Date: Wed, 23 Jan 2013 22:37:09 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 6

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.

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Questo è il sesto dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.



Cap. 6	Le persone importanti



      Prima di partire per l'Italia, Niki volle recarsi per l'ultima volta
a trovare Stephan.
      Avvicinandosi al luogo dove era sepolto il cugino, provò un dolore
fisico. Sentì qualcosa prendergli il cuore e stringerlo. Gli parve che
il petto sanguinasse, per quanto gli fece male, ma riuscì a trattenere
le lacrime. Non voleva che Mauro tornasse a preoccuparsi: aveva visto
comparire un'ombra sul suo viso, quando aveva chiesto di visitare la tomba
di Stephan. Ma doveva andare in quel posto tanto triste e freddo, perché
una parte del suo cuore non accettava ancora l'idea di quella morte. Non
aveva ancora trovato la forza d'ammettere che non avrebbe più parlato
con Stephan: voleva vedere quella tomba, sfiorare la pietra che la copriva,
leggere il nome inciso e la data della morte, esserne certo. Sperava che
questo l'aiutasse.
      Negli anni della loro separazione, quel ragazzino lontano era stato
l'unico compagno, il suo amico fantastico. Con lui aveva costruito dialoghi
immaginari ed aveva trascorso molte ore della sua solitudine.  Quando era
stato solo, ed accadeva quasi sempre, ogni volta che, tra sé, aveva
comunicato con qualcuno, era stato con Stephan, con il ricordo che aveva di
lui. Aveva abbandonato questa consuetudine solo quando Mauro era entrato
nella sua vita, anche se Stephan aveva continuato ad essere sempre presente
nei suoi pensieri.
      La desolazione di quel cimitero colpì anche Mauro.
      La neve s'era posata sul prato come un gigantesco lenzuolo ed era
ammucchiata ai lati della strada che l'attraversava. Mauro notò che,
così com'era, la disposizione della neve riusciva a dare la misura di
quanto i tumuli fossero stati curati negli ultimi giorni: da alcuni non era
stata smossa e sotto di essa si potevano soltanto indovinare le forme delle
croci e delle lapidi; da altre era stata accuratamente spalata e le tombe
mostravano le loro pietre pulite e lucide per il freddo. Sentì un nodo
alla gola ed ebbe voglia di scappare da tutto quel gelo, ma c'era Niki che
lo precedeva e cercava affannosamente il luogo in cui Stephan era
sepolto. Fece uno sforzo per resistere all'impulso di fuggire e
d'abbandonare anche Niki. Non era mai stato in un posto come quello. Era
andato, qualche volta, al cimitero con suo padre, in novembre, per la festa
dei morti, quando tutte le tombe erano pulite e addobbate e lo sfacelo
della morte era un po' mitigato, come sviato, dai colori dei fiori, dalle
fiammelle tremolanti dei lumini, dalla gente che si muoveva fra le
tombe. Quella mattina di gennaio, in quel cimitero così estraneo alla
sua esperienza, dove tutto era bianco, di gelo o di marmo, e la solitudine
accresceva il silenzio, quasi nulla rompeva la desolazione della morte e
della neve che la nascondeva. Sapere che sotto il manto bianco ci fossero i
corpi di tante persone, la certezza del loro disfacimento, lo terrorizzò
oltre ogni dire. Non potendo scappare, s'avvicinò di più a Niki:
tanta era la paura che provava, che per un attimo credette di essere al
buio, sebbene fosse solo mattina.
      Finalmente Niki trovò la tomba di Stephan, quasi nascosta dalla
neve caduta negli ultimi giorni, e il disagio che già Mauro aveva
provato, s'impadronì anche di lui. Tornò ad aggredirlo l'idea del
freddo che Stephan aveva sofferto, mentre moriva e del gelo che l'avrebbe
avvolto per sempre:
       "Stephan resterà là sotto e starà sempre al freddo" parlò
senza voltarsi, ripetendo a se stesso ciò che sapeva "A nessuno
interesserà più di spalare questa neve! Nessuno l'ha aiutato quando
era vivo e nessuno lo farà ora che è morto!"
      Si voltò verso il compagno che, di nuovo, gli lesse negli occhi la
voglia di piangere e di sentirsi colpevole.
      Mauro allora scacciò i suoi fantasmi, felice di avere un buon
motivo per farlo e soprattutto contento di riuscirci. Gli parlò con
molta determinazione, non poteva rischiare che ricadesse ancora nella
depressione e nell'apatia. Non lo voleva, per Niki e per se stesso. Non
doveva accadere un'altra volta.
      "Non potevi toglierla tu la neve che lo copriva quando era vivo. Non
ne avevi i mezzi e, comunque, a lui non sarebbe bastato. Non era da te che
se l'aspettava: dovevano farlo suo padre e sua madre! Lo sai anche tu: non
è vero? Adesso è tardi, anche per pensarci. Forza! Spaliamo via
questa neve maledetta e andiamocene."
      Il tono di Mauro fu aspro, determinato e scosse un po' Niki:
"Torneremo l'estate prossima, quando ci sarà il sole e farà più
caldo! Ho freddo, Niki. Ed anche tu stai tremando! Facciamo presto!"
      Si diede subito da fare con la pala che avevano portato e Niki
l'aiutò. Ripulirono velocemente la tomba dalla neve. Sistemarono i fiori
e, quando ebbero terminato, Niki si strinse un'altra volta a Mauro che
l'abbracciò:
      "Mauro, credo che, d'ora in poi, ogni volta che sentirò freddo,
penserò a Stephan."
      "Ed io ti riscalderò. E quando penserai a lui, io lo farò con
te."
      "Me lo prometti?"
      Se n'andarono stretti come per proteggersi dalla morte, il cui tocco
sentivano ancora.
      Da quella tomba, dal cimitero partì la strada che li riportò in
Italia, alla famiglia di Mauro che li attendeva per accoglierli nel proprio
grembo e, se possibile, consolarli.
      Alla mamma e al papà sussurrò un 'a presto' all'aeroporto. Loro
l'avrebbero raggiunto in Italia ai primi di febbraio e finalmente la vita
sarebbe ripresa senza l'ansia della malattia e della morte incombente. Il
nonno abbracciò Mauro ripetendogli quanto l'amasse, poi si commosse
stringendo Niki che gli ricordava troppo Stephan.
      Finché i ragazzi non scomparvero oltre il cancello d'imbarco,
continuò a gridare:
      "Ehi! Voi due, vi aspetto qua in giugno e chissà che non vi veda
prima, che non vi faccia una sorpresa!"

      Durante la sua assenza, i genitori di Mauro avevano cercato di
spiegare agli altri figli l'esatta natura del rapporto che univa il
fratello minore a Niki e le reazioni dei due erano state molto diverse.
      Sergio non conosceva ancora Niki, ma, avendo provato sulla propria
pelle l'essere considerato diverso, sorrise divertito ed incuriosito alla
notizia che Mauro, il fratellino, l'aveva sempre chiamato così, si fosse
scoperto gay ed ora fosse quasi sposato. L'idea gli parve subito
accettabile e si dispose con grande curiosità a conoscere il ragazzo che
aveva conquistato, in un modo tanto completo, il cuore di quel fratello
eccezionale.
      Da quando era uscito dall'esperienza con la droga, oltre ad un
disperato bisogno di non sentirsi solo, Sergio aveva avuto molte difficoltà
nel tornare alla sua vita normale e soprattutto a studiare. Aveva perduto
un anno a scuola ed era riuscito ad ottenere la maturità soltanto grazie
ai molti sforzi fatti dai suoi genitori, oltre che all'aiuto ricevuto dai
professori. La sua decisione di partire per il servizio civile era stata
originata dal non aver sostenuto esami all'università, cui s'era
iscritto più per tradizione di famiglia che per propria convinzione. La
mamma aveva insistito parecchio perché assolvesse subito quell'obbligo e
Sergio aveva optato per il servizio civile. Aveva fatto di tutto per essere
assegnato ad una comunità di recupero per drogati che si trovava in una
città molto lontana dalla loro ed aveva perseguito quell'idea con molta
determinazione.  Anche se la scelta avrebbe rappresentato un pericolo per
lui, che era pur sempre un ex tossicodipendente.  Era stato però
irremovibile e i suoi genitori avevano avuto fiducia in lui,
accontentandolo. Che il loro figlio cercasse di ottenere qualcosa con tanta
energia, era stato, comunque, motivo di soddisfazione, perché il segno
più preoccupante lasciato in Sergio dalla droga era stata la sua quasi
totale passività verso ciò che gli accadeva attorno.
      Ed ora Sergio attendeva con curiosità il rientro dei due
dall'America. Si disponeva ad amare Niki come un nuovo fratello, come aveva
sempre fatto con Mauro.
      Michele, che già conosceva Niki, non aveva fatto alcun tentativo
di nascondere una preoccupante verità: lo trovava insopportabile.
      Vivendo per un mese nella stessa casa, se l'era visto accanto molto
spesso, in molti momenti della giornata e ed aveva scoperto di non poterlo
accettare. Era riuscito in qualche modo a dissimulare la sua avversione e
Mauro non ci aveva badato. Niki, invece, l'aveva subito notato, anche se in
quei giorni la sua mente era volta a ben altri pensieri, per potersene
realmente preoccupare. Anche la mamma s'era accorta di tutto, immaginando
che la vera origine di quell'atteggiamento fosse da ricercare nella gelosia
che Michele aveva sempre provato nei confronti di Mauro, più che
nell'antipatia che poteva nutrire per Niki. E quello era un argomento molto
difficile da affrontare con il suo secondo figlio. In ogni caso, pensava
che la causa di quell'antipatia non fosse nell'omosessualità di
Niki. Quando però gliene aveva parlato, Michele pareva saperlo
già. Aveva scosso la testa e poi aveva mormorato abbastanza ad alta voce
perché lei lo ascoltasse:
      "Quindi è un finocchio: l'avevo detto a quell'idiota di mio
fratello!"
      Quel giorno aveva capito quali difficoltà avrebbe rappresentato il
mestiere che sarebbe toccato, nei prossimi mesi e anni, a lei e ad Arleen,
con i loro mariti: quello di genitori di figli gay.
      Alla complicazione di avere un figlio omosessuale, s'era poi aggiunta
la tragedia di Stephan che aveva molto provato i due ragazzi. Ne aveva
parlato con Arleen e sapeva che entrambi, al rientro in Italia, avrebbero
avuto bisogno di riconquistare al più presto la propria
tranquillità. La ripresa della scuola li avrebbe aiutati, ma ci sarebbe
voluta anche molta pazienza e tanta armonia in casa. Ed era proprio quello
che lei intendeva assicurare, anche a prezzo di qualche strattone al resto
della famiglia.
      A casa, in ogni caso, li aspettavano tutti con impazienza. Per
qualche settimana ci sarebbe stato anche Sergio che aveva ottenuto una
licenza per convalescenza.
      All'aeroporto andarono a riceverli quasi al completo. Non ci andò
il papà che era stato trattenuto a casa dalle indispensabili lezioni
private, oltre che dalla mancanza di spazio in macchina.
      Nella confusione dell'arrivo, Mauro era raggiante, felice di tornare
a casa, mentre Niki era solo educatamente contento, e c'era da
comprenderlo. Nei suoi occhi si leggeva soltanto molta tristezza e la prima
ad accorgersene fu la mamma di Mauro che l'abbracciò stretto:
      "Coraggio, Niki, sei a casa!" gli disse e il ragazzo le sorrise con
riconoscenza.
      Poi Mauro, che aveva già abbracciato Sergio, attirò
l'attenzione di sua madre: "Ehi! Ci sono anch'io.  Sono tuo figlio, mi
riconosci?"
      E, mentre madre e figlio si salutavano con tutto l'affetto di cui
erano capaci, Sergio e Niki si scambiarono uno sguardo, poi si presentarono
da soli. Il ricordo di Stephan, con tutta la sua tristezza, riassalì
Niki, perché per lui, in quel momento, Sergio rappresentò ciò che
avrebbe potuto essere Stephan se i suoi genitori l'avessero amato. Non
riuscì a scacciare questa idea per tutto il viaggio di ritorno in
macchina, sebbene tutti fossero molto contenti e Mauro, che era
eccitatissimo, non facesse altro che bisbigliargli cose che l'avrebbero
fatto ridere di cuore se fosse stato dell'umore giusto. Ad ogni modo,
appena arrivati a casa, ci pensò il papà a fargli tornare il sorriso
sulle labbra.
      Anche Sergio era stato molto turbato dalla storia di Stephan e quella
disgrazia fu un motivo in più che ebbe per voler bene a
Niki. Parlandogli, quella sera stessa, scoprì subito quanto potesse
essere affascinante e Niki cominciò a considerarlo come una proiezione
di Stephan, al di là della tragica fine che aveva troncato la vita del
cugino.
      Michele, che già aveva guardato storto Niki all'aeroporto,
continuò per tutta la sera a rivolgergli soltanto occhiatacce, ma rimase
attaccato a Mauro, pendendo dalle sue labbra, mentre ascoltava il racconto
della vacanza americana.
      La vita riprese in casa di Mauro, con la complicazione di un quarto
letto arrangiato nel tunnel ad impedire definitivamente il passaggio, ma a
fare comunque la felicità dei due, i quali, qualsiasi cosa accadesse nel
mondo che li circondava, avevano ripreso a considerare quel mondo come uno
scenario per il loro amore. E il constatare che i ragazzi avevano
conservato intatta l'intesa che c'era fra loro, rasserenò soprattutto la
mamma che aveva temuto di vederseli tornare come due bambini
spaventati. Quelli, invece, avevano ripreso le loro abitudini, senza che il
dolore per la perdita di Stephan incrinasse la specialità del loro
rapporto e la serenità delle loro esistenze, almeno per quanto poteva
parere.

      "Tu devi imparare l'inglese. Meglio, molto meglio. Devi imparare a
parlare in inglese correttamente ed anche in fretta!"
      Niki terminò in un crescendo che preoccupò un poco Mauro.
      "Lo parlo già abbastanza bene" cercò di giustificarsi "e poi"
protestò "non è giusto che io debba soltanto imparare e tu te ne stia
comodo ad interrogarmi per controllare i miei progressi."
      "L'inglese ti servirà se vorrai essere ammesso in un'università
americana. Ti sottoporranno ad esami molto severi: fanno così con gli
stranieri. Me l'ha detto papà. E poi, quando torneremo a Boston, sappi
che non ti farò più da interprete: se vorrai un gelato dovrai
ordinartelo da solo! E i gelati a Boston sono così buoni..."
      Fece per leccarsi le labbra, ma Mauro l'afferrò ai fianchi e prese
a fargli un solletico tremendo. Mentre lo manipolava, continuava a
mormorargli parole che Niki ascoltava a stento:
      "Così impari a rifiutarti di farmi da interprete. Com'è che si
dice solletico in inglese, signor maestro? Io potrei suggerirti la
traduzione francese, ma voglio sentirtelo dire in inglese. Forte e chiaro,
Waldner!" disse, imitando la voce del loro professore di latino e
greco. Niki rise ancora di più e, non potendo proprio articolare parola,
finse di soffocare per commuovere il suo torturatore. Mauro finalmente lo
lasciò andare.
      "In francese fa 'chatouillement'. In inglese, invece?" e lo minacciò
muovendo le dita che gli teneva ancora sui fianchi.
      "Tickle, si dice tickle!" si affrettò ad accontentarlo Niki "Mi è
venuta un'idea: io potrei imparare il francese, giacché tu lo conosci
così bene. Che ne pensi?"
      "Si, fantastico!" l'idea piacque a Mauro "Questa sarà
corrispondenza biunivoca, anche se studieremo le lingue e non la geometria"
terminò ridendo.
      Erano a casa di Niki, nel suo letto, sotto le coperte. Avevano preso
l'abitudine di sgattaiolare via subito dopo pranzo, perché la casa di
Mauro con la presenza di Sergio s'era ulteriormente affollata. Con la scusa
di cercare un po' di tranquillità per studiare, se n'andavano in quella
casa deserta e tanto tranquilla. Là, naturalmente, trovavano anche
l'intimità di cui avevano un gran bisogno, visto che in casa di Mauro
erano molto discreti ed attenti a non lasciare trapelare nulla della loro
relazione.
      Anche quel giorno, certi di avere scrupolosamente studiato, chiuso
l'ultimo libro, si erano guardati negli occhi, poi uno dei due era andato
verso l'altro, l'aveva attirato a sé e si erano abbracciati. Ai baci
erano seguite le carezze ed avevano fatto l'amore, poi erano rimasti sotto
le coperte, a godersi il tepore del letto.  Erano ancora nudi e abbracciati
in quel caldo confortevole.
      "Dobbiamo studiare seriamente le lingue: è indispensabile che noi
due impariamo a non esprimerci soltanto in italiano. È per non farci
capire dagli altri" spiegò Niki ad un incuriosito Mauro "spesso facciamo
discorsi un po' pericolosi: non credi? Sarebbe meglio che nessuno capisse
quello che ci diciamo" Niki lo fissò con un cipiglio che subito si
trasformò in un sorriso "D'ora in poi, fra noi, parleremo solo in
inglese, oppure, quando l'imparerò, in francese. Ti va?"
      "Si può tentare."
      "Almeno finché io non sarò in grado di esprimermi correntemente
in francese! Con te e tuo padre come maestri, non dovrei metterci molto."
      "D'accordo: ogni tuo desiderio è un ordine. Con buona pace di
Dante, Petrarca, Manzoni e tutti gli altri.  Sia onore ad Oscar Wilde e a
Marcel Proust che ci guardano e certamente ci benedicono!"
      "Benissimo" Niki si schiarì la voce e fece la faccia seria di chi
sta per fare un annuncio importante " The Italian language will be formally
excluded from our relationship. >From now on: I'm not Italian any longer
and, if you would to follow me, you have to learn english perfectly,
Buddy!"
      "I am glad for the opportunity you are offering me" gli rispose
prontamente Mauro con un tono altrettanto serio "but, I think, it would be
better if we sometimes speak Italian or French. It's better for express my
wishes."
      "No, Buddy, you must learn to express correctly" lo riprese Niki
"and, for heaven sake, watcht out for the pronunciation!"
      "Oh, please, be reasonable and sympathetic. Before I learn to express
correctly, you ought to teach me many other things, matter, objects. For
example: what is the name of this thing?" e dicendolo, sempre con un tono
serissimo, gli prese in mano il sesso e glielo strinse facendolo
sobbalzare.
      Niki non se l'aspettava, ma il suo pene rispose prontamente a quelle
sollecitazioni, perché Mauro aveva preso ad accarezzarlo con molta più
dolcezza.
      "That's my cock, my dick, my peter, as you like. And I'm getting a
hard-on or a boner... as you like!"  disse Niki ridendo.
      "I'm getting a hard-on or a boner, too, Honey!"
      "Me 'Honey'? Where did you hear this expression?" Niki era
incuriosito e parecchio insospettito.
      "Your Mum, sometimes, calls you so. I heard her say this word many
times. Grandfather mimicked you and Mum. He glanced at me and we laughed!"
poi aggiunse "Oh, a lot of times."
      "Did you and grandpa laugh at me and Mum, his daughter? How could
have you done it at us?" Niki finse indignazione e con un movimento
fulmineo si spostò sopra Mauro bloccandolo con il suo peso "It should
cost you a blow-job!" concluse Niki per un'idea che gli era venuta su come
insegnare a Mauro un gioco nuovo, appreso interpretando un enigmatico
articolo di giornale, e che neppure lui aveva mai fatto.
      "What's a blow-job, Honey?" Mauro era sinceramente incuriosito, anche
se aveva una vaga idea sui possibili sviluppi di quel dialogo.
      "It's a kind of sexual game performed, I think, with the penis in the
mouth. And don't ever call me 'Honey'!"
      "Oh, my God! You mean... The penis, we are talking about, is your
dick, and I'm supposed to performe the act with my mouth on your penis, am
I right? 'Honey'!"
      "You're right! You have to suck my cock, dear! Let's start!" e,
rigirandosi per mettersi supino, spinse la testa di Mauro verso il basso.
      Mauro era divertito ed eccitato dal gioco che Niki gli aveva proposto
e del quale non osava immaginare la conclusione. S'avvicinò al pene di
Niki e cominciò a odorarlo, poi lo prese in bocca come per
assaggiarlo. Niki aveva già eiaculato non molto tempo prima e il suo
seme s'era asciugato dando ora alla pelle un sapore e un odore un po'
stucchevoli. Mauro leccò con molto zelo la punta dell'asta, poi scese
fino alla base e continuò così, finché Niki non mormorò di
piacere, rigorosamente in inglese. Mauro ritenne allora di poter accogliere
in bocca il sesso eretto. Tentò d'ingoiarlo e si sentì toccare il
retro della gola. Per un momento gli parve di soffocare e tossì un
poco. Poi lo riprese in bocca e cominciò a muoversi lungo l'asta,
bagnandola di saliva. Sentiva il pene caldissimo in bocca. Attraverso la
lingua gli pareva di percepire le sensazioni che stava dando a Niki. Forse
erano brividi di piacere, ma non ne era certo. Continuò a sollecitarlo
e, quando lo sentì muoversi con più decisione per assecondare quei
movimenti, capì che Niki gradiva molto quello che lui gli stava facendo.
      Continuò con sempre maggiore entusiasmo e, quando, dai movimenti
del compagno, comprese che s'avvicinava il momento in cui avrebbe goduto,
si fermò. Anche Niki si bloccò e l'attirò verso di sé, fino a
mormorargli in un orecchio: "Mauro, wait. Can I... come into your mouth? "
      "Si... Yes! Buddy!" Mauro rispose con un soffio, quasi non
comprendendo la domanda di Niki, un po' perché era in inglese e
soprattutto perché si trattava di una cosa che non avevano mai fatto,
proprio mai. Ma accettò comunque, perché così esaudiva il
desiderio di Niki, perché così quel desiderio diventava anche suo,
perché ciascuno aderiva sempre ad ogni richiesta dell'altro.
      Ritornò ad adorare quel dio di carne, un dio del quale, in quel
momento, era schiavo. Lo riprese in bocca e i suoi movimenti si fecero più
veloci finché non capì dal tremore di Niki che il piacere era vicino
ed improvvisamente sentì esplodergli in bocca l'orgasmo dell'amante.
      Non s'aspettava quella potenza e non pensava che il piacere potesse
risvegliare una forza come quella. Si ritrasse un poco, ma conservò in
bocca il seme che Niki vi aveva depositato e continuò lentamente a
sollecitare il compagno che rispondeva con gli ultimi movimenti.
      Quando Niki finalmente si calmò, Mauro trovò il coraggio di
alzare lo sguardo verso di lui. E in quegli occhi che amava in un modo
assoluto, vide amore e riconoscenza. Mentre la stava compiendo, aveva
immaginato che quell'azione fosse una delle peggiori umiliazioni da
infliggere ad un maschio, almeno a giudicare da quanto si raccontava nei
discorsi proibiti fatti tra ragazzi. Poi, dopo che ebbe guardato Niki,
pensò che, se il farlo al proprio innamorato equivaleva a regalargli
sensazioni così belle, allora quello che gli aveva fatto era soltanto un
altro dono, voleva dire offrirgli un'altra parte del proprio orgoglio. E se
così fosse stato, era fiero d'averlo fatto, perché lui a Niki aveva
già donato tutto di se stesso.
      Ingoiò il seme. Quel liquido aveva un sapore strano, una
consistenza insolita. Si commosse, mentre, con la testa appoggiata sul
ventre di Niki, pensava ai milioni di spermatozoi che scendevano nel suo
esofago. Immaginò che fossero tutti in qualche modo somiglianti al
compagno. E andavano verso la morte nel suo stomaco: se avesse potuto
salvarne almeno uno. Soltanto per creare una nuova vita che fosse la
sintesi delle loro coscienze.
      Quello era un pensiero nuovo: non avrebbero mai potuto avere figli
che fossero realmente una loro espressione. Loro due erano belli, erano
intelligenti e li univa un sentimento meraviglioso che si cementava ogni
giorno di più. Mauro aveva una piena coscienza di ciascuno di quei doni,
ma quel pomeriggio, per la prima volta, pensò che tutta quella ricchezza
sarebbe finita con loro, perché i milioni e i miliardi di spermatozoi
che si sarebbero scambiati per tutta la durata della loro unione, sarebbero
morti digeriti nello stomaco, persi nel retto o asciugati sulle
pance. Espresse in modo evidente il suo dispiacere, con un movimento della
testa, perché Niki colse il suo disagio, comprese quel messaggio e
l'accarezzò fra i capelli:
      "Un cent per i tuoi pensieri"
      Mauro non volle intristirlo con i suoi pensieri. Niki stava
lentamente recuperando la serenità.
      "Ti ho assaggiato per la prima volta."
      "Allora, che sapore ho?"
      "È un po' strano: sei dolce e amaro insieme, amore mio. Ma molto
più dolce, molto di più!"
      E gli si avvicinò perché potessero abbracciarsi. Si sentì
terribilmente triste per il pensiero che aveva fatto prima. Niki lo
baciò, cercandogli in bocca il suo stesso seme. Quando si staccarono
Mauro aveva ancora negli occhi la malinconia che l'aveva sfiorato poco
prima, ma non fece più parola a Niki di quell'idea.

