Date: Sun, 27 Jan 2013 00:36:29 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 10

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.


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Questo è l'ultimo dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.




Cap. 10	Una nuova vita


      Al rientro da Parigi, i genitori di Mauro, incuriositi dalle
telefonate entusiaste fatte dai ragazzi, pretesero un resoconto accurato
delle avventure francesi. Così, oltre a sentirsi descrivere tutti i
luoghi visitati e quasi tutti gli oggetti d'arte visti al Louvre, luogo che
più di altri aveva acceso la loro fantasia, oltre al racconto della
memorabile doppia salita sulla Tour Eiffel e della visita al cimitero di
Pere-Lachaise, conobbero l'esistenza di un mondo, quello gay, in cui i due
ragazzi si erano appena inseriti e che pareva averli esaltati.
      Come sempre, era stato Niki il più esplicito nell'affrontare
l'argomento, raccontando al papà di Mauro, con quasi tutti i
particolari, delle loro nuove conoscenze. Aveva parlato dell'amicizia con
molta disinvoltura di Claude, della cena, delle persone conosciute,
soprattutto di quella casa la cui normalità ancora lo sorprendeva. Poi
aveva ripetuto la storia anche alla mamma, mentre Mauro, un po' imbarazzato
continuava a rispondere alle domande incuriosite di suo padre. Sulle prime
i genitori, come lo erano stati Arleen e suo marito, furono allarmati dalla
notizia, ma, visto l'entusiasmo dei ragazzi, anche loro si adattarono
all'idea che le amicizie di quei due figli avrebbero potuto essere, anzi
sarebbero state, per forza, piuttosto insolite.
      Separandosi dagli amici francesi, oltre a farsi auguri e
raccomandazioni, si erano lasciati con la promessa di rivedersi, appena
possibile. Si erano scambiati inviti incrociati e quasi un impegno, una
possibilità offerta dai genitori di Niki, di consentire loro di
raggiungere quella nuova famiglia, in settembre, al ritorno da Boston, per
una breve vacanza in casa di questi nuovi zii tanto atipici. Avrebbero,
ovviamente, dovuto consultare i genitori di Mauro, ma, una volta in Italia
ed alla conclusione delle trattative, furono abbastanza sicuri di poter
tornare a Parigi per consolidare quel legame così inconsueto che per
loro era al tempo stesso indispensabile e affascinante.
      Dei genitori, i primi a comprendere appieno quell'esigenza erano
stati i papà. Perché, se le mamme vi avevano aderito più che altro
per affetto, visto l'ardore con cui i ragazzi lo stavano chiedendo, i padri
avevano intuito quanto importante potesse essere per i loro figli conoscere
meglio e quanto prima tutte le realtà in cui si sarebbero trovati a
vivere. Accettare che vedessero quelle persone, senza la mediazione di un
adulto, era una posizione ipoteticamente pericolosa, ma quei due erano,
quasi quanto i loro due ragazzi, eccezionali. Perciò, pur con le riserve
e i timori delle mamme, acconsentirono alla nuova vacanza in settembre.
      Nei giorni successivi, Mauro pensò a Parigi più spesso di
quanto non facesse Niki, soprattutto perché tornava con la mente a
Claude. Fra loro parlavano spesso degli amici francesi e Mauro sapeva che
Niki era rimasto attratto soprattutto dalla dimensione familiare che Michel
e il suo compagno avevano saputo raggiungere. Niki aveva scoperto di
desiderarla sinceramente anche per loro due. I pensieri di Mauro, invece,
erano tutti per Claude, per quel ragazzo che l'aveva affascinato. Non
riusciva a scacciare dalla mente la sensazione che aveva provato
baciandolo, la sera di Pasqua. Non si era realmente eccitato, questo non
era accaduto, ma il contatto con quelle labbra aveva acceso in lui un
desiderio nuovo: toccare Claude in un modo diverso, accarezzarlo, baciarlo
ancora. Queste fantasie, non gli impedivano, in ogni caso, di continuare a
gioire per la vicinanza di Niki, anzi, l'eccitazione e l'appagamento che
riceveva dalla presenza del compagno, gli consentivano di fare tutti questi
pensieri con la più grande serenità. Superata, infatti, la sorpresa
alla reazione istintiva che aveva avuto, alla scossa provata quella sera,
aveva cominciato, com'era sua abitudine, ad analizzare quelle sensazioni, a
filtrarle, liberandole dalle emozioni. Questo gli permise di parlare
tranquillamente a Niki del piccolo tradimento che credeva di avere
consumato e di farlo solo qualche giorno dopo la fine della vacanza.
      La città in cui vivevano, aveva un porto molto grande, chiuso da
due lunghissimi moli, protesi verso il mare. Con la scusa di volere fare
una passeggiata e di mostrargli quel posto, Mauro lo condusse fino alla
punta estrema del molo più lungo. Quello era uno dei suoi posti
preferiti, quasi un luogo di meditazione, quello dove, da un paio di anni,
andava a rifugiarsi quando il tempo lo permetteva e voleva rimanere da solo
a pensare. Prima che Niki entrasse nella sua vita, quando aveva molti
motivi per cercare di isolarsi e rimuginare su se stesso, se ne andava in
bicicletta, fin là in punta, si sedeva su uno dei blocchi di cemento
gettati per proteggere il molo dalle mareggiate e si metteva a
pensare. Guardando verso il mare aperto e con un po' di fantasia, cosa che
non gli mancava, poteva sognare di essere in alto mare, tanto forte era il
vento che tirava in quel luogo così esposto. Poteva anche fantasticare
di essere proprio da solo e lontano da tutti. Lui aveva cominciato a vivere
con Niki in novembre e durante l'inverno quella punta era solitamente
impraticabile: quel pomeriggio di primavera era la prima occasione che
aveva per mostrargli quel posto, così vicino alle loro case, ma dove la
natura spesso riusciva essere davvero selvaggia e scatenata. Non ricordava
di avere mai visto l'acqua calma in quel canale che s'introduceva nel
porto: aveva spesso fantasticato che il mare ribollisse per il dispetto di
essere stato imprigionato dai due bracci del molo.
      Ci arrivarono in bicicletta. Anche quel giorno il vento era forte, ma
c'era il sole. Non faceva troppo freddo e loro erano ben coperti. Fece
sedere Niki su un blocco di cemento e gli si accoccolò accanto,
posandogli un braccio sulle spalle.
      "Allora, ti piace?" gli gridò per vincere il rumore del
vento. Gliene aveva già parlato e Niki era curioso e felice di vedere il
luogo di tante meditazioni.
      "È bello. Sembra quasi di essere sull'Atlantico. Ti ricordi?"
      Mauro gli fece di si con la testa. Era accaduto in una mattina molto
più fredda, quando il gelo era soprattutto dentro di loro. Prima erano
andati al cimitero da Stephan e poi il nonno li aveva portati a vedere
l'oceano. Il giorno successivo erano tornati in Italia.
      Si guardò attorno e fissò gli occhi sull'orizzonte. Il sole era
ancora alto, e in lontananza si scorgeva una nave che passava. Cercava il
coraggio di rivelare a Niki che una volta, solo per un momento, aveva avuto
il pensiero di tradirlo, o forse non era proprio così: in ogni caso
aveva deciso di dirglielo.
      Il senso di privazione che aveva provato quella sera a Parigi, quando
Claude li aveva salutati, il desiderio di averlo ancora accanto, il ricordo
di quel bacio, la voglia di abbracciarlo: ci aveva pensato molto.  Aveva
valutato coscientemente la propria reazione a quel bacio, l'aveva scomposta
ed ora non ne era più spaventato, perché analizzando attentamente le
proprie emozioni, aveva scoperto con sollievo che Niki restava al centro di
ogni suo pensiero e, se pure avrebbe voluto abbracciare ancora Claude,
voleva stringere Niki nello stesso abbraccio. Aveva molto riflettuto anche
sull'atteggiamento più distaccato del suo compagno ed era giunto alla
conclusione che, per sé, desiderare Claude poteva essere comprensibile e
naturale, ma non era ragionevole pretendere che Niki dovesse accettarlo.
      "Devo dirti una cosa..." mormorò, sempre guardando quella linea
curva che a lui pareva diritta. E protestò un'altra volta contro Galileo
e tutti quegli altri che gli avevano tolto quell'illusione. Questo lo
distrasse, lo allontanò, portandolo in un mondo dove la terra era piana
e si rischiava di cadere se ci si fosse avvicinati troppo all'orlo di quel
grande piatto.
      "Mauro! Dove sei finito?" lo scosse Niki sorridendo, per nulla
preoccupato dal tono con cui gli si era rivolto. Lo conosceva ormai
abbastanza per sapere che doveva richiamarlo alla realtà: chissà
dov'era andato! E poi, in quei giorni, era così sereno che quelle parole
non potevano preludere a nulla di brutto. Non avrebbe potuto dirgli nulla
che lo turbasse, ne era certo.
      Mauro si voltò a guardarlo fisso, poi, improvvisamente, gli
chiese: "Niki, tu faresti l'amore con Claude?"
      "Perché? Che vuoi dire?" fu disorientato e intimidito dalla
domanda.
      "Intendo dire: se ti accadesse di trovarti assieme a Claude... se lui
lo volesse, Niki, credi che potresti farlo?"
      "No, non lo so. Forse si, credo che lo farei. Claude è bello,
ma... dipende. Non lo so, Mauro. Perché me lo chiedi?"
      "Perché io penso che potrei. E una volta credo di averlo
desiderato davvero, Niki" gli si fece più vicino e gli raccontò tutta
la sua storia. Niki l'ascoltò attentamente, senza interromperlo "...ma
quando ho compreso che un po' l'amavo, ho anche scoperto che tu mi eri
accanto, sempre con me!"
      Tacque attendendo la sua reazione.
      "Tu lo desideri?" chiese Niki, con un tono molto serio.
      "Quella sera si. Ora non credo, ma se penso a lui, scopro che mi
manca, che lo vorrei vicino. Però, Niki, non lo vorrei accanto a me,
come se fossi tu. No, non è così. Vorrei soltanto che stesse qui con
noi due, perché è nostro amico, per farci compagnia. È per questo
che adesso mi manca. Ma ciò che ho provato quella sera non è stato
come quando giocavamo a pallone, non come negli spogliatoi! Capisci?"
      "Si. Credo. Ma non poteva essere così!"
      Mauro tentò di spiegarsi meglio, quasi disperando di riuscirci:
"Perché non avrei voluto soltanto guardarlo! Quella sera l'avrei baciato
ancora e poi avrei baciato te, perché non ho mai smesso di desiderarti!"
      E Niki gli parlò con calma, con la sua voce più dolce, con lo
stesso tono che utilizzava quando si rivolgeva a lui, per dirgli quanto
l'amasse. Ora aveva compreso: per un momento aveva avuto paura che qualcosa
di indefinibile potesse accadere al loro amore, ma Mauro l'aveva
rassicurato, aveva spiegato.
      "Quando ci divertivamo a guardare quelli, sotto le docce o negli
spogliatoi, era diverso. Quelli erano corpi che ci eccitavano. Era soltanto
un'emozione. E quello, Mauro, accadeva per istinto, niente di più. Per
Claude, invece, proviamo affetto e forse anche lui per noi. L'abbiamo
baciato perché gli vogliamo bene e se tu l'hai anche desiderato è
stato perché un po' l'amavi. Io non sono geloso di Claude. Non potrei
esserlo."
      "A te, però, non è capitato!"
      "No, ma poteva accadermi, com'è stato per te."
      "Davvero non sei geloso?"
      E Niki gli fece cenno di no con la testa.
      La reazione del compagno lo tranquillizzò: Niki aveva ragione e
gli aveva dato una bella lezione. Tra i pensieri che gli erano passati per
la testa durante quei giorni, aveva anche immaginato che Niki si fosse
invaghito di Claude. Era stato come una sequenza di film: Niki che glielo
confessava fra le lacrime, che tentava di spiegare. Aveva cercato di
immaginare la propria reazione alla notizia e s'era subito visto vagare
sconsolato, strisciando lungo i muri, capace solo di piangere.
      Niki invece, nella realtà, in quel momento, l'aveva
tranquillizzato, spiegandogli che si può amare in tanti modi e perfino
desiderare una persona, senza per questo tradire chi si ama. Mauro concluse
che aveva ancora molto da imparare da lui. Lo baciò sulla punta del
naso.
      "Mi hai perdonato?"
      "Ti aspettavi che sfidassi Claude a duello?" chiese Niki ridendo.
      "No, anche perché la 'Cavalleria Rusticana' a te non piace!"
      "E invece si!" e intonò, con sorpresa di Mauro, una romanza di
quell'opera, naturalmente traducendola in inglese.

      Il mese d'aprile giunse presto alla fine. E, se a Parigi avevano
lasciato quelle nuove conoscenze, in Italia, assieme alla scuola,
ritrovarono i vecchi compagni, quelle persone, ragazze e ragazzi, che
parevano averli accettati e che ormai parevano considerarli, pur con
qualche limitazione, parte del loro gruppo.
      Quello che avevano visto durante la vacanza, naturalmente, fu al
centro dei racconti che fecero ai compagni, anche se non descrissero tutto,
perché, prudentemente, evitarono di parlare dell'aspetto più
importante di quel viaggio. Le avventure di Parigi, quelle meno importanti,
entrarono così per un po' nei loro discorsi, ma furono quasi subito
scalzate da una nuova avventura che s'andava preparando.
      In quel liceo la gita scolastica, anzi, 'il viaggio di istruzione',
come veniva chiamato, era un rito cadenzato annualmente con programmi che,
da almeno cinquant'anni, erano sempre uguali, secondo l'anno che si
frequentava. Le quarte del ginnasio andavano a visitare i luoghi della
Magna Grecia; le quinte, e quindi anche la classe di Niki e Mauro,
passavano a Roma qualche giorno a visitare le vestigia della civiltà
latina. Giunti al liceo la durata delle gite s'allungava di qualche giorno
e quelli del primo anno andavano per un'intera settimana in Umbria a vedere
le testimonianze medioevali, le seconde si recavano a Venezia per il
rinascimento e le terze se n'andavano a Firenze, che era considerata il
compendio e il completamento dell'itinerario scolastico e culturale.
      La partenza per Roma, ai primi di maggio, in treno, avvenne di
pomeriggio, nell'eccitazione che accompagna ogni viaggio di questo
genere. A partire erano una sessantina d'adolescenti i quali, accompagnati
dai professori, si apprestavano a trascorrere quattro giorni e tre notti a
gridare, cercando di perdere la voce, a ridere, a scherzare e, non ultima
intenzione, a tentare d'innamorarsi o far innamorare qualche compagno o
compagna. Avrebbero alloggiato in un albergo cui, come sempre, era stato
chiesto d'approntare stanze da tre e quattro letti per risparmiare un poco
sul prezzo. E se la cosa avrebbe fatto piacere a tutti, non era stata molto
gradita da Niki e Mauro che avevano sperato, fino all'ultimo, d'avere una
camera tutta per loro, dove rifugiarsi ogni tanto a scambiarsi quelle
carezze che non avrebbero potuto farsi, costretti com'erano a trascorrere
ogni momento della giornata a stretto contatto con i compagni.
      Il problema che gli si poneva era piuttosto complesso: come dovevano
comportarsi durante tutta la gita e finanche nella camera dell'albergo?
Dovevano davvero fare finta che fra loro non ci fosse nulla, oppure
muoversi in modo spontaneo con il rischio, molto più serio, di turbare i
compagni? Quelli pareva che li avessero accettati, o forse li tolleravano
soltanto, come pensava Niki. Ma non li avevano ancora visti, a parte
Giacomo, né tenersi per mano, né tanto meno baciarsi e forse neppure
immaginavano che due ragazzi, due uomini, potessero davvero accarezzarsi e
scambiarsi tenerezze. Da quando avevano cominciato ad uscire con gli altri,
loro due si erano sempre tenuti a distanza, guardandosi quando potevano, ma
stando attenti anche a non sfiorarsi.
      Una volta Niki aveva detto a Mauro:
      "Quando siamo con gli altri ho sempre paura, anche di toccarti,
perché credo che poi non saprei fermarmi. Penso che mi verrebbe voglia
d'accarezzarti o di darti un bacio. E questo so che non sarebbe bello."
      "No, questo sarebbe certamente molto imbarazzante!" gli aveva
risposto Mauro, ridendo e poi l'aveva baciato "Ma a Roma potrai
accarezzarmi con gli occhi: io so che quei due sanno fare anche questo!" e
glieli baciò "L'importante è che siamo insieme, no?" avevano finito
per stringersi e Niki s'era raccolto nel suo abbraccio.
      "È davvero un sacrificio, Mauro. È così difficile!"
      La prospettiva era sconfortante, perché si trattava di passare
giorni e notti con persone che sapevano od immaginavano di loro. Non
avrebbero avuto neppure un momento d'intimità.
      Pensarono finanche di non partecipare alla gita:
      "Che senso avrebbe andarci se non potremo comportarci come vorremmo?
Se ci toccherà fingere per quattro giorni? Io non so, se avrò voglia
di nascondermi per tutto quel tempo."
      Avevano fatto questo discorso durante una delle loro giornate nere,
nella settimana precedente la partenza. Era stato uno di quei giorni in cui
il cielo pareva oscurato dalle nubi del futuro e, ancor più dalle
complicazioni del presente, dalla difficoltà che incontravano nel
rapporto con i loro compagni, con i pochi amici che cercavano di
conservare, un pomeriggio in cui Mauro non era riuscito a strappare Niki ai
suoi pensieri, né con i ragionamenti, né con gli scherzi. Niki era
triste, perché nel loro futuro vedeva solo catastrofi né riusciva a
trovare una sola ragione a tutta l'ipocrisia continuava a circondarli. Non
era accaduto alcun fatto spiacevole, niente di particolare aveva turbato le
loro esistenze, ma, nonostante l'equilibrio che aveva conquistato a prezzo
dell'isolamento e della consapevolezza della propria diversità, quel
giorno, si rifiutava di comprendere e si comportava come un bambino che,
avendo paura di qualcosa, si ostina a rifiutarla, a fuggirla. Poi, per una
specie d'amaro contrappasso, diventava tanto vecchio e stanco da rifiutare
di continuare a combattere la loro battaglia, quella continua lotta contro
i pregiudizi degli altri. In quei momenti Mauro gli era vicino, se
possibile, più di quanto non lo fosse in altre situazioni e attendeva
pazientemente che lui tornasse ad accettare tutto in nome del loro amore.
      Ovviamente decisero di partecipare alla gita, un po' perché il non
andarci avrebbe certamente vanificato molti degli sforzi che stavano
facendo per integrarsi e soprattutto perché, volendo divertirsi,
sapevano che là avrebbero potuto fare tante risate da doversi tenere la
pancia.
      Furono sistemati in una stanza a tre letti e il loro compagno sarebbe
stato Enrico, che aveva richiesto espressamente d'essere con loro,
sostituendosi al sicuro predestinato che era Giacomo. Enrico l'aveva
domandato con una certa insistenza e nessuno ci aveva badato più di
tanto, considerata anche l'eccezionalità della sua partecipazione.
      Quando, a tarda sera, arrivarono a Roma, erano stanchi, felici ed
emozionati. Andarono subito in albergo, a cercare di dormire, nonostante
l'eccitazione. Mauro e Niki avevano temuto molto questo momento, non
riuscendo ad immaginare quale potesse essere il motivo che aveva spinto
Enrico a proporsi come loro compagno di stanza e, soprattutto, non sapendo
ancora come comportarsi con lui. Con Giacomo forse sarebbe stato più
semplice, avrebbero potuto chiedergli, con tutta tranquillità, se
qualcosa nel loro atteggiamento lo avesse turbato e avrebbero subito
saputo, per la sua innata sincerità, fin dove potevano spingersi con le
carezze che in qualche modo avevano deciso scambiarsi. Enrico, anche se
Mauro lo conosceva da molti anni, era quasi un estraneo per loro.
      Non che non potessero stare quattro giorni senza baciarsi o fare
l'amore, ma: "Almeno accarezzarti, sfiorarti per ricordare a tutti due che
ci vogliamo bene. Come farò?"
      Era stato l'estremo tentativo fatto da Niki prima della partenza, in
macchina, mentre Sergio li accompagnava alla stazione. Glielo aveva
mormorato in un orecchio e non sapeva neanche cosa si aspettasse: sarebbe
stato assurdo che Mauro acconsentisse a non partecipare alla gita, anche
perché lui stesso aveva finito per riconoscere che, almeno, ci sarebbe
stato molto da divertirsi. Mauro lo aveva guardato come sapeva fare solo
lui e in quegli occhi Niki aveva letto la certezza che avrebbero escogitato
il modo, anche se circondati da amici e professori, di ritrovarsi tra loro,
anche solo per un momento.
      La camera aveva tre piccoli letti allineati contro una parete. Appena
entrati Enrico andò subito a sedersi su quello più lontano e disse:
      "Ragazzi, sono davvero contento che abbiate accettato di dividere la
camera con me. Vorrei dirvi di fare come se io non ci fossi, ma capisco che
questo non potrà essere possibile... e me ne dispiace"
      Riuscì a dirlo tutto d'un fiato, com'era sua abitudine. Ma era
anche parecchio emozionato, perché era in gita e soprattutto perché
era con Mauro.
      "D'accordo, Chicco! Cercheremo di farcela a sopportarti!" gli disse
Mauro, pronto.
      E quelle parole servirono ad evitare un po' d'imbarazzo ad entrambi,
anche se su Niki non ebbero molto effetto. Continuò, infatti, ad essere
diffidente e a chiedersi cosa realmente volesse quello da loro. Non aveva
mai molto badato ad Enrico, perché non l'aveva mai conosciuto bene,
avendolo visto poco al di fuori della scuola. Ed ora si trovava con loro,
nella stessa camera e per tre notti li avrebbe guardati incuriosito.  Niki
ne era certo.
      Così, senza dire una parola e senza badare a quello che gli
accadeva intorno, innervosito da quella presenza estranea, si accinse a
vuotare la valigia. Tirò fuori tutto quello che aveva portato per sé
e naturalmente anche per il suo innamorato, il quale non aveva voluto
saperne di provvedere al proprio bagaglio.
      Mauro, invece, era a già suo agio. Vista la scelta di Chicco, si
era buttato sul letto centrale. Gli era parsa una posizione molto
simbolica, sentendosi quasi un ponte fra i suoi compagni di stanza.
      Si sfilò la maglia e, continuando a spogliarsi, informò gli
altri dei suoi programmi immediati: "Io vado a farmi la doccia" si sfilò
i calzoni, rimanendo solo con gli slip "E poi ho un sonno..." aggiunse con
uno sbadiglio.
      Per tutto il tempo in cui s'era svestito, da un lato e dall'altro,
Enrico e Niki non gli avevano levato gli occhi di dosso.
      Prestando tanta attenzione alla stessa persona, non s'erano resi
conto degli sguardi dell'altro.  Neppure Mauro s'era avveduto di
quell'interessamento, perciò, sfiorato con una carezza il collo di Niki,
se n'era andato a lavarsi, lasciandoli in silenzio, apparentemente alle
prese con le loro valigie.
      Fece piuttosto in fretta e tornò ancora gocciolante, con un
asciugamano stretto attorno alla vita, perché naturalmente aveva
dimenticato di portarsi l'accappatoio nel bagno.
      A quel punto fu Niki, anche se ancora vestito, a sgattaiolare
mormorando:
      "Faccio la doccia. Ti dispiace se ci vado prima io?" disse rivolto ad
Enrico mentre già s'infilava nel bagno chiudendo la porta e sperando con
tutto il cuore che Mauro riuscisse a risolvere il problema 'Chicco' durante
la sua assenza, visto che, mentre il compagno non c'era, se n'erano stati
in silenzio, senza riuscire a scambiarsi neanche una parola ed avevano
anche evitato di guardarsi.
