Date: Fri, 3 Jan 2014 12:51:30 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: L'Isola del Rifugio 9

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.

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Questo è il nono dei diciotto capitoli che compongono il romanzo.






PARTE SECONDA - Vita a Venture Island



CAPITOLO 9 - Il villaggio deserto



      12 novembre 1950

      Dopo aver camminato per circa un'ora, lasciarono la spiaggia e se ne
andarono da soli verso nord, entrando in una zona che pareva mai visitata
da esseri umani e forse lo era davvero.
      Pochi ragazzi come loro avrebbero potuto vantare un'esperienza
simile, una vera e propria avventura, di quelle raccontate nei fumetti o
viste al cinema. L'idea poi di essere, con ogni probabilità, i primi
uomini a calpestare quella terra, era così emozionante e seducente da
fargli superare difficoltà notevoli.
      Perché dopo colazione ci avevano messo davvero tanto a persuadere
Richard.
      "Allora, Mike, Angelo, quali sono i vostri desideri? Oggi è la
vostra festa. Tocca a voi parlare!"
      Mike aveva detto subito di non aver niente in particolare da poter
desiderare, perché viveva già con la persona che amava e tutte le
persone più importanti della sua vita gli erano vicine. Che altro poteva
quindi desiderare, se non trascorrere una giornata felice e allegra accanto
a François? Ma soprattutto, aggiunse subito, con tutti loro che erano i
suoi fratelli e la sua unica e vera famiglia.
      Ebbe gli applausi di tutti per il suo bel pensiero e poi fu la volta
di Angelo che espresse il suo desiderio e subito si attirò gli sguardi
perplessi degli altri, tranne che di Tommy che subito mostrò interesse
per quell'avventura, salvo poi rimangiarselo, avendo constatato che Manuel
lo disapprovava fortemente e lui non si sarebbe mai mosso dal campo senza
che Richard fosse più che d'accordo. E Richard non era per niente
convinto.
      Anche Hook s'era mostrato interessato, ma chissà cos'aveva capito.
      "Oh ti prego, papà, questo è proprio il mio desiderio. Ti
prego!" ripeteva Angelo, mentre Richard lo guardava perplesso, senza
riuscire però a trovare un argomento valido per dissuaderlo.
      "Noi" cercò di spiegare Terry "vorremmo passare questo giorno per
conto nostro, ma non perché non staremmo bene qua" si affrettò a
precisare "è che andare via da soli ed esplorare è per noi..." e qua
si perse nei verbi e nell'implorazione
      "Ma volete andare in una zona sconosciuta che potrebbe essere
pericolosa" disse Richard per l'ennesima volta.
      "Se alle Tommy's Falls non ci sono pericoli, perché dovrebbero
essercene andando verso nord? Noi proseguiremo lungo la spiaggia" assicurò
Terry, mentre Joel faceva di si con la testa "e non ci inoltreremmo mai
nella foresta!"
      Quell'avventura era un richiamo irresistibile per tre della loro età
e per convincere Richard usarono tutte le arti della seduzione.
      "Potremmo trovare anche altre fonti di cibo, qualche frutto nuovo,
piante che qua non crescono, vedere quali uccelli nidificano a nord."
      "Non credo proprio!" fece Kevin, scettico.
      "E se trovassimo le tracce di qualcuno che è già approdato a
Venture Island?" fece notare allora Terry "Potremmo raccoglierle e portarle
qua."
      "Ti prego, papà, ti prego" salmodiava Angelo da una parte, mentre
Terry e Joel erano sul punto di inginocchiarsi.
      Alla fine gli assicurarono, giurando su tutto quello che potevano,
che non c'era pericolo che non avrebbero saputo affrontare. Non che Richard
ci credesse, ma loro promisero di essere più che prudenti e di tornare
al campo entro il pomeriggio e di non allontanarsi mai a più di cento
metri dalla riva del mare, nemmeno per inseguire qualche animale.
      E a questo proprio non credette, neanche un poco, ma davanti a tanta
convinzione e abbastanza sicuro della maturità almeno di Terry, oltre
che di Angelo, Richard capitolò. Si sarebbero forse controllati a
vicenda e comunque non sarebbero andati troppo lontani, perché almeno
due di loro avevano paura anche della propria ombra. Alla fine disse di si,
perché gli pareva utile che prendessero un poco di responsabilità
anche loro, che imparassero ad avere un po' di attenzione per se
stessi. Stando al campo per loro era semplice comportarsi come dei monelli,
confidando sempre nel buonsenso e nelle soluzioni dei più grandi.
      Li lasciò andare, ma così carichi di raccomandazioni che
avrebbero dovuto scriversele per ricordarle tutte. Portarono con sé due
borracce piene di acqua e un machete. Fra le altre cose, promisero
solennemente di non bere a nessuna fonte sconosciuta e di stare attenti
proprio a tutto, anche a ciò che non avrebbero neppure immaginato.
      Fu così che alla fine ce la fecero ad andar via da soli ed erano
molto eccitati per l'avventura che stavano per vivere.
      Superato il braccio che chiudeva la laguna a nord, la spiaggia si
stendeva piatta davanti a loro e, se avessero voluto tenere fede alla
promessa di non allontanarsi dal mare, avrebbero dovuto camminare per ore
lungo la riva per aggirare le paludi e sperare di vedere qualcosa di
diverso dall'acqua salata, dalla sabbia bianca o dalla fitta vegetazione
che bordava la spiaggia. Molto presto, invece, proprio per evitare la zona
paludosa, invece di proseguire all'esterno sulla spiaggia, entrarono nella
foresta.
      Al momento di farlo, quando Joel, che guidava il gruppo, notò un
varco nella muraglia verde che cingeva la spiaggia, si bloccarono
esitanti. A dire il vero, tutti e tre provarono lo scrupolo di venir meno a
ciò che avevano appena promesso a Richard, ma a convincerli bastò
l'idea di infilarsi in quella foresta equatoriale, sicuramente mai
esplorata prima. Si fissarono l'un l'altro e un attimo dopo erano in mezzo
alla vegetazione, perché sapevano bene che entrando nella foresta,
avrebbero vissuto un'avventura incredibile e se lo confermarono con quello
sguardo d'intesa. Era tutto troppo attraente per potervi resistere. E la
paura che provavano non fu sufficiente a fermarli.
      A confessarlo a Richard ci avrebbero pensato dopo.
      La fitta vegetazione proteggeva la pianura dalla brezza marina e
sotto gli alberi, con il sole già alto nel cielo, il caldo era intenso,
quasi bruciante, mentre l'umidità era così forte da togliere il
respiro.
      Dovettero usare spesso il machete per aprirsi la strada nel
sottobosco, altre volte tornarono indietro per cercare un passaggio
asciutto ed evitare gli acquitrini che un'infinità di torrenti
formavano, scendendo dal fianco della montagna. Quelle zone paludose e
malsane si spingevano fino alle pendici e presto furono assaliti da nugoli
d'insetti che svolazzavano attorno, molti di più rispetto alle zone cui
erano abituati. Furono anche punti, con qualche prurito e arrossamento
della pelle, addirittura a Joel si gonfiarono un po' gli occhi per una
specie di reazione allergica che per fortuna durò pochissimo. Neanche
quello fu sufficiente a spaventarli.
      E al momento giusto per distrarli, davanti ai loro occhi curiosi, si
parò uno spettacolo straordinario.  Sbucando da dietro ad una roccia,
giunsero in un grande spazio aperto che era come un'enorme caverna il cui
tetto era costituito dalle cime fitte di alberi altissimi, il fondo era
completamente occupato da un grande stagno, un lago vero e proprio.
      Fu allora che i rumori della foresta che prima, seppure forti,
parevano un sottofondo continuo, li aggredirono, differenziandosi e
componendosi in un baccano assordante.
      Videro migliaia di animali, di cui udivano sommati i versi, che
andavano dallo stridulo al profondo.  Un'infinità di rane e rospi,
alcuni piuttosto grandi, si tuffavano in acqua e poi tornavano sulla riva,
muovendosi freneticamente e sfiorando la superficie dello stagno, sparivano
nella vegetazione, sottraendosi ai pericoli. C'erano anche moltissime
farfalle, di tutti i colori e dimensioni, che volavano soavemente sorrette
dall'aria calda e umida.
      L'infinità di anfibi che popolava il laghetto pareva il gradino
più alto della scala evolutiva. Sembravano i padroni incontrastati di
quella particolare zona dell'isola, ma alzando la testa i ragazzi notarono
una gran quantità aironi, che volteggiavano sotto la cupola degli
alberi, svolazzando pigramente, incerti sulla preda da catturare e quando
lo facevano, banchettavano a piacere a spese di qualche batrace.
      I tre esploratori stettero con la bocca aperta a godersi quello
spettacolo straordinario, finché lo spirito d'avventura non li richiamò
al dovere della loro missione. Costeggiarono lo stagno e si spinsero ancora
di più nel folto della foresta, ormai completamente immemori della
promessa fatta a Richard.
      Progredivano a fatica, sudando affannati, ma allo stesso tempo si
stavano godendo quel ritrovarsi da soli e responsabili di sé. Si
sentivano audaci, intrepidi, mentre si spingevano sempre più nel ventre
della foresta, raggiungendo luoghi certamente mai raggiunti prima da altri
esseri umani.
      Erano certi di stare vivendo un momento speciale della vita e si
erano anche convinti che tutto ciò fosse estremamente pericoloso. E, per
quello che ne sapevano, forse lo era davvero.
      Lasciate a valle le paludi, lo stagno con i ruscelli che
l'alimentavano, il terreno si alzava dolcemente verso il centro dell'isola
e l'aria diventava ad ogni passo più asciutta. Allo stesso modo, anche
la foresta parve cambiare, divenendo meno selvaggia. Salendo cominciarono a
sentire sulla pelle una brezza gradevole.
      Joel precedeva gli altri quando, giunto ai limiti di una piccola
radura, si bloccò incredulo di ciò che stava vedendo, fece ancora
qualche passo fissando qualcosa.
      Su un lato della radura spuntavano degli strani alberi che parevano
secchi, avvicinandosi si rese conto che erano vecchi tronchi, ripuliti dai
rami e dalla corteccia, ma ancora piantati in terra e attaccati alle loro
radici. Quasi in cima avevano i resti di alcune foglie di palma rinsecchite
e fissate con dei legacci.
      Erano indubbiamente le rovine di alcune capanne e quelle foglie
secche di palma erano forse state un tetto. Quella era certamente opera di
esseri umani. Di qualcuno che era stato sull'isola prima di loro e che
adesso era chissà dove.
      Capì di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo, insolito e
assolutamente inaspettato. Un brivido di sorpresa e timore gli corse lungo
la schiena e cominciò a gridare per chiamare i compagni di avventura.
      "Guardate! Venite, presto! Vedete, guardate là!" e puntava il dito
verso ciò che aveva attratto la sua attenzione "Non siamo noi i primi!
Non siamo stati noi, c'è già qualcuno sull'isola! C'è stato già
qualcuno!  C'era!"
      Angelo e Terry lo raggiunsero correndo.
      Prima che potessero chiedergli il motivo dello spavento, si
guardarono intorno e riconobbero anche loro i resti di altre strutture che
c'erano tutt'attorno nella radura, alcune nascoste, anzi ingoiate, dalla
vegetazione.
      Le capanne più riconoscibili erano cinque, forse sei, e
osservandole attentamente notarono che formavano un arco al cui centro,
proprio dov'erano loro, c'era un circolo di pietre, troppo tondo e preciso
per essere opera del caso o di qualche movimento naturale.
      Si avvicinarono uno all'altro, cercando di proteggersi.
      "Questo forse era il posto dove accendevano il fuoco" azzardò
Terry tremando.
      Cercarono attorno alle pietre, restando vicino uno all'altro, senza
mai staccarsi, tenendosi per mano come bambini piccoli. Forse l'avevano
cercata, ma questa volta era stata l'avventura a trovare loro.
      Scostando l'erba alta con il machete, Joel scoprì la lama
arrugginita di un coltello cui mancava il manico. Era la prova definitiva
della presenza di esseri umani sull'isola.
      "L'impugnatura deve essere marcita, se era di legno" disse Angelo.
      "Ma, chi sono?" chiese Joel.
      "Chi erano?" lo corresse Angelo.
      "Boh, chi lo sa?" Terry era intimidito dalla scoperta.
      "Che gli sarà accaduto?" fece Angelo.
      "Dove saranno andati? E da quanto tempo sono spariti?" incalzò
Joel.
      Per il momento erano domande senza risposta.
      Sempre restando uniti, si spostarono ai limiti della radura cercando
tra i cespugli. Trovarono altri oggetti, la lama di una pala, un altro
coltello arrugginito, alcuni cocci di vasellame e una vecchia pentola
annerita e ammaccata. Poi si avvicinarono ad una delle capanne e Joel, il
più coraggioso, s'ardì ad avvicinarsi, fino a sbirciare la base
dell'albero secco. Urlò.
      Terry e Angelo guardarono anche loro nella direzione indicata dal suo
dito tremante. Per terra, a fissarli dritti negli occhi, c'erano le orbite
vuote di un teschio.
      I tre si strinsero tremanti, sempre più spaventati. E se non
piangevano era solo perché sarebbe stato inutile. E non gridavano perché
erano certi che nessuno li avrebbe sentiti.
