Date: Thu, 2 Jan 2014 17:55:40 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L'Isola del Rifugio 7
DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.
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Questo è il settimo dei diciotto capitoli che compongono il romanzo.
CAPITOLO 7 - Quello stesso giorno al campo
François si appoggiò a Mike, mentre gli altri se ne andavano ad
esplorare la montagna.
Quando Joel, che era l'ultimo della fila, scomparve in mezzo agli
alberi, loro due si abbracciarono e si scambiarono un lunghissimo bacio
appassionato. Senza staccarsi o interrompere quel bacio, si stesero sui
materassi che erano ai piedi dell'albero al centro del campo.
"Ti amo, Fran" disse Mike con la voce corta e il cuor in gola.
"Anch'io ti amo."
Lo guardò smarrito, era diventato rosso, perché s'era appena
accorto di essere eccitato. E si vergognava tanto, perché guardando
François, proprio lì davanti, aveva notato che anche lui lo era. Non
sapendo che fare, chiuse gli occhi e attese.
"Vuoi fare l'amore, Mike?" gli chiese allora François,
accarezzandolo sulla guancia.
"Si..." bisbigliò, ma non si mosse.
Tremava e François l'accarezzò ancora.
"Aiutami... dai" gli disse sorridendo e finalmente lui si scosse un
po', si diede da fare.
François poteva muoversi poco e lui gli tolse i pantaloncini, poi
sfilò anche i suoi, ma si risedette immediatamente, raccogliendosi le
ginocchia con le braccia, abbassando la testa, come per proteggere la sua
nudità. Era la prima volta che facevano quelle cose alla luce del
giorno. E gli pareva di essere ancora più nudo. E poi di notte non si
erano detti molte parole. Ora François gli aveva chiesto qualcosa.
Tremava, per l'emozione, per la vergogna.
"Che c'è, piccolo?"
"Io, io... non so come si fa" disse balbettando.
"Lo so io. Non aver paura!"
"Va bene" e arrossì ancora di più.
François lo guardava e non si muoveva, quasi ipnotizzato
dall'innocenza del ragazzo, per come gli si stava donando.
"In che modo, Fran? Come si fa?" insisté smarrito.
"Dimmi che mi vuoi dentro di te" azzardò, chiedendosi se questo
non fosse davvero troppo per Mike.
"Ti voglio dentro di me!" ripeté fiducioso il compagno, certamente
non capendo il significato di quelle parole.
Adesso erano stesi di fianco, faccia a faccia, avvolti nell'abbraccio
dell'altro, tenendosi stretti. François l'accarezzava sulle spalle,
sulle gambe e lui chiuse gli occhi felice, in attesa di comprendere come
sarebbe accaduto.
"Hai capito come faremo?" si sentì chiedere da François, che
gli lambì il dorso, scendendo a sfiorarlo più giù, dove non
avrebbe mai immaginato che si potesse, che si dovesse fare.
Lui fece un sorriso molto incerto, perché forse aveva capito.
Possibile che fosse così?
Aveva improvvisamente capito, immaginato quale fosse la via della
felicità e dell'amore, ma possibile che fosse quella? Si vergognava
proprio tanto, solo a pensarci, però, se ci si arrivava per quella
strada, se era François ad indicarla, lui l'avrebbe seguita, contento di
farlo, di fare qualunque cosa gli avesse chiesto, di regalargli ogni cosa
di sé. Forse era la verginità che stava per dargli, ragionò. Ma un
ragazzo poteva essere vergine come si diceva per le ragazze? Si vergognava
tanto.
Se non avesse avuto quell'osso rotto e quelle brutte ferite sulle
gambe, François avrebbe preso l'iniziativa, per trarre d'impaccio
Mike. Si sarebbe mosso e con tutta la dolcezza di cui era capace, l'avrebbe
amato, ma non poteva farlo, la gamba gli faceva ancora molto male, non
poteva muoverla. Per ora poteva solo guidarlo sulla via di un piacere che
doveva essere indimenticabile per tutti e due. Per Mike era la prima volta
di tutto, per lui no, ma sarebbe stato come se lo fosse, perché
finalmente era innamorato.
Si mise supino.
"Baciami" mormorò "prima voglio che mi baci ovunque! Vieni sopra
di me e baciami. Vieni..." e l'attirò a sé.
Tremante e ubbidiente Mike cominciò a sfiorare con le labbra quel
corpo d'ebano, scendendo lentamente dal petto fino al ventre, guidato dalle
mani di François che gli accompagnavano la testa, suggerendo i
movimenti.
François l'accarezzò ancora con più dolcezza quando lo
spinse verso l'uccello. Mike capì quello che François gli stava
chiedendo. Anche lui, come già Richard, ebbe un momento di esitazione,
poi decise di assecondare il suo innamorato. Lo baciò dove e come
voleva. E sperò di averlo fatto come andava fatto. Lo baciò proprio
sulla punta e lo sentì gemere, allora comprese quanto piacere provasse e
d'istinto glielo prese in bocca, ingoiandolo con tanta foga, fino a che
poté, poi si sentì soffocare e tossì forte.
Risero insieme, per quella interruzione che servì a incoraggiare
Mike che prese a leccare e a baciare con più convinzione, fino a
scendere all'interno delle cosce.
"Toccami... toccami là..." l'istruiva François e lui gli
massaggiava la pelle liscia, leccava e succhiava la sacca rugosa, arrivò
a stringergli delicatamente i testicoli, fra le labbra, prendendoli in
bocca.
