le spalle. Si era tolto il costume, era nudo.

"Ti prego, Lorenzo" mi disse, quando mi avvicinai.

Dalla villa aveva preso la cinghia con cui l'avevo frustato tante volte. Mi
misi dietro di lui, il chiaro di luna illuminava il suo dorso perfetto, il
culetto tondo, le cosce piene e i polpacci forti. La prima volta lo presi
sulle spalle, sorprendendolo. Non furono frustate forti, ma lo colpii
ovunque, meno che sulle reni. Insistei sulle cosce, dietro le ginocchia,
sui polpacci e ovviamente sui glutei che erano ancora sensibili per quello
che avevano subito quella mattina. A ogni colpo che riceveva Fabio si
alzava sulle punte dei piedi, ma non si proteggeva, non si sottraeva, non
scappava. Anche con quella luce livida, vidi che gli avevo dato colpi a
sufficienza per coprire quasi ogni centimetro di pelle esposta. Stava
piangendo piano, ma non si muoveva.

Lo abbracciai da dietro.

"Perché non sei scappato?"

"Sei tu quello con i dubbi" disse lui sorprendendomi un'altra volta "che
altro devo fare per convincerti?"

Fu allora che piansi anch'io. Ero stato forte per oltre un mese. Era la
fine di luglio, avevamo ancora un altro mese prima che fosse letta la
sentenza ed io dubitavo ancora di lui? Piansi e gli chiesi scusa.

"Non piangere, Lorenzo, altrimenti farai piangere anche me" disse lui.

"Tu stai già piangendo" borbottai io con gli occhi pieni di lacrime.

Lo presi in braccio e fu una fatica, perché non ero tanto più grosso di lui
che ridacchiando mi mise le gambe attorno ai fianchi e si fece portare. Ci
mettemmo a letto, senza scioglierci da quell'abbraccio. Dormimmo così, per
quella sera mi adattai a non leggere e studiare, ma ne valse la pena.

Durò solo qualche giorno, poi mi fece arrabbiare un'altra volta. Come
sempre fu per distrazione, mancanza di concentrazione, errori su
errori. Pitagora, questa volta.

Lo mandai a farsi la solita nuotata, all'uscita dall'acqua avrebbe dovuto
tagliare una canna dai cespugli che crescevano ai limiti della pineta.

Quando tornò, aveva con sé una bella canna verde, lunga circa un metro e
mezzo e da uno a due centimetri di spessore. Il fatto che me l'avesse
portata così lunga, mi fece pensare che non ne avesse ancora capito l'uso.

"Ripuliscila dalle foglie e tagliala in modo che sia lunga un po' meno di
un metro" dissi, fissandolo dritto negli occhi che lui abbassò
immediatamente. Poi li sgranò. Aveva capito.

Adesso che sapeva quello che lo aspettava, aveva paura. Non aveva ancora
provato la canna e prevedeva giustamente che gli avrebbe fatto molto
male. Questa volta però avevo qualche altra brutta sorpresa in mente per
lui, qualcosa che lo aiutasse a focalizzare l'attenzione. Il fatto che
fossimo innamorati, che vivessimo una specie di luna di miele, in un posto
incantato, come due naufraghi su un'isola deserta, in quel momento non ci
aiutava.

"Mettiti in posizione!"

"Mi farai male, Lorenzo?"

"Forse più delle altre volte" feci io insensibile al tono di preghiera con
cui era stata fatta la domanda.

Sospirò, si abbassò il costume e completamente nudo andò a mettersi sul
bracciolo del divano.

Aveva la pelle ancora umida del bagno fatto, i capelli bagnati, profumava
di mare. Chiusi gli occhi per concentrarmi sul mio compito. Ebbi una
visione.

Torino, la Mole Antonelliana che immaginavo enorme per non averla mai vista
dal vero, il Po, il Valentino, le piazze, i portici, mi sfilarono davanti e
poi vidi noi due che mano nella mano passeggiavamo sotto in Piazza
Castello. Dovevo essere forte per tutti e due. Lui era ancora un bambino,
io non ancora un uomo, ma l'avrei ugualmente aiutato a crescere. Come lui
aiutava me.

