Date: Fri, 25 Jan 2013 23:54:35 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 8

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.

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Questo è l'ottavo dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.




Cap. 8	Gli amici



      Nel gruppo dei Cavalieri c'erano ragazzi e ragazze che frequentavano
la stessa scuola. Insieme avevano un grande problema che consisteva nel
cercare qualcosa di divertente da fare quando si incontravano, vale a dire
quasi ogni sera. L'allontanamento di Mauro, durante gli ultimi mesi, era
stato vissuto da tutti come una perdita, perché spesso la comitiva si
era mantenuta proprio sulle idee che venivano da quello che era certamente
il più fantasioso di loro.
      Ma, oltre al problema importante di come occupare il proprio tempo
libero, ognuno di loro aveva un assillo più urgente, un bisogno molto
più imperioso: era il chiodo fisso della propria soddisfazione sessuale.
Se alcuni, più fortunati o meno spontanei, parevano non soffrirne
apertamente e si mostravano meno tormentati, ciascuno era, in ogni caso,
alla ricerca di affetto, e magari d'amore. Al fondo di questo c'era,
com'era giusto che fosse per degli adolescenti, la ricerca di sé. Quasi
tutti, infatti, stentavano a raccapezzarsi: qualche anno prima l'aspetto
fisico di ciascuno di loro era tanto cambiato che c'era da non riconoscersi
guardandosi allo specchio, per non dire dei desideri derivanti da quei
mutamenti che erano sempre più definiti ed imbarazzanti, ma anche
seducenti e spesso irresistibili.
      Era questo particolare aspetto a rendere Mauro e Niki realmente e
definitivamente diversi da tutti i loro amici: essi avevano capito cosa
esattamente cercare e soprattutto l'avevano trovato. L'essersi affrancati
così presto ed in modo tanto netto dalla ricerca di un compagno,
dell'innamorato, ne faceva degli alieni fra i loro coetanei.
      L'allontanamento di Mauro, nei primi tempi, era stata considerato,
come una passeggera infatuazione per il nuovo amico, forse bisognoso di
conforto per le disavventure della madre. Era, infatti, nota a tutti la
gran bontà d'animo di Mauro e tutti pensarono che fosse solo una
sbandata giustificata oltre tutto dal viaggio in America, un'occasione che
nessuno avrebbe rifiutato. Al ritorno, dopo le feste di Natale, quando
tutti s'aspettavano che Mauro tornasse normale, cioè riprendesse a
frequentare il gruppo, era apparso chiaro che qualcosa era accaduto, perché
quei due avevano continuato nel loro rapporto esclusivo, senza degnare gli
altri neppure di uno sguardo. Dopo alcune illazioni mormorate a mezza voce,
fra i ragazzi era prevalsa una sorta di discrezione: si conoscevano tutti
da troppo tempo per pensare tanto male di uno di loro, oppure la natura
stessa dei pensieri che avrebbero potuto fare era considerata come
un'ipotesi troppo ingiuriosa nei confronti di Mauro che era stato quindi
collocato in una specie di limbo, nell'attesa che, una volta rinsavito,
tornasse nell'ambito del gruppo.
      Poi, l'incidente al campo di calcio aveva dato una scossa alla
situazione.
      Dal giorno in cui Mauro aveva rivelato il suo amore per Niki, i
Cavalieri non avevano pensato che a trovare un modo per riportare lui e lo
stesso Niki nell'ambito del gruppo e a farli accettare a tutti gli altri.
Questo era il loro fine, ma era necessario che anche Mauro e Niki
accettassero l'idea di riprendere ad uscire con gli amici, per divertirsi
assieme agli altri, perché tornare insieme sarebbe stato certamente
divertente per tutti. Soprattutto Giacomo aveva cercato qualunque pretesto,
anche se questo avrebbe comportato che tutti fossero a conoscenza ed
ammettessero la natura del rapporto che univa Niki a Mauro e che anche quei
due fossero disponibili ad accettare tanta pubblicità al loro amore.
      L'occasione che attendeva arrivò con la lettura del
tema. Giacomino ne aveva già parlato ai Cavalieri ed a qualcuno degli
amici e tutti erano stati d'accordo: Mauro, assieme a Niki, doveva tornare
ad uscire con loro. E Mauro aveva volontariamente scritto in un tema tutto
quello che si doveva sapere sui suoi sentimenti per Niki, così a Giacomo
parve che il momento fosse finalmente arrivato:
      "Verreste a fare una pizza con noi, stasera?" lo disse mentre suonava
la campanella dell'intervallo e l'insegnante di lettere era ancora in
classe.
      La proposta disorientò Mauro che non si aspettava certo un invito,
non subito dopo aver letto il suo tema. Rivolse lo sguardo a Niki, ma
l'amico era, con la mente, da tutt'altra parte. Lo scosse delicatamente:
      "Niki, what do you think? Shall we go? " e starnutì.
      "Why not?" disse Niki e a Mauro parve che gli avesse risposto
meccanicamente, non realizzando la portata dell'invito che avevano
ricevuto, ma si fosse interessato di più al suo starnuto che non era il
primo della giornata e non sarebbe stato l'ultimo.
      Quel giorno c'era un bel sole e, per l'intervallo, se n'andarono nel
cortile, tutti insieme, come non succedeva più da molto
tempo. Circondarono Niki e Mauro e, come per dare un segno di benvenuto a
Niki e di bentornato a Mauro, parlarono tutti quanti senza dire molto. La
lettura del tema, pensò Mauro, doveva avere scosso un po' tutti ed aveva
certamente trascinato Niki in una dimensione dalla quale il suo compagno
pareva non essere tornato completamente. Tutti, in ogni modo, chiesero
altri particolari sull'incidente al campo di calcio, a Niki notizie sulle
condizioni della mano ferita, ma le domande inespresse, quelle che tutti
certamente avrebbero voluto rivolgere e riguardanti il loro rapporto, le
curiosità che ognuno aveva, rimasero sospese, creando in tutti, meno che
in Giacomo, un imbarazzo palpabile. Fissarono l'appuntamento per quella
sera alle otto, ciascuno sperando d'inventarsi qualcosa che riuscisse a
fare funzionare quel gruppo così insolito.

      Non avendo più la partita del sabato pomeriggio, si ritrovarono ad
avere qualche ora libera dopo pranzo.
      "Come ti senti? Non sei troppo raffreddato?" Niki lo stava
accarezzando con lo sguardo "ti andrebbe lo stesso una passeggiata alla
villotta?"
      Era triste e Mauro se ne accorse dalla curva che disegnavano i suoi
occhi.
      "OK, andiamo" e starnutì di nuovo. Aveva il naso chiuso e il mal
di gola, ma non voleva che Niki se ne accorgesse e si preoccupasse. Sapeva
che avrebbe fatto una tragedia per il suo raffreddore. E poi Niki era
preoccupato per l'uscita serale e pure lui era un po' spaventato da quella
nuova avventura che li aspettava, così insolita per loro due. Gli parve
però che Niki, come sempre pessimista, l'avesse presa molto più sul
serio. Lasciandosi al solito angolo e non essendosi quasi parlati per tutto
il tragitto, si scambiarono uno sguardo d'intesa:
      "Alle tre" Mauro portò la mano alle labbra e fece il cenno di un
bacio.