      Dopo qualche momento di silenzio attonito, Angelo bisbigliò:
"Forse ce ne sono... altri?"
      Quando furono capaci di muoversi, e fu solo dopo qualche minuto,
Joel, sempre usando il machete, scostò l'erba fino a scoprire il resto
dello scheletro. Videro la cassa toracica e gli arti.
      Sembrava completo, ma pareva che non fosse stato ricomposto. La
posizione delle braccia e delle gambe leggermente ripiegate faceva pensare
che fosse caduto sull'erba e che nulla o nessuno l'avesse più toccato da
quel momento. Cercarono ancora e poco lontano dalla capanna trovarono altri
due scheletri, uno era molto più piccolo degli altri.
      "Quello era un bambino" bisbigliò Angelo, stringendo convulsamente
la mano di Terry "Andiamo via, per favore" disse piangendo.
      Si allontanarono dalle capanne e girarono attorno alla
radura. Dall'altra parte trovarono una piccola zona di terreno in cui c'era
un certo numero di piccoli cumuli di terra che non potevano essere opera
della natura o del caso per come erano allineati. Su quasi tutti c'erano
piantati dei paletti, alcuni erano spezzati.
      Si guardarono negli occhi, sempre più spaventati.
      "Che sono?" chiese Joel.
      "Tombe?" azzardò Angelo.
      "E quelle erano croci?"
      "Forse..."
      Contarono dieci tumuli.
      "Ma sono morti... tutti?" sussurrò Joel.
      "Allora quelli nella capanna erano... gli ultimi. E... e non c'era
nessuno che li seppellisse, vero?" fece Angelo "proprio come ha detto
Kevin. Vi ricordate?"
      "Già... 'Chi di voi vuole essere l'ultimo?'. È... è così
che succederà a noi?"
      "Io non voglio essere l'ultimo" Angelo ormai tremava e Terry gli mise
il braccio sulla spalla, l'abbracciò stretto.
      "Forse hanno preso una malattia che li ha uccisi ad uno ad uno"
mormorò e anche lui era impressionato.
      Erano spaventati dall'idea della morte, della fine, del loro destino,
che là, in mezzo alla foresta, appariva ormai così certo.
      "Chissà com'erano spaventati negli ultimi giorni. Qua, da soli, in
mezzo agli alberi. E se è stato il bambino a... a morire per ultimo?"
disse Joel tremando.
      "Non dire così" fece Angelo con le lacrime agli occhi, ormai
scosso dai singhiozzi.
      "Vorrei che Richard fosse qua" Terry li abbracciò tutti e due,
mentre anche a lui cominciavano a scendere le lacrime sulle guance.
      Ma fu il pianto disperato di Angelo ad intenerirlo, a farlo tremare,
più dell'angoscia che pure stringeva anche lui.
      Sentì un groppo alla gola, così grande da non poter
parlare. Avrebbe voluto attirarlo a sé, stringerlo e consolarlo,
baciando e ingoiando ogni sua lacrima. Voleva rivelargli là stesso
quanto l'amasse e come adorasse il suo carattere appassionato e
sensibile. Non aveva ancora trovato le parole per esprimerlo, neanche a se
stesso, ma ora i suoi sentimenti erano chiari.
      Loro tre vivevano una relazione molto forte, il loro affetto era
evidente per come si trattavano e per il livello quasi telepatico con cui
comunicavano. Non avevano parlato di sentimenti, non avrebbero saputo
farlo, perché erano ancora così difficili da capire. Il legame che si
era creato tra loro operava a livello quasi inconscio e si esprimeva più
con l'istinto, nei modi e nei bisogni di ciascuno, che con le parole. Negli
ultimi giorni però Terry aveva fatto un passo avanti, uno più degli
altri, i suoi sentimenti si erano evoluti, chiariti, ed aveva sperimentato
un'attrazione molto più intensa per Angelo, qualcosa di così
complicato, incomprensibile che lo lasciava stupefatto quando ci pensava.
      Il desiderio di essergli vicino era così forte che minacciava di
sopraffarlo.
      Era ossessionato dal corpo di Angelo, non ricordava quando
esattamente quella passione così intensa fosse cominciata. Doveva sempre
trattenersi dal toccarlo e stringerlo, in ogni momento e ad ogni passo. Ma
Angelo non aveva ancora notato quel cambiamento nel loro rapporto, perché
loro tre erano già molto avvezzi al contatto fisico. Facevano il bagno
insieme, dormivano insieme, si masturbavano insieme, in una vera confusione
di corpi. E se a Terry piaceva di toccare ed essere toccato, gli altri due
l'avevano capito e l'accontentavano come e quanto piaceva a lui, perciò
Angelo non era per niente sorpreso di trovarsi continuamente quelle grandi
mani brune, le dita lunghe, sul dorso, sulle braccia, sulle spalle, a
sfiorarlo, a palparlo, a stringerlo, ad accarezzarlo ovunque, anche in
certi posti, anche quando non erano eccitati, cosa che però accadeva di
rado.
      E poi Angelo aveva bisogno di quell'affetto e lo gradiva. Gli
piacevano quelle attenzioni, lo rendevano felice. Lo si capiva da come
reagiva.
      Terry lo trovava bellissimo.
      Amava la pelle abbronzata, il torace snello e muscoloso, il sorriso
timido, i grandi occhi neri e le ciglia lunghe, i capelli corvini e lucidi
che gli piaceva accarezzare e ravviare continuamente.
      Non smetteva mai di guardare quel corpo così delicatamente
disegnato, sia che fosse nudo, sia che avesse addosso i suoi pantaloncini
color cachi. O la sera quando si vestiva per la cena, con i pantaloni
lunghi e neri, che facevano solo indovinare il sedere piccolo e rotondo,
con la camicia sempre pulita e liscia, infilata ordinatamente nella cintura
e il cravattino che Angelo riusciva ad annodare abilmente e che poi
allacciava ridendo a lui e a Joel che non avevano mai imparato a farlo.
      Adorava i muscoli che guizzavano sotto la pelle, le spalle dritte, le
braccia lunghe e agili.
      Ma la sua mente tornava sempre al sedere di Angelo. Ovunque si
trovasse, qualunque cosa stesse facendo, si ritrovava a pensare a quei
globi finemente disegnati e al segreto che nascondevano.
      Quella mattina aveva fatto in modo che Joel stesse sempre avanti,
così aveva potuto mettersi per ultimo e gustarsi Angelo, godere per
tutto il tempo la beatitudine di quella visione. Quando si erano trovati
nella penombra della foresta, s'era sentito letteralmente rapire dal corpo
che si muoveva davanti a lui. Aveva visto le gocce di sudore scendere lungo
la spalla e poi perdersi nei pantaloncini, scivolando dove non riusciva ad
immaginare.
      Sentiva il cuore fargli male.
      C'era qualcuno o qualcosa al mondo che fosse più bello? Poteva
dire semplicemente ad Angelo ciò che provava per lui? Non sapeva come,
non aveva le parole, ma sarebbe morto se non avesse fatto qualcosa, trovato
il modo di metter fine a quella sofferenza. Doveva essere amore, proprio
quello che Richard provava per Kevin o François per Mike. Era certamente
così, ma se era quello, non era tanto sicuro che gli piacesse. Soffriva
troppo, eppure era la cosa più bella del mondo, la migliore che gli
fosse mai capitato di provare.
      Quando avevano trovato gli scheletri, lui si era spaventato, ma aveva
visto che Angelo e Joel erano terrorizzati e tremavano. Li aveva
abbracciati, stretti a sé, ma l'aveva fatto per Angelo e solo per lui,
perché aveva improvvisamente scoperto che l'affetto, l'amore erano solo
per lui.
      Forse non era giusto per Joel, ma era così, non poteva farci
niente, adesso lo sapeva.
      A quel punto i suoi sentimenti, tutto il suo corpo, assieme alla
mente, erano in ebollizione. Sentiva la pelle bruciargli di desiderio e il
cuore battergli nel petto con violenza, tentando di uscire, di sfondarlo.
Soffocato dalla necessità di porre fine a quella sofferenza, non
curandosi più di Joel, aveva messo le braccia al collo di Angelo e
l'aveva attirato a sé, tenendolo stretto, cullandolo, baciandolo
appassionatamente sulle labbra, infilandogli la lingua in bocca, come non
aveva mai fatto, neppure di notte, quando erano abbracciati e facevano le
loro cose.
      L'aveva baciato sugli occhi e lentamente gli aveva asciugato le
lacrime dalle guance, tergendole con le labbra, sotto lo sguardo smarrito
di Joel che non capiva perché non baciasse anche lui allo stesso modo.
      Con la bocca vicina all'orecchio aveva sussurrato parole dolcissime:
      "Ti amo, Angelo, ti amo tanto che non riesco neppure a dirtelo!"
      L'aveva sentito tremare, poi adattarsi al suo corpo, finalmente
stringerlo anche lui.
      "Non piangere per favore!" aveva mormorato "Quando tu piangi, sto
male anch'io. Non farlo, ti prego!"
      Angelo teneva gli occhi chiusi, accogliendo tutta quella tenerezza,
senza tuttavia capirne la vera origine.
      "Voglio restare abbracciato a te!" aveva detto Terry "Per sempre!
Vorrei morire così."
      Ed aveva cominciato a piangere anche lui, mentre l'accarezzava.
      Allora Angelo si era un po' allarmato.
      Le manifestazioni d'affetto non lo turbavano e gli piaceva essere
cinto dalle braccia forti e grandi di Terry, ma quei baci così
appassionati, quelle parole l'avevano sorpreso, anche se all'inizio
l'avevano consolato e fatto sentire meglio. Era stata l'intensità delle
parole di Terry e dei suoi sentimenti, a spaventarlo, l'avevano messo in
guardia. Lui amava Terry e Joel e sapeva che loro l'amavano. Erano
fratelli, veri, molto più veri di quelli che era stato tanto contento di
aver lasciato a casa. Loro erano i migliori amici del mondo, ma ora Terry
gli stava chiedendo qualcosa di più.
      Aveva visto come si parlavano Richard e Kevin, Mike e François. E
Terry gli aveva parlato proprio a quel modo, Terry era innamorato, ma lui
per il momento non capiva bene quello che gli stava accadendo e soprattutto
non voleva che le cose fra loro si complicassero. Chiedeva di vivere giorno
per giorno, divertendosi insieme. Lui, Joel e Terry, come avevano fatto
fino a quel momento, ma niente di più.
      Le grandi decisioni loro tre le lasciavano prendere a Richard e agli
altri più grandi che sapevano sempre qual era la cosa giusta da
fare. Soprattutto Richard.
      Non gli riusciva proprio di pensare a parole come 'sempre' oppure
'amore', non ce la faceva.  Ascoltando Terry, nel sentirlo pronunciare
quelle espressioni così difficili, impegnative, aveva quasi immaginato
il suo futuro, gli si era aperta davanti una nuova dimensione della vita,
cui non era sicuro di voler accedere, almeno per ora. Stava bene dov'era,
com'era in quel momento. Gli piaceva tutto di quei giorni, di quei mesi
vissuti avventurosamente.
      Perciò non sapeva come e cosa rispondere.
      "Vorrei restare sempre abbracciato a te!"
      "No, Terry" mormorò incerto, provando a sottrarsi, ma d'istinto
cercò anche di rassicurarlo, confortarlo, l'accarezzò anche lui "Va
tutto bene, adesso, va tutto bene! Vedi? Non piango più!"
      Ne avvertiva l'angoscia, ma non la comprendeva, eppure voleva
calmarlo, farlo stare meglio, lenire quella sofferenza, per questo
accantonò i dubbi e rispose ai baci, si lasciò abbracciare, stringere
e anche toccare come voleva lui, ma non portò via il braccio che teneva
sulle spalle di Joel, che era sempre accanto a loro e pareva ignaro di
tutto.
      "Ti amo anch'io, fratello" gli disse piano "e voi due siete la mia
famiglia, vi amo più di chiunque altro al mondo! Spero che potremo
restare sempre insieme."
      E mentre diceva queste parole lo sentì piangere, più forte, più
disperato.
      Terry stava facendo ogni sforzo. Cercò di calmarsi, fece un lungo
respiro e, quando fu in grado di parlare, gli confidò altre cose.
      "No, fratellino, no, non capisci. Non capisci?" sempre all'orecchio,
perché le ascoltasse solo lui "Io sono innamorato di te, Angelo, proprio
di te e di te soltanto. Io... morirei se noi due non potessimo stare sempre
insieme, proprio come se fossimo una persona sola. Voglio stare con te"
piangeva un'altra volta "voglio che tu stia con me. Ti prego, facciamo
l'amore. Voglio fare l'amore con te, Angelo. Adesso! Ti prego!  Con te
solo!"
      Pronunciò quelle parole in un crescendo di tensione, piangendo,
abbandonandosi completamente all'angoscia, alla paura che lui gli dicesse
di no, che non voleva.
      Pur non comprendendo tutto quello che i due si stavano dicendo, Joel
si era subito sentito escluso.  Aveva capito che era importante, ma non
sapeva cosa stesse accadendo. D'istinto però capì che il suo mondo
stava per cambiare, ma non sapeva come e intuì che non avrebbe potuto
controllare quel cambiamento.
      La sua paura crebbe e si strinse ai compagni, ad Angelo che gli
teneva ancora il braccio sulle spalle.  L'ansia si impadronì di lui ed
ebbe paura che se ne andassero, lasciandolo lì da solo, con quegli
scheletri, in quel posto maledetto. Se li avesse perduti, sarebbe morto,
pensò, perché Terry e Angelo erano tutto il suo mondo.