      A dire il vero, un paio di volte aveva tentato di incontrare lo
sguardo di Enrico: sapeva che Mauro teneva molto a quel ragazzo e,
nonostante tutte le riserve e i dubbi che aveva, gli sarebbe piaciuto fare
qualcosa per rompere il silenzio, ma Chicco era parso concentrato solo a
cercare oggetti nella propria valigia.
      Mauro andò a sedersi sul letto, dando le spalle ad Enrico che
riprese a fissarlo. Finì d'asciugarsi ed alzandosi indossò i calzoni
del pigiama, senza infilarsi altri indumenti. Enrico si scosse, si rese
conto di non poter continuare a guardare Mauro così sfrontatamente e
disse la prima cosa che gli passò per la mente:
      "Ehi! Vai a letto senza mutande?"
      Mauro si voltò un poco sorpreso: "Beh... si! L'ho sempre
fatto. Mamma ci ha abituati a dormire con addosso nient'altro che il
pigiama" gli disse e si voltò per cercare la parte superiore del pigiama
e continuare a vestirsi, senza più badargli.
      Enrico credette, invece, che quella domanda avesse infastidito Mauro,
ma lui l'aveva fatta solo perché voleva parlargli, dirgli qualcosa,
qualunque cosa. Era per questo che aveva chiesto di dormire con loro: aveva
un disperato bisogno di capire e quei due avevano certamente delle risposte
da dargli, ma non gli pareva che la situazione stesse prendendo una buona
piega. Così parlò ancora, dicendo un'altra delle cose che gli
passavano per la testa, un'idea che, allora, per un momento, gli parve
divertente, proprio a lui che quasi solo immaginava il significato di certe
parole:
      "Lo sai che mio fratello ha la tua stessa abitudine? Ma mi ha
raccontato che al militare non poteva farlo, perché l'avevano avvertito
che, durante la notte, qualcuno poteva incularlo."
      Mauro si voltò a fissarlo e, solo per un momento, lo guardò
davvero storto, poi tornò tranquillamente a cercare il resto del pigiama
per indossarlo. Enrico, invece, si rese subito conto d'avere commesso una
gaffe e anche grave.
      "Mauro scusami" quasi balbettò "Mi dispiace. Ti prego... non
volevo offenderti!"
      Era arrossito. Sembrava un bambino scoperto a rubare.
      Enrico non poteva neppure immaginare quanto Mauro fosse ormai
superiore a certi insulti e quanto la coscienza che aveva della propria
personalità potesse aiutarlo in questo, né poteva sapere con quanto
distacco, assieme a Niki, vivesse la realtà che lo circondava. Quella
battuta, semmai, l'aveva offeso soltanto perché detta da una persona che
riteneva amica.
      "Non importa, non preoccuparti" tentò di tranquillizzarlo, come
sempre, infinitamente buono e disponibile a dimenticare in fretta le
offese, specie davanti ad un pentimento così evidente e all'imbarazzo di
Enrico il quale pareva inconsolabile.
      "No, Mauro, non hai capito. Mi dispiace perché una cosa del genere
proprio non avrei mai dovuto dirla a te! Stavo cercando una cosa qualunque
per parlare e mi è venuta in mente quella stronzata. Io non volevo più
stare zitto, ma avrei fatto meglio a tacere. Però Niki è rimasto in
silenzio ed anche tu adesso te ne sei stato zitto. Non hai parlato, non mi
hai detto nulla e a me pare davvero d'essere di troppo con voi in questa
camera. Scusami. Non dovevo insistere, non ci dovevo venire. Mi perdoni? Ti
prometto che non parlerò più!"
      E lo disse con una tale serietà e sincerità che a Mauro venne
da ridere all'idea che quello là facesse un voto di silenzio per tutta
la durata della gita. Enrico, infatti, piuttosto piccolo di statura, aveva
sempre compensato la propria scarsa presenza fisica con l'enorme quantità
di parole che riusciva a dire.
      "OK! Ti perdono."
      E ridendo gli tese la mano, ma mentre Enrico gliela prendeva, lo
afferrò tirandolo a sé sul letto. Chicco era molto leggero e fu
facile bloccarlo, stringerlo con le braccia e metterselo sotto. Prese a
fargli il solletico.
      "Questo per le mutande" poi gli prese la testa e lo sottopose ad
un'altra tortura "e questo per i soldati che non hanno fatto quella cosa a
tuo fratello, che lo meritava, solo perché è tuo fratello."
      Gli strofinò con forza sul cranio le nocche con la mano stretta a
pugno. Enrico subì il supplizio, felice di potere espiare così in
fretta quella che gli pareva una colpa davvero imperdonabile. Quando Mauro
lo lasciò andare, la faccia di Chicco aveva assunto il colore della
porpora e i capelli, normalmente lisci e sempre scrupolosamente in ordine,
avevano preso pieghe completamente diverse dalle solite. La testa gli
doleva, anzi gli bruciava, perché Mauro gliela aveva davvero
strapazzata, ma era ugualmente contento, perché Mauro gli era ancora
amico, nonostante lui l'avesse offeso così volgarmente.
      Si convinse ancora di più che si poteva fidare.
      Mentre cercava di riacquistare una respirazione regolare e Mauro,
stando steso a pancia sotto sul letto, lo minacciava ancora tirandogli
pizzicotti dovunque, Niki uscì dal bagno e rivolse all'uno e all'altro
uno sguardo interrogativo:
      "Abbiamo avuto una discussione animata, ma il ragazzo ha capito
subito chi è che comanda in questa stanza. Non è vero?" disse rivolto
prima a Niki e poi ad Enrico che si affrettò ad assentire con
convinzione, fingendo anche di essere spaventato.
      "E chi sarebbe?" disse Niki con aria di sfida.
      "Naturalmente tu, mio signore" e, saltando giù dal letto, Mauro
gli fece un profondo inchino, poi si rivolse ad Enrico "Occorre assecondare
i matti" disse con voce impostata " e lui lo è. E della specie
peggiore."
      Sentito questo, Niki gli bloccò fulmineamente le braccia e lo
spinse sul letto, gli fu sopra: "Se non vuoi che dica ad Enrico tutto
quello che sei tu, chiedimi scusa umilmente!"
      Niki l'aveva immobilizzato, anche perché Enrico, subito desideroso
di prendersi una rivincita, s'era buttato a corpo morto sui due. Mauro
continuava a fare di no con la testa ed allora Niki cominciò a fargli il
solletico. Prese a ridere senza riuscire quasi più a respirare, finché
Niki non si fermò quasi preoccupato dal colore che la faccia di Mauro
stava assumendo: ormai tendente al porpora, quasi quanto lo era stata
quella di Enrico poco prima.
      Non appena riuscì ad articolare parola Mauro protestò, ancora
ridendo: "Non vale. Non è leale. Vi siete messi in due contro uno."
      Se c'era stato un qualche imbarazzo, ora sembrava scacciato: Mauro
era sereno, conosceva Enrico da tanti anni e sapeva quanto fosse sempre
stato onesto e leale. Niki era ancora curioso di capire perché Enrico
avesse chiesto d'andare con loro, ma era ormai certo che il ragazzo non era
lì per insultarli o per prendersi gioco di loro. Enrico, infine, che
aveva voluto essere loro compagno di camera, perché stava scoprendo
dentro di sé qualcosa che ancora non capiva e che quei due forse
potevano spiegargli meglio, era più sereno e fiducioso, anche se con
qualche problema in più.
      La sua esistenza era trascorsa fra le pareti domestiche, in una casa
in cui, più che essere protetto dal mondo esterno, era prigioniero delle
ansie e dei timori dei suoi genitori. Era l'ultimo di tre figli, nato una
decina d'anni dopo gli altri ed era stato coccolato e viziato, ma anche
rinchiuso, in una gabbia della quale, solo da un paio d'anni, aveva
incominciato a vedere le sbarre.
      Presto avrebbe cercato la libertà con sufficiente passione, da
desiderare di fuggire. E l'avrebbe fatto, perché, a differenza del
fratello e della sorella, Enrico aveva una particolare virtù che, unita
alla sua ostinazione, gli avrebbe forse consentito di sfuggire al futuro
che i genitori avevano pianificato per lui.
      Da quasi dieci anni, ogni mattina andava a scuola e, come tutti i
suoi compagni, rideva e scherzava.  Era simpatico e riusciva ad essere
amico di quasi tutti i suoi compagni e, fra questi, soprattutto dei
Cavalieri.  A scuola era un ragazzino normale, che schiamazzava quando lo
facevano gli altri, faceva scherzi e ne riceveva. La sua vita sociale però
si esauriva alle ore di scuola, perché, rientrato a casa, Enrico
studiava molto, moltissimo, non perché non capisse facilmente le cose,
ma perché i suoi genitori ritenevano che dovesse fare così: l'avevano
già imposto ai figli maggiori e si aspettavano che anche il più
piccolo lo facesse. E lui obbediva. Dopo aver studiato e ripassato le
lezioni, se gli avanzava tempo e non accadeva quasi mai, giocava, leggeva o
guardava la televisione, ma sempre da solo o in compagnia della mamma, del
papà o dei fratelli. I suoi genitori ritenevano che non dovesse uscire,
che non fosse necessario incontrare altri ragazzi, giocare con loro. E
subito dopo cena se ne andava a letto. La mattina dopo, la sua esistenza
gli proponeva lo stesso programma. Nei giorni in cui non c'era scuola
studiava ugualmente, per tenersi in esercizio e pure d'estate era quasi
sempre quella la vita che faceva. Anche alla sorella ed al fratello era
stato insegnato a vivere a quel modo e loro, dopo essersi laureati, avevano
trovato ottime occupazioni, ma vivevano ancora in casa dei genitori, i
quali s'attendevano che anche l'ultimo figlio si comportasse esattamente
allo stesso modo.
      Enrico era spaventato da quella possibilità. L'aveva capito quando
aveva visto i suoi amici ottenere dai loro genitori una libertà che a
lui continuava ad essere negata: aveva compreso che quello che l'attendeva
era forse un modo ben misero di vivere. I suoi fratelli non avevano mai
stretto alcuna amicizia, ma lui aveva avuto i Cavalieri e questo, in un
certo senso, gli aveva aperto gli occhi, mostrandogli una vita diversa da
quella cui era già rassegnato.
      Gli ultimi mesi erano stati i più difficili per lui, perché
qualcos'altro l'aveva tormentato: gli era infine balenato cosa fosse il
disagio che avvertiva nei suoi pensieri e, sempre più spesso, al basso
ventre, ogni volta che vedeva uno dei suoi compagni in pantaloncini o,
quelle poche volte in cui era riuscito ad andarci, al mare, in costume da
bagno. L'aveva compreso osservando la metamorfosi di Mauro accanto a Niki e
credeva d'avere finalmente capito cosa lo stesse angustiando.
      Per lui il sesso era stato una conquista arrivata un poco più
tardi rispetto ai compagni di scuola. Era stato il primo aspetto della sua
vita che fosse riuscito a non condividere con i suoi genitori, con sua
madre che era tanto invadente o con suo padre che lo obbligava a discutere
con lui ogni lettura e che naturalmente lo controllava negli studi e in
quasi tutti gli altri aspetti della sua vita. Era riuscito a tenerglielo
nascosto, dapprima per paura d'essersi ammalato, poi, comprendendo di cosa
si trattasse, vivendolo solo per se stesso. Capire il legame creatosi tra
Mauro e Niki gli aveva finalmente svelato la natura dei propri desideri.
      Il futuro gli appariva perciò ancora più oscuro e, se i suoi
fratelli s'erano arresi a quel modo di vivere, per sé meditava un
destino diverso che già aveva cominciato a progettare. Il suo più
gran desiderio, infatti, era d'andare a vivere da solo, poiché la
solitudine rappresentava ormai per lui la quintessenza della felicità:
non avendo ancora cognizione dell'amore, lo scambiava con l'invadenza dei
suoi genitori e voleva soltanto sfuggire all'affetto con cui sua madre e
suo padre lo tenevano legato a loro. Aveva anche capito che, per farlo,
doveva prima di tutto comprendere se stesso e quello che gli stava
accadendo in quei mesi. Sentiva di essere cambiato, sapeva che
l'adolescenza e la giovinezza rendevano profondamente diversi da come ci si
conosceva. Comprendeva bene tutti i cambiamenti del suo corpo e ne
attendeva degli altri. Ora però aveva disperatamente bisogno che
qualcuno, un amico, una persona di cui potesse realmente fidarsi, gli
spiegasse la tenerezza, lo struggimento che provava nei confronti, ora di
uno, ora d'un altro, dei suoi compagni. Se sapeva già di sé, voleva
che Mauro, e solo Mauro, glielo confermasse.
      Perché per fortuna, nella sua vita c'erano sempre stati i
Cavalieri. Lui era uno dei cinque e soprattutto in Mauro aveva trovato
conforto, quando diventava più difficile sopportare l'isolamento cui lo
costringevano i suoi genitori. E ora voleva confidargli il suo segreto,
chiedere consiglio: aveva anche intuito quanto Niki fosse ormai parte di
Mauro, ed avrebbe accettato che le sue confidenze avessero l'altro, come
spettatore.
      Con Niki in accappatoio e Mauro già in pigiama, Enrico se ne stava
ancora completamente vestito a guardarsi attorno, smarrito, conscio di
sé, della propria storia e soprattutto spaventato da ciò che aveva
deciso di fare.
      Non aveva mai dormito con altre persone se non con suo fratello, né
gli era mai capitato di dormire lontano da casa. Come se questo non
bastasse, il suo disagio, oltre che dalla situazione così insolita per
lui, era ingigantito anche dal non sapere come comportarsi con quei due
amici, così particolari, ma, credeva, così simili a lui. Era
paralizzato e temeva di sbagliare ancora, di commettere un'altra gaffe.
      Fu Mauro a scuoterlo:
      "Chicco, hai intenzione di dormire vestito?"
      "Non lo so... no!" mormorò "Sto decidendo se fare la doccia, anche
se non ne ho molta voglia..."
      "Non m'azzarderei mai ad affermare che puzzi, ma..." disse Mauro che,
scherzando, s'era già stretto il naso tra le dita.
      "Si! Si! Ho capito... la faccio" e cominciò a spogliarsi.
      Niki era chino e cercava qualcosa nella valigia. Mauro gli si
avvicinò da dietro, dando le spalle ad Enrico: "Posso avere udienza, mio
signore?"
      "Si..."
      Enrico non sentì la risposta, perché, non appena fu in slip e
maglia intima, sgattaiolò in bagno. Era emozionato e aveva il fiato
corto. Il suo sesso non voleva più saperne di stare nelle mutande, in
quelle mutande che odiava, di cui si vergognava terribilmente, perché
erano già state di suo fratello ed erano maledettamente all'antica, di
cotone a coste e con l'elastico alto. Si vergognava anche di quella maglia
di lana pesante e a maniche lunghe che sua madre lo obbligava a portare,
nonostante fossero già in maggio e facesse anche caldo. In quel momento,
però, la sua maggiore preoccupazione stava nel come uscire dal bagno con
quell'asta diritta che gli spuntava davanti. Speranzoso, s'infilò sotto
la doccia, dapprima gelata e poi molto calda, ma il trattamento non sortì
alcun effetto. S'insaponò, cercando di ignorare il suo disagio, ma fu
inutile. Allora si asciugò con l'accappatoio, poi, appoggiato con le
spalle contro la porta, chiuse gli occhi.  Cercò di inventarsi qualcosa,
doveva trovare il modo di venirne fuori.
      Pensò anche di masturbarsi: questo trattamento, lo sapeva per
esperienza, gli avrebbe dato qualche minuto di tregua, ma quella sera non
poteva farlo. Voleva continuare a sentirsi come si sentiva in quel
momento. Se si fosse masturbato, l'angustia e la tristezza che provava dopo
averlo fatto, l'avrebbero spinto a tacere, a non parlare, come invece
sperava di fare.
      Tentò allora di concentrarsi su qualcosa di sgradevole e pensò
immediatamente ai suoi genitori.  Ancora non li odiava, ma già non
riusciva più ad amarli, anche se gli avevano finalmente concesso
d'allontanarsi da loro, seppure per qualche giorno. Al ritorno dalla gita
avrebbe cercato d'ottenere più libertà.  Si toccò davanti
s'accertò che il sesso non fosse più così duro. Stringendosi
nell'accappatoio rientrò nella camera e gli parve che Mauro si
sollevasse un po' troppo di scatto da dove era seduto con Niki, ma non ci
badò. Il suo solo pensiero fu d'arrivare al letto per indossare
velocemente il pigiama e infilarsi sotto le coperte.
      Dopo di lui, anche Niki si sfilò l'accappatoio che indossava
ancora per mettersi il pigiama, e lo fece con calma, senza voltarsi,
sollevandosi per aggiustarsi i pantaloni. Enrico, già a letto, con la
testa appoggiata al cuscino, fissò rapito la nudità che, per un
attimo, gli venne mostrata.
      Mauro colse quello sguardo e lo riconobbe subito: era indubbiamente
uno sguardo di desiderio, lo stesso che lui avrebbe rivolto a Niki se non
l'avesse anche amato.
      "Ragazzi, ...dormiamo?" Niki cominciò a sbadigliare "Domani sarà
una giornata lunga e faticosa, quasi più di oggi, ed io credo d'essere
stanco."
      E guardò prima un letto e poi l'altro, indeciso se infilarsi nel
proprio o, con un atto di coraggio, dirigersi verso quello centrale, per
dormire col compagno, come sarebbe stato suo desiderio e forse diritto,
pensò.  Poi, con molto di rammarico, tornò a fissare il letto di lato
che gli parve misero, freddo.
      Ci si diresse tristemente.
      La mente di Mauro invece era freneticamente al lavoro per decifrare
quello che aveva visto negli occhi di Enrico: era come loro due? Poteva
anche essere, povero Chicco, con la vita che gli facevano fare.
      E si ricordò di tutte le volte in cui, con gli altri, era andato a
casa d'Enrico. Avevano sempre tentato di convincere i genitori a lasciarlo
uscire per giocare con loro, per una partita di calcio, per andare a fare
una pizza o per il cinema. In tutte quelle occasioni Enrico era un poco
raffreddato, oppure doveva ancora studiare o era in punizione per chissà
quali colpe. Pareva una storia d'altri tempi. Mauro aveva sempre pensato ad
Enrico come ad un personaggio del libro 'Cuore', ma "la tragedia di quel
ragazzo" gli aveva detto suo padre una delle volte in cui lui, un po'
ridendo, gliene aveva parlato "è che non è il personaggio di un
libro: lui è vero ed è vivo. E soffre, poverino, ma voi potete
aiutarlo con la vostra amicizia." E qualcosa avevano fatto. I Cavalieri si
erano sempre adoperati per ottenere che fosse con loro tutte le volte in
cui riuscivano a convincere i suoi genitori.
      Per quella gita, un pomeriggio si erano piantati in cinque a casa di
Enrico e non si erano mossi finché non avevano ottenuto di portarlo con
loro. Quel giorno, naturalmente, assieme ai Cavalieri, c'era anche Niki,
anzi, la sua presenza era un po' servita a distrarre il padre di Enrico
che, da giovane aveva vissuto negli Stati Uniti e con Niki cercava di
parlare in inglese, rispolverando i suoi ricordi. Così la mamma da sola
non aveva retto l'attacco di Giacomino, di Mauro e degli altri due.
      "E se parlassimo un poco? Siamo in gita, no?" buttò là Mauro,
ormai troppo incuriosito per addormentarsi serenamente. Non aveva davvero
più molto sonno, perché quei pensieri avevano stimolato la sua
attenzione e immaginava che Enrico avesse voglia di parlare.
      "Si, si, d'accordo" disse infatti quello, felice che Mauro avesse
avuto quell'idea.
      "Mi metto qua, così saremo più vicini e non dovremo gridare da
un letto all'altro" anche Niki fu d'accordo, contento di aver trovato una
buona scusa. E saltò nel letto centrale, dove Mauro lo seguì.
      Si erano messi comodi, voltati per guardarsi. Niki era un poco più
in basso di Mauro. Erano vicini e, soprattutto, si trovavano nello stesso
letto, abbracciati, mentre Enrico dal suo li seguiva con gli occhi,
incuriosito e affascinato.
      Cominciarono a parlare del viaggio in treno, dei professori che li
avevano accompagnati, dei compagni, di quello che avrebbero visto a Roma,
di quanto Enrico fosse emozionato dal fatto d'essere in gita.
      "Non avrei mai immaginato di farcela. Sapete che a mio fratello non
era mai riuscito di partecipare ad una gita scolastica. Cavolo! Sono troppo
contento..."
      Poi la conversazione prese a languire a causa del sonno e della
stanchezza che erano tornati a farsi sentire, ma Enrico era troppo felice
ed eccitato di trovarsi con loro, in quella stanza, e non ce la fece più
a tacere, perché doveva, doveva assolutamente chiedergli qualcosa. Niki
era quasi addormentato, mentre Mauro lo guardava con gli occhi semichiusi
ed anche lui, Enrico se ne rese conto, stava per cedere al sonno.  Allora
capì che, se non l'avesse fatto in quel momento, se non avesse posto la
sua domanda, non avrebbe più trovato il coraggio per farlo.
      "Ragazzi, posso chiedervi una cosa? Ma se non vi va di parlarne, non
rispondetemi. Io non me la prendo. Anzi... forse avete sonno..."
      Mauro fu subito sveglio ed anche Niki si fece più attento.
      "Tu prova a chiedere..." gli disse Mauro.
      "Come l'avete capito? Mauro, come hai fatto ed essere certo che tu
eri gay? E Niki come ha fatto?"
      Mauro immaginò quanto dovesse essergli costato trovare il coraggio
di parlare e cercò di soccorrerlo con la sua risposta.
      "È stato Niki a cercarmi, perché da solo non ce l'avrei mai
fatta. Lui mi ha fatto ammettere quello che sapevo già, cioè che a me
piacevano i ragazzi, che ero gay insomma! E allora ho capito che gli volevo
bene.  Lui provava per me lo stesso sentimento e così ci siamo messi
insieme" accarezzò Niki e la naturalezza con cui era riuscito a parlarne
sorprese anche lui.
      "Ma... Mauro, io voglio sapere... quando sei stato realmente certo
che era proprio così? Che tu eri come sei?"
      "Chicco" doveva scegliere attentamente le parole e non era facile,
perché, per quanto fosse certo di sé, di ciò che provava per Niki,
del loro amore, non gli era ancora tutto assolutamente chiaro "per me è
stata una cosa che è cominciata quando ero proprio piccolo. Poi,
crescendo, l'ho capita, soprattutto negli ultimi due anni. Però, cercavo
di non pensarci, mi sforzavo di non badare a certe idee. È stato solo
quando ho incontrato Niki che ho compreso tutto quello che già
sapevo. Insomma... è stato lui, in un certo senso, a farmi capire che
ero così. A fare in modo che io ne fossi proprio certo."
      E con questo sperava di essere stato chiaro, anche con se stesso,
perché qualche volta lo assaliva il dubbio che lui e Niki stessero
avendo una visione molto parziale della vita o che la loro fosse soltanto
un'illusione. Ma non era così, lo sapeva bene, ne era convinto, ora più
che mai. Ora che l'aveva detto.
      A quel punto anche Enrico cominciò a leggere in se stesso una
storia diversa, ma Niki, raccontandogli la sua personale esperienza, gli
disse di più, perché le loro storie erano simili, avendo sofferto
allo stesso modo di solitudine e di esclusione.
      "Enrico, io invece l'ho capito da solo. Ho scoperto che mi piacevano
i miei compagni e questo mi è sembrato naturale: è stato come
accorgermi che cominciava a crescermi la barba o che la mia voce stava
cambiando, insomma che diventavo grande. Però m'interessavo ai ragazzi e
non alle donne. Io non ho mai avuto amici, ma, fin da quando ero piccolo, e
di questo sono certo, mi sono piaciuti i miei compagni. Certe volte, mi
sentivo strano. Quando andavamo in palestra e li guardavo, provavo una
sensazione che m'imbarazzava, ma poi ho capito di cosa si trattava e non mi
sono più vergognato, né spaventato, perché ho scoperto che era
bellissimo e che era la cosa migliore che mi fosse mai accaduta. Negli
ultimi tempi, anziché cercare amicizia, io m'innamoravo di loro e allora
è stato brutto. Ogni giorno qualcuno mi pareva un po' più bello e
desiderabile degli altri, ma io non potevo dirglielo. È stato così,
finché non ho incontrato lui."