      "In bicicletta?" propose Niki.
      Mauro si voltò e gli fece di si con la testa.
      Splendeva un sole luminoso e, per essere soltanto l'inizio della
primavera, faceva già abbastanza caldo: Niki aveva scelto di andare in
bicicletta perché il motorino, che ormai sapevano guidare entrambi,
consentiva di scambiarsi solo poche parole attraverso i caschi e loro
dovevano parlarsi. Aveva molte domande da fare.
      Quel giorno, però, Mauro pedalava un poco più lentamente del
solito e si capiva che gli costava fatica sforzarsi. Si sentiva tutto
indolenzito ed aveva anche il fiato corto. Raggiunsero subito le strade
interne e si affiancarono.
      "Non pensavo che avresti scritto tutte quelle cose. Lo sai che mi ha
un poco imbarazzato sentirti leggere quel tema davanti a tutti."
      "Mi è parso giusto scriverle e poi leggerle, quando la
professoressa me lo ha chiesto. Ti è dispiaciuto?  Non volevi che lo
facessi?"
      "No, hai fatto bene. Ho solo detto che mi ha un poco
scombussolato. Non lo so spiegare. Non credevo che tu volessi farlo e poi
non pensavo che dire a tutti ciò che proviamo uno per l'altro fosse così
semplice.  Però quando hai finito di leggerlo mi sono sentito molto
meglio. Ed ora mi sento più leggero, meno oppresso dall'idea che tutti
possano giudicarci in ogni momento e per ogni azione che facciamo. Adesso
sanno tutto e forse non faranno più domande" poi cambiando discorso e
tono della voce, gli chiese dolcemente "Perché pensi di non meritarmi? O
di non meritare tutto questo amore? Lo hai detto tu stesso che la vita ci
ha fatto un regalo."
      "C'è una cosa che penso e che non ho voluto scrivere. Ed è che
spero con tutta l'anima di non perdere mai quel regalo, perché morirei
se lo perdessi. Queste cose non le ho scritte e ho fatto bene. Già così
è stato abbastanza forte per tutti" Mauro sorrise "E poi un poco di
modestia non guasta mai, no?"
      "Allora il mio amore è modesto: hai detto così?"
      "Scemo! Non hai capito niente! Deve essere il sole!"
      "Oppure è il tuo inglese: in italiano, nel tema, avevo capito una
cosa diversa, ma, in inglese..."
      "A proposito dell'inglese: sono tre mesi che mi torturi. Non puoi
pretendere che il mio linguaggio sia perfetto."
      "Io non ti torturo, faccio solo in modo che tu sia preparato ad
affrontare la vita negli USA..." si fermò a pensare, poi riprese a
pedalare e aggiunse "Quando decideremo d'andarcene."
      Mauro decise che Niki era troppo triste. Lui non voleva vederlo
scivolare in una delle sue crisi di malinconia. E poi dovevano cercare di
essere allegri, perché la loro serata sarebbe stata speciale.
      "Si, amore mio!" gli gridò, facendolo sobbalzare "Sarà una
scena memorabile: tu remerai vigorosamente e il barcone si allontanerà
implacabilmente dalla riva, mentre io, in piedi, gli occhi rivolti alla
riva che s'allontana, reciterò rapito 'Addio monti sorgenti dall'acque,
ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e
impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più
familiari'..."
      E avrebbe continuato fino alla fine del capitolo, possedendo una
memoria prodigiosa per i testi scritti, poiché riusciva a ricordare
interi brani dopo averli letti anche una volta sola, ma Niki lo raggiunse
con la bicicletta e gli tirò uno scappellotto per farlo smettere.
      Lui allora, imperterrito, diede una pedalata più vigorosa e
s'allontanò, riprendendo a parlare e usando il suo tono drammatico:
      "C'è solo un problema, amore mio, il brano non era ben scelto,
perché qui..."
      Saltò giù dalla bicicletta lasciandola cadere e s'arrampicò
su un muretto a secco lì vicino. Erano in cima ad una salita da cui si
dominava tutto il paesaggio di olivi digradante verso il mare. Verso
l'interno, allo stesso modo, s'indovinava un paesaggio quasi piatto, privo
d'asperità che già non fossero nella terra pietrosa e avara. Mauro
rimase in equilibrio sul muretto e cominciò a camminarci a braccia
larghe. Si volse improvvisamente verso il mare:
      "Qui, come vedi, non abbiamo acque, che non siano di sale, perché
quelle dolci non ci sono mai state.  I miei avi, o giovane uomo delle
Americhe lontane e piovose, i miei antenati hanno patito la sete!" Mauro
inventava e declamava ispirato. Si voltò ancora verso Niki che lo
osservava divertito e innamorato "e i monti..." fece un gesto ampio con le
mani "i monti non sono mai stati elevati al cielo, né le cime sono state
ineguali, perché giammai avemmo montagne.
      "E quello che ci circonda e che ora tu vedi, è ciò che io
porterò con me, nel mio cuore, ben oltre l'oceano. Perché sarà
impresso nella mia mente, scritto nel codice del mio essere. Saranno questi
i miei ricordi e le immagini che io avrò negli occhi, quando tu,
inesorabile, spingerai il barcone lontano dalla riva."
      Si avvicinò a un albero d'olive e poi corse sul muretto verso un
mandorlo già fiorito, odorandone voluttuosamente le gemme e rivolgendosi
a Niki con sguardo sognante: "Porterò con me il ricordo struggente degli
olivi, dei mandorli e di queste pietre. Guarda, amore mio, ci sono pietre
dovunque, ma" saltò giù e atterrò, finendo inginocchiato davanti a
lui "non nel mio cuore. Qui, in questo cuore che è solo tuo, non ci sono
pietre, ma solo erbe profumate, frutti generosi e fiori colorati che io
depongo ai tuoi piedi!"
      E terminò il monologo con le mani giunte, in posizione implorante
davanti al suo ragazzo che finalmente rideva, un po' commosso, ma felice da
impazzire, davanti ad una dichiarazione d'amore stravagante come quella che
aveva appena ascoltato.
      Ma mentre era ancora inginocchiato, Mauro fu preso da un attacco di
tosse. Aveva parlato troppo e sforzato la gola. Niki gli si avvicinò
subito e lo aiutò a rialzarsi, ma Mauro, incrociando lo sguardo
spaventato del compagno, continuò con gli occhi ridenti:
      "Fra poco potrai chiamarmi a scelta Violetta o Mimì. Mi sono
proprio raffreddato, Niki. Mia madre non l'apprezzerà, ma tu mio Alfredo
o mio Rodolfo non mi abbandonerai, nevvero? Cantami 'Parigi, o cara',
oppure 'Che gelida manina', o meglio ancora: dimmi, cuor mio, 'che sono il
tuo amore e tutta la tua vita', ma ormai 'è tardi' e 'la tisi non mi
accorda che poche ore'."
