Date: Thu, 24 Jan 2013 22:39:29 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 7

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.


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Questo è il settimo dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.



Cap. 7	La vita difficile



      La ritrovata confidenza con i Cavalieri non si trasformò in una
maggiore frequentazione. A scuola ripresero a trascorrere insieme
l'intervallo e i momenti liberi, ma nulla cambiò fuori dell'orario
scolastico.  Continuarono a starsene per conto proprio, a casa di uno o
dell'altro, qualche volta in compagnia dei genitori, più spesso da soli.
      Mauro non sentiva ancora la mancanza degli amici e Niki, non avendone
mai avuti, non provava alcun disagio. Questo accadeva perché loro due
stavano ancora troppo bene da soli per cercare la compagnia degli altri,
dovevano ancora esaurire lo slancio che li aveva portati ad incontrarsi e
ad amarsi in quel modo così completo. Mauro, qualche volta, aveva
pensato che se avessero trascorso qualche serata con gli altri ragazzi,
forse si sarebbero divertiti, ma era stata soltanto una vaga intenzione,
subito ignorata, perché il trovarsi da solo con il suo innamorato era
ancora troppo seducente per permettergli di pensare agli amici di una
volta. Quell'idea veniva, in genere, scordata mentre formulava a se stesso
la promessa che presto ne avrebbe parlato al compagno. Anche Niki, qualche
volta era sfiorato dallo stesso dubbio e, pur se cominciava ad avere questa
coscienza, l'eventualità di dover incontrare gli amici, parlare,
discutere con loro, probabilmente divertirsi, ma dover dividere
l'attenzione che Mauro rivolgeva soltanto a lui, lo spaventava ancora
troppo.
      La loro vita, perciò, non comprendeva altro che la scuola e le
famiglie. Ogni sabato partecipavano ad una partita di calcio ed il
mercoledì ad un allenamento.
      Niki aveva scoperto il calcio conoscendo Mauro. Per lui era stata
come una folgorazione, un'altra rivelazione, naturalmente molto meno
importante. Era subito riuscito a giocare molto bene e questa
consapevolezza, assieme l'amore incondizionato che Mauro aveva per quello
sport, l'avevano fatto subito appassionare.
      Le azioni che si potevano costruire sul campo, ricevere il pallone da
un compagno e rilanciarglielo più avanti nel posto che aveva previsto,
oppure cogliere un punto preciso del campo o della porta con un tiro,
erano, gli pareva, non meno affascinanti della perfezione formale di una
sonata per pianoforte o di una colonna corinzia. Le geometrie del campo di
calcio soddisfacevano il suo senso estetico assieme a tutti i riti che
s'accompagnavano alla celebrazione di quella cerimonia sacrificale che gli
pareva fosse una partita di calcio. Si ritrovò ad attendere con
impazienza il momento della partita per incontrare i compagni, studiare le
caratteristiche degli avversari e preparare una tattica, cercare insieme di
raggiungere la giusta concentrazione. L'amicizia e la solidarietà che
passavano fra loro, prima della partita e durante le azioni di gioco
riuscivano ad emozionarlo, a smuovere un po' la sua freddezza. E poi
l'ebbrezza del gol, la gioia della vittoria o la tristezza della sconfitta
lo coinvolgevano piacevolmente, anche perché Mauro era sempre accanto a
lui.
      Fu subito attratto da tutto questo. Mauro gliene aveva dapprima
parlato, gli aveva descritto, come solo lui sapeva fare, tutta la complessa
liturgia che precede e segue una partita di calcio. Poi aveva insistito
perché l'accompagnasse ad un allenamento e, per gioco, l'aveva convinto
a provare.
      Niki si era avvicinato timidamente, per la prima volta nella sua
vita, ad un pallone da calcio, qualche giorno dopo aver conosciuto
Mauro. Con Stephan aveva giocato qualche volta a baseball, oppure a basket,
ma il 'soccer', come lui lo chiamava, all'inglese, non era mai stato
popolare a Boston.
      Quel giorno, al campo di calcio, il primo tiro fu sorprendente,
perché il pallone parve attaccarsi al suo piede sinistro. Con le mani
era sempre stato ambidestro e, se per scrivere utilizzava di preferenza la
mano destra, con l'altra compieva quasi tutto il resto dei gesti e così
gli venne naturale controllare il pallone anche col sinistro.
      Niki dette un calcio, apparentemente casuale, e lo spedì in rete,
mentre il portiere stava ancora disponendosi a difendere la porta. Mauro
gli spiegò ridendo che doveva attendere che quello fosse pronto a
parare. Riavuto il pallone, Niki tirò ancora e lo rimandò in rete, in
un posto dove il portiere non sarebbe mai potuto arrivare. Un altro ragazzo
che era con loro gli lanciò un altro pallone e Niki non si fece cogliere
di sorpresa. Lo fermò con il petto, come aveva appena visto fare a Mauro
e calciò, facendo fare al portiere un altro volo a vuoto: un altro
gol. Continuò a tirare e a segnare il più delle volte, facendo
saltare il portiere da una parte all'altra, quasi senza riuscire a prendere
un pallone. Dopo un poco s'avvicinò l'allenatore che si mostrò subito
interessato al talento calcistico di questo 'oriundo'.
      Seguirono le presentazioni e a Niki fu proposto, senza tanti
preamboli, d'entrare in squadra: un ragazzo che a quell'età riusciva a
controllare il pallone con tanta facilità e che sapeva poi spedirlo
sempre esattamente dove voleva che andasse, era sempre bene accetto in una
squadra di giovani esuberanti ed affannati.
      Fu così che si appassionò al calcio e il suo entusiasmo si
moltiplicò quando entrò, per la prima volta negli spogliatoi,
perché, anche se si vergognava ad ammetterlo, fu subito chiaro che
l'esperienza veramente memorabile e sconvolgente era quella che si viveva
alla fine di ogni partita.
      Mauro lo capì il primo giorno, quando colse uno sguardo davvero
inverecondo negli occhi del compagno, un'espressione che, per fortuna, solo
lui che lo conosceva avrebbe saputo bene interpretare. La cosa in quel
momento lo ingelosì non poco, poi rammentò che lui stesso non s'era
mai lasciato scappare occasione di godere spettacoli simili e cominciò a
ridacchiare.
      Niki, per quella volta, non gli badò, né si accorse che Mauro
compreso tutto il suo turbamento.
      Quando furono a casa, da soli, visto che erano abbastanza in
confidenza per poterlo fare, Mauro non perse l'occasione per prenderlo in
giro per quella debolezza:
      "Adesso l'ho capito perché tu giochi: lo fai per gli
spogliatoi. Per te la partita è solo un pretesto per riscaldarti. Hai
accettato di giocare nella squadra, solo per entrare là dentro dopo la
partita e goderti lo spettacolo."
      "E che spettacolo!" Niki per un momento ammise, ma poi negò,
offeso, o quasi "Non è vero. La verità è che tu sei invidioso,
perché io sono bravo, molto più bravo di te. Invidioso! Curioso!
Invidioso! Pauroso!"
      Mauro allora gli saltò addosso e cominciò a fargli il
solletico. Improvvisamente si fermò e con la sua voce più calma gli
fece questo ragionamento:
      "Ammetto! Tu sei molto più bravo di me, ma tutti quelli che guardi
dove li mettiamo? È il tuo catalogo: stai collezionando nella tua mente
le figurine degli uccelli e dei sederi dei nostri compagni di squadra:
lunghi, corti, sottili, spessi, schiacciati, sporgenti, pelosi, glabri. Per
non dire delle volte in cui nel nostro spogliatoio ci saranno anche gli
avversari..."
      E Niki non poté fare a meno di sgranare gli occhi dalla sorpresa.
      "Ed io ti sorveglio: a me non sfugge nulla!" disse Mauro, allora,
sempre facendogli il solletico.
      Niki, allora, riuscì solo a sillabare qualche parola, fra le
lacrime per il troppo ridere:
      "Ce l'hai anche tu il catalogo. Lo so! Anche tu! Perché una volta
me ne hai parlato. Sei solo curioso di sapere chi guardo e che ne penso!"
      Riprese a solleticarlo, finché, poiché erano nel posto giusto,
cioè a casa di Niki, e al momento giusto, di sabato sera, non
l'abbracciò stretto e come, Niki gli aveva detto una volta, usò il
suo corpo e fecero l'amore.

