Date: Sun, 20 Jan 2013 11:08:36 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 2

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.




Questo è il secondo dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.




Cap. 2 Prima storia di Mauro




      Questa storia è diversa da quella Niki.
      La famiglia di Mauro era stata quasi sempre allegra, divertente, e
solo qualche volta la loro felicità era stata offuscata da nubi che
tutti insieme avevano scacciato. E ci erano sempre riusciti valendosi
soprattutto della grande serenità d'animo dei genitori e dell'amore che
li univa.
      La vita che viveva era felice. Negli ultimi due anni, un solo dubbio
l'aveva crucciato: riguardava una problema al quale preferiva non pensare,
di cui, all'inizio, era riuscito a negare l'esistenza anche a se stesso.
Rifiutarsi di pensare a quella parte di sé era un esercizio al quale si
era molto applicato, almeno finché era stato in grado di farlo.
      Mauro era bello.
      Lo era sempre stato e tutto di sé lo rendeva simpatico ed
attraente. Ma aveva una qualità che incantava più delle altre:
davvero non sapeva di essere tanto affascinante. Quella era un'idea di sé
che non l'aveva mai, neppure lontanamente, sfiorato.
      Era sempre stato parecchio sviluppato per la sua età ed abbastanza
robusto per non sembrare magro.  Aveva gli zigomi alti e il volto regolare,
che si illuminava spesso di un bel sorriso. I suoi denti erano bianchi e
perfetti e, quando rideva, cosa che accadeva molto spesso, ai lati della
bocca si formavano due fossette che, quand'era ancora piccolo ed anche dopo
che era cresciuto, facevano venire voglia di baciarle a chi lo guardava. I
suoi occhi erano neri e profondi, sempre attenti, concentrati. I capelli,
che a lui piaceva portare lunghi, erano morbidi, ancor più scuri degli
occhi e leggermente ondulati. Tanta fortuna nell'aspetto, tutta la sua
bellezza non erano state di pregiudizio al resto, perché era
particolarmente intelligente, sveglio, ubbidiente verso i genitori, educato
e rispettoso di chiunque avesse accanto.
      Per tutto questo e perché era il più piccolo, la mamma e il
papà l'amavano più degli altri figli. Quando fu abbastanza grande da
capirlo, sua madre, scherzando, gli spiegò che lui non era tanto più
docile e remissivo dei suoi fratelli, ma era solo il più svelto a capire
come fare ad ottenere tutto dai genitori, senza dargli l'impressione di
avere ceduto in qualcosa. Questa rivelazione lo sconcertò moltissimo,
fornendogli materia di discussione con suo padre.
      Fin da bambino aveva avuto un'estrema facilità di rapporti con
tutti, grandi e piccoli. Grazie al suo aspetto felice, le asperità del
suo carattere, e ce n'era qualcuna, erano note soltanto a chi gli era più
vicino. Lo erano certamente alla mamma e al papà che conoscevano la
tenacia che quel figlio metteva in ogni sua azione, oppure ai fratelli che
avevano potuto constatare quanto fosse difficile convincerlo a fargli fare
qualcosa che lui non volesse davvero, oppure avvicinarsi alla mamma ed
abbracciarla, quando era presente il piccolo principe. Ma, nonostante
questo, era coccolato dai fratelli che lo amavano.
      I genitori erano insegnanti, il padre di francese e la mamma di
matematica. Si erano conosciuti quando frequentavano il liceo e non s'erano
più lasciati. Ora erano vicini ai cinquant'anni. Avevano lavorato
parecchio per fare crescere senza privazioni i propri ragazzi, quei tre
figli che avevano desiderato, atteso e che amavano intensamente. La mamma
era una persona dotata di una carica inesauribile d'ottimismo, energia e
buona volontà, cui facevano da contrappeso la flemma, la ponderazione e
la tranquillità assoluta che governavano ogni azione del
papà. Insieme erano forse i migliori genitori che un bambino potesse
sperare d'avere.
      I suoi fratelli erano Sergio di cinque anni più grande e Michele
di tre. Parevano, nell'aspetto e nel carattere, i due tentativi non
completamente riusciti che i genitori avevano compiuto prima di generare il
loro figlio più bello e intelligente. La mamma aveva fatto questo
pensiero, per la prima volta, quando Mauro aveva da poco compiuto un anno.
      Era accaduto di domenica mattina. Aveva preparato i piccoli per
uscire e, mentre suo marito s'era perso da qualche parte, in casa, a
cercare qualcosa, lei e i bambini erano rimasti ad attenderlo davanti alla
porta. I suoi figli erano in fila, come schierati, e lei si sorprese ad
osservarli e a confrontarli. Cercò nella sua memoria le immagini dei due
maggiori ad un anno d'età e le paragonò al più piccolo che ora la
guardava con occhi vispi ed incuriositi.  Ricordava molto bene gli altri
due e le venne subito da pensare che Mauro fosse davvero più bello, ma
quella valutazione, da sola, non avrebbe cambiato in nulla la sua
considerazione verso di loro. Le venne allora in mente che il piccolino era
sempre attento e curioso di tutto, molto più di quanto lo fossero stati
i suoi fratelli. Toccava e tentava di far funzionare qualunque oggetto gli
capitasse fra le mani, spesso anche riuscendoci. Guardandoli ancora,
considerò che gli altri due non erano mai stati tanto vivaci e
intraprendenti quanto lo era Mauro. Ancora in piedi e davanti alla porta,
Sergio e Michele cominciarono a mostrare segni d'impazienza, mentre lei
continuava a valutare e confrontare attentamente le reazioni di Mauro e
quelle dei suoi fratelli. Il piccolo la guardava fisso e i suoi occhi, come
sempre, attenti parevano chiederle il perché di quell'attesa, mentre gli
altri due mostravano soltanto d'essersi annoiati. Lei si disse che quella
era una reazione naturale in bambini di sei e quattro anni, costretti ad
aspettare il papà con i cappotti addosso e si ripeté che un bimbetto
di neppure un anno non poteva già chiederle il perché delle cose, non
ne avrebbe avuto i mezzi, né sarebbe riuscito a capirlo se lei avesse
tentato di spiegarglielo. Poi lo vide che, con passetti sicuri, andava a
sbirciare nella camera dove suo padre forse cercava gli occhiali. Mauro le
tornò vicino e attirò apertamente la sua attenzione. Lei fece finta
di non badargli, allora lui le tirò la gonna con la manina. Aspettò
che finalmente lo guardasse e le gridò, nel suo linguaggio strano, ma
già abbastanza comprensibile, una frase che lei tradusse come 'papà
non trova' o qualcosa del genere.
      Poteva anche darsi che gli altri due conoscessero abbastanza il
proprio padre per sapere che immancabilmente non trovava qualcosa al
momento d'uscire o potevano averlo sentito dire in altre occasioni, ma
Mauro lo aveva compreso in quel momento, non poteva averlo ricordato, era
troppo piccolo per farlo. Quello che più la colpì, fu che il bambino
non soltanto l'aveva capito, ma aveva tentato di spiegarlo a lei, alla sua
mamma.  Come interpretarlo se non come un segno di affetto, di attenzione,
da parte di un bambino di un anno, un solo anno?
      Quello dunque era Mauro e l'episodio la impressionò tanto da
rimanerle vivo nella memoria negli anni seguenti, durante i quali suo
figlio continuò a mostrare tutte le sue qualità, oltre alle doti che
lo rendevano così espansivo, dolce e affettuoso verso tutti quelli che
gli si avvicinavano. Fra le altre qualità, venne subito fuori anche
l'abilità di rendere i propri difetti amabili ed accettabili. Se
combinava qualche pasticcio, dopo era bravissimo a farselo perdonare e se
il perdono non era proprio possibile senza una punizione, riusciva sempre
ad ottenere uno sconto con i suoi modi e le sue mosse. Ma il pregio più
evidente che espresse fu la grande capacità intellettuale, una vera e
propria voracità di sapere e di capire le cose e soprattutto di
interpretarle, renderle comprensibili per sé, sintetizzarle e
memorizzarle. E anche spiegarle agli altri, quando gli pareva che non le
capissero.
      Aveva cominciato a sillabare le prime parole quando non aveva ancora
otto mesi e i suoi progressi furono entusiasmanti per i genitori e per i
fratelli. Quando giunse l'età della scuola, gli insegnanti che lo
seguirono compresero subito d'avere un allievo fuori del comune e gli
offrirono sempre le migliori occasioni per esprimere tutta la sua
eccezionalità. E questo non pregiudicò mai la sua vivacità, perché
qualunque cosa facesse, la faceva di corsa. E poi cadeva raramente e s'era
sbucciato le ginocchia pochissime volte, pur correndo instancabilmente
dalla mattina alla sera. Aveva sempre pianto poco, anche perché, secondo
sua madre, riusciva sempre ad ottenere tutto prima d'arrivare a piangere
per far valere le sue richieste.
      I tre ragazzi fra loro erano molto uniti, ma fra Sergio e Mauro si
era subito creato un rapporto speciale, più forte che con Michele e più
intenso che fra i due più grandi. Per molti anni, finché non era
stato in grado di organizzare giochi per conto proprio e di avere amici
soltanto suoi, cioè almeno fino all'età della scuola, Mauro aveva
vissuto in simbiosi col fratello maggiore, letteralmente appollaiato sulle
sue spalle, frequentando gli stessi amici, facendo gli stessi giochi. La
sua prontezza e la sua intelligenza lo mettevano alla pari e spesso in
vantaggio rispetto a ragazzi di cinque, sei anni maggiori di lui: Mauro,
Sergio e Michele erano un trio formidabile in molti giochi.
      Per Sergio, quindi, Mauro era stato un compagno di giochi, un
cucciolo da proteggere e un genio da ammirare. Per Michele, invece, era
stato, prima di tutto, qualcuno piombato nella sua infanzia a scalzarlo dal
suo ruolo di beniamino di casa. Questo sarebbe stato un avvenimento
abbastanza comune in una famiglia con due o tre figli, ma ad aggravare la
situazione c'erano state l'inconsueta intelligenza e precocità di Mauro
e la sostanziale normalità di Michele. Ne era nata una sorta di gelosia
verso il più piccolo, un sentimento che i genitori avevano subito
riconosciuto e che avevano cercato di mitigare. Michele era sicuramente il
meno dotato dei tre figli ed era stato cosciente di questa sua
inferiorità, almeno fin da quando Mauro aveva cominciato a fare i suoi
stessi giochi risolvendoli sempre in anticipo, capendo prima di lui e,
spesso anche prima di Sergio e del papà, dove andasse infilato un
pezzetto di qualcosa perché il gioco riuscisse. L'intima consapevolezza
di ciò l'aveva spesso spinto al malumore e l'avrebbe realmente
incattivito, facendolo chiudere in se stesso, se la mamma e il papà non
fossero sempre intervenuti a correggere quelle situazioni.