      Niki non rise più, ma lo strinse forte per farlo tacere, perché
aveva paura anche di quegli scherzi, di quelle divertite citazioni di
eroine morte di tubercolosi. Lo liberò solo perché Mauro riprese a
tossire.
      Dopo che si fu calmato, ripartirono lentamente verso la villotta,
parlando poco, perché Mauro era afflitto da un mal di gola che si faceva
sempre più serio e Niki, nonostante la scenetta, era più pensieroso e
malinconico di prima.
      Mentre scavalcavano il muro attorno alla villa, gli chiese
all'improvviso:
      "Sei proprio contento di tornare dai tuoi amici?"
      Ancora a cavallo della recinzione, Mauro lo guardò dall'alto, un
po' accigliato:
      "I miei amici?" aveva la voce arrochita dal mal di gola che si era
ormai dichiarato come un serio raffreddore. Tossì un poco prima di poter
continuare "Io non ho più amici che non siano anche tuoi. Stasera andrò
con loro solo se ci sarai anche tu, non con il corpo, ma con tutto te
stesso e non perché sai che a me farebbe piacere di andarci."
      Il suo tono era stato un poco brusco e Niki se ne adombrò. Saltò
anche lui il muretto e lo seguì, senza più parlare. Mauro si voltò
a guardarlo, lui allora gli passò davanti e andò a sedersi sotto un
pino con il muso lungo ad aspettare che l'amico lo raggiungesse.
      Mauro gli s'inginocchiò davanti. Niki era a braccia conserte e
aveva la testa abbassata. Era proprio imbronciato e non parlava.
      "Niki, noi abbiamo bisogno di tutti gli amici che possiamo trovare "
gli sorrise.
      Niki girò la testa di lato per non guardarlo, non per stizza, ma
per la tristezza che sentiva stringergli il cuore.
      "Niki, ti prego: non mi piace da impazzire andare con quelli stasera,
ma Giacomo ci tiene e sono tutti miei amici da tanto tempo. Mi
dispiacerebbe deluderli. In fin dei conti anche loro si stanno sforzando,
anche se è brutto dire così. E poi per Giacomo sarebbe un affronto."
      "È che io ho paura ad andare con gli altri" Niki aveva parlato
ancora senza guardare Mauro.
      "Paura di che cosa?" Mauro non capiva.
      "Paura di perderti!" sussurrò infine.
      Aveva avuto timore a dirglielo, ma ora finalmente ci era
riuscito. Era da quella mattina che ci pensava, da quando gli era scappato
quel 'why not?'.
      Niki raccolse le gambe fra le braccia e pose la testa contro le
ginocchia, nascondendo la faccia a Mauro.
      "Perché perdermi?" gli accarezzò la testa, si avvicinò e lo
baciò sul collo "Perdermi come?" continuò a passargli le dita fra i
capelli, aspettando che la tensione si allentasse e Niki riuscisse a
spiegargli quello che lo tormentava.
      "Io ho sempre paura che tutto questo possa finire" Niki parlava
sempre tenendo la testa abbassata, poi l'alzò e appoggiò una guancia
alle ginocchia, guardando Mauro "Ho paura che sia tutto troppo bello per
durare e poi l'hai detto anche tu che forse non lo meritiamo. Ho terrore
che ci possa venir tolto, così come l'abbiamo avuto. Per questo ho paura
di stasera, per questo il dover andare con gli altri mi spaventa!"
      Mauro gli si fece più vicino, lo circondò con le braccia, gli
parlò piano, in un orecchio, perché pronunciare ogni parola gli
raschiava la gola:
      "Ti spaventa perché è la prima volta. E poi, la fortuna non si
merita. Tu sei stato il regalo della mia fortuna. La dea bendata,
passandomi accanto, mi ha donato il mio Niki e io non lo perderò. Non
avere paura."
      Ma anche Mauro era spaventato e capiva che entrambi erano intimiditi
dalle dimensioni del loro amore. Il timore che tutto potesse finire,
potesse anche solo compromettersi, era stato espresso apertamente da Niki,
ma era vivo anche in lui. Vivevano in una dimensione d'appagamento troppo
completo per non dover temere qualche cambiamento. Dovevano imparare a
convivere con quella felicità, a non lasciare che l'ebbrezza li
frastornasse e gli facesse perdere contatto con la realtà, come stava
facendo con Niki in quel momento. Dovevano distrarsi, stornare l'attenzione
che avevano uno per l'altro, orientarla anche verso altri interessi. Il
loro rapporto poteva restare fermo, saldo, ma le loro relazioni dovevano
comprendere altre persone oltre loro stessi e i familiari, rivolgersi verso
interessi diversi, perché potessero continuare a desiderarsi.
      "Noi dobbiamo avere degli amici, Niki, ne abbiamo bisogno. È
orribile per me anche solo pensarlo, ma continuare ad essere noi due, da
soli, vederci, parlarci, vivere in un mondo chiuso, abitato solo da noi, ci
porterebbe presto ad averne abbastanza uno dell'altro" si avvide che Niki
si era coperto le orecchie con le mani per non sentirgli pronunciare quelle
parole, ma continuò lo stesso a parlare "Niki, guardami! Mangeresti per
anni la stessa minestra, anche se fosse la più buona?"
      Niki voleva protestare, ma sapeva che Mauro aveva ragione, perché
era giunto anche lui alla stessa conclusione ed era proprio la negazione
irragionevole di quel ragionamento che lo spingeva a rifiutare altre
amicizie. Mauro cercava di convincerlo, con tutta la dolcezza di cui era
capace ed era davvero infinita, un mare in cui Niki finì teneramente per
naufragare.
      "Credimi. Non possiamo illuderci di vivere su un'isola deserta" gli
mormorò, mentre l'accarezzava e lo baciava "E anche se ci trovassimo
sull'isola che non c'è, dopo un poco non desidereremmo altro che di
fuggire. Questo lo sai anche tu, non è vero?"
      "Lo so!" mormorò finalmente.
      "Questo rende triste e spaventa anche me. Niki... davvero!"
      L'abbracciò e Niki cominciò lentamente a parlare, ricordando a
se stesso, e raccontando a Mauro, di un momento della sua infanzia, della
sua lunga storia di solitudine: "Quando avevo sette, otto anni qualche
volta mamma mi scopriva a piangere e me ne chiedeva il motivo, ma io non
riuscivo a dirglielo, perché non era chiaro neppure a me perché
piangessi. Cercavo solo di rassicurarla, le dicevo 'Non è nulla, mamma,
sto bene!'. Poi ho capito che il mio pianto era solo apparentemente senza
ragione. Piangevo, perché ero sempre solo, Stephan era così lontano
ed io mi sentivo tanto triste, ma non potevo e non volevo dirglielo, perché
avevo paura che lei si preoccupasse per me e potesse morire.