      Alzò gli occhi e dallo sguardo di Terry, dall'atteggiamento di
Angelo, intuì che stavano per chiedergli proprio quello che temeva.
      "Joel, io e Angelo abbiamo bisogno... io ho bisogno di parlare con
lui di una cosa."
      "Volete andarvene da qualche parte per fare quelle cose... vero?"
fece lui, sforzandosi di sorridere, di non mostrare quanto fosse
spaventato, ma aveva la morte nel cuore, perché gli pareva di subire un
tradimento, un'amputazione. E poi aveva una paura folle di restare da solo.
      "No, fratello, dobbiamo solo parlare di una cosa" l'accarezzò
Angelo, cercando di rassicurarlo "E Terry deve dirmela per forza
adesso. Dobbiamo essere solo noi due, è importante per lui. Capisci? Ma
tu non preoccuparti, torniamo in fretta. Va bene?"
      "Beh, se è così, andate pure, tanto io vi aspetto" finse
indifferenza "ma non qua" aggiunse poi precipitosamente "io me ne vado più
giù! Qua ho paura a restare da solo" fece, poi sorrise coraggiosamente,
cercando di nascondere la paura, la delusione "Vado a vedere se trovo altre
tracce, vicino alla fonte, là sotto.  Eh, che ne dite? Venite a
prendermi là!"
      "E non avrai paura?" chiese Angelo.
      Terry invece gli fece un bel sorriso, di gratitudine, ma solo perché
si toglieva dai piedi, finalmente li lasciava soli. Joel lo pensò e
questo gli strinse il cuore in una morsa di gelosia e di rancore per uno
che credeva fosse un compagno ed ora l'escludeva.
      "No, andatevene dove volete" disse voltandosi e avviandosi,
continuando a fingersi disinteressato "però fate in fretta, venite a
riprendermi, quando avrete finito. Dovete parlare, no?"
      Terry lo rincorse e l'abbracciò: "Grazie, amico! Vedrai, non sarà
per molto. Va bene?"
      "Lasciami in pace..." disse lui, divincolandosi, offeso per quella
confidenza.
      "Non staremo via troppo!" fece Angelo incamminandosi, tirato da
Terry.
      "Ho paura!" bisbigliò, parlando a se stesso e già piangendo
"Fate in fretta per favore!" gridò dopo qualche passo "Qualunque cosa
dobbiate fare, stronzi. Tutti e due!"
      Cominciò a singhiozzare e a correre verso la fonte. Per
allontanarsi da quel posto maledetto, da quei due che lo stavano tradendo.
      Terry già non gli badava più, sentiva il cuore battergli così
forte da sfondargli il petto, era eccitato non ricordava più da quanto
tempo, la testa gli doleva per come erano intensi i suoi pensieri.
      Angelo gli sorrise e lui s'intenerì ancora di più. Gli mise la
mano tremante sulla spalla e lo guidò nel fitto degli alberi. Seguirono
una specie di passaggio in salita, un varco appena accennato nella
vegetazione, finché, un centinaio di metri più su, trovarono una
piccola radura con un tappeto d'erba invitante.
      La brezza rinfrescava l'aria e gli uccelli cantavano, non c'erano
insetti. Terry era ormai insensibile a ciò che lo circondava, annientato
dal desiderio di congiungersi con Angelo. I sogni, le fantasie degli ultimi
giorni stavano per divenire realtà, il vuoto doloroso della sua vita,
del suo cuore, stava per essere colmato dall'unione con il compagno che
aveva scelto.
      Si fermò al centro della radura, lo prese fra le braccia, sentì
la pelle calda, liscia come la seta e sotto avvertì la compattezza dei
muscoli. Sentì Angelo cedere, arrendersi e rispondere ai suoi baci
appassionati, aprire la bocca. Le loro lingue si toccarono e danzarono
insieme.
      Era in estasi.
      Angelo invece era preoccupato da quella situazione. Voleva bene a
Terry e desiderava farlo felice, non voleva urtare i suoi sentimenti, ma
voleva bene anche a Joel e non voleva metterlo da parte. Averlo lasciato da
solo nella foresta, così vicino agli scheletri, era stata una
crudeltà, ma non era riuscito ad opporsi all'ansia, alla volontà di
Terry.
      Non era certo di cosa esattamente intendesse quando gli aveva chiesto
di 'fare l'amore' e di quello che avrebbe comportato averlo fatto e come
sarebbe cambiata la relazione fra loro tre.
      In Terry e Joel aveva trovato più amore di quanto mai ne avesse
avuto nella sua vita ed ora, in quella pace, in quella felicità
finalmente trovata, desiderava soltanto che tutto restasse com'era. Aveva
capito che Terry voleva disperatamente qualcosa da lui, ma non aveva ancora
compreso di cosa si trattasse e se gliel'avrebbe potuta dare.
      Sentì il desiderio di Terry e la sua tenerezza e li corrispose,
decidendo di lasciargli fare quello che avesse voluto e forse dopo, solo
allora, avrebbe capito, si sarebbero spiegati. Anche lui era eccitato.
      "Mettiamoci per terra, stenditi qua" mormorò Terry sorridendogli,
inebriato, e insieme si inginocchiarono per allungarsi di fianco sull'erba
soffice, accogliente, riscaldata dal sole.
      Terry non smetteva di baciarlo, di toccarlo.
      "Ti amo, piccolo" mormorò "ti amo più di chiunque abbia mai
amato al mondo. Nessuno ha amato come ti amo io!"
      "Non dire sciocchezze" ridacchiò Angelo, sentendogli ripetere
frasi che aveva forse ascoltato da Kevin o da François. Ma che gli
facevano ugualmente piacere.
      "No, tu sei fantastico e sei così bello! È tutto merito tuo. E
per amarti io devo essere eccezionale per forza! E allora ti amo come
nessuno ha mai amato!"
      Angelo non rispose, perché le parole di Terry erano davvero
qualcosa che non aveva mai ascoltato prima, erano un'idea, un pensiero
originale.
      Terry lo vide sorridere d'orgoglio, gli occhi gli si fecero ancora
più belli e profondi.
      Riprese a baciarlo, a leccargli il collo e il torace. Angelo mormorò
di piacere quando la lingua di Terry giocò con i capezzoli e rise per il
solletico, quando lo leccò sotto le ascelle. Si perse nel piacere di
tutte le carezze e delle premure, dimenticò in fretta i dubbi e la
confusione di poco prima, sopraffatto dalla voluttà di quei momenti, si
scordò anche di Joel che li attendeva e che forse era arrabbiato. Sentì
la lingua vellicargli l'ombelico e fu una sensazione meravigliosa. Poi
sentì che gli sfilava i pantaloncini e le mutande.
      Fu completamente nudo, offerto alle voglie di quell'innamorato
focoso. Non che essere nudi avesse qualche significato per loro, lo erano
tanto spesso da non badarci più, ma sentirsi togliere quell'ultima
difesa lo riportò, per un momento, alla realtà, ma fu un attimo,
perché Terry, scendendo con le labbra lungo la pancia aveva preso a
leccargli il pene e poi a succhiarlo. E il suo pisello era da troppo tempo
completamente e dolorosamente eretto, assolutamente desideroso di quelle
attenzioni. Sospirò e mormorò di piacere, perché s'accorse di
desiderarlo davvero. Se 'fare l'amore', come aveva detto Terry, voleva dire
provare quelle sensazioni, lui voleva che accadesse sempre e sempre di più
e per tutta la vita. Pensò un'ultima volta a Joel, ma quello che stava
provando era troppo bello e complicato. Si lasciò travolgere e lo
dimenticò un'altra volta.
      Terry si sentiva in paradiso, voleva esplorare ogni centimetro di
quella pelle, liscia e dorata, provarne e riconoscerne ogni piega, cogliere
i tremiti di piacere, mentre le dita correvano lungo le spalle e sui
fianchi.  Non che non l'avessero già fatto, l'uno con l'altro, per tante
volte in quei mesi, ma il momento era così straordinario che Angelo gli
pareva una persona nuova.
      Lo sentì mormorare, gemere, quando gli prese l'uccello in
bocca. Lui cominciò a muoversi su e giù, poi prese tra le labbra i
testicoli scuri, li baciò e li succhiò, uno per volta e addirittura
insieme, bagnandoli completamente di saliva. Gli alzò le gambe e gliele
spinse contro la pancia, così da potere guardargli finalmente le natiche
aperte e finalmente quel posto segreto e prezioso, già madido di
sudore. Si fece coraggio e cominciò a leccare là attorno, provò ad
forzare con la lingua, accarezzando e spingendo.
      Angelo tremava e mormorava.
      Quando sentì la lingua penetrarlo, provò piacere, una scossa
leggera che lo fece sorridere felice, ma durò solo un momento, perché
subito ondate di ricordi gli riempirono la mente, spazzando ogni sensazione
e il suo cuore fu assalito dalla paura.
      Le rivide, come se loro fossero là in quel momento. Erano le facce
maliziose e cattive dei suoi fratelli.  Percepì l'odore rancido dei
corpi sudati e udì distintamente le minacce bisbigliate.
      Era cominciato quando il più grande aveva quindici anni e l'altro
tredici. Lui ne aveva soltanto dieci.  Era un bambino delicato e
tranquillo, fiducioso degli altri, di tutti. Anche se abituato a vivere in
una famiglia di delinquenti, era ingenuamente affezionato ai suoi fratelli
e mai avrebbe immaginato che potessero fargli del male. Quei due invece
l'avevano sempre disprezzato, oppure semplicemente ignorato, finché, in
un giorno d'inverno avevano deciso che era abbastanza grande per soddisfare
le loro voglie. E così abusarono di lui.
      L'attirarono in una cantina e, mentre il più piccolo gli bloccava
le braccia e lo teneva fermo, l'altro gli abbassò i pantaloni e le
mutande. Di quel giorno non ricordava molto, se non la sensazione di gelo
che aveva provato quando una delle persone che amava, suo fratello, l'aveva
denudato e, senza tanti preamboli, aveva abusato di lui. I tentativi di
gridare erano stati subito soffocati ed erano serviti a far aumentare la
violenza con cui lo stavano prendendo.
      Era finito per terra, sul pavimento di cemento, gelido, schiacciato
dal peso del fratello che, sopra di lui, dava sfogo a tutta la rabbia che
aveva dentro. Quando ebbe finito il primo, anche l'altro lo seviziò, ma
quello non se lo ricordava, perché era svenuto. L'aveva capito solo
quando, qualche giorno dopo, l'avevano riportato insieme in cantina ed
anche il minore aveva voluto la sua parte. Da allora ogni tentativo di
resistenza fu compensato da pugni e calci, dati sempre con attenzione, per
evitare che lasciassero lividi e segni compromettenti.
      I suoi fratelli erano stati davvero bravi in questo.
      Quando aveva tentato di dirlo alla mamma, lei non l'aveva voluto
ascoltare e gli aveva urlato che stava inventandosi tutto. Lui s'era troppo
vergognato per insistere, per tutto quello che gli avevano fatto. Nei
giorni seguenti e poi nei mesi, talvolta aveva tentato di resistere,
prendendo sempre più botte. Quando aveva smesso di difendersi,
offrendosi liberamente alle voglie dei suoi aguzzini, ne aveva ricevuto
ancora più disprezzo, forse perché s'era arreso con troppa
facilità.
      Era stato allora che si era sentito senza speranza, avvilito e aveva
desiderato di scomparire, di morire.  Ogni volta che la tortura
ricominciava, ed era durata quasi tre anni, sentiva l'intimo dispiacere di
essere nato, di esistere. Quando il fratello maggiore era stato arrestato e
chiuso in un riformatorio, l'altro aveva continuato da solo ad abusare di
lui, con la crudeltà e la brutalità di sempre.
      Cominciò a piangere in silenzio, proprio come aveva fatto tante
volte con i suoi fratelli, quelli veri che non poteva certamente amare, non
come Terry che ora forse amava. Quelli, quando vedevano le sue lacrime, si
eccitavano di più, lo chiamavano 'finocchio' e l'aggressione diventava
più selvaggia, i pugni più cattivi, mirati, dolorosi. Ma Terry
l'amava, avrebbe visto il suo pianto, si sarebbe fermato.
      Non fu così.
      Come da lontano l'osservò leccargli accuratamente l'ano,
lasciandovi una gran quantità di saliva.  Ormai non era più Terry,
era uno dei fratelli, non importava quale dei due. Vide con orrore che
allineava la punta del pene e capì che stava per entrare in lui.
      Pianse, cercando di fare meno rumore possibile, pensando che anche
Terry l'avrebbe colpito per farlo smettere, l'avrebbe insultato e poi
avrebbe riso, ma solo dopo aver finito.
      Teneva gli occhi chiusi, stretti, ma era come se vedesse. Aspettò
il dolore, già provato tante volte, lo sentì, più forte che mai,
anche se in realtà non avvertì nulla, perché Terry non gli fece
alcun male. Perché, pur nella confusione di quei momenti,
nell'oscuramento della sua mente, Terry usò tutte le cautele possibili
per non fargli male.
      Malgrado ciò, Angelo rivisse quello che gli era già accaduto
tante volte e non poté farne a meno.  Pensò anche di gridare, per
fermarlo, quello almeno gli avrebbe chiesto di fare, voleva dirgli di
attendere, di avere ancora un poco di pazienza.