Poi François mormorò qualcosa: "Adesso bagnalo, piccolo, ma
bagnalo bene!"
E quando fu pronto, François lo tirò, lo spinse, fino a farlo
mettere su di sé a cavalcioni.
"Lascia che ti aiuti..." disse "ci vuole ancora un poco di saliva."
Bagnandosi le dita le passò sull'ano con delicatezza, poi con
l'indice provò a spingere, forzando leggermente l'anello di muscoli e
Mike gli resisté.
"Non ti farò male!" disse François dolcemente.
Non smise di accarezzarlo e lo sentì lentamente rilassarsi. Quando
spinse un'altra volta, Mike si lasciò penetrare. Con gli occhi chiusi,
lentamente si adattò all'intrusione e François attese, paziente. Mike
lo guardò.
"E adesso...?" chiese con voce tremante, guardandolo fisso
"Forse sei pronto..."
"Si, forse..." e chiuse gli occhi.
"Si, piccolo, forse..." e lo guidò puntandogli il pene contro
l'ano "abbassati piano, piano. Fallo piano!"
Mike piegò lentamente le gambe fino ad avvertire la pressione del
pene contro il buco, sentì la punta spingere, poi François entrò e
lui non tentò più di resistere.
Si abbassò di più e cominciò a sentirlo veramente dentro.
Solo per un momento pensò che si stava avverando la profezia
malevola di suo padre, ma si stava godendo troppo quelle sensazioni, se le
stava davvero godendo, con tutto se stesso, con tutto il corpo e con la
mente, perché un ricordo, quel ricordo potesse distrarlo. Scacciò il
pensiero e non dovette faticare, perché quella di suo padre era
un'immagine sbiadita, insignificante nel suo nuovo mondo, nella vita e per
il suo amore.
In quel momento era seduto sul grembo di François che lo stava
penetrando, era dentro di lui in tutti i sensi e la voce di suo padre non
lo raggiungeva più, era niente più che un bisbiglio, anche la
cicatrice era miracolosamente scomparsa. C'era ancora il segno, il cordone
di pelle, sentì qualcosa sfiorandolo. Quello c'era ancora, ci sarebbe
stato sempre, ma nella mente il suo ventre era integro e le carezze che
sentiva, le dita che lo sfioravano erano quelle di François.
E aveva un pensiero solo, la consapevolezza del suo amore e di tutto
quello che François gli stava regalando. Erano uniti, loro due, una sola
persona, finalmente era accaduto, ora gli pareva di aver atteso quel
momento per tutta la vita. François gli era dentro e lo stava
accarezzando sulle cosce, sul ventre non più ferito, poi gli prese il
pene tra le mani e cominciò lentamente a strofinarlo.
Sentì che con le natiche arrivava a toccargli il grembo e questo
forse voleva dire che adesso ce l'aveva tutto dentro, che gli spingeva
nelle viscere e forse gli faceva un po' male, ma mai dolore gli parve più
dolce e desiderabile.
Entrambi mormoravano di piacere.
Capì da solo come muoversi, sollevandosi e abbassandosi
ritmicamente, prima piano, poi più velocemente, mentre François
continuava a strofinarlo, ad accarezzarlo, ovunque arrivassero quelle sue
dita lunghe e sottili.
Tremò sentendosi toccare ancora più dentro, in un posto che non
era mai stato sfiorato, che non sapeva di possedere.
"Oh... io, io forse..." boccheggiò con gli occhi sempre chiusi.
Non gli pareva di essere sull'erba, sotto la mangrovia, ma su una
nuvola e di fluttuare nel cielo, poi sentì un'onda, un fiume riversarsi
attraverso il pene e dimenticò anche se stesso.
Nel momento in cui era entrato in Mike, François s'era sentito
avvolgere e stringere in quella carne che l'aveva come imprigionato,
facendogli provare un dolore che si era trasformato in piacere, aveva
spinto e si era insinuato, ma presto quel piacere era divenuto
incontenibile. E le carezze che stava facendo non erano servite a
distrarlo.
Liberò il suo seme nel corpo dell'amante e divennero una cosa
sola.
Mike cadde fra le braccia che l'attendevano aperte e si sentì
improvvisamente vuoto quando il pene di François scivolò da lui, ma
le labbra e il corpo caldo che trovò ad accoglierlo diedero serenità
al suo cuore ancora impaziente.
Per un momento si sentì indifeso e vulnerabile, ma subito capì
di essere salvo e al sicuro in quell'abbraccio. Poi sentì le lacrime
scendergli sulle guance, ma non se ne curò, sentì tremare il petto di
François, aprì gli occhi e attraverso le lacrime vide che anche il
suo compagno piangeva.
"Che c'è, Fran? Che hai? Stai bene?" gli sussurrò.
"Se sto bene?" lo rassicurò François "È che non pensavo di
poter essere mai così felice, amore mio. Non sognavo che ci si potesse
sentire così!"
"Ehi, adesso lo so anch'io!" disse fra i singhiozzi, ridendo e
piangendo.
Accostò il volto a quello di François e le lacrime si
mischiarono come i respiri.
Stettero minuti, oppure ore, senza averne idea, calmarono il pianto e
si assopirono, dormirono abbracciati e si svegliarono felici e riposati.