      "Mi ricordo che una volta le raccontai una storia incredibile: le
dissi che avevo deciso di piangere per tutti i bambini del mondo, per
quelli che in quel momento non avevano i giocattoli che avevo io. Lei mi
consolò, mi abbracciò ed io smisi di piangere. Forse era vero che
piangevo per qualcun altro e non per me: forse desideravo piangere al posto
di qualche bambino che in quel momento stava soffrendo come me, che era
solo come lo ero io. Ero proprio matto. Adesso mi sento come mi sentivo
allora: vorrei piangere solo perché sono triste e niente altro. Così
come non ho un buon motivo per non venire stasera. Ho paura e basta, perché
temo che sia l'inizio della fine..."
      Mauro lo baciò sulla bocca:
      "No, Niki!" gli appoggiò la testa sulla spalla "Potremo continuare
ad essere i due amanti che siamo adesso, ma cominceremo ad uscire con gli
altri e a divertirci un poco con loro. La nostra avventura sarà sempre
speciale, al di sopra d'ogni altra cosa. Noi non desidereremo mai altro che
di stare insieme, come ora, ma vivremo un poco anche con gli altri amici."
      "Non mi lasciare, Mauro" s'erano stretti in un abbraccio "avremo
tutti gli amici che vorrai, ma tu non lasciarmi mai da solo. Non farlo
accadere mai!"
      Era la sua antica paura, il terrore della solitudine. Quel timore che
afferra chi è stato solo, quando ha trovato compagnia: quel senso di
sgomento non lo avrebbe mai abbandonato durante tutta la vita. Era stato
per troppe volte con se stesso per non portarne i segni finché fosse
vissuto.
      "Niki, se un giorno, se una volta tu dovessi pensare che ti sto
trascurando o che sto riservando maggiore attenzione a qualcun altro,
voglio che tu me lo dica. Non potrò che chiederti perdono. Te lo giuro."
      "E tu farai lo stesso per me?"
      "Si, te lo prometto."
      Si baciarono teneramente, appoggiando le labbra sulle labbra,
sfiorandosi con la lingua. Poi Mauro inclinò la testa in modo da
accostare il viso a quello di Niki e chiuse gli occhi. Mentre la sua lingua
esplorava la bocca di Niki, le loro facce continuarono a sfiorarsi.
      Il rapporto che li univa, con il tempo, era divenuto più
complesso. All'attrazione fisica da cui era scaturita la loro passione, si
erano affiancate prima una corrispondenza d'affetto e poi l'intesa
intellettuale, ma la crescita di quel rapporto e la sua evoluzione erano
legate strettamente al modo con cui sarebbero riusciti a confrontarlo con
il mondo e a sperimentarlo con gli altri. Forse non capivano ancora appieno
questa verità, ma, essendo d'intelligenza pronta ed onesti con se
stessi, ne avevano una premonizione alquanto netta.
      Mauro finì per essere quasi senza fiato a causa del naso
tappato. Si sciolse dall'abbraccio e baciò Niki sugli occhi chiusi.
      "Andiamo via" disse Niki, scuotendosi "Sei proprio raffreddato e hai
gli occhi che ti piangono. Povero pulcino! Andiamo via. Altrimenti, non
potendo controllarmi ulteriormente, rischio di dimostrarti, qui, ora, tutto
il mio amore e, poiché tu sei raffreddato, non reggeresti alla mia
dimostrazione senza prenderti una bronchite!"
      Mauro fu subito incuriosito da quelle parole:
      "Non potresti darmi solo un piccolo assaggio di questo amore? Magari
senza farmi prendere freddo?"
      Niki lo spinse giù e gli si stese sopra. Ripresero a baciarsi
dolcemente. Poi lo cinse in un abbraccio e cominciarono a rotolarsi sugli
aghi di pino, adattando il proprio corpo a quello del compagno,
percependone l'eccitazione e sentendo salire la propria. Niki si fermò:
      "Ci bagneremo."
      "Che importa?"
      Raggiunsero il piacere insieme. Il languore che li colse dopo avere
goduto, li spinse a continuare a baciarsi e a muoversi piano, uno contro
l'altro, adagiati sul tappeto morbido sotto i pini. Poi Mauro passò la
mano sull'inguine di Niki, sbottonò i pantaloni e l'insinuò fino a
bagnarsela con il seme che il compagno aveva appena emesso. La tenne così
per molto tempo, stretta intorno al sesso di Niki, finché la luce del
sole non si fece un po' più tenue e il corpo di Niki non gli inviò il
segnale che era pronto a mostrargli ancora tutto il suo amore.
      "Avevi detto un assaggio" Niki si mosse e Mauro ritirò la mano con
un tremito.
      "Mi fa freddo, Niki. Ho i brividi! Andiamo!" si alzò in piedi e
accennò ad una corsa per riscaldarsi, poi si voltò, guardò verso
il compagno e sorrise "A stanotte!" gli bisbigliò con fare cospiratorio.
      Era quasi buio quando giunsero in città. Avevano abbastanza tempo
per farsi belli e raggiungere gli amici.
      A casa di Niki, ormai eletta da Mauro a sua seconda residenza, si
fecero la doccia e celebrarono il rito settimanale della barba. Poi,
profumati e lisci, tornarono nella camera di Niki per vestirsi. Mauro
tossiva ogni tanto ed aveva ancora il naso chiuso, ma i brividi si erano
calmati. Forse l'eccitazione e l'attesa dell'incontro con gli amici avevano
contribuito a farlo sentire un po' meglio, anche se il suo umore, a causa
del raffreddore, era decisamente peggiorato. Almeno quanto quello del
compagno era migliorato.
      Niki andò quasi ad infilarsi nell'armadio, per poi passare davanti
allo specchio, e per circa dieci minuti cercò l'accostamento più
appropriato fra camicie, maglie e jeans, da indossare quella sera per sé
e per Mauro, mentre l'altro sempre più spazientito lo guardava, indeciso
se essere incuriosito o semplicemente infastidito.
      Sebbene fossero trascorsi ormai cinque mesi da quando avevano
cominciato a vivere insieme, Mauro continuava ad osservare, senza
comprendere, come Niki potesse trascorrere tanto tempo a valutare l'impatto
visivo e la gradevolezza degli accostamenti e le combinazioni dei colori
fra gli indumenti. Avevano quasi la stessa altezza, Niki era solo due
centimetri più alto, ed avevano perciò le stesse taglie per tutto
l'abbigliamento. Questo aveva consentito a Mauro d'attingere spesso dal
guardaroba di Niki, anche se sarebbe stato più esatto affermare che Niki
utilizzava i propri abiti per vestirlo in quanto lui gli aveva delegato
l'onere di coprirlo decorosamente, non intendendo, in alcun modo, pensare
al proprio vestiario e, più in generale, al proprio aspetto esteriore,
capelli compresi. Si era espresso proprio in questi termini, sconcertando
il compagno.