      Alla ripresa della scuola, i due furono per un po' al centro
dell'attenzione, perché erano appena tornati da un viaggio che tutti i
loro compagni avrebbero voluto fare e poi perché s'era sparsa la voce
che in America avevano vissuto un'avventura inconsueta. La notizia che il
cugino di Niki fosse morto per strada a Boston e che i due s'erano trovati,
in qualche modo, coinvolti in un'indagine da telefilm era troppo eccitante
perché si badasse al riserbo e alla delicatezza. Tutti chiesero notizie
e particolari che Mauro dispensò con generosità, conscio che soltanto
parlandone avrebbero soddisfatto tutte le curiosità e le avrebbero
sopite in molto meno tempo che se ne avessero fatto mistero. Suo padre gli
aveva suggerito questa linea di condotta e Niki, sebbene fosse riluttante
anche al solo nominare Stephan, aveva dovuto convenire che sarebbe stato
meglio così. A dire il vero, la notizia era stata diffusa da Michele
che, prima ancora di rendersene conto, aveva combinato il primo guaio a suo
fratello e al povero Niki. Per questo fatto Mauro lo guardò storto per
un po' e Niki ebbe un motivo in più per sentirsi imbarazzato dalla sua
presenza.
      Per buona pace di tutti, quell'interesse s'affievolì dopo qualche
giorno e i due furono semplicemente lasciati perdere e quasi dimenticati,
almeno per un poco. Michele riprese a guardare storto Niki, senza sentirsi
in colpa e Mauro si ritrovò a mediare anche gli sguardi che suo fratello
lanciava al suo povero innamorato.
      Con i compagni di scuola andò tutto bene, finché qualcuno si
ricordò di loro. Infatti non sfuggì per molto il loro guardarsi negli
occhi, il linguaggio che avevano cominciato ad usare, i modi riservati e
sempre più distaccati che avevano verso tutti gli altri, il fatto che
arrivassero e se ne andassero sempre da soli.  Quasi tutti notarono che
Mauro non usciva più di sera per incontrarsi con gli amici, perché,
sempre più spesso, rimaneva in casa con Niki ad ascoltare musica, oppure
a parlare con il papà. Fino a poco tempo prima sarebbe stato
inconcepibile che rinunciasse alla partita serale sulle pietre del
lungomare, oppure che non si facesse vedere il sabato, dopo la scuola per
organizzare la serata, andando in pizzeria o al cinema.  Eppure era
praticamente scomparso e con lui pure Niki. Continuavano solo a frequentare
gli allenamenti e la squadra di calcio in cui anche Niki ormai
militava. Accadeva sempre che, arrivati a scuola, continuassero a
bisbigliare, in inglese, dopo aver salutato gli altri. Durante le lezioni
erano, come il solito, attenti e discutevano cordialmente con i compagni e
aiutavano tutti, come sempre, durante i compiti in classe.  All'intervallo
se ne andavano in un angolo e riprendevano a ridere e a parlarsi, sempre
per conto proprio.  Alla fine delle lezioni scomparivano, non perché
scappassero, ma non riponendo alcuna attenzione al mondo che li circondava,
vi occupavano così poco spazio che nessuno più badava a loro.
      Nessuno tranne quelli che sentivano più forte la mancanza di
Mauro. I Cavalieri si aspettavano che, al suo rientro dall'America, Mauro
desiderasse in qualche modo tornare ad uscire con loro. Speravano, anzi
erano convinti, che l'amico avesse voglia di ritrovarsi con i vecchi
compagni, che almeno provasse un po' nostalgia. Invece Mauro non tornò e
l'ordine dei Cavalieri delle Sette Torri dovette prendere atto che il suo
gran maestro aveva abbandonato la regola.
      Giacomo e gli altri cominciarono finalmente a parlarne. All'inizio
l'avevano considerato un argomento impossibile da affrontare: i Cavalieri
non avevano mai discusso fra loro del rapporto che si era creato fra Mauro
e Niki. Quando Mauro s'era definitivamente staccato da loro per andarsene
con Niki, ognuno per conto proprio aveva considerato quell'allontanamento
come una fuga destinata a rientrare, ma ora, visto che Mauro era sempre più
lontano, avevano trovato il coraggio di discuterne assieme. Enrico era il
più sconsolato, ma anche Giacomino soffriva molto la perdita del suo
compagno d'avventure.
      Nei giorni in cui i Cavalieri avevano preso a discutere, loro due
passavano le giornate dividendosi fra la scuola e le loro case, soprattutto
quella di Niki. Finché non tornarono i genitori, il grande appartamento
fu a loro disposizione. Niki aveva programmato l'impianto di riscaldamento
perché, dopo pranzo, potessero trovarvi un tepore sufficiente a
consentire loro di studiare confortevolmente e, dopo lo studio, se ne
avevano voglia, e l'avevano sempre, di fare l'amore ascoltando la musica.
      Mauro era diventato un ascoltatore attento ed esigente e Niki gli
offriva ogni giorno autori e composizioni da scoprire e da amare. Le
colonne sonore dei loro pomeriggi spaziarono da Bach a Brahms, a Mahler,
limite oltre il quale Niki non intendeva spingersi considerando, in
un'analisi molto riduttiva che Mauro cominciò subito a contestare,
Gustav Mahler l'ultimo sinfonista e quelli che l'avevano seguito, epigoni
senza troppe idee.
      Da parte sua, Mauro prese Niki per mano e l'accompagnò in
passeggiate attraverso tutto il melodramma, fermandosi però a Puccini
che non l'aveva mai troppo entusiasmato. Così anche Norma, Lucia e
Violetta, assieme ai più seducenti Edgardo e Manrico, divennero compagni
di strada in un percorso culturale che parve subito affascinante.
      Spesso se ne stavano abbracciati sul divano ad ascoltare i vecchi
dischi a settantotto giri del nonno di Mauro, cambiandone uno ogni quarto
d'ora. Quasi ogni giorno trasportavano, con un po' di fatica, a casa di
Niki, i quindici, venti dischi in cui ciascuna opera era suddivisa.
      Naturalmente, così come Mahler era diventato l'autore preferito di
Mauro, Donizetti divenne presto il favorito di Niki.
      Quei giorni trascorsero velocemente, consumati nel tepore del letto,
con la musica che li avvolgeva e li illanguidiva. Furono giorni scanditi
dalle telefonate di Arleen e del papà dall'America, con il nonno che
ogni giorno voleva scambiare qualche battuta con Mauro per raccontargli dei
suoi progressi nell'ascolto della 'Lucia di Lammermoor', ma anche per
sentire quello che il ragazzo riusciva sempre ad inventarsi per distrarlo
e, magari, farlo sorridere.
      Quelle giornate passarono anche attraverso i lunghi discorsi serali
che Sergio, Niki e Mauro avevano cominciato a fare, accompagnati sempre
dalle occhiatacce di Michele al compagno di suo fratello. La mamma di
Mauro, infine, prese a rimproverarli bonariamente, perché non le piaceva
che i ragazzi trascorressero tanto tempo da soli in una casa vuota.
      Chi, invece, li affrontò con atteggiamento molto meno comprensivo
fu Giacomo:
      "Voi due! Chi vi capisce più... da quando avete incominciato a
parlare in inglese. Già prima, guai a chi ci metteva un dito! Adesso
poi, sembra che al mondo ci siate soltanto voi due!"
      Giacomo, quando s'esprimeva, lo faceva a scatti, trasmettendo a chi
l'ascoltava tutta l'energia e l'ansia di parlare che c'erano dentro di
lui. La sua intelligenza pronta l'aveva fatto subito diventare, dieci anni
prima, il 'migliore amico' di Mauro, ed anche se a quella coppia si erano
aggiunti Alex, Eugenio ed Enrico, Giacomo era sempre stato l'amico 'più
amico'.
      A scuola, quella mattina durante l'intervallo, aveva attorno a sé
tutti i Cavalieri e cercava di farsi ascoltare da Mauro il quale, invece,
era tutto intento a seguire un discorso di Niki:
      "Giacomo, perché dici così? Io ti ascoltavo lo stesso!"
      "No, che non mi sentivi. Tu non senti più nessuno, da quando c'è
quello lì!" e se ne andò, lasciando tutti a guardarsi.
      Enrico si avvicinò guardando storto Niki. Poi si rivolse a Mauro:
"Perché fai così? Che ti abbiamo fatto noi?" e scappò, senza
riuscire a dire più nulla.
      "Quelli sono i miei migliori amici. Noi siamo i Cavalieri. Forse li
sto trascurando" tentò di spiegare a Niki "Sono dispiaciuti. È solo
per questo che hanno parlato così."
      "E tu sei 'dispiaciuto'?"
      Niki aveva sottolineato l'ultima parola. Temeva un poco la risposta
di Mauro, non perché dubitasse di lui, ma perché capiva che la loro
situazione si stava facendo insostenibile nei confronti degli altri
compagni di scuola e in particolare degli amici più intimi di Mauro.
      Quella stava diventando la loro più grande preoccupazione, visto
che fortunatamente non avevano problemi con le famiglie.
      "Non sono dispiaciuto... se ci sei tu vicino a me" e gli prese la
mano.
      "Qualcuno potrebbe vederci."
      Mauro non parve sentirlo e, stringendogli di più la mano, gli
sussurrò:
      "Qua, e intendo su questo pianeta, nessuno mi può fermare
dall'amarti e dal dirtelo in ogni momento" e finalmente gli lasciò
andare la mano che Niki cercava di sottrargli "Niki, nessuno potrà mai
farmi vergognare di ciò che siamo, di te, di noi due!"
      In quel momento si sentiva eroico ed orgoglioso del proprio
amore. Anche Niki si sentì fiero per quello che Mauro gli stava
mormorando, per il modo con cui glielo diceva e per la dignità che c'era
nelle sue parole.  La loro era soltanto una follia di adolescenti, ma anche
una sfida al mondo che li rendeva, comunque, degli uomini coraggiosi.
      "Mauro, lo sai che il pianeta terra ha tanti altri nomi e ce n'è
uno che io amo più di tutti. Sai qual è?"
      Mauro scosse la testa, perché non riusciva ad immaginarlo.
      "Gaia! Ci pensi? Gaia, Gaea, nella mitologia, la personificazione
della Madre Terra!"
      "Gaia... ?" e lo disse come se vedesse un miraggio.
      Niki, forse, l'aveva spinto in un sogno e dovette richiamarlo alla
realtà: "Mauro, la Terra potrà anche chiamarsi Gaia, ma noi non
piaceremo mai per quello che siamo, a nessuno! E purtroppo avremo sempre
bisogno degli altri. Non riusciremmo a vivere i nostri prossimi cent'anni
da soli. Questo dovremmo saperlo bene, no?"
      Era insolito che Niki parlasse così: quella non era la sua parte,
ma spesso si scambiavano i ruoli, fra chi sognava e chi restava con i piedi
per terra, Mauro che cercava gli amici e Niki che temeva il contatto con
gli altri.
      Questa volta era toccato a Mauro di volare lontano con la fantasia,
sognando di poter fare a meno di tutto il mondo.
      "Lo so" disse, tornando in sé "ma non mi importa di loro, non mi
importa lo stesso di nessuno."
      E gli riprese la mano per stringerla forte. Poi lo lasciò andare e
lo seguì in classe. Se ne andarono intristiti da quel piccolo, grande
problema.
      Nonostante fosse infuriato quando s'era allontanato, Giacomo aveva
continuato a guardarli e continuò a seguirli con gli occhi, mentre si
parlavano. Non riusciva a spiegarsi come fosse stato possibile in Mauro un
cambiamento come quello: aveva la sensazione d'avere perduto l'amico di
tanti anni e di tante avventure.
      Se a scuola erano sempre stati seduti allo stesso banco, d'estate, in
campagna, alla villotta e in spiaggia erano stati una coppia fissa,
inossidabile: avevano trascorso insieme, a giocare e a crescere, tutte le
estati che lui riusciva a ricordare. Mauro era stato per lui il compagno di
tutte, proprio tutte, le partite di calcio giocate sui lastroni di pietra,
in quello spiazzo di fronte al porto, d'estate e d'inverno, con la
tramontana che spirava battendo il piazzale del porto e alzando spruzzi dal
mare. Mauro era stato sempre pronto a togliersi il cappotto per rincorrere
il pallone. Giacomo ricordò tutte le volte in cui, d'inverno, Mauro non
aveva esitato a saltare sulle barche ormeggiate alla banchina, balzando da
una all'altra, per cercare di raggiungere un pallone che il vento aveva
sospinto in mare. Mauro aveva mostrato in quelle occasioni molto più
coraggio e decisione di quanta ne avesse mai avuta lui. E alla spiaggia,
era sempre il primo a lanciarsi dal trampolino, a tuffarsi di testa, mentre
la maggior parte di loro si buttava di piedi. Mauro era coraggioso, ne era
convinto.
      Ed ora Mauro, il suo migliore amico, per due volte, aveva preso per
mano Niki, mormorandogli qualcosa, con un'espressione che lui aveva visto
solo in faccia a sua sorella. Mauro e Niki si stavano parlando come faceva
quella con il fidanzato.
      Giacomino fu certo di una cosa: se Mauro non era più lui, la colpa
era tutta di Niki, di quello lì, di quella checca, di quel finocchio,
perché non c'era altra spiegazione: Niki doveva essere per forza
omosessuale. E, chissà com'era riuscito, a convincere Mauro. Gli aveva
fatto certamente qualcosa di brutto.
      L'aveva capito subito che di quello non c'era da fidarsi ed anche
Mauro nei primi tempi era stato d'accordo, anche se non era mai riuscito a
farlo ridere su qualche atteggiamento equivoco di Niki. Questo doveva
ammetterlo! E poi era accaduto qualcosa che ancora gli sfuggiva: quei due
erano diventati amici e se n'erano andati in America insieme, come in
viaggio di nozze. Quest'ultima considerazione lo colpì. Era troppo
malevola perché potesse accettarla. Lui era leale con gli amici ed aveva
sempre avuto un debole per Mauro, fra loro c'era stata sempre onestà
assoluta, si erano sempre detti la verità. E poi a Mauro non aveva mai
negato niente, né aveva mai potuto resistergli. Quel ragazzo l'aveva
sempre affascinato. Si sorprese a pensare che se Mauro fosse stato una
donna, si sarebbe innamorato certamente di lui, ma scacciò quell'idea
bislacca, perché non riusciva proprio a spiegarsela. Poi vide spuntare
da dietro l'angolo del muro a cui era appoggiato le tette di Roberta e
Mauro uscì momentaneamente dai suoi pensieri, almeno fino a quando durò
la visione angelica della ragazza per la quale il suo cuore batteva in modo
allarmante.
      Quando si fu ripreso, Giacomo decise che non avrebbe rinnegato la sua
amicizia. Anche in questa avventura sarebbe stato alleato di Mauro, che lui
lo volesse o meno. Qualunque cosa quei due fossero o stessero
diventando. Ne avrebbe parlato ad Enrico e agli altri che certamente
sarebbero stati d'accordo. Lui e i Cavalieri dovevano essere leali con
Mauro e, se fosse stato necessario, anche con Niki, ma per quello lui non
avrebbe mosso un dito. Non sapeva però quanto ancora avrebbe potuto
difenderli, perché anche gli altri compagni avevano notato la freddezza
che si era creata fra i Cavalieri e proprio tutti cominciavano ad
accorgersi del comportamento di Mauro e Niki. Si conoscevano da troppo
tempo, perché all'interno del loro gruppo qualcuno potesse staccarsi
apparentemente senza motivo e senza fornire una completa e soddisfacente
spiegazione.
      Giacomo ebbe un'idea su quale potesse essere l'interpretazione di
quel comportamento. E pensò anche che, se quella era la giustificazione,
Mauro non potesse darla facilmente. Decise perciò che i Cavalieri
dovevano andare in fretta a parlargli. Lui voleva capire, essere certo e
l'avrebbe fatto al più presto, perché, a Mauro, lui voleva davvero
tanto bene, meno che a Roberta, naturalmente, e in un modo affatto diverso.
      Tornò perciò a fissare speranzoso quell'angolo di muro,
confidando in una nuova apparizione dell'oggetto dei suoi desideri.
      La domenica successiva Niki fu costretto ad accettare un invito da
parte di alcuni amici dei suoi genitori. Purtroppo nessuna di quelle
persone così premurose immaginava che loro due fossero ormai tanto uniti
da soffrire per qualunque separazione, perciò Mauro non fu compreso
nell'invito. Furono così costretti a separarsi per tutta la giornata ed
era la prima volta che un fatto del genere si verificava.
      Non era mai accaduto, negli ultimi due mesi, che si lasciassero per
più di qualche minuto, vissero perciò quel distacco con stupefatta
rassegnazione. Nei giorni precedenti, appena saputo dell'inevitabilità
di quell'invito, Mauro aveva continuato a ripetere, a Niki, ed anche a se
stesso, che alla lontananza, seppure per piccoli periodi, dovevano
abituarsi: i genitori di Niki sarebbero tornati tra una settimana e la vita
in comune alla quale s'erano così felicemente abituati, avrebbe subito
cambiamenti inevitabili e qualche restrizione.
      Prima di tutto non avrebbero più dormito insieme, ma già
progettavano di passare assieme almeno la notte fra il sabato e la
domenica, in casa di Niki. Erano certi che i genitori non avrebbero
ostacolato questo programma. Poi, non avrebbero più consumato insieme
tutti i pasti, guardandosi e sorridendosi, come facevano, ad ogni boccone,
ma anche per quello avevano dei progetti: per esempio, invitarsi a turno a
pranzo o a cena, almeno qualche volta. Erano coscienti che il vivere in
case diverse li avrebbe necessariamente allontanati, ma capivano di non
poter pretendere che i genitori, pur con tutta la comprensione che avevano
mostrato, accettassero di farli vivere insieme. Questo proprio non potevano
chiederlo, almeno per qualche anno ancora, almeno fino
all'università. Quando fosse giunto quel momento, ovunque avessero
deciso di frequentarla, avrebbero arrangiato le cose in modo da vivere
insieme, cercando di non restare mai separati, neppure per qualche
minuto. Ma tra il ginnasio e l'università, c'erano più di tre anni,
cioè buona parte di quella giovinezza che, terminando, doveva renderli
uomini.
      Ma quella mattina, quando Niki, facendosi forza per non piangere, lo
baciò sulla punta del naso, Mauro ebbe una stretta al cuore. Poi,
sentendo la porta chiudersi alle spalle di Niki, sgranò gli occhi e si
rese conto di non riuscire neppure a pensare, la qual cosa, per lui,
rappresentava la peggiore delle punizioni.
      Rimase sul letto con gli occhi sbarrati a chiedersi cosa potesse
inventare per fare trascorrere velocemente quell'enormità di tempo,
quelle poche, tante, ore che lo separavano dal rientro del compagno.
Calcolò senza difficoltà e, purtroppo, con grande precisione, quanti
minuti e secondi lo separassero dal momento in cui era stabilito che Niki
tornasse, ma il soffitto del tunnel, che lui continuava a fissare
intensamente, gli annunciò l'esatta natura di tutti i suoi pensieri:
cercava solo di prendere tempo prima di convincersi che Niki non era là
a consolarlo, ad accarezzarlo, a farsi venire idee, a mettere in pratica
quelle che a lui sarebbe venute se ci fosse stato. Ma non c'era, non per
quel giorno, non per quelle ore.
      Capì, infine, che l'idea di dovergli restare lontano per tutta la
giornata, era proprio insopportabile. E poi, il numero minimo e presunto di
ore, minuti e secondi, pur diminuendo costantemente, come lui ben sapeva,
era ancora troppo grande per poter essere di qualche
consolazione. S'ingegnò a cercare un modo per accelerare il loro
scorrere, ma sapeva che c'era un solo modo di farlo: distrarsi e quella gli
pareva una via preclusa, almeno per il momento.
      Si sentì piccolo e solo: davanti a loro c'erano più di tre anni
per crescere ed essere indipendenti e, soprattutto, per non incappare più
in giornate come quella. Si rannicchiò, si raccolse tutto cercando da
farsi coraggio. Ebbe un brivido, perché s'era un po' intorpidito a stare
sul letto, senza coperte addosso. Guardò il soffitto e vi lesse ancora
il suo destino: doveva attendere, se possibile rassegnatamente, il rientro
di Niki.  Davanti a sé, aveva ancora otto, forse dieci, ore prima di
rivederlo e stringerlo fra le braccia. Più, di cinquecento minuti,
venticinquemila secondi. Fatti i suoi calcoli, non gli restava che
attendere che, un po' prima dell'ora di pranzo, Michele andasse a prenderlo
per portarlo alla villotta in qualche modo.
      Prese un libro di grammatica inglese ed andò a stendersi sul letto
di Niki. S'abbracciò al cuscino sul quale il compagno aveva posato il
capo per tutta la notte, annusandolo per cercarvi il suo odore. Provò a
concentrarsi nella lettura, ma la sua mente tornò ai pensieri di prima,
rincorrendo una macchina che si allontanava, portandogli via l'innamorato.
      Mentre sgranava questo triste rosario, qualcuno suonò alla
porta. Essendo solo in casa poteva fare finta di non esserci e continuare a
leggere o a pensare, ma decise d'aprire: chiunque fosse, l'avrebbe almeno
distratto per qualche momento.
      Dietro la porta c'erano Giacomo, Eugenio ed Alex. Fece scorrere lo
sguardo da uno all'altro di dei Cavalieri, poi da dietro ad Alex, spuntò
Enrico.
      Mauro era sbalordito: "Chicco, ci sei anche tu?"
      La presenza di Enrico lo stupì più di tutto, perché Chicco
non aveva proprio l'abitudine d'andare in giro di domenica mattina. Capì
perciò che nell'aria doveva esserci qualcosa di molto serio per
costringere Enrico a convincere sua madre: in tanti anni che lo conosceva,
non l'aveva mai visto in giro a quell'ora, e soprattutto di domenica
mattina. Se non era a scuola, Chicco studiava: era la condanna pronunciata
dai suoi genitori contro di lui.
      Poi, ancora sorpreso, Mauro disse quasi fra sé: "E voi che cosa ci
fate qua?"
      Era stupito di vederli, ma gli faceva piacere che fossero
là. Poteva finalmente parlare con qualcuno e distogliere la mente dai
suoi pensieri, mentre Niki era così lontano.
      "Avanti, entrate, forza!"
      "Sei proprio solo? Non c'è Niki, vero?" chiese Giacomino, prima di
muoversi per entrare.
      "Sono solo! Entrate... se volete" e si fece da parte per lasciarli
passare.
      Immaginò che avessero aspettato quell'ora prima d'andare a
cercarlo, per essere certi di non trovare Niki e questo lo
innervosì. Dovevano avere capito, in qualche modo, che proprio quella
mattina Niki si sarebbe allontanato.
      Quelli se ne andarono diritti verso il tunnel, a sedersi sui
letti. Enrico saltò su quello più alto, Alex sulla branda di Niki,
Eugenio accanto a lui.
      Mauro raggiunse Giacomo sul più basso, sedendosi di fronte a lui,
in modo da guardarlo. Attese che iniziasse il discorso. Era certamente lui
quello delegato a parlare. Da quando i Cavalieri erano senza un capo,
Giacomino doveva essere diventato il loro nuovo portavoce. Ad ogni modo,
ciò che stava per dirgli era già scritto sulla sua faccia emozionata
e congestionata.
      Erano andati a trovarlo e ormai ne capiva il perché. Il motivo
principale di quella visita, si disse aspettando che Giacomo trovasse il
coraggio di cominciare a parlare, era che, qualunque cosa gli avessero
detto o chiesto o pregato di fare, tutti loro gli volevano bene. Anche lui,
ora, si rendeva conto di quanto gliene volesse, ma tutto continuava ad
essere quasi nulla di fronte all'enormità del sentimento che provava per
Niki, di questo era certo.
      Prima di decidersi ad andare da lui, i Cavalieri avevano discusso
molto tra di loro. Giacomo aveva esposto agli altri i suoi dubbi ed aveva
scoperto che tutti la pensavano più o meno come lui, anche se poi si
erano ritrovati a trattare un argomento che non erano riusciti a
circoscrivere ed interpretare. Anche ora non sapevano bene cosa aspettarsi
da Mauro, da quello che erano andati a chiedergli, né sapevano bene cosa
chiedergli. Ciascuno aveva avuto gli stessi sospetti, le stesse idee e se
le erano finalmente comunicate, anche se con molte reticenze e quasi con
vergogna.
      "Perché se quello non è un finocchio, io sono una donna!" aveva
sentenziato Giacomo, prima che salissero.
      E per l'ennesima volta Enrico aveva balbettato: "Allora anche
Mauro... Mauro è come Niki... " e aveva quasi pianto. Facendosi mille
domande, su se stesso e su Mauro. Ma quelle erano cose che non poteva
confidare a nessuno, neppure ai Cavalieri.
      Ora erano lì e speravano che Mauro gli desse una spiegazione, che
li tirasse fuori dal dubbio che avevano.
      "Si può sapere che cosa ti è capitato?" Giacomo affrontò
subito l'argomento, com'era sua abitudine "Voi due, tu e quello lì..."
      Come sempre con Giacomo, i discorsi partivano spediti, ma si
arenavano, non perché gli mancassero gli argomenti, ma perché, preso
dalla foga, si emozionava e si perdeva. Anche gli altri erano arrossiti e,
non sapendo dove guardare, guardavano per terra.
      Fu Alex a riprendere a parlare: "Vi guardate in modo strano. E poi
state sempre così appiccicati uno all'altro, in un modo che non piace a
nessuno di noi. Mauro, non ti si vede più in giro, con nessun altro. Non
esci più neanche con noi... Diccelo, per favore: che ti ha fatto
quello?"
      Mauro sapeva che, se Giacomo si emozionava, se Alex, che non parlava
mai, riusciva a dire tante parole tutte insieme, se Enrico era arrossito e
se ne stava zitto, lui che parlava continuamente, se, infine, neppure
Eugenio trovava una battuta sciocca per sdrammatizzare quel momento, se
accadeva tutto questo, era perché tutti loro avevano molto a cuore
l'oggetto della conversazione.
      Provò un moto d'affetto. Lo avevano cercato per capire, provando
imbarazzo per quello che stavano facendo, forse anche per curiosità, ma
l'avevano fatto soprattutto perché l'amavano, anche se in un modo
estremamente diverso da come l'amava Niki.
      Decise che a quelle persone, le prime cui stava per rivelarlo, oltre
che ai suoi familiari, doveva parlare con tutta l'onestà possibile,
anche se con quest'azione avrebbe rischiato di rovinare l'amicizia che
c'era sempre stata fra loro. Sperò con tutta l'anima che Giacomo e gli
altri comprendessero davvero tutto quello che stava accadendo a lui e a
Niki. S'augurò che continuassero ad essere suoi amici, ma capì anche
che, per restarlo, dovevano diventare amici di Niki e questo sarebbe stato
molto più difficile. D'altra parte, pensò, quello che stava per
proporre era ormai l'unico modo per restare amici: lui era cambiato e si
vedeva, perciò i suoi amici più cari non potevano continuare a far
finta di nulla.
      "Ragazzi, mi è capitata una cosa molto strana e molto bella. Io
sono innamorato..."
      Lo disse sorridendo, perché era felice, ma Giacomo lo interruppe:
      "Come 'innamorato'? E di chi?"
      Era evidentemente preoccupato, aveva paura della possibile risposta,
e quel timore gli si leggeva in faccia.
      "Giacomino, quello che mi sta accadendo è la cosa più
affascinante che mi sia capitata da quando sono nato. Mi pare di vivere in
un film... ma come faccio a spiegarlo?"
      Mauro rise un po' nervosamente e strappò un sorriso anche a
Giacomo che immediatamente tornò serio.
      "Ti sei innamorato di quello" era Alex a parlare "di un maschio? E
com'è possibile? Non si può!"
      Alex andava sempre al cuore dei problemi, non conoscendo, né
metafore, né mezze misure.
      "Certo che si può, a me è successo. Io amo Niki e..."
      Mauro fece una pausa. Si bloccò, perché non sapeva se parlare
subito della dimensione anche fisica del suo innamoramento oppure aspettare
che gli amici assorbissero la rivelazione che gli aveva appena fatto e che
immaginassero da soli, quello che volevano. Decise di attendere e di
chiarire a quattro ragazzi della sua stessa età un altra implicazione,
non meno pericolosa, di quanto aveva già svelato: "A me non piacciono le
donne! E non mi sono mai piaciute. Mi dispiace, ragazzi!"
      A pensarci bene, la parte più difficile della sua rivelazione era
proprio quella, ma lui sperava che i suoi amici ammettessero anche solo
l'esistenza del rapporto con Niki. In quel momento, la sua serenità gli
consentì di non sottrarsi alle loro richieste, ma di restare a sostenere
lo sguardo spaventato di Enrico, quello sbalordito di Alex ed Eugenio,
l'espressione indecifrabile, assente di Giacomo.
      Era davvero addolorato di doverli deludere in quel modo, ma Giacomo,
più che deluso, appariva disorientato. Mauro era stato il suo punto di
riferimento in molta parte della vita. Molte sue scelte erano state
condizionate dalle scelte fatte da Mauro. Anche se, adesso che ci pensava,
Mauro con le ragazze era sempre stato molto meno intraprendente di lui. E
lui l'aveva sempre attribuito ad una timidezza che in Mauro, in altre
questioni, proprio non si notava. Quando tutti insieme ne parlavano, Mauro
era sempre molto vago per quel che riguardava i suoi pensieri riguardo alle
donne, i suoi interessi in merito.
      "Allora tu sei..."
      Giacomo non riuscì a dirlo, rimase, a bocca aperta, a guardare il
suo migliore amico.
      Ma Mauro era Mauro e tra le sue regole di comportamento c'era
l'onestà. Ed anche se, in passato, quella virtù non era stata
abbastanza forte da fargli riconoscere e ammettere le proprie inclinazioni,
gli aveva consentito, una volta incontrato Niki, di accettare subito e
completamente il loro legame.
      Si alzò e andò ad appoggiarsi al muro, in modo da poterli
guardare tutti negli occhi. Prima di parlare ricordò a se stesso che
quei ragazzi non avevano il padre filosofo, né la madre eccezionale che
lui aveva. E i loro genitori non erano americani e non avevano studiato nei
college. Quei quattro erano figli di genitori normali che, come avrebbe
detto suo padre, facevano solo pensieri normali e se ora erano andati da
lui a chiedergli conto del suo comportamento, l'avevano fatto perché il
sentimento d'amicizia che li univa era talmente forte che gli aveva fatto
superare il disorientamento e tutti i sospetti provocati dal suo
comportamento con Niki.
      E lui non voleva deluderli, né ingannarli, perciò decise di
essere chiaro e di parlare in modo inequivocabile:
      "Si , ragazzi, potete dirlo: io sono gay, omosessuale, finocchio,
frocio. Ho scoperto di essere tutto questo. Dovete sapere che io amo Niki e
lui ama me. Ecco, ora l'ho detto anche a voi!" fece una pausa, li guardò
uno per uno "Mauro è o-mo-ses-sua-le. Potreste chiamarmi in tanti modi
diversi e più coloriti, ma io non mi offenderei, perché quella
sarebbe soltanto la verità!" Mauro si riavvicinò a Giacomo e fece per
prendergli una mano, poi si fermò "Giacomo, vorrei che noi due
restassimo amici. Ed anche voi."
      Giacomo aveva gli occhi sbarrati, dal letto su cui era seduto
guardava fisso il muro di fronte. Davanti a lui Mauro aspettava di vedere
come avrebbe reagito a quella confessione. Ma era troppo difficile per
Giacomo, troppo complicato da capire per lui, troppo lontano dal suo modo
di pensare, dai suoi valori che erano quelli ereditati da una famiglia
normale. Enrico sospirò rumorosamente e Mauro si voltò a guardarlo.
Chicco gli sorrise e a Mauro sembrò stranamente felice.
      Giacomo pensò ad alta voce: "Non è possibile! Non si può! A
te piace? È contro tutto quello che ci circonda, è contro natura. È
un peccato mortale. La religione lo condanna. Il mondo è fatto perché
gli uomini e le donne s'incontrino, perché abbiano dei figli. È fatto
per quelli come noi e non per quelli come voi due! Il mondo..."
      Ma erano tutte obiezioni che affioravano scompostamente, come rottami
dopo un naufragio. Mauro lo sapeva. Lo conosceva troppo per non
capirlo. Giacomo non voleva offenderlo, ma era, in quel momento, per quello
che concerneva la propria morale sessuale, come un naufrago che cerca
d'aggrapparsi a qualunque cosa galleggi per non affogare. Mauro continuava
a guardarlo e a fare di no con la testa, a fargli cenno che, se quello che
lui diceva era vero, era altrettanto vero che esisteva un'altra
possibilità. E Giacomo annaspava tra i dubbi che l'atteggiamento di
Mauro gli generava.
      Alex si alzò e gli andò vicino: "Mauro, ragiona, per favore:
come possiamo..."
      Lo interruppe. Doveva essere chiaro, subito. Doveva fargli capire una
cosa essenziale: "No, ragazzi, voi non dovete sforzarvi. Niki ed io
vorremmo rimanere vostri amici. Se anche voi lo vorrete, sarà così,
ma non dovrete sforzarvi in nessun caso."
      "No, Mauro! No, io non lo farei mai. Io sarò sempre tuo amico"
aveva parlato da dietro ad Eugenio che lo copriva con la sua mole.
      Il primo era stato Alex: doveva aspettarselo. Quello che aveva sempre
le idee più chiare.
      Mauro capì che anche Eugenio stava per confermargli la sua
amicizia e così fu.
      "Tu sei innamorato" disse Giacomo a bassa voce, come se stesse
pensando.
      "Si, come un pazzo."
      "Niente ti farebbe cambiare idea: io lo so. Quando ti metti una cosa
in testa, tu la fai. Tu non cambi mai idea. Non giri mai attorno agli
ostacoli. Tu li abbatti. Mauro, questa volta è diverso. Sei davvero
sicuro di quello che dici? Tu lo pensi veramente? Tutto questo, è
proprio una tua idea... vero?"
      "So a cosa stai pensando, ma questa non è un'idea che mi è
venuta. Io non mi sono convinto e Niki non mi ha plagiato. Era già tutto
dentro di me..." e fu la volta di Mauro a distogliere gli occhi.
      Stava per dire a Giacomo qualcosa di molto imbarazzante, era il
passaggio più pericoloso di tutto quel discorso. Era qualcosa che
riguardava soltanto loro due e non tutti gli altri.
      "Potresti ancora cambiare idea... Lascialo perdere. È stato lui. È
tutta colpa sua! "
      Giacomino gli diceva così, l'offendeva, insultava anche Niki,
soltanto perché era preoccupato: teneva ancora a lui, a Mauro. Ma non
aveva capito proprio nulla, Mauro se ne convinse e comprese che era giusto
raccontare tutta la verità, rivelare a Giacomo e agli altri quello che
aveva capito di sé da non molto tempo e che lo imbarazzava ancora. Non
abbastanza per non volerne parlare.
      Loro due erano stati compagni d'avventure e confidenti in modo molto
più profondo e, per come lo erano stati, era inevitabile che ora Giacomo
dovesse rivedere tanti episodi della loro amicizia sotto una luce affatto
diversa.
      "Giacomino, io guardavo i ragazzi da molto tempo prima di
conoscerlo. Non è stato lui a farmi cambiare, né è stato per colpa
sua che io sono diventato omosessuale. Lo ero già prima. A me... " si
bloccò indeciso "come faccio a dirtelo? A me piacevano già i ragazzi,
i maschi da molto prima di conoscere Niki!"  tornò a sedersi accanto a
lui "Io pensavo, speravo davvero, che, ad un certo punto della mia vita, le
ragazze avrebbero cominciato ad interessarmi. Mi aspettavo di provare, come
accade per voi, del desiderio per loro.  Immaginavo che anche a me sarebbe
capitato di prendermi una cotta e disperarmi se quella non mi avesse
degnato neppure di uno sguardo. Proprio come voi, ma non mi è mai
capitato niente di tutto questo. Ho continuato a guardare i ragazzi
e... qualche volta... mi sono preso una sbandata per qualcuno."
      Giacomo finalmente capì: "Anche per me?" e lo chiese con un soffio
di voce.
      Mauro cercò di guardarlo dritto negli occhi: "Si, è stato per
te."
      Riuscì a dirglielo perché gli voleva bene e Giacomo era una
parte importante della sua vita, una parte che non voleva perdere.
      "Anche adesso?" Giacomo si ritrasse istintivamente. Non poté farne
a meno, se ne rese conto solo dopo averlo fatto, quando lesse la vergogna e
la delusione nello sguardo Mauro.
      "No, Giacomo, no!"
      "E quella volta a San Martino, sulla torre?"
      Il dialogo si era ristretto a loro due, perché quegli episodi così
esclusivi della loro amicizia non ne erano mai trapelati, anche nell'ambito
ristretto dei Cavalieri.
      "Si, allora! Quella volta, si. Ma forse eravamo troppo piccoli."
      "Perché? Che vuoi dire?"
      "Che neanche io, in un certo senso, sapevo bene quello che volevo. Io
cercavo... quello che ancora non sapevo. Però, è vero: mi ero preso
una cotta per te. E di notte, qualche volta ho pianto, perché tu non
badavi a me. Non ti curavi di me come avrei voluto io. Ma questo non ha mai
influenzato il mio atteggiamento. Non ho fatto mai nulla che ti facesse del
male. Tu non te ne sei mai accorto. Non è vero?"
      Giacomo era davvero sconvolto "Mi ricordo. Quel giorno fu tutto così
strano, anche quando scendemmo..." e lo disse come se stesse parlando a se
stesso. Quel giorno si erano masturbati in modo molto diverso. Quello che
avevano fatto li aveva coinvolti più profondamente, poi non era più
accaduto nulla del genere fra loro e non ne aveva più parlato.
      "Non ti ho mai fatto del male. Non credo, almeno" Giacomo non rispose
"Resteremo amici?"
      E gli tese la mano.
      "Io non lo so se ce la faccio..." parlava lentamente, cosa molto
insolita in lui "Non capisco..."
      Aveva davanti a sé la mano tesa di Mauro, quella mano che lo aveva
tratto d'impaccio tante volte, sempre pronta ad aiutarlo, a scuola, come
nella vita, giocando a pallone e al mare, dove l'estate precedente Mauro
gli aveva salvato la vita.
      Si erano allontanati in po' troppo dalla riva, fidando solo sulle
proprie forze, e quella stessa mano lo aveva afferrato mentre affondava,
dopo che aveva visto l'acqua chiudersi su di sé. Le gambe gli si erano
bloccate per un crampo e aveva cominciato a sbattere le braccia nell'acqua
per cercare un appiglio che non c'era. Mauro si era accorto subito che lui
era in difficoltà, l'aveva raggiunto e afferrato da dietro. Se l'era
stretto al petto e avevano nuotato di lato, come avevano imparato al corso
di nuoto, uniti. Non aveva mai raccontato a nessuno di
quell'episodio. Ricordò la sensazione di abbandono che aveva provato a
sentirsi avvolto nell'abbraccio di Mauro che lo salvava. Ma Mauro cosa
aveva provato quando l'aveva potuto toccare, finalmente abbracciare? Aveva
sognato tante volte di poterlo fare e quella volta ci era riuscito, senza
che lui potesse opporsi: forse si era anche eccitato. Scacciò quel
pensiero, perché era blasfemo: Mauro gli aveva salvato la vita e
certamente non lo aveva fatto per toccarlo.
      C'era ancora quella mano davanti a lui. Per tutto il tempo in cui
aveva pensato e combattuto con se stesso, Mauro non l'aveva ritirata. Lo
guardava ancora e aspettava che lui la stringesse o se ne andasse.
      Giacomo lo abbracciò e lo strinse a sé: erano ancora amici.
      "Non vi capirò mai, voi due siete troppo complicati per me, ma
posso essere vostro amico, questo posso farlo. Certo che resteremo amici!"
gli mormorò in un orecchio, ma mentre lo diceva provò un disagio che
durò finché non si allontanarono.
      Mauro era commosso e si voltò verso gli altri: Enrico era saltato
a terra e si era avvicinato a loro.  Mauro abbracciò anche lui.
      Era contento e commosso: gli amici non l'abbandonavano. Loro si
conoscevano da tanto tempo che ritrovarsi improvvisamente senza i loro
scherzi, le battute di Eugenio, i ritardi di Alex, i discorsi di Giacomo
lasciati sempre a metà, con quelle parole che gli si ingolfavano sulle
labbra. Restare senza l'affetto sincero di Enrico, sarebbe stato molto
doloroso. Si conoscevano da più di dieci anni e, per dei quindicenni,
dieci anni rappresentano i due terzi della vita.
      Fu felice di farsi travolgere dal vortice di parole che Giacomo stava
riversando addosso a tutti loro. Nel frattempo si accorse che Alex
ridacchiava per una battuta di Eugenio che lui aveva sentito solo a
metà. Gli era sembrata, comunque, molto spiritosa, tanto da lasciarsi
andare ad una risata allegra.
      Enrico riuscì solo di guardarli tutti con tenerezza, perché
aveva voglia di piangere per la felicità.  Sembrava che fossero tornati
amici e così sarebbe venuto tempo per ciò che lui attendeva: per come
era sempre andata la sua vita, si era subito abituato ad aspettare.