"Tu non lasciarmi mai!" disse François serio "Qualunque cosa
accada, non devi mai lasciarmi!"
"Voglio stare sempre con te, Fran. Nessuno ci separerà."
"Io sono parte di te adesso e tu sei parte di me. Lo sai?" disse
guardandolo diritto negli occhi "Perché tu sei mio ed io sono tuo!"
"Lo so, Fran!"
E, detto questo, tentò di alzarsi, ma scoprì che nel tempo
trascorso il suo sperma si era quasi solidificato e gli aveva incollato
l'uccello sulla pancia di François. Era una sensazione un po' strana.
François cominciò a ridacchiare: "Te l'ho detto che ci siamo
uniti per sempre! Guarda, è vero!" e scoppiò in una risata
incontrollata.
"Ehi, siamo diventati gemelli siamesi e siamo uniti per gli uccelli!"
gli tenne dietro Mike, riuscendo finalmente ad alzarsi.
Si lavarono e si strofinarono a dovere, con baci e abbracci e risate
e solletico.
"Devo trovare dei paletti adatti per costruirti delle grucce,
piccolo" disse Mike, dopo averlo aiutato a lavarsi e a sistemarsi sulle
coperte.
Andò alla ricerca di un palo diritto e abbastanza resistente. Lo
trovò subito e, tornato al campo, si mise a tagliarlo e a ripulirlo. In
una mezz'ora di lavoro riuscì ad ottenere una robusta gruccia che
consentiva a François di muoversi con facilità, posando l'ascella su
un cuscinetto imbottito, fatto con un pezzo di vela. E per la prima volta
dal suo arrivo sull'isola il ragazzo mosse alcuni passi per conto
proprio. Mike si sentì orgoglioso ed appagato dalla profonda gratitudine
di François che si tradusse in una serie infinita di baci, anche se
pensò che forse avrebbe perduto la qualifica di 'gruccia umana' cui
teneva tanto. Però sapeva bene di non aver più bisogno di scuse per
toccare François come, dove e quanto voleva, e soprattutto per stargli
sempre vicino.
Insieme camminarono un po' attorno al campo per cercare alcuni frutti
da mangiare. François poteva muoversi molto lentamente, con Mike che ne
controllava e supportava tutti i movimenti. Il suo aiuto era ancora
necessario, ma come conforto, più che come sostegno.
Gli alberi più vicini erano ormai spogli e furono costretti ad
allontanarsi verso la spiaggia, dove notarono che c'erano altri pezzi di
legno e rottami provenienti sicuramente dalla Venture, gettati quella notte
dalla risacca. Mezzo seppellito nella sabbia c'era una tavola, una parte
della goletta. Quando gli furono vicini e lo dissotterrarono, videro che vi
era avvitata una targa di bronzo con il nome della nave. C'era scritto:
VENTURE - East Boothbay - Maine
Questa scoperta li intristì. Stettero a guardarlo per un po'.
"Portiamolo al campo" propose François.
Mike aveva visto anche un'altra tavola.
"Questo pezzo è adatto" disse entusiasta "lo utilizzerò per
fare l'iscrizione della tomba di Chris!"
In pochi minuti Mike ammucchiò, lontani dalla risacca, molti altri
rottami, di metallo e di legno, almeno quelli di grandezza ragionevole, per
poterli poi selezionare con calma e portarli al campo con l'aiuto degli
altri. Il mare stava restituendo ancora parti della Venture e avrebbe
continuato ancora per settimane.
Raccolsero i frutti, poi Mike trasportò al campo i due pezzi di
legno.
Cominciò a lavorare all'iscrizione per la tomba, aveva buon occhio
e mano sicura, ma faceva parecchia fatica per scolpire ogni lettera nel
legno duro. I segni però erano netti e leggibili, alla giusta distanza
uno dall'altro e convennero che il lavoro stava andando davvero
bene. François era ovviamente orgoglioso di quello che il compagno stava
facendo e soprattutto di quest'altra abilità che aveva scoperto nel suo
innamorato.
Mike scolpì:
CHRISTOPHER NGUYEN a lettere più grandi e poi sotto, a lettere un
poco più piccole, l'anno di nascita, il 1936, e quello di morte, 1950.
"Vorrei aggiungere una frase. C'è ancora spazio. Per esempio: 'Ti
vogliamo bene. Riposa in pace'" disse Mike "che ne dici, come suona?"
"Per me va bene" e distolse gli occhi per non commuoversi, perché
l'idea della tomba, del riposo eterno, della morte che era intollerabile
per chiunque, gli parve assurda per loro che erano ragazzi e soprattutto
per Chris che non sarebbe mai diventato un uomo.
Mike si concentrò sul suo lavoro. Aveva deciso la frase da
incidere e doveva prendere le misure prima di riprendere a scolpire il
legno, perciò non si accorse del disagio di François. Presto però
anche lui si ritrovò a combattere con le lacrime che non volevano
saperne di ritornare su. François, che pure piangeva, lo guardò.
"Mike, che ti succede?" gli chiese preoccupato, poi gli mise le
braccia al collo "Lo so, piccolo, lui manca anche a me."
"È stato brutto vederlo morire così, sotto i nostri occhi. Non
avevo mai visto nessuno finire... di vivere.... è stato come al cinema,
ma era tutto vero e Chris era uno che conoscevamo e a cui volevamo
bene. Potevo essere io o tu!"