      Enrico li guardò e si decise:
      "Allora, io sono come voi!"
      Lo disse d'un fiato e distolse lo sguardo. Era la conclusione di
almeno un anno di ragionamenti, di quello stesso pensiero che nella sua
testa aveva continuato a rimbalzare, fino a stordirlo. Doveva essergli
costato molto parlarne e Mauro, sensibile come sempre, se ne rese
conto. Sfiorò la nuca di Niki e, mentre l'accarezzava, si chiese se
poteva, se fosse giusto, che loro ostentassero il loro amore, quando c'era
Enrico che forse ne implorava una piccola parte per sé.
      Ma Niki lo precedette, anche in quel pensiero, saltò fuori dal
letto e andò a sedersi accanto ad Enrico:
      "Ne sei certo?" Enrico fece cenno di si con la testa e Niki si chinò
a baciarlo sulla guancia "Essere gay è bellissimo, Enrico" lo accarezzò
"non lasciare che qualcuno sciupi la tua vita. Ma, gay o non gay, quello
che è importante è essere sempre se stessi. È una cosa che abbiamo
capito insieme, Mauro ed io. Non lasciare mai che qualcuno ti sminuisca
davanti a te stesso, ti faccia credere di essere... sporco!"
      Niki gli disse precipitosamente tutto questo, mentre Enrico faceva di
si con la testa a tutto quello che stava ascoltando, quasi senza
capirlo. Poi disse a voce bassissima:
      "Non so quando è stata la prima volta che ho avuto il dubbio di
non essere come gli altri. Ma forse hai ragione tu, Mauro. Forse l'avevo
sempre saputo e non avevo il coraggio di dirlo. Neppure a me stesso."
      "Enrico, è già importante che tu sia riuscito a parlarne con
noi, che ne abbia avuto il coraggio!"
      Dallo sguardo di Enrico, Niki comprese che era con Mauro che
desiderava parlare. Lo capì e si fece da parte, anche se continuò a
tenergli la mano.
      "Mauro, forse la prima volta..." si bloccò, non sapeva se poteva
continuare a parlare, ma ormai gli pareva indispensabile raccontare "La
prima volta in cui mi sono sentito strano, che in me è accaduto qualcosa
d'incomprensibile, è stato quando sono venuto a giocare con voi alla
pineta. Ricordi?"
      Mauro assentì meccanicamente. Non se lo ricordava proprio, perché
lui a giocare ci andava ogni giorno e che quel giorno ci fosse andato anche
Enrico era certamente un avvenimento, ma destinato in ogni caso ad essere
scordato.
      "Mauro, è stato l'anno scorso. Ci siamo cambiati sotto gli alberi,
abbiamo giocato e alla fine della partita Giacomo per scherzo ti ha
abbassato i calzoncini. Te lo ricordi adesso? Tu lo rincorresti e poi..."
Mauro sorrise, finalmente gli era tornato alla mente, anche se lui lo
ricordava per tutt'altro motivo "fu allora che io mi sentii davvero
strano. Prima non mi ero mai sentito così.
      "Credetti che mi girasse la testa. Mi pareva di sentirmi male e mia
madre me lo aveva anche detto che, venendo a giocare con voi e non
essendoci abituato, sarei stato male. Ma non era per quello che stavo
male. Io ero eccitato. Quello che accadeva davanti ai miei occhi mi aveva
fatto un effetto molto strano: non so se mi spiego" Enrico era arrossito
nel raccontarlo.
      Anche Mauro si sedette sulla sponda del letto.
      "Chicco, anch'io quella volta mi eccitai. E anche dopo a casa..." gli
accarezzò i capelli.
      "A me sembra tutto così strano. Davvero: non ci capisco più
nulla! È passato tanto tempo, ma penso sempre a quel giorno o a qualche
altra volta in cui mi è capitato di eccitarmi" era imbarazzato per aver
parlato con tanta franchezza e si voltò dall'altra parte "Mi vergogno
tanto!"
      "Enrico" disse Niki accarezzandolo "ti accade, perché sei grande,
siamo cresciuti. Provare desiderio per qualcuno, oppure innamorarsene
è... normale. Forse noi gay cresciamo in un modo speciale. Forse capiamo
le cose in un modo diverso?"
      Enrico si voltò per guardarlo. Decise di fidarsi e gli si avvicinò
di più, in cerca di protezione. Niki lo abbracciò, chinandosi a
baciarlo ancora, mentre Mauro restava a guardarli.
      "Sarete sempre miei amici?" li guardava "Mi darete consigli?"
      "Come se fossi nostro figlio, Chicco" Mauro s'inginocchiò
sorridendo davanti al letto di Enrico e si chinò a sfiorargli le labbra,
poi lo abbracciò stringendo anche Niki.
      "La famiglia si è allargata" poi rivolto a Niki "chissà cosa ne
direbbe Claude se ci vedesse in questo momento. Claude è un ragazzo
francese, gay, che abbiamo conosciuto a Parigi!" aggiunse rivolto ad
Enrico.
      Ma Chicco lo guardava con gli occhi spalancati, increduli e allora, a
due voci, gli dissero qualcosa di Claude e di Parigi, dell'esistenza di un
mondo, di un altro mondo, la cui storia era ancora tutta da scoprire anche
per chi la stava raccontando.
      Per quella sera, però, si era fatto davvero tardi e si resero
conto, nonostante l'eccitazione delle scoperte che tutti e tre avevano
appena fatto, di essere terribilmente stanchi. Si scambiarono la buonanotte
il più affettuosamente possibile. Baciandosi si sfiorarono le guance,
inconsciamente attenti a non creare equivoci cui non sarebbero stati
preparati e s'infilarono ciascuno nel proprio letto.
      Enrico era spossato, ma felice per come, già alla prima sera,
fosse riuscito a liberarsi del peso che lo opprimeva da tanto tempo ed era
soprattutto entusiasta della nuova vita che intravedeva davanti a
sé. Niki e Mauro s'addormentarono contenti che Enrico si fosse rivelato
ed avesse riposto in loro tanta fiducia.
      Trascorsero il giorno successivo visitando la Roma antica e
raccontando ad Enrico, fra le colonne del Foro e sotto gli archi degli
imperatori, tanti particolari della loro vita, quella vita in cui Enrico
stava per debuttare. Non avevano avuto alcuna esitazione ad accettarlo nel
loro circolo: anche senza essersi consultati, erano tanto sicuri della
saldezza del loro rapporto per accettare, seppure a certe condizioni, che
un'altra persona vi partecipasse. Mauro aveva visto Niki baciare Enrico e
non era stato colto da alcuna gelosia. Niki aveva lasciato che Enrico
trascorresse da solo con Mauro tutta la giornata, mentre lui, che mai
avrebbe creduto di poterlo fare, restava spesso da solo con gli
altri. Questo tipo di comportamento, in un certo senso, sorprese entrambi,
anche se, naturalmente, ciascuno si muoveva sempre consultando il compagno
con gli occhi e valutando da tanti segni la sua reazione. La situazione che
si stava creando con il nuovo amico, era certamente insolita, ma per
Enrico, per quella che era la storia, a suo modo tragica, della sua vita,
era fatale trovare qualcuno che lo proteggesse dal mondo e Niki e Mauro
erano sufficientemente forti per aiutarlo senza troppi pericoli.
      Il cambiamento non sfuggì, comunque, a Giacomo che si attaccò a
Niki e, durante la giornata, fra il Colosseo e i Fori, non fece altro che
chiedergli perché Mauro non gli stesse come sempre attaccato, ma
trascorresse tanto tempo con Enrico. Giacomo era, se possibile, anche più
curioso di Mauro e arrivò al punto d'insinuare che avessero
litigato. Ma, neanche dopo questa allusione, ottenne confidenze, perché
Niki proprio non poteva permettersele.
      Quando tornarono in camera, quella sera, continuarono a
parlarsi. Enrico aveva mille curiosità e aveva compreso che loro
potevano soddisfarle quasi tutte. Nella loro conversazione continuava però
ad esserci qualcosa d'inespresso, un aspetto essenziale di quella nuova
vita, qualcosa che Enrico aveva spesso sfiorato con le sue domande e di cui
gli altri due conoscevano bene l'esistenza. Si trattava di una situazione
che, qualora fossero stati in due e non in tre, avrebbero già, in
qualche modo, affrontato, ma che, essendo com'erano, cioè una coppia ed
un novizio, difficilmente sarebbero riusciti a trattare e a discutere.
Così quella sera finì per manifestarsi un qualche disagio nello
spogliarsi e nel coprirsi subito, nello sgattaiolare in bagno per poi
correre ad infilarsi sotto le coperte.
      Niki e Mauro avevano già passato la prima notte in letti diversi,
quasi senza toccarsi per non mettere l'amico in imbarazzo ed ora erano
pronti a dormire o a continuare con i loro discorsi. Si erano sistemati nei
letti come la sera precedente, la coppia nel letto centrale, e si
guardavano imbarazzati, stanchi, ma svegli e un po' nervosi.
      Mauro accarezzò Niki e notò che Enrico lo stava fissando. Ebbe
la sensazione che stesse per chiedere qualcosa. Niki riaprì gli occhi,
si tirò su e ricambiò la carezza a Mauro, poi guardò Enrico che
continuava a starsene zitto, immobile. Se fossero stati soli, Mauro avrebbe
abbracciato Niki in un altro modo e poi, avvolti dal languore della
stanchezza, avrebbero fatto l'amore: nel tepore di quel letto, i loro corpi
si sarebbero congiunti, ma la presenza di Enrico impediva che lo facessero.
      "E se unissimo i letti?" se ne uscì Niki, per un'idea che gli era
come giunte sulle labbra, senza passare dal cervello, perché ci pensasse
sopra. Ma come tante altre volte, il pensiero era corso da una testa
all'altra e forse era venuto a Mauro che con uno sguardo l'aveva trasmesso
al compagno ed era stato Niki ad esprimerla.
      Trovavano sorprendente e misterioso il modo con cui, senza parlarsi,
riuscivano a trasmettersi le idee, perché non avevano ancora compreso
completamente quanto, condividere con un'altra persona ogni aspetto della
propria vita, porti ad assimilarne le intenzioni e i desideri e, perciò,
a credere d'indovinarli.
      "Si, uniamoli! Staremo più vicini. Così parleremo meglio!"
disse infatti Mauro, mentre Enrico li guardava, sbalordito, felice e
incuriosito.
      Nonostante fosse distrutto dalla stanchezza, Mauro era già fuori
del letto e lo stava spingendo verso quello di Enrico. Niki, sceso
dall'altra parte, si dava da fare con le coperte e le lenzuola per
acconciare un'unica copertura ai due letti uniti.
      Furono presto tutti e tre sotto le stesse coperte, a guardarsi con
ancora più imbarazzo.
      Enrico non si era mosso quasi per niente, né aveva parlato. Aveva
solo fatto un cenno con la testa per mostrare d'essere d'accordo, ma era
paralizzato dall'emozione. Anche gli altri due erano a disagio e, se l'idea
d'unire i letti era stata generata dalla voglia di superare un momento
d'imbarazzo ed aiutare l'amico, ora non sapevano cosa fare.
      Quando, durante il pomeriggio, si erano finalmente ritrovati da soli,
ed era stato soltanto per qualche momento in coda al gruppo che visitava un
museo, Niki aveva trattenuto Mauro per parlargli:
      "Che ne pensi di Enrico? Te l'aspettavi?"
      Mauro aveva fatto di no con la testa: "È stata proprio una
sorpresa" ed aveva sorriso "però, ha bisogno d'aiuto e forse..."
      Poi lo aveva guardato, facendogli capire che c'era dell'altro,
qualcosa che non riusciva a dire.
      Era toccato a Niki esprimere quel pensiero difficile, un Niki
diffidente: "Credi che vorrà sapere anche delle cose di sesso?"
      Mauro aveva annuito, arrossendo, ma Niki aveva continuato
imperterrito: "Ieri sera era eccitato, lo hai visto?"
      "Anch'io lo ero. Eccitato da farmi male. E anche tu, Niki!"
      "Ma noi due stiamo insieme ed io ero con te. Ti desideravo!"
      Lo disse con orgoglio, poi fu colto da un dubbio, scorgendo lo
sguardo di Mauro: "Sono egoista. Non è vero?"
      "Forse, ma io lo sono quanto te. Chicco, però, non ha nessuno e
forse sarà così per molto tempo ancora..."
      "Ma come possiamo aiutarlo, senza fargli male? Mauro, come possiamo
fare qualcosa, senza sapere se sbagliamo?"
      Anche Mauro non sapeva se quello che stavano facendo fosse giusto,
aveva compreso bene tutte le domande, ma non sapeva dare risposte. Era
certo che Enrico avesse bisogno di loro, anche per quello che riguardava il
sesso e in qualche modo lo avrebbero aiutato. Avrebbero cercato di dargli
un poco della fortuna che li aveva toccati, rendendoli liberi da pregiudizi
e sensi di colpa già a quindici anni. Ma avrebbero dovuto fare molta
attenzione a ciò che facevano per non farsi male, né farne ad Enrico.
      Mauro sapeva che Niki non si sarebbe tirato indietro, ma capiva anche
che, coinvolgere Enrico in qualche loro gioco, sarebbe stato pericoloso per
tutti.
      Nella grande lucidità di cui la sua mente godeva, comprese che
quella situazione lo eccitava, almeno quanto l'impauriva. Si voltò verso
Niki per confessarglielo, ma in quel momento Enrico e gli altri li
raggiunsero e non riuscì più a parlargli da solo.
      Ora erano in tre nello stesso letto e questo era un po' troppo anche
per ragazzi come loro, che in faccende di sesso ne sapevano più di tutti
i loro coetanei messi insieme.
      Ma, non potendone parlare con Niki, Mauro ci aveva pensato su per
conto proprio e s'era convinto che, se il loro proposito era di aiutare
Enrico a superare le paure e i problemi che aveva nell'accettare i propri
desideri, non potevano certo farlo assistere o coinvolgerlo mentre facevano
l'amore. Però potevano cercare di spiegargli con delicatezza quello che,
per loro fortuna, avevano compreso: cioè che due uomini che si amano
hanno il diritto di farlo in modo totale, al di là d'ogni vincolo e
norma e consuetudine imposti dal mondo che li circonda.
      Si fermò a cercare con molta attenzione le parole per manifestare
quel concetto così semplice da pensare e tanto difficile da esprimere.
      "Chicco, con tutte le domande che ci hai fatto, non ci hai ancora
chiesto la cosa più importante: se due uomini che si vogliono bene
possono fare l'amore e forse sei curioso di saperlo."
      Forse era stato troppo brusco, tanto che Enrico lo guardò,
arrossendo sbalordito. Anche Niki restò sorpreso da tanta schiettezza.
      Mauro sorrise e si preparò a svelare quella specie di mistero.
      "Io credo che due uomini possano farlo, perché noi possiamo
amarci, possiamo baciarci e anche darci piacere: non c'è niente di male
in questo" Mauro si avvicinò a Niki e lo baciò dolcemente sulle
labbra "È la cosa più bella che si possa fare."
      "Vorrei essere uno di voi. Non m'importa quale!"
      Niki sentì improvvisamente su di sé tutta la solitudine di
Enrico: "Anche tu t'innamorerai di qualcuno e scoprirai che è una cosa
bellissima, come lo è per noi!"
      Gli si accostò e, presagli una mano che trovò gelida, la
strinse fra le sue, poi lo baciò sfiorandogli le labbra. Enrico chiuse
gli occhi e si avvicinò di più a Niki. Cercando un contatto con un
altro corpo.
      "Chicco, lui è mio!" disse Mauro serio.
      "Lo so, accidenti" e riaprì gli occhi, riuscendo miracolosamente a
sorridere, perché avrebbe voluto piangere e gridare per l'infelicità
e il senso di esclusione che provava in quel momento.
      "È tutta proprietà privata: rigoroso divieto d'accesso su tutto
il territorio!" scherzò Mauro.
      "Non avrai intenzione di vendermi in futuro?" chiese Niki.
      "Potrei comprarti io!" nonostante tutto Enrico riuscì a sorridere.
      "Ma chi preferiresti comprare di noi due? Ricordati però che Mauro
è molto vanitoso e se ne avrebbe a morte se tu non lo scegliessi!"
      Niki non riuscì a schivare il pizzicotto che Mauro gli assestò
nel fianco e che lo fece squittire.
      "No, non saprei proprio scegliere. Ed io? Uno di voi mi comprerebbe?"
      Mauro sollevò le coperte e dette un'occhiata interessata al corpo
di Enrico.
      "Beh, potrei farci un pensierino! Non devi essere niente male"
sentenziò
      "Ehi! Voi due, siete sicuri che io non sia di troppo?" disse Niki,
che si trovava al centro dei due letti uniti.
      "Impossibile, amore mio. Assolutamente impossibile."
      "Di troppo c'è solo una persona e quella sono io. Mi dispiace,
ragazzi" Enrico pareva essere tornato triste.
      "Non dirlo neanche per scherzo. Noi ti abbiamo adottato e ormai sei
il nostro figlio putativo.  Naturalmente sei gay e sei anche figlio di due
gay che intendono educarti convenientemente, in modo che, quando sarai
abbastanza grande da affrontare il mondo da solo, tu non li faccia
sfigurare" Mauro si rivolse a Niki che gli fece cenno d'approvare il
discorso "d'ora in poi puoi chiamarci 'papà'."
      Sebbene fosse ancora tanto emozionato, quanto triste, Enrico era
abbastanza sveglio e arguto per stare al gioco e porre una questione
legittima e tendenziosa: "Papà e papà, perdonate la domanda, ma la
figura materna, così importante nel corretto sviluppo affettivo di un
bambino, anche se gay, da chi è incarnata?"
      "Da lui..." e Niki più svelto indicò Mauro.
      "No, da lui... da lei..." disse Mauro di rimando.
      E incominciarono a ridere tutti insieme. Mauro ne approfittò per
fare il solletico a Niki che cominciò ad agitarsi. Purtroppo era sulla
linea di giunzione dei due letti e, con i suoi movimenti, li fece
allargare, precipitando ingloriosamente per terra, accompagnato dalle
risate dei compagni.
      Quando si ricomposero e sistemarono i letti, si era fatto tardi
un'altra volta e il sonno e la stanchezza prevalsero sulla voglia di
parlare. Spensero le luci e Niki fu il primo ad addormentarsi. Mauro se lo
strinse fra le braccia come se lo stesse cullando, poi anche lui lentamente
scivolò nel sonno. Improvvisamente si svegliò: aveva sentito Enrico
sospirare. Aprì gli occhi e vide che era ancora sveglio e li guardava.
      "Dormite sempre così voi?"
      "Tutte le volte che possiamo" gli sussurrò Mauro.
      Ad Enrico parve di non potere più aspettare, anche se sapeva di
non poter sperare nulla: "Mauro, io credo di volerti bene. Non come te ne
vuole Niki" si affrettò a spiegare "Lo so che sarebbe difficile per te,
ma non potresti volermene un poco anche tu?"
      Mauro era confuso da quella dichiarazione d'amore, ma non esitò un
momento: "Enrico, non posso.  Mi dispiace."
      "Buonanotte, scusami!" e si voltò.
      "Enrico..." capì che stava piangendo "Chicco, non devi innamorarti
di me. Non puoi. Non è giusto!"
      Enrico si voltò: "E perché non è giusto?" disse piangendo
"Non lo so quando è stato. Io non me lo ricordo neanche più. Anzi,
forse è stato sempre così. Perché dici che non sarebbe giusto? A
me sembra di volerti bene da sempre! Io ti amo da prima di lui!"
      E già parlandone capì quanto fosse irragionevole, ma, riuscire
finalmente a dirlo, gli servì per calmarsi e quasi smise di
piangere. Mauro l'accarezzò sulla guancia.
      "Forse hai ragione: non posso. Mi dispiace. Tu non potresti, lo
so. Non lo faresti. Non è vero?"
      "No, per nulla al mondo."
      "Perdonami..."
      Mauro l'accarezzò ancora.
      "Come l'invidio!" guardò Niki che aveva gli occhi chiusi e pareva
lontano nel suo sonno tranquillo, indifferente alla sua sofferenza "Gli
vuoi proprio bene?"
      "Si. Non riesco ad immaginare nulla per me che non sia anche per
lui."
      "Allora, un modo di amarti potrebbe essere volere bene anche a Niki?"
      "E tu lo faresti?"
      "Te l'ho detto che ti voglio bene" e baciò la fronte a Niki che si
mosse nel sonno stringendosi di più a Mauro.
      "Buonanotte, Chicco."
      "Buonanotte."
      E riuscirono miracolosamente a dormire in tre, quasi in un solo
letto, praticamente abbracciati, realizzando, almeno in sogno, ciò che
da svegli non avrebbero saputo fare, senza restarne turbati.
      Il giorno dopo visitarono la Cappella Sistina. Mentre erano soli,
stretti nella folla dei turisti, con il naso all'insù per guardare gli
affreschi, Niki bisbigliò a Mauro:
      "Vi ho sentiti ieri sera. Credevate che dormissi" fissò un angelo,
si concentrò su quella figura, sovrapponendola al volto del suo
innamorato "Anch'io, sentendovi parlare, pensavo fosse un sogno e invece
era vero. Ascoltavo te, il mio amore!"
      Per Mauro quelle parole furono come un bacio.
      Enrico trascorse con loro e ancora con Mauro tutta la giornata,
continuando a pendere dalle sue labbra. Li seguì ovunque, osservandoli e
godendosi la compagnia. Ai due piacque la sua presenza vivace e lui
rimpianse solo l'inevitabile esclusione dallo speciale sentimento che li
univa, anche se quelli lo coinvolsero nella loro vita di coppia, molto più
di quanto avessero mai fatto con chiunque altro.
      Giacomo, Eugenio e Alex erano troppo impegnati a godersi la gita
intessendo relazioni con tutte le ragazze e, una volta assicuratisi che
Enrico fosse in buona compagnia, non avevano più badato a loro.
      Anche quella giornata, come l'altra che l'aveva preceduta, trascorse
in fretta. Poi fu sera ed un tramonto a Roma può essere triste o
romantico, a seconda di come lo si vive e di chi si ha accanto. Può
essere soltanto un tramonto, simile a ciò che avviene ogni giorno, in
ogni posto, oppure può rappresentare qualche minuto di felicità, un
breve, intenso intervallo di tempo in cui si sente nel cuore un affetto,
una tenerezza nuova che si deve dividere con qualcuno. E, se non ci vuole
molto a rendere indimenticabili quei momenti, un'inezia può cambiarli,
distruggendo la suggestione dei colori, mutando irrimediabilmente lo
struggimento in malinconia.
      I ragazzi erano esausti, addossati alla balaustra della terrazza, uno
accanto all'altro.
      Spendendo gli ultimi spiccioli di forze, erano riusciti a salire fino
al grande balcone che domina su Piazza del Popolo e su Roma. Avevano
camminato per tutto il giorno e il tramonto li aveva colti a Villa
Borghese. Incuriositi dal panorama, si erano tutti affacciati, ma l'incanto
di Roma e la bellezza di quella vista avevano rapito soltanto alcuni di
loro ed erano rimasti in pochi a godersi la veduta e il tramonto. Tutti gli
altri, insensibili alla bellezza di quello che li circondava, erano andati
ad accasciarsi sulle panchine.
      Niki e Mauro erano tra quelli che guardavano lontano, oltre i palazzi
e i monumenti, al di là dei colli.  Non poteva essere
altrimenti. Entrambi rapiti da quell'incanto, si erano lentamente
accostati, le braccia attaccate, quasi a cercare, con l'estrema vicinanza,
di trasmettersi l'emozione che stavano provando. Niki si era mosso e
l'aveva un po' accarezzato. Mauro dapprima aveva assecondato quel
movimento, poi si era allontanato impercettibilmente e l'aveva guardato.