      Niki, con gran dispiacere suo e di Mauro, rientrò tardi e i
ragazzi riuscirono a parlarsi solo quando andarono a dormire. Mauro, seduto
sulla sponda della branda di Niki, gli raccontò della visita dei
Cavalieri e di Giacomino. Niki fu felice quanto lui della rinnovata
amicizia. Fu così felice che, messa da parte la riservatezza che aveva
avuto da quando nella stessa camera dormivano gli altri fratelli, abbracciò
Mauro e lo baciò sulla bocca.
      Il movimento non sfuggì a Michele che era già nel letto più
in alto:
      "Non in questa stanza, non farlo più in questa stanza! Mi fai
schifo!" disse rivolto a Niki, poi, come ripensandoci, guardò suo
fratello e ripeté "Mi fate schifo voi due!"
      E, voltatosi dall'altra parte, finse di rimettersi a dormire.
      Mauro s'alzò di scatto. Niki cercò di fermarlo, ma Mauro si
liberò con uno strattone dalla mano che tentava di
trattenerlo. S'avvicinò al letto del fratello e appoggiando le mani sul
letto sponda, cominciò a scuoterlo, gridando:
      "Io sono tuo fratello. Non ti posso fare schifo. Non ti posso fare
schifo!" Niki lo guardava spaventato "Lui mi vuole bene e anch'io lo amo:
hai capito? Noi non dobbiamo fare schifo a nessuno! Hai capito? Hai
capito?"
      L'aveva preso per le spalle e lo scuoteva, senza che il fratello
reagisse. Michele pareva non sapersi difendere, era spaventato
dall'espressione che aveva visto in faccia a Mauro. Lui odiava Niki, ma di
suo fratello, che pure era come quell'altro, non aveva mai avuto il
coraggio neppure di pensare. Gli voleva ancora bene.
      Quelle grida fecero accorrere il papà che, immaginando quello che
era accaduto, prese Mauro per le braccia, staccandolo di forza dal fratello
e se lo portò in un'altra camera, quasi trascinandolo.
      Michele, con gli occhi ancora pieni di paura, si voltò verso Niki:
      "È tutta colpa tua! Hai visto quello che hai combinato?"
      In quel momento arrivò la mamma. Era seguita dal papà che prese
anche Niki per mano e lo portò via.  La mamma s'avvicinò al letto di
Michele e cominciò a parlargli con un tono che gelò il ragazzo:
      "Vi abbiamo educati alla tolleranza e al rispetto della libertà
degli altri, ma mi pare che con te non ci siamo riusciti molto bene. Hai
detto a Niki e a tuo fratello quanto ti facessero schifo, dimenticando che
Niki è nostro ospite, mio e di tuo padre, dimenticando che questa casa è
di tuo fratello, quanto lo è tua. Non ti sei curato neppure del fatto
che Niki ha perduto una persona molto cara. Ti sei scordato che è amico
di Mauro e che a te non deve importare, non deve importare" la mamma
accentuò la voce in un modo che fece rabbrividire Michele "quanto e come
siano amici. Quello che fanno è affare loro. Ti deve bastare sapere che
tuo fratello tiene a Niki. Tu sei libero d'avere le tue opinioni, purché
queste non siano un limite per gli altri, soprattutto in questa casa! Sono
stata chiara? E non intendo, mai più, tornare sull'argomento!"
      Il tono della mamma era stato gelido, come Michele non l'aveva mai
sentito; non vi aveva notato neanche l'ombra dell'ironia che pervadeva
tutti i rimproveri che loro tre avevano sempre ricevuto. Anche per le
marachelle più gravi, la mamma li sgridava ed arrivava a tirargli
qualche scappellotto, ma era sempre pronta a strizzare un occhio, ad
accennare ad un sorriso per consolare il pianto. Da quando erano cresciuti,
lasciate perdere le sgridate e gli scappellotti, i loro genitori erano
stati sempre pronti e vicini ad assisterli nei loro momenti
difficili. Avevano tirato fuori Sergio dalla droga letteralmente con la
forza delle loro braccia, ma adesso, nello sguardo di sua madre, Michele
non colse nulla di tutto questo. Il messaggio era uno solo 'non farlo mai
più', senza alcun sorriso consolatorio. Michele si affrettò a
raccogliere il suggerimento.
      "Mi dispiace, mamma. Chiederò scusa" mormorò.
      "È molto meglio che tu lo faccia. E cerca di farlo bene!" ancora
quel gelo nella voce.
      Michele scese dal letto e andò nella biblioteca.
      Mauro si era immediatamente calmato: aveva incrociato lo sguardo di
Niki e nei suoi occhi aveva visto, per un momento, lo stesso panico che
c'era stato nei giorni in cui aveva perso Stephan. Era tornato calmo, aveva
messo da parte tutto il furore che aveva dentro e, aiutato dal papà,
cercava di distrarre Niki.
      Michele andò dritto verso di loro e si sedette in mezzo a loro:
      "Mi dispiace, Niki. Molte volte sono stato sgarbato con te" gli mise
il braccio sulle spalle "spero che vorrai perdonarmi! Cercate di essere
prudenti" cercava le parole per dire una cosa molto difficile "perché la
gente potrebbe non capire o non accettare i vostri sentimenti. Come ho
appena fatto io. Mi dispiace, ragazzi."
      Mauro lo accarezzò ancora. La mamma tirò un sospiro di
sollievo, regalando a Michele quel sorriso che gli aveva, così
efficacemente negato poco prima. Anche Niki gli sorrise, cercando di
liberarsi del terrore che per un momento lo aveva riafferrato.
      E il giorno dopo durante l'intervallo, sull'onda delle
riconciliazioni, agnizioni e riconoscimenti che avevano caratterizzato la
domenica, Giacomo fece quattro passi tra Niki e Mauro:
      "Ragazzi, non riesco a crederci. Ci ho pensato tutta la notte" li
guardò, poi, abbassando la voce, bisbigliò "Ma davvero non vi
piacciono le ragazze? E come potete sopravvivere senza... pensarci in ogni
momento?" la voce era tornata alta.
      Niki rideva, perché la parlata di Giacomo lo divertiva.
      Mauro, invece, fingendosi assolutamente serio, mormorò: "È un
segreto, Giacomino. È un'antica pozione che io e Niki abbiamo
scoperto. L'abbiamo preparata e poi l'abbiamo bevuta. Possiamo assicurarti
che con noi ha funzionato benissimo: a quelle cose non pensiamo più. A
dire tutta la verità, pensiamo ad altre cose... È una pozione che
porterà all'estinzione della razza umana, e i prossimi a prenderla
dovrete essere voi, perché avete accettato d'essere nostri amici. Anzi
il prossimo a berla sarai tu, perché adesso stai passeggiando con noi."
      Giacomo gli si mise davanti e cadde in ginocchio, agitando le mani e
disperandosi: "Pietà, pietà lasciatemi i miei sogni. Voglio
continuare a farmi quelle cose, pensando quello che penso adesso. E poi
voglio dei figli!" si bloccò a pensarci su per un momento e poi aggiunse
"Ma prima voglio una donna!"
      Niki rise per tutta la sceneggiata di Giacomo, mentre Mauro, che pure
ridacchiava, non poté fare a meno si chiedersi quanto di tutto quello,
su cui Giacomino già scherzava, gli altri compagni avrebbero potuto
capire e accettare o, almeno, tollerare, se ne avessero parlato
liberamente.