      La storia di quelle occhiate furtive, di quelle prospettive
eccitanti, rubate in quell'atmosfera nebbiosa, li affascinarono ancora per
molto. Mauro era certamente più avvezzo al cameratismo che poteva
crearsi fra i compagni di squadra e conosceva bene ciò che accadeva
negli spogliatoi per averne frequentati molti da parecchio prima di
Niki. Aera vero, anche lui si godeva tutte quelle visioni, rimanendone
sempre piacevolmente impressionato, Niki invece ne usciva ogni volta molto
eccitato.
      Li aveva subito definiti 'happening visivo-sessuali'. Quei luoghi,
per lui, erano stati davvero una gran sorpresa: altro che la partita! Se si
doveva rincorrere la palla per un'ora, un'ora e mezza, subito dopo c'era
questo ritorno alle antiche terme: lui fantasticava che gli spogliatoi di
una squadra di calcio fossero la versione moderna delle terme romane o
meglio dei gymnasium ateniesi. In quest'ultimo caso senza ovviamente
filosofi e tutori, ma con atleti che, con orgoglio, mostravano
all'ammirazione degli altri i propri corpi denudati, i muscoli ancora tesi,
pulsanti per la fatica.
      Dopo la partita, in inverno, perché Niki conosceva solo spogliatoi
invernali, vi si catapultava una quindicina di ragazzi madidi di sudore ed
esaltati dal gioco, talvolta eccitati dalla lotta, da qualche zuffa che si
era svolta sul campo durante la partita. Cominciavano a denudarsi tutti
insieme, gridando e rievocando le azioni più importanti. Se poi si era
vinto, l'eccitazione era maggiore. L'atmosfera diventava greve,
riempiendosi immediatamente di odori, solo all'apparenza sgradevoli, ma che
colti in quel momento erano per lui particolarmente eccitanti. Tutte quelle
traspirazioni si fondevano in un miscuglio sconvolgente con l'odore del
cuoio e del grasso delle scarpe, e poi dell'olio canforato che qualcuno
utilizzava per lenire i dolori muscolari. Dopo il primo momento d'abbandono
sulle panche di legno, ciascuno si liberava delle poche vesti che indossava
e il primo corpo si staccava dai banchi per muoversi nudo verso le docce:
cominciavano le abluzioni e ad uno ad uno tutti si alzavano per lavarsi e
togliersi di dosso il sudore e la terra, come per purificarsi.
      Nella camera accanto c'erano le docce, il cui numero era sempre
inferiore rispetto a quello di chi doveva servirsene. Là si svolgeva la
parte più emozionante del rito. Quasi sempre sotto ogni spruzzo c'erano
due corpi nudi, già bagnati di sudore, ed ora viscidi di sapone e
d'acqua, gli occhi spesso accecati dal vapore, dalla schiuma. Nell'intimità
della vicinanza quei corpi si sfioravano e quasi si toccavano. Ma le mani
correvano soltanto sulle proprie membra bagnate. Vi si insinuavano in un
modo che era, per chi come Niki aveva imparato a guardarle, al tempo
stesso, innocente ed osceno. Ogni volta che arrivava sulla soglia del
locale delle docce, la testa cominciava a girargli e doveva ricorrere a
tutto il suo self-control per non eccitarsi irrimediabilmente. La prima
volta dietro di lui, per fortuna di entrambi, c'era Mauro che ben conosceva
la potenza di quell'impatto. L'aveva prontamente pizzicato ad un braccio
per riportarlo alla realtà.
      Anche asciugarsi e vestirsi erano un rito. E scoprirlo non fu meno
eccitante per Niki.
      A quasi tutti i compagni piaceva mostrarsi. Erano inconsciamente
degli esibizionisti e la promiscuità di quell'ambiente, l'abbandono
della fatica donavano ai loro movimenti una licenziosità che mai
avrebbero avuto. Sia che fossero dotati fisicamente, sia che fossero
insignificanti, oppure anche brutti: tutti, immaginandosi avvenenti,
pensavano d'avere qualcosa da esibire. Indulgevano nel passarsi gli
asciugamani sui corpi ancora accaldati dall'abluzione. Oppure si muovevano
nudi da una parte all'altra della camera, senza un apparente motivo. Alcuni
si frizionavano i muscoli con misture dagli odori pungenti che Niki
immaginava fossero gli oli usati dagli antichi. Tutti si pettinavano a
lungo e con voluttà. Si infilavano le calze tirandole alla perfezione,
sfilandosele e ricominciando. Naturalmente, al centro dell'attenzione per
la maggior parte dei ragazzi c'era il proprio pene, ancora rilassato dopo
la doccia calda. La sua più completa asciugatura, il controllo del suo
perfetto stato, prendevano parecchio tempo e la sua sistemazione negli slip
o nei boxer era l'operazione più complessa per il proprietario e la più
affascinante per Niki che vi assisteva rapito.
      L'assoluta innocenza che c'era nei gesti dei compagni fu un aspetto
che Niki scoprì dopo che i suoi occhi si furono saziati di quelle
visioni eccitanti. Aveva notato che alcuni compagni, dopo la partita ed a
causa della stanchezza, si lasciavano cadere sulle panche sfilandosi
lentamente le magliette, i pantaloncini e quant'altro indossavano,
scoprendosi come in uno spogliarello ingenuo e seducente, poi giacevano
nudi ed abbandonati per qualche secondo, finché non si scuotevano dal
torpore che li assaliva: era in quei momenti che Niki li trovava tanto
eccitanti da non avere quasi il coraggio di confessarlo a Mauro.
      Insieme, comunque, si godevano lo spettacolo e tutto quel ben di dio
inconsapevolmente offerto alle loro fantasie, stando però molto attenti
a non farsi mai cogliere con lo sguardo troppo fisso su qualche bel pezzo
di carne e le cose erano andate sempre bene.
      Tornando a casa, spesso commentavano l'allenamento o la partita, ma
il più delle volte si scambiavano opinioni sulle visioni avute nello
spogliatoio. In questi casi era sempre Niki il più disinibito nei
commenti, nelle valutazioni, in quelli che chiamava i suoi 'soppesamenti',
mentre Mauro, sempre un po' ingelosito dalla disinvoltura che Niki
mostrava, finiva per scherzare anche su questo sentimento.
      Ne avevano parlato un giorno, mentre tornavano in motorino dalla
partita. Erano abbracciati e, mentre Niki guidava, Mauro gli mormorò in
un orecchio:
      "Vuoi dirmi perché guardi gli altri quando sono nudi?"
      "A te dispiace che io lo faccia?" chiese Niki.
      "No, non mi dispiace. Cioè... si, sono geloso, ma solo un poco. Me
lo stavo chiedendo..."
      Niki rallentò fino a fermarsi, si voltò verso il compagno:
"Quelli che io guardo sono soltanto dei corpi e non persone. È solo
pelle nuda che copre muscoli tesi e vibranti, sorretti da ossa forti!"
      "Corpi, pelle e muscoli ed ossa: io, invece, che sarei?"
      "Il migliore assemblaggio che io abbia mai visto di tutti quegli
elementi" gli rispose Niki ridendo, poi aggiunse "Ma sei anche la
dimostrazione vivente di quanto il contenuto possa essere più importante
del contenente!"
      Mauro si sentì soddisfatto ed infinitamente orgoglioso di quella
risposta, l'abbracciò e gli sfiorò la nuca con le labbra.
      Un sabato pomeriggio, dopo una partita che avevano vinto, Niki era,
come al solito, impegnato a godersi la 'sfilata', mentre Mauro si slacciava
lentamente le scarpe in un angolo dello spogliatoio. Quel giorno il gioco
non era stato avvincente, né tanto brutto, ad ogni modo, non aveva
suscitato molte emozioni, perciò, la mente di Mauro riuscì presto ad
allontanarsi dal presente e da quello stanzone rumoroso, per perdersi
dietro ad una fantasia. Quella mattina a scuola avevano letto un sonetto di
Foscolo in cui il poeta, piangendo la perdita del fratello, morto suicida,
ricordava una tomba lontana, evocando una madre addolorata. Ce n'era
abbastanza perché a Niki tornasse qualche brutto pensiero e Mauro s'era
subito preoccupato. Così, da sotto il banco, gli aveva stretto la mano
per distrarlo e mostrargli d'aver capito, perché lo sentisse vicino. Il
ricordo di quei versi, proprio la loro tristezza, avevano sviato i suoi
pensieri, sottraendolo a tutti i rumori e i movimenti che lo circondavano,
facendogli proprio rivivere quei momenti, finché, nel suo sogno ad occhi
aperti, gli era parso di ascoltare il mare dell'isola greca, poi di vederne
la spiaggia e su questa il cimitero che vi si affacciava fino a lambirla.
      Nello spogliatoio, lontanissimo con la mente, ma presente con il
corpo, aveva posato lo sguardo, senza neppure vederlo, su uno dei compagni
di squadra. Il ragazzo si stava svestendo. Lo sguardo di Mauro era rimasto
fisso e concentrato, abbastanza per sembrare sfrontato a chi non sapesse
nulla dei suoi pensieri. Pareva proprio che con gli occhi seguisse tutti i
movimenti di quel corpo che si andava lentamente denudando. Il ragazzo
credendosi osservato e, per di più con tanta sfacciataggine, gli si
rivolse con rabbia:
      "Che cazzo guardi tu?"
      Mauro si riscosse, scoprendosi molto lontano dal luogo dove credeva
di essere, balbettò qualche parola ed apparve tanto imbarazzato da
sembrare colpevole anche agli altri compagni che erano attorno a
lui. Quello la cui virtù pareva lesa era da molto tempo un suo
antagonista perché Mauro gli era stato preferito come capitano della
squadra. Fu anche per questo che non si fece sfuggire l'occasione per
offenderlo e, soprattutto, di sminuirlo agli occhi degli altri:
      "Allora è vero che sei ricchione" gli disse nel dialetto del paese
"tu e quell'altro" poi si voltò verso Niki la cui attenzione era già
stata catturata dall'alterco "e tu che guardi? Guarda questo, invece!
Guarda com'è grosso! Me lo vuoi succhiare? Ti piace?" e dicendolo, con
tutta la volgarità di cui sono capaci gli adolescenti quando infrangono
le regole, si prese fra le mani il pacco che sporgeva dagli slip e lo agitò
verso Niki.
      Gli altri ragazzi risero o sorrisero a queste espressioni che erano
molto comuni nel loro linguaggio, ma, in quel momento, più o meno a
tutti tornò in mente delle volte in cui avevano avuto dubbi sugli
atteggiamenti di Mauro e di Niki, sugli sguardi che quei due si
scambiavano, sul modo con cui si parlavano: quasi si fosse squarciato un
velo, improvvisamente, la loro diversità e quindi la loro colpevolezza
apparvero evidenti a tutti.
      Mauro era ancora un po' frastornato, quasi in sogno pensò che quel
sesso offerto con tanta platealità fosse davvero invitante, poi si
alzò, tenendo gli occhi fissi su quello che aveva così pesantemente
offeso Niki. Indossava ancora la divisa della squadra ed era a piedi
scalzi. Si sfilò la maglietta, lasciandola scivolare per terra e si
avvicinò lentamente al ragazzo. Davanti ad un'espressione tanto
risoluta, quello ebbe subito paura, indietreggiò fino a ricadere seduto
e cominciò a spostarsi lungo la panca, cercando di allontanarsi per
quanto gli era possibile, ma fu bloccato dall'angolo del muro contro cui
terminava il sedile.
      Mauro gli fu subito addosso, anche se si era spostato con movimenti
lenti che avevano, a quanto pareva, ancor più spaventato l'altro. Il
ragazzo s'aspettava di essere colpito ed alzò le braccia per
proteggersi, Mauro, invece, con una mano gli afferrò il mento e, mentre
con il ginocchio lo immobilizzava, con l'altra gli schiacciò la testa
contro il muro.
      "Quello che faccio io, sono cazzi miei" la voce risuonò bassa, ma
udibile in tutto lo spogliatoio, perché s'era fatto un silenzio
assoluto. L'unico rumore che s'udiva, oltre la voce di Mauro, era il
gocciolio di una delle docce che era stata chiusa male "Quello che noi due
facciamo non ti deve interessare, perché sono cazzi nostri. Non ti stavo
guardando e se anche guardavo dalla tua parte, certamente non ti vedevo" e
dicendolo gli spinse più forte la testa contro il muro. Il ragazzo cercò
per un momento di reagire, tentando d'allentare la stretta, Mauro invece lo
spinse ancora più, finché quello non desistette, abbandonando ogni
resistenza. Solo allora lo lasciò andare e, raccolta la maglietta, se ne
tornò esausto al suo posto. Riprese lentamente a spogliarsi e poi si
diresse verso le docce, senza più dire una parola. Niki lo seguì.
      Nella stanza gli altri ripresero a mormorare e la riflessione di
tutti fu che Mauro non aveva negato nulla, ma aveva solo fatto rispettare
le scelte proprie e di Niki. La conclusione, che uno con l'altro si
bisbigliarono, fu che ciò che s'erano detti non era una
malignità. Forse non erano solo insinuazioni e quello che si pensava in
giro poteva essere vero. Anzi, quei due erano certamente 'finocchi'.
      Tutti, infatti, si ricordarono di averlo già pensato e di averlo
sentito dire ancora più spesso.
      L'immediata conseguenza di questa nuova consapevolezza maturata nella
squadra fu che nessuno li seguì sotto le docce. Qualcuno, spinto da
onestà, l'avrebbe anche fatto, ma non ebbe il coraggio di smentire tutti
gli altri e soprattutto di apparire ambiguo in quella situazione, tanto
forte era l'imbarazzo che si era creato. Perché, se quei due erano
veramente quello che si diceva, c'era molto pericolo a fare la doccia con
loro e questo lo sapevano tutti.
      Quando i due tornarono nello spogliatoio, tutti i mormorii cessarono
improvvisamente. A Niki parve anche che alcuni di quelli che si erano già
svestiti tentassero di coprirsi in fretta e furia. Mauro, invece, pur
avendo gli occhi aperti, non vedeva nessuno.
      Si rivestirono velocemente in un silenzio innaturale e, mormorando un
saluto, se ne andarono. Non si parlarono neppure quando furono sul
motorino, sulla via del ritorno. Erano diretti da Niki e avrebbero passato
la notte insieme: ci sarebbe stato abbastanza tempo per affrontare il
problema nuovo e grave che avevano davanti.
      Trascorsero la serata giocando col computer, senza ancora riuscire a
parlarsi e senza neppure ascoltare musica. Molte volte Mauro avrebbe avuto
voglia di dire qualcosa, ma tutte le parole che gli salivano alla bocca,
parevano troppo futili per il pensiero che gli riempiva la testa e che, lo
sapeva, stava tormentando anche Niki.
      Arleen aveva capito subito che qualcosa non andava, che qualcosa era
accaduto, ma non fece domande aspettando che suo figlio glielo confidasse,
come aveva sempre fatto. Lei e suo marito non avevano impegni per quel
sabato sera e i ragazzi cenarono con loro, partecipando educatamente alla
conversazione, poi se ne andarono a letto piuttosto mestamente. Li seguì
in camera. Era la prima volta che lo faceva, ma era anche la prima volta
che non si erano scambiati neanche un sorriso, una parola, anche se non
pareva che avessero litigato. Arleen non concepiva neppure l'idea di una
lite fra quei due.
      "A voi è capitato qualcosa. Pensate di potermelo raccontare?"
      Il rapporto di sincerità, quasi di complicità che aveva sempre
avuto con Niki, le faceva sperare che anche questa volta suo figlio si
aprisse, rivelandole quello che lo crucciava, ma Niki guardò Mauro che
abbassò gli occhi.
      "Mamma, potremmo parlartene domani mattina? Per favore."
      "Come volete, ragazzi. Buonanotte!" e fece per andarsene.
      "Mamma, è una sciocchezza!" Niki cambiò repentinamente idea e
decise di dirle almeno una mezza verità che forse le avrebbe evitato una
notte di cattivi pensieri "Dopo la partita Mauro ha litigato con un
compagno di squadra. È stato anche per colpa mia e si sono quasi presi a
botte. È per questo che siamo così nervosi. Poi, comunque, hanno
fatto pace" e questa, purtroppo, era una bugia.
      "Va bene ragazzi. Dormite tranquilli, buonanotte!"
      Andò a baciarli entrambi ed uscì chiudendo, come il solito, la
porta dietro di sé.
      "Niki" Mauro lo chiamò con un filo di voce, era seduto sul letto
con le mani abbandonate sulle gambe.  Era la prima volta che gli parlava da
quando era accaduto quell'incidente "Dobbiamo abituarci a queste
scene. Forse ne subiremo delle altre e forse saranno peggiori. Non possiamo
sperare che tutti ci trattino come hanno fatto Giacomino e gli altri. E poi
quello là con me ce l'ha sempre avuta. Non lo guardavo neanche. Hai
visto quanto è brutto?" ed accennò ad un sorriso poco convinto.
      "Non ce l'hai con me?" Niki gli si avvicinò esitante.
      A Mauro ricordò il gattino spaventato che una volta, quando era
piccolo, alla villotta, pareva avere voglia d'avvicinarsi a lui, ma
esitava, perché era troppo impaurito per farlo. Mauro, incuriosito e
spaventato quanto il micio, si era accoccolato per osservarlo meglio e il
gattino lentamente gli si era avvicinato. Prima era andato a strusciarsi
sulla sua gamba nuda e poi, presa confidenza, erano diventati
inseparabili. Il micio aveva eletto lui, cucciolo d'uomo, ad amico per
un'estate di cuccioli.
      Rivide se stesso, spaventato ed esitante, accarezzare quel batuffolo
di peli morbidi con la faccina furba e gli occhi ancora azzurri. Tese la
mano a Niki che gli stava chiedendo qualcosa.
      Niki andò a sedersi sulle sue ginocchia, appoggiandogli la testa
sulle spalle e Mauro sentì il cuore scoppiargli d'amore e di tenerezza.
      "Ce l'hai con me perché ti ho tirato in questo guaio? Non sei
arrabbiato, vero?" gli stava mormorando Niki in un orecchio.
      "E tu, di quale guaio stai parlando?"
      "Di tutto, di noi due, di quello che sono io, del nostro rapporto, di
quello che sembra agli altri: i nostri genitori, le nostre famiglie, forse
anche i tuoi amici, non sono tutto il mondo. Mauro, mi sembra che tutti ci
guardino male. Ma che abbiamo fatto noi? Non è colpa nostra se siamo
così!"
      Niki non piangeva: era solo immalinconito. Mauro avrebbe preferito
che piangesse, perché in quel caso sarebbe stato più semplice cercare
di consolarlo, ma Niki era abbattuto, scoraggiato e lui non sapeva come
fare a farlo tornare a sorridere.
      "Non è stato un guaio incontrarti e dovresti saperlo. E poi a me
non importa di nulla, se non di te. Che le nostre famiglie ci abbiano
compresi è più di quanto potessimo sperare. Anche Giacomo e gli altri
sono con noi. E se qualcuno continuerà a sfotterci, gli risponderemo e
reagiremo come abbiamo fatto stasera. Che ci importa? Niki guardami. Ti
prego."
      Ma quella sera Niki era davvero un cucciolo spaventato. Era tanto
scoraggiato da non riuscire neppure a piangere e Mauro non voleva che
accadesse.
      "Niki, devi guardarmi. Ora! Voglio che tu mi guardi!"
      Lentamente Niki sollevò la testa. Aveva gli occhi lucidi. Fissò
lo sguardo negli occhi nerissimi di Mauro. Non li aveva mai visti così
concentrati. In quegli occhi aveva letto amore e gioia all'inizio del loro
rapporto e attesa del piacere che poteva donargli. E poi il dolore per
Stephan e la tristezza immensa, durante quei giorni in Florida, quando
l'aveva allontanato da sé e dal suo dolore. Non aveva mai visto
quell'impeto, quella furia, che era voglia d'affermare la propria
libertà.
      "Niki, io non mi vergognerò mai di te e non rinnegherò mai il
nostro amore e tutta la felicità che mi dai" gli disse, con la voce che
era dolce e risoluta al tempo stesso. Vedere Niki tanto avvilito lo aveva
esasperato ed ora gli parlava fissandolo, ipnotizzandolo. Cercava di
trascinarlo fuori dalla depressione in cui pareva essere precipitato "In
ogni momento della mia vita, Niki, sempre, io sarò orgoglioso di te, del
nostro amore e di quello che siamo" gli stringeva le braccia, lo scuoteva
dolcemente. La sua bocca era a pochi centimetri da quella di Niki che aveva
una totale percezione delle parole che lui pronunciava "Quello che noi
facciamo importa solo a noi, amore mio. A nessuno, fossero anche i nostri
genitori, dovremo mai dare conto di noi stessi, perché noi siamo
liberi. Niki, dillo anche tu che siamo liberi. Dimmelo. Ti prego."
      E Niki si sentì felice. Sì, erano liberi, lo avrebbe gridato
tutte le volte che Mauro glielo avesse chiesto.  Avrebbero girato il mondo
insieme e l'avrebbero conquistato se l'avessero voluto. Si sentì forte,
invincibile, assieme a Mauro: lui e il suo amante. Sarebbero stati liberi.
      La felicità lo sopraffece. Cercò la protezione e la sicurezza
della spalla di Mauro, non per piangere, ma per chiudere gli occhi, per
cercare ancora l'abbraccio di quelle mani.
      Gli sarebbe stato impossibile sopravvivere senza di lui. Lo realizzò
in quel momento. Lo capì mentre lasciava che tutta la tristezza
scivolasse via, mentre Mauro l'abbracciava.
      Sarebbe morto: non lo aveva mai pensato, non gli era mai venuta
un'idea del genere.
      "Penso che senza di te morirei" glielo disse senza spiegarsi, senza
dargliene la ragione, anche spaventandolo. Piegò la testa sulla sua
spalla e strinse gli occhi.
      Fu la volta di Mauro ad essere spaventato, a chiedersi che ne sarebbe
stato di loro due in quel mondo costruito per gli 'straights', come gli
americani chiamano gli eterosessuali. Il mondo era fatto per i destrimani e
i mancini dovevano sempre nascondersi o adattarsi. La tastiera del computer
ha sempre i numeri sulla destra.
      Mauro gli baciava i capelli, cullava il suo Niki, quell'amante,
fratello, e si domandava quanto avrebbe ancora sofferto e fino a quando la
sua sensibilità gli avrebbe consentito di sopravvivere.
      Finché non s'erano trovati, Niki era stato sufficientemente
attrezzato a difendersi dalla vita, ma una volta incontrato Mauro pareva
che avesse lasciato cadere tutte le proprie difese e la tragedia di Stephan
lo aveva reso ancora più vulnerabile. Ma non potevano arrendersi e Niki
doveva reagire. Mauro pensò che avrebbe avuto abbastanza energie per
tutti e due.
      Come aveva chiamato quel gatto? Forse Ciccio, perché era una
parola facile da dire e lui aveva poco più di due anni. Quel micio
l'aveva fatto sentire grande, importante. Anche con Niki sarebbe stato
così?
      Lo accarezzò ancora, quel gattino che aveva ritrovato. Niki rialzò
il capo: aveva lo sguardo trasognato.
      "Dove sei stato?" domandò Mauro.
      "In un luogo dove c'eravamo io e te, soli" lo baciò ancora.
      Se ne andarono a letto e quella notte non fecero l'amore, perché
era come se l'avessero già fatto, per ciò che si erano detti e per
gli sguardi che si erano scambiati.