      Ad ogni modo, tutto questo non aveva condizionato l'atteggiamento dei
genitori verso i ragazzi, perché nella loro casa tutti erano amati e
rispettati in uguale misura, anche se Mauro restava sempre il beniamino. Se
poi qualche volta approfittava di quella posizione, la mamma o il papà
lo rimettevano a posto, senza esitazioni.
      L'educazione impartita in casa era improntata al rispetto reciproco e
all'amore che i figli corrispondevano ai genitori in uguale misura. Era
stato, perciò, facile ed agevole per Mauro e per i suoi fratelli
crescere come erano cresciuti, essere felici e, almeno per Mauro, donare
agli altri il proprio notevole equilibrio interiore. E, se in passato
Sergio e Michele avevano dato problemi, per Sergio anche seri, questo era
servito a rinsaldare ulteriormente la famiglia anziché a disgregarla.
      La loro casa era situata in un grande condominio di quella che, alla
nascita di Sergio, era ancora periferia, alla nascita di Mauro, lo era già
meno ed ora, a più di vent'anni dalla costruzione, era quasi il centro
della cittadina in cui erano nati i ragazzi, i genitori ed anche i nonni e
tutti i nonni dei loro nonni.
      Era un appartamento che si sviluppava in lunghezza, come se ne
costruivano negli anni sessanta, con le camere che s'aprivano ai lati del
corridoio e la cucina davanti alla porta d'ingresso. Il centro della casa
era costituito da una grande sala-studio-biblioteca che s'apriva subito a
destra, dopo l'entrata. Là era sistemato il televisore di famiglia, che
era l'unico, era piuttosto vecchio e funzionava male. Nessuno di loro ci
badava molto, perché, come diceva il papà, 'era la televisione ad
uccidere i congiuntivi' e in quella casa la grammatica e la sintassi
avevano molta importanza. Sulla sinistra, subito accanto alla cucina, c'era
l'unico bagno di casa e sullo stesso lato, si trovava la camera da letto
dei genitori.
      In fondo al corridoio si apriva la porta del 'tunnel', altra
definizione paterna. Era la stanza dei ragazzi, che pareva una specie di
cunicolo, stretto e lungo quasi quanto tutta la casa. Nel tunnel era stato
sistemato, addossato ad una delle pareti, un mobile, fatto costruire dal
nonno paterno per accogliere i letti dei suoi tre figli maschi in un
corridoio della loro vecchia casa. Secondo la mamma di Mauro, l'idea di
creare quel mobile orribile doveva essere venuta al suocero, vecchio
professore di francese, melomane incallito e loggionista fedele del teatro
cittadino, dopo un incubo-indigestione da attribuire, in parti uguali, al
cibo, a Baudelaire, a Verdi o a Donizetti, suoi autori preferiti. Quella
specie di grande catafalco era formato da tre letti che digradavano dal più
alto al più basso. In origine era lungo più di sei metri, ma, per
farlo entrare nel tunnel, era stato adattato ponendo il terzo letto, quello
più alto, perpendicolarmente agli altri due. Nelle sue stive,
fortunatamente capaci, riusciva a contenere tutti i vestiti dei ragazzi,
qualche giocattolo superstite, tutte le loro cianfrusaglie e quanto altro
riuscivano a farci entrare. Nella stanza, infatti, non ci sarebbe stato
spazio per altri armadi. Lungo il muro libero, ai lati della finestra,
erano sistemate due piccole scrivanie che erano un diritto quasi esclusivo
di Sergio e di Michele e tre sedie, divise equamente fra i ragazzi. Mauro,
ultimo arrivato, aveva sempre studiato, nomade in casa, dividendosi fra la
cucina e la sala-biblioteca, quando questa non era occupata dalle lezioni
private, tenute dai genitori ed indispensabili alla quadratura del bilancio
familiare.
      Nella biblioteca era sistemata la collezione di libri francesi e di
dischi d'opera, appartenuta al nonno, e che era stata incrementata dal
padre. Comprendeva ormai qualche migliaio di libri riguardanti lo scibile
universale, in lingua francese. La collezione di dischi, molti dei quali
vecchie incisioni a settantotto giri, era dedicata soltanto all'opera
lirica.
      Disponendo di un tale serbatoio di sapere, Mauro aveva imparato a
leggere molto in fretta. Già a quattro anni, in francese prima che in
italiano, ed era anche divenuto, più o meno alla stessa età, un
esperto conoscitore dell'opera lirica, pur senza conoscere tutto il resto
della musica. Fin da piccolo infatti, aveva trascorso molte serate
accoccolato accanto a suo padre, il quale ogni sera faceva andare il loro
vecchio grammofono a mobile, cambiando un disco ogni quarto d'ora. I suoni
e le armonie che l'altoparlante riusciva ancora ad emettere, dopo mezzo
secolo di servizio, divennero subito affascinanti per lui che cominciò a
riconoscere le varie Lucia, Leonora, Mimì e Gilda, e ad apprezzare le
interpretazioni di Caruso e della Callas, le acrobazie di Lauri Volpi e la
potenza di Tamagno. Imparare a memoria i libretti delle opere fu un gioco
che l'entusiasmò ed anche cantare lo divertiva molto, ma, essendo
piuttosto stonato, come il resto della famiglia, i suoi tentativi furono
soltanto un esercizio divertente e subito scoraggiato dal papà che cercò
di orientare altrove gli sforzi di quel figlio eccezionale.
      La mamma e i ragazzi, da parte loro, avevano contribuito ad aumentare
la dotazione culturale della casa con molti libri profani, non in lingua
francese, e con dischi inascoltabili, cioè non d'opera, relegati, e
ormai ce n'era una gran quantità, sugli scaffali instabili che correvano
sopra i due metri d'altezza, tutto intorno, lungo le pareti del tunnel e
del corridoio.
      Un problema particolarmente sentito in casa era quello dello spazio,
gestito con oculatezza anche più grande di quella riservata ai soldi,
altra voce talvolta preoccupante della vita familiare.
      La via d'uscita e di salvezza dal probabile crollo del pavimento di
casa, era stato l'aver ricevuto in eredità, quando Mauro aveva pochi
anni, il villino del nonno. La villa, anzi la 'villotta', come
tradizionalmente era chiamata in famiglia e senza una ragione precisa, era
una costruzione di metà ottocento, ancora in buone condizioni, un po'
lontana dalla città, in una zona considerata tuttora molto salubre.
      Attaccato alla villa, sulla destra, c'era un bel giardino d'agrumi,
piantato dal primo proprietario, nonno del nonno di Mauro, e cinto da un
muro alto più di tre metri, costruito per proteggere aranci e limoni dai
venti provenienti dal mare. D'estate il giardino era profumatissimo di
fiori, mentre d'inverno si colorava di piccole arance.  Tutto l'anno vi si
raccoglievano i limoni.
      Nell'angolo a settentrione del giardino chiuso, quasi sepolta sotto
un'edera che ormai copriva tutto il muro anche all'esterno della cinta,
c'era un'edicola con una piccola statua di gesso raffigurante la
Madonna. L'edicola era stata ricavata nello spessore del muro ed era lì
da almeno un secolo. Era stata costruita perché il bisnonno di Mauro
s'era miracolosamente salvato da una polmonite e sua madre, segretamente
devota in una famiglia d'anarchici e socialisti, era venuta allo scoperto
rivendicando la propria fede. Aveva preteso che alla madonna venisse
riconosciuto il merito d'avere procurato la grazia che aveva risparmiato il
bambino.
      L'edicola, con il suo scenario di verde intenso, di ombra assoluta,
creata dall'edera centenaria, padrona incontrastata di quell'angolo, era
sempre stata meta di visite, in qualche modo, devote da parte di tutti gli
ospiti della villa. Ogni generazione aveva annesso l'importanza che era
dovuta a quella specie di santuario familiare, che rappresentava una delle
sole due concessioni al soprannaturale in quella famiglia di agnostici e
razionalisti impenitenti. L'altro cedimento era rappresentato dalla
partecipazione assidua e fedele di tutti gli uomini di casa ad una delle
processioni tradizionali di Pasqua.
      L'arrivo dell'energia elettrica alla villotta aveva consentito, molti
anni prima, di sostituire la lampada votiva ad olio con una più prosaica
lampadina che, ad ogni alito di vento, nel cupo e fremente verde
dell'edera, creava ombre che avevano terrorizzato Mauro fin dalla più
tenera età. Quell'angolo oscuro, l'edera, l'edicola illuminata a stento
dalla luce rossastra e tremolante della lampadina, rappresentarono subito,
per la sua fervida fantasia, la materializzazione del mondo delle tenebre e
divennero la porta dell'inferno. Né valsero, negli anni, le spiegazioni
del papà, oppure i tentativi della mamma per farlo avvicinare con
tranquillità a quell'angolo sempre in ombra. Là tremolava sempre e
solo la luce di una lampadina, ma quella luce creava soprattutto parvenze
oscure che la sua fantasia trasformava in spettri che l'atterrivano da
bambino e lo spaventavano ancora, quando era già ragazzo.
      Nel terreno piuttosto esteso che circondava la villa, erano stati
eretti in anni molto lontani due grandi trulli, un tempo utilizzati per
riporvi gli attrezzi agricoli. Gli olivi secolari che costellavano la
proprietà non facevano molta ombra, ma proprio davanti all'entrata della
villotta c'erano due pini giganteschi, ben visibili fino dalla città, a
chilometri di distanza, piantati, come con orgoglio si raccontava in
famiglia, già prima del 1850, anno di costruzione della villotta. Quegli
alberi maestosi erano una delizia di fresco in estate, ombreggiando
generosamente la facciata della villa. Sulla sinistra c'era una complicata
e imponente siepe di bosso, alta almeno tre metri e molto estesa, anche se
ormai inselvatichita. Si raccontava che fosse stata piantata per desiderio
di una pro-prozia di Mauro, poi rimasta zitella. Dopo oltre un secolo, in
un accenno d'oscuro labirinto, la siepe consentiva ai ragazzi di
organizzare i giochi più fantasiosi e di nascondersi alle ricerche più
accurate. Un roseto floridissimo, orgoglio del padre di Mauro, completava,
di là dalla siepe, la vegetazione di quella dimora che ancora mostrava i
passati splendori della famiglia.
