Date: Sat, 28 Dec 2013 09:27:55 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L'Isola del Rifugio 5
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
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Questo è il quinto dei diciotto capitoli che compongono il romanzo.
CAPITOLO 5 - Cicatrici
13 agosto 1950
Il campo era silenzioso e la luce dell'alba svegliò François.
Si guardò attorno, poi accarezzò con gli occhi il corpo grande
e vigoroso che teneva stretto a sé. Era così chiaro in confronto al
suo, per quanto già scurito da mesi di sole tropicale. Lo teneva fra le
braccia, come fosse un bimbo, ma come e quanto era cresciuto questo
bambino. Stavano stretti nell'amaca, due corpi quasi di adulti, però
avevano dormito. No, non sempre, perché ad un certo punto si erano
ritrovati svegli insieme ed avevano fatto la cosa più bella che gli era
mai accaduto di fare nella sua vita. Adesso però erano un po' pigiati,
perché se Mike era un bel pezzo di ragazzo, anche lui non era da meno,
per quanto più magro. Era molto alto e con l'ingombro della gamba
fratturata, bloccata dalle stecche, faceva fatica anche a sgranchirsi.
La gamba non gli faceva più tanto male, solo le ferite gli
prudevano un poco e ogni tanto l'osso gli dava qualche fitta. Richard aveva
fatto davvero un buon lavoro, per essere al suo primo tentativo, pensò,
un po' rabbrividendo, ma anche sorridendo e ringraziando Dio un'altra
volta. Per aver salvato la vita a tutti loro, ma soprattutto a Richard che
li avrebbe protetti fino a portarli in salvo, François ne era certo. E
rese ancora grazie a Dio per aver salvato quel ragazzo che ora si teneva
stretto, il suo innamorato. Concluse le sue preghiere di riconoscenza e,
già che c'era, pregò per le anime di tutti quelli che erano morti nel
naufragio.
Il volto di Mike pareva sereno. Il torace, a pochi centimetri dal suo
viso, si sollevava in un respiro tranquillo. Nella luce del mattino, che ad
ogni momento si faceva più intensa, il contrasto fra i loro corpi
risaltava violento. Uno lungo, snello, scuro, l'altro robusto, vigoroso, i
capelli castani, scompigliati dal sonno, le spalle abbronzate.
Era affascinato da tanta bellezza, dall'armonia di quel corpo, dalla
forza che esprimeva. Si sentì sopraffatto dalla tenerezza e dall'affetto
per Mike, soprattutto al ricordo di come gli fosse parso ostile nelle
settimane passate e di come poi gli avesse aperto il cuore, arrendendosi ai
sentimenti che provava.
Non era stato facile riuscirci.
Gli passò delicatamente le dita su una mano e poi sul braccio,
attraverso il torace e fino al ventre che non poteva vedere se non
spostandosi un poco. Gli occhi seguirono la mano, sfiorando la pelle liscia
e non abbronzata, di un pallore quasi latteo. A differenza degli altri,
ricordò François, Mike non si era mai tolto i pantaloncini, né
aveva mai indossati gli slip da bagno e sulla Venture era restio anche a
mettersi a torso nudo.
Improvvisamente si bloccò. Stava fissando un segno livido, uno
squarcio malamente ricucito che andava dal fianco al pube. Prima di
vederlo, l'aveva sentito sotto le dita, un cordone di pelle innaturalmente
tesa, troppo liscia. Non aveva mai visto una cicatrice chirurgica, ma intuì
che quella non era opera di un medico. Cosa poteva aver procurato quel
marchio? Era stato un incidente oppure qualcuno aveva fatto una cosa
orribile a quel ragazzo?
Ricordando il comportamento di Mike capì che non era stato un
incidente a provocare quel marchio e sentì scoppiargli dentro l'angoscia
al pensiero che qualcuno avesse potuto volergli tanto male, al suo
compagno, al ragazzo che lui amava e rispettava più di chiunque altro al
mondo, anche più di Richard che amava in un altro modo. E finalmente
comprese perché Mike non volesse restare nudo e apprezzò ancora di
più che l'avesse fatto per lui, decidendo infine di condividere quel
segreto. Si sollevò per guardarlo meglio e per inorridire ancora. Lasciò
correre l'indice lungo il segno, come se potesse, per incantesimo farlo
sparire oppure spremere via tutto il dolore che Mike certamente ancora
provava a causa di quello sfregio.
Che pareva ancora recente, non completamente rimarginata.
Gli sfuggì una lacrima, cominciò a piangere, l'amaca si mosse e
Mike aprì lentamente gli occhi.
La prima sensazione che provò fu il piacere dell'abbraccio tenero,
caldo di François e la deliziosa percezione della vicinanza, la conferma
dell'accordo siglato nell'abbandono e nella tenerezza della loro prima
notte d'amore, dei baci e degli abbracci. Che ricordasse, non si era mai
svegliato tanto sereno, felice, rilassato. Dopo che si erano amati ed
ancora amati, era scivolato nel sonno e nei sogni aveva ripetuto i momenti
vissuti davvero. Ed aveva sognato che il legame con François fosse senza
fine. Lo guardò con gli occhi dell'amore e prima di vedere le lacrime
sulle guance, già capì che il suo ragazzo era addolorato.
"Che c'è, Fran, che ti succede?" chiese preoccupato.
"Mike... io ti amo tanto e non lascerò che qualcuno ti faccia del
male un'altra volta" gli sussurrò con passione, mentre gli accarezzava
la cicatrice "Com'è accaduto?"
Era il momento che Mike temeva e che non voleva arrivasse.
La vergogna per quello che gli era accaduto lo sopraffece, ma quello
che lo spaventava davvero, era di dover rivivere i momenti terribili di
quella notte. Si rese conto che non avrebbe potuto tacere la verità alla
persona che sentiva più vicina, cui aveva aperto il cuore.
Ingoiò a vuoto e fece un respiro profondo, era arrivato il momento
di raccontare, ma prima di parlare capì, fu certo, che dopo sarebbe
stato meglio. Che solo dopo aver raccontato, la vita sarebbe stata
migliore. Aveva vissuto mesi di intensa vergogna, ma ora era certo che
quella sofferenza sarebbe finita.
"È stato in aprile e fu mio padre a farmela, la sera in cui gli
dissi del viaggio sulla Venture. Impazzì di collera, era ubriaco e
cominciò a urlare che non mi avrebbe mai mandato con un gruppo di ricchi
finocchi, anche se dicevano di essere benefattori e usò le parole
peggiori che avessi mai ascoltato. Disse che quelli volevano solo scoparmi
e che così sarei diventato un finocchio anch'io e che forse lo ero
sempre stato, anche perché certamente non ero suo figlio. Credo che lui
abbia reagito così perché aveva paura di perdere il controllo su di
me. Io non ho ancora trovato una ragione per tutta quella violenza.