      Finalmente arrivò il sabato sera: all'aeroporto c'erano tutti ad
aspettare i genitori di Niki e, quando dall'aereo videro scendere anche il
nonno, la sorpresa fu davvero grande. Non ne sapevano nulla. Anzi, fino al
giorno prima, al telefono, il nonno aveva parlato con Mauro di lirica senza
accennare al fatto che anche lui sarebbe venuto in Italia. Gli aveva
finanche preannunciato il regalo che gli avrebbe mandato: era riuscito a
trovare, in un grande negozio di dischi, la registrazione di un'opera molto
rara di Donizetti che Mauro non aveva mai ascoltato. Ora invece affrontava
fieramente il violento vento di tramontana che spazzava il piazzale
dell'aerostazione, sorreggendo sua figlia. Nei dieci anni in cui Arleen ci
aveva vissuto, il nonno non era mai stato in Italia, soprattutto perché
si era sempre rifiutato d'ammettere che, lontano da Boston, lei potesse
condurre una vita decente. Per questo la sua venuta era davvero un evento.
      Arleen cercò subito Niki fra le persone che attendevano all'uscita
e gli corse incontro non appena l'ebbe individuato.
      Mauro provò un'emozione fortissima abbracciando il
nonno. L'affetto che sentì di provare per quell'uomo lo sorprese: in
America avevano sostenuto insieme una prova molto difficile, ma non avrebbe
mai immaginato di riuscire ad affezionarsi, talmente ed in così breve
tempo, ad una persona tanto anziana.  E dopo essersi abbracciati,
scoppiarono a ridere e si scambiarono un potentissimo 'gimme five' sotto lo
sguardo allibito del padre di Mauro.
      Il professore, la cui formazione culturale era profondamente europea,
mormorò sconsolato a sua moglie: "Il lato peggiore di tutta questa
storia è che, dopo tanti sacrifici per istillargli i principi della
nostra cultura, tuo figlio sia diventato uno yankee. Ti ha già chiesto
di preparargli per colazione quelle orribili frittelle con la marmellata e
fra qualche giorno vorrà indossare calzini arancione."
      Seguirono abbracci, baci e presentazioni. Il papà di Mauro, per
dovere d'ospitalità e cortesia, dovette rispolverare l'inglese
scespiriano appreso all'università e il nonno dette mostra d'aver
acquistato, notevolmente per la propria età, una buona pronuncia
italiana. Finiti i saluti, tirò fuori dalla tasca del cappotto un
pacchetto che dette a Mauro.
      "Ho deciso di portartelo di persona, perché voglio ascoltarlo
insieme con te. Quel tuo Donizetti è davvero in gamba!" poi aggiunse
enigmaticamente "Questo è il primo dei due motivi per cui sono qui. Per
il secondo c'è tempo."
      Mauro, con le mani che gli tremavano, aprì il pacchetto e vi trovò
una registrazione dell'opera lirica che da tanto tempo desiderava
ascoltare.

      Niki lasciò con rimpianto la casa di Mauro e la vita movimentata
che vi si conduceva. Loro due, però, continuarono a vedersi in ogni
momento e con ogni scusa, già a partire dal giorno successivo, quando,
presto per essere una domenica mattina, ma in tempo per trovare la famiglia
in casa, Niki tornò a riprendersi tutte le sue cose e con quelle era
fermamente intenzionato a portare via anche Mauro, almeno per quel giorno.
      "Vieni via con me. Voglio rapirti. Non ho fatto che pensare a te
stanotte" gli disse mentre riempivano uno zaino con i libri che doveva
riportarsi a casa "Salta qui dentro, con un incantesimo ti farò
diventare piccolissimo, nessuno ci vedrà. Ti prego vieni via con
me. Stanotte non ho dormito, ho pensato continuamente a te. Beh, quasi
sempre: un poco ho anche dormito."
      "Anch'io ti ho pensato. Davvero posso venire con te? Non vi darò
fastidio? Mi vesto immediatamente.  Resterete a casa?"
      "Vieni via così, con il pigiama verde: mi sembri un pisello."
      "Sembro cosa? Lo sai che il mio inglese non è perfetto. Sembro un
fagiolo?"
      "A pea, not a bean, a pea, goofy, a pea" Niki rideva "My God! Can it
be a green bean? "
      Mauro fece un'espressione serissima e gli disse, facendo un profondo
inchino: "Mio dolcissimo maestro, credo di aver bisogno di una lezione
d'inglese molto particolare. Proprio in questo istante ho avuto un'idea che
ti piacerà e te ne parlerò alla prima occasione. Ma prima dimmi
francamente cosa pensi del mio inglese?"
      "Fa proprio schifo. È appena sufficiente, considerato il mio
valore e la fatica che ci metto ad insegnartelo. Che idea hai avuto?"
      "Non ora! Non qui!"
      Mauro continuò a parlare con il suo tono più serio, avendo
dipinta in volto un'espressione molto solenne. Sapeva benissimo che
comportandosi a quel modo non faceva che eccitare la curiosità di Niki.
      "Ti prego, dimmelo!"
      "Sei curioso!" gli disse, sorridendo con sufficienza.
      "Dimmelo. Dimmelo!"
      Niki cominciò a tormentarlo con i pizzicotti, Mauro tentò di
fuggire lungo il tunnel e Niki prese a rincorrerlo.
      "Sei curioso! Sei curioso! Sei curioso!" lo canzonò Mauro,
dimenticando che la propria curiosità era proverbiale in famiglia ed era
certamente superiore a quella di Niki.
      "E tu hai paura del buio! Tu sei curioso! Tu sei curioso!"
      Mauro non si faceva raggiungere, mentre, usciti dal tunnel, si
rincorrevano per la casa, creando scompiglio in tutti quei posti dove ce
n'era già abbastanza.
      "Insomma basta!" l'urlo perentorio della professoressa di matematica,
nelle vesti di mamma, partì dalla cucina e li raggiunse mentre si
stavano praticamente soffocando per il solletico su uno dei letti del
tunnel, fortunatamente disabitato in quel momento. Mauro era ormai
seminudo, poiché i pantaloni del suo pigiama non avevano resistito alle
sollecitazioni di Niki il quale solo un poco più composto, anche perché
inappuntabilmente vestito, gli era sopra e gli bloccava le braccia.
      "Ti arrendi? "gli mormorò in un orecchio.
      Mauro fece cenno di no con la testa: "Se vuoi sapere qual è la mia
idea perdi il tuo tempo. Puoi anche uccidermi" gli disse serio.
      "No, non ne vale la pena. In fin dei conti non può essere una
buona idea e tu mi servi vivo!" e finse disinteresse rialzandosi dal letto.
      Poi, mentre Mauro si rassettava cercando disperatamente di rendersi
presentabile, considerata l'erezione che gli spuntava sul davanti dei
pantaloni del pigiama, Niki gli si mise davanti in ginocchio, parlando con
voce piangente:
      "Ti prego, dimmelo. Non posso sopravvivere con questo dubbio che mi
squarcia il cuore e mi attanaglia la mente."
      "Molto ben interpretato, Waldner! Non mi pare che a Boston ci sia mai
stato l'Actor's Studio! Visto che sei così bravo, novello Amleto, vai a
convincere mia madre a lasciarmi venire con te oggi. Ha già detto di no,
perché, secondo lei, dovrei rispettare la vostra privacy, visto che i
tuoi sono appena ritornati e certamente non vorrete avere ospiti per casa."
      Niki si rialzò scoraggiato. Mauro non voleva saperne di rivelargli
l'idea che aveva avuto e poi c'era il rischio di non convincere la coriacea
signora a mollare quel figlio tanto prezioso per tutti. Così, appena
ebbe finito d'impacchettare le sue cose, raggiunse la mamma di Mauro in
cucina.
      Mentre quella potenziale e atipica suocera, a Niki scappò da
ridere al pensiero d'averne già una, sbucciava patate ed imburrava un
pollo, Niki cominciò i suoi tentativi di seduzione per convincerla a
lasciargli portare via Mauro.
      Fra i due si svolse un gioco di sguardi divertiti, visto che entrambi
sapevano bene che fra un momento sarebbe stata fatta una richiesta e quale
ne sarebbe stato l'oggetto. Restava solo da vedere la forma e la natura
delle scuse che sarebbero state accampate perché fosse onorevolmente
accettata dalla mamma che non voleva deflettere dal suo ruolo di
controllore.
      "Il nonno, Grandpa, mi ha chiesto di portarle i suoi saluti" disse
Niki con la sua voce più dolce "E poi, mi ha incaricato di chiederle
qualcosa."
      Niki tacque speranzoso, ma la mamma non parve minimamente incuriosita
dalla sua pausa.
      "Al nonno, Grandpa, piacerebbe che Mauro fosse nostro ospite per
pranzo."
      "Oh! Sarà un onore, per mio figlio, accettare! Per l'ora di pranzo
ci sarà!" anche la mamma aveva parlato con tono soave "Se a tuo nonno,
Grandpa, fa piacere, mio figlio vi raggiungerà per mezzogiorno.  Pensi
che al nonno, Grandpa, vada bene?" la mamma di Mauro sorrise amabilmente a
Niki, il quale accettò la sfida.
      "For God sake, signora, il nonno, Grandpa, tiene tanto a che Mauro
venga con noi nella visita alla città che stiamo organizzando per
lui. Mauro conosce certamente meglio di me gli angoli più belli del
vostro affascinante borgo antico."
      "Va bene, piccolo diavolo, hai vinto, ma bada che rivoglio indietro
mio figlio per stasera, sono stata chiara? Lui deve dormire qua!" Niki si
avvicinò a baciarle una guancia, mentre Mauro, spuntato da chissà
dove, la baciò sull'altra.
      Sparirono di corsa, perché la mamma poteva ripensarci. Prima di
lasciare la casa, però, andarono a salutare il papà.
      La vita riprese per tutti, con la presenza di quel nonno
straordinario, che si rivelò, anche alla famiglia di Mauro, come una
persona eccezionale.