      I loro propositi e la loro tempra furono messi alla prova qualche
giorno dopo da due episodi molto diversi, che mostrarono quanto la loro
situazione potesse facilmente diventare difficile e quanto poco fosse
sopportato il loro rapporto negli ambienti che, oltre alla famiglia,
frequentavano in quel periodo.
      L'occasione per un'intolleranza da parte di alcuni compagni di classe
fu data dalla traduzione di un brano in cui si parlava dell'amore di
Achille per Patroclo. Quando l'insegnante di greco aveva scelto quella
pagina, aveva badato solo alle difficoltà grammaticali che vi erano
nascoste e non aveva immaginato che il contenuto potesse essere
imbarazzante per qualcuno dei suoi studenti.
      Quel giorno ne interrogò due, purtroppo non dei migliori, che
avevano compreso tanto poco quel testo da non poterne certamente restare
scandalizzati. Il professore li fece sedere, quasi infastidito, e,
muovendosi fra i banchi, prese a tradurre l'inizio del brano, declamandolo
con il suo tono più aulico: "Perché, pur avendo saputo dalla madre
che sarebbe morto se avesse ucciso Ettore, ma che se l'avesse risparmiato
sarebbe tornato in patria e avrebbe terminato la vita in vecchiaia,
audacemente preferì, portando soccorso a Patroclo suo amore..."
      A questo punto si udì un risolino partire dagli ultimi banchi, da
un paio di ragazzi seduti in fondo.  Erano due che non erano mai stati nel
gruppo degli amici di Mauro. Furono immediatamente fulminati dallo sguardo
del professore il quale riprese a tradurre senza cambiare tono di voce:
"...audacemente preferì, portando soccorso a Patroclo suo amore e
vendicandolo, di morire per lui, non che di seguirlo di poco nella
morte. Ed ecco perché gli dei, presi da estrema ammirazione, lo hanno
onorato sopra ogni altro, perché, in così alto conto aveva tenuto il
suo innamorato..." (Platone, Simposio, - VII 179e-180a)
      A quel punto ci fu un'altra risata e, nel silenzio assoluto, generato
in parte dal sacro terrore che il professore incuteva, in parte dalla
difficoltà della traduzione, si udì chiaramente uno dei ragazzi che
prima avevano riso, sussurrare in dialetto all'altro:
      "Quei due erano finocchi!"
      "Si, se la facevano come Mauro e Niki!" gli fece eco il compagno.
      E all'affermazione fece seguire un'altra risata che risuonò empia
nell'aula ormai avvolta in un silenzio che la loro intemperanza aveva reso
ancor più sepolcrale.
      Mauro alzò la testa di scatto e si voltò a fulminare con lo
sguardo quei due incauti. Stava seguendo la lezione di greco con
l'interesse e la passione che riponeva in tutto ciò che di nuovo
imparava a scuola.  L'Iliade, l'Odissea e la mitologia in genere
rappresentavano per lui una delle vie attraverso cui lasciare correre più
felicemente la propria fantasia. La storia di Achille e di Patroclo, poi,
da qualche tempo e per ovvi motivi, lo appassionava in modo particolare. Da
principio non aveva badato più di tanto ai risolini che erano venuti dal
fondo dell'aula, anche perché quei due emettevano gli stessi suoni per
la geometria, per la grammatica latina e qualunque altro argomento, ma le
ultime parole le aveva udite distintamente, come tutti gli altri e come
Niki che ora lo fissava spaventato.
      Niki non era nuovo a situazioni di questo genere, ne aveva sopportate
spesso di simili e una volta, in terza media, aveva anche pianto. A Mauro
non l'aveva mai raccontato.
      Quel giorno anche lui si era lasciato portare lontano dalla fantasia,
fuggendo in uno dei suoi sogni ad occhi aperti, e non si era accorto che
l'insegnante di lettere gli si era rivolta per interrogarlo. Non ottenendo
risposta, la professoressa l'aveva richiamato alla realtà: "Niki? Stai
pensando alla tua fidanzata?" gli aveva chiesto scherzando, ma da dietro
uno dei compagni era intervenuto correggendola: "No, la signorina sta
pensando al fidanzato!" E avevano riso tutti. Niki era scoppiato a
piangere. L'aveva fatto perché non ne poteva più di sopportare le
angherie di alcuni e l'indifferenza di tutti gli altri. L'insegnante aveva
rimproverato aspramente quello stupido, ma a Niki era rimasta la ferita
dell'offesa ricevuta ed anche il marchio, l'onta, della reazione infantile
che aveva avuto davanti a tutti.
      Ora si era sentito, per un momento, riportare indietro di due anni,
credendo di ritrovarsi in quell'orribile compagnia. Aveva sentito gli occhi
riempirsi di lacrime e, per un momento, aveva creduto di essere ancora in
quell'ambiente ostile, ma questa volta nessuno dei suoi nuovi compagni
aveva riso e soprattutto, accanto a lui ora c'era Mauro che l'aveva fissato
e con lo sguardo gli aveva imposto di avere coraggio.
      Il professore, una delle istituzioni del liceo classico, era un
insegnante esperto. Era stato compagno di scuola del padre di Mauro ed era
suo amico. Proveniva anche lui da una specie di dinastia d'insegnanti,
grecisti e latinisti. I fratelli di Mauro erano stati suoi alunni e
conosceva il ragazzo fin da piccolo. Certamente non approvava il suo
rapporto con Niki, ma lo rispettava per gli stessi motivi che avevano
spinto i genitori di Mauro ad accettarlo. Ciò che gli premette in quel
momento fu di proteggere i due ragazzi, non tanto dalle maldicenze, alle
quali, pensò, dovevano abituarsi. Capì che doveva difenderli dalla
stupidità, perché quelli che li avevano offesi, l'avevano fatto, ne
era certo, per leggerezza e non col fine di mortificare e fare del male.
      Il suo sguardo incrociò quello di Mauro. Il professore pensò
che quegli occhi gli chiedessero giustizia, con l'orgoglio di chi sa di non
doversi mai sentire discriminato. Il padre di Mauro, parlandogli del
rapporto di suo figlio con Niki, gli aveva spiegato che i due ragazzi si
completavano così bene che avrebbero affrontato la vita abbastanza
corazzati contro la cattiveria, le maldicenze e l'invidia. Gli aveva anche
confidato che il suo più grande timore era che potessero soffrire a
causa della volgarità di chi avrebbero incontrato. Era dalla stoltezza
che dovevano guardarsi: pensò che Mauro e Niki potevano essere validi
interpreti del suo pensiero. Dovevano difendersi da soli e certamente
sapevano farlo.
      "Mauro, sei in grado di continuare da solo la traduzione? Niki,
aiutalo. Continuate a tradurre insieme!"
      Mauro si alzò con il libro tra le mani. Era una copia del
'Simposio' di Platone. Su quel libro suo padre aveva annotato i
suggerimenti del padre del professore: alzandosi pensò che dovesse
rendere onore anche a quella memoria.
      Si erano preparati e avevano studiato parecchio a casa nei giorni
precedenti. Ci avevano messo molto tempo, ma erano miracolosamente venuti a
capo di tutti i contorcimenti di quel greco antico. Platone li aveva messi
a dura prova, ma ce l'avevano fatta, anche perché erano affascinati
dall'argomento. Mauro si sentiva preparato così come lo era Niki. Ed era
anche furioso con quei due stupidi e poi voleva mostrare a tutti i compagni
quanto fosse orgoglioso di Niki e di se stesso. Niki lo stava guardando,
come tutti gli altri.
      Rispose convinto: "Certo, professore!" e, mettendogli una mano sulla
spalla, fece alzare anche Niki perché continuasse con lui. Ripresero a
tradurre insieme, spesso leggendo all'unisono, pronunciando, con orgoglio e
passione, le stesse parole d'amore fra uomini, di un'amicizia che era come
la loro.
      Il professore fu soddisfatto della loro traduzione ed anche contento
per come avevano reagito. Li fece sedere e fulminò un'altra volta con lo
sguardo i due imprudenti in fondo all'aula.
      Mauro era certamente più sereno e Niki, cui non importava più
molto di quello che la gente pensava di loro, si crogiolava nell'abbraccio
protettivo del compagno.
      All'uscita dalla scuola Giacomo si infilò fra loro e li prese a
braccetto:
      "Quei due stronzi! Volevo riempirgli la faccia di pugni."
      A Mauro venne un poco da ridere. Come poteva far capire a Giacomo che
la risata e le parole di quei due non l'avevano per nulla offeso,
semplicemente perché avevano detto la verità?
      Ci avrebbe provato: "Giacomino, non si sbagliavano poi tanto. Niki ed
io siamo davvero come Patroclo ed Achille. Beh... non siamo semidei, né
eroi greci, né saremo belli come dovevano essere quei due, ma per tutto
il resto..." e sperò che l'amico capisse "Ma pensa se il professore gli
avesse chiesto di continuare a tradurre. Quelli rischiavano di portarsi
greco a settembre."
      "Insieme con latino, italiano, matematica, inglese e ... boh!" lo
interruppe Giacomo, sganasciandosi in una risata delle sue "Non credo che
ci proveranno un'altra volta."
      "Per loro fortuna" disse Niki "il professore ha scelto noi
due. Altrimenti..." e se ne andarono ridendo e scherzando sul fatto che
quei due poveretti avevano rischiato davvero di giocarsi l'anno scolastico.
      Dopo qualche passo, però, Mauro si bloccò e si mise davanti al
'rosso': "Giacomino! Dimmi la verità: tu, a casa, eri riuscito a
tradurre tutto?"
      Il Cavaliere, colto in fallo e sull'orlo del disonore, fece la faccia
spaventata. Voleva scappare per non dover rispondere, ma Mauro lo trattenne
per un braccio, perciò si decise a confessare: "Lo giuro! Voi due
eravate gli unici in grado di farlo."
      "Già" disse Mauro e il tono della sua voce si fece improvvisamente
triste "per due motivi: profonda conoscenza della grammatica greca e
soprattutto esperienza diretta dell'argomento" e non rise più.
      "Scemo! Sono sempre il vostro migliore amico, o no?"
      "Per fortuna non sei l'unico, altrimenti!" concluse Mauro, ma tutta
la chiacchierata l'aveva ancora più intristito.