"E quella sera, per la prima volta nella mia vita, io reagii, gli
risposi, anziché ascoltare in silenzio ed ubbidire, come avevo sempre
fatto. Gli urlai che avrei partecipato alla crociera, con o senza il suo
permesso. E lui si infuriò. Quando era ubriaco e voleva sfogarsi, se la
prendeva con mia madre e mia sorella, perché avevano paura di lui e non
si ribellavano. Raramente con me, non perché io reagissi, ma perché
da un po' di tempo ero grande e grosso quasi quanto lui e forse aveva paura
di me. Quella sera mi urlò bestemmie terribili, ma non si avvicinò.
"Allora, per evitare che degenerasse e anche perché avevo ancora
paura di lui, ma tanta davvero, me ne andai nella mia camera e mi preparai
per dormire. Mi spogliai, avevo addosso soltanto i boxer quando con un
calcio spalancò la porta. Teneva una bottiglia in mano e ricominciò a
gridarmi le stesse cose di prima. Poi venne verso di me, gli urlai di
starmi lontano, ma lui si avventò e io gli detti una spinta. Non lo
colpii forte, era solo una spinta per allontanarlo, ma era ubriaco e cadde
all'indietro, sbattendo per terra e rompendo la bottiglia."
Parlava con gli occhi sbarrati come se stesse descrivendo delle scene
che gli scorrevano davanti agli occhi. Erano incubi, più che ricordi.
"C'era whisky dovunque, con un odore anche peggiore di quello che si
portava sempre addosso. Non sapevo che fare, non l'avevo colpito, era
caduto da solo" fece un respiro profondo e François gli accarezzò la
spalla, per rassicurarlo "si alzò molto lentamente, sperai che se ne
andasse, perché pareva più tranquillo. Aveva ancora in mano il collo
della bottiglia, potevo vederne i lembi appuntiti, lui invece si mosse
verso di me, io mi spostai indietro, fin contro il muro. Avevo paura, non
volevo colpirlo, allora misi le braccia dietro, per fargli capire che non
avevo cattive intenzioni. E lui allora..."
Mike si bloccò, incapace di continuare, sopraffatto dai
singhiozzi. Anche François piangeva, ma di rabbia. Desiderava di
trovarsi in quella camera, per uccidere il padre di Mike e l'avrebbe fatto,
lui non avrebbe avuto alcuno scrupolo a fare una cosa come quella. Il suo
sangue era molto caldo, la sua ira in quel momento, incontenibile.
Lo strinse con quanta forza aveva nelle braccia, lo sentì
sospirare, l'accarezzò e fu un tocco che parve placare la pena di Mike.
"È finita, fratello, è tutto finito" gli sussurrò,
sforzandosi di controllare la voce "Sei qua con me, vedi? Lui non può
più farti male, perché adesso hai me e se qualcuno anche solo
provasse a farti soffrire, io l'ucciderei!"
Ripeté quelle parole, finché non riuscì a calmarlo e solo
allora ascoltò la conclusione della storia.
"Io cerco di dimenticarlo, di non pensarci, ma mi ricordo tutto
quello che accadde" riprese Mike con voce piatta "e mi dico sempre che non
è reale, perché non è mai accaduta, poi sento la cicatrice, perché
più che vederla, io la sento, in ogni momento, e allora so che è
accaduto davvero ed è successo a me.
"Lui mi venne incontro, allungò il braccio verso la mia pancia. Io
guardavo inorridito, incapace di difendermi, vidi la bottiglia rotta, i
lembi appuntiti, tagliarmi i boxer e poi sentii incidere la carne. Tagliò
verso il basso, verso il mio uccello, perché era quello che voleva
mozzarmi. Il sangue cominciò a uscire, ma non sentivo dolore. Solo una
sensazione di freddo, di gelo, dove la pelle era stata aperta. Allora lo
colpii con un pugno, lo presi alla faccia, fu una reazione meccanica,
istintiva e lui finì per terra, sempre con il collo di bottiglia stretto
in mano. Io caddi all'indietro, ricordo che c'era sangue ovunque ed era il
mio..." si fermò per riprendere fiato. Sebbene avesse parlato con calma,
era affannato per lo sforzo di controllarsi, aveva la gola tanto secca che
quasi non riusciva a parlare.
François non smetteva di incoraggiarlo, con gli occhi e con le
carezze.
"Allora arrivò mia madre..." Mike tacque. Teneva gli occhi
chiusi. François attese che pensasse, che trovasse la forza di
ricordare.
"È andata proprio così..." disse a se stesso, come per
convincersi "io cerco di non pensarci, di non ricordare, ma è andata
esattamente come me lo ricordo..."
"Non ci pensare più... è accaduto mille anni fa..."
"No, Fran... no... è stato ieri, oggi, adesso. È dentro di me,
su di me, come questo segno. Anche peggio! Senti... io... io non svenni
subito... solo dopo, ma prima... ricordo tutto quello che accadde in quei
momenti, anche se forse qualcosa me l'hanno raccontata. Credo di aver visto
mio padre con le manette e due poliziotti che lo portavano via e gli
infermieri che mi mettevano sulla barella. C'era un medico che urlava
qualcosa, mentre cercava di fermare l'emorragia, di tamponare la ferita. Il
dolore era forte ed io ero frastornato, ma ero cosciente. Almeno fino ad un
certo punto. Quando mi svegliai era già il giorno dopo e mi trovavo in
ospedale. Mia madre mi disse che ero stato alcune ore in sala operatoria,
ma che la ferita non era grave, perché il vetro non aveva toccato nessun
organo vitale. Era superficiale, insomma, e sarebbe stata solo brutta da
vedere... disse che presto sarebbe diventata solo un ricordo, che non
avrebbe avuto nessuna conseguenza per me! Che dovevo capire mio
padre... che se era successo, era anche colpa mia..."
Mike rise amaramente.
"Capisci, Fran, nessuna conseguenza... mia madre disse così! E
disse che era colpa mia..."
"È passato tutto. È finita!"
"Nessuna conseguenza... capisci? Perché a lei importava solo di
lui e non aveva mai saputo dirgli di no... adesso ho capito che lei era
contenta che ci trattasse tutti come animali. E in ospedale non faceva che
ripetermi che dovevo stare attento a quello che dicevo alla polizia, perché
la colpa era mia se mio padre si era comportato così! Che io l'avevo
provocato..."
"Dove sono adesso tua madre e tua sorella?"
"Non lo so e... non lo voglio sapere!" disse con una voce dura che
François non gli aveva mai sentito "Mi dispiace per quella bambina, ma
ormai sono tutti morti per me!"
"E tuo padre?"
"Lui sta in galera. È stato condannato e spero che non esca
vivo. Non voglio vederlo mai più. So che non dovrei, ma lo odio. Lo odio
e basta! Ci ha trattati sempre come delle bestie! E se devo diventare come
lui, preferisco morire! E odio anche mia madre..."