"Te ne darò sei, Fabio" stava già piangendo "e ti farò molto male. Quando
avrò finito, voglio che tu ti metta su una delle sedie della cucina e
riprenda a studiare. So che ti farà ancora più male stare sul ripiano di
formica di quella sedia, ma questo fa parte della punizione. Se stasera non
sarò contento di come avrai studiato durante la giornata, dopo cena sarai
punito di nuovo e ne avrai altre sei!"

"Mi dispiace, Lorenzo" disse lui tra le lacrime.

Non gli badai.

"Sei pronto?"

"Si, signore!"

Almeno le buone maniere continuava ad osservarle.

"Devi contarle, Fabio, come hai fatto con la tavoletta!"

"Uno..." disse esitante ed io crudelmente, dopo averla usata a vuoto un
paio di volte producendo un sibilo minaccioso, lo colpii al centro del
culetto, segnandolo con una striscia rossa.

Era di un rosso fiammeggiante, più rosso di tutte le altre strisce che gli
aveva lasciato fino a quel momento.

"Mi fa male!" urlò con tutto il fiato che aveva in gola, si prese la testa
fra le mani e si disperò "Mi hai fatto male!" ma non si mosse, se l'avesse
fatto, avremmo avuto un bel problema, perché non sarei stato in grado di
fermarlo.

Tremavo come una foglia, ero terrorizzato da quello che avevo fatto,
sentivo su di me quel dolore.

"Mi fa male" piagnucolò, ma si stava calmando.

"Conta, Fabio, sono altre cinque" dissi io con la voce più ferma che
riuscii a produrre.

"Due..." fra un singhiozzo e l'altro.

Gridò ancora e certamente lo sentirono dall'altra parte del mare. Aspettai
che si calmasse.

"Conta, Fabio, adesso sono quattro."

"Tre?"

Prima gliela detti, poi, dopo il suo grido, lo corressi.

"Adesso sono tre!"

Alla fine su quei globi perfetti che avevo imparato ad amare e che
conoscevo così bene per averli baciati e leccati ogni santo giorno, si
potevano contare quattro strisce rosse, ma due colpi erano finiti sui
precedenti sicuramente facendogli molto più male. Gliene avevo date sei e
Fabio stava ancora disperandosi con la faccia schiacciata contro il cuscino
del divano.

Lo sfiorai con la punta delle dita e lui s'irrigidì, poi lo sentii
rilassarsi e accettò le mie carezze. Quando si fu calmato, lo aiutai ad
alzarsi. Era un po' malfermo sulle gambe, ma io lo sorressi.

"Mi hai fatto molto male, Lorenzo!" disse abbracciandomi e continuando a
piangermi sulla spalla che adesso era completamente bagnata delle sue
lacrime.

Lo tenni stretto a me finché non si fu calmato. Era ancora presto per
pranzare, avevamo ancora un'ora e mezzo di studio e lo accompagnai a
sedersi. Era ancora nudo, completamente sudato, mettersi su quella sedia
sarebbe stata una tortura, ma gliel'avevo promesso e lui l'avrebbe fatto.

Mi guardò implorante, lo baciai sulle labbra e lo feci sedere lo
stesso. Studiammo molto meglio e da quel momento non si distrasse più. Però
si mosse spesso, per bilanciare il peso sui glutei offesi, ma non chiese
mai di alzarsi.

Nel pomeriggio, dopo che lo massaggiai fino a farlo addormentare, quando
riprendemmo a studiare, gli feci usare la stessa sedia. Dopo cena mi guardò
spaventato, attendendo il mio verdetto, ma lo rassicurai subito.

"Secondo me ti sei comportato bene. Non meriti di essere punito ancora. Tu
che ne pensi?"

"Grazie, Lorenzo" rispose lui prudente.