      L'infanzia dei fratelli trascorse fra la casa allegra e rumorosa in
inverno e la villotta fresca e accogliente d'estate. Molte delle loro
avventure si dipanarono attorno alla villotta. I ragazzi e i loro amici
conoscevano ogni pietra di quella terra. Ad ogni albero avevano dato un
nome, specie agli ulivi secolari, ormai divenuti giganteschi, con le loro
forme fantastiche e contorte. I trulli, costruiti a secco con pietre
smussate erano i loro castelli. La siepe di bosso era la foresta dove
Tarzan, Robin Hood, Robinson Crousoe, Gulliver e molti altri eroi, antichi
e moderni, furono rincorsi o inseguirono i nemici. Il giardino degli agrumi
divenne il regno incantato, un eden da conquistare e l'angolo buio
dell'edera spesso fu l'antro di un drago da uccidere. L'edicola della
Madonna, invece, fu per tutti il santuario davanti al quale alcuni
cavalieri trascorsero la propria veglia d'armi prima di essere consacrati
in una cerimonia dal complicato e misterioso rituale.
      Mauro fu l'ultimo frequentatore, con i suoi compagni, di quei luoghi
resi favolosi dai loro giochi.

      Vivendo in famiglia con fratelli molto vicini per età, non aveva
mai avuto un particolare bisogno d'amici. Lui però era sempre riuscito a
farsene, conquistandoli col suo carattere affabile e allegro ed anche con
la sua personalità. In prima elementare si era ritrovato con altri
bambini, con cui aveva già giocato e che conosceva, perché erano
figli di amici dei suoi genitori. Quel gruppo, con qualche aggiunta e
qualche defezione, lo aveva accompagnato per tutta la vita scolastica ed
anche al di fuori della scuola, nei giochi, alla spiaggia e perfino al
catechismo.
      In quarta elementare, in quattro più uno, avevano fondato una
specie d'associazione segreta, quasi un ordine cavalleresco, che era frutto
delle prime conoscenze di storia medievale e dell'immaginazione di Mauro.
Quel gioco, inventato in un pomeriggio alla villotta da cinque bambini
vivaci e fantasiosi, aveva reso ancor più forte un vincolo d'amicizia
che poi gli aveva fatto vivere assieme quasi tutte le esperienze e le
avventure della loro vita.
      In quel giorno lontano e speciale, con Mauro c'era Giacomo il rosso,
anzi Giacomino, che era alto, magrissimo e lentigginoso, vicino di casa di
Mauro e, dalla prima elementare, suo compagno di banco. Un altro dei
cavalieri 'delle Sette Torri', come avevano deciso di chiamare l'Ordine,
era Enrico, chiamato Chicco da tutti, perché era il più basso, il più
minuto, e sembrava anche piccolo, rispetto a loro che, al suo confronto, si
erano sempre sentiti molto cresciuti. Da quando si conoscevano, Enrico
aveva sempre avuto l'aspetto mingherlino di chi sembra molto più giovane
della propria età e, a guardarlo, ispirava anche molta tenerezza. Gli
ultimi due erano Alex ed Eugenio, due cugini che litigavano continuamente
fra loro, ma erano anche molto attaccati uno all'altro, tanto da stare
sempre insieme. Fisicamente erano agli antipodi rispetto ad Enrico. Tutti e
due erano molto alti ed assieme a Mauro e Giacomino formavano un gruppo di
ragazzini davvero speciale per la loro altezza. Il loro 'Ordine
Cavalleresco delle Sette Torri' era quindi formato da due coppie fisse di
amici e da una mascotte, Enrico, quando c'era.
      Mauro aveva conosciuto l'esistenza della problematica sessuale un po'
prima dei suoi amici, perché in casa se n'era sempre parlato con molta
naturalezza. Occupando il letto in alto, ad angolo del catafalco, dominava
le azioni e i movimenti dei fratelli che gli avevano offerto negli anni
passati una precisa anticipazione di quale sarebbe stato il suo sviluppo
fisico. La mamma e il papà, sempre attenti e discreti, avevano lasciato
i figli padroni incontrastati della propria camera, non entrandovi mai
senza essere invitati, quando uno di loro si trovava nella stanza. E i
ragazzi s'erano sempre comportati fra loro con estrema libertà e senza
alcun imbarazzo. Era stato naturale, perciò, che i più giovani
confrontassero ogni particolare del proprio sviluppo con quello del
fratello maggiore. Naturalmente lo sviluppo del primo fu seguito con più
attenzione dal secondo, piuttosto che da Mauro, il quale vi attribuì un
interesse molto blando, non avendo che otto anni. E quando fu la volta di
Michele, più vicino a lui per età, Mauro seguì scrupolosamente
tutto l'iter e fece anche qualche tentativo per conto proprio, prima di
rassegnarsi ad attendere il suo momento che giunse un paio d'anni dopo,
mentre frequentava la terza media.
      Ed anche se aveva avuto tutte queste occasioni per prepararsi
all'evento, il suo primo orgasmo lo sorprese profondamente, lasciandolo,
forse per la prima volta nella sua vita, senza parole. E la cosa fu tanto
sorprendente per lui che quel momento restò vivo nella sua memoria, più
che per la scossa di piacere provata, per il fatto di non aver trovato
parole appropriate a descriverlo.
      Il rito del suo passaggio si celebrò una sera di marzo. Mentre
s'asciugava dopo aver fatto la doccia, si sfiorò con l'asciugamano e si
sentì improvvisamente strano, per un momento quella sensazione così
nuova lo disorientò.  Quello era il suo solito asciugamano ed anche la
mano era sempre la stessa. L'oggetto che aveva appena sfiorato era sempre
quello, almeno, così gli pareva. Lo guardò per accertarsene. 'È
sempre troppo piccolo per farci qualunque cosa', gli aveva detto Michele,
qualche giorno prima, mentre lui se lo guardava speranzoso. Provò ancora
quel movimento e la sensazione fu la stessa di poco prima, anzi, fu più
forte. Provò un brivido di eccitazione: era dunque arrivato il suo
turno. Tenendo presenti le informazioni che gli erano giunte dagli amici,
tutti più o meno al suo grado di sviluppo e ricordando soprattutto
l'esperienza dei fratelli, sapeva esattamente cosa fare e lo fece con
comprensibile emozione, ma anche con una certa precipitazione. Le
impressioni che provò in quegli indimenticabili momenti, quelle
contrazioni e l'improvvisa, breve felicità che l'avvolse, lo lasciarono
estasiato. E senza parole.
      Tentò subito di discuterne con chi gli era più vicino in quel
momento, cioè con i suoi fratelli, ma vi trovò un muro di
silenzio. Quelli furono solo sportivamente contenti che il loro beniamino
fosse finalmente diventato grande, ma dovevano aver approfondito metodi e
particolari che non intendevano svelargli o almeno così sembrò a lui
che dovette cercare fra i suoi coetanei qualcuno con cui parlare, per
confrontare le esperienze e gli sviluppi futuri di quella nuova scoperta.
      Proprio in quel periodo, i Cavalieri non si frequentavano molto e a
Mauro era capitato, d'entrare un po' più in confidenza con un altro
compagno di scuola: Giuseppe, alto, magro, scuro di pelle, dai modi molto
sbrigativi e poco incline alla conversazione.
      Forse si erano piaciuti per questo contrasto, essendo lui un gran
parlatore e Giuseppe, evidentemente, un buon ascoltatore. Fu quindi
naturale che, appena fatta la scoperta, si rivolgesse all'amico per
esporgli i propri dubbi, le proprie opinioni e le molte idee che già
aveva per aumentare il divertimento.
      Era primavera e, quasi ogni pomeriggio, se i compiti lo permettevano,
buona parte della classe se ne andava a giocare a pallone in uno spiazzo in
periferia, a ridosso della campagna. La partita li assorbiva per un paio
d'ore, poi Mauro e Giuseppe e, come loro, qualche altro compagno,
sgattaiolavano oltre un muretto e, seguendo una stradina di campagna,
arrivavano in un avvallamento del terreno, una specie d'anfiteatro
disseminato di rocce dietro cui era facile nascondersi. L'erba e i fiori di
campo già profumavano l'aria che ormai s'intiepidiva ogni giorno. Tutto
cospirava per illanguidire anche l'animo più duro, ma Giuseppe era
davvero insensibile.
      Mauro, di natura romantica e passionale, prendeva l'amico per mano e
si avviava lungo quella stradina sentendo dentro di sé una dolcezza
nuova che avrebbe riversato sul compagno se questo fosse stato più
recettivo. Invece, si fermavano in qualche anfratto, nascondendosi agli
sguardi di chi poteva passare e, infilate le mani nei pantaloni dell'altro,
si toccavano. Giuseppe faceva tutto questo in assoluto silenzio e senza mai
guardare Mauro negli occhi. Si muoveva con l'aria di chi, con un massaggio,
cercasse d'alleviare il dolore d'un crampo.
      La cosa intristiva Mauro fino a riempirgli gli occhi di lacrime. Una
volta, un giorno in cui l'aria era ancora più tiepida e forse i fiori
più profumati, mentre si esploravano con le mani, Mauro, più robusto,
gli sollevò a forza la testa, sempre caparbiamente abbassata, per
poterlo guardare negli occhi, poi avvicinò la bocca, quasi per baciarlo
e Giuseppe reagì. Scappò senza dire una parola, neanche di
disappunto, lasciando Mauro con i pantaloni per metà abbassati.
      Questo segnò la fine della loro relazione ed anche della loro
amicizia.
      Mauro era abbastanza abituato ad essere nudo davanti ai fratelli, ma
quando, qualche settimana dopo la sua rottura con Giuseppe, si trovò a
fare la doccia con i suoi compagni di scuola, alla fine di una partita
pomeridiana di pallavolo, provò una scossa: non gli era mai capitato
prima di ritrovarsi in una situazione come quella. Per la prima volta si
vide sfilare davanti un campionario di uccelli e di sederi, appartenenti a
ragazzi della sua età. Vide passare più di venti attrezzature tutte
diverse per forma, dimensioni e grado di sviluppo e ne trasse ricordi che
riutilizzò molto nei giorni successivi.
      Di tutte quelle sensazioni avrebbe voluto parlare con qualcuno, ma,
memore dell'esperienza vissuta con Giuseppe, sorse in lui una sorta di
riservatezza, un ritegno a confidarsi che gli fece circondare tutte quelle
idee di una grande discrezione.
      E se in primavera ciascuno di loro aveva dovuto rivolgersi altrove
per cercare sostegno e confronto, con il sopraggiungere dell'estate, i
Cavalieri si riavvicinarono e Mauro poté continuare con gli amici di
sempre i propri esercizi di soddisfazione sessuale. Alla villotta, poi, si
aggiunsero altri due frequentatori dell'Ordine. Erano due Cavalieri
stagionali che, vivevano in un'altra città e tornavano solo in estate
per la villeggiatura. Si trattava di due gemelli, vicini di villa di Mauro.
      Tutti insieme, prima confrontarono i progressi intervenuti nel corso
dell'anno, poi si dettero da fare a giocare, a stancarsi e, nuovo
divertimento, a soddisfare se stessi.