"Oh, Mike, è stato brutto anche per me, piccolo! Ma ormai è
accaduto e adesso possiamo solo ricordarlo e lui resterà sempre con noi,
perché noi gli volevamo bene" tentò di tranquillizzarlo François
"Eravamo la sua famiglia e dovunque si trovi ora, ma io credo che sia in
paradiso, con Gesù e con gli angeli, lui è ancora con noi."
Si tirò su, cercando di ricomporsi, lo guardò, lo vide ancora
abbattuto. Mike non conosceva la morte, ma lui aveva una certa
dimestichezza e poteva aiutarlo a capire, spiegandogli qualcosa.
"Quando la malattia di mio padre divenne grave, io non mi rendevo
conto di quello che realmente accadeva attorno a me. Ero spaventato e
stordito e non so ancora spiegarmi il perché, ma con lui ero così
imbarazzato che non riuscivo più a parlargli. Forse adesso ho capito e
so di cosa avevo paura: non volevo che lui mi dicesse che stava
morendo. Poi, quando arrivò il momento, l'ultima volta, l'ultimo giorno,
io non lo salutai, non gli dissi 'Ciao, papà' e non gli dissi che
l'amavo, che gli volevo bene più che a me stesso e che sarei morto
volentieri al suo posto, non glielo dissi. Non lo feci e invece lo volevo,
con tutto me stesso, ma non ebbi il coraggio e poi lui morì, se ne andò
per sempre.
"E quando uno muore non puoi più dirgli nulla, ma come potevo
saperlo allora? Non l'immaginavo neppure e dopo, quando cercai di
parlargli, quando credevo, fantasticavo che l'avrei rivisto, che avremmo
parlato ancora, che potevo farlo in sogno, che lui mi rispondesse comunque,
solo allora ho capito che papà non mi avrebbe mai più accarezzato il
collo e grattato la spalla e ascoltato i miei discorsi senza né capo né
coda in cui però lui solo riusciva a trovare un significato. Quando
finalmente l'ho capito, è stato terribile. Non ho avuto neppure la forza
di piangere.
"E avevo ancora tante cose da raccontargli, tanti dubbi che lui
avrebbe certamente chiarito e poi volevo scusarmi per qualche malinteso,
qualcosa che avevo fatto e per cui s'era dispiaciuto. Improvvisamente mi
resi conto che non potevo più farlo. E allora mi sentii perduto. Ho
vissuto con questo vuoto dentro di me che lui ha lasciato e che nulla potrà
mai colmare. L'amore, Mike, il tuo amore è grande e per me è tutto,
ma il vuoto lasciato da mio padre, resterà. Mi perdoni? Adesso che lo
sai, mi perdoni, vero?"
Mike posò il coltellino e l'abbracciò stretto.
"Ti perdono, ma solo perché il tuo cuore è così grande ed io
accetto di dividerlo con lui" gli disse sorridendo "anche se non riesco a
capirti. È che io credo di non aver mai amato mio padre. Forse amavo mia
madre, ma quando ero piccolo e poi anche lei, se n'è andata lontano e
ora non l'amo più!"
"No, non dirlo, è un peccato grave! Devi rispettare ed amare i
tuoi genitori!"
"Si, so che commetto un peccato, che c'è un comandamento ed io non
sto facendo il giusto, perché non riesco ad onorare i miei genitori, ma
è così e non posso farci niente, ma è perché loro non mi hanno
mai rispettato, né amato, adesso lo so" disse con tanta amarezza "Mi
credi che ti dico che la prima persona che amo sei tu, Fran?"
François l'abbracciò stretto.
"Vedi, per mia madre prima provavo amore, poi tanta pietà, ma ora
disprezzo anche lei, quasi quanto odio mio padre e poi c'è mia sorella,
lei è piccola e forse le voglio ancora bene, ma non credo di poter dire
che l'amo! Non credo, François."
Riprese a intagliare il legno, perdendosi dietro ai suoi
pensieri. Lavorava con calma e con metodo, rifinendo le lettere del nome,
gli occhi fissi su quei segni, mentre François seguiva distrattamente il
lavoro.
"Avrei voluto parlargli ancora, stargli vicino" disse François
dopo un poco "ma non so dove se n'è andato. Non potemmo comprargli una
tomba, né pagare la sepoltura, così non so neppure dov'è finito il
suo corpo, davvero non so dove sia. È probabile che abbia avuto una
sepoltura cristiana, ma chissà dove.
"Quando portarono via mia madre, avrei voluto andare sulla tomba di
papà e parlargli, perché mi consigliasse, mi dicesse cosa fare... di
me, delle mie sorelle... forse non sarebbe servito a molto parlare ad una
lastra di marmo, ma credo che mi avrebbe confortato almeno un poco."
Ascoltandolo, Mike s'era commosso un'altra volta.
Improvvisamente si voltò verso François e gli parlò a voce
così bassa che François dovette avvicinare l'orecchio alla bocca per
capirlo.
"Sono così felice che tu sia qua con me. Sono felice... lo sai che
non ho mai avuto nessuno che piangesse con me? Anzi, forse non ho mai
pianto! Ma sono sempre stato triste. E mio padre mi proibiva anche questo!
Di piangere e di essere triste. Che stronzo che era!"
Poi si divincolò dall'abbraccio e scattò in piedi.