Avevamo fatto l'amore a tavola, come di consueto, nel senso che lui aveva
mangiato il cibo che gli davo dalla mia bocca, mentre mi stava seduto in
grembo, impalato sul mio cazzo. Aveva ancora dentro di sé il mio seme ed io
avevo il suo sulla pancia e sul petto.

Da quel giorno, ogni mattina gli facevo tagliare una canna. Adesso sapeva
di che misura doveva essere.

Prima di metterci a studiare, andava verso la pineta e ne sceglieva una che
tagliava a misura e ripuliva delle foglie, poi la posava sul tavolo, dove
studiavamo. Non lo frustai più. La canna aveva fatto il miracolo che non
avevano fatto né la cinghia, né le sculacciate, né la tavoletta.

Una sera però, era la vigilia di ferragosto, mi fece incazzare un'altra
volta e non fu per lo studio o per una mancanza di rispetto, ma perché non
aveva fatto la cacca per tre giorni e non me ne aveva parlato.

Ce ne stavano in spiaggia, dopo un bagno ristoratore, perché la giornata
era stata torrida e la sera non si era rinfrescato per niente. Studiare non
era sto facile, ma ce l'avevamo fatta anche oggi. Ormai vedevamo
avvicinarsi la data degli esami con serenità, perché eravamo abbastanza
certi del risultato positivo, ma provavamo già tanta tristezza, perché
dovevamo prepararci a essere separati, vedendoci poco e non certo con la
libertà cui eravamo abituati alla villa. Eravamo stesi sulla sabbia, quando
lo abbracciai da dietro, mettendomi di fianco, lui subito si adattò alla
mia posizione. Era così che dormivamo, fu naturale che lo facesse e che io
lo stringessi a me, schiacciandogli la pancia.

Lo sentii irrigidirsi.

"Che ti succede, bimbo?"

"Niente" fece lui subito, ma per me non aveva più segreti, leggevo i suoi
pensieri e lui i miei.

Perché non capissi, si alzò e corse via, lasciandomi sulla sabbia, sorpreso
dalla sua reazione.

Se n'era andato nel bagno e da fuori vidi che aveva acceso quella luce. Lo
raggiunsi, aveva chiuso la porta, era una cosa che non faceva mai.

"Fabio, che c'è? Non ti senti bene?"

"No!" gridò da dentro.

"Apri la porta, per favore" dissi, ma lui non si mosse.

"Lasciami stare!" gridò da dentro e capii che stava piangendo.

"Fabio, apri immediatamente la porta" dissi cambiando completamente il tono
di voce, sperando di convincerlo così "altrimenti la sfondo e prima cerco
di capire quello che ti sta succedendo e dopo ti frusto finché non ti
sanguina il culo!"

La serratura scattò.

Lui si era riseduto al cesso e piangeva. Venne fuori che non faceva la
cacca da tre giorni e che gli faceva male la pancia. E non me l'aveva
detto, né io me ne ero accorto. Stupidi tutti e due. Lo abbracciai e lo
baciai sulla fronte.

"Vedrai che tutto si aggiusta" cercavo di calmarlo e di calmarmi, per
pensare. Ero preoccupato.

Il telefono più vicino era a qualche chilometro ed era quasi notte. Mi
chiesi quanto fosse urgente fargli fare la cacca, ma pareva che gli facesse
davvero male la pancia.

Lo feci stendere sul letto e m'incamminai verso il bar. Braschi
fortunatamente era in casa, gli spiegai quello che era accaduto e lui mi
confermò che Fabio aveva sofferto in passato dello stesso problema. Arrivò
alla villa meno di un'ora dopo.

"Mi vergogno tanto, Lorenzo" mi disse Fabio, mentre aspettavamo che
arrivasse suo padre "non voglio che papà mi faccia come quando ero
piccolo..."

"E se lo facessi io?"

"Da te, qualunque cosa!"

Andai ad aspettare il dottor Braschi sulla stradina e gli spiegai la
timidezza di Fabio. Lui capì perfettamente, anzi mi sembrò contento di
potersi sottrarre.