      "No, Niki" gli aveva mormorato.
      L'impossibilità di toccarsi come avrebbero voluto, quel tramonto
che lo stordiva con la sua bellezza, la stanchezza che lo illanguidiva fino
a fargli piegare le gambe, gli avevano fatto desiderare almeno di sfiorare
il suo innamorato e Mauro s'era sottratto, non aveva voluto.
      Sapeva che aveva fatto bene a richiamarlo alla realtà, capiva che
non potevano permettersi di accarezzarsi davanti a tutti, ma a quella
reazione provò una delusione tanto violenta che gli parve di non poter
respirare. Sentì montare dentro di sé un senso di ribellione che gli
fece odiare Roma, quel tramonto, tutti i suoi compagni, i professori e
tutti gli esseri umani che, con la loro presenza, gli impedivano di
accarezzare il suo innamorato. Quello che gli impedì di piangere fu di
scorgere un'assoluta serenità nel volto di Mauro, che vide illuminato
dalla luce rossastra.
      Nel tempo di quei pensieri il sole si era abbassato ancora ed era
ormai sul punto di scomparire.
      Si sentì immensamente triste, perché capì d'essere impotente
di fronte a quelle piccole, abituali ipocrisie. Mauro, del tutto ignaro di
quell'improvvisa amarezza, gli era ancora accanto e lasciava vagare il suo
sguardo rapito sul panorama di Roma. Era forse la prima volta che accadeva,
ma non s'era accorto della malinconia di Niki, né aveva notato il
repentino cambio d'umore, perciò, quando Enrico richiamò la sua
attenzione, lasciò Niki ancora affacciato e se n'andò verso la
panchina dove Chicco era seduto da solo.  Com'era sempre accaduto in quei
giorni, andò a fargli compagnia e si allontanò da Niki proprio nel
momento in cui il compagno si voltava verso di lui per rivelargli i suoi
tristi pensieri. Non si avvide che Niki chiedeva la sua attenzione,
distratto da Enrico che l'aveva chiamato per mostrargli qualcosa.
      E Niki provò un pungente senso di gelosia. Era un sentimento
insolito per lui, ma capì immediatamente di cosa si trattasse e si stupì
per la violenza con cui ne era stato assalito. Si voltò tornando ad
affacciarsi, a fissare un punto lontano: il cielo s'era ormai colorato
d'azzurro e di viola, di rosso nella zona dove era appena scomparso il
sole, ma lui non badò più a quello spettacolo, distratto dalle idee
che sentiva addensarsi nella sua testa e dalla sofferenza che queste gli
causavano. Forse Mauro s'era un poco stancato e s'annoiava a trascorrere
tutto il tempo da solo con lui. Cercava la compagnia degli altri ed
approfittava della presenza di Enrico. Era così che sarebbe andata a
finire? E tutte le loro fantasticherie? E le promesse che s'erano fatti?
Quei brutti sogni che s'addensavano, quelle scene che vedeva scorrergli
davanti agli occhi e la cui assurdità non riusciva neppure a sospettare,
lo isolarono dal mondo. I rumori ovattati che salivano dalla piazza molto
più sotto, le grida dei compagni dietro di lui: non ascoltò più
nulla che non fosse il rincorrersi, il tambureggiare di quelle idee nella
sua testa.
      Quando, dopo un minuto, Mauro gli tornò accanto, quasi non se ne
rese conto e rimase a fissare quel punto lontano, con gli occhi pieni di
lacrime. Era indispettito con Mauro che l'aveva lasciato solo. Era
infastidito, perché Enrico continuava a seccarli in ogni momento ed era
ormai più che geloso di tutte le attenzioni che, sempre più
frequentemente, Mauro riservava a quell'intruso.
      Inconsapevole e quindi incurante di quelle pene, Mauro gli tirò un
pizzicotto al fianco, cercando di richiamare la sua attenzione.
      "Un cent per i tuoi..." cominciò a dirgli, ma Niki si raddrizzò
e, senza neppure guardarlo, si allontanò, andandosene verso gli altri
compagni.
      Voltandosi però, Niki posò lo sguardo su Enrico, seduto a gambe
incrociate su una panchina, col mento appoggiato sui pugni chiusi. Notò
che anche lui guardava lontano. In un attimo comprese che, come lui, anche
Enrico doveva essersi sentito triste e che era disperatamente solo, molto
più solo di com'era lui.  Quel ragazzo non aveva davvero nessuno, a
parte Mauro, che potesse consolare la sua tristezza, quella speciale
malinconia che Niki conosceva tanto bene per averla vissuta fino a qualche
mese prima.
      In un attimo comprese quanto fosse ingiusto provare gelosia per
Enrico. La collera che provava si dissolse e, invece di andare verso gli
altri ragazzi, si diresse verso di lui. Andò a sederglisi accanto, si
mise come lui a gambe incrociate e cominciò a chiacchierare. Qualunque
cosa fosse, ciò che gli disse fece sorridere Enrico e poi lo fece
ridere.
      Mauro era ancora ignaro di tutti quei pensieri. L'aveva visto
allontanarsi e non gli era sfuggita la stizza con cui si era
raddrizzato. Non immaginando alcun motivo per cui Niki avesse potuto
arrabbiarsi, aveva continuato a guardarlo solo un po' incuriosito, poi si
era voltato ed era tornato a contemplare il cielo rosso cupo e qualche
nuvola che lo popolava. Quel cielo rosso gli aveva ricordato certi tramonti
visti dal tetto della villotta, d'estate, quando lo scirocco spingeva le
nuvole e le sfilacciava, prima che il sole calando le incendiasse.
      Poi Niki tornò verso di lui.
      Si sentiva in colpa, perché, se la rabbia che aveva provato era
già sparita, il ricordo dei pensieri che l'avevano provocata era rimasto
integro ed ora lo angustiava.
      "Mi perdoni?" gli mormorò in un orecchio, senza spiegarsi.
      "E perché? Per cosa? Che hai fatto?" gli chiese Mauro ridendo.
      "Non posso dirtelo!"
      "Ti prego!" e Mauro, sempre scherzando, fece l'atto d'inginocchiarsi
"Lo sai che io sono tanto..." e non lo disse, ma sollevò le palpebre,
ammiccando.
      "Non è niente di importante. Adesso è passato, ma tu mi
perdoni?"
      E Mauro, già commosso dal tono della domanda, non badò più
al motivo della richiesta, ma si affrettò ad esaudirla:
      "Si! Sempre. Qualunque sia la tua colpa. Qualunque cosa accada!" gli
disse "Ma non vuoi proprio dirmi perché dovrei perdonarti?" gli chiese
ancora, tornando a sorridere.
      "Perché ho provato gelosia e me ne dispiace" gli si fece più
vicino e gli bisbigliò tutto, ma proprio tutto in un orecchio.
      Mauro si guardò attorno, sorrise e poi si fece serissimo: "Devo
assolutamente darti una cosa. È quello che ti meriti! Non osare muoverti
da qua!"
      E glielo disse con una tale faccia che Niki rimase un po'
interdetto. Gli parve di capire che quelle parole e quel tono burbero
potessero nascondere uno scherzo, ma non ne fu per niente certo.
      Mauro corse verso il gruppo dei professori a chiedere il permesso di
allontanarsi per comprare un gelato, poi tornò verso Niki, l'afferrò
per un braccio. Corse tirandoselo dietro verso il chiosco che era nella
piazza, ma deviò improvvisamente, saltando in un'aiuola coperta di
cespugli che delimitava la terrazza.
      A quell'ora, terminato il tramonto, oltre la cortina di siepi, si
erano create alcune zone di penombra, quasi di buio, e Mauro si fermò
dietro una pianta altissima di bosso.
      "Qui è come nel labirinto, Niki: si può vedere, ma non si è
visti! Sei pronto? Chiudi gli occhi!" e lo baciò sulle labbra.
      Era il bacio del perdono, ma Niki socchiuse la bocca e il loro bacio
si fece più appassionato. Si persero nel gioco che avevano fatto tante
volte, finché qualcuno non passò troppo vicino, tanto da svegliarli,
perché, sognando di essere soli, avevano creduto di esserlo davvero.
      Quella era l'ultima sera della gita e si riunirono, facendo un po'
tardi, in uno dei saloni dell'albergo a festeggiare. La gita era stata
divertente per tutti e c'erano molti motivi per essere allegri. Ad Enrico
era stata particolarmente utile, ma pur essendone consapevole, quella sera
era infelice. Sentiva un nodo alla gola ed una tristezza che neppure la
chiassosa allegria dei compagni riusciva a scacciare. Fu Niki, più di
Mauro, a stargli vicino, cercando di strapparlo a pensieri che conosceva e
comprendeva molto bene.
      Era molto tardi quando rientrarono in camera, ma, come per un tacito
accordo, risistemarono i letti come avevano fatto la notte
precedente. Erano distrutti dalla stanchezza per la giornata lunghissima
che avevano trascorso e che era la terza di tre giornate durante le quali
avevano soprattutto camminato. E quando non avevano camminato avevano corso
o si erano rincorsi, oppure avevano giocato al pallone.
      Stavano per crollare addormentati, quando Enrico parlò:
      "Mi daresti un bacio, Mauro? Intendo un bacio vero. Per favore."
      A Mauro parve che quello espresso da Enrico fosse l'ultimo desiderio
di un condannato, di chi aspira a qualcosa che non potrà mai più
avere. Tanta era disperazione che intese in quella richiesta. Desiderò
subito di assecondarla, ma attese che Niki gli facesse un cenno.
      E Niki, posatagli la mano sulla spalla, lo spinse verso Enrico.
      Aveva compreso ed accettato di esaudire quel desiderio, ma aveva
dovuto pensarci per un momento di più. L'idea che Mauro baciasse
qualcuno gli procurava una fitta di dolore che non riusciva proprio ad
ignorare, nonostante quello che si erano detti davanti al mare aperto
parlando di Claude. Forse perché Claude era lontano mille miglia ed
Enrico era là.
      La serenità del loro amore però l'aveva soccorso: Enrico
soffriva, il suo corpo rivelava ciò che lui non riusciva ad
esprimere. Niki poté vederlo.
      Loro due in qualche modo potevano aiutarlo. E gli bastò questo
pensiero per scacciare ogni remora.
      Mauro si tirò su, inginocchiandosi sul letto ed aiutò Enrico a
liberarsi dalle coperte. Anche Niki uscì dal letto.
      Stava per accadere un fatto nuovo: stava per baciare un'altra persona
e Niki sarebbe rimasto a guardare. Pur sapendo che il compagno aveva già
accettato e compreso quel gesto, s'avvicinò ad Enrico col timore
d'offendere il suo Niki.
      Si scoprì eccitato. Era certo di esserlo soltanto perché Niki
era accanto a lui, ma temette che si potessero travisare le sue
intenzioni. Ebbe paura, ma la sua incertezza durò soltanto un attimo,
solo il tempo di sperare che Niki comprendesse il suo gesto. Senza una
parola posò le mani sulle spalle di Enrico.
      Si fissarono, concentrati.
      Poi Mauro l'avvicinò a sé, gli spinse la testa fino a posare le
labbra sulle sue. Lentamente aprì la bocca e lo sfiorò con la
lingua. Enrico era tremante, ma comprese e schiuse le labbra, accogliendo
la lingua di Mauro. Si fecero più vicini e si strinsero in un abbraccio.
      Mauro lo baciò con amore, ad occhi chiusi, come se fosse Niki e
quello fu il suo unico pensiero. Enrico l'assecondò, paralizzato
dall'emozione. Si riscosse solo quando Mauro, dopo un poco, si sciolse
dalla sua stretta.
      Niki aveva assistito alla scena come in sogno: gli era parso quasi di
non essere presente, tanto era il distacco che si era imposto, perché
Enrico avesse ciò che desiderava e che Mauro poteva dargli.
      "Chicco!" mormorò Mauro e l'accarezzò allontanandosi.
      Enrico chiuse gli occhi e li riaprì: "Ti prego..." e non si mosse.
      Il suo corpo chiedeva ancora qualcosa, in modo molto evidente.
      Era soltanto un'altra briciola, un poco d'amore, quello che Enrico
stava implorando e Niki accettò senza esitazioni che il suo compagno,
per qualche momento, amasse un'altra persona. Li accarezzò insieme, poi,
perché Mauro capisse che lui avrebbe accettato, che non se ne sarebbe
offeso, gli si accostò per baciarlo, poi lo avvicinò un'altra volta
verso Enrico.
      Erano uno di fronte all'altro, in attesa. Enrico tremava, Mauro lo
spinse fino a farlo stendere sul letto, gli accarezzò la faccia. Fece
correre le mani lungo il corpo, gli sfiorò il sesso che tendeva il
tessuto sottile del pigiama, glielo strinse delicatamente. Enrico
tratteneva il fiato, immobile disteso davanti a lui, osservava ogni
mossa. Mauro si voltò a baciare ancora Niki sulle labbra, poi si sfilò
il pigiama e si chinò a baciare gli occhi di Enrico. Gli accarezzò la
faccia, lo spogliò lentamente. Enrico l'assecondò con i suoi
movimenti. Mauro scese con le labbra a sfiorargli i capezzoli piccolissimi
e gli toccò ancora il sesso. Poi l'abbracciò stretto, quasi
sollevandolo, per quanto era leggero.
      Gli si stese sopra e insieme cominciarono a muoversi. Capì subito
che Enrico stava per godere. Per sé avrebbe cercato, di non farsi
vincere dalla foga, perché il suo piacere doveva essere solo per
Niki. Lo baciò e continuò a farlo, muovendosi con lui, fino a che
Chicco non ebbe calmato l'ultimo spasmo. Allora si tirò su e tornò ad
abbracciare Niki. Lo attirò a sé, cercò la sua bocca e lo strinse
forte. Per troppi giorni erano stati vicini senza potersi neppure
toccare. Quella stessa sera, nascosti dalle siepi, si erano baciati,
sfiorati, accarezzati, ma doversi staccare era stato un
supplizio. Lasciarono che tutto li travolgesse, com'erano là,
inginocchiati sul letto. Lui nudo e bagnato del seme di Enrico, Niki con
indosso il pigiama.
      Enrico se ne stette là a guardarli, mentre calmatisi continuavano
a baciarsi. Comprese l'immenso regalo che quei due erano riusciti a fargli:
erano suoi amici e per amor suo gli avevano donato se stessi.  Provò
un'emozione grandissima, intenerito da tanto affetto. Pensò che non
avrebbe mai trovato le parole per descrivere ciò che aveva provato in
quei momenti e tutta la gratitudine che provava verso quei due.
      Poi Niki ruppe l'incantesimo. Si guardò davanti: "Mi hai bagnato e
ho solo questo pigiama" disse ridendo.
      "Guarda che là c'è anche un po' di roba tua!" lo corresse
Mauro.
      "Beh, sì! A voler essere pignoli... e tu lo sei, non è vero? Ma
anche voi siete un poco umidi: vado a prendere degli asciugamani."
      Saltò giù dal letto e volò nel bagno. Come sempre, durante
quei giorni, per una volta ancora, lasciò che Enrico fosse solo con
Mauro nel momento in cui, forse, aveva bisogno di confidargli qualcosa che
non avrebbe mai potuto dire in sua presenza.
      Enrico non disse nulla e prese la mano di Mauro. L'attirò a sé,
la baciò, ma Mauro si chinò a sfiorargli la fronte con le lebbra e
quel bacio, che era solo d'affetto e soltanto quello, rappresentò la
conclusione della gita e la fine, per Enrico, del suo amore per Mauro.
      Non che avesse mai osato sperare qualcosa per sé, ma quel bacio,
quelle labbra sulla fronte e non sulla bocca, significarono per lui che
Mauro l'avrebbe sempre considerato come un amico e che non si sarebbe mai
più verificato quello che era appena accaduto.
      Guardò il suo eroe: avrebbe cercato un compagno come quello, ma fu
anche certo che non avrebbe mai trovato una persona come lui. Si consolò
pensando che, almeno, aveva due alleati eccezionali che l'avrebbero sempre
protetto e consigliato.
      Niki tornò con due asciugamani che passò anche a loro. Saltò
sul letto e riprese a guardarsi il davanti dei calzoni su cui spiccava una
larga chiazza umida e appiccicosa.
      "E adesso come faccio?" si chiese sconsolato.
      Mauro ed Enrico, mentre si asciugavano e si rivestivano, presero a
ridacchiare, allora Niki si decise a sfilarsi i pantaloni e a sostituirli
con un paio di slip.
      "Stanotte avrò freddo alle gambe!"
      "Ed io ti riscalderò" gli disse Mauro condiscendente, attirandolo
a sé. Sollevò la testa, guardò Enrico e si decise a rivelargli un
segreto: "Non aver fretta a sposarti, Chicco. E stai attento a scegliere!"
      Niki lo fece tacere con un bacio, poi baciò anche Enrico.
      "Buonanotte!" si dissero e fu finalmente ora di addormentarsi.
      La loro vita normale sarebbe ripresa presto: per Enrico sarebbe stata
un poco diversa, forse migliore e a questo avevano contribuito loro due con
tutto l'amore di cui erano stati capaci e non era poco. Scivolando nel
sonno, fecero quasi lo stesso pensiero: avevano regalato una briciola del
loro amore e questo aveva reso felice un amico. Si realizzava così uno
dei desideri che Mauro aveva espresso nel suo tema.

      Tornando a casa Niki trovò una sorpresa sgradita e si prese anche
uno spavento. Dopo l'operazione della mamma, si era persuaso che lei fosse
completamente guarita, e che perciò nulla di brutto potesse mai più
accadere ai suoi cari. E invece sua madre doveva tornare in America per
delle cure particolari, perché durante la sua assenza, aveva avuto dei
disturbi e i cardiologi si erano dichiarati impotenti di fronte ad una
fibrillazione che non riusciva a tornare a posto. Forse solo a Boston,
avevano detto, avrebbero potuto rimettere 'in sintonia' quel cuore
aritmico.
      Quando gliene aveva parlato, suo padre aveva tentato di scherzarci
sopra: "È come se tua madre, per la prima volta nella sua vita, stesse
emettendo una nota stonata. E questo, per un'arpista, è davvero molto
grave."
      In ogni caso, lei era ancora ammalata e la paura era tornata a
spaventare Niki, perché quella storia non gli era piaciuta per niente, e
si era subito sentito ripiombare nell'inferno dal quale credeva d'essere
uscito definitivamente prima di Natale. Ancora meno, poi, aveva gradito la
notizia, quando aveva saputo che sarebbe toccato a lui di accompagnare sua
madre in America, perché il papà, in quei giorni, non poteva
assentarsi dall'università.
      Alle preoccupazioni per la salute della mamma, a quell'incubo
ritrovato, s'aggiungeva quindi il dolore della sua prima separazione da
Mauro, una situazione alla quale non era per nulla preparato. Star lontano
da Mauro per una settimana significava per lui trascorrere in apnea tutto
quel tempo, trattenere il fiato e contare i giorni, le ore e i minuti che
lo separavano dal rivederlo. Questo gli accadeva già quando si
lasciavano per il pranzo e si ritrovavano per studiare, e non erano che due
ore. Oppure quando si salutavano di sera, prima di tornare alle loro case,
sapendo di ritrovarsi il mattino per andare a scuola, anche se questo
succedeva solo quelle sere in cui non trovavano una buona scusa perché
dormissero assieme.  Da quell'ormai lontano pomeriggio di novembre non
s'erano più separati per più di una notte: avevano condiviso l'aria
che respiravano e ogni cosa che la vita gli aveva riservato. Ora però
era necessario che facessero un sacrificio, un distacco breve e limitato
che Niki, con lo spirito drammatico che sapeva d'avere, stava già
vivendo come un'irrimediabile tragedia.
      La mamma, mentre gliene parlava, l'accarezzava, cercando di
consolarlo:
      "Lo so che ti causerà dolore separarti da Mauro, ma sarà solo
per qualche giorno. Sarà solo una settimana. Mi dispiace farvi fare
questo sacrificio, ma mi spaventa troppo dover viaggiare da sola."
      "Mamma, ti prego. Non te l'avrei mai fatto fare!" e dicendoglielo,
con le lacrime agli occhi per la commozione, si sentì grande e
responsabile, ma dentro di sé sapeva bene di stare per piangere e di
essere disperato per la separazione imminente.
      Passò la notte a rivoltarsi nel letto, non sperando neppure di
dormire, perché aveva paura di sognare.  In uno dei periodi di sonno
ebbe un incubo in cui c'erano sua madre gravemente ammalata e Stephan il
cui ricordo e la cui ombra sapeva di dover ritrovare ad ogni passo che
avrebbe mosso a Boston. E dal fondo della disperazione in cui quel brutto
sogno l'aveva gettato, sentiva che Mauro aveva bisogno di aiuto, perché
gli era accaduto qualcosa di tremendo. Mauro lo chiamava e lui non poteva
muoversi per salvarlo, perché qualcosa lo tratteneva, perché si
trovava troppo lontano, era in America.
      E quando si svegliò dopo quella notte orribile, decise che non
sarebbe tornato senza Mauro sulla tomba di Stephan. Non avrebbe mai osato
farlo.
      Così, la mattina del rientro a scuola dopo la gita, Mauro se lo
vide arrivare al loro angolo con la faccia triste. Niki glielo disse tutto
d'un fiato:
      "Mamma non sta bene con il cuore. Ha qualche problema. Non è
grave, non ti preoccupare. Ma ha bisogno di cure che qui, in Italia, non
possono darle."
      Mauro, che aveva già saputo da sua madre una parte della storia,
era pronto a consolarlo, ma Niki gli rivelò anche che toccava a lui
accompagnare sua madre: "Dovrò andare con lei a Boston, perché papà
non può lasciare l'università. Partiremo domenica mattina."
      Mauro non sapeva a cosa rivolgere prima il suo dispiacere. Sua madre
lo aveva rassicurato sul fatto che, per la mamma di Niki, andare a Boston,
era poco più che una precauzione, perciò cominciò ad angustiarsi
per la separazione di cui lui e Niki avrebbero sofferto.
      "Ho pensato subito che ci potevi venire anche tu in America, ma i
tuoi certamente non ti permetterebbero di perdere una settimana di scuola"
spiegava Niki ad un Mauro ormai intristito che continuava a camminare con
gli occhi bassi "e papà non può proprio lasciare
l'università. Devo per forza andarci io e non ti voglio lasciare! Non
voglio!"
      Gli prese il braccio e glielo strinse, come per impedirgli
d'allontanarsi.
      "Accidenti" Mauro tirò un calcio formidabile ad un'incolpevole
lattina, vista per terra, davanti ai piedi, ma quello fu il suo unico moto
di stizza, perché si rese subito conto che, se Niki stava per piangere,
anche lui l'avrebbe fatto. Niki aveva bisogno del suo conforto e lui
l'avrebbe consolato
      "Non ti dimenticherai di me? Non è vero? Perché proprio io?
Un'altra volta papà ha piantato tutto e l'ha accompagnata, perché non
lo fa ora?"
      Allora Mauro si rimboccò mentalmente le maniche e provò a
spiegargli, convincendolo, che quella separazione sarebbe durata tanto poco
tempo da non accorgersene e non sarebbe stata una tragedia, dandogli, per
quanto possibile una ragione ed un conforto.
      "Perché sei cresciuto. Perché si fidano di te. Perché sei
diventato grande ed ora puoi accompagnare tua madre. Sei vecchio, insomma."
      "Lo so, l'ho capito, ma non voglio lasciarti lo stesso. Ti ricorderai
di me anche quando io non ci sarò?  È vero che non mi dimenticherai?"
      "Si" mormorò Mauro, oppresso da tutta la tristezza che il pensiero
della separazione gli dava. Poi si scosse, si rese conto che ormai a Niki
stavano per sfuggire le lacrime e capì che rischiava di farlo anche lui
se lasciava che l'altro continuasse a lamentarsi. Gli sorrise: "Farò uno
sforzo per non dimenticarmi di te, di come sei fatto, specialmente lì" e
ammiccò verso il basso, ma aveva gli occhi lucidi all'idea di separarsi
dal suo innamorato per un'intera settimana. Come avrebbe fatto a
sopravvivere?