"Dovunque tu sia, papà, guardami!" urlò "Mi vedi? Dimmi che mi
vedi!" gridava, con disperazione, quasi che suo padre potesse ascoltarlo
"Adesso sto piangendo, mi vedi? Tuo figlio Mike sta piangendo! Ed è un
finocchio! Tuo figlio è una checca! Tu che sei un vero uomo, hai un
figlio finocchio!"
Dicendolo tremava e piangeva, poi finalmente si calmò, andò a
stringere François, gli sorrise, riacquistando un poco di calma.
"E François mi ama" sussurrò baciandolo "è vero che mi ami,
piccolo Fran?"
Poi anche lui si lasciò abbracciare e consolare.
"Finché non ti ho trovato mi sentivo così solo" disse ed era
già molto più sereno "adesso so che dal primo momento in cui ti ho
visto, tu mi piacevi. Solo che non lo capivo e non avrei saputo come
dirtelo e anche come dirlo a me stesso, che ti amavo!"
"Anch'io ti amo" gli disse François in un sussurro "e penso che
sono stato davvero fortunato ad incontrarti, perché tu sei la prima
persona con cui non mi sento un mostro o un depravato."
"E perché un mostro?"
"Perché ho sempre cercato di essere uno che fa le cose che vanno
fatte e invece ho scoperto che avevo questi desideri nei confronti degli
altri ragazzi e non delle ragazze. E ho pensato che fossero cose cattive e
sporche!
"Poi, quando mio padre si è ammalato e la mia famiglia si è
sfasciata, mi sono messo in testa che fosse tutta colpa mia e solo mia, che
tutti noi, i miei genitori e le mie sorelle, fossimo stati puniti a causa
dei miei peccati, solo perché a me piaceva guardare i miei compagni
nelle docce e, quando mi facevo le seghe, sognavo di toccarli. Qualche
volta è capitato che mi facessi una sega con qualcuno dei miei amici, io
fingevo di scherzare, li toccavo e a loro piaceva, me ne accorgevo. Ma a me
non importava, lo sapevo, lo vedevo che piaceva anche a loro, ma pensavo
che fosse solo colpa mia, perciò anche il loro peccato diventava il mio!
Ero certo che tutto fosse insudiciato dai miei desideri, che fosse un
peccato orribile e non riuscivo a rendermi conto di quello che mi
succedeva. Di quanto ero stupido.
"Mio padre morì ed io pensai che meritavo tutto quello che mi
stava accadendo, compreso di stare rinchiuso in un riformatorio, sebbene
non avessi commesso nessun reato. Però continuavo a desiderare i
ragazzi, i maschi e continuavo a commettere quel peccato e ciò bastava
per giustificare ai miei occhi che mi tenessero là, anche se non era
vero. All'istituto ce n'erano altri come me, alcuni erano più grandi,
altri solo più esperti ed è da loro ho imparato tutto quello che
c'era da sapere. Ho commesso molti altri peccati, ma non riuscivo a farne a
meno, non ero capace di controllarmi. Facevo quelle cose e poi piangevo e
mi disperavo, per essere là, perché mi sentivo sporco, perché
tutta la mia vita mi pareva brutta, come le cose che facevo.
"C'era un sacerdote, insegnante di inglese, non era come tutti gli
altri. Mi confessavo da lui e un giorno, in cui mi sentivo più sporco di
quanto già non fossi, un giorno in cui capii che non potevo sostenere da
solo quel peso, gli raccontai tutto di me. Beh... non proprio tutto. Non
gli dissi quello che facevo, perché avrei messo gli altri nei guai e mi
vergognavo troppo. Lui fu buono e comprensivo ed io ero disperato.
"Mi spiegò, cercò di farmi capire, si arrabbiò e mi prese a
schiaffi, ma alla fine mi convinse che quando Dio punisce, non lo fa a quel
modo, che non era colpa mia se mio padre era morto e se la mia famiglia si
era sfasciata. Fu così che mi aiutò, però lui era soprattutto un
prete e mi impose anche di resistere ai miei desideri, perché diceva che
erano peccati gravi contro Dio e contro natura. Credo che mi volesse
davvero bene, s'era preso davvero a cuore la mia situazione, ma dicendomi
quelle cose mi fece sentire ancora di più un deviato, un vizioso, uno
sporco schifoso, perché io non ero per niente capace di resistere ai
miei desideri, perché anche se a lui dicevo che non avrei mai più
neppure pensato ai ragazzi, io continuavo a fare quelle cose e insomma, non
riuscivo a non farle.
"A me piacciono i ragazzi, non posso farci niente. E non potevo
tagliarmelo se nelle docce mi diventava duro e se non riuscivo a frenare il
mio istinto, se mi toccavo con tutti quelli che ci stavano. Ed erano tanti!
"Poi, quando sono arrivato sulla Venture, è cambiato tutto. Ho
incontrato Kevin e ci siamo parlati. Ehi, piccolo, sei geloso se ti dico
che io e lui abbiamo fatto delle cose?"
"Che cosa?" chiese Mike, più che altro incuriosito, essendo la
gelosia un sentimento ancora troppo complicato per lui.
"Solo qualche bacio, ci siamo un poco toccati. Insomma, ne avevamo
bisogno, sai? E poi ci siamo fatti tante confidenze, come se fossimo
fratelli che si incontrano e hanno tante cose da raccontarsi! Solo che noi
eravamo finocchi!"
"Oh, allora non sono geloso!" disse Mike tranquillo.