      Superato in fretta il primo periodo d'interesse esclusivamente fisico
per la masturbazione, ciascuno di loro aveva incominciato a cercare al di
fuori di sé i soggetti che dovevano suscitare l'eccitazione ed una
scomoda verità si parò davanti agli occhi di Mauro: i Cavalieri
guardavano le ragazze, le donne. Le sognavano e le desideravano con un
ardore che il ragazzo trovava assolutamente incomprensibile.
      Il primo a parlarne fu Giacomo che un giorno, mentre erano nascosti
dietro un mucchio di sassi, pronti a far partire le mani per il solito
gioco pomeridiano, aveva accennato al seno di una ragazza, amica di sua
sorella.  Eugenio aveva accelerato il ritmo al solo sentirne parlare ed
anche Alex aveva mostrato di gradire quella descrizione.
      Fu allora che in Mauro sorse il dubbio che i suoi desideri non
coincidessero con quelli dei suoi compagni.  Lui, infatti, aveva sempre
rivolto il suo pensiero a figure ed esempi colti nelle tante occasioni che
gli si offrivano in spiaggia, guardando soprattutto loro, i suoi amici, e
poi tutti gli altri ragazzi che incontrava.
      Quelli, invece, erano attratti da ben altro.
      Quell'estate andò avanti così, con i Cavalieri che avevano
decisamente indirizzato i propri desideri sessuali verso le ragazze; le
loro fantasie parevano essersi orientate istintivamente verso soggetti
completamente diversi da quelli di Mauro il quale, per conformismo e per
prudenza, una innata, provvidenziale prudenza, si guardò bene dal
confidare ad alcuno quanto poco i suoi desideri coincidessero con quelli
degli altri.
      Questa divergenza di orientamento dapprima lo disorientò
molto. Poi, com'era sua abitudine, cercò una spiegazione plausibile. Ci
riuscì abbastanza bene, fornendo anche a se stesso un'interpretazione
molto decorosa del proprio comportamento.
      Tutta la sua morale traeva origine da un complesso di nozioni e di
idee che aveva accumulato osservando il mondo attorno a sé, ascoltando
gli insegnamenti dei genitori, in particolare di suo padre, seguendo con
interesse le azioni dei propri fratelli ed infine degli amici di
sempre. Per quel che riguardava le sue cognizioni sul sesso, era venuto
abbastanza presto a conoscenza del fatto che, se il mondo era popolato di
uomini e donne, lo si doveva alla possibilità che ciascuno aveva di
procreare. Questo, almeno, era quanto aveva capito dalle spiegazioni
fattegli dai suoi genitori e ricevute quando era ancora piccolo, con tutte
le cautele imposte da sofisticati metodi d'educazione sessuale. Gli erano
stati illustrati in quelle occasioni, com'era già avvenuto per i suoi
fratelli, anche gli aspetti tecnici di queste necessità e lui era subito
stato consapevole ed orgoglioso del proprio futuro ruolo.  Crescendo, aveva
anche acquisito la ferma convinzione che tutti gli esseri umani fossero
uguali. Suo padre gli aveva istillato questo principio fondamentale e gli
aveva spiegato che era indispensabile giudicare le persone solo sulla base
delle loro azioni e di null'altro, indipendentemente dal sesso, dal colore
della pelle, dalle idee professate e, quindi, da ogni tipo di pregiudizio
nei loro confronti.
      Lui, già da quando era dodicenne e tredicenne, non era riuscito a
guardare con interesse le donne, almeno, non con l'attenzione e la
curiosità sempre più evidente con cui avevano cominciato a farlo i
suoi compagni, compresi i fidati Cavalieri. Guardava ai ragazzi e agli
uomini e facendolo era certo di essere nel giusto, perché gli uomini e
le donne erano per lui solo persone e tanto bastava perché ci si potesse
interessare indifferentemente, anche in campo sessuale, agli uni o alle
altre. Né gli riuscì di capire come, in quel periodo, per quelli che
erano i suoi desideri sessuali, lui pensasse già soltanto agli uomini,
almeno quanto i suoi compagni pensavano esclusivamente alle donne. Questo
dubbio non lo sfiorò.
      Il compimento dello sviluppo fisico accentuò questa diversità
di vedute, ma non gli impedì di lasciarsi trascinare sempre più
spesso in accese discussioni, o rievocazioni, di procaci bellezze le cui
grazie avevano turbato Giacomo o Alex. Parlava, criticava insieme agli
altri, anche se a lui sarebbe piaciuto molto di più discutere dei
muscoli di qualche campione di calcio, o dei ragazzi notati in spiaggia
quella mattina, dato che i suoi veri idoli erano quelli e che la sua
fantasia si accendeva soltanto per un ventre, più che per un petto
abbondante, e il suo corpo reagiva prontamente alla vista di forme
completamente diverse da quelle che scuotevano i suoi compagni.
      A dire il vero, con o senza la motivazione etica che portava a se
stesso, la consapevolezza di una certa difformità, quanto meno
d'opinioni, con i suoi compagni, s'era fatta strada in lui già durante
l'anno precedente, quando ancora frequentava la seconda media, ma era stata
come una brezza leggera che l'aveva spettinato un poco, senza arruffargli i
capelli. Quando questo era avvenuto, lui aveva subito ravviato le proprie
idee. Ed anche nell'ultimo anno aveva continuato così: quando quel
venticello aveva toccato i suoi pensieri, lui aveva fatto subito in modo di
tornare a quella che riteneva fosse la normalità di gusti, mostrando e
fingendo d'interessarsi, anche partecipando, a certe discussioni che già
non l'attraevano. Alla fine terza media e durante quell'estate, le ventate
si erano fatte decisamente più potenti, perché, con il raggiungimento
della maturità sessuale, gli impulsi che il suo corpo gli mandava erano
divenuti inequivocabili: non erano quindi le donne, il pensiero delle
ragazze, di quelle curve che dovevano essere appetitose, a dargli certe
sensazioni. Quegli spasmi così violenti, eppure tanto piacevoli, erano
generati da tutt'altre fantasie, affatto opposte a quelle dei compagni, dei
fratelli e dei Cavalieri.
      Di questo proprio non riusciva a parlare con nessuno.
      L'estate trascorse velocemente, riempita dai giochi che faceva con i
Cavalieri, dalle letture avvincenti con cui dissetò la sua mente avida e
rappresentò, per lui e per i suoi compagni, una lunga, lunghissima
sollecitazione ai loro sensi appena risvegliati. Durante quei mesi,
infatti, non passò giorno che da soli o in compagnia non soddisfacessero
alla voglia insopprimibile che era nata dentro tutti loro. E la vicinanza
degli altri, la libertà di cui godevano, muovendosi liberamente nella
campagna profumata e piena di sole, a volte torrida, non fecero che
sollecitarli di più. Arrivarono a toccarsi anche fra loro, oltre che per
confrontarsi, anche perché erano tutti intimamente attratti dal corpo
dei compagni. Per Mauro però quell'attrazione trascendeva sempre
l'eccitazione del momento e continuava anche di notte, quando da solo
riviveva quegli episodi. Ai Cavalieri non poteva confessarlo, ma li sognava
e quando questo accadeva, sentiva ancora la mano di Giacomo o quella di
Eugenio o di qualche altro che l'accarezzava o, com'era accaduto solo poche
volte, lo masturbava, mentre lui nella sua mano immaginava di stringere il
sesso dell'altro.
      Non si era ancora veramente innamorato, ma, se quell'estate non fosse
terminata molto prima di quanto tutti loro desiderassero, la sua
sensibilità, così acuta e precoce, l'avrebbe certamente fatto
invaghire seriamente di Giacomo o di un altro dei Cavalieri. Questo non
avvenne, almeno non quell'estate. Continuò a fare certi pensieri che un
po' considerava molesti, ma che certamente l'incuriosivano e soprattutto
l'attraevano. La sua immaginazione, la fantasia infinita che aveva, la sua
intensa sensibilità, gli facevano già balenare l'idea che dietro
tutti quegli stimoli e quelle sensazioni, oltre quegli attimi di dolcezza
così fugace, ci fosse l'amore. Un oggetto misterioso di cui aveva letto
cose mirabolanti in tanti libri.
      Suo padre gliene parlò una sera di settembre, mentre erano ancora
alla villotta.
      Era buio e a quell'ora Mauro cercava di non restare da solo, perché
aveva paura. Quando l'oscurità avvolgeva la villotta e tutti i misteri
vi si addensavano, la sua fantasia partoriva mostri terrorizzanti, ma
soprattutto, quella che negli anni precedenti era stata soltanto paura del
buio, quell'estate, in quei giorni, era diventata un'inspiegabile
malinconia, un'angustia che lo rendeva apatico. In quei momenti, nelle ore
dopo il crepuscolo, per la prima volta nella sua vita, si sentiva triste e,
se si ritrovava da solo, correva a cercare qualcuno o qualcosa che lo
distraesse dai suoi pensieri.
      Quella sera non c'era nessuno dei suoi amici e i fratelli erano in
paese. Lui era stranamente da solo, come lo era suo padre, perché la
mamma era andata in una delle ville vicine. Il papà se ne stava
allungato su una delle sue vecchie, monumentali poltrone di vimini che uno
dei bisnonni aveva portato, pareva, da Alessandria d'Egitto.  Mauro gli
andò vicino e si accoccolò ai suoi piedi.
      Fra loro parlavano sempre in francese e lo facevano per una vecchia
abitudine. Sergio e Michele non lo parlavano quasi, pur comprendendolo,
perché in casa era abbastanza usato. Lui invece, sfruttando la sua
memoria prodigiosa, imparando a parlare, l'aveva fatto in italiano ed in
francese ed ora li usava indifferentemente.
      "Papà, sei un pavone!" era la frase che gli ripeteva ogni volta
che lo trovava seduto a quella poltrona, con la spalliera che si alzava a
contornargli la testa come fosse una ruota fatta di penne colorate.
      Suo padre gli sorrise. Sarebbero potuti restare in silenzio per tutto
il tempo, oppure iniziare una conversazione su qualsiasi argomento: Mauro
sapeva che il papà l'avrebbe compreso e seguito su qualunque terreno, ma
anche il silenzio rappresentava un colloquio per loro e la vicinanza era
sufficiente a trasmettere le emozioni.
      Suo padre gli scompigliò i capelli e l'accarezzò dolcemente,
poi, come al termine di un discorso già fatto, gli disse:
      "Sei grande, Mauro. Sei grande ormai!"
      "E questo ti dispiace? Dispiace a te e a mamma?"
      "No, non proprio! Però ci fa sentire vecchi."
      "Papà, voi non sarete mai vecchi!"
      Il papà e la mamma sarebbero rimasti sempre uguali, non sarebbero
mai invecchiati, quell'idea non l'aveva mai sfiorato. Poi ci pensò su e
capì che il loro aspetto mutava, come accadeva per lui, per Sergio e
Michele: e se loro tre crescevano, i genitori invecchiavano.