      Riuscì a non pensarci più fino a quella sera, quando, in
occasione dell'allenamento settimanale, si verificò il secondo episodio
che fu molto più grave.
      Fin dalle prime volte in cui Niki aveva giocato in quella squadra,
alcuni dei compagni l'avevano preso in giro, in modo più o meno bonario,
perché non reagiva mai ai falli che subiva. Incassava calci e sgambetti,
considerandoli niente più che un aspetto sgradevole del gioco. E non
erano certamente la paura o la timidezza a bloccarlo, ma il suo stesso modo
di pensare: era nella sua natura il non lasciarsi mai coinvolgere dal gioco
che stava facendo, di qualunque natura esso fosse. Gli era capitato di
trovarsi in vantaggio nei confronti di un avversario proprio perché la
freddezza che riusciva a mantenere gli consentiva di valutare meglio le
debolezze di chi aveva contro. E questo per lui valeva tanto per il calcio
quanto per qualunque altro gioco, proprio perché il suo coinvolgimento
non era mai totale. Tentò perfino di spiegarlo a qualcuno dei compagni,
ma capì subito che sarebbe stato uno sforzo inutile, quasi come tentare
di spiegare la teoria della relatività a degli asini. Si arrese subito,
convincendosi che tutti gli italiani, tranne forse il suo Mauro, non
avrebbero mai compreso fino in fondo il suo particolare spirito sportivo e
non se ne curò più di tanto.
      La migliore qualità che possedeva nel calcio, risiedeva,
perciò, nel distacco che metteva nelle azioni di gioco e questo pregio
fu presto scambiato dai compagni per incapacità e timore nel reagire
alle provocazioni, per paura dell'avversario e infine, dopo l'incidente del
sabato precedente, apertamente per qualcosa di molto più ambiguo.
      Accanto a questo aspetto del comportamento di Niki, c'era poi tutto
quello che gli altri vedevano del rapporto esclusivo che l'univa a Mauro e
che si era improvvisamente rivelato equivoco nell'ambiente ristretto della
squadra. Se c'era stata qualche intolleranza nei loro confronti era stata
fino ad allora contenuta solo dalla considerazione e dall'amicizia che
quasi tutti avevano nei confronti di Mauro. Ma i sentimenti di rispetto e
cameratismo erano stati travolti quando proprio Mauro aveva reagito in
quello strano modo ad una provocazione così aperta a cui neppure Niki
s'era ribellato, standosene zitto e senza difendersi.
      Quel giorno avevano discusso se partecipare all'allenamento, ma Mauro
non aveva voluto saperne: lui avrebbe giocato a calcio anche con il suo
peggiore nemico, aveva detto, figurarsi con i suoi compagni di squadra. E
non aveva creduto a Niki che tentava di dissuaderlo:
      "Sanno di noi, Mauro. Qualcuno di loro l'ha capito e l'ha detto a
tutti gli altri! Adesso lo sanno tutti!"
      Quando arrivarono al campo, a Niki parve che qualcuno dei compagni di
squadra fosse sorpreso di vederli. Qualche altro li trattò con freddezza
e proprio tutti si spogliarono con una circospezione che non sfuggì
neppure a Mauro.
      Dopo qualche giro di campo per riscaldarsi e gli esercizi che, come
al solito facevano per sciogliere i muscoli, giocarono una partitella
d'allenamento che serviva per provare gli schemi di gioco. Fin dall'inizio
Niki fu atterrato e subì falli, quasi sempre da parte dello stesso
ragazzo che li aveva insultati dopo l'ultima partita e che quella sera
aveva apertamente fatto in modo di giocare nella squadra avversaria. Mauro
fremette di rabbia, ma riuscì a contenersi finché non vide Niki
rotolare a terra per uno sgambetto proprio cattivo. Quello che l'aveva
atterrato, non contento del fallo che aveva appena commesso, nel rialzarsi,
schiacciò la mano a Niki.
      Per Mauro fu davvero troppo: pur trovandosi dall'altra parte del
campo, si lanciò in una corsa disperata verso quello che, ai suoi occhi,
era soprattutto un vile e sleale aggressore, oltre ad essere quello che
aveva fatto male con intenzione a Niki. Lo raggiunse ancora prima che il
ragazzo si rendesse conto d'essere inseguito e lo gettò a terra,
buttandosi addosso. I due rotolarono avvinghiati, poi la forza e la furia
di Mauro ebbero la meglio e a quello non restò che coprirsi il volto con
le braccia per proteggersi dai pugni che Mauro gli stava tirando,
colpendolo dove capitava. I compagni di squadra li guardavano
spaventati. Fu l'allenatore per primo a tentare di dividerli, ma Mauro non
mollava la presa. Era furioso ed era anche troppo forte per essere fermato
da una sola persona.
      Niki era ancora a terra, un po' stordito dalla caduta e dal dolore,
ma, appena si rese conto che Mauro stava pestando il ragazzo che l'aveva
colpito, si mise a gridare:
      "It doesn't hurt! It doesn't hurt. Mauro! Mauro!"
      A quelle parole Mauro si bloccò. Aveva l'affanno, ma si alzò
immediatamente, lasciando per terra l'altro ragazzo, e corse da
Niki. L'abbracciò, vide che aveva una caviglia dolorante e sulla mano
c'erano ancora i segni dei tacchetti che l'avevano schiacciata. Un'unghia
sanguinava e il mignolo pareva storto e fratturato.
      "How do you feel? Let me see your hand. That bastard: he hurt you!"
Mauro non sapeva come toccare, accarezzare Niki, sfiorargli la fronte,
avvicinare le labbra alla mano ferita.
      "No, he didn't" Niki parlava stringendo i denti.
      A Mauro parve che la mano si stesse gonfiando e questo lo
spaventò: "Let's go to the hospital. Come on, let's leave this
place. We'll never come back here again. Come on, let's leave! You were
right! Come on!"  Mauro aiutò Niki ad alzarsi.
      "No! Wait! It doesn't hurt. I can walk."
      Niki zoppicava un poco, ma la caviglia pareva a posto. Il mignolo e
l'anulare della mano sinistra invece si stavano davvero gonfiando.
      Si avvicinò allora l'allenatore: "Fammi vedere la mano, Niki."
      E gliela prese con delicatezza. Niki s'irrigidì, ma le dita
lentamente ripresero a muoversi, massaggiate dall'allenatore.
      "Non si sono rotte, ma ti faranno un po' male. Voi due andate a
cambiarvi adesso. Con gli altri continueremo la partita ancora per un
poco. Mauro, accompagna Niki negli spogliatoi e poi torna qui, per
favore. Devo parlarti."
      Mauro accompagnò Niki. Lo fece sedere sulla panca degli
spogliatoi, gli sorrise e lo baciò sulla bocca.  Poi baciò la mano
dolorante e gli occhi che erano umidi. Lo lasciò per tornare
dall'allenatore, cercando di nascondere l'erezione che la tenera e
disarmante vicinanza di Niki gli aveva provocato.
      Era rasserenato dallo sguardo che Niki gli aveva rivolto e con cui
certamente lo aveva seguito mentre tornava verso il campo. Sapeva che in
tutto quel trambusto, continuavano ad esistere soltanto loro due, uno per
l'altro. Ne era assolutamente certo. Staccandosi da lui, aveva preso una
decisione e, per quanto ogni parte di sé piangesse, sentiva di doverlo
fare per amore di Niki e per rispetto verso se stesso, per quello che aveva
detto a Niki qualche giorno prima.
      L'allenatore lo aspettava ai bordi del campo per dirgli chissà
quali fesserie sul suo ruolo di capitano e sullo spirito di squadra,
oppure, pensò, sul fatto che due omosessuali non potessero giocare in
una squadra di persone normali.
      Il ragazzo che lui aveva aggredito era seduto in panchina. Sembrava
che un occhio gli si stesse gonfiando e pareva pure dolorante ad un
braccio. Si spaventò a veder ricomparire Mauro così presto, tanto che
istintivamente tentò di nascondersi dietro il compagno che gli era
seduto accanto.
      Arrivato davanti all'allenatore, Mauro lo affrontò con
fierezza. Il momento era drammatico per lui e si sentiva morire dal dolore:
stava per compiere un'azione terribile, che mai avrebbe concepito di poter
fare.  Prima che quello intonasse il suo inno all'amicizia, oppure un
discorso sulla tolleranza, Mauro gli parlò con una voce ferma e con un
autocontrollo che non sapeva di avere e che lo sorprese quasi più della
decisione che aveva preso:
      "Sono venuto a dirle che smetto di giocare al calcio. Credo che non
giocherò mai più a pallone nella mia vita e spero che vorrà
perdonarmi per quello che è accaduto oggi."
      Appena l'ebbe detto, si allontanò dall'uomo, prima che quello
potesse replicare. Si diresse verso gli spogliatoi, ma cambiò
improvvisamente direzione e andò verso il ragazzo con cui si era
azzuffato.
      Quello, vedendolo avvicinarsi, s'irrigidì, ma Mauro gli si rivolse
con un tono assolutamente calmo: "Mi dispiace! Scusami! Non avevo mai
aggredito nessuno prima e questa sarà anche l'ultima volta" e fece per
andarsene, poi ci ripensò. Qualcosa della sua natura ostinata gli aveva
fatto cambiare idea. Con un tono molto diverso aggiunse qualcosa che
spaventò ancora di più il suo muto interlocutore:
      "Lo capisci che avrei potuto ucciderti?"
      Detto questo e senza aspettare risposta, se ne tornò negli
spogliatoi lasciando tutti ammutoliti: dall'allenatore, ai compagni di
squadra che avevano assistito alla scena, alla sua vittima, che, senza
molta premeditazione, aveva scatenato tutto quel putiferio.
      Niki s'era già rivestito quando Mauro tornò con la faccia
tranquilla di chi ha appena sistemato una faccenda che lo preoccupava. Si
vestì in fretta anche lui e se n'andarono senza dirsi una parola e senza
salutare nessuno.
      Niki non capì subito che Mauro, alla guida del motorino,
abbandonava per sempre e per amor suo, una parte importante della sua
vita. Tirare calci ad un pallone era stato il suo più grande
divertimento fin da quando aveva capito le prime regole di quel gioco che i
suoi fratelli facevano così spesso.
      Niki lo stringeva da dietro, ma Mauro per quella volta non lo
sentiva. Le lacrime gli stavano rigando le guance sotto il casco: aveva
lasciato per sempre il gioco del calcio. Non avrebbe più rincorso il
pallone, mai più tirato in porta, non avrebbe più alzato le braccia
per un gol. L'aveva fatto per Niki e allora il suo pianto, silenzioso,
perché Niki non doveva accorgersene, cambiò soggetto,
motivazione. Pianse per il suo amico, ferito e sofferente a causa sua. Si
sentì colpevole perché era stato lui a far avvicinare Niki al calcio,
a convincerlo a giocare, a voler andare anche quel giorno
all'allenamento. Anche se ormai tutti sapevano di loro. Si spostò un
poco per accarezzare la mano ferita che Niki teneva posata sulla gamba:
quella volta sul motorino non erano abbracciati come al solito. Sentì un
'ahi' giungergli da sotto all'altro casco e questo lo convinse ancora di
più che era stato giusto lasciare il calcio, che aveva fatto bene.
      Invece di dirigersi verso casa di Niki, se ne andò oltre la
periferia e si fermò poco dopo quel passaggio a livello che la sera di
Halloween, durante la loro prima passeggiata, li aveva visti rincorrersi
con le biciclette nei loro primi giochi d'amore. Scese dal motorino, dopo
averlo sollevato sul cavalletto, in modo che Niki potesse rimanervi
seduto. Si levò il casco e si volse verso Niki. Aveva gli occhi rossi,
ma nella penombra Niki non poté accorgersene, perché lui cominciò
a parlargli con la sua solita voce:
      "Non giocherò mai più a calcio. L'ho detto all'allenatore e ho
anche chiesto scusa a quel bastardo che ti ha fatto male."
      Terminò con il fiato corto, perché gli venne un'altra volta da
piangere e questo, dopo il suo silenzio, spaventò Niki: "Non giocherai
più? E perché?"
      Era incredulo: il calcio per Mauro era un principio indiscutibile, un
assioma, l'unico argomento che non avesse mai accettato di discutere con
lui. E adesso lo abbandonava.
      "È stata la prima volta che ho fatto del male volontariamente a
qualcuno: te ne rendi conto?" gli gridò "Ma non potevo restare fermo,
non potevo lasciare che quello facesse male a te. L'ha fatto apposta a
schiacciarti la mano quando si è rialzato."
      "Lo so. Ma io gliela avrei fatta pagare. Sono figlio di un italiano e
di una irlandese. Gliel'avrei fatta pagare" gridò Niki convinto.
      "Niki, ho avuto paura" Mauro era sconvolto e non si controllò più
"Quando ti ho sentito gridare e mi sono rialzato, l'ho guardato per un
momento. Credevo che non si muovesse più. Pensavo d'averlo ucciso.  Ho
avuto paura!"
      E ricominciò finalmente a piangere e a singhiozzare. Il dolore che
sentiva dentro, la tensione dei momenti che aveva vissuto, la tristezza, la
paura che aveva per il loro futuro: gli apparve tutto troppo grande,
smisurato, perché riuscisse a sopportarlo da solo.
      Niki scese dal motorino e lo abbracciò. Era la prima volta che
toccava a lui consolarlo: non l'aveva mai visto così.
      Riusciva a camminare abbastanza bene; gli mise le braccia al collo e,
stando molto attento alla sua mano, l'abbracciò stretto, perché ne
avevano bisogno tutti e due. Mauro era scosso dai singhiozzi e Niki lo
strinse ancora più forte:
      "Calmati: ora è tutto finito e la mano quasi non mi fa più
male. Guarda" e gliela posò delicatamente tra i capelli, l'accarezzò
come Mauro aveva fatto tante volte con lui. Spinse la sua guancia contro
quella di Mauro e sentì le lacrime del compagno scendere anche sulla sua
faccia "Non piangere più adesso. È finita.  È passato tutto."
      Mauro scaricò tutta la tensione in quelle lacrime, fra le braccia
di Niki e si calmò, ma il pianto, che era così raro in lui, lo
lasciava sempre sconfinatamente triste. E nel corso di quell'orribile,
interminabile giornata aveva accumulato tanta amarezza.
      Risalirono sul motorino e se ne tornarono in città dove li
attendeva un compito non facile: quello di spiegare alla mamma di Niki
perché suo figlio avesse una mano gonfia e zoppicasse anche un po'.
Sarebbero certamente sorti problemi che Mauro volle condividere col suo
compagno d'avventure, sebbene Niki si fosse offerto di affrontare la mamma
da solo.
      "Vengo su con te" stavano parcheggiando il motorino nel garage "tua
madre ti farà molte domande ed è meglio che ci sia anch'io. Non
vedendomi, potrebbe preoccuparsi."
      Niki, felice d'averlo ancora con sé, lo precedette, evitando di
zoppicare e cercando di mantenere la camminata diritta che avrebbe dovuto
simulare una volta tornato a casa. Ma all'occhio esperto di Mauro la
sceneggiata non servì:
      "Ti fa ancora male la caviglia, non è vero? Dovrai metterci del
ghiaccio e se domani sarà ancora gonfia ti toccherà andare dal
medico" all'inizio di quel discorso Mauro era ancora realmente rammaricato
d'essere all'origine di tutto questo e continuò con tono serio, anche
se, parlando, gli venne un'altra idea "Anzi, a pensarci bene, dovrai
consultare un ortopedico che forse ti ingesserà il piede... no, tutta la
gamba. E camminerai con le stampelle per tre mesi. A me toccherà
portarti in giro con la carrozzella e, la mattina della domenica, ti
spingerò fino ai giardinetti a prendere un poco di sole. Se poi, durante
la settimana, sarai stato bravo, ti comprerò il gelato. Naturalmente
l'attività sessuale, per forza di cose, sarà molto ridotta. Anche la
mano ti verrà ingessata e legata strettamente al torace..."
      Niki non aveva capito subito che Mauro scherzava, ma quando si rese
conto che era tutto un gioco per dimenticare i propri crucci e un tentativo
per strappare lui dal pensiero delle reazioni della mamma, si voltò
improvvisamente e, con la mano sana, gli assestò un bel pugno sulla
spalla:
      "Vaffanculo e vai a farti ingessare quello tu che sai, visto che non
potrai usarlo con me!" gli disse ridendo.
      Era la prima parolaccia di Niki, la prima in assoluto. Non ne aveva
mai dette, di nessun genere, perché non appartenevano al suo
vocabolario. Infatti, appena ebbe pronunciato quelle parole, sgranò gli
occhi e si tappò la bocca, ma era troppo tardi. Anche Mauro si bloccò
e lo guardò meravigliato.
      Era più che altro esilarato: "Hai detto 'vaffanculo'? Sogno o son
desto?" e rideva, non poteva trattenersi, perché Niki lo aveva sempre
rimproverato per le parolacce, le considerava un aspetto deteriore
dell'animo latino. Mauro aveva tentato di spiegargli che, in Italia, il
turpiloquio era spesso fine a se stesso, che era solo un modo colorito di
esprimersi o di scaricare la tensione, ma Niki non ne aveva mai voluto
sapere: lui quelle espressioni così pesanti non le avrebbe mai
utilizzate. Ed ora aveva detto 'vaffanculo', in italiano, per giunta.
      "Welcome in Italy, 'mister America'!" e gli fece un compitissimo
inchino, sempre ridendo. Anche Niki era divertito da quella sceneggiata.
      "Vuoi sentirmelo dire un'altra volta, prima che tu debba aspettare
per altri quindici anni?"
      "Dillo ancora! Fallo per me!!"
      "Mauro, 'vaffanculo'!" e si riportò la mano alla bocca ancora
incredulo per quello che era riuscito a dire e ridire.
      Nonostante quelle risate, però, quando entrarono in casa, avevano
proprio l'aria di chi vuol nascondere qualcosa e gli occhi attenti di
Arleen si fissarono subito sulla mano che Niki tentava di proteggere:
      "Che hai a quella mano?"
      "Mamma, non è niente! Giocavamo e sono caduto, ma non c'è
niente di rotto. È solo una contusione."
      Ma le parole non valevano per la mamma che gli si avvicinò subito
e per sincerarsi delle condizioni.
      "Sicuro che non ci siano fratture?"
      "No, signora. Gli farebbe molto più male, invece può muoverla
senza molti problemi" e Mauro si augurò ardentemente che le sue parole
fossero vere.
      "Si, mamma, posso muoverla" Niki, invece, sperò di non svenire per
il dolore, mentre articolava le dita come se stesse suonando uno
strumento. Anzi aggiunse ridendo: "Vuoi che provi ad arpeggiare?"
      "Non ce n'è bisogno, ma domani vai dal medico" e non scherzava
proprio. Poi, con lo stesso tono si rivolse a Mauro: "Basta con il calcio,
mi preoccupa troppo. Voi due mi preoccupate. Adesso voglio sapere tutto!" e
si piantò a braccia conserte davanti ai ragazzi "Da qualche giorno avete
una faccia..."
      Era quasi una settimana che li osservava con più attenzione del
solito: suo figlio e Mauro non erano più spensierati e allegri. Aveva
capito che c'era qualcosa che li preoccupava e temeva anche di sapere cosa
fosse.
      Niki le raccontò tutto, là, davanti a Mauro che si sentì
terribilmente imbarazzato, anche se ammirò ancora il rapporto che c'era
fra Arleen e suo figlio. Quell'affetto incondizionato che consentì a
Niki di parlare liberamente a sua madre del modo in cui i compagni di
squadra li avevano rifiutati, quando avevano scoperto la loro
omosessualità. Mauro non avrebbe mai raccontato a sua madre che gli
piaceva guardare gli altri ragazzi nudi, Niki lo fece quasi sorridendo. Non
aveva da lamentarsi dei suoi genitori, ma gli parve che Arleen fosse più
spontanea dei suoi nell'accettare l'omosessualità del figlio.
      Lei l'ascoltò in silenzio. Aveva uno sguardo dolce che andava
dall'uno all'altro, mentre suo figlio le raccontava di come Mauro lo avesse
difeso e ridendo le spiegava che se non l'avesse fatto l'amico si sarebbe
vendicato da solo per l'affronto subito. Poi le confidò la decisione di
Mauro d'abbandonare il calcio e Arleen tirò un sospiro di sollievo,
anche se sentiva su di sé tutto il peso del futuro difficile che
attendeva quei ragazzi. Accarezzò Mauro, che le si avvicinò, come per
cercare il suo abbraccio.
      Non avrebbe voluto farlo, ma era così triste per sé, per Niki,
perché non avrebbe più giocato a pallone, perché qualcuno li aveva
giudicati ed esclusi per un aspetto privato della loro vita e non per le
loro azioni ed infine perché sapeva che quella sarebbe stata solo la
prima di tante volte e ormai capiva che tutto il loro futuro sarebbe stato
costellato da episodi come quello. Poteva rivelare tutto questo a Niki?
Sentiva un'infelicità così grande nel suo cuore che superò la
timidezza e cercò il conforto di Arleen, di quella donna cui doveva
Niki. Anche Arleen fu sorpresa da quella reazione, e gli pose un braccio
sulle spalle.
      "Ti andrebbe di restare con noi stasera?"
      Probabilmente Niki le aveva trasmesso un messaggio telepatico,
perché, nel momento in cui lei rivolgeva l'invito a Mauro, Niki stava
pensando a come fare a non lasciare Mauro in un momento come quello. Ed
anche Mauro si sentiva ancora più triste all'idea di tornare a casa,
lasciare il compagno e rimanere da solo con i suoi pensieri.
      "Si, grazie, signora. Mi farebbe piacere. Grazie!"
      "Telefonerò subito a tua madre per dirglielo."
      Niki aveva fatto partire il giradischi con la terza sinfonia di
Mahler, perché era triste anche lui, anche se Mauro lo aveva fatto
ridere di cuore poco prima e la sua prima parolaccia lo meravigliava tanto
che continuava a ripetersela e a sillabarla in italiano e in
inglese. Mauro, invece, era proprio depresso. Si raggomitolò sul letto
di Niki con le gambe fra le braccia e si mise a guardare l'amico che era
davanti al computer, impegnato in un videogioco.
      "Stai vincendo?"
      "Se ci sei tu con me, io posso solo vincere!"
      Mauro si mosse verso di lui, cercando, senza molto riuscirci, di
farsi forza. Lo cinse con le braccia da dietro e si mise a guardare lo
schermo del computer che un poco rifletteva l'immagine di loro due
abbracciati.
      "Non potrei continuare a giocare con persone come quelle. Loro ci
hanno rifiutato, perché siamo gay.  Avevi ragione tu! Ci hanno espulsi
come se fossimo stati corpi estranei! Hanno fatto in modo che ce ne
andassimo. Cosa ci sarà di sbagliato in noi, Niki?"
      "Niente! Tu trovi qualcosa di sbagliato in me? Gente come noi è
sempre esistita. Erano tutti dei fenomeni? Noi non siamo dei mostri!"
      Si voltò a baciarlo su una guancia e questo costò la perdita di
un omino sullo schermo. Ma Mauro non l'ascoltava, pensava ancora ai suoi
compagni di squadra:
      "Nessuno ci è venuto dietro o ha cercato di fermarci. Ci hanno
lasciato andare, perché erano contenti di liberarsi di noi!"
      Niki avrebbe voluto dire qualcosa per consolarlo, ma non riuscì a
trovare una frase, una parola che potesse, in qualche modo, confortare il
suo compagno. E forse non c'era nulla che potesse dire. Doveva solo
aspettare che Mauro si scuotesse e tornasse ad essere il ragazzo
spensierato che lui conosceva così bene, ma vedendo quell'espressione
triste e sfiduciata, pensò che forse non sarebbero mai più riusciti
ad essere allegri e sereni, come lo erano stati fino a qualche giorno
prima. L'idea di una inesorabile malinconia che poteva perseguitarli lo
fece pensare subito a Stephan che era morto soprattutto a causa della
tristezza e della solitudine in cui era caduto. Mentre abbracciava e
cullava Mauro, decise che doveva reagire, perché questa volta sarebbe
toccato a lui di aiutare Mauro.
      Per questo gli infilò il naso sotto l'ascella:
      "Ti va di fare la doccia? È che non ti sei lavato dopo la partita
e... puzzi un poco" mentre parlava così, faceva finta di
soffocare. Sperava, con questa sua uscita, di distrarlo dai pensieri che lo
tormentavano.
      "E tu ti sei lavato?" anche Mauro non chiedeva che di pensare ad
altro "Puzzi anche tu. Anzi, tu sei molto peggio, perché puzzi come la
carcassa di un elefante ventuno mesi dopo la morte."
      "E perché 'ventuno mesi'?"
      "Boh! T'interessa saperlo?"
      "No!"
      "Dai, andiamo!"
      S'infilarono di corsa nel bagno e furono presto, uno di fronte
all'altro, nudi ed eccitati.
      Mauro prese la mano sofferente di Niki e la baciò, la lambì,
l'accarezzò. La sentì palpitare, mentre la sfiorava con le
labbra. Succhiò ogni dito fino a riempirla di saliva e poi se la passò
sulla faccia. Facendola scendere verso il sesso, si fece sfiorare da quelle
dita calde, che sentiva pulsanti di dolore. I loro sguardi si incrociarono
e Niki strinse gli occhi in un'espressione di dolore.
      "Mi fa male" disse in un soffio.
      Mauro baciò ancora la mano ferita, poi si abbassò, fino a
sfiorare con le labbra il sesso di Niki.  Cominciò a muoversi lungo
l'asta, l'accolse in bocca, insinuò la lingua sotto la pelle, sul glande
e sentì che Niki tratteneva il fiato.
      Avevano ormai acquisito una tale coscienza del corpo del compagno
che, quando facevano l'amore, riuscivano a vibrare insieme, conoscendo le
reazioni dell'altro ad ogni movimento e sollecitazione.
      Niki assecondava tutti quei movimenti. Mauro alzò lo sguardo e lui
gli fece lentamente di si con la testa, sospirò. Ripresero a
muoversi. Mauro l'accarezzò sulle gambe, insinuò le dita fra le
natiche, muovendosi così finché non raccolse in bocca il seme che
Niki non aveva saputo più trattenere.
      Prima sentì le sue mani spingergli la testa contro il ventre, poi
accompagnò i movimenti con cui Niki si calmava. Allora si appoggiò
contro di lui, abbracciandolo ai fianchi. Si strinse a lui e s'alzò,
strisciando sul suo corpo, pelle contro pelle. Niki gli cercò la bocca,
la baciò e poi scese per la stessa strada per cui l'altro era appena
salito, facendo quello che Mauro aveva appena fatto a lui, fino a dargli lo
stesso piacere che gli aveva appena regalato.
      Dopo si baciarono, scambiandosi il sapore che avevano raccolto
dall'altro.