      Quel giorno a scuola i ricordi e l'eccitazione residua della gita
riuscirono a distrarli un poco, solo un poco, perché, ad ogni sguardo
che si scambiavano, ognuno leggeva negli occhi dell'altro la tristezza
della separazione imminente.
      "Ti telefonerò ogni sera alle dieci. Intendo dire alle dieci per
l'Italia. Però, se devi uscire, esci lo stesso" e abbassava gli occhi
nel dirlo.
      Glielo aveva ripetuto troppe volte perché non lo prendesse in
giro:
      "E se già domani sera non dovessi trovarmi? 'Oh, Niki, mi
dispiace: Mauro è uscito. È da un po' che è fuori ormai. Non so
proprio dove sia andato, né quando tornerà!' Sento già la voce di
mia madre dirti così.  Poi lunedì, al telefono risponderà Michele
'Niki? Ah, ma tu sei quell'amico di Mauro. No, no, Mauro non c'è.
Ciao'. Martedì sarà la volta di papà 'Niki, chi?'. Tu sai com'è
fatto mio padre: lui dimentica facilmente!"
      "Ti stritolo, ti riduco in poltiglia!"
      Niki lo aveva stretto in una morsa con le braccia, tanto che Mauro
quasi non respirava più. Erano alla villotta, di sabato pomeriggio, il
giorno precedente la partenza. Avevano appena fatto l'amore. Prima avevano
giocato un po' con il pallone, poi Mauro aveva preso in giro Niki e si
erano rincorsi nel terreno.
      Erano andati a buttarsi sotto i pini e Niki l'aveva raggiunto e
abbracciato. Avevano cominciato a rotolarsi sul tappeto d'aghi, eccitandosi
per la vicinanza, al contatto tra i loro corpi. Era stato Niki a fare
correre le sue mani fino a togliergli tutti i vestiti.
      "Dovrò ricordarmi di come sei fatto quando sarò lontano. Fatti
guardare" e lo aveva esplorato minuziosamente, come se già non
conoscesse ogni centimetro di quel corpo. E poi era stata la volta di Mauro
a godersi con gli occhi il corpo di Niki. Si erano amati, come facevano
spesso, prima con gli sguardi, poi l'eccitazione che non erano riusciti più
a trattenere era esplosa, finalmente acquietandoli.
      E poi, dopo che si erano rivestiti, Niki aveva ripreso a parlare di
appuntamenti telefonici e Mauro non ce l'aveva più fatta ed aveva
cominciato a scherzarci sopra. Avevano cominciato a lottare un'altra volta,
finché Niki non s'era fermato, liberandolo dalla sua stretta. Gli si era
accoccolato contro e Mauro l'aveva abbracciato. Erano rimasti così ad
ascoltare i rumori della campagna: le rondini con i loro voli nervosi,
qualche gazza più sfacciata che saltellava non lontano, un fruscio più
vicino, forse una lucertola, il motore di una motocicletta che passava su
una strada lontana, un aereo che era appena decollato da quell'aeroporto
che era troppo vicino perché potessero dimenticare la partenza
imminente.
      Attesero che cominciasse a fare buio e se ne tornarono in città,
stretti stretti sul motorino. Niki abbracciava da dietro Mauro che a fatica
cercava di guardare davanti a sé. Entrambi non desideravano altro che di
poter chiudere gli occhi e di svegliarsi il sabato successivo, quando,
secondo i programmi, tutto sarebbe finito.
      Niki e la mamma se ne andarono come previsto e all'aeroporto li
accompagnarono il papà e Mauro che cercavano di farsi forza e
soprattutto di fare forza ai due partenti.
      Mauro passò la domenica alla villotta, dove fu ospite anche il
papà di Niki. Erano due anime in pena e se il professore si distrasse un
poco godendosi la conversazione dell'altro papà, il ragazzo vagò
triste e sconsolato fra gli alberi, intrecciò aghi di pino, quegli
stessi sui quali, il giorno prima, aveva fatto l'amore con Niki per
l'ultima volta.
      Già a metà mattinata non ce la fece più a stare là e se
ne andò verso San Martino. Salì sul tetto della chiesa e di lì
andò fino in cima alla torre a guardare il mare, verde e azzurro, che si
vedeva in lontananza.
      Presto sarebbe venuta l'estate, ma per quell'anno il suo mare sarebbe
stato l'oceano: chissà se avrebbero fatto i bagni e quali programmi
aveva il nonno per la loro estate americana. Forse per lui ci sarebbero
stati dei corsi d'inglese in qualche college e per Niki qualcos'altro, ma
restando sempre vicini. Era indispensabile che perfezionasse il suo inglese
se voleva restare accanto a Niki per sempre.
      Restargli accanto, che pensiero: in quel momento l'amico stava già
volando sopra l'oceano e s'allontanava a mille chilometri l'ora.
      Appoggiò la testa sul parapetto, toccando con la guancia le pietre
che secondo suo padre erano lì dal medioevo, almeno da ottocento anni,
da un'eternità.
      "Niki, dove sei?" disse a se stesso a voce un po' alta "Già mi
manchi!" gridò poi, all'aria davanti a sé.  Sei giorni: era quella la
vera eternità.
      Pensò che, se sulla torre al suo posto ci fosse stato Niki, a quel
punto avrebbe certamente pianto, ma a lui non era mai riuscito liberarsi
del dolore con qualche lacrima che gli scivolasse lungo la guancia. Chiuse
gli occhi ed immaginò di baciare Niki sulla gota umida, consolandolo
come aveva fatto tante volte, anche se ora era lui ad avere bisogno di
qualcuno che lo confortasse.
      Provava, per la prima volta nella sua vita, lo strazio della
solitudine e toccò anche a lui condividere quello stato d'animo che Niki
tante volte gli aveva descritto: molte sue giornate, gli aveva raccontato,
erano scivolate via alla ricerca di una persona con cui parlare, di
qualcuno con cui sorridere. Mauro in quel momento aveva per conforto la
certezza di essere da solo per un tempo limitato. Niki invece, per anni, da
quando aveva cominciato ad esserne cosciente, aveva vissuto la propria
esclusione dal mondo quasi come un destino ineluttabile. Ma ora Niki non
era più solo e avrebbe avuto sempre lui a confortarlo con la sua
compagnia.
      Pensò che forse Niki, più esperto di solitudine e di tristezza,
stesse soffrendo di meno per quella separazione, ma lui, in quel momento,
sapeva unicamente che, durante quella settimana, il tempo si sarebbe
fermato, lasciandolo soffrire, da solo, come non era mai stato: per la
prima volta nella sua vita.
      Tutti questi pensieri cominciarono a girargli in testa, mentre con lo
sguardo seguiva delle gazze che, sotto di lui, volavano da un albero
all'altro, toccavano il terreno, zampettavano e poi saltavano su un ramo.
      "È solo una settimana, anzi, una settimana meno quattordici ore e
passerà!" disse a voce abbastanza alta, ma si sentì sciocco a gridare
agli uccelli dal tetto della torre. Ma lui era matto, anzi, a pensarci
bene, era un mezzo matto, perché si ricordò di cosa aveva scritto nel
tema a proposito del suo essere soltanto una metà. In quel momento, più
che mai, si sentiva una mezza persona con un braccio, una gamba, un occhio,
mezzo naso. Cominciò a saltellare attorno su un piede, con un occhio
chiuso, reggendosi al parapetto con una sola mano: anche nell'animo si
sentiva così.
      Si accoccolò, si strinse forte le ginocchia fra le braccia e provò
ad annusare il proprio odore, quello che lui ovviamente non percepiva, ma
che Niki diceva di riconoscere da lontano, come fosse un segugio.
Quell'odore che Niki certe volte chiamava 'il profumo di maschio'. Lui,
Niki, invece, odorava solo d'amore, una fragranza che Mauro conosceva molto
bene. Si tirò su, perché sentiva crescergli dentro un'eccitazione che
non gli piaceva, una sofferenza particolare alla quale non doveva piegarsi,
ma che non avrebbe saputo contrastare se fosse cresciuta ancora.
      Si alzò risolutamente, scacciando quei pensieri e le lacrime che
non sarebbero mai uscite, perché sarebbero rimaste dentro di lui,
assieme al desiderio che stava montando. Perché, si disse, amare Niki in
quel momento, voleva dire saperlo attendere, anche se era lontano, anche
per una settimana. E vinse quella malinconia, soprattutto perché non era
nel suo carattere piangere su se stesso. Sapeva, per un'innata coscienza,
che commiserandosi avrebbe solo amplificato la sofferenza.
      Se ne tornò mogio alla villotta, da sua madre, la quale con un
semplice sguardo avrebbe diagnosticato la sua malattia e avrebbe saputo
distrarlo, curando in qualche modo quella tristezza. Gli avrebbe
sicuramente chiesto di fare qualcosa d'impegnativo e di stancante.
      Le andò incontro cercando il suo aiuto. Lei era seduta all'ombra,
davanti alla portafinestra della cucina.
      La mamma se lo vide arrivare con le mani nelle tasche dei pantaloni e
la testa incassata. Prima di raggiungerla aveva tirato calci a qualche
pigna secca, poi s'era diretto risolutamente verso di lei:
      "Vuoi che faccia qualcosa, non hai bisogno di nulla?"
      "Siediti qui! Stai un po' con me" Mauro si sedette ai suoi piedi,
appoggiandole la testa sulle gambe "povero Pisellino, povero Pisellino
triste" e l'aveva accarezzato fra i capelli.
      Quando i suoi figli erano diventati tre, lei aveva preso a chiamarli
Piso, Pisello e Pisellino. E lo faceva senza ritegno, anche se i ragazzi,
crescendo, avevano protestato perché ritenevano quei soprannomi poco
decorosi, specie se utilizzati al di fuori della famiglia o, peggio, se i
loro compagni ne avessero sospettato l'esistenza. Quei nomignoli erano il
segreto meglio custodito in famiglia e Niki era praticamente l'unico
estraneo a conoscerli. Ma la mamma non se n'era mai curata, aveva atteso
che crescessero abbastanza per spiegargli che le parole in sé erano
sempre vuote, ciò che contava era il senso che le si dava. E, in genere,
alle loro proteste, ricorrendo a Manzoni, citava una famosa massima, con
cui cercava di spiegare a ciascuno dei tre che l'ingenuità di quei
nomignoli era pari, nelle sue intenzioni, alla loro innocenza.
      "Mi sento solo, mamma."
      "Quando accade quello che è capitato a voi due, si corre sempre il
rischio di non saper più stare da soli, ma, vedrai, il tempo passerà
velocemente e, prima di rendertene conto, Niki sarà già tornato."
      "Ma sono sei giorni, il che vuol dire almeno centocinquanta ore, più
di novemila minuti" sorrise "ma è un'eternità, mamma!"
      "Allora, sai ancora fare le moltiplicazioni?"
      Mauro si raddrizzò immediatamente, perché quella era una
sfida. Con la mamma aveva sempre giocato con i numeri. Lei glieli aveva
subito insegnati, non appena aveva capito che il suo terzo figlio, a
neppure quattro anni, prestando attenzione alle lezioni dei fratelli,
sbirciando nei loro quaderni, era in grado di contare, fare le quattro
operazioni e apprendere velocemente ogni stranezza di quel gioco
nuovo. Così, mentre suo marito gli insegnava a riconoscere quei ventisei
strani segni che servivano a comporre le parole, lei gli aveva rivelato il
mistero dei numeri e Mauro aveva subito imparato a contare, a fare
addizioni e sottrazioni, e poi crescendo moltiplicazioni e divisioni sempre
più complesse, senza bisogno di carta e penna. Le radici quadrate per
lui non avevano più segreti già in seconda elementare e la geometria
aveva spesso sostituito le costruzioni nei suoi giochi.
      Ora lei lo stava sfidando ad una gara di moltiplicazioni sempre più
complicate. Avrebbe vinto quello che per primo fosse riuscito a mettere in
difficoltà l'avversario aumentando la complessità delle operazioni.
Era un gioco che, quando Mauro era più piccolo, facevano sempre, un
gioco dal quale erano tutti esclusi, in cui solo lui e la mamma, avendone i
mezzi, potevano cimentarsi.
      "Cinquantasei al quadrato?" la mamma cominciava sempre con operazioni
semplici, ma non c'era da fidarsi, presto sarebbe arrivata da domanda
difficile.
      "Tremilacentotrentasei" la risposta di Mauro fu immediata "settantuno
per quarantasette?"
      Andarono avanti così, finché furono interrotti dai due papà
che tornavano da una lunga passeggiata nei dintorni della villotta:
"Pitagora e Archimede non avrebbero saputo fare di meglio" disse il papà
di Mauro all'amico "mia moglie e mio figlio trascorrono molto del loro
tempo esercitando la mente."
      "Allora per pranzo avremo solo moltiplicazioni? Oppure ci sarà
qualcosa di meglio?" il papà di Niki s'era subito preoccupato.
      "La scala di valori applicata in famiglia prevede l'intangibile
primato del nutrimento del corpo. La cultura, alimentando soltanto l'anima,
attende disciplinatamente il proprio turno" lo tranquillizzò subito
l'amico.
      Mauro aveva seguito divertito il dialogo, anche se quando aveva visto
avvicinarsi il padre di Niki aveva sentito una stretta allo stomaco, ma la
cura della mamma aveva avuto il suo effetto e l'aveva distratto
efficacemente dalla sua pena, forse per il resto della giornata.
      La prima telefonata di Niki, quella sera, fu rasserenante per quel
che riguardava il viaggio e la salute di Arleen, ma immalinconì
ulteriormente Mauro che stava ad aspettarla già da qualche tempo. Quando
squillò il telefono, l'afferrò battendo Michele il quale, come lui,
attendeva una telefonata. Ma non riuscì a parlare, perché Niki lo
travolse:
      "Mauro, siamo arrivati, mamma sta bene e il nonno, prima ancora di
salutarmi mi ha chiesto perché tu non fossi con noi e io stavo per
mettermi a piangere" Mauro immaginò gli occhi lucidi che Niki doveva
avere anche mentre gli parlava "il nonno era davvero convinto che ci fossi
anche tu e..." altra pausa e Mauro, più che sentirlo per telefono, vide
nella mente lo sforzo fatto da Niki per non piangere "anch'io l'avrei
voluto. Mi ha detto di non tornare più qui senza di te. E non accadrà
mai più, te lo giuro..." Niki doveva avere ingoiato parecchie lacrime
prima di riprendere a parlare "Sai, in aereo sono stato quasi sempre con
gli occhi chiusi, facevo finta di credere che tu fossi accanto a me. Lo sai
quante ore mancano al nostro ritorno?"
      "Si!" riuscì a dire e si sorprese di poter parlare
      Il riudire la voce del compagno, sapendolo così lontano, lo faceva
sentire molto strano. Provava un misto d'eccitazione, di dolore e di
ansia. Voleva che quella telefonata finisse quanto prima e, allo stesso
tempo, sperava che Niki non smettesse di parlargli fino al suo
ritorno. Aveva gli occhi lucidi, un groppo alla gola e forse avrebbe pianto
davvero se dietro di lui non ci fosse stato suo fratello a tirargli
pizzicotti e a dargli fretta.
      Niki gli disse ancora qualcosa del viaggio e lui gli raccontò di
San Martino. Erano parole segrete che dovevano dirsi e il parlarsi in
inglese, escludendo Michele, rendeva ancor più intimo il loro dialogo:
      "... and I started yelling madly. I only felt half: do you remember
my composition? And I began to talk alone!"
      "Sei proprio scemo" ridacchiò Niki.
      "You too. Do you think it's normal to travel up to Boston with your
eyes closed? Who's more dum?"  Mauro con una mano cercava d'allontanare
Michele, ma era anche contento di quella presenza molesta, perché gli
impediva di concentrarsi sulla stretta che sentiva allo stomaco e alla
gola, una sensazione fisica di dolore che non aveva mai provato e che,
allora lo capì, era la privazione, la pena della lontananza.
      Niki si rifece serio: "Da quando ti ho lasciato vedo il mondo in
bianco e nero..."
      Ma Michele non voleva più attendere e Mauro fu costretto a
chiudere la telefonata con Niki: "I have to hang up, there is Jack-ass"
chiamavano Michele Jack-ass, cioè asino, da quando aveva avuto una
pagella poco lusinghiera per il primo quadrimestre "he is waiting for a
phone call from some other crazy freak and he's starting to get mad. He's
threatening to cut the line. Bye!"
      "A domani, a quest'ora. Mi manchi..."
      Quasi non sentì le ultime parole di Niki, perché Michele staccò
davvero la spina del telefono.
      Si allontanò facendogli le boccacce e questo piccolo diversivo
contribuì a distrarlo, consentendogli d'addormentarsi senza
piangere. Anche se, una volta sotto le coperte temette per un momento di
non prendere sonno, ma la sua età lo soccorse e facendolo piombare
immediatamente in un sonno senza alcun sogno che dovesse ricordare.
      Niki, viaggiando con la mamma, non aveva potuto mostrare la tristezza
e la disperazione che aveva dentro. Non poteva e non voleva turbarla,
intristendola con le sue pene d'amore che, lui lo capiva e tentava di
ricordarlo ripetutamente a se stesso, non erano niente più che una
piccola malinconia che sarebbe svanita quando il momento del ritorno si
fosse realmente avvicinato.
      Non erano che pochi giorni: ripeterselo era facile, accettarlo un po'
meno.
      Appena separatosi da Mauro, per qualche minuto era riuscito a
convincersi che, tutto sommato, non era il caso che stesse lì a fare
tante tragedie e soprattutto, non doveva piangere. Quei sette giorni di
separazione sarebbero trascorsi in un batter d'occhio e avrebbe rivisto il
compagno prima di accorgersi d'essersene allontanato. Ma, mentre faceva e
rifaceva lo stesso pensiero per meglio persuadersi, l'aereo aveva
incominciato a muoversi e gli era subito tornato in mente il momento del
primo decollo fatto con Mauro, quando il compagno, spaventato, gli aveva
stretto il braccio. Nonostante le sue migliori intenzioni, aveva rivisto
quegli occhi sbigottiti e sentito la stretta al braccio. Allora tutti i
suoi buoni propositi erano naufragati e non ce l'aveva più fatta a
resistere, a fingere con se stesso che la breve separazione fosse un
piccolo problema capitatogli nella sua esistenza già così
fortunata. Aveva cercato la mano della mamma e l'aveva stretta. Arleen
aveva subito compreso quanto lui fosse triste e soprattutto perché:
      "Ti abbiamo chiesto un grande sacrificio."
      "Si, mamma, ma non importa, è più importante che tu
guarisca. Mauro ed io abbiamo tutta la vita per stare insieme" e gli erano
spuntate due lacrime agli occhi "a noi interessa solo che tu stia bene e
niente altro" aveva ingoiato il pianto, con uno sforzo che commosse Arleen.
      "Sei grande ormai. Santo cielo, ho un figlio adulto che m'accompagna
in America" l'abbracciò e lo baciò "che mi riporta a Boston per farmi
curare. Eri piccolo ed ora sei grande. Mi sembra ieri... voi due eravate
con i pantaloncini corti e con quel cono di gelato in mano, al parco, ti
ricordi? Non avevate neanche due anni."
      Parlava di lui e Stephan. Le fece di si con la testa, quell'episodio
lo conosceva molto bene, perché era il suo primo ricordo compiuto e,
anche se molti particolari gli erano chiari più per i racconti ascoltati
che per una vera traccia nella propria memoria, ricordava in modo molto
definito che non era solo, quel giorno con lui c'era anche Stephan e
Stephan piangeva.
      A loro avevano sempre dato coni vuoti, facendogli credere che fossero
già buoni così, senza gelato.  Non gli avevano ancora svelato
l'esistenza di quella leccornia, ma quel giorno il nonno aveva comprato
gelati veri e li aveva dati a lui e a Stephan. Loro, inesperti, s'erano,
più che altro, riempiti la faccia e le mani di gelato, ma nessuno aveva
avuto il coraggio di ripulirli perché erano bellissimi, biondi, con gli
occhi azzurri e con le facce tutte impiastricciate. Stephan, poi, aveva
cominciato a piangere e la sua mamma l'aveva preso in braccio per
consolarlo, e Niki, che naturalmente aveva seguito il cugino nel pianto,
era stato preso in braccio da Arleen. E anche le mamme per baciarli s'erano
sporcate di gelato e allora avevano cominciato a ridere tutti insieme.
      Appena giunti a Boston, avevano trovato il nonno ad attenderli ed
erano andati in ospedale dove Arleen era subito stata ricoverata.
      A quel punto Niki si era ritrovato da solo con il vecchio nella
grande casa dove tutto gli parlava di Stephan o qualche ricordo lo
riportava a Mauro. Ma doveva resistere, di là non poteva scappare,
quella volta toccava a lui assicurare alla mamma tutta la tranquillità
di cui lei aveva bisogno e offrire al nonno un poco di serenità e, se ci
riusciva, anche un po' d'allegria.
      Ce l'avrebbe messa tutta in quella settimana. Si sentiva responsabile
e maturo, ma il ricordo di Stephan sarebbe stato sempre dolorosamente
presente, anche se riteneva d'averlo definitivamente esorcizzato a
Parigi. Ora doveva solo essere all'altezza del compito che i suoi genitori
gli avevano affidato, ritenendolo degno di fiducia. Le telefonate serali a
Mauro sarebbero state il cibo di cui avrebbe nutrito il suo cuore in quei
sette giorni, anzi ormai quasi sei.
      A scuola, durante quella settimana, Mauro non fu molto presente con
lo spirito. Partecipò sempre, con l'impegno che gli era solito, ma senza
alcun entusiasmo, a tutte le attività, alle interrogazioni, qualche
volta anche ai discorsi degli amici. In quei giorni si sentiva incompleto,
gli mancava una parte di sé e intuiva questa condizione in ogni
momento. Da molti mesi ormai, prima di compiere qualunque azione, guardava
Niki per cercarne l'approvazione e Niki faceva lo stesso con lui: ogni loro
atto aveva l'ispirazione e il sostegno del compagno. Lui visse quei giorni
senza il conforto degli occhi innamorati di Niki e questo lo rese
indicibilmente triste, oltre che insolitamente insicuro. Attraversò
tutto quel tempo portando il fardello di una malinconia che non aveva mai
conosciuto.
      Il martedì sera, dopo la telefonata di Niki, il papà gli mise
un braccio sulle spalle e lo portò nella biblioteca, la stanza della
casa in cui loro due si sentivano più a loro agio. Aspettando la
telefonata, insieme avevano ascoltato un disco: era l'opera di Donizetti
che il nonno aveva portato dall'America in febbraio e che a Mauro piaceva
molto. Vi si cantava una storia d'amore e di morte, dolorosa ed irreale,
come tutti i melodrammi, anche se questo era particolarmente cupo e molto
adatto al suo stato d'animo.
       "Le separazioni servono a farci amare di più le persone che sono
lontane ed è la loro assenza a rendercele più care. Tu ti senti come
se mancasse una parte di te e Niki sta certamente provando lo stesso
disagio che provi tu, ma potete fare in modo che anche questa separazione
vi aiuti a far maturare il vostro rapporto, a diventare più coscienti di
voi. Questa situazione vi farà capire quanto siate diventati necessari
ed indispensabili uno all'altro."
      Mauro ascoltò insieme suo padre e la musica di Donizetti. Li amava
e da entrambi riuscì a trarre conforto, affrontando quella notte con
maggiore serenità, riuscendo anche a dormire un sonno più tranquillo.
      La permanenza di Niki a Boston fu cadenzata dalle lunghe passeggiate
che faceva con il nonno ogni mattina, dalle telefonate commosse che ogni
pomeriggio, prima di recarsi in ospedale dalla mamma, partivano per
l'Italia e infine dalle interminabili serate in cui la solitudine tornava
ad assalirlo assieme al ricordo di Stephan. Anche se aveva con sé quasi
tutti i libri e traduceva ogni giorno una versione di greco o di latino,
risolveva problemi di matematica e si esercitava nella composizione di temi
in italiano, non riusciva ad allontanare di giorno il pensiero di Mauro e a
scacciare di notte il ricordo il Stephan.