Adesso piangeva in silenzio, con il capo sulla spalla di François
che l'accarezzava dolcemente sulla nuca.
"Tu non sarai mai come lui, sei diverso e adesso ci sono io con te e
ti amo."
Mike l'abbracciò anche lui, gli si fece piccolo accanto, si
aggrappò alle sue braccia, proprio come fosse un salvagente, perché
sentiva di poter affondare.
"Promettimi che non mi lascerai mai andare, Fran, che mi salverai,
che non mi farai diventare come lui" riuscì a dirlo, mentre piangeva.
Respirò profondamente, inalando l'odore di François che era di
sudore, di carne, del piacere che si erano dati nella notte, ma gli parve
la più dolce delle fragranze
"Il tuo profumo è così buono" disse dopo un poco "e tu sei
meraviglioso! Ti amo tanto!"
"Anch'io ti amo, fratello!"
Tacquero, ascoltando i loro stessi respiri.
"Mi vergogno tanto per quello che mi è successo. So che non è
colpa mia, ma ho dovuto dire le stesse cose tante volte. Ho fatto tutte le
dichiarazioni alla polizia. Ero ancora in ospedale quando mio padre andò
in tribunale. Lui ammise solo di avermi colpito, tentò di darmi la
colpa, disse che prima io gli avevo dato un pungo. Due insegnanti e il
preside della mia scuola testimoniarono per me, di tutti i maltrattamenti
che subivamo io e mia sorella e così non dovetti andare io a deporre. Il
tribunale non gli credette e lo condannarono.
"Io ho cercato di dimenticare, ma non ci riesco, perché mi basta
pensare a questo marchio. Lo sento sempre, perché forse mi hanno
ricucito male oppure è passato troppo poco tempo, ma quando mi muovo,
sento sempre un poco tirare. I medici hanno detto che mi passerà, perché
la ferita è superficiale e che io devo ancora crescere e forse dopo non
sentirò più nulla. E poi lo sogno. Mio padre con la bottiglia rotta
in mano. Quel collo di bottiglia, i lembi appuntiti, aguzzi. Adesso l'odore
del whisky mi fa vomitare e mi ricordo che mia madre..." ricominciò ad
agitarsi, a piangere.
François che non aveva mai smesso di accarezzarlo, cercò di
calmarlo
"Basta adesso! Basta..."
"Aspetta, Fran, aspetta, ascolta. Devo dirti un'altra cosa, l'ultima,
ma mi vergogno, mi vergogno a dirla, mi vergogno per lei. Tu però lo
devi sapere che quella sera mia madre, invece di soccorrere me, aiutò
lui ad alzarsi e l'accompagnò fuori dalla stanza. Ed io ho sentito che
lo consolava e che mi accusava di essere un figlio disubbidiente e
maleducato. La sentii, capii tutto, anche quando gli chiese se cadendo
s'era fatto male, mentre io ero là sul letto e sanguinavo, come un
maiale sgozzato!"
"Mi dispiace, fratello! Amore mio."
"Adesso capisci, perché non voglio più vederli, nessuno di
loro? Lo capisci che sono orfano anch'io come te? Quando sono uscito
dall'ospedale mi hanno messo in un istituto, perché hanno giudicato mia
madre incapace di provvedere a me e a mia sorella. Anche la piccola adesso
chissà dov'è. E poi finalmente siamo partiti! Ma non li rivedrò
mai più, lo giuro! Se non avessimo fatto naufragio, ci avrei pensato al
mio rientro in America, a sparire per sempre!"
"Pensa ad oggi, Mike, a noi due. Il domani è così incerto,
almeno quanto è lontana una città o la nave che forse passerà
mille miglia al largo di quest'isola. Pensa a noi, non sei felice adesso,
piccolo?"
"Oh, si, tanto, Fran. Tanto da avere paura che possa finire! Tanto da
avere paura di essere salvati. E da cosa poi?"
"Non finirà, te lo prometto. Sai, Mike, anch'io ho sofferto, non
come te, ma in un modo diverso e anch'io voglio che questa felicità non
finisca. Vedrai che noi due ce la faremo. Insieme agli altri, con l'aiuto
di tutti e di Richard!"
"Lo so, lo spero. Mi sento meglio adesso, mi ha fatto bene
parlarne. Sto meglio, sai? Mi vergognavo anche solo a ricordarmelo, adesso
invece non mi importa più di nulla. Che mi vedano, lo racconterò a
tutti. Forse me ne sono liberato per sempre e il merito è tutto tuo,
soltanto tuo."
Si baciarono, accarezzandosi teneramente e se ne stettero
abbracciati.
"Grazie, Fran, un milione di volte grazie. Adesso che ci sei tu e non
sono più solo..." poi la sua voce si spense in un sussurro, perché
era stremato dallo sforzo di ricordare.
François lo tenne fra le braccia, mentre si riassopiva.
Avrebbe voluto addormentarsi anche lui, ma non riusciva neppure a
chiudere gli occhi al pensiero di quello che aveva ascoltato e a come ciò
che era accaduto fra loro si spiegava e diventava tanto più
prezioso. Anche Mike era praticamente solo al mondo, proprio come
lui. Entrambi avevano ancora una madre e delle sorelle che per motivi
diversi erano tanto lontane da essere perdute per sempre. E questo non
poteva che avvicinarli, il loro futuro era pur sempre una strada difficile,
ma da percorrere insieme, tenendosi per mano.
Quella notte era stata l'inizio di una nuova vita per loro, sempre
che Mike avesse davvero e in tutto e per tutto i suoi stessi desideri, ma
quella era un'eventualità che in quel momento non intendeva considerare,
un pensiero che gli metteva paura. Ci sarebbe stato tempo per scoprirlo e
l'avrebbe fatto per essere certo di tutto, ma non in quel momento, in
quegli attimi preziosi di felicità in cui, anche dal suo cuore e dalla
mente, erano spariti, rotolati via, i macigni che avevano appesantito gli
ultimi due anni della sua vita.
Il recente passato di François era stato doloroso e triste,
diverso da quello di Mike, ma non meno tragico.
Nessuno aveva lasciato cicatrici sul suo corpo o versato il suo
sangue, né l'aveva tradito, almeno non di proposito. Lui però aveva
sofferto tanto, sebbene non riconoscesse a se stesso neppure un millesimo
delle sofferenze che Mike aveva dovuto sopportare. Era certamente l'amore a
fargli sottovalutare i propri dolori, amplificando quelli dell'innamorato,
perché entrambi avevano trascorso mesi o anni terribili.