      A scuola sapevano già della loro avventura: la voce si era sparsa,
come la mamma di Mauro aveva previsto e temuto, quando Arleen glielo aveva
raccontato per telefono la sera precedente. Ciò che era avvenuto durante
la lezione di greco, proprio il giorno prima, era ancora troppo recente ed
anche per questo nessuno parlò, almeno fra i compagni di classe.
      Anche Giacomo e gli altri erano preoccupati. Conoscendo i fatti, ne
avevano capito la pericolosità per i loro amici. Da quando Mauro li
aveva messi a parte del 'segreto', loro non pensavano che al modo di farlo
rientrare nel loro gruppo, per fare che lui, assieme a Niki, tornasse ad
essere il compagno che tutti conoscevano. Lo slancio che li animava era
certamente sincero, ed era dettato soprattutto dall'amicizia e dall'affetto
che avevano nei confronti di Mauro. Quello che non capivano, e che non
potevano sapere, era che forse quei sentimenti non sarebbero stati
sufficienti a far sentire i due ragazzi a proprio agio nel loro gruppo, né
immaginavano quanto grande sarebbe stato l'imbarazzo che loro stessi
avrebbero provato verso Mauro e Niki ogni volta che si fossero ritrovati
insieme.
      Quella stessa mattina furono i ragazzi più grandi, quelli che
frequentavano l'ultimo anno, tutti compagni di classe di Michele, ad avere
un atteggiamento ostile nei confronti di Mauro, cui capitò di subire
quell'offesa. Gli accadde di entrare nel gabinetto della scuola poco prima
dell'intervallo e di trovarne alcuni che confabulavano. Alla sua
apparizione quelli tacquero immediatamente ed uno del gruppo mormorò
qualcosa, suscitando l'ilarità degli altri. Mauro non gli fece caso ed
andò a mettersi davanti ad uno degli orinatoi.
      "Ehi! Hai sbagliato cesso. Qui si piscia in piedi!" gli gridò
dietro lo stesso ragazzo che aveva parlato prima.
      Mauro ebbe un tuffo al cuore, ma riuscì a controllarsi e, senza
voltarsi, gli rispose con voce calma: "E tu, come al solito, ti sei
dimenticato con quale parte del corpo si piscia!"
      La risposta gli era salita alle labbra senza che lui sapesse
spiegarne la provenienza. Veniva forse da un recesso della sua mente con
ancora tanta rabbia per tutto quello che era accaduto durante il giorno
precedente, un angolo in cui c'era la sua ribellione verso chi voleva
spingerlo con Niki in un angolo e bollarli per una diversità che
riguardava solo loro due. Ma si sentì davvero soddisfatto per avere
risposto così bene a quello sciocco. E se ne sarebbe sentito tanto
orgoglioso da correre a raccontarlo a Niki ed agli altri amici, se
contemporaneamente non avesse provato un enorme disprezzo per
quell'omuncolo e per i suoi compagni.
      Finì d'orinare con calma e si voltò. Riabbottonandosi i jeans,
guardò verso il gruppo dei ragazzi.
      La sua battuta aveva avuto effetto e Mauro raccolse qualche occhiata
di sportiva ammirazione per come aveva saputo mettere a posto quel
prepotente. Qualcun altro, invece, abbassò lo sguardo. Si avvicinò al
ragazzo che l'aveva insultato e che era parecchio più basso di lui, ma
gli passò solo davanti, poi uscì tornandosene in classe e cancellando
quell'episodio dalla sua vita. Prima di farlo, poté solo sperare che per
loro ci fosse un po' di tregua, di non dovere subire troppo presto altre
umiliazioni come quella e si augurò che non capitasse mai a Niki di
patirne.
      Durante l'intervallo Giacomo, Enrico, Alex ed Eugenio li
circondarono, quasi per difenderli dalla curiosità degli altri, e si
fecero raccontare tutta la storia.
      "Hai fatto bene! Dovevi dargliene di più, molte di più" Giacomo
era furente e non riusciva a nascondere la voglia che aveva di menare le
mani contro gli ex compagni di squadra di Mauro e Niki "Dovremmo cercare
quello stronzo e dargli una lezione!"
      "Non dire stronzate!" lo rimproverò Alex che veniva considerato un
esperto di arti marziali, anche perché aveva il fisico del lottatore. Ed
aveva abbastanza buon senso per capire che quella dello scontro fisico non
era una strada da seguire. "E poi quello lì, ci starà certamente
lontano. Se i pugni che gli hai dato sono come quelli che per scherzo ci
scambiamo fra noi, non credo che rischierà d'incrociarti per strada.
Sempre se dovesse vederti in tempo!"
      Risero tutti e i progetti di vendetta di Giacomo furono accantonati,
ma Mauro era ancora sconvolto per quello che era capitato e cercava di
spiegarsi con gli amici: "Giacomo io non avevo mai fatto a botte con
nessuno: fra noi non è mai capitato. Non voglio che una cosa del genere
possa accadermi ancora" poi aggiunse a voce più bassa "perciò non
giocherò mai più a pallone!"
      Tutti lo guardarono senza comprendere: era impensabile che Mauro
avesse deciso una cosa simile.
      "Non può essere. E perché?" gli chiesero insieme.
      "Fare a botte è stato così brutto. Ieri sera ho avuto davvero
paura! E poi non ce la farei a giocare ancora con quelli. Ci hanno cacciati
perché hanno capito di noi. Ho promesso di non giocare più e non me
ne pento."
      "E non verrete più con noi? Neppure qualche volta?" gli chiese
Enrico.
      Giacomo gli mise un braccio sulle spalle: "E chi credi che possa
saltare per recuperare il pallone se finisce in qualche barca? E se poi
dovesse finire in mare? Chi riuscirebbe a capire da che parte va la
corrente per andare a recuperarlo? Non possiamo giocare senza di te" lo
diceva e sorrideva.
      "No, assolutamente!" anche Eugenio cercò di convincerlo "Mauro, a
noi non importa quello che vi piace fare. Davvero!"
      Ancora una volta quei ragazzi gli stavano dimostrando che la loro
amicizia era davvero incondizionata, pensò Mauro, e questo lo rasserenò
molto e un po' lo commosse. Trasse una gran tranquillità d'animo dalla
solidarietà che i Cavalieri stavano dimostrando a lui e a Niki. I loro
amici erano persone normali: Mauro se lo ripeteva in ogni momento, ma
quell'offerta d'aiuto, quel conforto così sincero ed immediato erano
davvero straordinari e servirono ad allontanare dai suoi pensieri il
ricordo così doloroso della sua decisione di non giocare più,
l'incidente di poco prima con i compagni di classe di Michele e, almeno in
parte il rimorso per la sofferenza che aveva procurato a Niki.
      E per Niki i segni di quell'amicizia erano ancora, in qualche modo,
indecifrabili, perché, spiegò a se stesso, fino allora non aveva mai
avuto amici, ma soltanto un cugino che era come un fratello, che per un po'
si era trasformato in amante. Poi aveva incontrato una persona che era
diventata il suo compagno. Questi invece erano semplicemente degli amici, i
suoi primi amici. Doveva quindi imparare da loro le regole della
solidarietà, in modo da comprenderne il calore e l'affetto, senza per
questo fraintenderli, trovandosi poi, come gli era accaduto qualche volta a
credere di amarli. Niki, finalmente appagato dalla presenza di Mauro nella
sua vita, aveva scoperto di poter guardare a dei ragazzi, a degli uomini
senza desiderarne i corpi.  Riusciva insomma ad essere amico di qualcuno,
senza fantasticare sulle forme nascoste sotto i suoi vestiti: nella sua
mente si stava finalmente creando una nuova categoria di rapporti umani.
      Ma c'era troppo entusiasmo nelle parole dei Cavalieri, nei pensieri
di Mauro e finanche nelle riflessioni di Niki. Nessuno di loro poteva
saperlo o immaginarlo, ma quei due erano ormai su una zattera che si
allontanava irrimediabilmente dalla grande nave, sulla quale i Cavalieri
avrebbero continuato a vivere. La corrente li avrebbe presto portati troppo
lontano dai loro amici, perché potessero parlarsi ancora.
      Nessuno lo sapeva, né l'immaginava. Solo Niki, forse, ma spiegava
quella premonizione per la scarsa fiducia che nutriva per l'amicizia.