"Adesso, essere qua con te, noi due da soli, è come vivere in un
sogno e mi dico che non può essere vero! Ho visto Richard e Kevin che si
amano, ho trovato te. Non può essere vero! Sto sognando e mi sveglierò
presto! Nel mio letto, nella camerata, dove c'è soltanto quella
maledetta puzza di piedi e tanta umidità!"
"No, io non sono un sogno. Siamo qua, noi due e io ti sto
accarezzando! Non sentirai mai più la puzza di piedi, te lo prometto!"
"Davvero? Davvero non mi farai tornare là? Dimmi che è
così, Mike! Ho tanta paura, ma sapere che ci sei tu e anche Richard e
Kevin, mi rende così felice, mi fa sentire che c'è speranza per me,
che non dovrò essere sempre triste e soffrire e sentirmi in colpa per
mio padre e mia madre e anche per tutto il mondo. Ma ho paura di tornare
là, se un giorno ci troveranno."
"No, no! Ci penserò io, vedrai che non ci separeranno!"
François si guardò attorno smarrito, parlare e liberarsi
l'aveva spossato. Mike lo strinse a sé.
"Tu sei il migliore di noi due, Fran. E di tanti altri, non lasciare
mai che nessuno ti convinca del contrario. Non aver paura. Va bene? E poi,
piccolo, non sarò mai geloso di te! Va bene?"
Se ne stettero abbracciati, a godersi la sicurezza e il calore che
uno regalava all'altro. Ogni tanto si baciavano, accarezzandosi dolcemente,
confortandosi con il tocco delicato delle mani. François gli infilò
le mani nei pantaloni, ma solo per passargli le dita lungo la cicatrice che
quel giorno pareva meno tumefatta e Mike sorrise felice. Pensò che dal
momento in cui suo padre l'aveva ferito, quello era il primo giorno in cui
non aveva ancora pensato alla cicatrice, a quei momenti orribili, era il
primo giorno in cui non aveva avuto paura di incrociare lo sguardo
inebetito e cattivo di suo padre e non aveva creduto di sentire l'odore del
whisky.
Improvvisamente l'attirò a sé e lo strinse finché non gli
parve di avvertire, uno scricchiolio di ossa. Non ci fu bisogno di parole e
l'intimità dei loro corpi trascese anche lo stesso bisogno di
soddisfazione che era piuttosto visibile in tutti e due.
Mike si rimise al lavoro e insieme decisero che l'iscrizione sarebbe
stata questa:
'Sempre ricordato, sempre amato, riposa in pace'.
L'incise con lettere più piccole sotto al nome e alle date e fece
un po' più in fretta.
Si spostarono sulla spiaggia e, messo a mare il canotto, Mike riuscì
a pescare velocemente un mucchio di pesci e crostacei, mentre François
restò seduto sulla sabbia a seguirlo con gli occhi e a trepidare per
lui. Ma era in ansia come solo un innamorato può esserlo, anche quando
non c'è pericolo e solo perché non poteva abbracciarlo nell'istante
in cui provava quell'ansia.
Lo vide remare per portarsi al largo e seguì attentamente i suoi
movimenti, non smettendo mai di osservarlo con meraviglia, oltre che con
orgoglio.
Poi Mike andò anche a raccogliere dei frutti.
Al campo prepararono una brace per cuocere i pesci e stavano
rifinendo l'incisione della targa, quando sentirono arrivare gli
altri. Terry giunse per primo nella radura, seguito dagli altri.
Erano coperti di fango e sudore ed erano molto stanchi. Manuel
portava Tommy sulle spalle, avevano fatto a turno a tenerlo, perché il
piccolino camminava a stento per la stanchezza e per tutte le ferite che
aveva. E quella fu la prima cosa che Mike e François notarono i lividi e
le abrasioni ovunque, specialmente sul dorso e sulle gambe.
"Che è successo?"
"Datemi solo un momento per riprendere fiato e ve lo racconto"
rispose Richard affannato.
Presto tutti quanti si ritrovarono nell'acqua, cercando di
strofinarsi via lo sporco e insieme un poco di stanchezza. Terry, Joel e
Angelo arrischiarono a mettersi sotto la cascata, godendosi il massaggio
tonificante dell'acqua un po' più fredda sui muscoli affaticati. Manuel
stava disinfettando ancora tutti i tagli e le abrasioni di Tommy. Anche se
ogni tanto si lamentava e grugniva perché le ferite gli bruciavano, il
piccolo apprezzava le cure amorevoli, specialmente quando Manuel baciava
ciascun taglio dopo averlo ripulito.
Tommy non ricordava quasi nulla di sua madre, ma aveva spesso
fantasticato su come una mamma poteva prendersi cura del suo bambino e
pensò che Manuel stesse facendo proprio quello. La testa gli faceva male
ed era un po' intontito, perciò non obiettò nulla quando, una volta
ripulito, Manuel lo portò al materasso sotto il grande albero e lo cullò
fino a farlo addormentare.
"Hai fatto un buon lavoro, Manuel" mormorò Richard, esaminando la
spalla del piccolino "Vedrai che con un poco di riposo, starà
meglio. Adesso è solo stanco."
Manuel era felice, mentre baciava la tempia di Tommy.
Dopo una giornata lunga e faticosa, furono tutti contenti di sedersi
e mangiare.