      "Voi sarete vecchi solo quando non ci comprenderete più e allora
saremo noi che ci sforzeremo di capirvi!"
      "D'accordo, Mauro" la maturità di suo figlio lo stupiva sempre "ma
io intendevo dire che sei diventato grande. Sei un uomo! Lo sei sempre
stato, ma da un po' lo sei di più! Non è vero?"
      Mauro arrossì violentemente, come non gli capitava quasi mai,
visto che era sempre abbastanza disinvolto.  Ma quella volta sentì i
capelli rizzarsi in testa e avvertì un'ondata di calore spostarsi lungo
il suo corpo, seguita subito da un senso di gelo alle spalle: dunque si
vedeva che lui da qualche mese non faceva altro.  Fortunatamente era buio e
il papà, non rendendosi conto di quell'imbarazzo, continuò a parlare
e, senza saperlo, oppure, sospettò Mauro, sapendolo benissimo, riuscì
a tranquillizzarlo, regalandogli la soluzione a molti dei suoi problemi,
purtroppo, non a tutti.
      Si raccolse su se stesso, come faceva quando voleva concentrarsi e
cinse le ginocchia con le braccia, appoggiandovi la testa. Ascoltò suo
padre, come faceva sempre.
      Quell'uomo saggio gli dette un'importante lezione di vita, perché,
pur parlandogli dell'importanza del proprio corpo, gli rivelò l'assoluto
potere dei sentimenti, della necessità che questi fossero in ogni
momento assecondati.  L'unico limite, gli rammentò il papà, doveva
porlo, come gli aveva sempre raccomandato di fare, nel rispettare i
sentimenti e la libertà degli altri. E questo era tutto.
      Mauro per un momento fu tentato di rivelargli quel suo cruccio
segreto e molesto, ma, dopo un discorso così chiaro, ritenne che nelle
parole di suo padre ci fosse anche la corretta interpretazione da dare
all'attrazione che lui provava verso i suoi compagni, verso tutti i
ragazzi. Il papà, infatti, gli aveva spiegato che, in quei giorni, nella
sua vita, tutto stava cambiando, ma che il corpo avrebbe sempre dovuto
rispondere ai sentimenti. Ora sapeva che, fra tutti gli stimoli e gli
impulsi che lo scuotevano e lo disorientavano, sarebbe spuntato l'amore e
allora, gli aveva assicurato suo padre, avrebbe finalmente conosciuto la
persona alla quale donarsi. E lui avrebbe atteso per capire verso chi
rivolgersi: allora sarebbe stato felice d'assecondare tutti i suoi
sentimenti, dovunque lo avessero portato.
      Lo decise quella sera.

      L'inizio della scuola fu una nuova avventura che assorbì tutti
loro e li distolse da molti di quei pensieri, anche se non dalle attività
che vi erano connesse, pratiche che ciascuno continuò a svolgere
liberamente in proprio.
      Mauro approdava quell'anno agli studi classici, dove l'avevano
preceduto i suoi fratelli, i genitori ed anche i nonni. In classe con lui
c'erano tutti i membri dell'Ordine, oltre ad un certo numero di vecchie
conoscenze.
      Fu in quarta ginnasio che prese definitiva coscienza di quanta
importanza le donne avessero per i suoi amici, soci e compagni di
avventure. Com'era tradizione di quel liceo, la sua era una classe mista,
dove si ritrovarono in numero quasi equivalente ragazze alquanto sviluppate
e mature e ragazzini che lo erano molto meno. I rapporti fra i due gruppi
furono subito improntati alla cordialità e allo scambio d'informazioni
d'ogni genere e Mauro ebbe un gran successo fra le compagne di classe per
il suo aspetto e per il carattere. Come tutti in famiglia, era piuttosto
alto e spiccava fra i suoi compagni. Era già perfettamente formato
fisicamente, pur conservando il viso fresco e spensierato
dell'adolescente. I capelli lucidi e morbidi, gli occhi dolci, grandi,
profondi, il naso regolare, le fossette, la bocca atteggiata sempre al
sorriso, tutto cospirava per renderlo affascinante, senza considerare poi
la sua vivacità che lo metteva sempre in evidenza fra i compagni.
      Lui si godeva tutto questo successo e, fedele al proposito di essere
affabile con chiunque, offriva la sua amicizia a tutti indistintamente,
parlava con le ragazze, scherzava con loro e lo faceva con una disinvoltura
che i suoi compagni gli invidiavano. Superando la sua segreta riluttanza,
prese anche lui a discutere di certi argomenti con una qualche convinzione,
ad apprezzare in modo persino colorito le grazie dell'una o dell'altra,
anche se, da parte sua, in fondo c'era sempre indifferenza. Ne parlava
soltanto perché gli altri lo facevano, ma l'oggetto delle sue fantasie
erotiche restavano i compagni, senza che lui, almeno in quei giorni, se ne
preoccupasse molto. Era certo infatti che molto presto avrebbe compreso
molto di più di sé e di quello che gli stava accadendo e quindi
avrebbe capito in quale direzione sarebbero andati i suoi
desideri. Attendeva e, pur non immaginando ancora di essere omosessuale,
aveva un sospetto alquanto vago che gli girava in testa, in fondo a tutti i
pensieri. L'idea di una certa eterodossia sessuale, di una qualche propria
singolarità insomma, era ormai nella sua mente, come un mormorio
sommesso, lontano, ma continuo e udibile.
      Tutti quei discorsi di amoretti e di cotte riuscivano a distrarlo, ma
non lo eccitavano affatto, come sapeva che avveniva per i suoi compagni,
sempre pronti ad infiammarsi per un pensiero, all'idea di poter solo
sfiorare gli oggetti dei loro desideri, di posare davvero una mano in posti
visitati soltanto nei sogni. Anche lui sognava, ma di altri luoghi e
seguendo un'altra strada.
      Non avrebbe mai immaginato di trovarsi coinvolto in una specie di
fidanzamento. Non se l'aspettava proprio, ma un giorno Giacomino, in
qualità di suo miglior amico, gli parlò in tono grave per
annunciargli che Roberta, una loro compagna di classe, s'aspettava una
dichiarazione d'amore. E che, insomma, si decidesse!
      Scoprì con disappunto di essere stato fino a quel momento l'ignaro
ed accettato corteggiatore di una ragazza che ora attendeva un suo gesto
nobile, ma carico di conseguenze. E questo significava, soprattutto, che si
sarebbe trovato a soddisfare richieste molto precise che non aveva mai
pensato di dover assecondare.
      Era cominciato un po' prima di Natale.
      Uno degli aspetti del proprio successo sociale era che questo fosse
molto grande soprattutto presso le ragazze le quali fin dall'inizio
dell'anno scolastico lo avevano assediato con le loro attenzioni. Era
accaduto così che la sua spontanea gentilezza venisse scambiata per
interesse e quella che per lui era stata solo voglia di non mortificare,
fosse considerata una vera propensione. Ora tutto ciò, assieme alla
curiosità che sotto sotto aveva d'un tipo d'amicizia mai sperimentato
prima, l'aveva spinto a ritrovarsi quasi fidanzato con una delle più
carine fra le sue compagne, senza averlo realmente voluto e, soprattutto,
non sapendo come liberarsene.
      Se durante le lezioni e per l'intervallo riusciva in qualche modo a
sfuggirle, se la ritrovava all'uscita dalla scuola. Abitando nella stessa
zona, facevano ogni giorno un tratto di strada insieme: Roberta a parlare e
lui ad ascoltarla. Di sera, quando si incontravano con gli amici, finivano
sempre misteriosamente da soli, con Mauro all'ascolto di argomenti che
trovò subito noiosi. Questo accerchiamento, fattosi più incalzante
con il rientro a scuola dopo le vacanze, durò due mesi, fin quasi a
Carnevale, quando Giacomino s'incaricò di svelargli l'arcano,
lasciandolo di stucco e senza molte idee su come tirarsi fuori da quella
situazione che rischiava ormai di diventare ingovernabile.
      L'iniziativa di Giacomino non era stata casuale, perché, proprio
la sera successiva doveva tenersi una festa di compleanno alla quale erano
tutti invitati. Era quella l'occasione che Roberta e gli altri amici
attendevano per spingerlo a dichiararsi. Un epilogo scontato per tutti,
meno che per lui che era ormai alla disperata ricerca di un modo per trarsi
onorevolmente d'impaccio, non sentendo l'esigenza di legarsi stabilmente a
qualcuno, meno che meno ad una ragazza.
      Con suo padre, dopo il colloquio avuto alla villotta in settembre,
non aveva più affrontato quegli argomenti e non gli aveva ancora esposto
nessuno dei dubbi che aveva. Il papà e la mamma l'avevano sempre seguito
e gli erano stati vicini in ogni momento, ma dei pensieri strani che da un
po' lo perseguitavano non era ancora riuscito a parlargli. Non ne aveva
avuto il coraggio, ma gliene era mancata soprattutto la voglia. Riteneva di
potercela fare da solo, e poi era un segreto. L'aveva riposto nell'ultima
piega del suo animo ed era certo che non l'avrebbe mai rivelato a
nessuno. Riusciva ancora a conviverci benissimo e questo, per il momento,
gli andava bene. Fino a quel giorno!
      Per la prima volta nella sua vita e per sua scelta, quindi, si
ritrovava da solo. Aveva contro qualcosa che non sapeva come prendere ed
aveva deciso che non avrebbe chiesto consiglio ai suoi genitori, né ai
suoi fratelli, né poteva, ovviamente, chiederlo ai Cavalieri. Era solo e
doveva tirarsi fuori da quella situazione quanto prima e senza danni gravi
per sé, né, sperava, per la ragazza.
      La festa si svolse in una villa, piuttosto lontana dalla città. I
ragazzi ci arrivarono stipati nelle macchine di alcuni genitori che
sarebbero tornati a riprenderli molto più tardi. La serata si scaldò
subito con la musica che cominciò a rimbombare. Sandwich, tartine,
bevande e dolci, tutto fu spazzato in pochissimo tempo dall'appetito di
trenta adolescenti e poi non restò che dimenarsi ritmicamente, che era
ciò che lui pensava dei balli dei suoi amici; oppure si poteva uscire,
opportunamente coperti, per godersi la notte gelida, ma luminosa di stelle,
naturalmente in compagnia di qualcuno, per mormorarsi le parole giuste e,
se andava bene, scambiarsi qualche bacio, arrivando a toccarsi.
      E fu questo che Mauro fece, accogliendo la proposta della sua
presunta fidanzata. Aveva da poco compiuto i quattordici anni e, anche se
nel complesso poteva dirsi prudente, aveva almeno un po' dell'avventatezza
della sua età.