      Appena usciti da scuola corsero a casa di Mauro. La mamma non era
ancora rientrata da scuola e c'era solo il papà ad accoglierli. Li
abbracciò, ma non fece domande, poi parve accorgersi della fasciatura di
Niki.
      "E la tua mano come va?"
      "Non ci sono fratture, ma solo un'infrazione ad una falange. Dovrò
portarla fasciata per due settimane."
      "Così avrà una buona scusa per non lavarsi le mani per quindici
giorni" commentò Mauro, ridendo.
      Il papà tornò a sedersi alla scrivania che era stata di suo
padre e di suo nonno, e tentò, con lo stesso movimento che Niki aveva
visto fare a Mauro mille volte, di ravviarsi i capelli bianchi e lunghi, un
po' ribelli, che gli coronavano il capo. Suo figlio aveva gli stessi
capelli e Niki provò ad immaginare Mauro con la chioma candida, seduto
quella stessa scrivania, giunta ormai alla quarta o alla quinta generazione
di proprietari. Pensò a Mauro tra cinquanta o cento anni e vide anche se
stesso accanto a lui.
      Il professore guardò i due ragazzi e cominciò a
parlare. Com'era sua abitudine, e Niki capì da chi Mauro l'avesse
presa. Cominciò a raccontare una storia che forse non era del tutto
vera, ma che a Niki parve subito molto bella. Riconobbe in quell'uomo la
dote che tanto ammirava in Mauro, la capacità e il piacere di raccontare
e di affabulare.
      "Quando ero militare, una mattina, fui comandato di piantone. Mi
toccava scopare e lavare per terra la camerata, oltre a sorvegliarla per
tutta la giornata. Era una bella noia, ma anche un modo per starmene per
conto mio, nascosto da qualche parte, a leggere e a studiare. Credevo di
essere proprio solo, invece, in una delle brande dell'ultima camerata vidi
che c'era ancora un ragazzo, un soldato che aveva detto d'essere ammalato e
quindi aveva avuto il permesso di non alzarsi. Sentii che piangeva e mi
avvicinai al suo letto.  Forse non avrei dovuto impicciarmi, ma gli chiesi
perché lo stesse facendo.
      "Non vi ho detto che quello era un tipo un po' singolare: aveva modi
un po' effeminati e la maggior parte dei soldati lo chiamava nei modi che
potete immaginare ed anche di molto peggiori. Era che lui si muoveva in un
modo un po' particolare, in certi momenti sembrava proprio una donna e,
naturalmente, era diventato lo zimbello di quasi tutti. Quel poveretto era
costretto a subire continuamente scherzi ed insulti anche pesanti."
      Si accorso che i ragazzi lo guardavano spaventati e lui si affrettò
ad aggiungere: "Ragazzi, trent'anni fa era diverso... adesso sono cambiate
molte cose!"
      Poi riprese a raccontare: "Lui mi guardò e disse: 'Me la sono
fatta addosso: sono tutto bagnato. Mi sono pisciato nel letto' e finì
quasi gridando verso di me, che me ne stavo imbambolato a fissarlo. Cercai
di aiutarlo e gli dissi: 'Forza: alzati, asciugati. Se vuoi, ti aiuto a
cambiare il letto e il materasso. Tu vai a lavarti'.  Ma lui non si
mosse. Se ne stava tutto raccolto sotto la coperta. 'Ti aiuto io' e gli
tesi la mano per aiutarlo ad alzarsi. Ero fra i pochi che non l'avevano mai
preso in giro, perciò si fidò di me, ma forse aspettava solo che
qualcuno gli mostrasse un poco d'amicizia.
      "L'accompagnai nei bagni e, prima che potessi andarmene, lui cominciò
a spogliarsi e a guardarmi in un modo che a me parve strano. Eravamo
completamente soli in quella zona dei bagni, in fondo ad una serie di
camerate. Nessuno sarebbe mai venuto da quella parte per almeno un paio
d'ore: lo sapevamo bene. Lui era un ragazzo di diciannove anni ed era
bello. Lo notai improvvisamente, mentre mi fissava. Mi guardava in un modo
che in quel momento non sapevo spiegarmi, anche se sarebbe più giusto
dire che non volli capirlo, perché io avevo già ventitre anni ed ero
abbastanza grande per immaginare che mi stava offrendo qualcosa, mi stava
invitando.
      "Io ebbi paura e feci finta di non accorgermi del suo sguardo e di
non comprendere la proposta che mi stava facendo. Ero terribilmente
imbarazzato e cercai soltanto di essere gentile con lui. Gli sorrisi e
scappai via. Ma, se non lo toccai come avrebbe voluto, come, con gli occhi,
continuava a chiedermi di fare, fu perché non avrei saputo spiegarlo a
tua madre, perché me ne sarei molto vergognato.
      "Nei giorni seguenti, però, pensai che forse mi sarebbe piaciuto
provare a fare ciò che lui mi aveva chiesto con quello sguardo. In ogni
caso, quel ragazzo non finì il servizio militare. Una settimana dopo gli
fecero scrivere di suo pugno, pensate che non sapeva quasi scrivere, una
dichiarazione sul suo foglio matricolare: 'Io sottoscritto, dichiaro di
essere omosessuale dalla nascita'. C'era scritto proprio così, lo lessi
qualche mese dopo. Lo mandarono in ospedale, lo fecero partire di nascosto,
di notte, come se fosse un appestato: penso che subito dopo l'abbiano
riformato.
      "Ragazzi, questa è la mia esperienza gay. Come si dice adesso. E
voi siete i primi cui la racconto.  Quando lo saprà tua madre si farà
una bella risata. Ve ne ho parlato perché volevo che sapeste, anche se
certamente un'idea dovreste già averla, che nella vita degli uomini non
esistono le linee rette e che si può sempre curvare, in qualunque
momento. Qualche volta, da tutte le convinzioni, da tutte le idee, da tutte
le fedi, si deflette" e sull'ultima parola accentuò drammaticamente la
voce "Voi però ricordatevi anche che spesso chi vi disprezza desidera
per se stesso quello per cui vi dispregia" aveva concluso, come sempre,
scegliendo accuratamente le parole e con quel tono teatrale che Mauro
adorava e che lo commuoveva sempre.
      "Papà, credi che anche noi potremmo fare la fine di quel ragazzo,
cioè che potremmo subire quegli scherzi cattivi? Credi che potranno
prenderci in giro?"
      "No. No, se vivrete tranquillamente la vostra vita. È
l'ostentazione a generare il fastidio e l'invidia. Voi due vi
amate. D'accordo, per voi è bellissimo. È certamente una cosa
eccezionale. Però ricordatevi che quasi tutti i vostri compagni sono
ancora alla ricerca dell'amore, qualche ragazza o anche qualche ragazzo
potrebbe essere innamorato di uno di voi. Il vedervi così affiatati,
avervi sotto gli occhi tutti i momenti, vedere che vi guardate e vi tenete
per mano e vi vorreste baciare, potrebbe provocare in qualcuno invidia e
risentimento. E, poiché il vostro rapporto non è normale, nel senso
che non è omogeneo a quello che fa la maggioranza, cioè a quello che
ci si aspetta che due ragazzi della vostra età facciano, potreste
esporvi alle reazioni ed agli scherzi anche pesanti. È per questo che
dovrete essere prudenti, ma stando sempre attenti a non essere ipocriti.
      "Vivete la vostra vita, questo è un diritto intangibile. Penso che
i mezzi intellettuali non vi mancheranno, anche se credo che la vostra
esistenza sarà una continua sfida alle vostre intelligenze."
      "Lei ha parlato come un filosofo."
      "È che io amo la vita, e la mia vita siete voi, ragazzi" si alzò
e andò ad accarezzare Niki.
      "Allora lei è potenzialmente... Mi scusi se glielo chiedo: lei
potrebbe scoprirsi gay?" Niki era un po' arrossito.
      "Si, come tutti gli altri. Stai attento: non sto cercando d'occultare
la mia esperienza nella massa.  Quando dico 'come tutti gli altri', intendo
che a tutti può essere capitato, almeno una volta, di sentirsi attratti
da persone del proprio sesso. Mi riferisco naturalmente a persone che
abbiano, come voi, almeno superato l'età dei giochi. A tutti potrebbe
essere capitato e tutti poi hanno rimosso quel ricordo, come è accaduto
per me. Ma la vostra storia mi ha fatto tornare in mente quell'episodio. E,
badate, quando quella faccenda è accaduta, io ero fidanzato con mia
moglie da otto anni e non avevo mai avuto dubbi su quali fossero i miei
desideri."
      "Allora lei pensa che anche mio padre, mia madre, sua moglie abbiano
avuto nella loro vita qualche momento in cui potevano dirsi... come noi."
      "Si, e la cosa potrebbe essere stata dimenticata oppure oscurata,
perché legata ad un ricordo sgradevole, magari è considerata
vergognosa: in ogni caso, molto probabilmente c'è stata."
      "Ed anche a noi potrebbe capitare di provare attrazione per una
donna?" chiese ancora Niki che per la prima volta era sfiorato da quel
pensiero.
      "Naturalmente!"
      Ed anche se la sua faccia esprimeva tutto il suo scetticismo per
quella prospettiva, si affrettò a concordare col papà di Mauro:
"Quello che ci ha rivelato, ci consentirà di guardare tutti in modo
molto diverso."
      "Ne sono convinto, Niki."
      Anche Mauro si sentì rasserenato e fortificato dal discorso e
dalle conclusioni di suo padre.