"Ti sarò debitore anche per questo" disse passandomi la busta della
farmacia.

Fabio mi aspettava trepidante. Quando mi vide tornare da solo, per un
momento gli tornò il sorriso sulle labbra, poi fece una smorfia e si
ricordò del mal di pancia.

Braschi mi aveva portato il necessario per più di un clistere, una grossa
pompetta di gomma arancione e Fabio era stitico e spesso doveva
ricorrervi. Mamma da piccolo me lo faceva di camomilla, Braschi mi aveva
portato una soluzione di glicerina che riscaldai fino a farle raggiungere
la temperatura corporea, poi feci stendere Fabio, a pancia sotto, sopra un
telo da bagno. Su quel letto dovevamo dormirci, dopo.

Fabio stava piagnucolando, lo accarezzai e mi stesi accanto a lui, lo
baciai sulle labbra. Lui le socchiuse e il nostro bacio si fece più serio,
anche se non smise di piangere.

"Posso sapere che ti sta succedendo?"

"Mi vergogno a farmi vedere così da te!"

"Hai detto che avresti accettato qualunque cosa da me. Direi che hai già
accettato tutto. L'odore della tua cacca, quando la farai, non mi
scandalizzerà, non credi?"

"Non ti fa schifo?"

"Ti ricordi quando mi hai pisciato nel culo?"

Fece di si con la testa e pianse più forte, quel ricordo, quella violenza
lo faceva stare male.

"Quella sera, hai sentito l'odore della mia cacca, mi pare" ancora un cenno
di assenso "e, credo, ti fece arrapare, no?"

"Si, Lorenzo!"

"Beh... non credo che stasera la cosa mi farà lo stesso effetto, però,
bimbo, la verità è che ti amo e che ti amo anche se ti devo fare una
peretta. Capisci?"

"Si..." e tirò su con il naso, neanche tanto convinto.

"Ti amo tanto, bimbo, da continuare a frustarti. E quando sono costretto a
farlo, a ogni frustata che ti do, me la sento addosso, con tutto il
dolore. Sono stato chiaro adesso?"

Questa ultima affermazione lo sorprese parecchio.

"Non ci avevo mai pensato" disse e poi tornò a baciarmi.

Mi alzai e controllai la temperatura del liquido, mi parve giusta.

"Sei pronto?"

"Si, Lorenzo... e ti amo tanto anch'io!"

Chiuse gli occhi e mi lasciò fare. Per me era la prima volta, ma ci misi
tutta l'attenzione possibile, cercando di ricordarmi i movimenti di mia
madre su di me, tanti anni prima. Quando mi parve di averlo riempito
abbastanza lo feci aspettare, massaggiandogli la pancia, poi lo vidi
correre verso il bagno e sentii come e quanto riuscì finalmente a
liberarsi.

Lo lasciai solo, restando a portata di voce, aspettando che finisse. Sentii
che si lavava.

Tornò in camera da letto ed aveva un sorriso beato sulle labbra. Ne aveva
motivo evidentemente.

"Mettimelo adesso, Lorenzo, ti prego" mi chiese abbracciandomi e
spingendomi verso il letto "adesso, Lorenzo... ne ho bisogno... ho bisogno
di te e per sempre!"

"Sei sicuro?"

Invece di rispondermi, si mise a pancia sotto sul letto e mi guardò
speranzoso. Lo accontentai.

Facemmo l'amore per un bel po' di tempo. Quella sera avevamo già sborrato,
perciò ci mettemmo un poco ad arrivare, ma quando accadde, fu l'orgasmo più
bello che io ricordi, il più dolce che avessimo mai vissuto insieme.

"Quando verrai a Torino, lo faremo sempre. Faremo l'amore come adesso,
vero?"

"Si, bimbo!"

"Verrai a Torino dopo gli esami, per festeggiare?"

"Prima cerca di farti promuovere!"

"Sono sicuro adesso. Ed è tutto merito tuo!"