      E, se lui avesse gridato, Terry si sarebbe fermato.
      Se solo Terry avesse atteso, con l'amore e l'aiuto suo e di Joel,
Angelo gli avrebbe dato tutto se stesso e anche quello.
      In quel momento, però, dalla sua bocca non uscì alcun
suono. Una sola parola avrebbe fermato Terry, ma non riuscì a parlare,
perché su di lui c'era suo fratello, uno dei due, che lo stava
violentando un'altra volta e lui aveva troppa paura dei pugni, delle mani
callose che l'avrebbero colpito, se avesse emesso anche un solo suono.
      Quelli che gli davano più spesso per farlo stare fermo erano colpi
sui fianchi, i più dolorosi e che non lasciavano segni.
      Fu solo per questo che tacque, restando immobile, in attesa che
finisse anche quella volta.
      Gli occhi di Terry, anche quelli, erano irrimediabilmente chiusi,
pure lui perso in un sogno, che era di lussuria, conscio solo del corpo che
teneva sotto e stava possedendo, immagine e obiettivo che raggiungeva,
oggetto in cui estinguere una sete, un desiderio insaziabile e
incontenibile.
      Joel era corso il più velocemente possibile verso valle,
allontanandosi da quel posto maledetto.  L'aveva assalito un vero e proprio
terrore di vedere gli scheletri alzarsi e inseguirlo, afferrarlo e portarlo
con sé, sotto quei tumuli. Perciò era fuggito con tutta la rapidità
che le sue gambe gli consentivano.
      Per un poco aveva guardato tra l'erba e i cespugli attorno alla
fonte, ma anche là gli pareva che aleggiasse una maledizione per la
vicinanza di tutti quei morti e questo sarebbe stato più che sufficiente
a farlo correre fino alle Tommy's Falls. Ma quello che davvero lo
spaventava era che i suoi due compagni, i suoi fratelli, potessero
lasciarlo fuori dal loro rapporto, cominciando a considerarlo un intruso
per quella strana, nuova relazione che stava nascendo fra loro.
      Stava per tornare ad essere solo, come era stato per tutta la vita,
meno gli ultimi mesi, vissuti con Terry e Angelo, con cui si era subito
inteso, fino a che l'amicizia era diventata una specie di simbiosi che non
riusciva a definire bene, ma che era ormai la ragione stessa della sua
vita. In loro due aveva riposto una fiducia assoluta. Almeno fino a pochi
minuti prima.
      Ora era come se qualcuno l'avesse destato da un sogno e l'avesse
bruscamente riportato alla sua realtà triste e disperata.
      Aveva ancora gli occhi pieni di lacrime, ma non avrebbe più
pianto, lui non piangeva mai, perché aveva imparato molti anni prima che
il prezzo delle lacrime erano le percosse ancora più dolorose che suo
zio non gli faceva mai mancare. Lo zio, che poi, come aveva saputo, non era
il suo vero zio, pareva stimolato dal suo pianto, perciò il piccolo Joel
aveva presto imparato a non piagnucolare quando lo zio Karl lo
frustava. Quel piccolo sacrificio, enorme per un bambino di pochi anni, gli
faceva risparmiare molte sofferenze. Accumulava tutte le lacrime e piangeva
di notte, cercando di non fare rumore. Joel era uno dei pochi bambini al
mondo in grado di piangere e disperarsi in assoluto silenzio. Guai se
l'avessero sentito.
      Così fu facile ricacciare indietro le lacrime, un po' meno trovare
il coraggio di continuare a muoversi in un posto come quello. Guardandosi
continuamente dietro le spalle, sempre più impaurito dalla presenza di
quei morti poco più a monte, mosse qualche passo. Odiava il posto,
quella specie di villaggio, s'allontanò anche dalla fonte, ma, forse
perché aveva un po' perso l'orientamento, si rese conto di essere
tornato proprio vicino al cimitero, se era davvero un camposanto. Vide
brillare qualcosa in mezzo all'erba, la spostò con il machete che Terry
gli aveva affidato, ma non trovò nulla d'interessante, era solo un'altra
lama arrugginita.
      Sopraffatto dalla tristezza, dimenticò anche di avere paura e si
sedette a terra, si abbracciò le ginocchia e appoggiò il capo.
      Tremava, si sentì piccolo, vulnerabile, si raccolse su se stesso,
cercò di farsi coraggio. Presto sarebbe finita, Terry e Angelo sarebbero
tornati e tutto sarebbe ricominciato com'era prima. Chiuse gli occhi per
non vedere il posto in cui era, dimenticare tutto, per accelerare il tempo
e allontanarsi con la mente dai pensieri che andava facendo, ma non ci
riuscì e subito tornò a pensare ai suoi amici, a preoccuparsi per
loro.
      Se n'erano andati da troppo tempo, possibile che non ne avessero
ancora abbastanza, qualunque cosa stessero facendo?
      Poteva essergli accaduto di tutto, forse un pericolo sconosciuto, un
mostro nascosto in questa parte dell'isola in cui si erano avventurati per
la prima volta e con tanta incoscienza. Quello che aveva sterminato gli
abitanti del villaggio, aveva ucciso anche Terry e Angelo.
      Era un'altra volta spaventato e tremava tanto da non riuscire a
respirare.
      Pensò che doveva andarsene il più in fretta possibile, ma non
poteva lasciare da soli i suoi compagni.  Si fece coraggio e andò a
cercarli, s'incamminò nella direzione che gli aveva visto prendere, su
quella specie di sentiero. Si arrampicò seguendo la stessa strada e
quando non era più certo che avessero seguito proprio quella pista,
distinse, tra gli altri rumori della foresta, la voce di Angelo, un po' più
in alto, ma era un lamento, pareva che piangesse.
      "No, no..."
      Corse nella direzione da cui proveniva quel suono, ma inciampò in
una radice e cadde, piantandosi il machete nella coscia. Ignorò il
dolore e il sangue che gli colava dalla gamba e riprese a correre. Giunto
al limite della radura, li vide. Angelo era steso sulla schiena e aveva le
gambe alzate, piangeva e non tentava di divincolarsi, di scappare, si
lamentava soltanto, mentre Terry gli stava inginocchiato fra le gambe e si
muoveva velocemente, teneva gli occhi chiusi e sul suo volto Joel lesse
un'esaltazione che gli parve incomprensibile finché non vide ciò che
stava facendo.
      Completamente sordo ai lamenti di Angelo, alla sua sofferenza, Terry
gli teneva il pene infilato nel sedere e stava per avere un orgasmo.
      Joel lasciò cadere il machete e corse verso di loro. Cercò di
tirarlo via, prendendolo per le spalle.
      "Fermati, fermati!" urlò.
      Terry aprì gli occhi e lo guardò, ma parve non badargli. Gli
dette una manata che lo colpì sulla faccia e lo fece vacillare.
      Joel non si perse d'animo e prese a tempestarlo di pugni, gli saltò
addosso, mettendogli le braccia attorno al collo per allontanarlo. Avrebbe
voluto strangolarlo e, se ne avesse avuto la forza, l'avrebbe fatto.
      Poi Terry si bloccò, finalmente aveva raggiunto l'orgasmo. Guardò
sotto di sé, s'accorse di Angelo che adesso piangeva istericamente.
      Sfilò il pene dall'ano del ragazzo e si udì distintamente il
rumore liquido che produsse. Era sporco di seme.
      "Ti ho fatto male?" chiese piano.
      Tutto a un tratto cominciò a singhiozzare anche lui, mentre Joel
finalmente lo tirava via, facendolo cadere all'indietro.
      "Ti ho fatto male?" disse Terry, senza neppure accorgersi di Joel che
era ancora dietro di lui "io non volevo, io ti amo! Dimmi che stai bene, ti
prego!" mormorava.
      Angelo s'era raccolto su se stesso, abbracciandosi e teneva gli occhi
chiusi.
      In quel momento Joel era l'unico abbastanza in sé e non aveva
perso la lingua, nonostante avesse il labbro gonfio e sanguinasse
abbondantemente dalla coscia.
      "Certo che gli hai fatto male, stupido figlio di puttana" urlò,
ricominciando a colpirlo, mentre Terry era così tanto stordito da non
pensare a difendersi "Lo hai violentato! Non lo vedi? L'hai violentato, che
altro cazzo vuoi adesso? Sei peggio di quegli stronzi dei suoi fratelli!
Sparisci, bastardo, vattene, vattene, maledetto! Vattene" e continuava a
tirargli calci e pugni che Terry neppure sentiva.
      Piangeva soltanto, senza controllarsi, e non badava ai colpi di Joel.
      Si alzò lentamente, si coprì la faccia con le mani, poi, mentre
Joel soccorreva Angelo, si voltò e scappò verso il folto degli
alberi.
      Joel s'inginocchiò e accarezzò la spalla ad Angelo.
      "È finita adesso" disse calmo "se n'è andato, Angelo, se n'è
andato. Ti ha fatto molto male?"
      Angelo era come paralizzato.
      "Ti ha fatto male?" insisté.
      "Lui... lui ha detto che mi amava, ma poi mi ha trattato come i miei
fratelli" disse sconsolato "Lui... io credevo... lui era mio amico!"
      Appoggiandosi a Joel riprese a piangere forte.
      "Puoi camminare, piccolino?" chiese dolcemente "Vieni, andiamocene"
l'aiutò ad alzarsi "Adesso cerchiamo l'acqua e ci laviamo un poco. Va
bene? E poi andiamo via."
      "Si, si, posso camminare. Cioè" disse Angelo cercando eroicamente
di ricacciare indietro le lacrime "so come funziona, mi è già
capitato. Non... lui non mi ha fatto male. È che io mi fidavo... però
non mi ha fatto davvero male."
      Poi lo guardò meglio e finalmente si accorse del labbro che si
stava gonfiando, dei denti sporchi di sangue. L'osservò con più
attenzione e vide il taglio sulla coscia. Era una brutta ferita e la gamba
era tutta sporca di sangue che continuava a colare. Usciva dalla ferita,
lasciando un lungo segno rosso sulla pelle chiara, macchiandogli anche
l'altra gamba, i pantaloncini e le scarpe, fino a gocciolare sull'erba.
      "Joel, che ti sei fatto là?" chiese spaventato.
      "Non è niente! Terry mi ha dato un pugno."
      Ma Angelo fissava inorridito la gamba ferita.
      "Ti ho sentito gridare e mi sono messo a correre con il machete in
mano" cominciò lui con indifferenza "e quando sono inciampato e me lo
sono dato sulla gamba" disse bloccandosi subito a guardare il taglio sulla
coscia che era molto brutto anche solo a vedersi "ma è profondo!"
esclamò, restando a bocca aperta.
      "Adesso Richard se la prenderà con noi" piagnucolò Angelo "lui
dirà 've l'avevo detto' e avrà ragione, non dovevamo andarcene da
soli!"
      Per un momento si sorrisero, rassicurati dal ricordo di Richard,
dall'idea che potesse sgridarli, poi Angelo tornò a guardare la ferita,
mentre Joel pareva finalmente rendersi conto di quanto lungo e profondo
fosse il taglio e faceva qualche smorfia di dolore.
      "Dobbiamo legarla con qualcosa per fermare il sangue..." fece Angelo
pensieroso "ma non abbiamo nulla!"
      "Abbiamo anche perso il machete: chissà dove accidenti l'ho
lasciato cadere!" borbottò Joel guardandosi impotente la ferita.
      "Lo cercheremo dopo... adesso tieniti la gamba... cerca di fermare il
sangue!"
      "Ho paura!" piagnucolò.
      "Ehi... stai calmo, fratellino! Idea! Posso usare i miei
pantaloncini" disse Angelo "ricordi quello che ha fatto Richard per
François?"
      "Si, ma fai piano" disse Joel, con un'altra smorfia e con le lacrime
che gli scendevano sulle guance.
      Dimenticando i propri dolori, Angelo prese i pantaloni che non si era
ancora infilato e si diede da fare a strapparli per ottenere delle strisce
che annodò fino ad averne una abbastanza lunga. L'avvolse alla gamba,
sopra il taglio, e strinse bene, usando un bastoncino. Riuscì così a
ridurre l'emorragia.
      Adesso erano soltanto desiderosi di tornare alla casa, dove Richard,
anche se arrabbiato, avrebbe rimesso tutto in ordine, riportando nel loro
mondo la pace che si era persa. Li avrebbe presi fra le braccia, avrebbe
curato il labbro e la gamba di Joel, consolato il pianto e la delusione di
Angelo, il suo dolore, e avrebbe ripetuto a tutti e due che gli voleva
bene, anche se erano stati imprudenti. E soprattutto avrebbe riportato
indietro Terry. Quest'ultimo era un desiderio solo di Angelo, perché
Joel aveva smesso di pensare a Terry, l'aveva rimosso dai suoi pensieri.
      Arrivarono alla fonte, una cascatella che riempiva una pozza larga
qualche metro, drenata da un rigagnolo che scendeva verso le paludi. Nello
stagno cercarono di lavarsi un poco, pulendo il sangue e togliendosi lo
sporco di dosso. Quei gesti abituali, ordinari, li riportarono alla calma,
a pensare.
      Joel fece per portarsene un poco alle labbra, ma Angelo lo fermò.