      Una sera, a casa di Niki, c'erano solo i quattro genitori e il
nonno. I piccoli erano stati mandati a mangiare una pizza da qualche parte.
      "Vorrei che Mauro diventasse mio nipote. Davvero! Vorrei fare
qualcosa per lui. Voi avete un figlio meraviglioso: ma lo sapete già,
non è vero? A Boston l'ho visto diventare amico di Stephan e cercare di
fare qualcosa per lui, purtroppo senza riuscirci. Lui aveva capito che
Stephan si drogava, prima ancora di vederlo, o che noi gliene
parlassimo. Poi l'ho visto aiutare Niki, quando era disperato. Forse non
dovrei parlarne, ma voglio che comprendiate perché mi sono tanto
affezionato al vostro ragazzo.
      "Eravamo partiti per cercare di distrarre i ragazzi, in qualche modo
e, mentre eravamo in viaggio, Niki cominciò a non parlare più con
nessuno. Si chiuse in se stesso e non rivolse più la parola neppure a
Mauro.  Cominciò così: Niki era completamente assente, oppure
all'improvviso capriccioso, intrattabile. E Mauro pareva non badare agli
sgarbi che subiva in ogni momento, sia che Niki lo ignorasse quando lui gli
parlava.  Sia che gli urlasse qualcosa quando aveva quegli attacchi
d'ira. E Mauro continuava ad assecondarlo in tutto. Quello che accadde e
che vidi io, fu che il vostro ragazzo smise di mangiare" la mamma di Mauro
sobbalzò "Durò tre giorni, vostro figlio non toccò cibo e bevve
solo un poco d'acqua. Fingeva di mangiare, perché Niki ed io non
notassimo nulla e non ci preoccupassimo. Ma Niki non lo guardava neppure e
lui credeva davvero che non l'amasse più. Credo che Mauro avesse deciso
di morire.
      "Sapete, a quindici anni è dura non mangiare per tre giorni, ma vi
posso assicurare che non ingoiò che qualche bicchiere d'acqua. Poi, una
mattina, non so come, Niki tornò ad essere il buon ragazzo che era
sempre stato. Quel giorno scesero a colazione sorridenti e Mauro mangiò
tutto quello che c'era sul tavolo.  Niki lo guardava meravigliato, ma
vostro figlio borbottò, con la bocca piena, che aveva sognato qualcosa,
che aveva fatto un sogno strano e che tutta quella meraviglia gli aveva
messo addosso una fame terribile e fece un cenno d'intesa a Niki. E allora
anche a lui venne una gran fame. E mentre parlavano e mangiavano, non
facevano che sorridersi.
      "Quel giorno si erano rappacificati, ma si erano anche
ritrovati. Forse era accaduto che Niki aveva guardato dentro di sé ed
aveva scoperto che là c'era Mauro ad aspettarlo. Ho accumulato
abbastanza esperienza nella mia vita per capire che cosa leghi quei
due. Credo che sia qualcosa che difficilmente potrà spezzarsi. Ma se mio
nipote è un po' speciale, credo che il vostro ragazzo sia veramente
straordinario.
      "È per questo che gli voglio bene e vi prego d'accettare il regalo
che voglio fargli. Ma non consideratene il valore venale, quello non ha
alcun significato."
      E parlò di un legato testamentario che aveva deciso di destinare a
Mauro. Si trattava delle stesse disponibilità che, anni prima, aveva
assegnato a Niki e a Stephan. Il colloquio si svolgeva in un misto
d'italiano e inglese fra le proteste imbarazzate dei genitori di Mauro, ma
il nonno non volle saperne.