Mentre Mike si assopiva stanco e sereno fra le sue braccia, la mente
di François andò indietro, fino al momento in cui, nella vita
spensierata che conduceva, era cambiato tutto, un tempo a cui poteva
finalmente tornare con il sollievo non della soluzione, ma almeno con il
distacco della lontananza, perché gli incubi che quei giorni avevano
generato si erano come attenuati, perdendo spessore, diventando ombre da
cui era sempre più facile difendersi.
Tutto era cominciato con la scoperta della malattia di suo padre, cui
era seguita una lunga e dolorosa catena di sofferenze. Lui l'aveva amato,
come un figlio può amare un uomo buono ed onesto. Ripensò a quei
mesi, trascorsi sperando in una cura inesistente, poi in un miracolo,
invocato, quasi atteso, per la fede incondizionata che animava tutta la
famiglia. Infine la morte, ormai prevista, desiderata con disperazione,
quando anche la fede pareva averli abbandonati. E in quel dolore,
l'improvvisa discesa di sua madre nella depressione e poi nella pazzia,
mentre lui tentava invano di tenere insieme i pezzi della famiglia nella
loro casa in cui, senza i genitori, non potevano più restare.
In poche settimane tutto il suo mondo era andato in pezzi.
Di tutti i momenti brutti e tristi che aveva vissuto, il ricordo
peggiore era del giorno in cui aveva visto allontanarsi l'ambulanza che
portava la mamma in ospedale e la disperazione, quando aveva presentito,
creduto di capire, che la colpa di quella distruzione, dell'esplosione
della famiglia, potesse essere sua, perché, avendo solo quindici anni,
non era in grado di prendersi cura delle sorelle più piccole che erano
state affidate ad altre famiglie per essere poi adottate. Le piccole erano
finite in posti lontani e sconosciuti a lui, per il quale inspiegabilmente
non s'era trovata nessuna famiglia disposta a prendersi in casa un ragazzo
nero della sua età.
E allora gli assistenti sociali, con una decisione incomprensibile,
non avendo un posto per lui, l'aveva mandato in un centro correzionale,
come fosse un criminale. E lui era tutto fuorché un delinquente.
All'inizio il senso di colpa gli aveva fatto accettare quella specie
di carcerazione, come se fosse una pena da scontare per le sue colpe. Poi
uno degli insegnanti, un sacerdote, un uomo gentile, l'aveva aiutato a
capire, facendogli accettare tutti gli avvenimenti che avevano sconvolto la
sua vita ed anche comprendere che l'esplosione della famiglia non era stata
un suo fallimento personale, ma il perverso susseguirsi di eventi
negativi. Trascorse in quell'istituto alcuni mesi, perché non si trovava
nessuna famiglia disponibile ad accettarlo per quello che era. Un ragazzo
ormai segnato, perché proveniente da un riformatorio, anche se innocente
in tutto.
Là dentro era isolato, senza amici e senza speranza. Aveva pregato
ogni giorno. La religione, la fede ritrovata, nonostante tutto, l'avevano
aiutato a superare i momenti difficili, a convivere con colpe che credeva
di avere e infine a resistere nella sua misera realtà. Pregava con
disperazione, perché si trovasse una via d'uscita alla sua situazione,
in un modo o nell'altro. Non avendo commesso alcun reato, non aveva una
pena da scontare, perciò non c'era scadenza alla sua detenzione, se non
la maggiore età, lunghi anni di prigione senza colpa e quella era una
prospettiva che lo terrorizzava.
Pregò e cercò di essere buono, servì messa e aiutò il
cappellano e un giorno, proprio quel buon prete gli parlò della Venture,
di un viaggio offerto a dieci ragazzi per aiutarli. Quello disse proprio
'ragazzi difficili' e lui non accettò che lo considerassero tale.
"Chi vuole aiutarmi, padre?" aveva chiesto con l'amarezza che ormai
permeava ogni sua parola "Io non sono un ragazzo difficile. Mio padre è
morto, mia madre è impazzita e non so dove sono le mie sorelline. E sono
in un riformatorio, anche se non ho commesso nessun reato, se non quello di
essere nato nello stato del Massachusetts!"
"François!"
"Aiutarmi in cosa, padre?" aveva insistito "Forse ad accettare meglio
la mia vita quando tornerò dal viaggio e rientrerò al riformatorio?
Perché è qua che tornerò, non è vero? E sarà peggio di com'è
adesso, di com'è schifosa la mia vita!"
Avrebbe voluto ancora urlare e disperarsi, ma ammutolì, come se
parlandone avesse scoperto quanto fosse brutto e ingiusto il mondo in cui
viveva.
"È tutta colpa vostra" borbottò piangendo, prendendosela con
l'unica persona che cercava di aiutarlo.
Se era in quella situazione, era colpa della società, di un
sistema che metteva in galera un ragazzo, non avendo un altro posto dove
tenerlo. Il sacerdote, però, era un uomo tenace, quanto paziente e alla
fine lo convinse a compilare ugualmente la domanda. Dovette gridare fino a
costringerlo, ma alla fine ci riuscì.
"Quanto meno per riconoscenza" arrivò a urlargli padre O'Herne "e
fallo per me che non voglio più vederti qua! Come devo dirtelo? Non c'è
bisogno che tu torni!"
E così lo convinse, arrivando anche a suggerirgli qualcosa che
François nella sua innata onestà non avrebbe mai neppure immaginato
di pensare, l'idea scomparire in un momento qualunque di quel viaggio, di
sparire, se solo l'avesse voluto.
La lettera di ammissione lo raggiunse il giorno del suo sedicesimo
compleanno e, per la prima volta dopo molti mesi, sentì una piccola
speranza accendersi nel cuore, perché, cogliendo il suggerimento di
padre O'Herne, aveva deciso di scappare, una volta lontano dalle persone
che avevano avuto fiducia in lui. Quel viaggio, come doveva aver previsto
il sacerdote, sarebbe stata un'occasione irripetibile.
Decise che avrebbe cercato di scomparire in un posto qualunque, in
quei mesi di navigazione. Un giorno, in un porto o in un altro, quando
nessuno lo sorvegliava.
Poi però sulla Venture aveva trovato tutti i compagni e altre
ragioni per continuare a vivere. Kevin che era come lui e l'aveva fatto
sentire meno solo. Loro due erano subito diventati amici, fino a consolarsi
di tutta l'infelicità delle loro vite. Scoprire che c'erano altri
ragazzi che avevano sofferto quanto e più di lui, l'aveva incoraggiato e
reso più forte. E poi c'era Richard la cui amicizia era stata così
incondizionata e fiduciosa, che gli aveva impedito anche solo più di
pensare ad una fuga, perché se fosse scappato, avrebbe messo nei guai un
po' tutti, ma soprattutto Richard, sotto la cui personale responsabilità
si muovevano quando non erano a bordo.
Richard che li accompagnava ovunque e non per controllarli, ma per il
piacere di stare con loro, con l'amicizia che si era creata.