      Appena fuori Roberta gli si strinse contro e lui, istintivamente, per
proteggerla dal freddo e per trarne calore, la cinse con un braccio. Questo
parve autorizzarla a dirigersi verso un angolo un po' in ombra con l'idea
precisa di ottenere la sospirata dichiarazione e, se non fosse andata
proprio così, di riuscire almeno a farsi baciare. Era da molto che
attendeva quell'occasione e non si spiegava come mai Mauro che,
apparentemente, da un po' di tempo le faceva la corte, non si decidesse
ancora a rendere più concreto il loro rapporto, come invece accadeva per
le altre coppie che si stavano formando nell'ambito del loro gruppo.
      Lei credeva di volergli bene, anzi, era quasi certa di amarlo e
quella sera aveva deciso di prendere l'iniziativa. Fu per questo che lo
sospinse con decisione contro il muro della villa, offrendogli subito e a
scanso di equivoci, con qualche mormorio, la sua bocca socchiusa. Ancora
una volta in Mauro prevalse il buon carattere e, per non offendere, ma
anche per provare, pur inesperto per non aver mai baciato altro che guance,
accettò l'offerta, aprendo la bocca davanti a quella lingua
indagatrice. La sua compagna, dopo il primo successo, cercò di sfruttare
il momento e, sbottonandogli il cappotto s'appoggiò contro di lui, quasi
lo schiacciò, premendo il seno contro la parte inferiore del suo
torace. Essendo, però, più bassa di lui non poteva tornare a baciarlo
senza un minimo di collaborazione.
      Mauro, da parte sua, dopo essere riuscito a chiudere le labbra non
voleva più saperne di sentire quel pezzo di carne guizzargli in
bocca. Alzò gli occhi a guardare le stelle e Roberta ne approfittò
per insinuare le mani sotto il cappotto cercando di cingerlo in un
abbraccio. Aumentando la pressione del seno contro il torace, gli appoggiò
il capo sulla spalla e alzò lo sguardo verso di lui. Si scambiarono
un'occhiata indecifrabile per entrambi. Dei due, uno si chiedeva
disperatamente come sfilarsi da quell'abbraccio e, per la prima volta nella
sua vita, scappare davanti al pericolo, non vedendo, per il momento, vie
d'uscita onorevoli a quella situazione. L'altra era un po' incerta se
spingersi oltre o attendere che il suo recalcitrante quasi fidanzato
prendesse, finalmente, l'iniziativa.
      Lui l'aveva baciata soltanto per curiosità. Anzi, a volerla dire
tutta, l'aveva ascoltata e assecondata durante tutto quel tempo, per
provarsi nel rapporto con una persona di sesso femminile ed aveva concluso
che le donne, per il momento, doveva lasciarle ai suoi amici, perché non
facevano per lui, se erano tutte invadenti come questa.  Aveva favorito
quel legame anche per una certa noia nei confronti dei compagni a scuola e
di quel gruppo d'amici con cui se la passava da troppo tempo. In quei
momenti, però, si trovò a rimpiangere amaramente i giorni, solo
qualche mese prima, in cui i Cavalieri si ritrovavano e per tutta la serata
non facevano altro che correre dietro ad un pallone, oppure inventavano
scherzi e giochi indescrivibili.
      La situazione però s'era complicata ed era letteralmente con le
spalle al muro, né vedeva il modo di districarsi dal groviglio in cui
era andato ad impigliarsi. Aveva cercato un diversivo con quella lì e,
invece, s'era annoiato e per giunta s'era cacciato in un pasticcio di
difficile soluzione. Sentì la disperazione montargli dentro, desiderò
che là ci fossero suo padre o sua madre che certamente avrebbero saputo
consigliarlo. Si pentì di non avergliene parlato quando era ancora in
tempo. Provò ad immaginare quello che suo padre gli avrebbe suggerito:
chissà cosa sarebbe riuscito ad inventarsi per scacciare il broncio con
cui gli si sarebbe avvicinato per confidarsi.
      A questo pensiero un leggero sorriso gli passò sulle labbra, prima
strette e corrucciate. Roberta, inesperta quanto lui, interpretò
quell'espressione come un assenso a continuare in petting che si stava
facendo più ardito.  S'era un po' scostata e la sua mano, scivolando
lungo il fianco e poi seguendo la cintola dei pantaloni era venuta a
trovarsi in una zona che mai Mauro avrebbe immaginato di vedere insidiata
da una ragazza. Roberta, pur con qualche incertezza, procedeva
nell'esplorazione della patta, le cui grazie, in altre occasioni pronte e
notevoli per forme e dimensioni, per via della temperatura piuttosto bassa,
ma anche dello scarso trasporto che provava, erano tutt'altro che
apprezzabili. Quella non desisté, palpando e toccando, e Mauro, che
aveva levato ancora gli occhi al cielo stellato, sentì d'avere superato
ogni limite di sopportazione.
      Il suo carattere nascondeva alcune asperità, la più acuta delle
quali era certamente quella che nessuno avrebbe mai potuto fargli fare
qualcosa che lui non approvasse completamente. Non c'era riuscita sua madre
quand'era piccolo e non l'avrebbe lasciato fare a questa chiacchierona, un
po' puttana. Si scosse, spaventato dalla crudezza del suo pensiero, e con
fermezza, ma il più gentilmente possibile, l'allontanò da sé.
      "Scusami, ma non pensavo che fosse così!" mormorò.
      La ragazza era davanti a lui, paralizzata dalla paura d'avere osato
troppo.
      Lui invece era ammutolito, perché il suo impulso di scappare,
d'andarsene immediatamente e lasciare tutto e tutti senza dare spiegazioni,
era stato frustrato dal suo senso pratico.
      Anche in un circostanza come quella, la facoltà d'essere sempre
presente a se stesso non l'aveva abbandonato. Non aveva perso la calma, né
la capacità di ragionare, perciò si ricordò che si trovavano a
sette chilometri dalla città, in inverno, al buio e che nessuno degli
adulti presenti l'avrebbe accompagnato se non avesse dato una ragione più
che valida. Intravide soltanto due possibilità, una che, evitandogli,
per il momento, di dare spiegazioni, l'avrebbe portato in città con una
camminata notturna per strade buie che lo spaventava terribilmente, l'altra
che passava attraverso il fornire alla ragazza un chiarimento che fosse
meno coinvolgente possibile e gli consentisse di restare alla villa,
attendendo pazientemente che la festa finisse.
      Roberta intanto si stava accingendo a piangere. Aveva preso a
pigolare, anzi a Mauro sembrò che il pianto della ragazza somigliasse al
temporale che comincia a gocciolare e, in meno che non si dica, rompe in
scrosci.  Roberta iniziò a frignare e improvvisamente, come allo scoppio
di un tuono, ruppe in singhiozzi che Mauro, più spaventato che mai,
disperò di poter più arginare.
      Allora si decise a parlare, una pratica che gli era sempre riuscita
piuttosto bene. Con tutta la delicatezza di cui fu capace, ma badando a non
sfiorarla neppure con la punta delle dita, riuscì a convincerla che
l'aveva respinta per motivi suoi personali che nulla avevano a che vedere
con lei. Che era la ragazza più bella, buona, discreta e attraente che
si potesse immaginare. E, mentre Roberta finalmente chiudeva le cataratte
del pianto, le raccontò che un po' di tempo prima gli era accaduto
qualcosa, un segreto che, per un fatto d'onore, non poteva rivelare. Per il
momento, quell'episodio gli impediva di legarsi ad una ragazza, anche solo
di rispondere ai suoi baci. Le promise tutta l'amicizia possibile, ma nulla
di più per ora, finché non gli si fosse rimarginata quella ferita di
un torto subito. Quando e dove non poteva dire, aggiunse
misteriosamente. Infine la rassicurò, promettendole un cavalleresco
silenzio sulla loro piccola avventura e, fattala rassettare alla bell'e
meglio, la riportò dentro a farsi consolare dalle sue amiche.
      Era certo che Roberta avrebbe immediatamente riferito una versione
romanzata della vicenda e della decisione di troncare il rapporto. immaginò
anche che la storia, opportunamente condita dalla sua loquace ex quasi
fidanzata, gli portasse un'aura d'eroismo che lo fece sorridere,
chiedendosi se, per avere poco più quattordici anni non fosse troppo
cinico e troppo simile a qualche suo eroe cinematografico.
      Sebbene facesse molto freddo, uscì un'altra volta all'aperto,
alzandosi il bavero del cappotto come fosse un trench e aggiustandosi sulla
testa un immaginario Borsalino, come aveva visto fare in un film che a suo
padre piaceva moltissimo. Lasciò i compagni a ballare, e se ne andò
ridacchiando.
      Appena fuori si ricordò di quanta paura avesse del buio, ma si
fermò ugualmente a guardare le stelle e in un attimo l'assalì
l'angoscia, non il semplice spavento di ritrovarsi da solo
nell'oscurità, ma un'altra cosa, più intima. Si ritrovò a pensare
seriamente a se stesso e al perché aveva respinto l'approccio di
Roberta.
      Allora, in quel momento, fu assolutamente certo di non essere come
tutti i suoi amici per quello che riguardava le donne. Quanti di loro
avrebbero fatto come lui? Quasi tutti avrebbero approfittato
dell'occasione.  Qualcuno se ne sarebbe certamente innamorato. Forse solo
uno o due l'avrebbero respinta, ma per paura, mentre la sua reazione era
stata di disgusto, questo lo ricordava molto bene.
      Ciò che aveva provato pochi minuti prima era stata un acuto senso
di nausea.
      S'incamminò con il cuore in gola sotto gli alberi del lungo viale
d'accesso. La paura che provava era paralizzante, ma, più forte di
tutto, era l'urgenza che aveva d'allontanarsi e stare da
solo. Improvvisamente sentì muoversi qualcosa fra i rami. Si bloccò
agghiacciato dal terrore, ma da dietro alla siepe sbucò Giacomino con
una compagna di scuola. Con la sua passeggiata solitaria, forse li aveva
interrotti sul più bello.
      Riprese a camminare, mormorando qualcosa a quei due, ma si sentiva
infelice e avrebbe voluto piangere.  Andò verso il cancello della villa
e guardò la strada buia che portava in città ed a casa. Sentì
tornargli il senso di nausea. Non era il suo stomaco a brontolare, gli
pareva che fosse il cuore, tanto forte gli batteva. Pensò che l'avrebbe
vomitato. E gli venne da ridere un'altra volta: che idea vomitare il cuore!
Ma sulla sua bocca il sorriso si trasformò in una smorfia e vomitò
davvero tutto quello che aveva mangiato poco prima. Appoggiato, nascosto
dalla colonna cui era fissato il cancello, liberò lo stomaco.
      "Fra un po' avrò la febbre" disse a voce alta, toccandosi la
fronte gelida di sudore. Ma dentro di sé sapeva che non era
così. Sapeva che era la paura, lo spavento per quello che gli era
accaduto.