      Si trattenne ancora per qualche giorno. Trovò il tempo di definire
con uno studio legale i particolari della sua promessa, poi partì
ricevendo da tutti promesse di visita a Boston per l'estate successiva.
      A quel punto la vita tornò realmente normale. Andato via lui, i
ragazzi ripresero a studiare regolarmente, perché con il nonno per casa
a fare domande, ad ascoltare musica, a farsi venire idee su come
trascorrere il tempo, quei due avevano un poco trascurato lo
studio. Questo, comunque, non aveva inciso sul loro rendimento generale,
che era tanto elevato da permettergli di vivere di rendita per molto più
di due settimane.
      Il pomeriggio prima della sua partenza il nonno li aveva chiamati e
aveva posto una domanda piuttosto singolare:
      "Avete forse un desiderio impellente?" i due lo guardarono senza
capire e lui, allora, puntando l'indice verso di loro, spiegò "Mi spiego
meglio: c'è qualcosa che pensate sia per voi importante possedere in
questo momento e che i vostri genitori non vi comprerebbero mai? Che voi
desiderate più di ogni altra cosa e che il nonno può comprarvi, tanto
domani parte e a seimila chilometri di distanza i vostri genitori non
possono riempirlo di bestemmie?"
      I due, non credendo alle proprie orecchie per quanto avevano appena
sentito, all'unisono risposero: "Il motorino!"
      "Ma non voglio che lo usiate sconsideratamente, non voglio sentire
d'incidenti, mi basta avere perso un nipote. Sono stato chiaro?"
      All'accenno a Stephan, che il nonno non aveva quasi mai nominato da
quando era arrivato in Italia, Niki si irrigidì e Mauro fu pronto a
stringergli un braccio.
      "Ho parlato di Stephan perché comprendiate che la vita è
preziosa e se si rischia di perderla si creano guasti tremendi, oltre che a
se stessi, anche a chi si ama. Ci siamo capiti?"
      I due si profusero in rassicurazioni e trascinarono il nonno verso un
negozio di motociclette per perfezionare l'acquisto nel minor tempo
possibile, prima che i loro genitori potessero influenzare le buone
intenzioni del vecchio.
      "È sufficiente comprarne uno solo" disse Mauro e Niki fu subito
d'accordo "daremo meno nell'occhio, e poi a noi basterà."
      "Si, nonno, è meglio uno solo, per noi andrà bene così!"
      "Purché sia azzurro" disse Mauro.
      "Già" convenne subito Niki "deve essere proprio azzurro!"
      I ragazzi si sorrisero e il nonno li accontentò anche in questo.
      I loro genitori, invece, lo furono molto meno quando, al rientro
dall'aeroporto, appresero dell'acquisto, ma anche a loro i ragazzi
fornirono rassicurazioni di prudenza, moderazione e avvedutezza.
      Nessuno dei due, però, aveva mai guidato altro che la propria
bicicletta. Fu Michele ad insegnarglielo sotto casa, quello stesso
pomeriggio. Avevano scelto un motorino abbastanza comodo da starci in due
e, non appena ebbero raggiunto una certa sicurezza a cavallo del mostro
meccanico, caschi in testa e allacciati, avvolti in calde giacche a vento,
volarono verso la libertà che per loro era rappresentata dalla campagna
intorno alla città e dalla villotta che era un poco più lontana.
      I primi chilometri non furono facili. Niki s'era messo alla guida,
mentre Mauro lo assisteva come navigatore in un rally particolarmente
impegnativo. Avevano imboccato, su consiglio del più competente Michele,
una strada di campagna diversa da quella che di solito percorrevano, in
bicicletta, per raggiungere la villotta. Era asfaltata, abbastanza diritta
e in piano, essendo le curve, le salite e le discese poco consigliabili per
due neofiti come loro.
      Alla seconda sbandata, Mauro riuscì a prendere terra, lasciandosi
sfilare il motorino da sotto. Così Niki si ritrovò da solo e senza
sapere bene come rallentare.
      "Mi stai abbandonando. Non me l'aspettavo!" gridò disperato,
mentre si allontanava. Poi riuscì a frenare e, miracolosamente, a
fermarsi, senza cadere.
      Attese che Mauro lo raggiungesse e gli lasciò la guida, felice di
poterlo fare. Ma se per uno erano sorte difficoltà, anche per l'altro
non fu facile, perché neppure Mauro sapeva ancora controllare il
motorino e un paio di volte andò molto vicino a perdere l'equilibrio.
      "Con la mia bicicletta sono anche salito al primo piano della
villotta, poi mamma mi ha fatto scappare a piedi! Ma questo coso sembra
muoversi da solo!" disse per giustificarsi, dopo l'ultima sbandata.
      "Questa non è una bicicletta, accidenti!" gli gridò Niki,
spaventato. Poi pensò che fosse il caso di sdrammatizzare un poco "Ha un
motore che si comanda con quella manopola che impugni con la mano
destra. La mano dove non avresti l'orologio se ne portassi uno!"
      "Come?" disse Mauro un po' perplesso "E questa quando l'hai
inventata?" riuscì a fermare il motorino e si voltò verso Niki "La
mano destra è quella con cui ci si fa il segno della croce! Infedele!"
      "Lo sarà per te, che sei un bigotto!"
      Scoppiarono a ridere. Poi decisero di ripassare le regole auree per
guidare un motorino, suggerite dall'esperto Michele:
      "Tuo fratello ci ha detto 'quando si sta accelerando, non si deve
frenare' e tu hai fatto le due cose insieme."
      "Michele ha anche suggerito di non frenare in curva, di stare molto
attenti a non provarci, per nessun motivo! E tu, poco fa, l'hai fatto ed è
stato per questo che abbiamo sbandato. Stavamo cadendo."
      "Tu non sai guidare il motorino."
      "Tu non sai andare neanche in bicicletta, figurati sul motorino!"
      Erano andati a sedersi sul muro a secco che segnava il confine del
campo, al margine della stradina di campagna. Se ne stavano lì, fingendo
di litigare, a ridere sulla loro incapacità di guida, quando Mauro gli
accarezzò una guancia con il dorso della mano.
      "Hai le dita fredde" mormorò Niki, tremando.
      Aveva provato un brivido al tocco di quelle mani gelate. Si raccolse
su se stesso, per conservare il più possibile il calore del corpo e
appoggiò il mento sui pugni chiusi. Teneva i gomiti sulle ginocchia e si
sporse un po' verso Mauro, guardandolo diritto negli occhi.
      Mauro l'accarezzò ancora e percorse le sopracciglia dorate, gli
sfiorò il naso, gli passò le dita sulle labbra sentendo sotto i
polpastrelli la peluria morbida che gli copriva il labbro superiore.
      "Dobbiamo raderci" disse sorridendo "dobbiamo proprio farci la
barba!" poi gli passò le mani fra i capelli. Avvicinò la bocca a
quella di Niki e gli sfiorò le labbra con un bacio.
      Anche Niki l'accarezzò sulle labbra, coperte da una peluria più
scura e più consistente della sua.
      "Tu più di me. Sei grande ormai."
      "Ma sei tu quello più vecchio e aspetto che mi dia l'esempio."
      Poi Mauro si alzò e andò verso il motorino per rimetterlo in
moto.
      "Salta su, forza. Si riparte!"
      Questa volta, forti dell'esperienza dei precedenti errori, riuscirono
a mantenere un'andatura decorosa, a controllare le sbandate e, dandosi il
cambio alla guida, raggiunsero finalmente la villotta.
      Lungo la strada l'aria era gelida e sul motorino, a causa della
velocità, pareva ancora più fredda.  Quello che si trovava dietro si
abbracciava al guidatore per riscaldarsi e tentare di riscaldarlo. Baci non
potevano darsene, impediti com'erano dai caschi, ma si scambiavano
continuamente carezze che valevano come baci.
      Erano partiti con l'idea d'arrivare alla villotta e fare l'amore, ma
non avevano fatto i conti con la temperatura rigida di quel pomeriggio di
febbraio e, come al solito, non avevano le chiavi per entrare.  Parevano
due gattini infreddoliti quando arrivarono davanti al cancello.
      "Il nonno doveva regalarci una macchina con l'autista. Mi sembra di
essere un pesce congelato!"
      "Il tuo trisavolo poteva farsi costruire la villa più vicina alla
città: io sto morendo assiderato. Al ritorno cercheremo di andare più
piano, così forse farà meno freddo."
      Niki tremava e batteva i denti. Mauro lo abbracciò, tentando di
dargli calore, ma tremava anche lui.  Cercarono di calmare i brividi
facendosi un poco riscaldare dal sole del pomeriggio. Entrarono nel recinto
della villotta e andarono a sedersi sulle pietre della scalinata, uno
accanto all'altro, vicini per difendersi dal vento. Poi Mauro pose la testa
sulle ginocchia di Niki e lentamente si spostò appoggiando le labbra sui
pantaloni del compagno. Scivolò lentamente verso il suo grembo, fino ad
affondarvi completamente, aspirando il calore e l'odore di Niki dai suoi
posti più segreti.
      "Che fai?" ridacchiò Niki "Sento il tuo naso gelato" e si spostò
un poco per consentirgli di aggiustarsi meglio.
      Mauro lo fiutò come fosse un cagnolino. Scese a sentire quegli
odori nascosti e sondò con la punta del naso l'erezione che Niki stava
avendo nonostante il freddo che c'era. Passò più volte con tutta la
faccia sull'asta irrigidita e ne saggiò la consistenza con i denti,
lasciando tracce di saliva sul velluto dei pantaloni.
      Si parlavano raramente quando facevano l'amore, quando varcavano
quella soglia. Non c'era mai stato bisogno di tante parole, poiché uno
interpretava sempre la volontà dell'altro. Mauro si fermò e Niki lo
sollevò fino alla sua faccia perché si baciassero, poi si
guardarono. Gli occhi di Niki esprimevano desiderio, ma la sua faccia
diceva anche, inequivocabilmente, che sentiva freddo. E Mauro gli pose la
testa nell'incavo del collo, lo baciò come piaceva a tutti due, con le
labbra socchiuse, lasciando umida di saliva la pelle morbida e delicata del
collo.
      Una volta, dopo un bacio come quello, mentre erano in giro in
campagna e tirava anche molto vento, Niki gli aveva detto: "Il vento ha
continuato a baciarmi dopo che tu hai staccato le labbra ed io ti ho
sentito ancora su di me". Mauro aveva pregato qualche dio perché gli
fosse consentito di vivere ancora momenti di felicità come quello. Negli
occhi di Mauro passò traccia di quei pensieri, mentre si baciavano
ancora. Poi Niki si sciolse dall'abbraccio e si alzò. Tremava.
      "Andiamo via. Sento proprio freddo! Vieni?" la sua voce era quasi
ritmata dai brividi che lo scuotevano.
      Mauro era ancora seduto sulle lastre di pietra coperte di muschio
scuro e lo guardava dal basso, Niki gli parve un eroe greco:
      "Tu sei Patroclo!"
      Niki gli tese la mano e Mauro si sollevò, ma conservò negli
occhi quell'immagine dell'amante, illuminata dal sole del tramonto, contro
il cielo. Avrebbe conservato il ricordo di quei lineamenti, di quelle
fattezze, per sempre: le guance arrossate dal freddo, gli occhi che in quel
momento erano più azzurri del cielo, i capelli biondi spettinati, la
bocca tesa nello sforzo di dominare i brividi, le mani allungate verso di
lui per aiutarlo ad alzarsi. Pensò che avrebbe sempre avuto quelle mani
davanti a sé per sorreggerlo e difenderlo. Niki lo guardava e lui si
alzò, gli scivolò fra le braccia. Si serrarono in un abbraccio forte,
fino a farsi male, con le teste accostate e spinte sulle spalle dell'altro,
gli occhi chiusi, i pugni stretti. Trattennero il fiato, poi lentamente e
insieme cominciarono a rilassarsi e poi si baciarono ancora.
      "Andiamo via, Achille, o ti mordo" disse ridendo il suo Patroclo.
      Il cambiamento di programma a causa del freddo non sarebbe stato un
gran sacrificio per loro, perché quella notte avrebbero dormito insieme.
      Nella camera di Niki era infatti sempre pronto un secondo letto per
accogliere Mauro la sera del sabato. Rientrando infreddoliti e affamati e
dopo aver fatto merenda, si sistemavano ad ascoltare musica, a giocare col
computer, qualche volta a guardare la televisione. Quando i genitori di
Niki non erano in casa per la cena, i due avevano l'appartamento tutto a
loro disposizione.
      Quel sabato non c'era stata la partita, perché la squadra aveva un
turno di riposo nel campionato che stava disputando, ma i due, di ritorno
dalla passeggiata in motorino, reclamarono ugualmente cioccolata calda e
qualcosa da mangiare per calmare il freddo e la fame. Arleen fu felice di
vederli tornare sani dalla prima gita su quel mezzo pericoloso. Dopo una
telefonata a casa di Mauro per rassicurare i genitori che l'avventura in
motorino si era conclusa bene, i due si organizzarono per passare la serata
con buona musica per colonna sonora e giochi divertenti al computer. Ma,
anche se i loro occhi erano puntati allo schermo per seguire l'ometto che
cercava di sfuggire ad un verme famelico, le loro orecchie erano orientate
verso i rumori provenienti dal resto della casa. E quell'attività
segnalava soprattutto la prossima uscita di madre e padre, con destinazione
casa d'amici in un'altra città. Questo voleva dire libertà per tutta
la sera e parte della notte, senza contare la mattina della domenica.
      "Noi stiamo andando via. Non incendiateci la casa, non fate entrare
nessuno, mangiate quello che c'è per cena, anche se quest'ultima
raccomandazione mi sembra superflua a due idrovore come voi" il padre
parlava appoggiato allo stipite della porta della camera di Niki
sorridendo, come sempre "ripulite tutto e spegnete le luci prima d'andare a
letto, ricordatevi di..."
      La mamma lo tirò via dalla porta ed entrò per baciare Niki e
Mauro prima d'andarsene:
      "Forse faremo tardi. State attenti uno all'altro. Buonanotte, guys."
      Il clic della serratura fu il segnale, lo squillo di tromba della
libertà conquistata. Un ometto finì stritolato nelle fauci del verme
orrendo, ma nessuno se ne curò, perché Niki aveva circondato da
dietro Mauro e, contorcendosi lo baciava sugli occhi, impedendogli di
vedere. Mauro tentò di continuare a giocare, cercando di sottrarre un
altro ometto al suo terribile destino, ma Niki lo tirò via dal computer.
      Erano padroni di se stessi e della casa e quella libertà li
inebriò, poi Mauro spinse Niki fino a farlo sdraiare sul letto e gli
sfilò lentamente la tuta, le calze, la maglietta e gli slip. Ebbe
finalmente davanti a sé il suo amante, supino e completamente nudo, che
lo guardava attento e curioso di conoscere quale sarebbe stata l'idea di
questa volta.
      Avevano un modo sempre diverso e complementare di fare l'amore e, se
ad uno venivano le ispirazioni, quasi sempre, l'altro le accoglieva e le
sviluppava. Stavolta però c'era la misteriosa idea di Mauro da mettere
in pratica e Niki attese speranzoso ed eccitato.
      "Ti ricordi? Ti parlai di una lezione su alcune speciali parole
inglesi, alcuni vocaboli che non conosco ancora: mi riferivo a dei termini
d'anatomia!" disse Mauro tutto serio "Ti toccherò e tu mi dirai il nome
della parte che io sto sfiorando. Mi sembra un buon metodo per arricchire
il mio vocabolario. Va bene?"
      Niki fece di si con la testa: "OK! Ma sarebbe meglio che io avessi
bene in vista anche il corpo del mio allievo."
      "Oh, certo! Il discepolo non ci aveva pensato, ma provvede
immediatamente!"
      E Mauro si tolse velocemente la tuta, naturalmente blu, che aveva
preso l'abitudine d'indossare e si concesse così alla vista di Niki. Poi
con l'indice gli sfiorò il piede, risalendo lungo il corpo, mentre Niki
scandiva: " Foot, leg, knee, thigh, hip... danger, danger: whatch out,
you're too close" Mauro aveva sfiorato il grembo di Niki, ma non era ancora
il momento e si spostò riprendendo a toccarlo sulla testa e
accarezzandolo ovunque "Hair, forehead, eyes, eyebrows, eyelashes, nose,
mouth, lips, cheeks, neck" scese lungo il collo, fino al torace e sulle
braccia "shoulders, nipples, arms, hands, fingers" poi più giù, fino
al ventre "tummy... danger again."
      "I love you and... I love danger!"
      "Danger as you like: dick, prick, cock-head, balls" Mauro si era
avvicinato ancora "Wanna inspect my back, now?" Niki mormorò queste
ultime parole girandosi, Mauro continuò a sfiorarlo. Era quasi senza
fiato ormai e lo lambiva soltanto con la punta delle dita "Back, loins,
buttocks, ass, asshole... it's dangerous.  S.o.s." Niki si voltò
un'altra volta e lo guardò. Gli tese le braccia e Mauro capì che, per
il momento, la lezione era al termine.
      Gli si stese sopra e, abbracciati, cominciarono a muoversi, sfregando
i corpi finché non godettero.  Stettero così ancora un poco, poi
Mauro gli sussurrò in un orecchio:
      "Sei ancora innamorato di me? È vero che non ti ho stancato?"
      "No, non ancora! Ma sei pesante e sei un po' umido sulla pancia" e,
dicendolo, abbracciò più stretto Mauro che voleva scivolare sul
letto, per alleggerirlo, credendosi davvero pesante "e poi la tua barba
comincia a pungere un poco. Ce la facciamo domani mattina? Che ne dici?"
      Quello della barba era un argomento ormai ricorrente nei loro
discorsi, ed era stato già affrontato prima di partire per
l'America. Sul labbro superiore di Mauro, ma anche su quello di Niki, era
cresciuta una peluria più o meno morbida e ad entrambi il confine delle
basette era sempre più sfumato. Era decisamente arrivato il momento che,
almeno Mauro, cominciasse a radersi, ma anche Niki, con qualche sforzo e un
po' di fantasia, per non essere da meno del compagno, per essere con lui
anche in quella esperienza, avrebbe avuto bisogno di una ripulita sulla
faccia.
      Mauro si mosse e lo baciò sulle guance, ma non rispose subito. Era
un segnale di disagio.
      "Quando i miei fratelli hanno fatto la prima barba, è stato papà
a spiegargli come dovevano fare.  Adesso penso che vorrà farlo anche con
me."
      "E credi che lo spiegherebbe anche a me?" Niki si sentì, per un
momento, solo per un momento, escluso da qualcosa che apparteneva a
Mauro. La sua bocca assunse un'espressione che ormai pareva aver
dimenticato.
      "Certo!" lo rassicurò subito Mauro e lo baciò, finché Niki
tornò a sorridere "Papà lo farà certamente, anzi ne sarà
felicissimo" poi passò la bocca sul labbro superiore di Niki "La tua
barba è così morbida: non sarai ancora troppo piccolo per
un'esperienza così traumatica..."
      Ma non riuscì a concludere la frase, perché Niki, per
vendicarsi di quell'insinuazione, gli fece il solletico ai fianchi,
facendolo ridere fino alle lacrime.
      Quando finalmente si calmarono, Mauro fu preso da un pensiero: "Niki,
ma a tuo padre non dispiacerà? Nella mia famiglia la prima barba è
quasi un rito. Pensa che quando fu di Sergio in bagno c'eravamo tutti e
cinque e, naturalmente, si stava un po' stretti. Papà lo insaponò,
poi gli fece vedere come doveva reggere il rasoio e gli guidò la
mano. Io tenevo gli occhi chiusi, perché avevo tanta paura ed ero certo
che Sergio si sarebbe ferito, ad un certo punto li riaprii e quello scemo,
proprio in quel momento, si tagliò davvero. Vidi il sangue che arrossava
la schiuma bianca e scoppiai a piangere, senza capire perché, come uno
stupido. Perciò ora ho un po' paura di tagliarmi. Pensi che faccia male?
Non credi che possa essere pericoloso?"
      Niki fece decisamente di no con la testa: "No! Devi essere un uomo,
altrimenti darai ragione a quelli che considerano i gay delle donnicciole!"
e rise a quel pensiero.
      Anche Mauro sorrise. L'idea di poter essere considerato effeminato da
chi conoscesse i suoi desideri, era una cosa che l'aveva sempre fatto
ridere. Lui e Niki si erano sempre sentiti, con orgoglio, completamente
uomini e come a due uomini pensavano di sé, come a due uomini che si
amavano.
      "'La barba è una cosa seria. È la soglia oltre la quale si è
uomini, e non più ragazzi. È il momento in cui si acquisiscono
responsabilità precise nei confronti del mondo'" Mauro recitò con
voce seriosa, imitando il tono di suo padre "Queste furono le esatte parole
che disse papà a Sergio. A Michele non saprei perché non fu un
avvenimento come per Sergio, ma mi pare che gli abbia fatto lo stesso
discorso."
      L'attività fisica gli aveva messo fame un'altra volta, perciò
si alzarono e indossarono i pigiami, cenarono e riordinarono la
cucina. Giocarono con il computer per il resto della serata, godendosi la
loro libertà, senza guardare l'orologio e quando decisero che s'era
fatto tardi, si infilarono in uno dei letti.
      Erano avviluppati nel solito groviglio di braccia e gambe, in cui
riuscivano a non intorpidirsi, ma a muoversi tranquillamente pur rimanendo
allacciati. Stando così, discussero di musica: Niki aveva scoperto
Puccini e ne era rimasto affascinato, ma Mauro lo odiava con tutte le sue
forze. Stravinsky, invece, era antipatico a Niki, ma aveva conquistato
Mauro. Finirono per chiacchierare su tutto e di tutti i loro compagni di
scuola, come piaceva a Mauro che, secondo Niki, era decisamente
pettegolo. Parlarono di calcio, della squadra in cui militavano, delle
scelte dell'allenatore che a turno condividevano e contestavano per niente.
      Poi, mentre Mauro continuava a parlare, spiegandogli perché, a suo
giudizio, qualcuno di loro conoscenza dovesse comportarsi in un certo modo,
Niki parve assopirsi.
      Mauro gli sfiorò la fronte con le labbra: "Dormi?"
      "No, pensavo a Stephan. Dove sarà adesso?" lo disse senza riaprire
gli occhi.
      Del cugino non parlavano. Niki non lo faceva mai di sua volontà e
questa era certamente la prima volta che accadeva. Era naturale che in un
momento d'abbandono e d'intimità come quello, fra le braccia del
compagno, pensasse a Stephan, che se ne ricordasse, che desiderasse
parlarne con la persona che amava. Mauro, però, sapeva che, se in quei
mesi Niki non aveva più nominato il cugino, non era stato perché
l'avesse dimenticato. Molte volte, infatti, l'aveva sorpreso con gli occhi
persi a guardare lontano e con il pensiero in un luogo dove lui non era
ammesso. Allora lo scuoteva, gli chiedeva dove fosse andato con i pensieri
e Niki riusciva solo a sorridergli tristemente.
      E se Niki non ne parlava, era perché non voleva che Mauro si
impensierisse o si rattristasse. Si sentiva ancora terribilmente
responsabile per la pena che gli aveva arrecato in America, nei giorni
successivi alla morte di Stephan. Ma c'era un altro motivo per cui non
aveva più parlato del cugino: desiderava tenere per sé tutto il
dolore di quella morte, come un pegno d'amore verso Stephan. Mauro non
doveva sapere nulla di tutto questo. Gli piaceva pensare che quello fosse
l'ultimo segreto che aveva con Stephan. E sarebbe stata anche l'unica cosa
di sé che avrebbe tenuto nascosta al compagno della sua vita.
      Questa volta però non era riuscito a sopportare da solo il peso di
quei ricordi ed aveva chiesto aiuto.  Mauro tentò di rassicurarlo,
mormorandogli qualche ragione.
      "È dove non soffre più, dove non piange. Lui è certamente
fra gli angeli, perché era buono."
      Niki se ne stette un po' zitto, quasi a meditare su quelle parole:
      "Quando uno muore non gli si può dire più nulla. Non è
vero?"
      Mauro l'accarezzò, non sapeva quali parole usare per consolare
quel dolore.
      "... ed io a Stephan avevo ancora tante cose da dire. Ora non potrò
più farlo!"
      "Non è vero! È in paradiso oppure in un altro posto e tu puoi
parlargli. Puoi farlo se lo vuoi. Stephan è nel nostro cuore, perché
gli volevamo bene!"
      "Ma tu ci credi al paradiso, alla religione, a tutte quelle cose?"
      "No, non molto. Adesso quasi per niente" Mauro fu felice, perché
forse aveva trovato un argomento per strappare Niki a quei pensieri
tristi. Vi si lanciò con entusiasmo "Prima ero religioso. Intendo dire
prima di conoscere te! Sai, io sono sempre andato in chiesa e sono stato il
più devoto membro di tutta la mia famiglia, da qualche
generazione. Secondo papà più che devoto, sono stato bigotto. Ho
frequentato il catechismo per la prima comunione, senza perdere neppure una
lezione, ed ho anche preteso di essere cresimato, al contrario di Sergio e
Michele che non ci hanno più pensato. E prima di incontrare te andavo a
messa ogni domenica, mi confessavo, mi facevo la comunione e tutto il
resto, ma poi ho smesso. Ed ora non ne sento la mancanza. Adesso ho capito
che lo facevo soltanto perché lo facevano tutti i miei amici e, da
quando sto con te, non ho più badato a loro."
      "Ma credi in dio?"
      "No. Penso di no: non ci credo più. E tu?"
      "Non sono mai stato educato a credere in qualcosa. Anzi, sono quasi
certo di non essere stato neanche battezzato. Mio padre non me ne ha mai
parlato ed anche se mia madre è cattolica, non si è mai fatta
problemi con me" Niki se ne stette un po' zitto e Mauro lo lasciò
pensare "Da un po' di tempo, però, mi chiedo cosa ne sia stato di
Stephan: non credo nel paradiso, ma non riesco ad immaginare che Stephan
possa non esistere più. Io, però, spero che ci sia una parte di lui
ancora viva in qualche posto."
      Quella sera Niki era troppo triste e cercava una risposta che lo
consolasse, che desse pace al fantasma di Stephan che si aggirava nei suoi
pensieri. Si raggomitolò e l'abbraccio di Mauro si fece ancora più
protettivo.
      "Niki, mio padre dice che i morti sopravvivono nella memoria dei loro
cari e che quello è il loro inferno e il loro paradiso. Se è così,
penso che Stephan sia davvero in paradiso" baciò i capelli di Niki, gli
passò le labbra sul capo "se è qua è nel cielo più azzurro."
      "È vero: lui è sempre con me, nel mio cuore. Sempre, in ogni
momento. Tu non sei geloso, vero?"
      "No!"
      "Uno come lui non può essere che in paradiso, perché era
buono. È vero che non invecchierà mai?"
      Mauro lo strinse di più: " È come dici tu" gli mormorò,
continuando ad accarezzarlo.
      Poi Niki si riscosse. Per ora, il ricordo di Stephan era
placato. Guardò Mauro con occhi maliziosi: "Davvero hai smesso d'andare
a messa per colpa mia?"
      "Certo che è stata colpa tua! Cosa volevi che andassi a raccontare
al prete? Che avevo infilato la mano nei tuoi pantaloni?" Niki scoppiò a
ridere "Quelle sono cose che non si possono confidare, neppure in
confessione. Sto scherzando, non è proprio andata in questo modo. Al mio
sacerdote che è davvero un tipo singolare, forse, avrei potuto dirlo, ma
quella domenica mattina, quando decisi di non andare più a messa, avevo
te in testa e alla messa non ci pensai proprio. Poi tu sei rimasto e la mia
fede, se c'era davvero, se ne è andata. Sei proprio un pervertito che
perverte."
      "Si, ti ho pervertito. Hai ragione" risero un poco, poi Niki tornò
un'altra volta serio "Mauro, ma tu credi che, non incontrandomi, ti saresti
ugualmente scoperto gay?"
      "Penso proprio di si. Anche prima d'incontrarti, le mie fantasie
erano abbastanza definite: ho sempre pensato ai bei maschietti come te."
      "Anch'io!" poi gli venne un'altra idea "Tu ti sei mai chiesto perché
sei omosessuale?"
      "Si, ma non ho ancora trovato la risposta: ma la troverò, stanne
certo. Ho letto però che una madre o un padre possessivo potrebbero
causare dei complessi al proprio figlio. Ma non ci credo. E tu?"
      "Beh, se ho interpretato bene un manuale di psicanalisi che ho letto
quando ero in terza media, direi che la malattia di mia madre e la mia
difficoltà a farmi degli amici, tutti i nostri spostamenti, assieme al
poco tempo che mio padre mi ha sempre dedicato, hanno fatto di me un gay
perfetto e molto convinto."
      Mauro non era d'accordo. Lui sulla propria omosessualità, aveva
formulato un'idea molto suggestiva ed affascinante: "Niki, non potrebbe
essere stata la nostra sensibilità, oppure la nostra particolare
intelligenza? Non credi che noi due crescendo siamo diventati gay, perché
eravamo già diversi, nel senso che siamo diventati troppo presto
coscienti di noi stessi? Posso spiegarmi meglio: intendo dire che noi
affrontiamo i problemi in un modo particolare. L'hai mai notato? Io credo
che sia così, perché non posso pensare che i miei genitori, dopo aver
educato Sergio e Michele ad avere desideri sessuali corretti, abbiano
sbagliato tutto con me: non ti pare? Però, è anche vero che, io sono
molto diverso da Sergio e soprattutto da Michele, almeno a quanto dice
mamma."
      "Ma... tu dici che noi due siamo gay, solo perché più sensibili
e intelligenti? Perché tu sei un genio?"  glielo disse sorridendo, ma ne
era anche fermamente convinto. L'aveva sempre pensato: all'inizio perché
lo adorava come un dio e alla divinità non si può che riconoscere
l'onniscienza, ma poi l'aveva constatato direttamente ed ora, oltre che
amarlo, l'ammirava sinceramente.
      "Si, anche per quello. Niki, noi due abbiamo qualcosa in più,
qualcosa che nessuno dei nostri amici avrà mai."
      Anche Mauro ammirava Niki, il suo autocontrollo, l'intuizione delle
possibili soluzioni ad ogni problema. Era convinto che loro due si
completassero sia nei sentimenti, perché si amavano, sia nella vita, in
cui se lui era un sognatore impenitente e si abbottonava sempre tutto
storto, Niki era in grado di prevedere gli sviluppi di qualunque situazione
e sapeva scegliere i colori dei calzini.
      "E cosa sarebbe?"
      "Noi riusciamo ad intuire le cose prima degli altri. Siamo sempre i
primi: non l'hai mai notato?"
      Niki si sollevò sul letto, quasi per pensare meglio: "Forse ho
capito: siamo gay perché siamo più acuti e più
intelligenti. Oppure siamo tanto intelligenti perché siamo gay?"
      "No, non lo so! Ma forse sono vere tutte e due le cose."
      "OK! OK! Risolvo velocemente ogni tipo di puzzle perché mi
interessa qualche aspetto di te" lo accarezzò facendo correre le mani
sul tutto corpo di Mauro e continuando a parlare "ma penso sempre a te e ti
desidero in ogni momento, perché tradurre velocemente i frammenti di
greco antico è estremamente eccitante!"
      "Si, credo che tu abbia sintetizzato correttamente il mio pensiero."
      Rimasero in silenzio per qualche secondo. Erano entrambi assonnati ed
indecisi se addormentarsi o continuare a parlare. Si guardarono quasi
consultandosi, valutando dagli occhi del compagno il grado di
stanchezza. Poi Niki lo baciò sulla punta del naso e decise che non
erano ancora sfiniti. Gli mormorò in un orecchio:
      "Qual è stato il tuo primo desiderio sessuale? Il primo che riesci
a ricordare?"
      "Non lo so, fammici pensare" Mauro, di nuovo sveglio, finse di
concentrarsi, cercando le mani di Niki e stringendogli i pugni attorno ai
pollici "Forse è il ricordo di quello che accadde ad una visita medica
fatta a scuola in terza elementare: ci facevano entrare due per volta e là
le maestre ci abbassavano i pantaloncini.  Credo che i medici
controllassero il corretto sviluppo dei nostri genitali, oppure l'igiene
personale. Non lo so proprio, ad ogni modo, dopo averci osservati davanti,
ci facevano voltare e ci guardavano anche il sedere e non ho mai capito
bene perché facessero una cosa del genere, né qualcuno me l'ha mai
spiegato. È il mistero irrisolto della mia vita.
      "Io entrai con un ragazzino che poi, alla fine delle elementari, non
ho più visto. Fummo afferrati dalle insegnanti che ci abbassarono
pantaloni e mutandine senza pietà. Io mi sentii subito strano e, senza
badare a quello che mi facevano, non staccai un momento lo sguardo dalle
nudità che quell'altro stava esponendo.  Sentii i medici mormorare
qualcosa e poi ridere, ma io non ne capii proprio il motivo.
      "Restai imbambolato a guardare il mio compagno, non desiderando altro