Quelli che erano andati in cima alla montagna furono felici di
descrivere le avventure della giornata, che divennero sempre più
movimentate e piene di pericoli come il racconto andava avanti, tanto che
alla fine ridevano tutti come pazzi, schiamazzando a chi la sparava più
grossa.
Il sole era tramontato quando finirono di mangiare. Mike ravvivò
il fuoco al centro del campo, ma solo per dare conforto e fare luce e non
per procurare calore.
"Beh... ragazzi, pare proprio che non verremo salvati tanto in
fretta!" disse Richard.
"Non ci sono altre isole in vista e non abbiamo potuto vedere nessun
segno di passaggio umano. Niente navi, barche o aerei" disse Kevin
"attorno a noi c'è il nulla, fatto di acqua e aria!"
"Molto poetico, amore mio, ma credo che ci cercheranno,
comunque. Cominceranno quando verrà notato il nostro mancato arrivo a
Brisbane" aggiunse Richard.
"Dobbiamo chiederci se a Brisbane" intervenne François "avranno
idea di qual era l'ultima posizione della Venture? Da dove dovrebbero
cominciare a guardare?"
"Ma è proprio così brutto questo posto?" disse Joel
inaspettatamente.
Lo guardarono tutti.
"Credo che nessuno sentirà la mia mancanza" spiegò e si vedeva
che non era per niente triste o preoccupato da quell'affermazione
"Probabilmente mio zio mi ha già fatto il funerale e sarà stato
contento di non aver pagato le spese di sepoltura. La sapete una cosa? Io
sto meglio qua, ragazzi! E non me ne frega proprio niente che ci vengano a
salvare!"
Lui e Angelo sedevano davanti a Terry che teneva un braccio su
ciascuno di loro con un gesto molto protettivo. Gli dette una stretta
affettuosa e l'accarezzò sentendolo parlare a quel modo.
Tommy, che poco prima si era svegliato con tutto l'appetito della sua
età ed aveva mangiato tanto da dimostrare a tutti d'aver ben superato il
trauma della caduta, voleva dire la sua.
"Ehi, per me Joel ha ragione! Anche a me non interessa che qualcuno
ci trovi, perché se torniamo, mi metteranno in un altro orfanotrofio e
non potrei restare a vivere con voi, perché siamo tutti troppo
piccoli. E, se provassimo comunque a restare insieme, certamente ci
separerebbero, perché siamo finocchi. Non voglio tornare, io!" gridò,
come sapeva fare solo lui, tanto forte che se sull'isola ci fosse stato
qualcun altro, l'avrebbe certamente sentito "E non voglio essere salvato da
nessuno!" aggiunse, a voce solo un poco più bassa.
"Ma Tommy" disse Richard "pensa a cosa sarebbe accaduto se ti fossi
fatto veramente male: io non avrei saputo curarti. Ho il mal di stomaco si
ci penso, se mi ricordo la paura che mi ha preso e che mi prende ogni volta
che non vi vedo. Fra qualche mese avremo bisogno di medicine. Se a qualcuno
venisse un mal di denti, che vi aspettate che faccia? Non potrei certo
curarlo io! E se qualcuno dovesse avere bisogno di occhiali? Con quale
vetro le faremmo?"
"Anch'io non ho nessuna casa a cui tornare" l'interruppe François,
risoluto "mia madre chissà dov'è. Il cervello le è diventato
acqua. E le mie sorelle? Non so neppure se hanno ancora il mio stesso
cognome! Non ho nessuno, a parte voi."
Si guardò attorno smarrito e Richard provò un'infinita
tenerezza per quel ragazzo sfortunato. E un po' tutti, meno lui, erano
stati perseguitati dal destino.
"E poi, Mike ed io non saremmo ben accetti da nessuna parte" stava
dicendo François "Ci abbiamo messo tutta la vita a trovarci e se
torniamo ci perderemmo un'altra volta. Ma ci vedete? Un bianco e un nero? E
per giunta, come siamo noi? No, Richard, non mi farò separare da
lui. Puoi credermi, farò di tutto!"
"Ma io ti credo, François!"
Si guardò attorno, dopo quello sfogo e Mike che l'abbracciava, lo
baciò sulle tempie, lentamente, passandogli le labbra più volte,
sfiorandole.
"Perché se ci trovassero" proseguì François che aveva ancora
qualcosa da dire "saremmo impotenti, Richard. Torneremmo tutti quanti da
dove siamo venuti, nelle medesime condizioni, solo con qualche amico in
più! Ed io non voglio avere più nessuno che controlli dove sono e con
chi! Qua siamo liberi e felici e quello che facciamo lo facciamo, perché
ci piace! Adesso che abbiamo provato questa libertà, non possiamo più
tornare indietro! E se credete che qualcuno ci possa accettare per come
siamo, vi sbagliate di grosso. Tommy ha ragione, siamo soltanto ragazzi e
tutti ci considereranno tali. E il fatto che ci amiamo, sarebbe soltanto la
conferma della nostra malattia, mentre noi sappiamo che non è così!
Ma lo sappiamo solo noi!"
Sì, pensò Richard, François aveva ragione. Ed era un ragazzo
davvero molto maturo, più di quanto immaginasse.