      La mamma, che era una donna molto pratica, appena tornò a casa,
per prima cosa, si accertò che i due ragazzi non avessero subito danni
fisici nello scontro del giorno prima, oltre quelli già annunciati da
Arleen. Soddisfatta dall'esito dell'esame, spostò la sua attenzione ai
danni psicologici che potevano esserne venuti, ma si rasserenò subito
anche su quest'aspetto, perché, mentre Niki le spiegava la storia, senza
la dovizia di particolari con cui l'aveva già raccontata a sua madre,
lei notò che Mauro era tranquillo e per nulla intimidito dalla
situazione che s'era creata. Lo conosceva abbastanza per capire che
quell'episodio l'avrebbe solo reso più determinato nel perseguire i suoi
obiettivi e riconobbe, nella serenità di Niki, la stessa risolutezza,
tanto che le venne da chiedersi chi dei due, volendolo, potesse realmente
condizionare l'altro.  Continuò a guardarli e si chiese quale dei due
fosse il più debole, anche se le parve più corretto cercare il più
forte, visto che sia Mauro sia Niki le parevano di indole, a dir poco,
coriacea.
      Sapeva, aveva compreso da qualche osservazione di suo figlio, che
Niki piangeva spesso, forse perché era ancora troppo vicina la morte di
Stephan, forse perché era più sensibile o soltanto meno forte di
carattere di quanto non fosse Mauro che non piangeva da quando era accaduto
qualcosa che non riusciva più a ricordare, per quanto tempo era
passato. Anzi, le pareva quasi che Mauro non avesse mai pianto.  Aveva
anche osservato in quale modo Niki guardasse Mauro e quanto facilmente i
suoi occhi si facessero lucidi quando li posava sul compagno. Ed anche
Mauro rivolgeva a Niki solo sguardi affascinati e sognanti.  Aveva notato,
infine, che suo figlio pendeva dalle labbra di Niki per qualunque
decisione, così come Niki non s'esprimeva mai, su nessun argomento, se
prima non aveva consultato Mauro con gli occhi.
      Chi fosse più testardo e perseverante dei due, insomma, chi fosse
il più forte, restava un bel mistero, né le pareva che per i ragazzi
questo avesse molta importanza. Quindi non doveva averne per lei, si ripeté
per l'ennesima volta. In fin dei conti, Mauro qualche giorno prima, le
aveva parlato di come si sentisse ormai la metà di un nuovo essere,
generato dalla sua unione con Niki. Gliela aveva raccontata, come sapeva
fare lui, come se fosse stata una storia di fantascienza, ma lei aveva
capito che suo figlio non scherzava e non stava inventando altro che una
metafora con cui spiegare i propri sentimenti. E la risposta al suo dubbio
poteva essere proprio quell'idea stravagante di un'unica mente e di due
corpi, come in una delle storie che a gli piaceva tanto inventare, quelle
che, quando erano più piccoli, raccontava ai suoi amici Cavalieri,
spaventando a morte gli altri e soprattutto se stesso.

      Niki, naturalmente, rimase a pranzare a casa di Mauro.
      Per il giorno dopo c'era in programma il compito in classe d'italiano
e svolsero molto velocemente i pochi compiti che avevano da fare.
      "Non credi che questa sarebbe la giornata adatta per quella cosa che
mi hai promesso di fare tanto tempo fa?"
      Mauro capì subito a cosa si riferisse Niki e fu felice perché
quella gli parve proprio una bell'idea.
      "D'accordo! Perché oggi è una giornata speciale: è
l'equinozio di primavera! È un giorno magico.  Però, prima dovrò
chiedere qualcosa a papà!"
      E se ne andò, lasciandolo in cucina, senza dargli
spiegazioni. Tornò subito dopo: "Adesso dammi il tuo portafogli, per
favore."
      Niki, sempre più incuriosito, glielo porse, ma si guardò bene
dal fargli domande.
      "Adesso possiamo andare!" concluse Mauro enigmaticamente,
restituendoglielo dopo averci guardato dentro.
      Era una bella giornata, piena di sole e non faceva più molto
freddo. Decisero perciò di andare alla villotta con il motorino. Mauro
cercava quasi di nascondere un pacchetto che teneva sotto il braccio. A
Niki parve che contenesse un libro o qualcosa della forma e delle
dimensioni di un libro.
      S'introdussero nella villotta nel solito modo e Mauro lo guidò
subito verso il giardino chiuso. L'edicola era come al solito completamente
in ombra e il rivedere l'edera procurò a Mauro il consueto brivido,
trasmesso, per questa volta, anche a Niki che già tremava d'una emozione
molto diversa. Sapeva bene che, quanto stavano per fare, non era niente più
che un gioco, ma si sentiva ugualmente commosso e turbato, come se stesse
davvero recandosi davanti ad un altare per celebrare le proprie nozze.
      Mauro se lo tirò dietro fino allo scalino davanti all'edicola e
gli si pose davanti, in modo che entrambi dessero il fianco alla
statua. Finalmente tirò fuori il libro dall'involto e svelò una parte
del mistero: era 'Les amitiés particulières'. Lo posò sullo
scalino. Sentiva il cuore battergli violentemente e gli tremavano le mani:
era proprio emozionato. Fissò Niki e vide che anche lui aveva il fiato
corto. Per il freddo preso con la corsa in motorino, le sue guance si erano
arrossate e le labbra s'erano fatte tese, più sottili. Mauro allora non
seppe resistere all'impulso di riempirgli la faccia di baci.
      Quella dimostrazione d'affetto riuscì a calmare il tremore di
entrambi, facendoli sorridere.
      Una volta tornato serio, Mauro si dispose a parlare con la sua voce
più solenne, quella che, secondo Niki, diventava ogni giorno più
simile alla voce del padre. Erano davanti alla cappellina, commossi e
intimoriti da quello che stavano per fare.
      "In questo punto, dove si concentrano tutte le forze del bene e del
male, noi siamo al centro delle Sette Torri. Qui, davanti alla porta del
mondo misterioso, si incontrano l'amore e il peccato. E noi, che abbiamo
finora vissuto la nostra passione nella colpa" a Niki venne da ridere, ma
riuscì a fermarsi, perché Mauro gli pareva serissimo "Noi ora
giureremo uno all'altro di amarci per sempre" e gli stampò un bacio
sulla guancia, un bacio, questa volta, molto più solenne e rituale.
      Lo guardò fisso e gli prese le mani con delicatezza, attento a non
stringere troppo la mano ferita, poi accennò al libro: "Quello è il
mio pegno d'amore ed è il mio dono di nozze: se non l'avessi letto, ora
forse non sarei qua. Ma ora voglio il tuo, lo hai nel portafogli!"
      Niki comprese subito, perché il sorriso di Mauro l'aiutò a
capire: "È la mia chiave!"
      S'affrettò a tirare fuori la piccola chiave del lucchetto. Proprio
quella chiave, quella della sua bicicletta, la chiave con cui, come diceva
Mauro, insieme avevano aperto le porte del paradiso. Niki la posò sul
libro e tornò a farsi prendere le mani.
      "Ci scambieremo questi pegni e resteremo uniti nella vita e nella
morte" Niki fece un movimento brusco che non sfuggì a Mauro, perché
quella parola gli evocava ancora troppa sofferenza "anche nella morte,
amore mio, perché anche allora nulla ci dividerà. Quando accadrà,
noi decideremo cosa fare."
      "Ma io so già cosa farò!"
      "Anch'io, ma non voglio dirlo!" fece ancora di no con la testa e
continuò il suo giuramento: "Noi resteremo uniti nella vita e nella
morte. Giuro che sarò sempre accanto a te e, dovunque tu andrai, io ti
sarò vicino. Ti amerò sempre, come è stato fin dal primo giorno in
cui te l'ho confessato e cercherò di non farti mai soffrire. Lo farò
con tutte le mie forze e perdonami se qualche volta non ci riuscirò."
      Dicendo queste ultime parole s'inginocchiò davanti a lui e gli
baciò le mani. Allora anche Niki si abbassò fino a guardarlo negli
occhi.
      "Giuro che ti amerò, in ogni momento della mia vita e della tua,
fino alla morte ed anche oltre, perché se toccherà a me di seguirti,
io giuro che ti seguirò ovunque tu andrai..."
      "Niki! No..." ma Niki già pronunciava le parole che Mauro non
voleva ascoltare.
      "...in modo che nulla, mai, possa dividerci. Nella vita e nella
morte!"
      Anche Niki gli baciò le mani, poi se ne stettero fermi, uno
davanti all'altro, a guardarsi negli occhi, a leggere la sincerità
assoluta di quella promessa.
      Mauro era il più spaventato da quello che d'impulso si erano
promessi. Inginocchiati sul tappeto di edera, di fronte alla Madonnina, con
il capo inchinato in adorazione della divinità che era nel proprio
compagno: insieme nella vita e nella morte, a prezzo delle proprie vite. Si
sentiva colpevole, perché quella promessa terribile era nata da una sua
idea. Era davvero pentito di averla avuta, di aver pronunciato quelle
parole.
      "Niki, io voglio che tu viva. Non accetto la tua promessa!"
      "Io vivrò un milione di anni accanto a te e poi tanti altri
ancora, ed anche per te sarà così! Ne sono certo. Ma... credi davvero
che potrei restare senza di te?"
      Mauro l'abbracciò stretto, ancora scosso dal giuramento.
      "Noi vivremo e continueremo ad essere felici, come siamo ora" mormorò
a Niki in un orecchio.
      "E tu mi stringerai sempre e asciugherai le mie lacrime."
      Niki era commosso e una lacrima sfuggì davvero dai suoi occhi:
Mauro avvicinò le labbra a quelle stille che erano di gioia e commozione
e le bevve, poi prese la chiave e la strinse fra le dita:
      "La metterò nel cofanetto della 'Lucia di Lammermoor', fra i
dischi del secondo atto."
      Niki sapeva che Mauro si riferiva ad una vecchia incisione a
settantotto giri, che era stata di suo nonno e comprese che, posta in quel
luogo, la chiave sarebbe stata nel santuario più venerato dal suo
compagno. Anche lui prese il libro e ne baciò la copertina: "Questo
invece resterà sempre con me. Ma dovrò imparare meglio il francese,
se vorrò leggerlo."
      Si rialzarono e se ne andarono felici. Con quel giuramento si erano
uniti in un matrimonio tanto sacro, quanto più avrebbero considerato
sacra la persona alla quale ciascuno si era unito. Avevano giurato per la
vita e per la morte.