Durante quel viaggio era accaduto anche qualcosa di meglio: in realtà
c'erano stati due uragani, non solo quello che aveva causato il
naufragio. Perché nella sua vita era entrato Mike, anche se era stato
sempre scontroso e ostile.
Lui ne era spaventato, adesso però sapeva che anche Mike era
terrorizzato all'idea di diventare troppo intimo di qualcuno, figurarsi di
un nero. Se n'era innamorato a poco a poco, proprio mentre Mike gli si
rivoltava contro, minacciando di dargli un sacco di botte se avesse
continuato anche solo a guardarlo. Da allora si erano evitati, come se
fossero appestati. E poi proprio il secondo uragano, quello del naufragio,
era servito a bucare la corazza, a superare le esitazioni, la paura, a
mostrarli uno all'altro, per capire, uno dell'altro, quanta dolcezza ci
fosse in ciascuno e quanta sofferenza avessero dovuto sopportare per
giungere a quel punto, a quella confidenza.
A dispetto di tutto ciò che aveva sempre pensato,
sull'omosessualità, sui bianchi e i neri, gli ispanici e tutti gli altri
colori che può avere una pelle, pensò che forse Dio li aveva fatti
arrivare sull'isola proprio perché si amassero e avessero cura uno
dell'altro. E che quindi anche il suo amore per Mike fosse giusto e,
sebbene un po' timoroso di essere un peccatore, chiese ugualmente a Dio una
benedizione per loro due.
Guardò il cielo che era ormai chiaro, poi accarezzò il suo
innamorato, ancora addormentato fra le sue braccia e si convinse che il
Signore avrebbe volentieri benedetto il loro amore, e glielo chiese ancora,
col cuore pieno di gioia e appagato in ogni desiderio. Chiese a Dio di
tenerli uniti e di benedire quel legame. Mormorando una preghiera di
ringraziamento, gli chiese che aiutasse Mike a non smarrire mai più la
pace che forse aveva trovato.
Pregò per Richard, che avesse sempre la forza e la pazienza di
guidarli e consigliarli. Pregò per Kevin, perché anche lui avesse
pace, quella stessa appena trovata da Mike. Aveva capito, che sulle spalle
magre di Kevin gravava un'altra brutta storia, una storia che il rosso non
aveva ancora trovato il coraggio di raccontare a nessuno. Pregò per i
piccoli che amava, come se fossero suoi fratelli. E pregò anche per le
sue sorelle che erano in qualche casa, laggiù in America, e sperò che
fossero felici e che avessero trovato una famiglia serena come quella che
aveva trovato lui. Perché i compagni erano la sua famiglia, anche se non
convenzionale.
Ad uno ad uno, i ragazzi s'erano svegliati, un po' perché s'era
fatto giorno, un poco per i rumori che loro due avevano fatto. I letti non
erano lontani e Mike non aveva parlato così a bassa voce come pensava di
aver fatto. Dall'inizio l'avevano ascoltato Richard e Kevin che erano i più
vicini, Manuel aveva sentito buona parte della storia e ne aveva dedotto
facilmente il resto. Quando Tommy si era svegliato, gliene aveva
bisbigliato una parte, evitando qualche particolare, ma destando ugualmente
una grande impressione del piccolino. I tredicenni si erano accontentati di
qualche parola di spiegazione mormorata da Tommy.
Quando il silenzio era tornato sul campo e Mike si era riassopito,
mentre François pensava e pregava, i ragazzi avevano cominciato ad
alzarsi, senza fare rumore. I tre stavano discutendo della storia appena
ascoltata, ma a voce molto bassa, proprio per non svegliare Mike o
disturbare François. Manuel e Tommy si erano asciugati le lacrime,
Richard e Kevin erano andati verso l'amaca dove i due ragazzi erano ancora
coricati.
Videro François che ancora cullava Mike con un'espressione di
profonda felicità dipinta sulla faccia.
"Sei stato bravo, François" sussurrò Richard accarezzandolo "e
sono contento per voi."
"L'avete sentito, vero?"
"Si, era difficile non ascoltarvi."
"Ehi, François" fece Kevin "stanotte hai creato un nuovo Mike. Sei
stato incredibile, fratello!"
"No, no" si schermì con modestia, falsa, perché era
terribilmente orgoglioso di sé e del suo innamorato "lui è stato là
tutto il tempo" bisbigliò "aveva solo paura di essere giudicato
male. Che qualcuno gli vedesse la cicatrice e pensasse chissà cosa di
lui. Sono stato davvero fortunato che me l'abbia lasciata guardare!"
"Per lui deve essere stato terribile" disse Richard "Quando si
sveglia pensi che dovremmo dirgli qualcosa o fare finta di niente?"
"A lui importa solo che lo accettiamo per quello che è, che non ci
scandalizziamo per quel marchio che si porta addosso senza colpa. Adesso
che sappiamo come se l'è fatto e in che famiglia è vissuto, sarà
più facile no?"
Richard guardò le dita di François che continuavano ad
accarezzare il ventre di Mike seguendo il segno irregolare della cicatrice.
Nel frattempo tutti gli altri li avevano raggiunti in silenzio ed
erano attorno all'amaca.
Mike si stiracchiò, senza ancora aprire gli occhi.
François l'accarezzò, lo guardò, poi notò l'espressione
ingenua, sempre fiduciosa. Possibile che in quegli occhi, in quel volto ci
fosse tanto candore e quel cuore e il corpo avessero sofferto tanto? Lo
baciò e lui non capì ancora quello che stava accadendo.
Finalmente si guardò intorno. Prima vide Richard e Kevin che lo
osservavano sorridenti, anche lui sorrise con la stessa dolcezza, ma sempre
senza capire.
"Ciao" gli dissero insieme.
"Richard, Kevin" li salutò, poi guardò meglio e notò che
tutti gli altri erano attorno all'amaca "che ci fate qua?" e nel dirlo si
rese finalmente conto di essere nudo.
Fece per coprirsi, poi pensò che quelli erano là da chissà
quanto e che avevano già visto tutto quello che c'era da vedere. Il
vecchio Mike, quello della sera prima, sarebbe diventato così rosso da
esplodere per la vergogna. Quello nuovo, di quella mattina luminosa, la
prese con filosofia ed arrossì solo un poco, voltandosi quel tanto che
bastava perché una gamba di François gli coprisse il pube e solo
quello.
"Mike..." prese a dire Richard, dopo aver tirato un bel sospiro e
cercando di scegliere le parole "vedi, noi, non volendo, ti abbiamo sentito
prima, mentre raccontavi di te a François. Qua siamo così vicini che
sarebbe stato impossibile non ascoltare. Perciò volevamo dirti che tutti
ti vogliamo bene, anche più di prima, se possibile, e crediamo che tu
sia stato veramente coraggioso. E soprattutto siamo contenti che tu abbia
deciso di raccontare tutto ad avere fiducia di François ed
involontariamente anche di noi che per sbaglio ti abbiamo sentito. E
speriamo che vorrai perdonarci!"