      Dopo cena il nonno si ritirava a leggere o a sistemare qualche affare
e Niki vagava nella grande casa vuota. Erano momenti di profonda infelicità
che si ripetevano ogni sera, senza che lui o il nonno potessero porvi
rimedio. In quei momenti aveva la sensazione di essere da solo su un'isola
deserta.
      Nel silenzio della casa gli pareva di risentire i passi e la voce di
Stephan. Il ricordo del ragazzo che aveva amato tanto, tornava a stringerlo
senza che potesse liberarsene. La sua immagine l'inseguiva fino a quando
non riusciva ad addormentarsi.
      Cercava di non pensare a Stephan, così come, fatta la telefonata,
cercava d'allontanare Mauro per qualche ora dai suoi pensieri, non che ci
riuscisse molto, ma, almeno per Mauro, il sentimento che provava era di
nostalgia, di un vuoto che tra non molto sarebbe stato colmato. Stephan
rappresentava invece una mutilazione irreversibile nella sua vita, la
sensazione che provava era quella delle persone che, perso un braccio o una
gamba, sentono che l'arto reciso duole ancora. Stephan gli faceva male,
nell'anima. La ferita della sua perdita era tornata a sanguinare, e questo,
pensò, non doveva stupirlo: ritrovarsi nei luoghi della loro infanzia e
della felicità vissuta durante l'ultima estate, doveva necessariamente
riportarlo a chi gli aveva regalato quei momenti.
      Ci fu un'altra cosa che gli diede da pensare e alla quale, invece,
non riuscì a trovare una spiegazione razionale: da quando era arrivato
in quella casa, quasi tutti i ricordi che aveva del cugino gli parevano
sbiaditi nella memoria. Proprio tutti, tranne le occasioni Stephan in cui
aveva pianto. In quei giorni riusciva a ricordare chiaramente solo momenti
in cui Stephan era stato in lacrime: tutte le volte che l'aveva fatto, per
tutti i motivi per cui un bambino può piangere.
      La sera del mercoledì, quando aveva lasciato Mauro da troppo tempo
per non soffrirne la nostalgia e la partenza era ancora troppo lontana,
mentre cercava di prendere sonno, rivoltandosi nel letto, si scoprì
eccitato, molto più delle altre sere. Mauro, cui pensò
immediatamente, gli parve lontano, irraggiungibile, mentre il desiderio che
aveva era urgente e la sete che lo bruciava, gli pareva insopprimibile. Il
compagno, la cui mancanza piangeva, avrebbe saputo consolarlo, soddisfarlo,
ma non era là, l'avrebbe rivisto fra qualche giorno. Quell'intervallo di
tempo, poche ore, gli parve un abisso incolmabile. Si sentì in un tunnel
di cui non poteva vedere l'uscita.
      Non l'aveva più fatto da quella lontana domenica pomeriggio,
quando, aspettando Mauro che non sarebbe venuto, si era masturbato. Niki si
ricordò di quanto male si fosse sentito dopo, ma in quel momento
credette di poter sopportare tutto, purché quella smania cessasse. Si
sentì forte, onnipotente, ma in quella specie di delirio fu anche tanto
cosciente da capire che, dopo averlo fatto, si sarebbe sentito molto
peggio.  Capì che il ricordo di Stephan sarebbe potuto tornare a
tormentarlo e che il pensiero di Mauro non l'avrebbe soccorso come sempre,
non l'avrebbe aiutato, perché lui stava per offenderlo, per contaminarlo
con l'atto che aveva deciso di compiere.
      Ma non gli importava, non in quel momento: si voltò a pancia
sotto, si sfilò il pigiama e cominciò a strusciare il pene contro il
lenzuolo, le sensazioni che quel movimento riusciva a dargli non lo
soddisfecero, allora prese il cuscino e lo pose fra sé e il
materasso. Chiudendo gli occhi, serrando i denti e stringendo i pugni,
perché aveva bisogno di tutta la forza per farlo, immaginò che là
sotto ci fosse Mauro, che quel sacco di piume fosse la ragione di tutta la
sua vita, quella parte di sé per cui era sempre pronto a piangere. Per
qualche momento ci riuscì, i suoi movimenti si fecero più veloci e
subito godette, bagnando il cuscino. Solo allora si rilassò e attese che
tutte le disgrazie che credeva d'essersi tirato addosso, lo colpissero.
      Dapprima arrivò l'idea che, per il suo atto, la mamma potesse non
guarire più, ma scacciò il pensiero: se aveva voglia di piangere per
se stesso, si disse, doveva cercare qualcosa di più serio. Pensò a
Stephan, a come ne stesse offendendo la memoria masturbandosi nella sua
casa a meno di sei mesi dalla morte, una morte causata, tra l'altro,
dall'aver desiderato di far l'amore con Mauro. Questa gli sembrò un'idea
più accettabile per soffrirci sopra, ma Mauro lo aveva corazzato
abbastanza contro questo incubo: gli aveva ripetuto a sufficienza che
Stephan era quasi stato ucciso e non aveva cercato di morire, certamente
non in quell'occasione. Niki lo ricordava troppo bene per quante volte
glielo aveva sentito ripetere.
      Infine pensò al suo innamorato: quella forse era l'idea
buona. L'amante tradito dal suo gesto, Mauro che certamente stava
resistendo alle voglie cui lui non aveva saputo sottrarsi. Sentiva di
doversi vergognare per non essere riuscito a tornare puro dal
compagno. Avvertiva sulla pancia la sensazione del seme che si raffreddava,
quella percezione di solidificazione e di gelo gli dava brividi
sgradevoli. Come avrebbe potuto confessarlo a Mauro? Non ne avrebbe mai
trovato il coraggio. Si raccolse su se stesso senza spostare il cuscino,
restando bagnato e sporco come si sentiva nell'anima, come non si era mai
sentito prima.
      Aveva sempre considerato la masturbazione come una funzione
necessaria alle persone, soprattutto ai ragazzi, poi aveva incontrato Mauro
e non ci aveva più pensato: ora si ritrovava a odiarsi per essersi
lasciato tentare. Ma Mauro avrebbe compreso? Decise che glielo avrebbe
chiesto appena l'avesse rivisto.  Avrebbe cercato il suo perdono e Mauro lo
avrebbe assolto e consolato, come faceva sempre.
      Si commosse a questa idea e pianse. Con gli occhi pieni di lacrime,
si addormentò, senza cuscino, rannicchiato, triste, ma tranquillo,
perché era certo che Mauro l'avrebbe aiutato. Ancora qualche giorno e
Mauro l'avrebbe tirato fuori dal pozzo in cui era caduto, l'avrebbe salvato
da tutti quei pensieri orribili.
      Dormì e si sentì al sicuro.
      Da quel momento anche il ricordo di Stephan tornò inaspettatamente
ad essere ciò che era prima della sua venuta in America, ciò che
Mauro aveva fatto in modo che diventasse: un rimpianto dolce, una memoria
che dal passato tornava a generare solo malinconia, e non più
inquietudine e tormento. Ciò che era accaduto a Stephan, ne fu
definitivamente certo, doveva solo renderli più forti e convinti di ciò
che erano, per evitare che accadesse anche a loro. Durante quella notte, un
po' sognò di fare questi pensieri, un po' li fece realmente, ma quando
si svegliò, era perfettamente guarito, oltre che dalla paura del ricordo
di Stephan, anche dalla nostalgia che l'aveva afflitto. Erano sparite
contemporaneamente la tristezza di trovarsi lontano da Mauro e l'emozione
di essere nella casa dove aveva trascorso tanto tempo con Stephan. E si
sentì così forte e sicuro di sé che volle mettersi alla prova
recandosi al cimitero per visitare la tomba del cugino, anche se aveva
deciso di non andarci, anche se quel luogo orribile lo spaventava
ancora. Temeva di provare lo stesso gelo che l'aveva avvolto durante i
funerali e che solo l'amore di Mauro era riuscito in parte a mitigare.
Come avrebbe fatto se fosse stato scosso dai brividi? Chi l'avrebbe aiutato
e riscaldato? Scacciò questi pensieri, perché era certo che quella
mattina sarebbe stato diverso.
      Dopo che fu entrato nel recinto del cimitero, si sorprese d'essere
solo. Tante volte aveva immaginato che l'avrebbe fatto in compagnia di
Mauro che non credeva al proprio coraggio, ma per questa volta non
camminavano affiancati, Mauro non era con lui: tornava da Stephan ed era
solo.
      Il sole era luminoso e il verde delle piante nel cimitero era
intenso. L'aria era ancora fredda per essere in maggio, ma fra un mese
avrebbe fatto molto più caldo, sarebbe tornato con Mauro, l'avrebbe
avuto accanto a sé.
      Quando erano giunti al cimitero, aveva chiesto al nonno di lasciarlo
entrare da solo, poi senza attendere la risposta, aveva accelerato
l'andatura, ritrovando subito, senza sapere come, la tomba di Stephan. Era
ben tenuta, all'ombra, sotto una quercia grandissima.
      Si stupì guardando quell'albero enorme: quando era andato in quel
cimitero, non c'era il sole e la neve copriva tutto. S'avvicinò un po'
esitante, poi accarezzò la croce, s'appoggiò e chiuse gli occhi. Ciò
che vide fu suo cugino come l'aveva visto quel giorno, quasi un anno prima,
all'aeroporto, quando lui era partito. Sentì ancora sulle labbra quel
bacio e poi rivide Stephan che scappava per non piangere davanti a tutti.
      Stephan correva verso la fine, ma nessuno poteva immaginarlo, neppure
lui che l'amava. Finalmente era arrivato a comprendere e ad accettare fino
in fondo questa semplice verità. Aveva appena rivissuto un ricordo
privatissimo che non poteva condividere neanche con Mauro.
      Si volse a cercarlo, quasi aspettandosi che il compagno gli fosse
comparso accanto, tanto forte era il ricordo che aveva di lui.
      Ma ora era quella la sua vita. Chiuse gli occhi e immaginò che
Mauro fosse davvero con lui. Gli avrebbe certamente messo il braccio sulle
spalle, avvicinato la testa alla sua, gli avrebbe sfiorato il collo con le
labbra e poi avrebbe sussurrato parole per consolarlo. Quali parole? Ne
avrebbe inventate di cose.
      Accarezzò ancora la croce e si chinò a baciarla. Disse a bassa
voce: "Ti amo."
      Lo disse a Stephan, ma era a Mauro che parlava: sperò che Stephan
capisse.
      In Italia, durante quella settimana piovve spesso e, fino al
giovedì, a Mauro non fu possibile andarsene in giro in bicicletta e
raggiungere la villotta, come avrebbe voluto fare già dal lunedì. Non
sapeva esattamente perché desiderasse tanto andarci, in parte era per il
desiderio che aveva di stare da solo e di evitare gli altri amici che in
quei giorni trovava insopportabili, finanche Enrico e Giacomo che
continuava a cercarlo.
      Così, vedendo che il sole era riapparso, decise di andarsene alla
villotta.
      Quel pomeriggio era stato il peggiore dalla partenza di Niki. Aveva
fatto tutti i compiti. Aveva studiato fino a stordirsi, leggendo anche le
lezioni dei giorni successivi, per impedirsi di pensare, ma ogni parola
cercata sul vocabolario, ogni frase che traduceva, ogni verbo irregolare,
non facevano che riportarlo a Niki, ad immaginare quale sarebbe stato il
commento del compagno in quell'occasione. Renzo Tramaglino vagante per la
campagna lombarda, alla ricerca di Lucia, lo commosse quasi fino alle
lacrime e così continuò a leggere il libro per scoprire, come già
sapeva, che quei due tonti ed incredibilmente maldestri amanti ce
l'avrebbero fatta a riabbracciarsi.
      Quasi alle sei, dopo che la mamma l'aveva praticamente cacciato di
casa, perché per quel giorno, a suo parere, aveva studiato troppo,
decise di uscire.
      Inforcò la sua vecchia bicicletta, perché non se la sentiva di
usare il motorino in assenza di Niki, e si avviò nell'aria fresca del
pomeriggio, di una primavera che ormai pareva volgere in estate, ma non era
ancora abbastanza calda per esserlo.
      Quel giorno il cielo era pieno di nuvole sfrangiate dal vento e
arrossate dal tramonto vicino. La strada di campagna che aveva scelto per
raggiungere, con un giro un po' largo, la villotta, saliva su uno dei ponti
costruiti per scavalcare l'autostrada. Quello era uno dei pochi punti
sopraelevati nel paesaggio sconsolatamente piatto di quella terra.
      E lo spettacolo che gli si offrì per quel giorno fu inconsueto e
spettacolare.
      S'era levata la tramontana e, mentre a ponente il sole quasi calava,
dall'altra parte, a levante, dove il cielo era già più scuro, le
nuvole, spinte dal vento, s'affollavano, accumulandosi e tingendosi in
tutte le gradazioni, dal rosa al rosso cupo. Tutta la volta celeste era un
trionfo di colori che Mauro contemplò con curiosità e meraviglia,
seguendo il rapido movimento delle nuvole più basse e quello,
apparentemente più lento, dei grandi cumuli in alto. Gli parve che più
d'una assumesse forme conosciute e seguì quell'evolversi di apparenze,
finché non intravide un aeroplano che, ancora più in alto, passò
incurante del vento e delle nuvole che volevano imprigionarlo, incurante
dei pensieri che avrebbe suscitato in lui, dei ricordi dolorosi che avrebbe
risvegliato. Quella forma, austera e tangibile, lo riportò
immediatamente alla realtà della sua solitudine.
      Sospirò pensando a Niki: se solo ci fosse stato lui in
quell'aereo. Ma Niki sarebbe tornato di lì a due giorni, proprio a
quell'ora e forse quello che aveva appena visto sarebbe stato lo stesso
aereo che gli avrebbe riportato il compagno. E soltanto allora la vita
sarebbe ripresa.
      Niki, Niki, solo Niki: in quei giorni la sua mente si era nutrita
esclusivamente di quel ricordo, del compagno, dell'amico, di quella parte
di sé che gli era lontana. Tutto il resto, qualunque cosa non era
esistita, aveva perso interesse. Anche a tavola il suo formidabile appetito
si era affievolito, tanto che la mamma, per la prima volta da quando era
nato, aveva dovuto insistere perché mangiasse quello che lei riteneva
fosse necessario: e lui aveva finito per masticare ed ingoiare tutto quello
che gli veniva posato nel piatto, per non impensierirla.
      Riprese la strada scendendo dal ponte e passando tra gli ulivi
contorti e i mandorli che, ormai sfioriti, cominciavano a mostrare i
frutti.
      Nella terra attorno alla villotta c'erano parecchi mandorli, che
erano ancora più avari dei vecchi 'ulivi di Garibaldi'. Conosceva quel
tipo d'albero e i suoi frutti e sapeva bene che in quel periodo dell'anno i
gusci nascondevano un frutto dolce e saporito, ma molto delicato, come
erano loro due, com'era la loro vita in quegli anni, com'era il loro
amore. Dovevano stare attenti a non sciuparsi, a conservare integro il loro
sentimento.
      Ma lui rivoleva il suo Niki, tutti i pensieri e le considerazioni non
valevano la presenza dell'innamorato accanto a lui. Lo voleva vicino, per
ridere, per scherzare e per dargli un bacio, per azzuffarsi rotolandosi per
terra, avvinghiati nello sforzo, fino a sentire il sospiro dell'altro e
ancora una volta capire che quella lotta era il pretesto per un abbraccio.
      La luce declinava quando giunse in vista della villotta. Doveva
sbrigarsi a tornare, anche se conosceva bene le strade e quella sera ci
sarebbe stata la luna, lui aveva sempre una gran paura a ritrovarsi da solo
al buio. Questo pensiero gli procurò un'altra fitta: quella sua paura
era uno dei tormentoni di Niki.
      Entrò come al solito scavalcando il muro di cinta e andò a
sedersi sotto uno dei pini. Si abbracciò le gambe e si raccolse su se
stesso, pensando che forse così si sarebbe difeso meglio dalla
solitudine. Ma cosa c'era venuto a fare alla villotta? Certamente per non
essere costretto ad incontrare gli amici che, sapendolo solo, lo avevano
cercato tanto spesso durante quella settimana. Ma non era là soltanto
per quello, c'era dell'altro e lo cercò dentro di sé.
      Da quando Niki era partito, lui aveva sofferto la solitudine come un
dolore fisico, ma il suo corpo non aveva smesso di sollecitarlo,
d'inviargli dei segnali che lui finora aveva cercato d'ignorare, provando
insolitamente vergogna del proprio desiderio. Ogni notte, a partire da
domenica, quando era a letto, aveva resistito, aiutato in questo dalla
presenza di suo fratello nella stessa camera. Ed ora era alla villotta per
mettersi alla prova, per capire quanto fosse forte.
      "Niki, aiutami" mormorò "non voglio farlo. Ti prego!"
      Sentiva l'eccitazione salirgli nel ventre. Provava disagio. Nella
posizione raccolta in cui si trovava, si sentiva serrare dai vestiti. Pensò
a Niki, a Boston, a Stephan: chissà se Niki era poi andato al cimitero a
trovarlo, ma non funzionò, quella sensazione non lo abbandonava.
      Saltò in piedi: se quella era una prova, pensò, lui l'avrebbe
superata.
      Si mosse con decisione verso la villotta. Girò attorno e andò a
guardare lo spazio con l'erba sul quale tante volte si era rotolato con
Niki fin dal primo giorno. Il suo sesso continuava a mandargli messaggi che
aveva, comunque, deciso di non ascoltare.
      Poi, nella sua mente, si fece strada un'altra idea: e se anche si
fosse masturbato? Che male ci sarebbe stato a farlo? Era una funzione
corporale come tutte le altre. Era come lavarsi i denti, diceva Niki.
Quando ne avevano parlato, qualche mese prima, si erano raccontati
divertiti delle loro prime esperienze e, con una certa superiorità,
dall'alto del loro essere una coppia che, credevano, li mettesse al riparo
da certe difficoltà, quasi con distacco, avevano giudicato le seghe come
una valvola necessaria per l'equilibrio degli adolescenti. Quanta sicurezza
quella volta e quanto erano sembrati lontani e incomprensibili quei giorni,
tutte le volte in cui, in solitudine, si erano chiusi nel bagno a pensare a
qualche compagno. Ora quel tempo pareva tornato e il sole che stava
tramontando, prima di scomparire, avrebbe forse assistito al ritorno di
Mauro a quelle abitudini e avrebbe visto la sua mano scivolare sul sesso
per dargli pace.
      Entrò nel giardino recintato attraverso il passaggio segreto: si
ricordò di quante volte, con Giacomo e i Cavalieri, aveva finto di
scoprire il varco per entrare in quello spazio proibito: tutti i giochi che
avevano fatto fino a due estati fa. Era passato così tanto tempo? Eppure
erano meno di due anni? Si diresse verso la Madonnina. C'erano andati
spesso in quegli ultimi mesi, lui e Niki. Quel posto aveva rappresentato la
loro oasi, il luogo del miglior consiglio. Davanti a quell'edera scura si
erano giurati dapprima una sacra amicizia e poi l'amore per tutta la
vita. Ora era là, con la mano aperta, pronta a scendere sul sesso
eretto, su quell'essere mostruoso che gli pulsava nei pantaloni come fosse
staccato e indipendente dalla sua volontà.
      Ebbe un brivido di paura, come sempre, quando si trovava da solo di
fronte alla vista dell'edera nera, del baluginare della luce e dell'ombra
vaga della madonnina. Fu un brivido che lo scosse.
      "No!" gridò e non l'avrebbe fatto.
      Aveva un difetto che era una dote e spesso anche un pesante fardello:
se decideva di resistere a qualcosa, niente lo avrebbe smosso dalla sua
decisione. In quel caso, aveva scelto che, per nulla al mondo, avrebbe
tradito Niki, anche se l'erezione che aveva si fosse trasformata in una
tumefazione. E ora poteva pure tornare a casa, perché la prova era
superata. Niki avrebbe ritrovato il suo Mauro integro, anche se parecchio
assetato. Si allontanò dall'edicola senza voltarsi, continuando a
guardarla e camminando all'indietro, perché non aveva proprio il
coraggio di dare le spalle a quel buco traboccante di foglie ormai nere
nella luce obliqua del tramonto.
      Prese la strada di casa che era quasi buio e lasciò la sua mente
libera di andare dove le fosse piaciuto. La fantasia che riuscì a
costruire lo trasformò in un antico cavaliere che, appena superato il
cimento più arduo, uccidendo un drago oppure sterminando gli infedeli,
sulla strada del ritorno, a cavallo del suo ronzino, tornava a
riabbracciare l'amata procedendo lancia in resta. E la sua lancia,
pensò, era davvero pronta al combattimento. Scoppiò a ridere pensando
a quale fosse la sua lancia e di quale acciaio fosse forgiata. Quasi si
fermò per la risata incontenibile che gli venne, nonostante il buio e la
paura che ne aveva.  Il fantasma era stato scacciato, riprese a correre
allegro verso la città, verso Niki per il quale avrebbe conservato tutta
la forza, la potenza e la voglia che aveva in corpo.
      Lo attraversò un pensiero: e Niki? Avrebbe saputo resistere come
stava facendo lui? Si accorse che la cosa non lo interessava, non
particolarmente, per lui non era importante saperlo. Era naturalmente
curioso di conoscere la reazione di Niki alla separazione, ma si rese conto
che, qualora l'altro avesse ceduto alla voglia di masturbarsi, non se ne
sarebbe sentito offeso. Capiva di non poter pretendere che anche Niki
reagisse come aveva fatto lui, che fosse forte e risoluto con se stesso,
quanto lo era stato lui. Questo pensiero gli creò un piccolo sbandamento
e una ripresa della sofferenza al basso ventre. Il pensiero di Niki che da
solo, forse nel suo letto, si lasciava andare, magari con qualche lacrima
era davvero troppo e, nonostante si sentisse orgoglioso della propria
determinazione, si affrettò a cambiare direzione ai propri pensieri,
fissandoli sull'interrogazione d'inglese che si aspettava per il giorno
dopo.
      Quella sera, per maggior pace di entrambi, Niki annunciò che la
mamma era stata dimessa nella mattinata, che il cuore batteva finalmente
col tempo giusto e che erano pronti a tornare. Sabato sera si sarebbero
riabbracciati: dovevano sopportare ancora poco meno di quarantotto ore di
separazione.
      "Verrai all'aeroporto con papà?"
      "Certo!"
      "Ti metterai la maglia azzurra, quella che piace a me?"
      "D'accordo."
      "Resterai sempre con me?"
      "Si. E tu mi abbraccerai?"
      "Mauro, subito dopo averti abbracciato, dovrò raccontarti
qualcosa" e attese che l'amico fosse travolto dalla curiosità, si
aspettava che lo facesse.
      Ma Mauro, che, grazie alla sua fantasia, aveva immaginato a cosa
voleva riferirsi, lo deluse un po': "Voglio che tu mi abbracci e, qualunque
cosa debba dirmi, voglio che prima tu mi dia un miliardo di baci."
      "Puoi giurarci. Ci verranno i calli sulle labbra!"
      "Solo lì, amore mio?"
      "Ovunque tu vorrai" e dimenticò quello che voleva confessargli,
perché l'idea di poter tornare ad abbracciarlo e baciarlo era così
grande che gli occupò la mente, non lasciando spazio a niente altro.