che di toccarlo, finché la maestra non mi aiutò a rivestirmi. Nei
giorni successivi continuai a sognare quei momenti e quando ci pensavo mi
sentivo un po' a disagio. Poi ne parlai con Michele, il quale mi spiegò,
con tutti i particolari, perché mi fossi sentito così e perché i
medici avevano riso: con ogni probabilità, in quel momento, avevo avuto
un'erezione!"
      Niki lo guardava e sorrideva, allora Mauro gli chiese: "E tu? Qual è
il tuo primo ricordo?"
      "Non ho ricordi particolari, ma credo d'avere sempre avuto curiosità
verso i corpi dei miei compagni.  Mi succedeva già in prima elementare
di 'sentirmi strano', come dici tu. Io, però, non ho avuto nessuno che
potesse spiegarmi cos'era quel 'sentirmi strano', e perché mi sentissi
così, almeno finché non ne parlai con Stephan, ma anche lui non è
che ne sapesse molto. Noi due abbiamo sempre dormito insieme" fece una
pausa. Aveva l'occasione di raccontargli qualcosa che Mauro non conosceva
ancora "È con lui che ho imparato a dormire nello stesso letto, senza
darci fastidio. E così, stando insieme, dormendo sempre insieme, i
nostri corpi non avevano segreti, ma non avevo mai desiderato Stephan prima
di rivederlo quest'estate. Quando siamo stati separati, eravamo troppo
piccoli per fare qualunque gioco che non fosse innocente, e quando ci siamo
rivisti sapevamo già tutto. Ma questa storia tu la conosci già."
      Era passata nei suoi occhi un'ombra che inquietò Mauro.
      "Niki, se l'avessi inventata io, quella storia si sarebbe conclusa in
modo diverso" l'accarezzò fra i capelli e Niki, facendo uno sforzo,
tornò a sorridergli.
      "Dai, racconta tu. Raccontami ancora qualcosa. Sei tu quello che ha
avuto tutte le esperienze: quando sei diventato più grande che hai
fatto?"
      Mauro si rimproverò per aver rivolto a Niki domande sul suo
passato. Non voleva che pensasse a Stephan e fu felice di poterlo distrarre
con le sue chiacchiere. Si ripromise di stare più attento e non
chiedergli mai più di raccontare qualcosa in cui potesse riaffiorare il
ricordo di Stephan.
      "Ho fatto tanti sogni con bei ragazzi come te. E tante fantasie ad
occhi aperti. Poi ci siamo incontrati e allora..." gli accarezzò il
sedere "niente più sogni!" aggiunse a voce bassa "ma solo la realtà,
che è anche molto tangibile" lo accarezzò anche davanti "ed è
sempre molto dura da affrontare!" scoppiarono a ridere.
      "Davvero? Raccontami un sogno. Fammi un esempio. Raccontamene almeno
uno."
      "Sei proprio sicuro? Non vorrei che diventassi geloso!"
      "Lo sono già. Lo sono sempre, in qualunque momento. Ma tu racconta
lo stesso!" e si aggiustò, si mise più comodo, nell'abbraccio di
Mauro, aspettando la storia che stava per ascoltare.
      Il talento di Mauro nel raccontare, catturando l'attenzione, era
stata una piacevole scoperta: Mauro era in grado di trasportarlo ovunque
con le sue storie. Eugenio, proprio qualche giorno prima, gli aveva
confermato questa capacità, in uno dei suoi rari discorsi. Anche se Niki
aveva già compreso quanto Mauro fosse bravo.
      "Sapessi i libri che conosco benissimo senza averli mai letti" gli
aveva confidato Eugenio "Era sufficiente che Mauro ce li raccontasse. E
poi, quante volte, di sera alla villotta, davanti alla Madonnina, seduti in
cerchio sotto l'edera, Mauro inventava per noi storie di spettri, di
fantasmi, oppure di fantascienza e ci faceva tanta paura. Intendo a noi e
soprattutto a se stesso. Certe volte eravamo tutti così spaventati dai
suoi racconti che rimanevamo bloccati lì dalla paura. Avevamo timore
anche solo a muoverci, non dico a guardarci dietro le spalle. Una volta
eravamo tanto spaventati che abbiamo cominciato a gridare per chiamare i
nostri genitori, perché venissero a prenderci e ci accompagnassero dove
c'era più luce. Mi vergogno ancora, ma quella sera, quello lì ci ha
raccontato delle cose tremende" Eugenio rideva ancora al ricordo che dei
ragazzini di dodici o tredici anni avessero avuto bisogno della mamma per
attraversare una zona buia del giardino. Da allora Niki, che già sapeva
quanto Mauro fosse bravo con le parole, non perdeva occasione di
sollecitarlo per poi lasciarsi trasportare dove a lui piacesse di portarlo.
      Mauro lo accontentò subito: "Posso raccontarti di un sogno che ho
fatto spesso, anzi un sogno ad occhi aperti, perché era un vedere e
rivedere, con qualche variazione, quello che era realmente accaduto.
      "Fu quella volta in cui Giacomo, alla fine di una partita di calcio
alla pineta, mi abbassò per scherzo i pantaloncini. Io, allora, lo
rincorsi per tutto il campo finché non lo afferrai. Rotolammo per terra
ed io l'immobilizzai sotto di me. Gli altri ci raggiunsero e incominciarono
a gridare per scherzo 'Sangue, sangue, vogliamo il
sangue!'. Improvvisamente mi scoprii eccitato e, visto che bloccavo Giacomo
sotto di me e che l'avevo in mio potere, gli feci quello che aveva fatto a
me, ma, abbassatigli i pantaloni e le mutande, non riuscii a fermarmi e
cominciai a sfregargli con le mani tutta l'attrezzatura. Hai già visto
l'effetto del solletico su quello là. Continuai finché non gli
vennero le convulsioni e, quando lo lasciai andare, anche lui era eccitato,
come quasi tutti gli altri e come lo ero io, forse più di tutti. Ero
quasi sul punto di bagnarmi.
      "Se fosse accaduto, sarebbe stato difficile da spiegare agli altri,
perché fosse finita così. Ho passato molti giorni pensando e sognando
come sarebbe stato bello se, a quel punto, tutti ci fossimo spogliati e
avessimo fatto..." lo accarezzò dovunque, scoprendolo eccitato com'era
lui "non so neppure cosa!"
      Ma Niki non era soddisfatto, si aspettava un'altra storia: "No, io
voglio una storia completa, eccitante come quello che facciamo noi due!"
      "Non mi è mai capitato di sognare o d'inventare niente che sia una
storia come quella che vuoi tu.  Prima che mi capitasse con te!"
      "E allora inventala. Tu sei bravo. Ti prego! Ti prego!"
      Niki riprese ad accarezzarlo sul collo, sulla faccia, lo
abbracciò, gli si strusciò addosso, finché Mauro non finse di
cedere. Avrebbe certamente inventato qualunque cosa per distrarlo. Partendo
da un canovaccio di sogno o di idea che aveva già avuto, ma, sapendo ciò
che Niki si aspettava, l'avrebbe infiorettato con quegli elementi che, lui
sapeva, piacevano a tutti e due.
      Strizzò gli occhi, mostrando di concentrarsi, mimò, a suo
beneficio, tutta la scena di chi su uno scaffale cerca disperatamente il
libro giusto: "Ah, finalmente! L'ho trovata. Non ti ho mai raccontato la
storia del 'rito dell'ombra'?" Niki fece di no con la testa "Sei pronto?"
      "Si!" e Mauro lo baciò sulla punta del naso.
      "Il 'rito dell'ombra' era un trattamento molto speciale, riservato a
quelli che volevano entrare a far parte del nostro gruppo. Consisteva in
una serie di prove che chi voleva diventare nostro vero amico doveva
affrontare.
      "Il 'rito dell'ombra' era spaventoso, ma era anche un gran
divertimento per tutti quelli che ci avevano partecipato sia come vittime,
sia come carnefici. Ci era venuto in mente in un pomeriggio alla villotta,
dopo che quella mattina, in spiaggia, uno dei ragazzi con cui giocavamo ci
aveva schizzato mentre entravamo in acqua e il fastidio era stato maggiore,
perché quel giorno tirava vento e faceva freddo. E poi quello lì ci
aveva anche tenuti sott'acqua tentando di farcene bere un poco. E, alla
fine, come se non bastasse, ci aveva infilato un po' di sabbia dentro i
costumi da bagno. Avevamo deciso tutti insieme che era necessario dargli
una lezione..."
      Niki lo interruppe: "A giudicare dalla reazione che sto avendo" e si
strusciava contro di lui "questo, come hai detto che si chiama? 'Rito
dell'ombra' deve essere proprio una cosa interessante. Continua..."
      Mauro gli agitò il dito sotto il naso, ammonendolo: "Stai molto
attento: se mi interrompi ancora, invece di raccontartelo soltanto, te lo
somministro. Sic et simpliciter!"
      "Tremo tutto. Lo senti?" e ridendo gli prese la mano per portarsela
nel posto dove Mauro avrebbe voluto sempre tenerla, il centro della sua
passione, quella parte del suo corpo che mostrava inequivocabilmente quanto
Niki gradisse il racconto e come lo trovasse eccitante "Voi tre, chi?"
chiese ancora sfidando il compagno.
      Mauro riprese a parlare, ma gli rivolse uno sguardo truce: "Fossi in
te, starei molto attento. Non sai quello che rischi interrompendomi. Noi
tre... e basta! Non posso dirti di chi si tratta: la storia è troppo
compromettente. Puoi soltanto sapere che il ragazzo che ci aveva
infastidito era bello, alto quanto me e biondo e poi era cugino di uno di
noi. Posso solo dirti che ogni anno veniva da un'altra città per
trascorrere qui l'estate. Sapevamo, perché l'aveva confidato a suo
cugino, che ci giocava quegli scherzi soltanto perché cercava di
diventare nostro amico. Così decidemmo di prenderlo con noi, ma prima
volevamo divertirci un poco. Perciò stabilimmo che la mattina dopo ce lo
saremmo portati dietro le baracche di legno che servivano da cabine alla
spiaggia e gli avremmo fatto qualcosa. Già, ma cosa?
      "I pareri erano divergenti, perché c'era chi gli voleva riempire
la bocca di sabbia, oppure farlo morire dal ridere per il solletico. Un
altro, proprio suo cugino, propose di legarlo e imbavagliarlo lasciandolo
tutta la mattina sotto il sole, per vedere se poi aveva ancora voglia di
diventare nostro amico. Ma niente ci convinceva, finché ebbi, anzi, feci
finta d'avere un'idea che invece mi era venuta quando l'avevo rivisto
all'inizio dell'estate. Io volevo proprio esaminare qualcosa che ancora non
avevo visto bene. Insomma, quel forestiero così bello mi piaceva proprio
ed io volevo vederlo nudo, toccarlo e farci anche qualcosa di più, ma
non potevo ovviamente parlarne così apertamente ai miei compagni. Potevo
però agire in modo che decidessimo insieme di fargli ciò che io
desideravo.
      "'Ragazzi, che ne direste se lo sottoponessimo alle prove
d'iniziazione?' Tutti furono subito accordo.  Ma quali prove? E io risposi
pronto: 'Ho un'idea per la prima prova: prendiamolo a sculacciate e
diamogliene una per ogni volta che ci ha rotto le scatole!' Ed erano
davvero tante nel breve tempo che era trascorso da quando era tornato, pur
condonandogli il fastidio che ci aveva procurato negli anni
precedenti. Tutti naturalmente accettarono l'idea e dietro quella vennero
le altre. Passammo il resto del pomeriggio piuttosto eccitati a predisporre
ogni momento del rituale e l'idea iniziale, man mano che ne parlavamo, si
perfezionava, adattandosi alle nostre esigenze ed eccitandoci, tanto che
quella sera, tornati a casa, ognuno dovette calmarsi per conto proprio. Ne
sono certo perché io lo feci.
      "La mattina dopo, arrivammo in spiaggia con un certo anticipo e
aspettammo con impazienza l'arrivo di quel poveretto che, ignaro, venne a
consegnarsi ai suoi aguzzini e fu perfino sorpreso dalle attenzioni che per
quel giorno pareva gli volessimo accordare. Gli comunicammo subito quali
fossero i suoi diritti e i suoi doveri che si riassumevano essenzialmente
in un dilemma: sfuggire alle prove che avevamo deciso per lui e da quel
momento perdere in modo inappellabile la nostra amicizia, oppure subire in
silenzio quello che avevamo deciso di fargli, senza tentare di sottrarsi, e
soprattutto, senza alzare mai la voce, né gridare. Solo dopo aver
superato queste prove, gli spiegammo, sarebbe diventato nostro amico a
tutti gli effetti, cioè avrebbe potuto essere il quarto della gang. E
solo allora avrebbe avuto diritto di farci tutti gli scherzi che voleva,
quando voleva, subendone naturalmente le conseguenze. Ma soprattutto ci
avrebbe sempre avuto come complici e sostegno per tutto quello che avrebbe
voluto architettare a danno di chiunque altro. Lui poteva vederla, insomma,
come pena per quello che ci aveva fatto, oppure come quello che era e cioè
un rito d'iniziazione, oppure come un prezzo da pagare per entrare nel
nostro gruppo. Se poi aveva le mie stesse idee, pensai e sperai, doveva
essere ben contento di subire quelle prove.
      "Devo dirti però che quella mattina non fummo per niente onesti
con lui, perché non gli rivelammo nulla di quello che stava per
subire. Gli annunciammo ambiguamente che, per diventare nostro amico,
avrebbe dovuto provare il dolore, il riso ed il piacere. E lui accettò
subito, senza tentennare, né domandare altri particolari. Dichiarò
eroicamente 'Sono pronto' e ci precedette dietro le baracche di legno, già
immaginando dove dirigersi.
      "Entrammo in una specie di corridoio non più largo di un metro,
con la parete di fondo delle cabine da un lato e la roccia spiovente
dall'altro, alzando lo sguardo si vedeva solo una striscia di cielo
azzurro, interrotta dai cespugli che crescevano lungo il costone di
roccia. Quelle baracche erano alte più di tre metri ed avevano le pareti
piuttosto spesse. Noi avevamo fatto delle prove e se all'esterno si parlava
con voce normale, da dentro non si sentiva proprio nulla, ma, se si
gridava, si era inevitabilmente scoperti.
      "Andammo a sistemarci in fondo al passaggio, sotto un grande albero
di fico che, avendo messo radici nella pietra, si alzava verso la luce,
nascondendoci anche a chiunque si fosse affacciato dalla strada che correva
proprio sopra alla spiaggia. Quindi, a meno che non lui avesse gridato, e
aveva dato la sua parola che non l'avrebbe fatto, nessuno poteva scoprire
dove eravamo e soprattutto capire quello che stavamo facendo.
      "I miei due compagni lo presero per le braccia e io gli proposi per
una volta ancora di andarsene ed abbandonare per sempre l'idea di essere
nostro amico, ma lui pareva davvero un duro, così gli comunicai quale
sarebbe stata la prima prova. Solo allora si rese conto del guaio in cui
era capitato e strabuzzò gli occhi. Cavallerescamente io gli offersi
l'ultima opportunità di sfuggirci, ma lui ripeté il 'sono pronto!' di
prima e io non potei fare a meno d'ammirarlo. Beh ammirai di più quello
che stavamo per toccare..."
      "Eravate davvero cattivi" l'interruppe Niki, imprudentemente "quello
voleva soltanto diventare vostro amico! Se penso a quello che volevate
fargli..."
      "Ti avevo avvisato e adesso lo faccio a te!" e cominciò a fargli
il solletico ai fianchi, finché Niki non fu esausto e parve soffocare
per il troppo ridere "Chiedimi perdono per avermi interrotto, chiedimi
perdono!"
      Ma Niki non ce la faceva neppure ad articolare le parole, non
combatteva più e non cercava di difendersi. Solo quando ebbe ripreso
fiato in qualche modo, riuscì a balbettare: "Ti prego... basta, perdono.
Ti prego" cercò faticosamente di riacquistare una respirazione normale,
poi disse incautamente "continua" e Mauro naturalmente riprese a fargli il
solletico "No!" gridò "continua a raccontare, scemo! Basta!" gli
gridò.
      "Alla prossima interruzione sarà peggio" disse Mauro, tornato
serio e imperturbabile.
      "Sissignore!" e tornò a raggomitolarsi nell'abbraccio di quel
burbero affabulatore.
      "Lo facemmo piegare e, a turno, lo sculacciammo senza abbassargli il
costume. Ad ogni colpo gli ricordavamo gli scherzi subiti, ma lui non disse
una parola e trattenne il fiato per tutto il tempo. Quando finimmo era
tanto eccitato che il costume da bagno gli si sollevava sul davanti e anche
noi eravamo nelle sue stesse condizioni.
      "Per la seconda prova avevamo pensato di farlo morire dal ridere, con
il solletico. Mentre due lo tenevano, l'altro lo sottoponeva alla tortura,
ma la sua risata era terribilmente contagiosa e finimmo tutti per ridere a
crepapelle, ancora più eccitati, perché, mentre ce lo passavamo uno
con l'altro, ne approfittavamo per palparcelo tutto.
      "Quando ci fummo calmati, passammo alla terza parte del programma e
qui le cose si fecero molto più interessanti. 'Adesso noi ti esploreremo
e tu non potrai opporre alcuna resistenza' gli ricordai. Ci sedemmo per
terra, uno accanto all'altro e lo facemmo stendere, a pancia sotto, sulle
nostre ginocchia. Fu allora che gli abbassammo il costume da bagno e
cominciammo a toccarlo tutto. Io, naturalmente, ero al centro e, mentre gli
altri due si divertivano a toccarlo e strofinarlo dovunque, dai capelli
alla punta dei piedi, io mi godevo la sua parte più interessante. Avevo
davanti a me qualcosa di molto interessante che cominciai subito a
toccare. Il suo bel culetto tondo e ancora un poco arrossato dal nostro
trattamento di poco prima pareva sorridermi. L'accarezzai delicatamente e
gli tirai qualche pizzicotto leggero, poi ripresi a toccarlo, insinuando le
mani in tutte le pieghe, senza però avventurarmi dove tu stai già
pensando.
      "Notai allora che lui cominciava a muoversi sulle mie gambe e mi
venne voglia di vedere a che punto eravamo sul davanti. Lo facemmo voltare
e vedemmo che là c'era un attrezzo veramente pronto all'uso, sviluppato
e molto ben fatto. Anche gli altri due, perso interesse per le parti del
corpo che gli erano state assegnate si accostarono e cominciarono a
toccare.
      "La nostra vittima fu presto molto vicina a godere. Lo capivamo da
come aveva preso a muoversi. Ma non era ancora il momento e lo facemmo
voltare un'altra volta per finire l'esplorazione con una attenta visita da
quell'altra parte. Mentre i miei amici gli allargavano il solco, io lasciai
scorrere un dito sul fondo della sua valle incantata..."
      Mauro si fermò a guardare Niki che teneva gli occhi chiusi.
      Li aprì immediatamente per capire il motivo dell'interruzione: "E
allora?"
      "Niente: mi sto solo chiedendo se questo racconto ti interessi
ancora."
      "Si, è bello!" ma pareva che Niki lo dicesse con convinzione.
      "Niki, non mi va più di raccontare! E poi quello che ti stavo
dicendo non mi è mai capitato, amore mio, e non so se mi sarebbe
piaciuto. Cioè, non so se mi avrebbe reso felice come è sempre stato
con te" lo baciò sulla fronte e, in quel momento, capì un'altra cosa
di sé e subito la annunciò al suo innamorato "perché io adesso non
so se sarei in grado di fare l'amore e di provare le stesse sensazioni con
un'altra persona, con qualcuno che non sia tu."
      Niki si spostò per guardarlo negli occhi, era al tempo stesso
spaventato e appagato da tutte le implicazioni di quell'affermazione: "Non
puoi saperlo. Tu non hai mai provato. Un giorno potresti incontrare
qualcuno e desiderarlo e potrebbe piacerti. E allora..." Niki non
continuò, perché quell'idea lo precipitò nella tristezza.
      "Ma non accadrà, non a me, né a te. Ne sono certo. Non è
vero?"
      "Non puoi saperlo" Niki si fece forza, perché parlare di quelle
cose lo immalinconiva, anche se sapeva di essere nel giusto e capiva che
era Mauro a sbagliare, a farsi confondere dall'affetto e dalla passione
"Potrebbe accadere a te, a me, oppure a tutti e due insieme..."
      "E allora io sfiderò a duello il tuo audace pretendente!"
      Niki allora si mise a ridere, si tirò su e lo baciò sulle
labbra. Quella di cui discutevano era un'eventualità troppo lontana in
quel momento.
      "E se ti innamorerai di un altro io gli offrirò una mela
avvelenata. Ma ora non pensiamoci: portami nella tua valle incantata, mio
dolce principe, e lasciami seguire il tuo sentiero."
      Fece scorrere il dito fino ad infilarsi nei calzoni del pigiama di
Mauro. Tutto questo li eccitò un'altra volta, ma il sonno e la
stanchezza li colsero mentre avevano ripreso ad accarezzarsi e baciarsi. Si
addormentarono coricati su un fianco, con le gambe intrecciate, le mani sui
sessi eretti, le bocche vicine come a scambiarsi un bacio che, come
accadeva ogni volta che dormivano insieme, sarebbe durato tutta la notte.
      Niki si svegliò due volte. La prima molto più tardi, per un
rumore fatto dai genitori che rientravano.  Mentre Mauro continuava a
riposare, lui sentì i passi leggeri della mamma che veniva a controllare
che stessero dormendo. Percepì il suo profumo, quando Arleen si affacciò
alla porta che poi richiuse.
      'Mamma, sei eccezionale!' pensò e gli piacque immaginare che sua
madre avesse chiuso per conservare la loro intimità l'indomani
mattina. Si riaddormentò subito e più tardi, quando dalla finestra
filtrava già la prima luce dell'alba, Mauro si mosse un poco, e Niki si
svegliò un'altra volta. Nel sonno il compagno gli era terminato fra le
braccia, un poco più in basso e sempre coricato sul fianco.
      Mauro stava sognando, ma di chi sognava? La bocca pareva atteggiata
al sorriso, la fronte era distesa, il suo sogno doveva essere
piacevole. Niki lo sentì avvicinarsi di più e stringerlo in un
abbraccio lieve. I movimenti di Mauro erano come filtrati dal
sonno. Avvertì il suo sesso eretto contro la gamba. Mauro lo cinse con
un braccio: il suo sogno era sereno e la sua espressione si fece ancora più
dolce, più quieta.
      Poi nel mondo in cui era Mauro accadde qualcosa. Lui fece un
movimento brusco, come può esserlo la reazione ad un torto, la bocca gli
si corrucciò. Niki lo sentì stringergli il braccio, percepì un
gemito lieve.  Qualcuno, in quel mondo, stava facendo soffrire Mauro, gli
stava facendo qualcosa di brutto. Mauro accennò ad un diniego con la
testa: Niki lentamente provò a stringerlo, con un braccio, come per
proteggerlo, chissà che quel movimento non condizionasse il sogno e ne
rendesse la storia più felice. Mauro rispose all'abbraccio e si
calmò. Tornò a dormire tranquillamente.
      Niki si riaddormentò appagato, non sapendo per quale motivo in
particolare, ma la sua letizia era totale. Gli era capitato più volte in
quei giorni di raggiungere, fra le braccia del suo innamorato, una specie
di beatitudine. In quegli anni che, sapeva, potevano essere tormentati,
durante l'adolescenza che era considerata il periodo più difficile
nell'esistenza di un essere umano, lui aveva trovato Mauro che era la sua
sponda, era la spalla sulla quale aveva pianto, la sua protezione, il suo
modello, l'oggetto del suo desiderio, la fonte d'ogni suo piacere. Fare
tutti quei pensieri lo trascinava ogni volta nella condizione di assoluto
appagamento.
      Ma se Mauro era ottimista, lui non riusciva ad esserlo. La sua indole
volgeva spesso in senso contrario ed ogni volta che quei pensieri lo
travolgevano dolcemente, non poteva fare a meno di chiedersi per quanto
tempo ancora questa vita così idilliaca sarebbe potuta durare. Anche
quella volta, passando dalla coscienza al sonno, si chiese quanto tempo
dovesse passare prima che nelle loro esistenze accadesse un'altra tragedia
come quella di Stephan, forse meno grave, ma sempre qualcosa che arrivasse
a turbarli e a sconvolgere il loro mondo: forse avrebbe avuto un incubo per
quei pensieri, ma riuscì a riaddormentarsi.
      Non chiudevano mai gli scuri della finestra nella loro camera, lo
facevano per potersi svegliare un po' prima che fosse ora decente per
presentarsi in cucina per la colazione. La sera del sabato facevano sempre
finta, uno con l'altro, di dimenticarlo, perché così la mattina della
domenica avevano una buona scusa per svegliarsi, ritrovarsi nel letto
insieme e fare l'amore.
      La luce del sole passò attraverso le persiane e riempì di
riflessi verdi la stanza rivolta a levante. Andò a lambire gli occhi di
Mauro, svegliandolo. Niki, durante la notte, si era voltato dall'altra
parte e quindi non fu raggiunto dalla luce: fu per questo che non si
svegliò anche lui.
      Mauro lo cinse con un braccio e Niki istintivamente si raccolse su se
stesso, cercando di dormire ancora, ma fra loro due c'era quasi l'accordo
per ritrovarsi a giocare, appena svegli. Mauro lo baciò sul collo e fece
correre la mano lungo la sua schiena, la insinuò sotto il pigiama e gli
accarezzò la pelle nuda della spalla. S'era svegliato eccitato e con il
desiderio di accarezzare Niki. Adattò il proprio corpo a quello del
compagno, ponendogli le ginocchia nell'incavo delle gambe e il viso contro
la nuca. Niki rimase immobile.  Era sveglio anche lui, ma se ne stava
fermo, tranquillo, abbandonato nel languore che il sonno lascia quando se
n'è appena andato:
      "Usa il mio corpo, amore. Il mio corpo è tuo!" gli
mormorò. Sussurrò queste parole che colpirono Mauro per la dolcezza e
la serenità con cui furono dette.
      Rimase adagiato sul fianco, con la testa appoggiata ad un braccio e
le gambe leggermente piegate, accomodandosi meglio contro di lui,
offrendosi docilmente all'amante, a Mauro che lo baciò sulla nuca,
aspirando l'odore dei suoi capelli. E Mauro gli slacciò i pantaloni del
pigiama, facendoli scendere lentamente, quasi senza spostarlo, scoprendogli
il corpo. Poi, muovendosi il meno possibile, si denudò anche lui allo
stesso modo. Posò il pene lungo il solco e l'accarezzò. Cercò con
la mano il foro attraverso il quale l'avrebbe penetrato. Tentò di
lubrificarlo con la saliva che raccolse in bocca, con le dita dell'altra
mano. Se ne passò anche sul pene.
      Tutte le volte in cui lo penetrava, nel momento in cui appoggiava la
punta del sesso nel centro del suo piacere, su quella porta oltre la quale
c'era il godimento proprio e dell'amante, Mauro provava una paura
irrazionale di ferire il suo Niki, di fargli male. Il dolore che aveva
provato la prima volta in cui Niki era entrato in lui, rimaneva vivo nella
sua memoria, anche se era stato sommerso subito dalle ondate di piacere che
Niki gli aveva provocato, cominciando a muoversi dentro di lui. Quando si
avvicinava con il pene eretto all'apertura, alla soglia oltre cui loro due
diventavano una persona sola, Mauro temeva d'infliggergli quella stessa
sofferenza. Anche quella volta, come sempre, quasi leggendo nei suoi
pensieri, Niki si mosse, mostrandogli d'aspettare che lui gli desse il
piacere. E Mauro si convinse, una volta di più, che non poteva essere
dolore quello che l'altro attendeva con tanto ardore.
      Lentamente, tornando indietro, e avanzando ancora, lo penetrò fino
a sentire un sospiro. Allora cominciò a muoversi dentro di lui, adagio,
cercando di conservare quella sensazione per più tempo possibile. Per un
poco ci riuscì, rallentando i movimenti, sentendosi sempre più
sull'orlo del precipizio. Tentò di sporgersi nel vuoto, inebriandosi
della sensazione di piacere che gli saliva dal centro del corpo. Si
ritrasse e provò ancora, tornando a sporgersi. S'affacciò oltre la
soglia che alla sua fantasia, ubriaca di piacere, parve quella
dell'infinito. Ma, distratto proprio da quell'allucinazione, non fu più
in grado di resistere. Con Niki che accompagnava i suoi movimenti, perse il
controllo di sé e scivolò dolcemente cadendo in quell'abisso di
piacere rappresentato dal corpo di Niki. Godette dentro di lui, mentre il
suo compagno, continuando a muoversi, già bagnava la mano con cui lui lo
stava accarezzando.
      Niki aveva immediatamente goduto con lui, travolto dallo stesso
incanto che aveva sopraffatto il compagno. S'era chiesto spesso perché
godesse nello stesso momento in cui Mauro esplodeva dentro di lui, ed aveva
notato che anche Mauro bagnava la sua mano quando lui penetrandolo arrivava
all'orgasmo. Non aveva saputo trovare altra risposta che non fossero
l'amore e l'ormai perfetta coincidenza delle loro emozioni.
      Stettero immobili ad aspettare che l'eccitazione e l'affanno si
calmassero, che i loro cuori, mentre ciascuno ascoltava il proprio e quello
dell'amante, riprendessero a battere in modo normale. Niki continuava a
pensare alla perfetta sincronia dei loro orgasmi: non poteva essere, si
ripeté, che i loro corpi fossero uguali. Due persone, anche due
adolescenti, sono sempre diversi. Doveva essere, piuttosto, l'intesa
speciale che esisteva fra loro a farli vibrare nello stesso, identico modo,
un'affinità che andava oltre la sua comprensione e il suo molto
sviluppato senso pratico per collocarsi in una sfera che era più consona
alla sconfinata immaginazione di Mauro.
      Poi si mosse lentamente nell'abbraccio che lo stringeva ancora e si
spostò perdendo da dentro di sé quel contatto che poco prima l'aveva
portato a sognare e poi a godere. Voltandosi, si raggomitolò contro il
compagno che teneva ancora gli occhi chiusi.
      L'infinito che Mauro aveva intravisto l'affascinava ancora. Le
spirali seducenti che l'avevano avvolto, mentre viveva i momenti di piacere
dei lori corpi uniti, erano ancora nei suoi occhi e non voleva riaprirli.
      "Te lo dicevo davvero prima: il mio corpo è tuo. Puoi usarlo
quando vuoi. È tuo perché tu possiedi la mia anima."
      "E tu hai la mia e anche tu puoi usare il mio corpo" lo baciò e si
riaddormentarono, stretti e raggomitolati, per darsi più calore.
      Il sonno di Mauro non fu profondo, perché era già mattina e
presto si sarebbero alzati. Durante quel dormiveglia fece molti sogni e
tanti pensieri. Ma cosa fosse stato sogno e quali fossero stati i suoi veri
pensieri, una volta svegliatosi, non avrebbe saputo dirlo. Una sola idea
gli rimase quando, alle nove, i rumori della casa e il movimento di Niki
che s'alzava lo svegliarono definitivamente. Gli era tornata in mente una
promessa carica di mistero fatta a Niki tanto tempo prima. L'estrema
dolcezza con cui s'erano amati quella mattina, l'abbandono di Niki fra le
sue braccia, il senso d'annullamento delle loro personalità quando si
univano anche nei corpi, tutto l'aveva riportato, in quel breve periodo di
dormiveglia, a pensare e fantasticare, oppure a sognare, che erano già
sposati o che dovessero farlo quanto prima. Ritrovò l'idea in cima ai
suoi pensieri aprendo gli occhi, mentre Niki s'alzava in silenzio, per non
disturbarlo.
      "Niki, vuoi sposarmi?"
      "Si" era con la mano sulla maniglia della porta e si voltò. Tornò
di corsa verso il letto e ci saltò sopra.  S'inginocchiò davanti a
lui "Come tu vorrai e in qualunque momento. Perché hai aspettato tanto
per chiedermelo ancora?"
      "Io... non ci avevo più pensato..." Mauro era sorpreso. Non
immaginava che Niki potesse ricordare ancora quella promessa bizzarra.
      "Avevi detto che ci saremmo stati solo noi due e che tutto sarebbe
accaduto davanti alla porta del mondo misterioso, nel centro delle Sette
Torri. Me l'avevi promesso, come potevo dimenticarlo?"
      "Lo faremo presto. Non l'avevi dimenticato!" disse come a se stesso
"Perdonami."
      Niki lo baciò come facevano sempre fra loro quando uno tentava di
scusarsi con l'altro per qualcosa.  Se ne andò di corsa e Mauro rimase a
guardarsi le mani, un po' spaventato.
      Non avrebbe dovuto esserlo, tante volte s'era ripetuto che vivere
come una persona sola, quando si è in due, è un carico notevole di
responsabilità, ma Niki lo spaventava sempre quando gli si mostrava così
indifeso. La sua paura maggiore era di commettere qualche leggerezza che
potesse arrecargli dolore ed ogni sua cura era nel cercare di non ferirlo
mai, in nessun modo. Proteggerlo dagli altri, dal mondo, poteva non essere
sufficiente, se una sua imprudenza in qualche modo poteva addolorarlo e
farlo soffrire.
      Si ripromise di stare più attento e questa volta non l'avrebbe
dimenticato: si sarebbero giurati quell'amore che già si scambiavano e
l'avrebbero fatto alla prima occasione. Doveva inventare qualcosa di
indimenticabile.