"Oh, Richard, no, non importa. Sono contento che l'abbiate sentito
anche voi, così, insomma non devo ripeterlo!" sorrise, poi tornò
improvvisamente serio "Ehi, Richard, Kevin... a voi due voglio dire una
cosa... voglio dirvi un'altra volta quanto mi dispiace per le mie parole
di ieri. Io non volevo offendervi. E adesso, se mi perdonate, vorrei solo
che diventassimo sempre più amici, perché il mio più grande
desiderio e che François ed io possiamo essere come voi, come vi amate
voi due. E poi, Richard, io voglio ringraziarti per essere stato così
buono con me, anche se io mi sono comportato sempre così male. Non me lo
perdonerò mai!"
"Ehi, fratello, tra noi non c'è bisogno di scuse. Davvero! Non con
quello che ci sta accadendo! Va sempre tutto bene!" lo rassicurò
Richard.
"Comunque, Richard, grazie per aver avuto pazienza con me... io
potevo... insomma penso di non aver mai meritato la tua gentilezza! Io non
pensavo che..."
"Oh, basta adesso, Mike!" poi aggiunse sorridendo "Senti... posso
toccare la tua cicatrice?"
Mike ne fu sorpreso e anche imbarazzato.
"Perché?"
"È parte di te ed io sono tuo amico!"
"Si, se vuoi... credo di si, lo puoi fare."
Richard molto delicatamente fece correre le dita lungo la cicatrice,
sulla pelle nodosa e tumefatta che si era appena formata per chiudere i
lembi della ferita.
Guardandolo negli occhi gli disse: "Vorrei poterti togliere tutto il
dolore che hai dentro, fratello!"
Lo fece con un affetto che colpì profondamente Mike, l'accarezzò
sul ventre e sul petto e passatagli la mano dietro la nuca si abbassò a
baciarlo sulla guancia. Poi si spostò, sempre sorridendo ad un Mike
ancora sorpreso, ma sicuramente contento per quella manifestazione
d'affetto.
Anche Kevin fece così, lasciando spazio a Terry, poi a Joel e
Angelo che con mani tremanti sfiorarono anche loro la cicatrice, anche se
nessuno dei tre baciò Mike.
I tre ragazzi parevano aver instaurato un legame telepatico fra
loro. Facevano gli stessi movimenti, parlavano molto fra loro, ma
delegavano sempre ad uno l'espressione delle idee di tutti e tre. E quando
uno faceva qualcosa, gli altri la ripetevano senza neppure
pensarci. Così, quando Terry non baciò Mike, fu ovvio che gli altri
due non l'avrebbero fatto.
Poi si fecero avanti Manuel e Tommy tenendosi per mano. Manuel aveva
un cuore che sentiva il dolore degli altri e lo soffriva in perfetta
simpatia. Era in lacrime un'altra volta, dopo aver già pianto ascoltando
il racconto. Gli prese una mano.
"Mike, amico" disse "sei veramente in gamba, come persona, intendo. E
siamo davvero fortunati che tu sia qua con noi. Ti voglio bene!"
Si abbassò e l'abbracciò gettandogli le braccia al collo, lo
baciò.
"Sono io quello più fortunato, fratellino" disse Mike "perché
tu hai un cuore così grande. Non piangere, però. OK? Adesso sto bene,
sai? Meglio di quanto potessi mai sperare. Voi ragazzi siete i migliori!"
Tommy si gettò su Mike e andò a piantargli sulla cicatrice un
bacio schioccante: "Ecco fatto" gridò "sono contento di averti come
fratello maggiore!"
Anche Mike lo baciò sulle guance: "E tu non cambiare mai,
piccolo!"
"Fra un po' vedrai" disse Tommy ridacchiando "diventerò grande e
grosso come te! E sarò in grado di spruzzare come ha fatto Manuel sulla
mia pancia stanotte!"
Manuel si coprì la faccia con le mani per l'imbarazzo, mentre gli
altri scoppiavano a ridere.
"Stampella, devo fare la pipi!" urlò François strattonando
Mike, mentre gli altri se ne andavano a prepararsi.
La giornata cominciava davvero.
"Ragazzi, abbiamo un sacco di cose da fare. Direi che è arrivato
il momento di metterci al lavoro!"
Gli si erano seduti attorno e l'ascoltavano attenti.
"Perché? Fino a ieri che abbiamo fatto? Sono a pezzi io!" borbottò
Kevin, ma a voce abbastanza alta perché Richard lo sentisse e gli
tirasse un pizzicotto sul braccio.
"Povero caro, hai tutte le mani rovinate" fece François con una
voce serissima, mentre Mike lo guardava incuriosito e piuttosto perplesso.
"Oh, non me ne parlare" gli tenne dietro Kevin "neanche in un mese
riuscirò a riavere le unghie curate che avevo a Boston!"
"Ci hanno fatto sgobbare per due mesi a tirare corde e a lavare la
coperta con gli spazzoloni" rincarò François "anch'io ho i calli alle
mani! Ma ci pensi?" e Mike fece una faccia esterrefatta.
"Ragazzi, basta, per favore!" gridò Richard, cercando di non
ridere, ma soprattutto per mettere fine al baccano che quei due avevano
suscitato, cui contribuivano soprattutto le tre pesti e Tommy che si
stavano sganasciando dalle risate, mentre Manuel rideva in modo molto più
garbato e Mike si guardava intorno in cerca di una spiegazione.
In un attimo fecero tutti silenzio, ma Kevin non rinunciava a
mostrare ancora a François le sue unghie spezzate, mentre si massaggiava
contrariato il braccio per il pizzicotto ricevuto.
"Prima di tutto dobbiamo trovare un modo pratico e veloce di pescare"
disse Richard, dopo aver finalmente ottenuto l'attenzione di tutti.
Poi guardò Kevin che l'accusava con gli occhi e con i gesti di
avergli provocato un livido sul braccio e si decise a scusarsi baciandogli
la parte presumibilmente offesa.
"Dicevo" si ricompose e tornò ad essere il Richard serio che tutti
conoscevano "che dobbiamo trovare subito un modo efficiente di
pescare. Usare la canna va bene, ma rischiamo di passare così tutte le
nostre giornate. Siamo nove e abbiamo bisogno di molto cibo, abbiamo anche
parecchie cose da fare e pure in fretta, perciò non possiamo trascorrere
il nostro tempo prendendo i pesci al volo, anche se Terry è bravo a
farlo. Dalla Venture abbiamo recuperato delle reti, qualcuno di voi ha mai
usato una rete?"
I ragazzi si guardarono l'un l'altro, ma nessuno rispose.