      "No... fratello. Ti ricordi quello che ha detto papà? Dobbiamo
bere solo l'acqua della borraccia."
      "Ma è calda..." protestò Joel con una smorfia, ma poi bevve
qualche sorso.
      "Ne voglio anch'io un po'..."
      "Voglio andare a casa..." piagnucolò Joel e si avviò
zoppicando, senza attendere Angelo.
      "Ehi... aspetta... e Terry? Non possiamo lasciarlo qua, da solo."
      Non aveva idea di dove fosse, così provò a chiamarlo, urlando
in tutte le direzioni.
      "Per favore, andiamocene. Mi fa male la gamba!"
      Joel si lamentava e Angelo finalmente si convinse. Provò a
guardarsi attorno un'ultima volta, poi si decise a seguirlo.
      Angelo l'avrebbe cercato ancora, finché non l'avesse trovato,
perché voleva capire, voleva che Terry gli spiegasse e poi aveva tanta
paura per lui, non voleva lasciarlo da solo nella foresta, temeva che
potesse fare qualche sciocchezza, ma la gamba di Joel sanguinava e decise
di muoversi.
      Ritrovarono la via che avevano percorso quella mattina e pareva fosse
trascorsa un'eternità da quel momento. Quando passarono dal lago dei
rospi lo spettacolo non gli parve più tanto affascinante, perché non
desideravano altro che di allontanarsi in fretta da quella parte dell'isola
e tornare a casa da Richard.

      Gettato sotto un albero, Terry cercava di respirare. Più tardi
avrebbe dovuto affrontare se stesso e la propria vergogna. Per il momento
era come intontito, guardava davanti a sé, fissava qualcosa tra l'erba,
non osando alzare gli occhi. Se li avesse chiusi avrebbe visto il volto di
Angelo e la sua smorfia di dolore.
      Li aveva sentiti gridare il suo nome, ma sapeva che non avrebbe
potuto più guardarli in faccia, specialmente Angelo ed anche Joel e
neppure tutti gli altri ragazzi. Non avrebbe avuto il coraggio di
avvicinarsi a Richard, mai più avrebbe potuto guardare negli occhi quel
ragazzo che aveva accettato di fargli da padre.
      Aveva finalmente trovato una persona che l'amava come un figlio e lui
aveva gettato via quell'amore, assieme a tutta la sua vita. Ebbe un crampo
allo stomaco quando rivide nella mente gli occhi buoni di Richard che
l'avevano sempre guardato con dolcezza, con affetto, nulla che lui avesse
mai meritato.
      Finalmente le voci si allontanarono, Angelo e Joel si erano diretti
verso casa.
      Istupidito, paralizzato dalla vergogna che provava, dal senso di
colpa, attese ingenuamente che la morte passasse per portarlo con sé. E
che facesse in fretta.
      Qualunque cosa avesse ucciso gli abitanti del villaggio, sperava
tornasse a prendere anche lui.
      Era solo nella foresta della morte e la sua vita apparteneva ormai a
quel posto di desolazione e di dolore. Un dolore che aveva contribuito ad
aumentare, ingigantire. L'aveva nutrito con la sua malvagità.
      Con la partenza di Angelo e Joel la foresta tornò alla sua vita
normale, fatta di fruscii, di gridi improvvisi eppure attesi, di rumori
ripetitivi che Terry poteva facilmente ignorare. Quella specie di quiete
che seguì l'aiutò a respirare e infine lo spinse a pensare.
      Là incominciò la vera sofferenza, quando lentamente gli tornò
alla mente ogni particolare di quei minuti di follia. Quello che non aveva
visto in quei momenti, gli ripassò davanti agli occhi e rivide la faccia
di Angelo, il volto dapprima incredulo, poi spaventato e come deformato dal
dolore. Vide gli occhi pieni di paura, finalmente prestò attenzione ai
lamenti, quelli che non aveva voluto ascoltare prima e che adesso udiva
nella mente. Ricordò la smorfia della faccia, gli occhi serrati i pugni
chiusi che avrebbero potuto colpirlo. Se solo l'avessero colpito.
      E vide se stesso non ascoltare altro che non fosse il desiderio di
possedere Angelo.
      Rannicchiato, pianse e si disperò, finché ebbe forza, perché
davvero non aveva visto, né ascoltato le preghiere di Angelo. Non sapeva
neppure se Angelo avesse gridato o l'avesse pregato di smettere.
      Di una cosa era certo, Angelo aveva sofferto e pianto per colpa sua e
questo non se lo sarebbe mai perdonato.
      Come poteva pensare di tornare dai compagni, se aveva quasi ucciso
uno di loro, la persona che credeva di amare? E aveva anche dato un pugno a
Joel. Cosa si era impossessato di lui per fargli commettere quelle azioni
vergognose? Adesso poteva fare una sola cosa per riscattarsi ai suoi stessi
occhi, ed era quella di dare la propria vita in cambio del male
fatto. Pagare le colpe, i peccati commessi.
      Sentiva un peso enorme schiacciarlo, gli parve che attorno a lui
tutto si oscurasse, sebbene fosse ancora pomeriggio.
      E quando capì che non sarebbe più tornato, che era tutto
finito, che la felicità, l'amore, l'amicizia, tutto era passato, tutto
faceva parte di un vissuto che non poteva neppure ricordare, se non con
immensa vergogna, quando lo capì, scoprì di avere ancora lacrime per
piangere.
      Perdere tutto gli parve insopportabile. Credette di morire, ma si
rese subito conto che al dolore non c'era fine, perché ogni pensiero gli
rivelava una nuova soglia, ogni spasmo che sentiva, una nuova sofferenza e
l'attesa di ciò che ci sarebbe stato dopo e dopo ancora.
      Infine il sonno, la stanchezza lo colsero, poterono soccorrerlo e
passò, senza rendersene conto, dal pianto all'incoscienza, senza sogni
da ricordare.
      Quando si svegliò, era notte fonda, assolutamente buia, silenziosa
e fu allora che il terrore vero l'assalì, non perché fosse là da
solo, al buio, nella foresta, vicino ad un posto dove erano morte
inspiegabilmente una decina di persone. Mai lo sfiorò quel pensiero,
perché nella sua giovane vita aveva raramente provato la paura, ma
quello che lo rese folle di terrore fu il rivedere, con gli occhi freddi
della ragione, ciò che aveva fatto poche ore prima.
      Fu l'inspiegabile follia di quei minuti che lo spinse ad alzarsi e a
correre alla cieca, in discesa e verso il mare, inconsciamente guidato
dall'odore da una brezza che giungeva, oppure dal rumore lontano delle
onde. Cadde, si ferì alle ginocchia, i rami lo colpirono e si tagliò
ad un fianco. Si fece un taglio profondo ad un polpaccio e il dolore acuto
delle ferite, l'odore del sangue che colava contribuirono a svegliarlo, a
rendere ancora più definito l'orrore della sua esistenza, ma anche a
scuoterlo e fargli riprendere, almeno un poco, il controllo di sé.
      Sentiva bruciore ovunque, ma soprattutto agli occhi, aveva le labbra
arse e nel petto un dolore acuto.  Già sapeva che a quel dolore avrebbe
trovato difficilmente sollievo. Là non era stato un ramo a colpirlo, né
era una botta presa cadendo. Quello era un dolore che veniva dalla mente,
dai ragionamenti, dalle idee e soprattutto dai ricordi, era il dolore di
ciò che aveva perso e di quello che aveva fatto ad Angelo, a Joel e di
riflesso a Richard, a tutti i compagni. Era la sofferenza di vedere la sua
vita ridotta a brandelli e di capire che ciò che ne restava era
tragicamente il nulla.
      Ora era soltanto un ragazzino terrorizzato, perso nel buio di una
foresta equatoriale, su un'isola disabitata.
      Ma non era ancora quello a spaventarlo, perché l'incubo divenne
panico quando si rese conto che non avrebbe mai trovato il coraggio di
uccidersi. Quella che gli era sembrata l'unica via di fuga, gli apparve per
ciò che era realmente, una scusa per giustificare a se stesso le lacrime
che andava spargendo, per aiutarsi a sopportare il dolore. Non avrebbe mai
usato il machete che chissà dove aveva raccolto, né si sarebbe
gettato da un albero a testa in giù, non avrebbe potuto infilare la
testa nell'acqua putrida della palude e lasciarcela fino a che non gli
fossero scoppiati i polmoni. Non avrebbe mai fatto nulla di tutto
questo. Né avrebbe aspettato che la fame e la sete l'uccidessero, perché
alla fine di quella folle corsa nella notte, nel buio assoluto della
foresta, capì che avrebbe bevuto e anche mangiato quando ne avesse avuto
l'assoluta necessità.
      Per lui non c'era speranza. Sarebbe vissuto alla macchia per tutta la
vita. Gli restava solo la foresta che l'avrebbe protetto, nascosto e
infine, sperava, ucciso. Che la foresta avesse pietà di lui.
      Si accasciò contro un altro albero e ricadde in un sonno febbrile.

      Angelo e Joel fecero la strada di ritorno tenendosi per mano,
sorreggendosi e consolandosi. Angelo era ancora stordito e la ferita di
Joel era aperta e perdeva sangue, tanto che si era sporcato tutte e due le
gambe.
      Quando si fermarono a riposare, Angelo sentì le lacrime scendergli
sulle guance e Joel, sebbene ferito, indebolito per il sangue che stava
perdendo, lo prese fra le braccia, cercò di consolarlo.
      "Siamo quasi a casa, fratellino. Vedrai che si aggiusterà tutto"
gli sussurrò, ma anche lui aveva le lacrime agli occhi, per il dolore
alla gamba e per tutto quello che era accaduto.
      "È tutta colpa mia" borbottò Angelo "sempre colpa mia! Non
dovevamo lasciare la spiaggia.  L'avevamo promesso a papà!"
      Non avevano quasi parlato per tutto il tragitto, perché non
avevano bisogno di dirsi altro per comunicare il dolore che provavano.
      "No, no, fratellino. L'abbiamo deciso insieme, tutti e tre e poi
quello stronzo ha fatto quella cosa! Se non l'avesse fatta adesso staremmo
bene!"
      "No! Tu non capisci, io so che la colpa è soltanto mia! Andiamo
adesso e cerca di stringere i denti. Ti fa male la gamba?"
      "Un poco..."
      "Dai... resisti... siamo quasi arrivati" l'aiutò ad alzarsi "mi
dispiace, Joel!"
      E non si scambiarono più parole, ognuno a piangere per sé e per
l'altro. Angelo a preoccuparsi anche per Terry.
      Il sole era più basso quando giunsero alla spiaggia. Mike e
François erano stesi sulla sabbia, a parlare e a ridere. Appena Mike li
vide, inzaccherati di fango, stanchi, sporchi, saltò in piedi e andò
verso di loro.  Quando poi capì che buona parte di quello sporco non era
fango, ma sangue, cominciò a correre come un pazzo.
      "Che è successo, ragazzi? Dov'è Terry? Joel, che ti sei fatto?"
urlò mentre ancora correva "Cristo, Joel, stai sanguinando!"
      Quando li raggiunse i piccoli gli si gettarono al collo. Si
aggrapparono, piangendo disperatamente, mentre lui cercava di calmarli,
provando a tamponare la ferita di Joel. François con la sua gruccia
arrivò appena poté e cercò di aiutare anche lui. Quando riuscirono
a parlare, la storia venne fuori a frammenti.  Mike e François
riuscirono a fatica a tirarne fuori un racconto coerente.
      "Andiamo a parlarne con Richard. È meglio che lui vi veda prima
possibile!" disse François.
      Mike prese in braccio Joel e lo portò verso la casa.
      Quando risalirono il ruscello e arrivarono alla radura, Joel sentì
il rumore familiare della cascata e fu certo che Richard avrebbe avuto il
potere di far tornare tutto com'era prima e che potessero essere bambini
un'altra volta. Papà li avrebbe forse anche perdonati perché avevano
disubbidito. Magari li avrebbe puniti, ma adesso non desiderava altro che
di vederlo.
      "È un brutto taglio..." sentenziò Kevin, mentre Richard teneva
uniti i labbri della ferita e Mike reggeva la testa di Joel.
      I grandi si guardavano negli occhi, consultandosi. François se ne
stava seduto più in là abbracciando Angelo, per ascoltare il racconto
e consolarlo per quanto era possibile. Lo teneva tra le braccia e lo
cullava.
      Kevin gli aveva dato un altro paio di pantaloncini, ma non erano
belli come quelli che aveva strappato, non così belli e
colorati. Richard glieli aveva comprati a Honolulu, ne aveva comprati a
tutti quando erano sbarcati alle Hawaii. Li avevano scelti ridendo e
scherzando, colorati con le fantasie più strane e spiritose. E Angelo se
ne era innamorato, perché era il primo regalo che riceveva, la prima
cosa che gli veniva data, senza che gli chiedessero alcunché in cambio.
      L'aveva confidato a Richard. Quando sua madre si ricordava di fargli
dei regali, era sempre perché voleva comprare il suo silenzio sulle
violenze che subiva dai fratelli, oppure su qualche reato che si stava
commettendo in famiglia.
      "Credo che ci vorranno dei punti, altrimenti la ferita non si
chiuderà mai" disse Mike la cui cicatrice aveva stranamente ripreso a
prudere e a lui c'era da credere, perché sull'isola era il maggiore
esperto in ferite.