      Avrebbe voluto sua madre vicino a sé in quel momento, perché
lei avrebbe saputo cosa fare per fermare la nausea che lo torturava e anche
perché, quando si è tristi a quattordici anni, si sente addosso tutta
la solitudine e l'infelicità del mondo.
      Cominciò a tremare. Se ne tornò dentro alla villa dove tutti
ballavano al suono di una musica assordante e c'era anche qualche sigaretta
accesa. Capì di non poter restare con tutto quel rumore e con quel fumo.
Fortunatamente c'erano anche i padroni di casa ai quali chiese che lo
riaccompagnassero in paese, perché si sentiva davvero male.

      Il ricordo di quest'esperienza e la nuova consapevolezza che qualcosa
di diverso dai suoi compagni fosse cresciuto dentro di lui, lo turbarono
profondamente. Per qualche giorno, la solitudine divenne la sua nuova,
inconsueta compagna. Passò molte serate in casa, rifuggendo anche la
compagnia dei Cavalieri e persino di Giacomino, il quale, incurante della
sua voglia di starsene da solo, andava a cercarlo ogni sera con qualche
scusa. La mamma attribuì quel cambiamento così repentino all'età,
perché anche i suoi figli maggiori avevano avuto momenti difficili. Lei
però era certa che Mauro ne sarebbe venuto presto fuori. E Mauro a poco
a poco abbandonò la tristezza e quei pensieri che tanto lo angustiavano
per tornare l'allegrone di sempre, anche se fu molto attento, nei mesi
successivi, a non lasciarsi coinvolgere in discussioni che fossero in
qualche modo connesse alle donne.
      Esorcizzò l'argomento ignorandolo, poiché non aveva ancora i
mezzi per affrontarlo. Era scattata in lui una sorta di sistema di
sicurezza che l'aveva messo in salvo dai danni dovuti
all'inesperienza. Sarebbero presto venuti i giorni, ne era certo, in cui
avrebbe saputo darsi risposte più esaurienti su se stesso. Per il
momento s'accontentava di vivere la sua vita nel modo più spensierato,
senza pensare a quell'avventura che pure, quando la ricordava o la sognava,
e accadeva qualche volta, era come un'ombra che s'allungava fino a
lambirlo. E se non era svelto a distogliere l'attenzione, quell'ombra
l'afferrava per trascinarlo lontano dal luogo dove lui sarebbe voluto
restare.
      I suoi amici riebbero Mauro, ma a lui sembrò di non essere più
tanto felice ed appagato dalla loro compagnia. Pensò che fosse un segno
dell'età ed attribuì tutto al fatto che non facevano più quei
giochi così appassionanti e ormai così lontani. Qualcosa dentro di
lui incolpava di questo disincanto le ragazze ormai stabilmente presenti
nel loro gruppo, poi scacciava offeso quest'idea. Il pensiero tornava,
sempre più molesto, e lui l'allontanava.
      Quell'anno l'estate tornò presto, prima di quanto Mauro
desiderasse e la villotta fu riaperta per accogliere la famiglia. Durante
quell'estate, per la prima volta, il giardino, il labirinto, i trulli non
risuonarono delle grida dei ragazzi, perché anche lui, il più giovane
dei fratelli, durante i mesi che precedettero il suo quindicesimo
compleanno, lasciò perdere i giochi e gli amici di sempre per attività
più meditative.
      Cercò più spesso la solitudine e, steso sotto i pini, si dedicò
con grande dedizione alla lettura di un'infinità di romanzi. Questa
scelta non sorprese il padre. A Sergio e a Michele non piaceva leggere, né
in italiano, né in francese. Con Mauro era stato diverso, da quando
aveva imparato, aveva letto di tutto e non aveva mai smesso.
      Qualunque pagina scritta, in quanto tale, rivestiva interesse per
lui. Suo padre gli aveva spesso fatto notare che era poco selettivo nelle
sue letture e che mai sarebbe riuscito a avere nozione di ciò che al
mondo c'era di leggibile, ma a lui piaceva credere d'avere davvero il tempo
di arrivare a conoscere lo scibile universale. Perciò aveva sempre letto
di tutto, nelle due lingue che conosceva, con preoccupazione della madre
che temeva affaticamenti degli occhi, eccesso d'idee per letture poco
adatte alla sua età e sottrazione di tempo all'esercizio fisico. Ma non
si era mai posto nessuno di questi problemi, perché aveva sempre trovato
il tempo per correre, giocare a pallone, girare di continuo sulle
sgangherate biciclette che gli erano arrivate in eredità dai fratelli
lungo tutto il tempo della sua crescita. E non gli si erano mai affaticati
gli occhi che erano sempre stati sani e bellissimi.  Quanto alle idee, lui
affrontava ogni argomento con suo padre e sua madre, discutendone
allegramente, filtrandolo attraverso la loro esperienza e traendo dalla
filosofia paterna e dal buon senso della mamma insegnamenti e lezioni
preziose per la propria cultura e la propria coscienza.
      Ciò che durante quell'estate preoccupò parecchio la madre, ma
non scompose il papà, fu che, annoiato dalla serie dei romanzi storici
di Dumas padre, ai primi d'agosto, Mauro passasse al più intrigante
Dumas figlio. E poi, d'un passo, lambendo Balzac, approdasse
inaspettatamente, in un percorso culturale piuttosto tortuoso, ad
un'edizione della Recherche, finita accanto ad altri romanzi meno
imbarazzanti. Si spostò nel giardino degli agrumi, all'ombra di
quell'edera che all'imbrunire ancora lo impauriva. Munito del vecchio
vocabolario francese, annotato dal nonno, divorò Proust, sconcertando la
mamma per la velocità di lettura e per l'interesse e la dedizione che vi
aveva messo.
      Visse quell'estate come in sogno e la lettura gli servì
soprattutto per allontanare i fantasmi dei suoi compagni, ai cui corpi nudi
ripensava continuamente, masturbandosi quasi con disperazione al loro
ricordo.
      Tornava spesso con la mente all'estate precedente, all'ultima
stagione dell'infanzia, quando avevano giocato anche con i loro
corpi. Ricordava con nostalgia ciò che avevano fatto e che ora, ad un
solo anno di distanza, non avrebbero più potuto ripetere. Attingeva
ugualmente da quei ricordi e ne rievocava i momenti che più l'avevano
turbato, utilizzandoli per eccitarsi. Di questo finì anche per sentirsi
in colpa verso gli inconsapevoli oggetti dei suoi desideri.
      La mattina in spiaggia ed anche di sera li incontrava. Rivedeva i
Cavalieri e gli altri amici, insieme andavano a cercare le ragazze e
facevano un nuovo gioco che lui era quasi certo di non saper
fare. Confidava però d'impararlo presto, anzi, era sicuro che un giorno,
una mattina, alzandosi avrebbe desiderato di farlo. E poi sarebbe diventato
bravo, il più bravo di tutti. Nella sua vita sarebbe entrata una
ragazza, lui l'avrebbe conquistata e sarebbe stato l'amore. Ma quando,
durante quel sogno, in quella ricorrente fantasia, tentava di vedere il
volto della ragazza, della compagna di quel gioco nuovo ed ammaliante,
guardandola con attenzione, scopriva con disappunto che aveva l'aspetto e
le fattezze di qualche suo amico, in genere quello al quale si sentiva più
legato in quel momento.
      E così tornava alla triste consapevolezza di desiderare non una
donna, ma un ragazzo, un uomo, un maschio come lui.
      Una domenica mattina, all'inizio di settembre, era in spiaggia e se
ne stava seduto da solo a leggere. Aveva appena salutato i suoi amici
lasciandoli da qualche parte a ridere e a scherzare e s'era sistemato
là, aspettando che Michele e Sergio decidessero che s'era fatta ora di
tornare alla villotta. Proprio quella mattina, passando da casa, aveva
finalmente trovato nella biblioteca il libro che cercava da un po' di
tempo. Aveva incominciato a leggerlo senza molta attenzione, proponendosi
di rileggere quelle pagine nel pomeriggio, perché sapeva che il romanzo
meritava molta più concentrazione di quella che gli riservava in quel
momento.
      Quel giorno, quando s'era alzato, s'era sentito triste, anche se non
c'era motivo perché lo fosse. Non era riuscito a spiegarselo e neppure
l'allegria degli amici era riuscita a liberarlo da quella particolare
malinconia.
      Si lasciava lambire i piedi dall'acqua e un po' leggeva, un po'
faceva vagare lo sguardo sul mare e con il pensiero, come aveva fatto
sempre più spesso durante quell'estate, cercava d'andare in un posto,
dove nessuno gli chiedesse di non essere se stesso.
      Ormai da qualche tempo, ogni volta che si trovava con gli altri
ragazzi, sapeva di non poter dire quello che davvero pensava e desiderava,
quell'incapacità gli arrecava una pena sottile, un dolore sordo che non
riusciva più a ignorare.
      Sentiva le loro grida e li vedeva con la coda dell'occhio, perché,
giocando con un pallone vicino alla riva, gli si erano avvicinati. Tentò
di distrarsi cancellandoli dai propri pensieri. Guardò il mare, fissando
gli occhi sull'orizzonte: era davvero curvo come sostenevano sua madre e
l'insegnante di scienze?
      Lui aveva sempre preferito il sistema tolemaico e, naturalmente,
anche suo padre aveva questa segreta predilezione. Per lui era stata una
delusione apprendere, quando aveva sette anni o poco più, che la terra
non era piatta e non rappresentava il centro dell'universo, ma era un
puntino senza tanta importanza in qualcosa di talmente grande che non si
riusciva neppure ad immaginare: l'aveva considerato un affronto
all'intelligenza e a tutto il genere umano. Perciò giudicava Copernico,
Newton e soprattutto Galileo molto antipatici, e li considerava
terribilmente noiosi e poco romantici. Gli piaceva continuare a credere che
l'orizzonte fosse piatto e la terra un grande catino, al centro
dell'universo. Era una piccola stravaganza di cui si beava ingenuamente
ogni volta che fissava gli occhi su un punto lontano, dove il mare si
confondeva con il cielo e oltre il quale, sarebbe stato bello potersi
tuffare nel vuoto, anziché sapere di dovere sbucare dall'altra parte
alla fine di un periplo noiosissimo.
      Molto più vicino, molto più tangibile, nel mare davanti a lui,
c'era la solita mischia di corpi nudi che cercavano di farsi largo per
raggiungere uno spazio dove nuotare o saltare, spruzzare acqua, muoversi.