      Lo vide spuntare dalla porta dell'aereo dietro Arleen e sentì
balzargli il cuore in petto. Provò un'emozione che lo scosse
intimamente, la cui forza gli giunse inaspettata: aveva le mani gelate,
quasi tremava e, chissà da quale recesso della mente, gli tornò il
ricordo di Ketty, la cagnetta bianca e nera che avevano avuto in casa tanti
anni prima. Ketty non dava nessun fastidio, perché abbaiava raramente ed
era sempre allegra e scodinzolante. Mauro l'aveva conosciuta già
vecchia, quando lui era nato Ketty aveva più di dieci anni e un solo
difetto: l'emozione e la contentezza le facevano scappare la
pipì. Ovunque si trovasse, in casa o per strada, chiunque le facesse le
coccole, Ketty allargava le gambette e faceva pipì. A Mauro era stata
sempre portata come esempio da non seguire e ora gli era tornata in mente,
mentre Niki affrontava a larghi passi il piazzale dell'aeroporto e
s'avvicinava al cancello d'entrata. S'era ricordato di quel cagnolino
perché l'emozione che stava provando era così forte che rischiava
davvero di farsi la pipì addosso. Si scosse risolutamente da quei
pensieri e decise di stare più attento, anche perché si sentì
terrorizzato dall'imbarazzo che avrebbe potuto provare nel caso gli fosse
accaduto di fare come il cagnolino che ancora scodinzolava felice in quel
suo ricordo di bambino.
      Anche Niki l'aveva visto subito e si era commosso, poi aveva sorriso
a sua madre e l'aveva presa sottobraccio, raggiungendo in fretta
l'aerostazione. Quando furono di fronte, stettero a guardarsi, poi Arleen
abbracciò suo marito, mentre Niki e Mauro rimasero immobili ancora per
un momento:
      "Ciao" gli disse Mauro e, più che una parola, fu un sussurro.
      "Hi" e Niki gli mise un braccio sulle spalle. Mauro appoggiò la
testa sul suo braccio e chiuse gli occhi: era la fine di un brutto sogno,
di un incubo che non volevano si ripetesse più.
      Niki gli strinse la spalla e gli mormorò in un orecchio: "Sono
qui. Sono tornato e non ti lascerò più! Non ti libererai più di
me!"
      Mauro era finalmente sorridente: "Mi sei mancato."
      "Anche tu."
      Poi Mauro riaprì gli occhi e si rese conto che non aveva ancora
salutato Arleen, né le aveva chiesto del suo stato di salute. E Niki si
accorse, il che era peggio, che non aveva ancora abbracciato suo padre.
Ripararono immediatamente alla manchevolezza, ma tornarono subito vicini.
      Naturalmente quella sera Mauro restò a casa di Niki ed entrambi
attesero con ansia che si facesse l'ora in cui potevano, con una certa
decenza, andarsene a letto e restare da soli. Quando finalmente lo furono,
riuscirono solo a guardarsi senza parlare. Niki, entrando nella sua camera,
era andato a sedersi sul letto e Mauro era rimasto appoggiato alla porta
che aveva appena chiuso.
      Stettero a guardarsi e a sorridersi, al tempo stesso impazienti e
indecisi. Erano come impacciati dall'essersi ritrovati, poi Niki s'alzò
e gli si avvicinò lentamente. Mauro l'abbracciò, ma non lo strinse a
sé. Gli accarezzò i capelli e avvicinò le labbra all'orecchio
perché potesse mormorargli qualcosa:
      "Sei tornato finalmente."
      "Lì il tempo non passava mai. Questa settimana è durata come un
anno."
      "Non lasciarmi più!"
      "Mai, non andrò mai più in nessun posto senza di te! Te lo
prometto!"
      "Anch'io!"
      Rimasero fermi, in piedi, al centro della stanza, ancora intimiditi
dalla vicinanza che avevano ritrovato, poi Mauro lo baciò sul collo e
Niki ebbe un brivido.
      "Mauro, non ce l'ho fatta, ma è stato una volta sola. Mi sono
masturbato una volta sola" doveva dirglielo. Quel momento di debolezza ora
gli pareva un orribile tradimento e si aspettava la reazione di Mauro,
anche se sperava nel suo perdono "È stato di notte" cercò di
spiegargli, di giustificarsi "mi sentivo così solo quando andavo a
dormire. E una volta, una sola, non ce l'ho fatta. Non sono riuscito ad
aspettarti.  Non ce l'ho fatta!"
      Mauro non parlava, ma continuava ad accarezzarlo tra i capelli:
l'avrebbe perdonato, Niki ne era certo.
      "Anch'io, una volta sola, alla villotta, sotto i pini. Anch'io non ce
l'ho fatta. Mi mancavi troppo. Ma che importa? Adesso siamo un'altra volta
insieme e non ci separeremo più! Non accadrà mai più a nessuno dei
due!"
      Lo mormorò con gli occhi chiusi e fu una bugia detta per amore, un
amore infinito e spaventoso che annientava la sua volontà. Non gli
avrebbe mai fatto credere di essere meno sensibile, meno forte. Stava
venendo meno all'impegno preso, alla promessa che s'era fatto di non
mentire mai a Niki, ma era per amore che lo faceva, solo per amore. Era
soltanto una piccola bugia detta per amore.
      "Allora, mi perdoni?" anche a Niki non importava che Mauro avesse
ceduto come aveva fatto lui. Gli interessava solo che il suo ragazzo non si
fosse sentito offeso dal suo gesto.
      "E tu?"
      "Si" e lo baciò.
      Riuscirono a spogliarsi quasi senza interrompere il loro bacio e
s'infilarono tra le lenzuola. Si amarono come avevano sempre fatto, come se
fosse la prima volta e, quando ebbero placato tutta la sete che li ardeva,
ed era tanta, se ne stettero abbracciati e cominciarono a raccontarsi ogni
momento della settimana che avevano trascorso lontani. Si confidarono ogni
pensiero fatto mentre erano separati e Niki gli parlò di
Stephan. L'aveva fatto poche volte dal momento in cui aveva saputo della
morte del cugino. Per lui, parlarne rappresentava una sofferenza e Mauro
aveva sempre cercato di evitare che Stephan entrasse nei loro
discorsi. Quella sera, invece, mentre si abbracciavano, raccontandosi le
giornate trascorse pensando soprattutto al compagno lontano, Niki parlò
anche della sua visita al cimitero e gli svelò qual era l'esatto ricordo
di Stephan che avrebbe conservato nel cuore.
      "Credi che ci stia guardando? Che sappia che siamo tanto felici? Che
lo ricordiamo e che lo amiamo ancora?"
      "Lui vede con i tuoi occhi e sa ciò che sai tu."
      "Pensi che avrà ancora freddo?"
      "No, amore mio."
      "Mauro, io non ho più freddo."
      S'addormentarono stringendosi, come facevano ogni volta che il sonno
li sorprendeva e che l'amore continuava nei loro sogni.

      Mon cher Claude,
      Niki è qui, accanto a me (e dove potrebbe essere?). Continua a
tormentarmi perché ti scriva subito delle nostre ultime avventure e,
soprattutto, ti chieda delle tue. Sappiamo bene che a telefono è
difficile raccontarsi certe storie, perciò abbiamo deciso di scriverti
per ripeterti la domanda che ti abbiamo già fatto tante volte, senza che
tu abbia ancora risposto: ti sei finalmente innamorato? E di chi? Se non
l'hai fatto, che aspetti?
      Ma il motivo più vero per cui ti stiamo scrivendo una lettera, la
nostra prima lettera, è perché tu non possa pensare d'aver sognato,
visto che non si parlerà solo delle nostre avventure, ma anche di
qualcosa che potrebbe interessarti... moltissimo.
      Ma procediamo con ordine e incuriosisciti pure, ma non correre alla
fine della lettera. Cerca di essere leale!
      Prima abbiamo qualcosa da raccontarti.
      Bella o brutta che sia, è la nostra vita e siamo ormai abbastanza
coscienti, oppure rassegnati, che gli stupidi, gli ipocriti, gli invidiosi
e quasi tutti gli altri continueranno ad offenderci. Siamo certi che ciò
avverrà per molto tempo ancora, non per questo resteremo passivi a
subire i loro attacchi.
      È accaduto stamattina. I soliti amici di mio fratello Michele
(Niki gli ha suggerito di scegliere meglio in futuro le proprie compagnie)
già da parecchio tempo lo prendevano in giro a causa della nostra
'gaiezza'.  Che c'entra poi Michele? Questa volta, dicevamo, hanno
ecceduto: dopo aver insinuato che, essendo io gay, dovesse esserlo per
forza anche lui, gli hanno chiesto se essere omosessuali fosse ereditario e
come, quindi, avesse fatto nostro padre a generarci. Il discorso è
schematizzato, ma la sostanza è questa. Michele non ha l'aplomb di Niki,
né la freddezza che avrei avuto io nell'ignorarli, perciò ha fatto
subito a botte con uno di loro. Li hanno immediatamente divisi, ma lo
sfortunato lottatore aveva già avuto la peggio, perché, devi sapere,
che Michele è un poco più robusto di me.
      Che ne pensi, Claude? Dovremo davvero rassegnarci? Che posso dire a
mio fratello che, dopo essersi pestato con i suoi amici, mi ha guardato in
un modo che, credo, non dimenticherò mai?
      Il mio primo pensiero è stato chiedergli di cancellarmi dalla sua
vita, non appena questo fosse diventato possibile. Ma, nel momento stesso
in cui lo pensavo, ho capito che non sarebbe stato giusto, né per lui,
né per Niki e neppure nei confronti dei nostri genitori. Mi sono
ripetuto che dobbiamo, sempre e comunque, cercare di resistere ed anche
Niki è d'accordo con me.
      Tutto questo è accaduto durante l'intervallo, e, all'uscita, alla
fine delle lezioni, Michele ci ha aspettati, si è messo fra me e Niki,
con le braccia sulle nostre spalle, ci ha abbracciati e portati via,
lontano da tutti gli altri. Non ha detto nulla, ma abbiamo percorso insieme
la strada verso casa, con lui che ci abbracciava e ci proteggeva. E tutti
ci hanno visti!
      Credo d'avere un fratello molto in gamba: non lo credi anche tu? È
per quelli come lui, per i nostri genitori, che noi sopravviviamo?
      Non trovi che questo sia terribilmente triste?
      Credo che questa lettera stia diventando un enorme contenitore di
lacrime che ormai rischia di traboccare, perciò mettiamo fine
immediatamente a questi esercizi d'autoflagellazione e passiamo ad
argomenti più lieti.
      Certamente ricorderai che io sono lo scrittore di famiglia e, a causa
di questo ruolo, mi tocca interpretare le istanze di quella parte di noi
che chiede a gran voce (e a pizzicotti sempre più dolorosi) di parlarti
dei nostri progetti per quest'estate.
      Niki è tanto ansioso che te ne parli, perché questi progetti ti
coinvolgono in modo rilevante.
      Il nonno, di Niki e ormai anche mio, è una persona eccezionale,
dotata di un'enorme energia, nonostante la sua bell'età. Arriverà tra
qualche giorno in Italia per prelevarci e portarci a Boston. I genitori di
Niki ci raggiungeranno in luglio e, novità e sorpresa, anche i miei
genitori visiteranno gli Stati Uniti in agosto.
      I programmi per la nostra estate americana sono già definiti:
frequenteremo dei corsi estivi in un college nel Vermont. Parteciperemo
anche ad un campeggio massacrante da qualche altra parte (forse nel
Vermont?) e se saremo sopravvissuti a tutte queste prove, raggiungeremo in
agosto i nostri genitori che saranno in giro per gli Stati Uniti,
naturalmente, con il nonno (e senza ovviamente passare per il Vermont!).
      Sempre in agosto, forse c'incontreremo con un amico che ci è molto
caro e che teniamo nella massima considerazione per la sua esperienza e
l'amore che è riuscito a regalarci.
      L'incontreremo, se lui potrà e lo vorrà, a Boston, dove il
nonno intende conoscerlo.
      Il nostro vecchio è, come t'abbiamo già spiegato in altre
occasioni, una persona vitale e molto caparbia. Quando gli abbiamo
raccontato della nostra vacanza a Parigi e gli abbiamo parlato di tutti gli
amici che ci siamo fatti, dicendogli anche dell'invito a trascorrere
qualche giorno con loro in settembre, si è subito preoccupato: come
poteva lasciare che i suoi due preziosi nipotini fossero affidati a degli
sconosciuti? Per questo pretende di conoscere almeno te, per capire se sei
degno di fiducia!
      Abbiamo tentato di spiegargli che su molte cose noi ne sappiamo
parecchio più quanto ne sappia tu e che abbiamo molta esperienza
d'affari in cui tu non ti sei mai avventurato, ma è stato irremovibile:
vuole conoscerti e intende farlo in America. Pertanto, dolcissimo Claude,
t'aspettiamo in agosto a Boston, possibilmente prima di partire per quel
giro che, vorremmo, tu facessi assieme a noi.
      Ti sarà possibile? Fai in modo che lo sia. Non deluderci e
chiamaci al più presto! Per favore, non dirci di no!
      Ho dei lividi sul fianco sinistro, ma Niki si sta ancora massaggiando
la spalla che si è scontrata con la mia mano stretta a pugno.
      Noi due siamo fatti così: ci amiamo pazzamente e godiamo della
reciproca vicinanza.

      Addio Claude e dacci subito tue notizie. Arrivederci a presto.

      					tuoi Niki e Mauro che sono SEMPRE
      					le due 'metà' della stessa
persona.

      Maggio trascorse molto in fretta. Sarebbero partiti per gli Stati
Uniti qualche giorno dopo la fine della scuola, ancora due settimane e si
sarebbero allontanati da quella città che Mauro amava e che Niki, pur
amandola, temeva.
      Un pomeriggio, proprio l'ultimo del mese, dopo che avevano finito di
studiare, Niki aveva riaccompagnato Mauro a casa. L'aveva lasciato con il
papà nel tunnel a spostare dei libri dagli scaffali che rischiavano di
cadere per eccesso di peso.
      Niki provvedeva ormai all'abbigliamento ed ai desideri di entrambi ed
era certo che Mauro avesse assolutamente bisogno di una bandana. Su quei
capelli sempre spettinati o attorno al collo gli sarebbe stata sicuramente
molto bene. Voleva comprarne una anche per sé, forse ne avrebbe comprate
due uguali, tanto in America nessuno avrebbe badato a loro, né a come
erano vestiti: l'America non era come l'Italia! Là nessuno guarda quello
che hai addosso.
      Ne aveva viste nella vetrina di un negozio vicino alla scuola e stava
per entrarci, quando da un motorino che passava qualcuno gli gridò:
      "Niki gay!"
      Gli parve che fosse stato uno dei ragazzi che prima giocavano a
pallone con loro e che lui e Mauro non vedevano ormai da qualche mese. E
non gli avrebbe badato se, proprio accanto a quel negozio, non ci fosse
stata una sala giochi sempre molto frequentata e se davanti alla porta non
si fosse trovato un gruppo di ragazzi, purtroppo ben conosciuti.
      Subito dopo il grido, non poté non udire le risate e i commenti di
alcuni di loro, e riconobbe degli studenti del liceo, più grandi di lui
e compagni di scuola di Michele. Proprio gli stessi, ma lui non lo sapeva,
che, già una volta, avevano deriso e insultato Mauro.
      Senza neppure pensarci, andò dritto verso quelli che s'erano messi
a ridere:
      "Stavate ridendo di me? Continuate pure" gli disse con voce calma
"Tanto io non mi vergogno. Voi, invece, credo che dovreste!"
      E si voltò per tornarsene verso il negozio, quando uno di loro,
compagno di scuola e amico di Michele, un ragazzo che Niki aveva spesso
incontrato in casa di Mauro, lo rincorse, gli si mise davanti per
sbarrargli il passo e gli disse in dialetto: "Io non mi vergogno per
niente. Tu invece mi fai schifo!"
      E gli diede una spinta.
      Il colpo colse Niki di sorpresa e fu abbastanza forte da farlo finire
contro un altro di quelli che ridevano, il quale istintivamente lo ributtò
al centro del cerchio che ormai s'era formato.
      Niki perse l'equilibrio e finì per terra. Per un attimo sentì
l'impulso di rialzarsi e colpire qualcuno di quei prepotenti. Poi, pur con
tutta la furia che aveva in corpo, capì che con un pugno avrebbe potuto
fare molto male e si ricordò di Mauro, del campo di calcio. Si rese
conto che non avrebbe potuto colpire tutti quelli che li avrebbero
insultati e ce ne sarebbero stati tanti altri nel loro futuro.
      Mentre era ancora per terra, ebbe la chiara percezione di tutto il
loro avvenire, costellato di incidenti come quello, con prepotenti che li
avrebbero insultati e picchiati, perciò decise di non reagire, se non
rispondendo con quanta più dignità poteva, alzandosi da terra.
      Per fortuna, dopo la seconda spinta, non fu più toccato e quelli
che l'avevano colpito, se ne tornarono nella sala giochi, lasciandolo da
solo sul marciapiede.
      Non aveva reagito anche perché non faceva parte del suo modo di
vivere: mai avrebbe alzato le mani contro un altro essere umano. Se aveva
avuto per un momento l'impulso di voltarsi e affrontare e colpire il suo
primo aggressore, la sua indole aveva avuto il sopravvento, placando, per
il momento, l'agitazione che aveva dentro. Riuscì anche a trovare la
forza di guardare ad uno ad uno i suoi aggressori, come per stamparseli
nella memoria. Poi se ne andò, senza badare in apparenza a quello che
era accaduto.
      Naturalmente non pensò più a ciò che voleva comprare,
perché, nonostante sembrasse tranquillo, dentro di lui era come se si
fosse rotto qualcosa. Nella sua mente c'era qualcosa che urlava, per
l'ingiuria, per l'offesa ricevuta. Provava una collera, un'indignazione che
a stento riusciva a controllare e lo sforzo che stava facendo per
dominarsi, lo prostrava.
      Si diresse verso la casa di Mauro. Aveva il fiato corto. Si fermò
quasi ad ogni angolo per orientarsi, perché la sua mente era tanto
confusa da non fargli più riconoscere i luoghi dove viveva da quasi un
anno.  Strisciò lungo i muri, sentiva ancora su di sé le mani che lo
avevano spinto e poi le voci, le risate di quei ragazzi.
      Si voltò per controllare che non l'inseguissero.
      Mauro se lo vide arrivare in casa un po' prima del previsto e con la
faccia stravolta. Senza bisogno che parlasse, capì che era accaduto
qualcosa di grave:
      "Si può sapere che ti è successo? Hai una faccia!"
      Era sulla scala, prendeva i libri che suo padre gli passava e li
sistemava sulle mensole del tunnel.  Erano arrivati finalmente all'ultimo
scaffale dopo averne già svuotati e sistemati altri tre.
      "Niente di grave, ho dovuto discutere delle mie idee" disse, tentando
di dare alla voce la consueta pacatezza "Ti dispiace se ne parliamo dopo?
Non è niente che non possa aspettare: finisci pure. Non vorrei che tuo
padre pensasse che ci siamo messi d'accordo per sottrarti ai tuoi doveri di
figlio devoto" e tentò di sorridere al papà di Mauro.
      "Devo confessare che una simile idea mi ha sfiorato" poi il
professore lo guardò meglio e si rese conto anche lui che Niki era molto
agitato "Ma... davvero, Niki hai una faccia strana."
      "Difendere le proprie idee costa sempre: lei ce lo ha ripetuto tante
volte."
      Quelle parole inquietarono ancora di più Mauro che saltò a
terra e gli si avvicinò: "Faccio la doccia e usciamo. Vieni?"
      Niki lo seguì in bagno e s'appoggiò al muro con lo sguardo
fisso davanti a sé, mentre Mauro si spogliava senza togliergli occhi di
dosso.
      Finalmente guardò Mauro che era nudo e sudato, fermo davanti alla
cabina della doccia.
      "Lo sai che sei proprio bello?" gli disse lentamente "Oggi l'avevo
quasi dimenticato."
      "Ma che è successo? Perché non me lo dici?" Mauro gli si
avvicinò per accarezzargli una guancia. Lo fece con il dorso della mano,
perché era tutto sporco e impolverato.
      "Andiamo alla villotta?" Niki s'avvicinò di più e lo baciò
sulla bocca.
      Questo lo fece immediatamente eccitare, tanto che Mauro si sentì
improvvisamente afferrare da un abbraccio che non s'aspettava. Niki
l'attirò a sé e lo strinse fino a fargli male. Poi, senza una parola,
se ne andò in biblioteca, lasciandolo sorpreso, incuriosito e sempre più
spaventato da un atteggiamento che non comprendeva ancora.
      Mentre tentava di levarsi di dosso la polvere e il sudore accumulati
in un'ora di lavoro, sentì l'inquietudine crescergli dentro: Niki non
s'era mai comportato così.
      Fece la doccia più velocemente che poté e si presentò da lui
dopo solo qualche minuto. Presero il motorino e, con Mauro alla guida,
raggiunsero la villotta senza parlare.
      Durante il tragitto Niki gli stava come incollato addosso, facendo
combaciare il proprio corpo a quello di Mauro. Ogni tanto gli accarezzava
una gamba e Mauro gli dava un colpetto con il casco: lo facevano per
sentirsi ancora più vicini. Niki ne aveva certamente bisogno.
      Appena arrivati alla villotta, si diressero sotto i pini e Niki andò
a sedersi per terra, con le gambe incrociate. Mauro si accoccolò davanti
a lui. Era da poco tramontato il sole, ma faceva ancora caldo. La luce
arrivava rossa e obliqua attraversando i rami di alcuni olivi.
      "È stato davanti alla scuola..." e gli raccontò tutto quello
che era accaduto, dicendo quello che Mauro già si aspettava e temeva di
sentire, perché, mentre si avvicinavano alla villotta, la sua mente
aveva lavorato ed aveva raggiunto un'unica, preoccupante conclusione sul
motivo di quella collera improvvisa.
      Niki gridava con gli occhi pieni di lacrime: "...non gli ho mai fatto
nulla. Sono sempre stato gentile con loro. Tutte le volte in cui li ho
incontrati. Mi hanno spinto! Capisci? E poi mi hanno lasciato là per
terra, gettato via, come se fossi stato un sacco di spazzatura!"
      Mauro s'avvicinò di più e gli prese la mano, la
baciò. Chiuse gli occhi per dominare la rabbia che gli stava montando
dentro.
      "Figli di puttana!"
      Poi mettendogli il braccio sulle spalle, attirandolo a sé, gli
mormorò in un orecchio: "Non essere triste.  Quelli non meritano neppure
che si parli di loro. Che ci importa?"
      "Non lo so se m'importa, oppure no. Ma dovremo sempre nasconderci per
sopravvivere?"
      "Ce ne andremo in America fra qualche giorno e staremo via per tre
mesi. Quando torneremo si saranno certamente dimenticati di noi" gli disse
piano.
      "È terribile quello che stai dicendo" gridò ancora Niki "noi
non dobbiamo scappare. Io non voglio scappare!"
      Mentre l'abbracciava stretto, Mauro si arrovellava, cercando un
argomento che riuscisse a placarlo.  Niki era troppo agitato per rendersene
conto e lui cercò di controllarsi per non inquietarlo ancora di più.
      "Dovremo vivere sempre nascondendoci a tutti, Mauro? Cosa dovremmo
fare per non urtare le loro sensibilità? Non farci vedere? È tutta
colpa mia!"
      E cominciò a piangere: era la sua reazione. Niki non piangeva da
molto tempo, perché non ne aveva avuto più motivo: Stephan era un
ricordo che Mauro, con la sua vicinanza, aveva ormai trasformato in un
rimpianto.
      Anche Mauro si sentiva frustrato per quello che era accaduto ed era
mortificato soprattutto perché Niki stava piangendo e lui non aveva modo
di consolarlo. Avrebbero dovuto combattere contro i mulini a vento, in ogni
momento della loro esistenza, ogni passo sarebbe stato una conquista. Per
quanti amici avessero, per quanto non fossero soli, avrebbero sempre
trovato qualcuno smanioso di insultarli.
      Si scosse, perché capì che tutti quei pensieri non l'avrebbero
portato da nessuna parte e perché Niki, raggomitolato contro di lui,
piangeva ancora.