      Richard rabbrividì, non potevano chiedergli anche questo. Una cosa
era mettere le stecche ad una gamba fratturata, anche curando una brutta
ferita, tutt'altro era infilare ripetutamente un ago nella carne viva di un
ragazzo a cui voleva bene.
      "E volete che lo faccia io, vero?" chiese con voce tremante.
      "Tocca a te, amore mio" confermò Kevin dolcemente, accarezzandolo
"nessuno qua lo saprebbe fare meglio. Lo sai anche tu, no?"
      Joel singhiozzò, spaventato, e quel suono ebbe un effetto
miracoloso su Richard.
      "Stai tranquillo, piccolo" disse con la voce divenuta improvvisamente
così serena che sorprese anche gli altri "l'ho visto fare un paio di
volte e desideravo appunto provarci con qualcuno. E mi pare che tu ti sia
offerto quasi volontario. No?"
      Joel riuscì a sorridere un poco: "Non è che ci tenga... eh!"
      "Allora, che ne dici? Posso provare con te?"
      "Beh... se proprio devi. OK... papà!" disse Joel stranamente
rincuorato, arrivando quasi a ridere.
      "Eh... credo proprio di si, devo farlo. Hai bisogno di qualche
punto. Penso che un paio, massimo tre basteranno a ricucirti. Va bene..."
disse alzandosi "allora... facciamolo!"
      Anche Kevin e Mike si diedero da fare a consolare Joel, mentre
Richard saliva in casa per prendere la cassetta del pronto soccorso.
      Scoprì subito che le mani gli tremavano e aspettò qualche
secondo prima di ridiscendere.
      "Dovremmo avere un po' di anestetico locale, credo" disse, cercando
tra i medicinali "Oh... eccolo qua! Te ne passerò un poco sui lembi per
cercare di togliere la sensibilità, così non sentirai dolore. Va
bene?  Poi dovrei aggiustarti facilmente la gamba. Mike, per favore, metti
a bollire dell'acqua..."
      Ostentando sicurezza e pregando tutti gli dei dell'olimpo, pagano e
cristiano, di non sbagliarsi, Richard andò avanti, ridendo e dicendo
cose allegre, finché Mike non tornò con il pentolino in cui avevano
messo a bollire due aghi ricurvi, una pinza e le forbici chirurgiche.
      Poi Richard si fece serio e le sue mani smisero di tremare, senza che
lui ne capisse il motivo, dato che si sentiva sempre più inquieto ed
emozionato. Mentre Mike teneva ferma la gamba e Kevin abbracciava un
coraggiosissimo Joel, lui andò avanti e al ragazzino sfuggì soltanto
qualche lamento, più per il fastidio di dover stare fermo che per una
vera sofferenza.
      Almeno per il momento il dolore era molto attenuato dalle generose
pennellate di etere che Richard gli aveva passato sulla coscia.
      Alla fine e dopo otto punti sui circa dieci centimetri della ferita,
erano tutti in un bagno di sudore.  Specialmente Richard che tremava come
una foglia e che, dopo aver disinfettato un'ultima volta la coscia di Joel,
si gettò sull'erba tremante.
      "Papà... Richard" era la voce flebile di Joel "io... mi
dispiace..."
      "Come va, piccolino?" Richard si raddrizzò subito, cercando di
sorridere "Ti fa male?"
      "Un poco, ma posso muovere la gamba adesso?"
      "Non molto, non devi fare sforzi per qualche giorno e soprattutto non
bagnarla. Quindi niente bagni e docce. Va bene?"
      "Beh... per lui non dovrebbe essere un grosso sacrificio!" buttò
là Kevin "Non è vero, Joel?"
      "Si, si va bene, mammina!" disse cercando di sorridere "Come sta
Angelo? Dov'è?" chiese sollevandosi per guardarsi attorno.
      Angelo che aveva assistito da lontano all'operazione, abbracciato a
François, gli corse incontro. Li lasciarono a consolarsi.
      Kevin si era distratto, per scherzare con Joel che l'aveva chiamato
mammina il che era proibito e anche per guardare Angelo che si avvicinava
tremante, perciò aveva perso di vista Richard. Ormai accadeva di rado,
ma quando lo cercò con gli occhi, cosa che da mesi faceva continuamente,
non lo vide più.
      "Qualcuno ha visto Richard?" chiese un po' a tutti, alzando la voce.
      Nessuno aveva notato nulla. Poi gli parve di udire un rumore lontano,
nel folto della foresta e capì che era lui. Corse e lo trovò
appoggiato ad un albero. Stava vomitando. Tremava. Piangeva.
      Gli mise una mano sulla fronte e l'altra sulla nuca aiutandolo a
liberarsi, sorreggendolo, pulendogli le labbra e infine facendolo sedere
accanto a sé. L'abbracciò stretto.
      "Perché non mi hai chiamato?"
      Richard tremava ancora.
      "Non volevo spaventarti" disse con un filo di voce.
      "Scemo... sei uno scemo... sei uno scemo!" lo coccolò.
      "Ho avuto tanta paura. Non dovevo farlo, avrei potuto fargli molto
male. Anzi... sicuramente gli ho fatto male. E non so neppure se l'ho fatto
bene. Capisci? Basteranno otto punti, oppure sono troppi?"
      Riprese a piangere, scosso dal singhiozzi, sopraffatto dai dubbi. La
tensione accumulata nei minuti in cui faceva quel lavoro così difficile
doveva essere stata tremenda.
      "I punti potrebbero essere superficiali, oppure troppo profondi, per
quello che ne so e la ferita potrebbe non chiudersi mai... io... io quelle
cose non le posso fare ... perché non le so fare! Al corso di pronto
soccorso ce l'hanno fatto solo vedere... l'ago per mettere i punti, l'ago
ricurvo..."
      "Ehi... piccolo, tu eri l'unico che poteva farlo, dato che non
potevamo portarlo al pronto soccorso... ti sei scordato di dove ci
troviamo?" disse cercando di calmarlo "E sono sicuro che non avresti potuto
fare di meglio!"
      "Vedrai quando finirà l'effetto dell'anestetico... come gli farà
male. E piangerà e io non saprò che fare... per..."
      "E noi gli staremo vicini" l'interruppe "Oh... insomma, Richard,
aveva un brutto taglio e quei punti ci volevano! Dovevi farlo per forza!
Non ne sei ancora convinto?"
      "Si... ma..."
      "E adesso smettila, per favore. Va bene?"
      Quelle ragioni e il buon senso di Kevin, la sua voce dolce, il tono
fermo, parvero calmarlo, poi però riprese ad agitarsi.
      "Dove ho sbagliato con Terry?" si chiese allora Richard.
      "Dove abbiamo sbagliato" lo corresse Kevin "a Venture Island ci siamo
anche noi, sai? E poi non credo che qualcuno abbia sbagliato qualcosa con
Terry. Lui è cresciuto un po' più in fretta degli altri due e ha
perso di vista ciò che è giusto e non è giusto fare. Domani
andremo a cercarlo e glielo spiegheremo, amore mio, e tu saprai trovare il
modo per riportarlo fra noi e anche le parole per dirglielo, ne sono
certo!"
      "Credi che faremo in tempo?" Richard era seriamente preoccupato.
      "Spero di si, anche se lui sarà spaventato e anche disperato."
      "Lo credo anch'io, ma forse è troppo piccolo per pensare a farsi
del male."
      "Che ne sai?" Kevin lo fissò "Che ne sai, Richard, che ne sai tu?"
      E fu il suo turno di sentirsi smarrito, di tremare.
      Lo baciò sul collo, affondò la faccia, aspirò il suo odore,
si legò a quella sensazione, così fisica, concreta, per non essere
riportato indietro e non ricadere nei ricordi, nell'incubo della sua vita e
di una notte lontana e sempre così vicina. Tanto vicina che, chiudendo
gli occhi, gli pareva di rivederne tutti i particolari, anche i peggiori,
di sentirli su di sé.
      Stavano seduti sull'erba, abbracciati.
      Richard si voltò a guardarlo. Cosa avevano visto quegli occhi di
tanto brutto che non avesse ancora trovato il coraggio per parlargliene?
      Allora toccò a lui di consolarlo per qualcosa che ancora non
conosceva e gli parve di udire i ricordi affiorare nella mente di Kevin, un
sordo brontolio, come se si fosse aperto un baule dimenticato, un suo
personale vaso di Pandora da cui fossero sfuggiti tutti i demoni di quel
ragazzo.
      Kevin proveniva da una famiglia borghese e benestante, Richard sapeva
solo questo. Si era subito accorto che i modi e l'educazione denotavano una
provenienza diversa da quella degli altri ragazzi, ma non aveva saputo
nulla di più, perché Kevin era stato sempre molto riservato per
quello che lo riguardava e aveva fatto pochi accenni alla sua vita prima
del viaggio.
      I due assistenti sociali conoscevano le storie di tutti quelli di cui
dovevano occuparsi sulla Venture, ma neppure loro sapevano nulla di Kevin.
      Durante la crociera, la posizione di tramite fra i ragazzi e gli
accompagnatori in cui era venuto a trovarsi, aveva consentito a Richard di
conoscere le storie di quasi tutti, raccontate dagli assistenti o dai
ragazzi stessi, ma nulla era mai trapelato sul conto di Kevin e solo
qualcosa in più su quello di Mike. Ciò che aveva saputo gli era
sempre stato raccontato liberamente, perché lui non aveva stimolato
rivelazioni da nessuno di loro. E comunque, dopo i primi giorni, quando
erano entrati in confidenza , lo cercavano spesso per parlargli, sfogarsi,
confidare timori, vecchie paure, insomma raccontargli le loro storie tristi
ed ottenere sempre una parola di conforto.
      Perfino Angelo gli aveva parlato dei suoi fratelli. Era stato un
pomeriggio, mentre navigavano, proprio a cavallo dell'Equatore.
      Angelo stava a prua, lo sguardo triste, perso all'orizzonte,
accoccolato contro la murata. Non era di turno in cucina, né di quarto
alle vele. Richard l'aveva notato subito, era insolito che se ne stesse da
solo e non piuttosto a chiacchierare, a ridere e scherzare, con gli
altri. Ma Angelo era là. Gli si era seduto accanto, una carezza e
qualche parola erano bastate, perché piangendo il ragazzo gli confidasse
tutte le cose brutte, chiamò così le violenze dei fratelli, che aveva
subito negli ultimi anni. Anche con gli altri le confidenze erano venute
fuori più o meno allo stesso modo.
      Sebbene gli si fosse avvicinato più degli altri e già sulla
Venture fossero diventati molto amici, Kevin non aveva mai accennato al suo
passato, facendo qualche volta solo vaghi riferimenti alla mamma, morta
quando lui era molto piccolo, e ad un padre assente.
      Sulla Venture c'era un piccolo archivio, assieme ai documenti e ai
passaporti di tutti. Dopo il naufragio Richard aveva recuperato quelle
carte e, fra le altre cose, anche i fascicoli riguardanti i ragazzi, ma non
li aveva mai guardati, sebbene più di una volta ne fosse stato
tentato. Forse ci avrebbe trovato anche la storia di Kevin, ma era troppo
discreto e rispettoso dei segreti e dell'intimità del suo innamorato per
cercare di scoprire ciò che evidentemente il ragazzo non si sentiva
ancora di rivelargli.
      Molte volte però lo coglieva con lo sguardo perso nel vuoto, a
guardare lontano, verso qualcosa che lui non riusciva a vedere e questo
rattristava anche lui. Sentendosi osservato, Kevin si scuoteva, recuperava
il sorriso e gli rivolgeva il suo sguardo dolce e affettuoso, ma Richard
non ricordava mai d'averlo visto realmente spensierato, c'era sempre
un'ombra, qualcosa che gravava su quella mente, un pensiero. Doveva essere
un segreto difficile da condividere.
      L'osservò, era triste, come sempre quando ripensava al suo
passato, come accadeva tutte le volte in cui gli era sfuggito un accenno
alla sua vita. E quante volte era già successo, quante ancora per tutti
gli anni che gli restavano da vivere?
      Ma erano anni che avrebbero vissuto insieme, fino a che la morte non
li avesse separati e loro avevano promesso di sconfiggere anche
quella. Erano ormai troppo vicini, troppo uniti, perché potesse
tollerare che ci fossero dei segreti e per giunta che questa situazione li
facesse soffrire insieme o rendesse Kevin così spesso malinconico.
      "Non hai voglia di parlarmene?"
      "Non lo so!"
      "Vorrei che tu lo facessi, amore mio" gli disse dolcemente,
sforzandosi, obbligandosi ad essere indiscreto, ma lo faceva per amore e
non per curiosità.
      "Dimmi solo quello che puoi" insisté "solo quello che ti fa meno
male, ma, Kevin, io... quando ti vedo così... temo sempre che
sia... colpa mia... perché non ti sono abbastanza vicino, che tu ti
senta... oh non lo so...!"
      "No, no... tu non c'entri. Non capisci? Che dici? Se non ci fossi
tu... credo che morirei. Sarei già morto... mi sarei fatto del
male... molto male. Per non sentire più l'altro dolore..." disse
misteriosamente "Se non ci fossi tu sempre con me... i ricordi mi
soffocherebbero. I miei ricordi mi fanno tanto male che mi avrebbero già
ucciso."
      Richard l'accarezzò per incoraggiarlo.
      "Io so solo che non voglio più vedere quegli occhi tristi! Mai
più... ma non so come fare ad aiutarti e ho paura di non esserne
capace."