      Al rientro dei suoi genitori dall'America, quando la vita della sua
famiglia era finalmente tornata normale, Niki aveva cominciato ad osservare
con occhio più critico l'abbigliamento e l'aspetto generale di Mauro e
l'aveva trovato semplicemente disdicevole. Non aveva fatto mistero della
sua opinione, ma, alle sue proteste sul modo di vestire e di curare il
proprio aspetto, Mauro aveva risposto serafico:
      "Io non mi vesto. Copro soltanto il mio corpo e bado alla sua
scrupolosa pulizia: questo è tutto. E ciò che mi avvolge è
indifferente, perché io non lo indosso, perciò, se vuoi, provvedi
pure liberamente a me. Io mi vestirò sempre senza discutere e mi coprirò
con qualunque indumento tu sceglierai per me. Mi farò tagliare i capelli
ogni volta che tu lo deciderai. Amore" e l'aveva abbracciato, per
consolarlo del compito gravoso che gli stava affidando "lo sai, il mio
corpo è tuo! Da questo momento, sei libero di farne ciò che vuoi,
perché appaia sempre più di tuo gradimento!"
      E, fatta questa dichiarazione di principio, Mauro aveva semplicemente
smesso di curarsi della faccenda. Da quel momento Niki aveva cominciato a
controllare minuziosamente la lunghezza dei capelli di Mauro ed aveva
sempre predisposto due abbigliamenti completi, uno per sé, l'altro per
il compagno che lo infilava, senza neppure rendersi conto di quello che si
metteva addosso. Queste cura avevano, ovviamente, migliorato di molto il
suo aspetto e l'aveva reso, se possibile, ancora più affascinante. Niki
si sentiva così sempre più appagato per quella piccola fatica.
      Per Mauro sceglieva i colori che più mettevano in risalto la sua
carnagione ambrata, i capelli neri e gli occhi grandi e scuri. Per sé,
biondo, roseo e con gli occhi azzurri, continuava a scegliere quasi sempre
il blu.  In casa si era così andato accumulando un altro guardaroba ad
uso quasi esclusivo del suo innamorato.
      Quel giorno aveva quasi trovato la combinazione più adatta per
Mauro, tenuto anche conto che avrebbe avuto bisogno di stare più caldo,
perché raffreddato, anzi quasi ammalato, e s'era messo a cercare per
sé:
      "Tu hai il maglione giallo" spiegava a Mauro "perciò non posso
mettermi anch'io in giallo: diamo già abbastanza nell'occhio senza
vestirci allo stesso modo! Tu però non puoi cambiarlo, perché
altrimenti la camicia verde non ti starebbe bene..."
      E questa tiritera andò avanti, finché Mauro la interruppe
piuttosto bruscamente: "Niki ho sonno, ho fame, ho sete, sento freddo, mi
fa male la gola, ho voglia di fare qualunque cosa che non sia curare il mio
o il tuo aspetto. Tutto quello che ho appena manifestato serve ad
annunciarti che, se non scegli quello che devi metterti addosso entro
trenta secondi, ti porto via come sei in questo momento" Niki era in slip e
T-shirt "e tu sai che lo farei!" e riprese a tossire, questa volta un poco
stizzosamente.
      "D'accordo, d'accordo: ho scelto!"
      Niki aveva imparato a cogliere il tono dei discorsi di Mauro e capì
che non scherzava: si era proprio stufato. Si vestì il più
velocemente possibile, davvero in trenta secondi, ed era già pronto ad
uscire, quando Mauro si bloccò, perché non trovava più il suo
portafogli.
      Niki lo conosceva bene e sapeva che conteneva soltanto la carta
d'identità di Mauro, ottenuta qualche mese prima, e alcune banconote
delle quali Mauro praticamente ignorava il valore. Questa particolare
importanza o mancanza di rilievo data al denaro in genere, derivava
dall'atteggiamento che aveva nei confronti dei soldi, un comportamento che
a Niki, quando l'aveva notato, era parso decisamente singolare. In
realtà, all'origine di quella particolare incompetenza, c'era il fatto
che Mauro aveva sempre avuto così pochi soldi per le mani che non s'era
mai preoccupato d'imparare ad usarli. Niki, invece, che ne aveva sempre
avuti più di quanti riuscisse a spenderne, era molto più accorto di
lui ed era, quindi, molto attento al denaro e conscio del suo valore.
      L'avvento di Niki nella sua vita aveva consentito a Mauro di
delegargli anche la gestione delle proprie finanze, oltre che i problemi
connessi al proprio abbigliamento. Perciò a Niki, divenuto suo
tesoriere, come lo chiamava ogni volta che gli vedeva tirare fuori il
portafogli, toccava ormai pagare per tutti e due, ogni volta, non tanto
spesso, che capitava. Niki aveva una confidenza con il denaro che lui
proprio non possedeva.
      Era quasi sempre Niki a voler comprare qualcosa. E spesso era
capitato che cogliesse un desiderio di Mauro per un libro o un disco e
glielo comprasse, mentre lui restava fuori incantato a guardare la vetrina
del negozio. Per Mauro i desideri erano tali e nulla di più: il non
ottenere ciò che voleva in quel momento non costituiva un dramma, perché
quelle rinunce non erano mai state tali. Lui era stato educato allo scarso
valore delle cose. il suo compagno, invece, non aveva avuto quella fortuna
ed era piuttosto viziato. Fin da quando era piccolo, Niki aveva scoperto
che, se con il denaro del nonno si poteva comprare tutto, questo non valeva
per la felicità o per l'amicizia, ma i suoi genitori e soprattutto il
nonno l'avevano sempre coperto di regali, avevano sempre esaudito i suoi
desideri prima che potesse esprimerli cercando così di compensarlo della
solitudine e dei continui trasferimenti ai quali lo sottoponevano. Aveva
sempre avuto tutto quello che il denaro può comprare, ma, possedendo
tutto, ad un certo punto aveva quasi smesso d'avere desideri.
      Mauro lo aveva aiutato anche in questo, perché l'essenzialità
della sua vita era subito risultata stridente nella sofisticata esistenza
di Niki. Ma Mauro gli aveva anche regalato la spontaneità e la
semplicità della propria vita. Gli aveva insegnato a mangiare cose
semplici e a rincorrersi per strada, a sudare giocando a pallone e poi a
bere alle fontanelle. Gli aveva fatto conoscere i mille modi in cui ci si
può divertire, senza spendere nulla. Così, anche per Niki, i soldi
avevano cominciato a perdere d'importanza. Gli era rimasta, comunque,
quella dimestichezza che a Mauro mancava ed era con questa che ormai
trattava il denaro, senza più sentirsene condizionato.
      Arrivarono all'appuntamento con qualche minuto di ritardo e gli altri
c'erano quasi tutti. Li accolsero con un calore che a Niki, ancora
prevenuto, sembrò forzato. Per quella sera, avevano deciso d'evitare di
parlarsi in inglese: era il minimo che potessero fare.