      "E perché è colpa tua?" l'accarezzò, lo strinse fra le
braccia, gli baciò i capelli e sentì che profumavano di
borotalco. Quell'odore di infanzia, quel ricordo di quand'era bambino,
l'intenerì più di ogni altra sensazione vissuta accanto a Niki "È
colpa tua se io ti voglio tanto bene?" gli chiese dolcemente "Se mi hai
dato tutta la felicità che potessi immaginare e quella che io non sapevo
neppure esistesse? Se è così, sei responsabile di tutto."
      "Per te il pallone è sempre stato tutta la tua vita" Niki
piagnucolava ancora, senza ascoltarlo "E adesso per colpa mia non giochi
più."
      "Ma da qualche mese la mia vita è diventata un'altra cosa e il
pallone era solo un gioco. Mi hai fatto conoscere Brahms e Mahler. Te lo
sei dimenticato? E poi molte altre cose che mi hanno soltanto reso felice.
È tutto merito tuo. Io non ho fatto niente: ci ho messo solo la mia
buona volontà!" e gli sorrise sperando che queste parole, anche futili,
lo strappassero all'angoscia che lo stringeva.
      Ma Niki non l'ascoltava: "L'anno prossimo e l'altro ancora e poi un
altro anno, come faremo? Mauro, io mi sento così triste, per me e
soprattutto per te. Che vita farai accanto a me?"
      "E tu con me? Siamo uguali, Niki, te lo sei scordato? Avremo i nostri
genitori che ci aiuteranno. Vedrai, non ci abbandoneranno. E tutte le volte
che ci sarà da fare a botte, noi faremo a botte."
      "È troppo difficile. Non voglio sentirmi più come mi sono
sentito oggi. Non ce la faccio! È stato così brutto! Mi è sembrato
che tutti fossero contro di me. Ho avuto paura: è stato allora che non
ho più pensato a te!"
      "Niki, ci sono anche i nostri amici che ci accettano, che sono con
noi. Noi non siamo soli!"
      Niki smise di piangere. Si calmò improvvisamente. Lo fissò e
gli parlò con voce piana, incolore: "Non è vero! Non è vero che
loro ci accettano. Hanno paura di noi. Tu non hai mai notato come ci
guardano. Non hai mai fatto caso a come si comportano con noi. Credi
veramente che siano sinceri, quando ci invitano?"
      "Perché? Cosa intendi dire?"
      "Mauro, non ti sei accorto di quello che succede quando andiamo a
giocare a pallone e dobbiamo cambiarci? Non hai visto che tutti si voltano
per togliersi i pantaloni? Si nascondono. E con che velocità si
rivestono, se ci siamo noi. Io cerco sempre di non alzare lo sguardo, di
starmene per conto mio, ma li vedo che controllano anche i movimenti dei
miei occhi."
      Mauro era sinceramente deluso.
      Niki non ne aveva mai parlato, ma era un pensiero che si portava
dentro da quando avevano ripreso ad uscire con gli altri e avevano
partecipato anche a qualche partita di calcio. L'aveva molto addolorato
notare quelle piccole ipocrisie, ma aveva cercato di non parlarne a Mauro
per non intristirlo. Quel pomeriggio però s'era sentito troppo infelice
per tenersi dentro anche quell'angustia. E poi voleva che Mauro capisse e
si difendesse anche da certi comportamenti: lui era troppo buono e leale
con gli amici per aver notato quei particolari.
      "Tu non l'hai mai notato. Non li hai mai visti parlare ed
interrompersi quando noi ci avviciniamo? E se poi stanno discutendo di
ragazze, smettono immediatamente, perché si vergognano a parlarne
davanti a noi.  Scherzano sempre fra loro, sono certo che prima lo facevano
anche con te, ma ora, se ci siamo noi due, diventano tutti seri e non
ridono più! Quando noi siamo con loro c'è soltanto tristezza!"
      "No, non è come dici tu!"
      Eppure, a pensarci bene, ora che Niki gliene parlava, l'aveva notato
anche lui che i Cavalieri avevano perso la loro spontaneità. Era vero
anche che gli scherzi e le battute pesanti, quel linguaggio che tutti
insieme avevano imparato ad usare qualche anno prima, così pieno di
sottintesi e di doppi sensi, non passava più dalle sue parti. E poi il
sesso era, lui lo sapeva bene, l'argomento preferito di tutti i suoi amici,
ma quando c'erano lui e Niki, pareva che tutti l'avessero dimenticato, o
che non fosse più un problema. E capì che non poteva essere così.
      Fu triste per lui giungere a questa conclusione, ma Niki aveva ancora
qualcosa da rivelargli:
      "Ti ricordi l'altra domenica a casa di Giacomo?" c'erano andati di
mattina e l'avevano trovato ancora in pigiama "Non hai visto quante
precauzioni prendeva perché non gli si aprisse il davanti del pigiama?
Quelle mani sempre a coprire e controllare che non si vedessero le sue
vergogne? Te lo ricordi, Mauro? L'hai visto anche tu, non è vero?"
      Mauro l'aveva notato davvero ed ora se lo ricordava benissimo e
ricordava anche che Niki gli era apparso stranamente silenzioso e triste
quella mattina.
      Niki aveva ragione: forse i loro amici non li accettavano, ma di una
cosa era assolutamente certo: non lo facevano per cattiveria. Mauro aveva
una spiegazione, una giustificazione, che in parte poteva aiutare Niki e
lui stesso ad ammettere quello stato di cose, cercando di superarlo.
      "Niki, io credo che i Cavalieri e tutti gli altri siano persone
normali e penso che dovremmo in ogni caso essergli grati se non ci ridono
dietro e non ci sfottono" era dura da dire, da capire, da accettare, ma
Mauro credeva fortemente che fosse la verità "Io credo che loro facciano
tutti gli sforzi possibili per aiutarci! Intendo tutti gli sforzi
consentiti dalla loro educazione, da quello che le loro famiglie, la
scuola, la religione gli hanno insegnato a fare durante tutta la loro
vita!"
      L'aveva preso per le spalle e lo guardava negli occhi: diceva la
verità, anche Niki lo capiva. Aveva ragione un'altra volta e
l'atteggiamento dei loro amici, almeno in parte, era tollerabile. Forse era
ipocrita, ma almeno era comprensibile.
      "Niki, questa volta tuo padre non si trasferirà e se, per
disgrazia, dovesse accadere, noi dovremmo dividerci" scandì bene le
parole "Perciò è preferibile che tu resti qua. È qua che noi
dobbiamo rimanere, perché è in questa città e con quelle persone
che fingono di accettarci, l'unica vita possibile per noi almeno fino agli
esami di maturità. Anche se lo volessimo, non potremmo andarcene, finché
non saremo in grado di muoverci da soli e, quando questo sarà possibile,
lo faremo insieme, io e te. Ce ne andremo dai nostri amici" e poi aggiunse,
a bassa voce, perché era un'idea che aveva avuto in quel momento e che
gli pareva molto brutta, ma che era forse la loro unica via di fuga da quel
posto, da quella città che lui ancora amava, ma che, per loro due in
quegli anni, avrebbe certamente rappresentato l'isolamento, forse l'inferno
"Ce ne andremo a vivere tra quelli come noi, amore mio! Andremo a stare con
i nostri amici di Parigi o con qualcuno di quelli che ci faremo in questi
anni! Sono certo che ce la faremo! E là, o dovunque andremo, nessuno
riderà mai più di noi. Te lo prometto!"
      Lo strinse a sé, perché quello che gli aveva appena detto gli
era parsa una condanna all'esilio.
      Niki gli fece lentamente di si con la testa: le ragioni che stava
ascoltando, seppure dolorose, lo facevano uscire lentamente da quello stato
di malinconia che l'aveva fatto piangere. La vita futura che Mauro gli
aveva fatto balenare era piena di incognite, ma era comunque accanto al
compagno che si era scelto e quindi era la migliore possibile.
      Gli amici, quelli a cui piacevano le ragazze, riuscivano soltanto a
tollerarli. La realtà era quella ed era difficile da accettare, ma non
gli importava. C'era anche gente che arrivava a detestarli, gente a cui
facevano schifo e quelle persone erano le più spaventate dalla loro
diversità. Tutti quelli che erano venuti a sapere della loro
omosessualità o del loro amore, in ogni caso, coscientemente o senza
neppure saperlo, sicuramente li invidiavano. Anche di questo avevano
parlato spesso e il papà di Mauro li aveva subito messi in guardia, ma a
Niki non interessava più di nulla e di nessuno, non in quel momento.
      "Mauro, a te importa qualcosa di tutto questo?" gli chiese con un
filo di voce "Ti interessa che i tuoi amici si vergognino a spogliarsi
davanti a noi? Ti preoccupa che Giacomino passi il suo tempo a chiudersi il
davanti del pigiama, se ci siamo noi? Che la gente normale ci possa
considerare dei mostri?"
      A tutte queste domande Mauro rispondeva facendo di no con la testa e
sorridendogli, incoraggiandolo con gli occhi, accarezzandolo sulla faccia,
passandogli le mani fra i capelli.
      Niki continuava a fargli domande e Mauro provava a restituirgli le
certezze che avevano vacillato in quel pomeriggio così triste. Perché
se proprio nessuna di quelle questioni stava a cuore al suo compagno, a
Niki non importava di null'altro: nella sua vita c'era Mauro e questo era
tutto, per sempre.
      Finirono per abbracciarsi stretti.
      Quando vedeva piangere Niki, Mauro pensava a se stesso come ad un
blocco di cera che si fonde.  Provava un gran calore dentro e sentiva i
suoi stessi occhi inumidirsi. Il pianto di Niki e, più di tutto, la
malinconia nei suoi occhi erano le cose che l'avevano fatto
innamorare. L'affinità intellettuale era stata un'altra ragione per
legarsi, ma era stato un motivo che aveva compreso e razionalizzato un po'
di tempo dopo, perché ciò che aveva fatto cadere ogni sua remora, se
mai ne aveva avute, era stato quello sguardo triste e indifeso, colto in
tante occasioni. Quella richiesta muta d'aiuto che gli veniva ogni tanto
dal compagno, era diventato un premio che non credeva d'avere mai meritato.
      Lo baciò sul collo, come piaceva a tutt'e due. Cercò la sua
bocca. Le labbra di Niki erano calde e umide, come le sue guance, ancora
bagnate di lacrime. Anche quel particolare calore lo faceva impazzire,
rendendolo ebbro di felicità, gli faceva provare un affetto sconfinato.
      Niki rispose alle effusioni, accarezzandogli i capelli,
raccogliendosi nel suo abbraccio, assecondando i suoi movimenti. Il tappeto
d'aghi di pino era ancora tiepido per il sole appena tramontato, la luce
rossa si stava spegnendo e c'era un silenzio quasi assoluto. Solo qualche
cicala e qualche rondine rompeva la quiete che c'era intorno a loro.
      Mauro era rotolato su Niki e gli riempiva la faccia di baci: "Sei
così bello quando piangi" gli mormorò in un orecchio.
      "Lo faccio perché tu possa confortarmi" Niki stava riacquistando
il suo buonumore "e ti amo sempre di più quando fai l'angelo
consolatore."
      Mauro si alzò e l'aiutò a sollevarsi, l'abbracciò ancora e
si baciarono.
      Le mani corsero a cercare sul corpo dell'altro l'eccitazione che già
sentivano nel proprio. Si sfilarono le camicie e sbottonarono i pantaloni,
si liberarono come poterono dei vestiti e si amarono in piedi sotto gli
alberi, protetti dalla siepe di bosso che li nascondeva dalla strada.
      Fecero l'amore. Niki s'abbassò a baciare il sesso di Mauro, leccò
una goccia che già sfuggiva all'eccitazione dell'amante e tornò alle
sue labbra. Fu la volta di Mauro a chinarsi e baciare Niki. Le loro mani
corsero dalle spalle alle gambe, insinuandosi nei posti segreti con cui
tante volte si erano dati piacere. Quel giorno l'amore li ispirò nel
baciarsi e il loro amplesso terminò mentre ancora si stringevano.
      Mauro s'allontanò dal compagno per osservarlo meglio, nella luce
declinante del crepuscolo: mezzo svestito com'era gli s'inginocchiò
davanti, per guardarlo da sotto. Un raggio di sole obliquo, per un riflesso
improvviso, colpì il ventre di Niki, ancora lucido del seme che l'aveva
bagnato, e brillò per un momento.  Mauro l'accarezzò, poi cercò la
mano di Niki e lo fece abbassare fino a guardarlo negli occhi: "E allora?
Sono solo il tuo angelo consolatore?"
      Niki fece cenno di no con la testa e sorrise. Lo tirò verso di sé
e lo strinse forte: "No, no! Tu sei tutto!"
      Si baciarono ancora, poi si rivestirono e tornarono a sedersi sul
tappeto di aghi: Niki con le spalle appoggiate ad uno dei pini e Mauro
seduto fra le sue gambe a godersi la protezione di quell'abbraccio.
Accomodati così attesero che facesse buio.
      Quando il cielo si oscurava, Mauro s'impauriva sempre e aspettava che
Niki l'abbracciasse più stretto.  Anche quello era parte del grande
gioco che facevano fra loro e che continuava ad appassionarli, perché
l'abbraccio di Niki era sempre sufficiente ad allontanare le paure di
Mauro.
      Niki lo stringeva e gli sfiorava i capelli, ne aspirava l'odore
leggero. Con le mani gli abbottonava e sbottonava la camicia, poi
l'accarezzava e scendeva con le labbra a baciarlo sulla nuca. Mauro se ne
stava con gli occhi socchiusi, assecondando tutti quei movimenti.
      Rimasero in assoluto silenzio per parecchio tempo a guardare il cielo
oscurarsi e ad ascoltare i rumori della campagna, ma, come Niki sapeva bene
ormai, il silenzio di Mauro celava sempre il fitto lavorio del suo
cervello. Era convinto che se quell'attività avesse prodotto rumore, si
sarebbe udito un gran fracasso.  Quando Mauro taceva, pensava intensamente
e questa volta doveva essere proprio concentrato, perché Niki percepiva
in alcuni momenti anche l'affannarsi del suo respiro. Lui, invece, stava
rimuginando più prosaicamente sui capelli del compagno che s'erano
allungati di molto dall'ultima volta in cui era riuscito a farglieli
tagliare. Se non l'avesse convinto ora, doveva almeno proporgli di farseli
intrecciare: con quei capelli nerissimi e così lunghi, Mauro poteva
passare per un pellerossa. Cominciò, serio serio, a fargli una treccia,
ma gli venne subito da ridere al pensiero di quale sarebbe stata la sua
reazione, quando l'avesse messo a parte di quell'idea così singolare.
      Mauro, invece, pensava ai suoi amici, gli era rimasta una profonda
amarezza: se ne sentiva irrimediabilmente tradito. Sapeva che non era
giusto pensare così male di quei ragazzi. Era riuscito a convincere Niki
della loro buonafede, ma a lui restava la delusione e nulla l'avrebbe più
scacciata, quella era una slealtà che gli sarebbe stato impossibile
perdonare. Ogni volta che li avesse incontrati, perfino Giacomino e i
Cavalieri, non avrebbe potuto fare a meno di ricordarsi di quello che gli
aveva detto Niki. Li aveva perduti per sempre. Era sempre stato pronto a
dimenticare un torto subito, ma questa volta capì che sarebbe stato
impossibile. Anche se non si trattava di malignità, era certo che non
avrebbe più guardato i suoi amici come aveva sempre fatto e questo lo
rattristava.
      Si era sempre comportato lealmente con tutti, qualche volta era stato
tanto onesto da essere giudicato sciocco. Ora doveva disilludersi: aveva
davvero creduto che tutti quelli li avrebbero accettati per ciò che
erano? Che avrebbero accolto anche Niki nel gruppo? Lo aveva candidamente
sperato, fin quasi a convincersene ed ora era profondamente deluso.
      Da dove erano seduti riusciva a vedere il passaggio segreto che con i
Cavalieri aveva utilizzato mille volte per entrare nel giardino chiuso. Una
sera d'agosto di tanti anni prima, quella in cui avevano fatto il
giuramento dell'ordine, erano riusciti a bloccare il passaggio segreto e si
erano barricati tra le mura dell'aranceto, fin quasi a mezzanotte, perché
quella era l'ora in cui dovevano giurare. Giacomino, Alex, Eugenio e lui
erano rimasti per delle ore a fare un gioco fantastico che aveva ormai
dimenticato, ma che in quel momento, tanto tempo fa, era stato
meraviglioso. Avevano costruito le spade, fatto i costumi e poi la
rappresentazione della loro veglia d'armi si era svolta in modo
perfetto. Uno per volta, avevano promesso davanti alla madonnina di essere
fedeli fino all'ultimo agli altri Cavalieri, anche nella morte: era stato
lui a comporre la formula del giuramento. Ed ora Giacomo si vergognava, si
copriva davanti a lui.
      Si sentì solo, senza amici, nudo, in balia del mondo.
      In quel momento Niki gli sfiorò il collo con le labbra, quasi gli
avesse letto nella mente e compreso il suo cruccio. E lui pensò
immediatamente a Niki, alla solitudine che doveva avere sofferto prima che
si conoscessero: forse il senso di abbandono che lui provava in quel
momento era simile al sentimento che aveva accompagnato Niki per quasi
tutta la vita. Ripensò alle prime settimane di scuola. Quei giorni per
Niki dovevano essere stati un inferno. Era sempre solo, ma veniva deriso
anche da chi incominciava ad amare.  Fu allora che nella mente di Mauro
riaffiorò un episodio dimenticato, un piccolo fatto accaduto in ottobre,
prima che si rivelassero uno all'altro.
      Si voltò a guardarlo.
      "Niki, all'inizio dell'anno scolastico, un po' prima che diventassimo
amici, un giorno, mentre eravamo in palestra, due dei nostri compagni
t'insultarono. Te lo ricordi?"
      "Non lo so! Non posso ricordarlo: accadeva così spesso!" sorrise a
quell'idea e l'abbracciò più stretto.
      "Io ero lontano" insisté Mauro "ma ti stavo guardando: tu
mormorasti qualcosa e poi li guardasti in un modo che mi colpì. Te ne
ricordi: è stato in palestra. Che cosa gli dicesti?"
      "Quella volta in particolare non la ricordo, però posso
immaginarla, perché in quei giorni ricorrevo spesso a quello
stratagemma. Lo vuoi proprio sapere? Non diventerai presuntuoso?"
      Mauro gli fece di no con la testa, voltandosi a sorridergli.
      "Io ti amavo già!"
      "Ma cosa dicesti?"
      "Mauro."
      "Come?"
      "Dissi: Mauro!"
      "Il mio nome? E perché?... Noi non ci parlavamo neppure!"
      "Però funzionava!"
      "Davvero?"
      "Si. E non immagini quanto! Mi ripetevo il tuo nome ogni volta che
dovevo fare qualcosa che mi pareva difficile. Avrò fatto così anche
nel mostrarmi annoiato con quei due stupidi. Era così difficile: avrei
voluto piangere, oppure prenderli a pugni, ma non potevo. Dovevo essere
forte per me e per te. E tu già mi aiutavi."
      "Ora aiutami tu, Niki. Per favore!"
      Si raccolse nel suo abbraccio e gli rivelò tutta la sua tristezza.
      Solo le parole di Niki lo riportarono alla realtà, perché tutti
quei pensieri l'avevano condotto davvero troppo lontano. Il tocco di quelle
mani, le carezze con cui Niki accompagnò le sue parole lo calmarono.
      Alzandosi, dopo un poco, quando era già buio, dopo aver scherzato
sulle trecce che quel matto gli stava facendo, perché sembrasse un
guerriero apache, dopo essersi fatti il solletico ed essere tornati a
ridere fino alle lacrime, Mauro si sentì improvvisamente vecchio. Tentò
di scacciare quella sensazione.  Cercò di tornare indietro, di saltare
il solco che aveva tracciato con i suoi pensieri, ma quello squarcio era
divenuto troppo profondo. Allora capì che doveva guardare davanti a
sé, a Niki che l'aspettava, perché crescessero insieme e non si
sentissero mai più vecchi. Gli mise un braccio sulle spalle, lo baciò
un'altra volta e scacciò quei pensieri in un angolo della mente. Era
certo che quel ricordo sarebbe tornato ogni volta che avesse incontrato i
suoi amici, ma sapeva anche che nulla del comportamento di quei ragazzi
avrebbe più potuto ferirlo.
      Mentre, sotto le stelle, s'allontanavano dalla villotta, notò che
Niki era tranquillo e quasi allegro ed anche lui era tornato sereno. Anzi,
si sentiva così calmo e appagato che decise di rischiare ancora la
malinconia, riprendendo a seguire il corso dei suoi pensieri.
      Chiuse gli occhi e lasciò andare un'altra volta la fantasia, il
capriccio delle sue idee. Questa volta non andò indietro nel tempo, ma
pensò al futuro, a loro due. La fine della scuola era proprio vicina e
dopo solo qualche giorno sarebbero partiti per gli Stati Uniti, con la
particolare libertà che l'America avrebbe rappresentato. Lì sarebbero
stati realmente padroni di se stessi, perché il nonno, gli aveva
spiegato Niki, avrebbe organizzato la loro estate in modo che, per un po'
di tempo, fossero da soli e lontani dalle famiglie. Il nonno riponeva molta
fiducia in loro, ma, sempre secondo Niki, voleva scoprire se erano davvero
in grado di trascorrere un po' di tempo senza correre a chiedere aiuto a
lui oppure ai genitori, perciò li avrebbe mandati chissà dove per
quell'esperimento, ma, pensò Mauro, avrebbe fatto il campeggio anche al
Polo Nord, purché con lui ci fosse stato Niki.
      Ancora una volta, prima uno, poi l'altro, aveva avvolto l'amante in
quell'abbraccio protettivo che era diventato il segno caratteristico del
loro rapporto: ciascuno avrebbe difeso l'altro così, sempre, contro
tutto.
      Mentre tornavano in città, Niki alla guida del motorino, lui che
l'abbracciava da dietro, per una volta senza i caschi, Mauro ebbe la
definitiva consapevolezza di quale fosse il loro comune destino: affrontare
la vita sorreggendosi nelle difficoltà, consolandosi davanti al
dolore. Forse sarebbe toccato più spesso a lui di proteggere Niki dal
mondo, Niki che era più sensibile, ma qualche altra volta certamente
sarebbe stato l'altro a confortarlo, proprio come aveva fatto quella
sera. Se Niki piangeva spesso, era perché così riusciva a liberarsi
più facilmente dell'ansietà e dell'inquietudine, ma, una volta
asciugate le lacrime, tornava più forte e determinato di prima. Mauro
ormai lo conosceva bene, sapeva che dietro le lacrime c'erano una forza ed
una volontà che a lui spesso mancavano.
      Avrebbero riso insieme e gioito, avrebbero diviso anche il pianto,
perché la vita, dopo averli così felicemente favoriti, dopo avergli
regalato tanta gioia, si preparava certamente a riservargli anche tanta
tristezza. Era consapevole di questo e quasi se l'aspettava. Loro due
sarebbero sempre vissuti cercando di regalare, in qualche modo, un po'
della loro felicità agli altri, ai loro genitori, agli amici che già
avevano, ai tanti che, sperava, ne era convinto, avrebbero incontrato. E
l'avrebbero fatto senza curarsi troppo dell'ipocrisia che certamente
avrebbe continuato a circondarli.
      Alla fine di questi pensieri, felice delle conclusioni cui era giunto
e del presente della loro vita, ancora più sereno sul futuro, sfiorò
con le labbra umide il collo di Niki. Lo sentì rabbrividire e
sospirare. L'abbracciò più stretto e gli si avvicinò ancora,
chiuse gli occhi e appoggiò il capo contro quello del compagno. Si
sorprese a pensare che morire in quel momento, per loro due, non avrebbe
rappresentato una tragedia.
      Morire, la morte, il nulla: tutte sciocchezze.
      "Niki" sussurrò e, per una volta, gli capitò di commuoversi e
di piangere. Diede la colpa al vento, perché qualche lacrima sfuggì
anche ai suoi occhi e scese sulle guance, come se fosse stato Niki. Ma,
pensò, proprio questo lui era.



Fine



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