"Poco male: impareremo. Andremo nella laguna con la lancia e
cominceremo ad usarla. Non sarà difficile e vedrete che ci
riusciremo. Poi, ed è la più urgente di tutte le nostre esigenze,
dobbiamo costruire un rifugio che ci ripari se dovesse arrivare qualche
tempesta.
"L'altra cosa importante, essenziale anche questa e pure urgente, è
che dobbiamo esplorare la terra sulla quale siamo finiti. Prima di tutto
per scoprire se ci sono altri superstiti della Venture e poi perché
abbiamo bisogno di avere più notizie per stabilire quello che dovremo
fare in futuro. Sono abbastanza sicuro che questa sia una piccola isola, ma
dobbiamo sapere quali sono esattamente le sue dimensioni, se è abitata
da altri esseri umani e se ci sono altre isole qua attorno che si possano
raggiungere, se sono abitate, se possiamo comunicare in qualche modo.
"Poi dobbiamo scoprire quello che possiamo sulle piante e sugli
animali che vivono qua, perché potrebbero essere una fonte di alimento
per noi. Abbiamo dei libri per riconoscere le piante. Li dobbiamo studiare
con attenzione per capire quali piante sono commestibili e quali velenose
oppure dannose alla nostra salute. E dobbiamo scoprire se ce ne sono di
curative, perché anche se abbiamo parecchie medicine, potrebbero non
essere sufficienti se la nostra permanenza dovesse prolungarsi.
"Se siete d'accordo, domani cercheremo di scalare la cima della
montagna e guardarci intorno. Mentre saliamo osserveremo piante ed
animali. Da lassù potremo anche decidere quali altri posti esplorare
meglio.
"Questo è tutto quello che mi è venuto in mente, per il
momento. Ci sono altre idee? Qualcuno ha pensato ad altro?"
"Già così mi pare che ci sia abbastanza da fare" disse Kevin,
mentre tra i ragazzi era sceso un silenzio preoccupato e nessuno aveva più
voglia di scherzare.
"Si, ma non dobbiamo scoraggiarci, né affannarci" li tranquillizzò
Richard "Per oggi cercheremo di raccogliere e catalogare il materiale che
abbiamo recuperato. Poi penseremo a quello che abbiamo da fare. E domani
andremo ad esplorare l'isola."
"Ehi Richard" era Mike, esitò, era un poco a disagio "voglio solo
dire che alla mia scuola avevamo un buon programma di attività manuale e
ho imparato a fare un sacco di cose, io ho anche iniziato a progettare
delle costruzioni di legno. Insomma, me la cavo bene a disegnare e a fare i
calcoli dei pesi e delle proporzioni" avvampò, perché era davvero
timido e per lui era difficile parlare in pubblico e soprattutto dire bene
di sé "Beh, quelli che realizzavo erano soltanto dei modellini, ma i
calcoli che facevo erano gli stessi che se avessi dovuto costruire davvero
quelle case, cioè, quasi! E poi è l'idea quella che conta, no?"
"Ottimo, Mike, davvero" fece Richard, sollevato soprattutto all'idea
di non dover imparare a progettare il rifugio "allora incomincia a pensare
alla nostra casa. Che sia grande e solida!"
"E anche confortevole!" aggiunse Kevin.
"E mi raccomando la cucina, che sia comoda e funzionale!" aggiunse
François fra le risate di tutti.
"Grazie, Richard. Se tu ce lo permetti, con François cercheremo di
fare un inventario di quello che abbiamo e quindi potremo cominciare a
progettare."
"Va bene, Mike. Credo che vada bene così."
"Ri-chard" gridò Angelo, agitato, avvampando
"senti... io... io... vo-vo..." e incespicò sulla parola che stava per
dire, inciampando nella sua balbuzie che solitamente non lo angustiava, ma
che era evidente quando doveva parlare davanti a molte persone.
Ed era un grande sforzo per lui che aveva passato parte della sua
vita cercando di non farsi notare dagli altri.
"Dai, fratellino, coraggio!" l'incitò Terry.
"Volevo dire" fece allora Angelo, sempre esitante, ma già più
calmo "che... che, se tu vuoi, posso aiutare Mike a disegnare la nostra
casa. Io so disegnare, un po-poco!" e nel dirlo arrossì ancora di
più, però sostenne lo sguardo di Mike che pareva doverlo valutare là
stesso.
"Lo so che sei bravo! Ehi, Mike, ti va se Angelo ti aiuta a
progettare la casa?"
"Certo!"
"Oh, vi amo tutti, Mike, Angelo, anche Richard" disse allora
François, ridendo "ma la progettazione e soprattutto la carpenteria non
sono il mio forte, perciò accontentatevi di questa specie di pittore!"
Risero tutti un'altra volta.
"Bene, allora siamo d'accordo" concluse Richard "adesso diamoci da
fare!"
Si organizzarono e lavorarono duro per ordinare e fare una specie di
elenco di quello che avevano salvato. E fortunatamente non era poco.
La giornata corse via velocemente. Oltre al lavoro pesante di
spostare e accatastare il materiale, recuperandolo anche dalla sponda
opposta della laguna, trainandolo con la barca a forza dei remi, riuscirono
a fare qualche tentativo di pesca con la rete. Ci provarono un po' tutti,
dalla lancia e dal canotto, ma i risultati migliori li ottenne Terry che
aveva una buona esperienza di pesca, anche se in un ambiente completamente
diverso, cioè in un lago. Quando fu in barca andò a mettersi al
centro della laguna e, istintivamente, riuscì a trovare il punto di
passaggio di alcune correnti calde, proprio quelle seguite dai pesci che
finivano invariabilmente nella rete.
Quando fu buio, la stanchezza li assalì improvvisa e i piccoli
crollarono tutti insieme, addormentandosi praticamente con i piatti in
mano. Tanto che Richard e Kevin furono costretti a prendere in braccio
Angelo e Joel e posarli su di un materasso, mentre Terry ci andò per
conto suo, anche se Mike ce lo portò quasi di peso. Manuel e Tommy erano
abbracciati e già dormivano, Kevin riuscì a farli rotolare su un
altro materasso senza che si svegliassero.
Poi Richard chiese a Mike e François di sedersi accanto lui e
attesero che Kevin li raggiungesse.
"Com'è stata la giornata, ragazzi?" chiese Richard sorridendo.
"È stata meravigliosa e faticosa" fece Kevin ridendo.
Mike e François si strinsero in un abbraccio e si guardarono negli
occhi.
"Si" disse Mike "è stato tutto così incredibile!"
"Si, ma... ehi..." fece François, prima guardando Mike poi
rivolgendosi a Richard e Kevin "volevamo dirvi una cosa. Non credo che io e
questo testone ci saremmo trovati così presto, se voi due non ci aveste
fatto vedere che era possibile! E volevamo ringraziarvi per questo."
"Allora il merito è tutto di Kevin. Certamente non mio!" si
schermì Richard.