      Il compito in classe d'italiano era un rito che al ginnasio veniva
celebrato con una certa solennità. Lo svolgimento del tema era un
appuntamento periodico molto importante della vita scolastica e per i
ragazzi, oltre che un esercizio di composizione, era l'occasione di
razionalizzare pensieri e spesso anche sentimenti.  Niki vi si lasciava
raramente trascinare. Svolgeva i temi sempre con un certo distacco e
scegliendo in ogni caso gli argomenti meno coinvolgenti sul piano
personale. Era ormai abbastanza esperto nel mimetizzare la propria
particolare sensibilità e quel piccolo esercizio di ipocrisia non gli
costava molta fatica. E lo scrivere in italiano, per lui che, il più
delle volte, pensava in inglese, era un'ulteriore meditazione cui poteva
sottoporre le proprie idee, prima di comunicarle attraverso la
composizione.
      Mauro, invece, era incapace di resistere alla voglia di comunicare
idee e sentimenti, soprattutto perché amava molto scrivere. E questo era
certamente un tratto caratteristico della sua natura. Era quasi vitale per
lui trasformare in parole ogni emozione, sia che dovesse parlarne, sia che
avesse l'occasione di scriverne. Nei mesi in cui aveva dovuto dissimulare
l'affetto, le emozioni, la tenerezza che sentiva crescergli dentro, aveva
molto sofferto per impossibilità di comunicare a qualcuno quei
turbamenti. Niki l'aveva soccorso e si era offerto di ascoltarlo in ogni
momento e lui l'amava anche per questo. Si erano sottratti uno con l'altro
a due diverse solitudini e questo era davvero un buon motivo per volersi
bene.
      Fu proprio facendo un pensiero come questo che quel giorno, quando
l'insegnante di lettere, con la solennità che era dovuta al momento,
dettò le tracce, Mauro scelse tra i temi proposti, quello che più gli
consentiva di scrivere liberamente dei propri sentimenti. La traccia,
piuttosto vaga, recitava 'Tutte le persone importanti della mia vita' e, se
Niki si guardò bene dal lasciarsi coinvolgere da un tema così
compromettente, lui lo svolse senza esitazioni e con la massima
sincerità. Credeva di volere e finalmente di potere scrivere di Niki e
del loro rapporto.
      La proposta di quel tema era giunta subito dopo la brutta giornata
che avevano vissuto. Quegli avvenimenti che pure l'avevano turbato, non
avevano fatto altro che fortificarlo nell'opinione che ormai fosse venuto
il tempo per comportarsi in modo coerente e quindi non nascondersi
più. Come aveva suggerito suo padre: essere se stessi, senza
ostentazione. Potevano e dovevano parlare tutte le volte in cui era
necessario, perché gli altri, sapendo di loro, li accettassero oppure,
almeno li sopportassero. Perciò scrisse apertamente di sé e di Niki,
soprattutto di quanto lo amasse e se ne sentisse amato.
      E se in quel liceo lo svolgimento del compito di italiano era
un'occasione quasi solenne, quella liturgia aveva, qualche giorno dopo, una
conclusione non meno rilevante: era tradizione che, il giorno in cui
l'insegnante di lettere riportava i compiti corretti, un tema, scelto tra i
migliori, fosse letto ad alta voce e talvolta anche commentato in
classe. Nella quinta 'B' il tema prescelto era quasi sempre quello svolto
da Mauro e quel sabato mattina, appena entrata, la professoressa lo chiamò
alla cattedra.
      "Mauro, ho letto il tuo tema e mi è piaciuto" gli disse sottovoce,
in modo che gli altri non ascoltassero "Parlavi anche di Niki, non è
vero?"
      Mauro le sorrise.
      "Vorrei che tu lo leggessi in classe, ma credo che prima tu debba
pensarci bene. Decidi pure liberamente. Mi pare che l'argomento sia
piuttosto delicato e se tu non vuoi, ne leggeremo un altro."
      La professoressa era a conoscenza della loro storia ed anche degli
episodi di qualche giorno prima e non voleva mettere ulteriormente in
imbarazzo il ragazzo, ma Mauro ci pensò solo un secondo, poi assentì
vigorosamente:
      "Vorrei leggerlo ugualmente! Penso che molti abbiano già capito di
noi e..." esitò, temendo di offendere la sensibilità dell'insegnante
"anche se il giudizio degli altri è importante, noi due vogliamo
soltanto essere noi stessi! Io... credo sia meglio che tutti lo sappiano e
questa è davvero una buona occasione!" le rispose risoluto.
      "Va bene. Leggilo pure" e l'accarezzò sulla guancia.
      Dopo la distribuzione dei compiti e qualche commento, l'insegnante
chiamò Mauro a leggere il suo tema. Il ragazzo si alzò, tirò il
fiato e si guardò intorno: pensò che, alla fine della lettura, molte
cose sarebbero cambiate. I loro rapporti con tutti gli altri compagni,
forse, sarebbero stati diversi. Sapeva quanto le voci e le mezze parole
fossero spesso, e in un argomento come la loro diversità e l'amore che
provavano uno per l'altro, molto più accettabili della verità
svelata. È sempre l'evidenza della realtà quella che fa più
male. E quella non era un'idea di suo padre, ma una convinzione che aveva
acquisito vivendo quei mesi d'amore segreto, furtivo, ma tanto
affascinante. Guardò Niki che conosceva già il contenuto del tema
perché lui gliene aveva parlato. Non aveva voluto leggerglielo, sperando
di farlo in un modo molto speciale: appunto davanti a tutti. Vide la sua
mano, ancora fasciata, ed ebbe una stretta al cuore, ne trasse un motivo in
più per incominciare a leggere.

      "Le persone importanti della mia vita sono state i miei genitori, i
miei fratelli e i miei compagni di giochi e di scuola. Con loro sono
cresciuto, ho fatto tutte le mie esperienze, ho pianto, ho riso. Dai miei
genitori ho imparato a camminare e a parlare. Per esempio non avrei mai
imparato a pronunciare correttamente le parole se non avessi ascoltato
qualcuno e avessi cercato di imitarlo, oppure non sarei sopravvissuto se i
miei genitori non mi avessero nutrito quando ero troppo piccolo per sapere
che non mangiando sarei morto.
      Io credo che la vita di un uomo sia scandita dai suoi incontri con
persone indispensabili, non solo per la sua vita sociale, ma per la sua
stessa sopravvivenza.
      I miei fratelli mi hanno insegnato tante cose, per esempio mi hanno
subito mostrato dove dovevo andare a nascondermi quando combinavo qualche
marachella e loro, per me, sono stati davvero importanti e indispensabili
anche per tutte le altre cose che mi hanno insegnato.
      Con gli amici ho imparato a giocare ed anche a perdere: se non avessi
avuto loro, ora non sarei leale ed onesto, come spero di essere. Gli amici
mi hanno fatto sempre ridere e ridere per un uomo è importante, con gli
amici si ride, ci si diverte e si cresce, anche se, quando si cresce, si
ride sempre meno, perché ci si chiede il motivo per cui lo si sta
facendo. E il saperlo fa smettere: questo però, oltre a sembrare uno
scioglilingua, è anche un altro discorso.
      Gli amici sono importanti, perché fanno capire che non si è
soli al mondo, quando si è quasi certi di esserlo" Mauro si fermò per
voltarsi verso Giacomo "Con gli amici si può dividere una gioia e
spartire un dolore, altrimenti che amici sono? Io ne ho avuti molti e sono
stati questi gli incontri più importanti della mia vita, perché i
genitori, i fratelli si incontrano per un fatto connesso alla propria
nascita: è inevitabile che per una persona i componenti della sua
famiglia siano importanti, ma gli amici uno se li fa e, se si rivelano
importanti, allora è davvero felice. Se trova dei veri amici, ha
realizzato uno degli scopi della vita che è, credo, quello di vivere
insieme agli altri, possibilmente facendo qualcosa per loro.
      Ma un essere umano non vive soltanto per avere semplici amici o
compagni di giochi, ad un certo punto della vita incomincia a cercare un
aspetto più completo dell'amicizia. Cerca l'amore! Il mio amore io l'ho
trovato fra i miei amici, dove non pensavo di poterlo trovare e in un modo
e in una forma in cui non avrei mai immaginato, si potesse presentare.
      Mi ero lentamente preparato a questo incontro, prendendo coscienza
che, in me, tutto stava cambiando. Anche il mio corpo mi inviava segnali
che spesso non sapevo interpretare, ai quali non sapevo dare
risposta. Credevo di dover aspettare ancora chissà quanto prima di
capire qualcosa di me e di tornare ad essere felice, ma non ho dovuto
cercare, perché quell'amore si è seduto accanto a me, mi ha preso per
mano e mi ha portato dove non avrei mai sognato di poter andare.
      Lui mi ha trovato ed io l'ho amato subito, perché aveva lo sguardo
triste."
      Ci fu un mormorio sommesso in classe e Mauro si chiese se quella
frase non fosse troppo esplicita per i suoi compagni, ma, si ripeté, il
suo amore per Niki sarebbe comunque stato scandaloso per la maggior parte
di loro e solo parlandone poteva sperare che, in qualche modo,
l'accettassero. Riprese a leggere fissando il suo pensiero su Niki e nessun
altro, perché, anche in quel momento, Niki era il centro di tutto.
      "Quell'amore è stato per me l'incontro più importante della mia
vita e non credo che in futuro potrò mai imbattermi in una persona come
quella di cui sono innamorato, anche se sono conscio che la vita ha in
serbo per me molte altre esperienze, di ogni genere.
      Da quando ho scoperto di amare, la mia vita è cambiata, è stata
un'esperienza che mi ha trasformato.  Nella mia vita ormai c'è un prima
e un dopo e sono netti, inconfondibili: com'ero prima, come sono ora, in
ogni aspetto di me.
      Perché prima ero io e solo io, ed ora sono soltanto la metà di
un altro essere. All'inizio di questa esperienza potevo anche pensare a me
come ad un mostro, alla metà di una nuova persona. Era come se
guardandomi allo specchio io vedessi un braccio, una gamba, un occhio, un
orecchio, metà di tutto, perché l'altra metà non ero io, non era
mio, ma della persona che amo.
      Ora io sono un 'visconte dimezzato' e questa incompletezza mi dà
un'intima, infinita felicità.
      Da quando amo, io vivo beato. Ricevo e do gioia.
      Assieme abbiamo affrontato e superato difficoltà che sono state
meno ardue. La tristezza che spesso ci è calata addosso, è stata meno
pesante. Finanche la morte che ci è passata vicino, è stata meno
terribile, perché avevamo avuto un salvacondotto dalla vita, perché
avevamo l'amore.
      È stato come se la vita ci avesse detto: 'Ehi, voi due, vi do
l'amore. Siate felici!', anche se io non credo davvero di meritare tutta
questa felicità.
      Quando siamo lontani, capita di rado, ma capita, non pensiamo che a
rivederci. Ci cerchiamo sempre.  Se stiamo insieme, i nostri sguardi si
incrociano continuamente, una mano cerca sempre l'altra, un braccio sfiora
sempre l'altro braccio. Quando siamo vicini non desideriamo mai di trovarci
in un altro posto. Perché siamo due metà, non scordiamolo.
      Io sono fiero del mio amore e lo difenderò sempre, davanti a
chiunque.
      Ci siamo giurati fedeltà nella vita e nella morte ed io sono certo
che presteremo fede a quella promessa solenne, anche oltre questa vita.
      Mi chiedo, infine, cosa possa avere fatto per meritare questo amore:
non ho risposte, né credo di essere speciale; penso solo che la nostra
felicità sia il frutto del caso, dei grandi numeri e spero che altri
possano provare quello che io provo."
      Mauro terminò la lettura, ma aveva ancora qualcosa da aggiungere
e, senza posare il foglio, fingendo di continuare a leggere, continuò a
parlare: "Qualche giorno fa ci sono accaduti due fatti. Il primo è stato
piuttosto spiacevole ed è avvenuto mentre giocavano al campo di
calcio. Lì ci siamo difesi, come continueremo sempre a fare. Abbiamo
soltanto affermato la nostra libertà che è un bene intangibile: noi
vogliamo solo sentirci liberi di essere noi stessi e lo faremo. Sempre!
      "L'altra cosa che ci è capitata è stata molto più bella:
abbiamo scoperto di poter contare sull'amicizia.  Temevamo di essere soli e
invece non è così. Abbiamo molti amici. Per noi è stato difficile
guardarci dentro e comprendere noi stessi, ciò che realmente
eravamo. Per questo capisco quanto sia complicato per i nostri amici ed è
per questo che io li amo ancora di più."
      Niki non aveva distolto un momento gli occhi da lui e Mauro gli
sorrise, risedendosi. Niki lo guardò ancora con occhi sognanti: aveva la
mano stretta in quella fasciatura che ora pareva essere diventata un pegno
d'amore. In classe c'era silenzio e Giacomo, seduto dietro di loro, mise
una mano sulla spalla di Mauro e gliela strinse forte. Enrico si voltò
per accarezzargli la mano. Vide Eugenio che gli sorrideva ed Alex che gli
faceva di si con la testa: erano loro gli amici di cui parlava e si sentì
felice.
      La professoressa scrutava i ragazzi cercando di cogliere le reazioni
a quelle parole così esplicite e così provocatorie nella loro
semplicità. Rimasero tutti in silenzio e l'insegnante parlando ruppe una
specie d'incantesimo:
      "Ho chiesto a Mauro di leggere il suo tema, perché conteneva
qualche concetto sul quale vorrei che tutti posaste la vostra
attenzione..."
      Parlò, senza che Mauro l'ascoltasse, perché la sua attenzione
era rivolta a Niki il quale, invece, guardava dritto davanti a sé. Era
apparentemente attento al discorso della professoressa, ma Mauro sapeva che
certamente si era perso inseguendo qualche pensiero che doveva essere
affascinante. Mauro si godeva così l'espressione del compagno.
      Mentre la professoressa parlava, in modo molto prudente, di
tolleranza verso chi ha idee e comportamenti diversi dalla maggioranza e di
quanto relativo possa essere il concetto di normalità, i suoi ragazzi
pareva che l'ascoltassero con attenzione e, sperava Mauro, con tanta
convinzione.
      Niki, invece, era in un mondo lontano, dove l'aveva condotto Mauro
con quell'atto d'amore: aveva detto di lui cose bellissime, cose che Niki
conosceva già, ma averle scritte, razionalizzate e soprattutto lette con
tanta serenità davanti a tutti, rendeva quel gesto ancora più
appagante.
      Aveva sognato un'altra volta di se stesso e di Mauro fra cento o più
anni, ancora innamorati come il primo giorno, quando era accaduto che
Mauro, risedendosi dopo l'interrogazione d'inglese, gli aveva stretto la
mano sotto il banco. Si sarebbero sempre cercati con lo sguardo e avrebbero
continuato a sfiorarsi. In quel sogno ad occhi aperti, vide se stesso
vecchio come il nonno e vide Mauro com'era adesso, seduto al banco accanto
a lui. Ma nel sogno sapeva che anche Mauro era vecchio e vedeva lui com'era
ora, seduto al banco del ginnasio, in un gioco di specchi e di età, per
un amore che Mauro gli aveva, ancora una volta, giurato eterno. E aveva
scelto di giurarlo davanti a tutti, dopo averlo fatto in quel rito segreto
di qualche giorno prima.
      Si riscosse dal sogno. Mauro era tornato ragazzo e gli aveva appena
fatto una domanda. Voleva sapere se, per quella sera, lui aveva voglia di
fare qualcosa con Giacomo e con qualche altro. Mauro aveva anche starnutito
mentre glielo chiedeva. Mauro era raffreddato.
      Erano già in intervallo e l'insegnante di lettere era andata
via. Doveva essere passato molto tempo e forse aveva davvero dormito,
perché si sentiva un po' spaesato, ma c'era Mauro accanto a lui. Mauro
che era stato bravo a scrivere tutte quelle cose e lui ne era estremamente
orgoglioso.
      Ma perché ora Mauro era raffreddato?


TBC

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