      "No, Richard... no..." e cominciò a piangere.
      "Kevin... piccolo, piccolo..."
      "Non ti ricordi che sono stato io a cercarti? Tu sei tutto per me!"
      Era vero, Kevin si era proposto come amico e avevano fraternizzato,
riconoscendo nell'altro molte affinità, sia di estrazione sociale, che
culturali ed anche quella speciale intesa sessuale che solo sull'isola si
sarebbe rivelata. In realtà fra loro c'era subito stata una forte
attrazione, ma era stato Kevin a suscitarla, a proporla, a sollecitarla, a
svelarla allo smarrito, impaurito Richard.
      "Ti ho cercato perché avevo bisogno di te" bisbigliò "tu mi hai
aiutato e mi ami, senza sapere nulla di me. Tu non sai nulla, vero?"
      "No, non so nulla e non mi importa, amore mio. Io vorrei solo vederti
sereno, fare qualcosa per aiutarti.  Qualunque cosa, piccolo mio!"
      "E quei due non ti hanno raccontato niente?"
      "No, assolutamente nulla. Degli altri mi hanno detto più o meno
tutto, ma su di te e Mike mai nulla.  Dalla Venture ho recuperato i dossier
di tutti voi e c'è anche il tuo. È molto sottile, più piccolo
degli altri, ma io non l'ho mai aperto. Forse non contiene nulla
d'importante e, se potessi cancellare il tuo dolore bruciando quelle carte,
io lo farei immediatamente!"
      "Non è che sia un segreto, ma forse neanche loro sapevano nulla,
oppure hanno taciuto per riguardo ai miei tutori, che sono gente molto
influente a Boston, perché, vedi, Richard, io... Devi sapere che io non
sono un ragazzo difficile nel senso che tuo nonno dà a questa parola. Se
proprio avessero voluto definirmi in qualche modo, avrebbero dovuto dire
che sono un pervertito o un degenerato. Io ho partecipato alla crociera
sulla Venture per una specie di raccomandazione dei miei tutori che erano
gli avvocati di mio nonno... o almeno così mi hanno raccontato. E tu non
sai come stanno esattamente le cose e neppure quei due lo sapevano, o
l'immaginavano, perché era quasi un segreto per tutelare me, per tenermi
al riparo dai pettegolezzi. Oppure sapevano qualcosa e per questo erano un
poco preoccupati... oppure imbarazzati.  Insomma, non fa piacere avere uno
come me a bordo... in mezzo a ragazzi normali!"
      Tacquero per un poco.
      Per sua natura Richard non era curioso, ma ormai era
comprensibilmente smanioso di sapere e cercò, senza molto successo, di
scacciare quel desiderio. Ma l'amore per Kevin e la certezza che ricordare
l'avrebbe fatto soffrire l'aiutarono a dominarsi. Riuscì a fare un patto
con se stesso e in questo, senza volerlo, fu eroico. Decise che non avrebbe
mai più chiesto di sapere e avrebbe soltanto atteso che in Kevin
maturasse la decisione di parlare o di aspettare ancora, oppure di
cancellare per sempre il suo passato e se possibile dimenticarlo, senza
raccontargli più nulla. Qualunque fosse stata quella decisione, lui
l'avrebbe accettata e non gli avrebbe mai più chiesto nulla. Una sola
cosa si concesse e fu che se mai Kevin avesse deciso di parlare, lui non
avrebbe fatto nulla per farlo tacere.
      Fu uno sforzo grandissimo e promise a se stesso che si sarebbe
comportato così e poi pensò che in ogni caso avrebbe bruciato il
dossier di Kevin, per essere certo che di quella storia, qualunque fosse,
si perdesse per sempre il ricordo. Almeno finché fossero restati a
Venture Island e sempre che in quelle carte ci fosse scritto davvero
qualcosa.
      Attese, mentre la luce del tramonto, come sempre all'improvviso, non
riuscì più a penetrare fra gli alberi e attorno a loro si fece buio.
      Davvero non gli importava più nulla, se non di vederlo sereno. Gli
avrebbe parlato quando l'avesse voluto oppure mai, purché smettesse di
tremare ad ogni accenno al passato, alla sua vita trascorsa in chissà
quale terrore.
      Ma da come lo teneva stretto a sé, lo sentì scuotersi e quel
tremito, il brivido, li percorse insieme, passando da uno all'altro e gli
fece ricordare un esperimento di acustica, detto di simpatia, quando,
percuotendo un tamburo, quelli vicini cominciano a vibrare pur non avendo
ricevuto direttamente il colpo.
      "Tu non sai chi è, chi era, Malcom, vero?" fece Kevin, parlando
così piano che fece fatica a capire le parole.
      Richard scosse la testa, Malcom era un nome assolutamente nuovo per
lui.
      "Mia madre morì all'improvviso... e non ho mai saputo esattamente
perché... chissà... forse fu un tumore, ma ero troppo piccolo perché
me lo dicessero. A quell'età non te lo vengono a spiegare. E poi...
quando avrei dovuto saperlo, nessuno ha più potuto dirmelo!"
      Guardò lontano, poi si voltò verso Richard, a fissarlo.
      "Avevo otto anni" disse "e la mia vita, diciamo normale, finì
così. Proprio pochi giorni prima della morte, mio padre era stato
dichiarato disperso dopo un'azione di guerra nel Pacifico ed io restai da
solo a Boston con mio zio Malcom, il fratello di mia madre. Lui aveva
diciassette anni, non poteva ancora arruolarsi e comunque non aveva voglia
di farlo. Malcom mi assomigliava moltissimo. Qua non abbiamo buoni
specchi... ma credo che in questi mesi io sia diventato sempre più
simile a lui che era identico a mia madre.
      "Loro erano rimasti soli al mondo, dopo la morte dei miei nonni e lui
perciò stava con i miei genitori da quando mamma si era sposata. Tutti e
tre vivevamo nella stessa casa, che era stata la casa dei nonni, quindi si
potrebbe dire che lui e mia madre erano rimasti in casa propria, mentre mio
padre e poi io, quando nacqui, fossimo loro ospiti. E in un certo senso era
sempre stato così... adesso che ci penso, fu proprio così, in
particolare per mio padre. Lui fu sempre e soltanto un ospite."
      Si perse a guardare lontano, qualcosa che non vedeva nel buio sotto i
rami. Richard attese paziente, rassegnandosi ad aspettare quella storia che
già sapeva dolorosa.
      "Allora i servizi sociali non intervennero, forse perché c'era la
guerra e poi la famiglia di mia madre era benestante e molto
conosciuta. Malcom era il mio unico parente rimasto vivo, almeno a Boston,
ma anche lui aveva visto assegnarsi un tutore dopo la morte di sua sorella,
perché era ancora minorenne. Neanche papà aveva parenti facilmente
rintracciabili, non in tempo di guerra, comunque. Noi però eravamo
cattolici e così, su garanzia della parrocchia e con il consenso dei
miei tutori legali, restai eccezionalmente affidato a mio zio, nonostante
lui fosse così giovane. Fui insomma... affidato alle sue cure, anche se
legalmente i nostri tutori erano e gli avvocati di mio nonno.
      "Vedi, Richard, Malcom non era cattivo, ma mi violentò il giorno
stesso in cui gli diedero la certezza che sarei restato con lui."
      Per un momento Richard fu tentato di alzarsi e scappare, perché
Kevin tacesse e non raccontasse più. Vivere con quei ragazzi gli aveva
rivelato quanta cattiveria potesse esserci nell'animo umano, ma sentire il
suo innamorato raccontare di sé le stesse brutte cose era più di
quanto potesse sopportare.
      Improvvisamente non gli importava di sapere, ora era turbato,
sconcertato, anche solo a sentire pronunciare quelle parole. Era
arrossito. Trovava inaccettabile anche che a Kevin fosse accaduto quello
che già l'aveva fatto inorridire per gli altri ragazzi.
      Al suo innamorato, ad un bambino. Anche Angelo aveva subito le stesse
violenze, ma con Kevin era diverso, lui era suo, era tutta la sua vita. E
qualcuno aveva approfittato dell'innocenza di quel bambino, del suo corpo,
corrompendolo, quando era troppo piccolo per difendersi e gli aveva fatto
quelle cose orribili, rubandogli l'infanzia.
      Trovò insopportabili quei pensieri, ma capì che doveva farsi
coraggio e condividere anche quello con la persona che diceva di
amare. Compiendo uno sforzo tremendo restò seduto dov'era, riuscì a
non tremare, a placare l'agitazione, anche se avrebbe voluto
urlare. Finalmente provò a ragionare, in qualche modo, si costrinse a
pensare e, quando lo fece, capì che proprio l'amore stava per
accecarlo. Anche ad Angelo era stato fatto di tutto, anche Angelo era
sempre triste, anche quel bambino avrebbe avuto bisogno di un amore
sincero.
      Si costrinse a restare dov'era e ad attendere la fine della storia e
si propose di essere anche più vicino ad Angelo.
      Kevin parve non accorgersi di tutta quell'agitazione e continuò a
raccontare, con un tono piatto, come se stesse raccontando la storia di un
altro. Così almeno pareva a Richard.
      "Quella sera, più di tante altre, mi ero attaccato al suo collo e
non volevo lasciarlo andare. Piangevo, urlavo e lo pregavo in tutti i modi
di non farmi dormire da solo. Vedi, io credo che... in un certo senso mi
offrii a lui, perché l'obbligai a prendermi con sé, anche se non si
può pensare che un bambino di otto anni possa fare certi pensieri. Mi
portò nella sua camera e quando fummo nel letto insieme, mi addormentai
immediatamente, ero contento per averlo convinto e anche felice perché
ero con lui. Poco dopo però mi svegliai, sentendomi bagnato. Mi
ero... io me l'ero fatta addosso..."
      Si fermò affannato. Aveva perduto tutta la calma ed era arrossito,
quasi si vergognasse ancora, a distanza di anni, d'avere bagnato il
letto. Richard si commosse solo a quel pensiero e l'accarezzò per
incoraggiarlo. Adesso tremavano tutti e due, per motivi diversi, uno per il
ricordo, l'altro per la commozione e per la paura di ciò che stava per
ascoltare.
      "Da quando mamma era morta, io... facevo... accadeva quasi ogni notte
e perciò il mio letto era attrezzato con un telo impermeabile sotto il
lenzuolo. Stavolta però l'avevo fatta nel letto di Malcom ed ero
terrorizzato all'idea di averlo bagnato tutto e soprattutto di aver
sporcato anche lui, perché eravamo abbracciati. Ero certo che mi avrebbe
cacciato, oppure punito. Sentendomi piangere, si svegliò anche lui e,
invece di arrabbiarsi, mi consolò, disse che non ero un bambino cattivo
e che non mi avrebbe punito, come pensavo, ma ad una condizione, dovevo
essere anch'io buono con lui, proprio come lui lo era con me.
      "Ovviamente non immaginavo in quale modo.
      "Lui mi lavò e cambiò le lenzuola. Ero felice, tornai sereno
com'ero stato prima di addormentarmi. Mi ripeté, come aveva già fatto
tutte le altre volte, che i bambini che perdono la mamma qualche volta
possono fare la pipi a letto, anche se sono grandi, ma disse anche che
dovevo stare attento, perché se ci avessi pensato prima, a fare la pipi,
avrei potuto evitare di bagnarmi. Ed io gli promisi, come sempre e con
tutto il cuore, che ci avrei provato, mi sarei sforzato di farla.
      "Mi riportò nel suo letto, invece che nel mio, ed io ero al colmo
della felicità perché mi aveva voluto ancora con sé e stavo per
riaddormentarmi, quando mi disse: 'Ehi, Kev, allora? L'hai già
dimenticato? Hai promesso che saresti stato buono con me. Non te lo
ricordi?' disse proprio così 'buono con me'.
      "Ed io non desideravo altro che di accontentarlo, perché non mi
aveva punito, era stato comprensivo, mi aveva riportato a dormire con
sé, insomma, mi aveva trattato proprio come se fossi stato io suo figlio
e lui mia madre. Oh, Richard, le assomigliava tanto. Non gli era ancora
cresciuta la barba, anche se aveva diciassette anni, e la sua faccia era
liscia e uguale a quella della mia mamma. Fra le sue braccia, mi sentivo al
sicuro da tutto, proprio come se fosse stata lei a stringermi a sé e
ancora adesso, se penso alla mia infanzia, a mamma, è lui che ricordo,
non la mia mamma, ma lui, solo lui."
      E si agitò ancora, come in preda ad un incubo. Abbracci, carezze,
baci, Richard non sapeva più che fare.
      "No, Kevin... basta" si decise a dire, per cercare di fermarlo "Non
dire più nulla! Io... io non lo voglio più sapere!"
      "No, Richard, adesso sono io che voglio dirtelo, che ho bisogno di
dirti tutto, non capisci?" e si agitò di più.
      Forse aveva davvero scoperchiato il vaso di Pandora e adesso non
sapeva come richiuderlo, pensò qualcosa di simile e si maledì per
essere stato così imprudente.
      "E va bene allora, va bene, racconta, ma cerca di stare calmo!"
      "Si, sarò buono..."
      Forse furono i baci di Richard, paragonati ad altri, in qualche modo
meno sinceri e lontani nel tempo, che operarono il miracolo di calmarlo.