Il giorno dopo lo sculacciai perché non mi aveva detto della sua
stitichezza, ma anche perché lui me lo chiese quasi apertamente.

Era da poco andato via suo padre che era venuto anche la mattina per
accertarsi di come stava ed eravamo andati in spiaggia per farci un bagno
prima di cena.

Cominciammo a fare un po' di lotta sulla sabbia.

"Da quant'è che non mi sculacci?" mi chiese ridendo, mentre io cercavo di
immobilizzarlo sotto di me.

"Dieci giorni!"

"Nonostante tutte le canne che mi hai fatto tagliare!"

"Forse sono proprio quelle che ti hanno convinto" a quel punto l'avevo
immobilizzato e stavo avvicinando le mie labbra alle sue.

"Possibile che non abbia più fatto niente per meritarmi delle sculacciate?"

"Beh... non mi hai detto che eri stitico, ti sei vergognato" e, dato che
quello mi parve un buon motivo, visto che ce l'avevo già sotto di me, lo
rivoltai a pancia sotto sulla sabbia, gli abbassai il costume e cominciai a
sculacciarlo.

"Lo sai perché ti amo, cazzo?" mi chiese mentre si prendeva la sua
punizione.

Non mi piaceva che bestemmiasse, perciò lo colpii più forte, lasciandogli
una bella manata rossa sulle natiche chiare. Era trasversale, andava da
sinistra a destra, interrotta dallo spacco.

Mi abbassai a baciarlo sulla bocca e lui mi sorrise.

"Lo sai perché ti amo, Lorenzo?" ripeté facendomi gli occhi dolci, scossi
la testa "Perché non ti sei mai vendicato, neppure una delle tue
sculacciate e frustate e tutto quello che mi hai fatto mi è stato dato per
vendetta, per quello che ti ho fatto durante la nostra prima settimana. Tu
mi hai sempre punito, perché me lo meritavo!"

Lo baciai ancora. Sapevo che adesso l'avevamo duro tutti e due.

"E ti amo anche perché sei la persona più eccezionale che conosca, tu sei
straordinario, unico, almeno quanto io sono uno stronzo!"

Smisi di baciargli il collo e lo guardai fisso.

"Non è vero per me, anche tu sei unico, eccezionale e straordinario,
capisci? Ed è questo che importa!"


Ovviamente fu promosso, andai a Torino per una settimana a metà settembre,
prima che ricominciasse la scuola per tutti e due. Non fu come stare alla
villa, ma ci prendemmo i nostri svaghi. In tutti i sensi.

Conobbi la mamma di Fabio e credo di esserle piaciuto. Poi lui mi scrisse
che era stata letteralmente conquistata da me.

Il dottor Braschi ha mantenuto la promessa e sono stato ammesso al
Politecnico con una borsa di studio che coprirà tutte le spese e anche il
mio mantenimento in un collegio universitario, purché sia in regola con gli
studi e questo non sarà certamente un problema.

Fabio ha trascorso il Natale con il padre e così ci siamo rivisti, siamo
stati a casa mia, poi siamo venuti Torino per capodanno. Mi ha telefonato
ogni settimana e tutte le volte che ha potuto, cioè quasi ogni sera. Ci
siamo scritti anche tante lettere.

È venuto a stare con suo padre per Pasqua, è tornato da me anche per un
fine settimana alla fine di aprile.

Il suo rendimento scolastico è migliorato tanto che è stato promosso con
buoni voti. Quest'anno frequenterà il terzo liceo scientifico. I miei esami
di maturità sono stati una formalità. Finita la scuola Fabio è tornato a
stare con suo padre e quindi con me. Non abbiamo avuto la villa dell'anno
scorso, perché non dovevamo studiare, ma lui mi è stato vicino il più
possibile compatibilmente con i miei impegni di studio e le lezioni private
che ho dato per tutta l'estate.

Se n'è tornato a Torino qualche giorno fa e mi aspetto di rivederlo fra
pochi minuti.



TBC


lennybruce55@gmail.com