"Oppure la colpa" fece pronto il rosso.
"Va bene, ma adesso parliamo di cose serie!" disse Richard "Vorrei
chiedere a voi due e anche a Kevin di dividere con me qualche
preoccupazione. Noi quattro siamo i più grandi qua e credo che tocchi a
noi prenderci qualche responsabilità in più, ragazzi."
Tutti e tre lo guardavano attenti. Era un momento speciale, lo
capivano, stavano per assumere un impegno importante e da adulti, che forse
era il primo di reale responsabilità nella loro vita. Prima era toccato
a Richard di farsi carico di tutti loro ed ora lui stava chiedendo aiuto.
"Io farò sempre la mia parte" proseguì "ma vorrei che voi mi
foste vicini nelle decisioni, mi aiutaste e mi consigliaste sempre, anche
quando credete che non ce ne sia bisogno. Il nostro primo obiettivo è
quello di sopravvivere, ma forse trascorreremo parecchio tempo su questa
isola e quindi dobbiamo cercare di vivere meglio possibile, perciò
dobbiamo porre la massima attenzione nel non farci male, perché non
sapremmo come curarci. L'ho già detto e lo ripeto: dobbiamo stare
attenti. Lo so che siamo ragazzi e poi abbiamo i piccoli che sono così
vivaci ed esuberanti, per non dire peggio. Non possiamo pretendere che
stiano sempre attenti e neppure noi stessi sapremmo farlo, ma cerchiamo di
essere prudenti e controlliamoci noi per primi, e poi controlliamo
loro. Posso contare su di voi, allora?"
Ovviamente erano tutti d'accordo, soddisfatti di essere coinvolti e
consapevoli anche di assumersi una responsabilità notevole.
"Oggi sono stato un po' a pensare, mentre correvamo da una parte
all'altra."
"Adesso capisco perché non facevi altro che inciampare" disse
ridendo Kevin, suscitando l'ilarità degli altri.
"Beh, comunque, fra una scivolata e l'altra, ho pensato che potremmo
dividerci un po' i compiti, per quanto è possibile. Che ne dite? Vi va
di farlo?"
"Certo, Richard!" disse François, serio "Chiedici quello che
vuoi!"
"Mike, vorresti occuparti di progettare e costruire la nostra casa?"
"Oh, grazie, Richard, tu pensi davvero che io ce la possa fare?"
"Ne sono convinto e fatti aiutare da Angelo per i disegni. Ne ho
visti fatti da lui sulla Venture e so che è davvero in gamba! E
soprattutto ha una grande fantasia."
"Si, si, certo, lo so già!"
"Abbiamo l'ingegnere e l'architetto dorme già. François, tu
come te la cavi a cucinare?" chiese ridendo, visto che conosceva già la
risposta, perché François aveva aiutato spesso e con molto successo
il cuoco della Venture.
"So fare qualcosa e tu lo sai, no?" e rise anche lui "Mia madre era
molto brava e a me piaceva guardarla. Va bene?"
"Direi che abbiamo trovato chi non ci farà morire di fame e, anzi,
ci nutrirà bene. Signori, ecco a voi il responsabile della cucina e del
vettovagliamento. Facci mangiare, François e ricordati che la cosa più
importante è di non farci annoiare. Scegliti un aiutante, anche perché
non devi affaticare la gamba. Hai in mente qualcuno?"
"Credo che uno fra Manuel e Joel possa andare bene, perché Tommy
farebbe solo confusione. E Mike, oltre ad Angelo, avrà bisogno di avere
sempre a disposizione Terry che è più forte, no?"
"Ben detto! Domani comunque chiederemo ai ragazzi se sono d'accordo
con queste nostre decisioni" poi si voltò verso Kevin "e tu, amore mio,
cosa credi di poter fare?"
"Non potrei essere semplicemente la first lady?" fece serissimo
Kevin, atteggiandosi a gran dama, facendo scoppiare tutti in una risata
incontenibile e rumorosa che rischiò di svegliare tutto il campo "potrei
occuparmi di beneficenza e degli orfani" continuò imperturbabile Kevin
"qui a Venture Island ne abbiamo già tanti!"
Riuscirono a calmarsi e non fu facile.
"Tu, bello mio, ti occuperai del campo e della cambusa, dei vestiti,
di far lavare quegli sporcaccioni, di tenere le unghie sempre pulite e di
controllare che non combinino guai. Non è un compito da poco! Tommy ti
aiuterà per quanto possibile e, a questo punto, direi che Manuel starà
anche con te! Che ne pensi François?"
"Per me va bene!"
"E a me non lo chiedi, se va bene? Lo sapevo che avrei dovuto fare io
il lavoro sporco! Si, si, va bene, lo farò!" disse Kevin tutto d'un
fiato.
"Ovviamente io lavorerò con tutti. Grazie ragazzi... io..."
"No, Richard... grazie a Dio per averti salvato e grazie a te, perché
ti prendi cura di noi!"
"Si, François ha ragione" aggiunse Mike "ringraziamo Dio per
averti qua con noi. Noi... beh, abbiamo pregato per te oggi."
Richard fu tanto commosso e toccato da quella dimostrazione di
affetto, che non riuscì più a parlare.
"E... posso dirti un'altra cosa, Richard?" insisté François,
con il suo sorriso più dolce.
"Poi andiamo a nanna però!" fece Kevin che sbadigliava senza più
preoccuparsi di nascondere la stanchezza.
"Se non fossi già innamorato di lui" e indicò un felicissimo
Mike "credo che mi innamorerei di te!"
"L'avevo detto che non dovevamo fermarci a parlare con questa gente!"
fece Kevin, saltando in piedi, improvvisamente sveglio "Andiamo,
su... andiamo via" e cominciò a tirare Richard, ancora emozionato,
mentre gli altri due si sganasciavano dalle risa.
Mike portò François fino alla loro amaca, mentre Kevin e
Richard andarono a coricarsi accanto a Manuel e Tommy.
Il fuoco si spense lentamente, lanciando piccole scintille. I ragazzi
erano tutti addormentati, stretti gli uni agli altri.
Richard stringeva a sé Kevin che era già nel mondo dei
sogni. Guardò il cielo stellato e gli chiese della loro fortuna.
Erano felici? Certamente si.
Non aveva alcun dubbio. Vivevano in mezzo a tanti potenziali
pericoli, tanti che non riusciva più a ricordarseli tutti, ogni tanto
gliene veniva in mente uno nuovo, ma gli bastava guardare il sorriso
innamorato di Kevin, oppure la felicità che era nata fra Mike e
François, la gioia di vivere dei piccoli, la serenità ritrovata di
Tommy accanto a Manuel, per rendersi conto che i veri pericoli per loro non
erano sull'isola, ma molto lontani, più a nord e molto più a oriente.
Chiuse gli occhi anche lui e finalmente si addormentò.
TBC
***
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