      Durante la settimana successiva si svolse la cerimonia della prima
barba. Fu di pomeriggio, dopo che ebbero finito di studiare.
      La officiò il papà di Mauro, nel bagno di casa, sotto gli occhi
amorevoli e commossi delle due mamme e quelli insolitamente emozionati del
padre di Niki, che era giunto inaspettato per assistere a quel rito
d'iniziazione. I ragazzi erano divertiti ed eccitati dalla novità e nei
giorni precedenti avevano preparato con cura tutti i particolari della
liturgia. Entrambi indossavano una T-shirt bianca: 'una vera e propria
veste virginale', aveva insinuato Mauro. S'erano sistemati davanti allo
specchio, non molto grande, posto sul lavabo e se ne stavano dritti e
impettiti, attendendo gli ordini del gran sacerdote. Il papà s'era così
calato nel ruolo che entrò in bagno per ultimo, si lavò le mani con
cura e non volle neppure chinarsi a prendere l'asciugamano, aspettando che
sua moglie glielo porgesse. Davanti alla porta erano schierate le signore e
dietro di loro si scorgeva la testa dell'altro padre che assisteva
defilato, ma partecipe. Dei fratelli era presente solo Michele, il quale,
seduto sul bordo della vasca da bagno, s'era ritagliato la funzione di
suggeritore ed assistente per lo smemorato officiante.
      Nei giorni precedenti avevano discusso sul mezzo da utilizzare e
s'erano scontrate due scuole di pensiero. Naturalmente era stato consultato
anche il padre di Niki e il professore, già studente negli Stati Uniti,
aveva subito chiarito la sua propensione per il rasoio elettrico. Il padre
di Mauro, più all'antica e già educato da suo padre al pennello e al
rasoio di sicurezza, aveva proposto, cedendo ai suggerimenti dei figli
maggiori, d'utilizzare la schiuma in bomboletta e un rasoio automatico, una
novità diabolica, addirittura un 'bilama' con ammortizzatori e
pretensionatori del pelo. Le due scuole avevano dibattuto e alla fine era
prevalsa la tradizione innovata proposta dai fratelli di Mauro.
      Ed ora erano davanti allo specchio, un po' tremanti, con le guance
inumidite dall'acqua tiepida. Il papà reggeva la bomboletta e i due
ragazzi avevano le mani sinistre protese, per raccogliere lo sbuffo di
schiuma, e le orecchie aperte, per ascoltare tutti i consigli del saggio.
      "Cospargendovi la schiuma dovrete, prima di tutto, massaggiarvi la
faccia per prepararla al trauma della rasatura" i due eseguirono passandosi
la schiuma anche dove non dovevano, coprendosi le narici e la parte
inferiore dei lobi. Qui scoppiò la prima risata.
      "Attenzione!" li richiamò il papà "Regola aurea: non si deve
mai ridere quando ci si rade; esaurite quindi l'ilarità durante
l'insaponatura. Il motivo di questo precetto lo comprenderete fra poco."
      "Papà, questi due ridono anche quando traducono le versioni dal
greco" sentenziò Michele con aria di compatimento.
      "Non dimenticare, figlio mio, che i primi autori comici sono stati
greci. È evidente che hai colto il sorriso dei due giovanetti, mentre
traducevano Aristofane o qualcuno come lui: ti sono, per caso, tutti
ignoti?" detto questo, il 'gran sacerdote' proseguì nel rito e non gli
badò più "Il rasoio" continuò rivolto verso Mauro e Niki "va
impugnato con un gesto morbido, ma saldo. Dovete posarlo sul punto da cui
intendete partire. Io incomincio sempre a tagliare dalla basetta destra, ma
non mi offenderei se uno di voi iniziasse da quella sinistra. Allora" pausa
per raccogliere le idee "appoggiate il dito sulla basetta e schiacciando
eliminate la schiuma, quindi posate il rasoio sul punto dove si esauriscono
i capelli. Sentite il tocco della lama sulla pelle?" cenno d'assenso dei
ragazzi "Spostatela verso il basso. Dovete avvertire il taglio dei peli, ma
solo di quelli. Percepite? Tutto bene?"
      I due eseguirono con diligenza tutte le istruzioni e, dopo la prima
passata di rasoio della loro vita, si guardarono allo specchio, soddisfatti
e già orgogliosi del risultato.
      "Questa era la parte più facile. Ora continuate delicatamente e
senza spingere. Il vostro movimento deve volgere sempre verso il
basso. Risciacquate spesso il rasoio. Il vostro fine è quello di
eliminare tutti i peli dalla faccia, ma dovrete toglierli anche dal
rasoio."
      Niki continuò con calma. Mauro era solo un poco più nervoso, ma
entrambi giunsero in fondo senza danni, liberando la parte superiore della
faccia dalla schiuma e da quasi tutti i peli. Il papà seguiva le
operazioni e dava suggerimenti specialmente a suo figlio che gli pareva
meno sicuro nei movimenti.
      La gola fu, naturalmente, tutto un altro discorso, perché il
maestro dovette introdurre il concetto del contropelo.
      "Quella che avete tagliato fino ad ora, è la parte di peli che
generalmente sono rivolti verso il basso.  Se continuaste così anche
sulla gola sforzereste i peli che vi crescono e li costringereste a
cambiare il loro verso: questo non gli piacerebbe e si irriterebbero
parecchio per il trattamento gli state riservando. Perciò dovrete
partire dal basso, con ancora più delicatezza e risalire verso le
orecchie. Avanti: cercate di farlo senza tagliarvele, perché vi
serviranno ancora!"
      Eseguirono compunti, senza neanche un piccolo taglio, un
arrossamento, senza che un solo pelo esprimesse disappunto per il
trattamento stava subendo.
      Avevano finalmente terminato la rasatura e il risultato era davanti
ai loro occhi.
      Niki si guardò per un poco allo specchio, poi si voltò a
guardare Mauro che incrociando lo sguardo con l'amico si coprì la faccia
con le mani: i loro visi erano tornati quelli di due bambini, su corpi
adulti e con espressioni solo un poco più consapevoli. Fu uno choc per
loro che non se l'aspettavano. Erano abituati alle loro facce vissute,
nascoste dalla peluria che lentamente gli aveva coperto le guance e
apparentemente le aveva scavate. Come in un sapiente maquillage, quella
specie di trucco aveva donato ai loro visi un'età che ancora non avevano
raggiunto. L'effetto era molto più evidente in Mauro che pareva essere
tornato un paffuto tredicenne, mentre la faccia di Niki sembrava solo più
fresca.
      Il rito era terminato, risciacquati e aspersi di lozioni rinfrescanti
si concessero alla gioia degli spettatori.  Le mamme li baciarono sulle
guance, assaggiando, loro malgrado, il terribile dopobarba già usato
dagli uomini di casa e anche i papà, lasciandosi trasportare
dall'affetto e dalla tenerezza, baciarono i figli.
      Michele se ne restò per un po' sulle sue, ma alla fine abbracciò
il fratello e tese la mano a Niki che lo guardò e gli sorrise, poi gli
fece di no con la testa. Allora Michele capì ed abbracciò anche
lui. Lo strinse e gli sussurrò in un orecchio: "Sei in gamba anche tu e
non l'avrei mai creduto, se non l'avessi visto!" e poi aggiunse "E non lo
dico solo perché ti sei fatto la prima barba senza tagliarti!"
      Quella era un'altra amicizia cui Niki teneva molto, dopo aver
conquistato quella di Sergio con molta più facilità.
      "Ormai siete uomini e avete le vostre responsabilità!"
      Il papà di Mauro riuscì a dirlo, anche se gli scappava da
ridere. I cenni d'assenso che giunsero dal resto dei genitori, furono
ugualmente venati d'ironia e così tutta la sacralità della cerimonia,
com'era giusto che fosse, finì in una risata collettiva.
      "Noi due andiamo a rivestirci."
      Si chiusero nel tunnel e si baciarono, prima sulle guance leccandosi
un altro poco di dopobarba, poi sulla bocca, un poco più a lungo. Si
accarezzarono, accostando le guance.
      "Sei diventato il mio bambino, il mio fratello minore" Niki accarezzò
delicatamente Mauro.
      "Mi brucia tutta la faccia! Anche tu sei bellissimo. Sapessi quanto
sei liscio!" Mauro passava la punta del naso sul volto di Niki "Sei tenero
come un germoglio di bambù."
       "Purché tu non sia un panda" disse Niki ridendo e Mauro,
naturalmente, gli morse un orecchio.
      Fu il segnale d'inizio della battaglia, si rotolarono sul letto più
basso e finirono per terra. Nessuno prevaleva sull'altro, poi la stretta si
trasformò in un abbraccio e la grinta della lotta in uno sguardo
sognante: si baciarono ancora e tornarono in fretta alla normalità,
prima che fosse troppo tardi per ricomporsi.
      Erano felici del loro amore.




TBC

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