      Di un gruppo di adolescenti che passeggiano, per la maggioranza
ragazzi, e con solo qualche ragazza, quasi tutti frequentanti la quinta
classe di un liceo ginnasio, una metà parlerebbe di calcio, un po' meno
della versione di greco o di un problema di geometria, e due, formanti
l'unica coppia, cinguetterebbero in coda al gruppo. Quella sera, mentre
Niki metteva a parte i suoi compagni di qualche segreto sui verbi
irregolari scovati in una versione tradotta quella mattina, Mauro veniva
coinvolto, sebbene non ne volesse proprio parlare, in una discussione sul
rendimento di qualche squadra di calcio. In fondo al gruppo si muoveva
Giacomo che sembrava aver finalmente trovato una ragazza disposta a
seguirlo nei suoi ragionamenti.
      Le altre ragazze erano presenti più che altro per fare da scorta a
Roberta, ormai quasi 'fidanzata' di Giacomo, ma erano anche molto affiatate
con i ragazzi, essendo tutti compagni di scuola.
      Furono loro le prime ad affrontare l'argomento che Niki temeva.
      "È stato molto bello ascoltare la vostra storia" gli disse una
delle ragazze.
      "Mauro ha descritto tutto in modo affascinante" disse un'altra "È
stato davvero emozionante ascoltarlo."
      Niki alzò mentalmente gli occhi al cielo, non potendo permettersi
un'evidente manifestazione di impazienza, ma si disse 'occorre che tu
sopporti tutto questo con rassegnazione e rammenta che lo fai per amore di
Mauro e per il tuo stesso bene. Perciò ascoltale e, se possibile, non
ucciderle quando le guardi'.
      "Mauro, dovresti fare lo scrittore. Riesci a descrivere così bene
i sentimenti."
      Era stata Roberta a parlare, poi si rivolse direttamente a Niki:
"Beato te! Lo sai che un po' ti ho invidiato?"
      E in questo era assolutamente sincera, perché s'era presa davvero
una cotta per Mauro e c'era rimasta molto male, quando aveva subito quel
rifiuto così reciso ed inspiegabile più di un anno prima. Per qualche
tempo aveva anche pensato che Mauro l'avesse allontanata, perché
spaventato dalla sua spregiudicatezza, poi, essendo una ragazza
intelligente, aveva rivolto altrove la propria attenzione.
      "M'invidierei anch'io se non fossi al mio posto" le rispose Niki
convinto e sorpreso per la franchezza con cui Roberta aveva ammesso che lui
fosse il compagno di Mauro.
      "Aiuto, un'altra volta filosofia in vista" gridò da dietro Alex e
l'argomento fu subito accantonato per la tranquillità di tutti.
      Sorprendendo Niki, la serata scivolò sui binari del più grande
divertimento, come c'era da aspettarsi che fosse fra ragazzi più che
affiatati. C'erano i Cavalieri, naturalmente senza Enrico il quale non
usciva quasi mai di sera, e Niki si concesse alla conversazione, mostrando
tutte le sue qualità di conversatore.  Meravigliò tutti tranne Mauro,
perché si rivelò un compagno divertente, sempre pronto alla battuta
pungente che dispensò a tutti senza ritegno. Tornarono a casa prima di
mezzanotte, orario ultimo deciso dai genitori che si erano consultati in
proposito.
      Prima di lasciare gli altri s'erano offerti d'accompagnare qualcuna
delle ragazze, come era giusto attendersi da due gentiluomini. Avevano,
perciò, scortato fino a casa una delle tre, che abitava dalle loro
parti. Si salutarono davanti al suo portone e, mentre s'allontanavano, si
sentirono richiamare:
      "Ehi, voi due! Quanto ben di dio sprecato!" gridò Caterina,
scuotendo la testa, poi fece un cenno di saluto sorridendo.
      "Caterina, un momento, devo darti una cosa!" Niki le fece segno
d'aspettare e tornò di corsa verso di lei. S'era inteso subito con
quella ragazza, non proprio bella, ma sicuramente dotata di spirito. Forse
perché fra brutti e diversi ci si capisce. Le mormorò un 'grazie' e
poi la baciò su una guancia. Se ne tornò correndo da Mauro, che lo
prese a braccetto.
      Poi si avviarono verso casa.
      "Mauro, lo sai che non avevo mai baciato prima una ragazza?"
      "Santo cielo!" Mauro si finse preoccupato "E con questo cosa vorresti
dire?"
      "Assolutamente nulla di importante!"

      Quella sera indossarono pigiami nuovi: glieli aveva comprati Arleen
trovandoli divertenti. Erano simili alle calzamaglie intere usate
nell'ottocento, tutti abbottonati sul davanti, ed avevano una ribaltina
chiusa da tre bottoni, sul di dietro, all'altezza del sedere. Quello di
Niki era bianco con disegni d'ancore blu e rosse e Mauro ne aveva uno
celeste pieno di bandierine di segnalazione.
      Appena lo vide, Niki ebbe un'idea molto precisa sull'utilizzo che
loro due avrebbero potuto fare di quella falda sul didietro, ma, mostrando
a Mauro i pigiami, non fece in tempo a metterlo a parte dell'idea che il
suo lubrico amico gliene stava già parlando:
      "Pensi che tua madre abbia voluto inconsapevolmente agevolarci?"
      "Non essere disgustoso!"
      Per tutta la giornata Mauro aveva starnutito e si era soffiato il
naso. Nel pomeriggio molte volte aveva avuto brividi di freddo, ma era
decisamente ammalato quando si infilò nel letto con Niki. Gli accadeva
molto di rado di avere quei sintomi tutti insieme e ormai li aveva
riconosciuti: si trattava certamente di un'influenza.
      Si abbracciarono come facevano sempre, sebbene Mauro non volesse più
baciare Niki per non trasmettergli il malanno, ma avevano indosso i loro
pigiami nuovi le cui possibilità non avevano ancora sperimentato e Niki
non ne voleva sapere di lasciarlo perdere, anche a costo di buscarsi un
raffreddore o peggio.
      C'era però qualcosa che gli premeva di dire a Mauro, anche più
di cominciare a giocare:
      "Sono simpatici i tuoi amici."
      "Non sono ancora 'tuoi' amici?" Mauro era un poco deluso.
      "No, scemo, volevo solo controllare che fossi sveglio" Niki lo baciò
sulla punta del naso "Ecco il mio cucciolo che ha il naso tutto bagnato"
poi tornò serio "Penso che potremo uscire ancora con loro, se gli è
piaciuto e si sono divertiti come è accaduto a me."
      "Dici davvero?" Mauro parlava con voce nasale, ma era contento "Sei
davvero stato bene stasera? E la tua paura che fine ha fatto?"
      "Io penso d'essere stato uno stupido, oggi, ma ho ancora paura e
anche tu ne hai, non è vero?"