"Non è che ci tenga tanto a tornare al mio elegante ed esclusivo
collegio, ragazzi, perché è sempre un posto di merda" disse allora
Kevin "ma io voglio finire la scuola e poi andare al college e anche fare
qualcosa di me stesso. Voglio dire che noi possiamo anche stare bene qua e
imparare un sacco di cose e a me piace moltissimo stare con voi, ma davvero
vogliamo trascorrere su questa bella isola tutta la nostra vita. Noi soli?
Nove ragazzi in questo posto? Cosa pensate che accadrà quanto
cominceremo ad invecchiare? Non avremo bambini, questo mi pare abbastanza
chiaro, e cominceremo a morire ad uno ad uno. Chi vuole essere l'ultimo?"
Stettero zitti per un po', guardando pensierosi il fuoco, facendosi
più vicini, più piccoli.
Angelo, usualmente molto riservato, ruppe il silenzio.
"È facile per te parlare così, Kevin. Quando Richard sarà ad
Harvard tu non andrai a vivere molto lontano da lui, non è vero? Così
vicino che potrai andare a trovarlo in bicicletta. Lui avrà anche la
macchina, no? E con tutti i suoi soldi e potrà fare quello che vorrà,
nessuno vi controllerà. Io, invece, se torno a casa ritrovo i miei
fratelli e quei porci ricominceranno a farmi quelle cose e se sarò
fortunato lo faranno una sera per ciascuno. E tornerò alla mia scuola
che non ha neppure un programma di arte. Capisci, perché non ci tengo a
rivedere la costa orientale degli Stati Uniti?"
Richard era pensoso. Toccava a lui parlare, lo sapeva.
"Anche tu hai ragione, Angelo. Avete ragione tutti, ragazzi" disse
Richard "ciò che dite è vero e se tornassimo a casa, io soltanto
riavrò certamente tutti i miei privilegi che è tutto quello che voi
non avete. Mio nonno ha provveduto a me, così che non dovessi mai
preoccuparmi per il mio sostentamento, perciò potrò avere tutto
quello che il denaro può comprare. Ma adesso so che cosa fare di quei
soldi e della mia libertà. Voglio rendere la vita migliore a tutti voi
e ad altri ragazzi come voi. Se riusciremo a tornare indietro, voi mi
aiuterete a capire come fare. Vi giuro che voi sarete sempre la mia vera
famiglia, dovunque saremo e non lascerò che vi accada nulla che possa
farvi del male e quindi anche di dividerci!"
"Ehi... Richard" disse Mike "lo sappiamo che ci tieni a noi e che ci
vuoi bene. E ti crediamo, ma non è così semplice, perché non
potresti lottare con il mondo intero. Cioè, tu hai diciotto anni, forse
hai abbastanza soldi, ma non hai ancora il potere di usarli, no? Come pensi
di spiegare a chi vorrà riprendersi la nostra tutela, ai genitori di chi
ce li ha, all'assistenza sociale per chi è orfano, che puoi occuparti di
noi meglio di come farebbero loro? Veramente pensi che a qualcuna di quelle
brave persone importerà di te? Delle tue buone intenzioni? Se andrà
bene ti guarderanno come se fossi matto!"
"Oppure malato, perché anche se sei ricco, sei un finocchio anche
tu" aggiunse François che si pentì subito "Oh, scusami Richard, non
volevo offenderti!"
"No, François, hai solo detto la verità! È giusto quello che
hai detto ed io sono contento che sia così!"
"Grazie, Richard!"
"Ragazzi, vorrei poter rispondere alle vostre domande, ma per ora non
so proprio che dirvi" disse Richard, parlando lentamente, con una tristezza
e un'amarezza profonde "e mi dispiace davvero, però ne riparleremo,
dovremo pensarci tutti e ne discuteremo ancora! E decideremo
insieme. Questo solo posso promettervi, per ora."
Avrebbe voluto dire ancora qualcosa, tranquillizzarli in qualche
modo, ma non aveva alcun modo per farlo, se non con le proprie parole e in
quel momento non ne aveva altre. E questo lo scoraggiò.
La sua malinconia fece calare un silenzio triste tra i ragazzi.
Il fuoco languiva e il cielo era un'altra volta pieno di
stelle. Tommy si era addormentato fra le braccia di Manuel, assonnato anche
lui. Le palpebre di Terry, di Joel e di Angelo si erano fatte pesanti, anzi
erano quasi chiuse. Sbadigliavano tutti.
Kevin aiutò Manuel a portare Tommy sui materassi e a coricarsi
accanto a lui. I tre, si spinsero vicendevolmente, mezzi addormentati, fino
al loro letto e crollarono, non senza prima aver scherzato e ridacchiato
come al solito, almeno per un poco, per non perdere l'abitudine e anche se
con gli occhi già chiusi, qualche battuta detta già dormendo, ma
riuscirono a mettersi in tre su un solo materasso e quella fu davvero
un'impresa.
Mike e François avevano già raggiunto la loro amaca e Kevin
l'attendeva per abbracciarlo e addormentarsi con lui, ma Richard si
avvicinò alla riva del lago e si guardò attorno.
"Se nessun altro prima di me ti ha dato un nome" disse, parlando a se
stesso e all'isola, alla terra che li aveva accolti "io ti battezzo Venture
Island. Sei stata la nostra salvezza, che tu sia l'isola della nostra
fortuna!"
Se ne tornò da Kevin.
Era un poco triste, anche se l'abbraccio del suo innamorato lo
consolò immediatamente. Si addormentarono sereni, come tutti gli
abitanti di Venture Island.
TBC
***
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