      "Tu continua a baciarmi e ad abbracciarmi, perché io devo
continuare a ricordare" disse convinto e Richard non si fece pregare, lo
coccolò come meglio poteva e sapeva fare.
      "Lui mi baciò" riprese, finalmente un poco più sereno "mi
strinse fra le braccia e disse in un orecchio che mi voleva tanto
bene. 'Anch'io te ne voglio' feci io, poi sentii il suo pene duro contro la
pancia, ma non mi parve una cosa cattiva. Non lo fu mai, non per me. Te
l'ho detto, fra noi avevamo tanta confidenza, era sempre vissuto nella mia
casa, perché al mondo non aveva altri che mia madre. Gli ero stato in
braccio fin da quando riuscivo a ricordare e lo toccavo e mi toccava in
ogni modo da sempre. Anche in quel modo...  già... anche in quel modo,
ma adesso lo so, Richard, allora non lo sapevo!
      "Quando ero piccolo mi cambiava a mi puliva. E mi faceva ancora il
bagno, anche perché era là che si svolgevano più spesso i nostri
giochi segreti. L'avevo visto nudo molte volte ed era quasi sempre
eccitato.  Avevo imparato che il suo pisello diventava così grosso
quando faceva certe cose misteriose che gli piacevano tanto, oppure quando
mi toccava e mi faceva il solletico, mi accarezzava e io ero contento.
Volevo che me le facesse sempre quelle cose, perché era il nostro
segreto ed ero felice di accontentarlo.  Era qualcosa che accadeva da
quando potevo ricordare, non tanto spesso, ma abbastanza perché fossi
abituato a lasciarmele fare senza esserne minimamente turbato. Mi capisci,
Richard? È vero che mi capisci?"
      "Si, piccolo, si... non temere. Qualunque cosa... io la
capirò. Fidati di me!"
      Così gli disse, d'impeto, neppure tanto certo che avrebbe compreso
tutto, che sarebbe riuscito ad accettare quello che stava per ascoltare. E
finalmente capì anche il timore di Kevin a parlare, a raccontare quella
storia.
      "Lui mi tolse il pigiama, lasciandomi nudo, e io ridacchiai per il
solletico. Ero quasi eccitato per l'attesa ed ero contento, perché
stavamo facendo una cosa nuova che a lui sarebbe piaciuta, che l'avrebbe
fatto contento. Non avevamo mai fatto i nostri giochi segreti nel letto e
tutti nudi. E infatti si tolse il pigiama anche lui. Quella sera sentii che
era diverso da tutte le altre volte, capii che non mi aveva mai abbracciato
a quel modo. Avvertii un cambiamento, ma neppure allora mi spaventai.
      "Ricordo il suo corpo caldo, premuto contro il mio. Mi piacque! Non
posso dire che mi eccitò, allora era diverso, ma avvenne qualcosa di
molto simile, provai una sensazione strana, per quello che stava per
accadermi. Non lo so, ma sentirmi stretto a lui, così attaccato. Sì,
credo che in un certo senso mi fossi davvero eccitato.
      "Lui mi stava coprendo di baci, poi si fermò a guardarmi. Fece la
faccia seria, stava per dire una cosa importante e mi feci serio anch'io:
'Se vuoi essere buono con me, disse, mi devi lasciar fare una cosa...'. Ed
io non desideravo altro, volevo lasciargliela fare, qualunque cosa fosse,
'Forse ti farò un po' male' aggiunse.  Ma se gliel'avessi lasciata fare,
mi disse, quella cosa ci avrebbe uniti per sempre e non avremmo avuto più
nulla da temere, perché mi portassero via da lui e dalla mia casa, dai
miei giocattoli. Quella cosa sarebbe stato il nostro segreto più segreto
e ci avrebbe uniti per sempre e mai nessuno sarebbe riuscito a separarci.
      "Forse parlava per giustificarsi, perché sapeva di farmi una cosa
orribile, lo faceva per convincermi a stare zitto, ma non ne aveva alcun
bisogno. Mi sarei fatto uccidere per lui e quando glielo dissi si
rasserenò.
      "Devi sapere una cosa, Richard. Nei giorni seguenti alla morte di mia
madre, dato che papà era disperso e che non avevo nessuno oltre a
Malcom, gli avvocati, il prete e anche il nostro medico avevano valutato la
possibilità che andassi in un orfanotrofio fino a che non avessero
trovato qualcuno disposto a tenermi, forse dei parenti di mio padre che
pareva si fossero trasferiti in California, ammesso che esistessero
davvero, perché non c'era nessuno che li conoscesse direttamente. Anche
Malcom avrebbe dovuto andare in un istituto, lui invece in qualche modo era
riuscito a persuadere il parroco a garantire per noi e a lasciarci a
casa. Alla fine anche gli avvocati si erano convinti e così saremmo
restati insieme finché non avesse compiuto diciotto anni, poi sarebbe
diventato lui il mio tutore. Almeno così mi disse.
      "E quella notte lui mi raccontò che, se avessi mantenuto il
segreto su quello che stava per farmi, nessuno avrebbe mai più parlato
di orfanotrofio. Quella era una parola che mi ossessionava. Mi bastava
anche solo sentirla pronunciare per avere i brividi e perché mi
scappasse inesorabilmente la pipi.
      "Che potevo dirgli, se non che mi facesse tutto quello che voleva?
'Potrei farti un po' male, Kev!'  ripeté, ma a me non importava. Se con
qualche sacrificio avessi potuto restare con lui per sempre, avrei
sopportato tutte le torture del mondo. E un bambino, in certe situazioni,
può avere una grande forza di volontà, sai?
      "Mi sentii bagnare dietro con la saliva. Poi cominciò a spingere
con qualcosa sul buco. Stava provando con il dito. Non avevo ancora dolore,
ma provavo solo un poco di fastidio. Lo lasciai fare e non mi mossi, perché
di lui mi fidavo ed ero sereno. Malcom stava usando tutte le attenzioni,
l'avevo capito, non so come, ed ero contento. Ed ero anche felice, perché
con quello che lui mi faceva avrei evitato l'orfanotrofio e chissà quali
altri guai. Ero certo che con Malcom non poteva accadermi assolutamente
nulla di cattivo. Non feci proprio nessuna resistenza anche quando avvertii
una pressione più forte e sentii il dolore."
      Richard lo sentì rabbrividire e lo strinse forte.
      Quella storia era orribile, pensò. La sua infanzia non era stata
felice, ma almeno era stata protetta da ogni bruttura, da ogni
cattiveria. Kevin a otto anni aveva cessato di essere un bambino.
      "E invece fu un dolore forte, insopportabile" aveva ripreso la sua
voce monotona, apparentemente priva di emozioni "cercai di non piangere, ma
non riuscii più a trattenermi. Piansi, cercando di non farmi sentire,
per paura che lui se ne accorgesse e comunque non feci nulla per farlo
smettere, finché non ebbe fatto tutto quello che voleva. Solo allora,
quando lo tirò fuori, il dolore diminuì un poco, fu più
sopportabile.  Dentro mi sentivo scombussolato e avevo paura. Mi pareva di
essermi fatto la cacca addosso, così, per evitare altri guai, glielo
dissi piagnucolando e lui mi tranquillizzò come aveva fatto prima. Fu
molto carino con me, mi prese in braccio e mi portò nel bagno, mi aiutò
a liberarmi di quello che mi aveva lasciato dentro, poi mi lavò e
tornammo a letto. Fra noi c'era sempre quella complicità e confidenza,
eppure erano cambiate molte cose.
      "'Ti ho fatto molto male?' chiese, ma non ebbi il coraggio di dirgli
che avevo il sedere che mi bruciava e che, mentre me lo faceva, sentivo
come una spada che mi trafiggeva, che mi entrava nelle viscere. Non ebbi il
coraggio, non l'ebbi mai, finché lui continuò a farmelo. Mi faceva
sempre male, ma non riuscivo a dirglielo. All'inizio era perché avevo
sempre paura che potesse mandarmi all'orfanotrofio, poi perché mi
innamorai di lui... Oh, perdonami, Richard!"
      "E di cosa? Di cosa..."
      "Non ti dispiace che io sia stato innamorato di Malcom?"
      "No, per niente. Credo anzi che fosse una reazione naturale, anche se
lui ti faceva quelle cose e tu eri così piccolo!"
      "Si lo so, ma al mondo, nel nostro mondo c'eravamo solo noi due e
stavamo insieme, eravamo quasi una coppia sposata quando, circa quattro
anni dopo, tornò mio padre."
      Si mosse a disagio.
      Parlarne non era stato facile. Richard non lo sapeva ancora, ma Kevin
era stato spesso costretto a ripetere quella storia, tutta o in parte, ai
medici che l'avevano visitato, usandogli le violenze peggiori per
costringerlo a parlare. L'aveva ripetuta agli psicologi che non avevano
saputo aiutarlo ed era stata sempre una terribile sofferenza per
lui. Questa volta però con Richard era certo che sarebbe stata l'ultima,
nessuno l'avrebbe mai più obbligato a ripeterla. Per questo stava
raccontando proprio tutto, anche quello che aveva volutamente dimenticato e
che ora riaffiorava nella sua mente.
      "Sai mio padre era bello "disse dopo che si fu un po' calmato
"guardavo spesso le sue fotografie, avevo un album con la loro storia fatta
per immagini, sua e di mia madre. Erano belli tutti e due, ma la prigionia
l'aveva ridotto tanto male che non lo riconobbi quando arrivò a casa,
anche Malcom dovette sforzarsi per capire che si trattava di suo cognato,
tornato dall'inferno. La notizia della morte di mia madre l'aveva
ulteriormente prostrato. Tornare dopo quattro anni di prigionia e
ritrovarsi vedovo, con un figlio di dodici anni quasi sconosciuto e il
cognato per casa, deve essere stato brutto per lui.
      "Io e Malcom ci amavamo davvero, perché per me lui era madre e
padre, fratello e anche marito. Il fatto che fossi il suo amante ormai non
mi importava più di tanto, perché lui mi aveva sempre amato
teneramente e continuava a prendersi cura di me in tutto e in cambio
chiedeva soltanto la mia devozione incondizionata e quindi che lo
soddisfacessi quando me lo chiedeva.
      "Ed io ero diventato bravo. Avevo sempre seguito le sue istruzioni e
negli anni mi ero dato da fare, imparando a farmi penetrare senza più
sentire dolore, movendomi per dargli piacere. Imparai a fargli i pompini e
poi cominciai ad apprezzare che anche lui ogni tanto si occupasse del mio
piacere, anche prima che avessi veri orgasmi.
      "La nostra vita quotidiana era quella di una normale famiglia
americana del dopoguerra. Malcom frequentava l'università ed io la
scuola. Mi accompagnava e veniva a prendermi. Trascorrevamo parecchio tempo
insieme, ma io avevo i miei amici e lui i suoi, anche se avendo me come
scusa, non si lasciava mai coinvolgere in legami troppo stretti. Lui era
mio ed io totalmente suo.
      "Dormivamo in un solo letto, dove io, ogni sera, mi prendevo cura di
suoi desideri, soddisfacendolo meglio che potevo e traendone anch'io una
grande felicità. Ero molto orgoglioso di quello che facevo per lui,
perché ai miei occhi era sempre troppo poco, rispetto a quello che lui
aveva fatto e faceva per me, a ciò che rappresentava nella mia
vita. Tieni conto che per me Malcom era sempre la barriera che mi separava
dall'orfanotrofio. Era il mio eroe e il fatto che potessi essere
considerato la sua puttana non mi aveva mai sfiorato. Per salvare le
apparenze avevamo conservato le nostre camere da letto e le utilizzavamo a
turno.  Nessuno mai sospettò nulla di noi, perché avevamo pensato
proprio a tutto.
      "Mio padre bussò alla porta di casa nostra un pomeriggio di
settembre. Malcom era ad una lezione all'università ed io ero appena
tornato da scuola. Non riconobbi il soldato macilento che vidi davanti alla
porta. Anche lui ebbe un momento di esitazione, poi capì e disse che era
mio padre, tornato dalla prigionia giapponese. Cercò di abbracciarmi,
mentre io tentavo di sfuggirgli spaventato. Fui molto colpito dalla sua
magrezza, dall'aspetto sofferente. Papà era morto eppure adesso era
davanti a me era come se fosse tornato da un altro mondo. Alla fine mi
lasciai abbracciare. Quando Malcom arrivò a casa, fu un colpo anche per
lui."
      "Papà... Richard, Kevin... dove siete?"
      Udirono le voci che li chiamavano. Si capiva che i ragazzi erano
agitati.
      "Siamo qua, arriviamo!" gridò Kevin scotendosi per primo. Erano là
da almeno due d'ore, non avevano mangiato, se n'erano scordati.
      Mike li raggiunse, mentre ancora si stavano alzando.
      "Joel sta tremando, suda ed è molto caldo. Pensiamo che abbia la
febbre" disse Mike, affannato "mi dispiace, non volevo disturbarvi."
      "Hai fatto bene!"
      "Andiamo" fece Kevin, poi gli strinse il braccio e lo trattenne "ti
devo il resto della storia" mormorò "ma non temere, adesso che ho
cominciato la finirò!"
      Sebbene avesse fretta di tornare al campo, Richard si bloccò e
l'abbracciò forte.
      "Qualunque sia la fine, amore mio, adesso so che sei l'uomo più
coraggioso che io conosca" e lo baciò, poi si mise a correre verso la
casa.






TBC

***

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