      "Si, però la differenza fra me e te è che io sono certo che noi
due ce la faremo. Tu invece sei affascinato dal pessimismo leopardiano e
sei convinto di essere un parafulmini cosmico" e gli fece una boccaccia.
      "Non è vero: qui di parafulmini ce ne sono due" Niki gli prese la
mano e la guidò sul proprio sesso, contemporaneamente lo toccò a
Mauro "E sono questi!"
      "Il mio è più alto. Il mio è già più alto" Mauro,
completamente dimentico del raffreddore ed eccitato dal gioco che stavano
per fare, abbracciò Niki in un modo diverso "Proviamo la ribaltina, che
ne dici? Chi la prova per primo?"
      "Io."
      "No, io!"
      Si misero subito d'accordo e, quando finalmente si calmarono,
tentando d'addormentarsi, Mauro cominciò a sentire qualcosa martellargli
nella testa. Prese a rigirarsi nel letto in cui c'era anche Niki, senza
riuscire a prendere sonno. Era anche preoccupato di non disturbare il
compagno che, invece, era crollato addormentato per la stanchezza
accumulata durante quella giornata così frenetica.
      Quando riuscì ad assopirsi, dormì con la bocca aperta e si
svegliò spesso, per la gola secca e per i dolori muscolari che avvertiva
ovunque. Niki s'accorse presto di quel sonno agitato e sentì anche il
calore insolito che il corpo di Mauro emanava. Allora, cercando di far
piano per non svegliarlo, si spostò nell'altro letto. Verso le due Mauro
si svegliò di colpo, con la gola che gli bruciava e con un impellente
bisogno d'andare nel bagno. Fece per alzarsi, ma Niki che dormiva con un
occhio solo gli fu subito accanto:
      "Non stai bene?"
      "Ho sete. Non mi sento bene; forse ho un poco di febbre" si toccò
la fronte e la sentì terribilmente calda "Anzi, più di un poco:
saranno almeno trentanove gradi. Questa è certamente l'influenza... Devo
andare nel bagno."
      "T'accompagno."
      "No! Ci vado da solo: non ce n'è bisogno."
      Si sentiva dolere la pancia, gli girava la testa e forse stava per
vomitare: in lui l'influenza s'accompagnava sempre alla nausea. Si sentiva
male da morire, ma non era a casa sua e non aveva la mamma vicino. Non gli
era mai accaduto di stare male e di non sentire la mano fresca di sua madre
sulla fronte. Voleva piangere.
      "Ti prego. Fammi venire con te. Non voglio lasciarti solo" lo pregò
Niki.
      Poi gli si avvicinò per sorreggerlo, ma Mauro fece per
allontanarsi: si vergognava a farsi vedere così da Niki, ma era un po'
malfermo sulle gambe.
      Niki non gli badò e gli posò sul collo una mano che a Mauro
parve freschissima.
      "No, ce la faccio!" disse ancora, ma sentiva di avere la fronte ormai
sudata, per lo sforzo di controllare il proprio corpo.
      Poi, pur con la mente annebbiata dalla febbre, riuscì a
convincersi che, essendo con Niki, questo lo metteva al riparo da tutto,
anche dal pudore e dalla vergogna di dover mostrare a lui tutta quella
debolezza.  Chiuse gli occhi: "Non è vero. Non ce la faccio. Non me la
sento di andarci da solo. Accompagnami, per favore."
      Corsero nel bagno. Mauro vomitò più volte e poi liberò
l'intestino, mentre Niki, calmo ed efficiente, gli era accanto, prima nel
sorreggerlo e nell'aiutarlo a muoversi, poi nel lavarlo, e nel cambiargli
il pigiama.  Mauro era scosso dai brividi.
      "Mi fa freddo, però mi sento meglio. Non mi fa più male la
pancia. Mi dispiace, Niki, non è stato un bello spettacolo."
      Tentava di giustificarsi e Niki lo baciò sulla bocca perché non
parlasse. Quando uscirono dal bagno, dietro la porta ad aspettarli, c'erano
la mamma e il papà di Niki:
      "Come va?" Arleen gli volle appoggiare la guancia sulla fronte,
costringendolo a piegarsi un po' "Hai la febbre. Come ti senti?"
      "Adesso molto meglio, grazie" mormorò "Mi spiace d'avervi
disturbato."
      "Non pensarci. Vi abbiamo sentiti muovervi. Ti sei buscato una bella
influenza!"
      "Vai a letto" disse il papà di Niki "Ti porto qualcosa per la
febbre. Puoi prendere delle aspirine?"
      La testa continuava a girargli. Niki e Arleen l'aiutarono a
rimettersi nel letto, poi lei gli si sedette accanto. La vicinanza di
quella donna gli dava la stessa sensazione di tranquillità che avrebbe
provato se sua madre fosse stata seduta nello stesso posto. Tenne gli occhi
chiusi e Arleen l'accarezzò sulla fronte.
      Dopo che ebbe preso l'aspirina, s'addormentò più tranquillo,
vegliato dal suo triste compagno che non riuscì quasi più a chiudere
occhio per quella notte.
      Niki era davvero pessimista, ma sapeva che per esorcizzare i cattivi
pensieri ed impedire che si realizzassero, si dovevano immaginare
sciagure. Nella sua mente cominciarono perciò a passare immagini di
Mauro gravemente ammalato, di Mauro agonizzante, di funerali strazianti, di
pianti inconsolabili che si concludevano con un suicidio. Furono tutti
incubi che si susseguirono in quella lunghissima notte, mentre Mauro
respirava pesantemente nel suo letto, sudava e sbuffava ed ogni tanto
tossiva. Lui s'alzava ad ogni attacco di tosse correndo a guardarlo e
Mauro, se era sveglio, gli proibiva di rialzarsi, ricordandogli che la sua
vicinanza lo faceva tossire di più, allora Niki tornava nel letto,
asciugandosi una lacrima. Mauro tossiva ancora e si muoveva e Niki si
rialzava. Andarono avanti così, fino a quando la febbre diminuì un
poco e Mauro riuscì ad addormentarsi più profondamente.
      Niki aveva sistemato una sedia davanti al letto in cui Mauro
continuava a sudare ed era scivolato anche lui nel sonno, rannicchiato,
coprendosi alla meglio con un plaid. Si svegliò spesso a causa della
posizione scomoda e per il freddo, finché non si convinse ad infilarsi
nell'altro letto, ma soltanto dopo essersi assicurato che Mauro dormisse
veramente.
      La mattina, piuttosto tardi, quando Arleen s'affacciò sulla porta
della camera, erano ancora tutt'e due addormentati. S'avvicinò al letto
di Mauro e gli passò la mano sulla fronte, rendendosi conto che il
ragazzo aveva ancora la febbre alta.
      Mauro si svegliò, aprì gli occhi e il suo primo pensiero fu per
il fastidio che temeva di arrecare:
      "È meglio che me ne vada a casa" disse e fece per muoversi, ma si
accorse di essere tutto indolenzito, poi la stanza cominciò a girargli
intorno, finché non tornò a posare la testa sul cuscino "Mia madre
non mi perdonerà mai per tutto il disturbo che vi sto dando" mormorò.