      Mauro isolò fra tutti il corpo di un ragazzo che non aveva mai
visto prima. Doveva avere l'età di suo fratello Sergio o forse era un
po' più giovane, ma era biondo ed era anche molto alto. Lo fissò e
gli parve bellissimo.  Aveva, attorno a sé, un gruppo di ragazze che,
prima di tutto, se lo mangiavano con gli occhi e poi ridevano, gridavano,
scherzavano, cercando di conquistarlo con le loro attenzioni. Stavano
facendo un gioco: a turno le ragazze salivano sulle spalle del dio biondo e
si tuffavano in acqua. Anche lui l'aveva fatto spesso con gli amici, ma
quello che si svolgeva sotto i suoi occhi gli parve più un rito di
corteggiamento, che un banale gioco. Tutte quelle donne si stavano
disputando l'uomo, il maschio, e quella che stavano facendo era come una
danza di conquista. Ad un certo punto il giovane, cercando di sfuggire a
due ragazze che volevano tenerlo sott'acqua per scherzo, si avvicinò
alla riva ed uscì dall'acqua, sollevandosi, proprio a pochi metri da
Mauro che poté guardarlo meglio.
      Era bello e gli parve anche leggermente eccitato. Mauro se ne accorse
subito e provò un brivido. Non riuscì più a distogliere lo sguardo
dagli slip del ragazzo che erano un po' troppo tesi davanti.
      Quello si rese conto dello sguardo concentrato di Mauro o forse volle
tornare al più presto dalle ragazze che lo reclamavano gridando, perciò
si voltò bruscamente e si ributtò in acqua con un tuffo sgraziato. Si
allontanò subito ed tornò a confondersi nella folla di corpi che si
agitava accanto alla riva.
      Mauro lo perse di vista, ma l'immagine del ragazzo, la pelle bagnata,
la sua eccitazione, gli restarono impresse nella mente. Lo spettacolo di
quel corpo l'aveva sconvolto. Non se n'era subito reso conto, ma, quando
distinse su di sé la familiare sensazione d'impaccio, era già troppo
tardi.
      Si trovava in spiaggia, a mezzogiorno di una domenica mattina di fine
estate e intorno a lui c'erano solo persone che lo conoscevano. Per giunta,
indossava il suo vecchio costume da bagno che ormai era decisamente troppo
piccolo. L'avrebbero visto tutti e non sarebbe sfuggito a nessuno il suo
imbarazzo. Si sentì perduto.
      Sapeva che sarebbe uscito in un solo modo da quella situazione, ma in
quel momento non poteva applicare il suo metodo infallibile. Provò a
concentrarsi nella lettura di quel libro che in un'altra occasione avrebbe
trovato molto interessante, ma quella volta non servì. Se ne stava
accoccolato, a sudare, con le gambe serrate, mentre tentava di coprirsi con
il libro. Doveva trovare una via di fuga, non solo da quella situazione, ma
anche dai pensieri che ora gli si stavano affollando in testa e doveva
farlo al più presto, senza indugi, perché Sergio poteva chiamarlo da
un momento all'altro, costringendolo ad alzarsi e nella testa gli
martellavano pensieri che rischiavano di farlo piangere per come erano
inquietanti.
      Davanti c'era il mare e lui era ancora in costume da bagno, poteva
tentare una fuga, tuffandosi e fidando nell'acqua fredda. Lo fece
fulmineamente, gettandosi già quando l'acqua era alta poco più di
mezzo metro, rischiando di toccare il fondo con la pancia e di farsi
male. Nuotò furiosamente per allontanarsi dalla riva. Quando fu
abbastanza lontano si rese conto d'aver lasciato il libro sulle pietre,
pericolosamente vicino alla risacca. Se non fosse tornato in fretta,
qualcuno avrebbe potuto urtarlo e farlo finire in acqua. Lui amava i libri,
nella sua fantasia essi soffrivano come persone se erano maltrattati, ma
questa volta non poteva tornare indietro a salvarlo, perché era ancora
troppo eccitato.
      Nuotò.
      A rana, a farfalla, sul dorso, girandosi e rivoltandosi ad ogni
bracciata, si fermò per prendere fiato e a controllare se la situazione
fosse migliorata, ma non era così, lo sapeva già. S'era allontanato
di parecchio dalla riva e, intorno a lui, non c'era più nessuno. Si
voltò sul dorso e si lasciò galleggiare, facendosi trasportare dalla
corrente che lo spingeva, notò, verso sud.
      Lui era un sommergibile e il suo sesso, in quel momento, era il
periscopio che affiorava a pelo d'acqua. Lo pensò e gli venne da ridere.
      "Immersione!" gridò e si buttò sotto. Tentava di distrarsi. Una
parte della sua mente lo sapeva e cercava d'ingannare l'altra parte, quella
più depravata.
      Quando riaffiorò disse a mezza voce, stando in posizione
verticale: "Sono un maniaco sessuale. Sono un mostro! E voglio morire!"
      Bloccando le gambe, improvvisamente, si lasciò
affondare. Scendendo, fece uscire un po' d'aria dalla bocca e stette a
guardare da sotto l'effetto delle bollicine che risalivano, ma le seguì
immediatamente, riprendendo a muovere le gambe.
      Si rimise a nuotare con calma verso la riva. Dunque era così che
andava: quel ragazzo era bello, bellissimo e lui si era eccitato. Come
accadeva a Giacomo per una bella ragazza con le tette grandi. Quei muscoli
l'avevano fatto davvero sognare, oppure era stato il rigonfiamento sul
davanti a creare tutto quello scompiglio nella sua mente? Ma, se gli
piacevano le cose belle, che poteva farci? Quello era bello e basta! Basta
a pensarci!
      Si disse, fra una bracciata e l'altra, che non poteva ignorare i
messaggi che il proprio corpo gli inviava.  Sorrise. Era tornato calmo e la
sua eccitazione si era finalmente attenuata. Quella nuotata lo aveva
rilassato abbastanza da consentirgli di pensare. Capì che doveva
aspettare, avere pazienza e tutto sarebbe andato a posto. Quasi
tutto. Avrebbe capito da quale parte andare. Ma, se una strada gli era
chiara per i tanti esempi che ne aveva, l'altra gli appariva come un
budello oscuro nel quale doveva infilarsi. Lui che aveva tanta paura del
buio.  Gli passò nella mente l'immagine del suo angolo coperto di edera,
di quel buco nero. L'altra strada sarebbe passata per un posto come quello?
      Se invece avesse scelto la via illuminata, quella già seguita dai
suoi fratelli e da tutti i suoi amici, quel ragazzo, quando lo avesse
rivisto, sarebbe tornato ad essere una persona d'aspetto gradevole e niente
di più.
      Doveva solo aspettare.
      Ormai era vicino alla spiaggia ed era finalmente riuscito a
calmarsi. Uscì dall'acqua senza più l'impaccio che l'aveva costretto
a tuffarsi. Raccolse il libro con la punta delle dita per bagnarlo il meno
possibile e si sedette un'altra volta ad aspettare che suo fratello
finalmente lo cercasse.

      Per la scelta dei libri da leggere, oltre che dei consigli di suo
padre, si serviva in genere di un compendio di letteratura francese. E,
proprio interpretando le note un po' imbarazzate del curatore di quel
sommario, aveva saputo dell'esistenza di un libro 'proibito', ma
affascinante, da alcuni considerato un capolavoro. Era il libro che, prima
d'andare in spiaggia, aveva finalmente trovato nella biblioteca di casa.
      Alla mamma piaceva sapere quello che lui leggeva, senza per questo
controllarlo. Negli ultimi tempi si era spesso preoccupata per le scelte
fatte dal figlio e quel pomeriggio alla villotta sorse qualche problema fra
lei che voleva capirne di più e il papà che, contrario ad ogni
ingerenza, preferiva aspettare e vedere.
      Mauro lesse e rilesse 'Les amitiés particulières'. Gli dedicò
parte del caldo settembre di quell'anno. Protetto, all'ombra dell'edera, ne
trasse una coscienza nuova. La storia dei due ragazzi lo coinvolse
emotivamente, facendolo immedesimare ora in un personaggio, ora nell'altro
e, cosa decisamente insolita per lui, il finale di quel romanzo lo fece
piangere tutte le volte, e non furono solo due, che lo lesse.
      Mentre, giunto alla fine per la prima volta, divorava le ultime
pagine, improvvisamente, sentì le lacrime scendergli sulle
guance. Incredulo, poiché non gli era mai accaduto di commuoversi per
una lettura, si passò il dorso della mano a tergersi gli occhi e quando
furono di nuovo bagnati, si rese conto d'avere bisogno di un
fazzoletto. S'alzò dalla poltrona che aveva sistemato sotto i rami
dell'edera e andò a cercarne uno. Si ritrovò a pensare che sua madre
gliene avrebbe chiesto il motivo, dato che non era raffreddato e non aveva
alcuna ragione apparente per piangere. Cercò di ricordare quando avesse
pianto l'ultima volta: forse era stato in seconda media, quella volta in
cui Giacomo gli aveva schiacciato un dito e gli era quasi caduta
l'unghia. Quello era stato un dolore davvero insopportabile, il peggiore
della sua vita.
      Ma per amore non aveva mai pianto. No, non ricordava d'essersi mai
commosso, anche se l'avrebbe voluto. Quante volte l'aveva desiderato nelle
sue fantasie, ma non aveva ancora amato nessuno! E si commosse ancora di
più, questa volta ebbe quasi un singhiozzo. Quello era il dolore
dell'anima, il più crudele. Aveva letto anche di quello, ma non l'aveva
ancora provato.
      Decise di non cercare più il fazzoletto, e tornò a leggere,
asciugandosi le lacrime come poteva, sui pantaloncini ed alla maglietta che
indossava.
      Scoprì che due ragazzi, due che erano come lui credeva di essere,
potevano amarsi. Si commosse e pianse per questa nuova coscienza. Quello
che fino allora gli era sembrato dovesse essere solo eccitazione, turgore
delle membra, poteva divenire sentimento, qualcosa d'incorporeo, di
spirituale.
      Poteva quindi amare e questo lo rendeva infelice e disperato,
piuttosto che rasserenarlo.
      Amare, ma chi amare?

      L'inizio della scuola, che in quella famiglia di professori e
studenti era vissuto come il tempo della vendemmia in una casa di
contadini, spazzò via questi pensieri e i dubbi che facevano
sorgere. Mauro non ci pensò più, distratto dal ritorno alle sue
abitudini, ai compiti, allo studio, alla sua ardente sete di sapere e di
conoscere. Mentre si addormentava, la sera precedente il primo giorno di
scuola, capì che dalla sua testa sarebbero scomparse tutte quelle
inquietudini, assieme al tempo d'averne.
      Si apprestava a frequentare la quinta classe del ginnasio ed avrebbe
compiuto quindici anni a dicembre.  Tornava a scuola dai suoi amici
Cavalieri, portando con sé una coscienza nuova, situata nella piega più
riposta del suo carattere, qualcosa che ancor più difficilmente avrebbe
avuto il coraggio di rivelare.



TBC

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