      "Non mi pare proprio il caso che tu ti muova, Mauro. Piove e fa molto
freddo e non ci stai dando tanto fastidio. Lo sai che questa è anche
casa tua. Ti pare di poter dare fastidio a Niki? Chiamo subito tua madre e
le chiedo la sua opinione."
      Mentre Arleen andava a telefonare, Niki si svegliò e corse ad
inginocchiarsi davanti al letto di Mauro:
      "Come stai?"
      "Ho ancora la febbre. Tua madre è andata a telefonare alla mia per
darle la notizia del mio terribile male."
      "Ti prego, non te ne andare. Ti prego! Ti prego!"
      Pareva che scherzasse, ma non era soltanto un gioco e Mauro, pur
intontito dalla febbre e dal sonno, lo capì. Aprì un occhio solo e lo
guardò:
      "No, che non me ne vado, scemo. Dove vuoi che trovi una Florence
Nightingale come te? Mia madre sarebbe capace di farmi alzare anche domani
mattina per rimettere ordine nel tunnel e mio fratello mi costringerebbe ad
aiutarlo in qualche traduzione di latino o di greco approfittando del fatto
che domani non andrò a scuola. Qui invece, niente di tutto questo e in
più la mia Florence..." detto questo richiuse l'unico occhio aperto e si
riassopì, stordito dalla febbre.
      Niki, rassicurato, restò a guardarlo, accarezzandolo delicatamente
sulla faccia, ancora un po' preoccupato, ma felice di poterlo tenere ancora
con sé.
      Le mamme s'accordarono subito: Mauro sarebbe rimasto a casa di Niki
finché non gli si fosse abbassata la febbre. Arleen tornò dai
ragazzi, ma li trovò assopiti e rannicchiati uno contro l'altro.
      Si fermò a guardarli e Mauro, avvertendo la sua presenza, aprì
gli occhi:
      "Stanotte praticamente non ha dormito" le mormorò "temeva che
potessi morire: sono certo che lo ha pensato" e le sorrise.
      Arleen accarezzò suo figlio e Niki sobbalzò.
      Si guardò intorno: sembrava smarrito, indifeso. Mauro non riuscì
a resistere, gli prese una mano fra le sue e se l'avvicinò alle
labbra. Davanti a sua madre non l'avrebbe mai fatto, ne era assolutamente
certo, ma con la mamma di Niki era stato subito diverso. Nonostante avesse
la febbre e non riuscisse a connettere molte idee, pensò a quanto loro
due fossero più spontanei davanti ai genitori di Niki che non con i
suoi.
      "Dormivi in piedi" gli disse, riponendo quel pensiero, ma Niki non
gli badò, notando subito che le mani di Mauro scottavano.
      "Sei ancora molto caldo. Misura la febbre."
      Il responso del termometro non fu incoraggiante: segnava ancora una
temperatura di quasi trentanove gradi. Mauro si riassopì e passò
buona parte della mattinata nel dormiveglia. Si svegliò completamente
soltanto quando arrivarono insieme i suoi genitori e il medico. Il dottore
valutò assolutamente non preoccupante quella febbre, causata certamente
da un'influenza, e sconsigliò, con gran sollievo di Niki, che Mauro
prendesse freddo per qualche giorno, poi prescrisse, con disappunto e
terrore del ragazzo, delle iniezioni di antibiotici.
      "Povero pisellino!"
      La mamma si coccolava il diletto rampollo e tentava di consolarlo,
perché il suo figlio minore, al contrario dei fratelli, aveva una paura
irrazionale delle iniezioni. Non s'era mai riusciti a fargliene senza
mobilitare tutta la famiglia per tenerlo fermo
      "Come farai adesso? Ti toccherà farti fare delle iniezioni e, se
non vorrai perdere la faccia con Niki, non potrai neanche piangere" questa
parte, ritenuta segreta ed imbarazzante, gli fu mormorata in un orecchio. E
mentre la mamma gli parlava così, lui guardava davanti a sé con occhi
terrorizzati, improvvisamente sveglio.
      Ma Niki aveva capito tutto e non appena furono soli gli si
avvicinò.
      "Ho appena fatto una scoperta eccitante: hai paura delle iniezioni!
Non me l'avevi mai confessato. Ed io che credevo di sapere tutto di te! Ero
convinto che tu avessi soltanto paura del buio, ma non era così! Il mio
principe ha paura delle siringhe! Ha paura del buio! Ed è anche
curioso!"
      Gli ripeté queste parole fino a che Mauro, con mossa fulminea non
si sfilò il cuscino da sotto la testa e cominciò a batterglielo sulla
testa. Poi, con qualche sforzo riuscì ad immobilizzarlo.
      "Arrenditi o ti faccio ingoiare ad una ad una tutte le piume di
questo cuscino."
      "M'arrendo! M'arrendo! Ehi! Ma tu non eri malato?"
      Dopo la lotta Niki si rassettò un poco e poi sistemò il letto
su cui Mauro era ricaduto esausto, con un affanno che gli faceva sollevare
il petto.
      Niki si sedette sulla sponda del letto e gli accarezzò la fronte,
sfiorandogli le guance, finché il respiro di Mauro non si fu calmato,
poi gli mormorò con dolcezza: "Davvero hai paura delle iniezioni?"
      "Si, fanno male da morire" Mauro gli rispose ad occhi chiusi e con un
tono davvero molto serio.
      "Quello che verrà a fartele è bravissimo. Lo dice la mamma che
di iniezioni ne fa tante. E poi ci sarò io con te."
      Mauro continuò a non guardarlo e, facendo una voce lamentosa, gli
disse: "Bella consolazione! Mi dici sempre che siamo una persona sola, un
corpo solo: perché non le fai tu le iniezioni? Poi mi dai un bacio,
oppure mi fai una di quelle cose che sai fare così bene e mi trasmetti
gli antibiotici."
      "Non scherzare" Niki s'era fatto improvvisamente serio "magari
potessi. Credi che io non senta già il dolore?" e si toccò il sedere.
      "Io lo sentirò fra poco" e finse di piagnucolare.
      "E io ti farò un massaggio: vedrai che ti passerà. Ti giuro che
dimenticherai il dolore" Niki lo baciò su una guancia e gli appoggiò
la testa sul petto.
      Allora Mauro lo cinse con le braccia: "Niki, perché stanotte hai
voluto venire con me nel bagno?"
      Fu una domanda che giunse improvvisa alle sue labbra, di cui
conosceva già la risposta.
      "Perché, quando ho detto che ti amavo, quella prima volta, quando
ho detto che ti avrei sempre amato, intendevo dire che l'avrei fatto in
ogni momento e in ogni caso, che avrei amato ogni parte e ogni espressione
di te, anche il tuo vomito e la tua cacca. Perché me l'hai chiesto?"
      "Perché sapevo che sarebbe stato bello sentirtelo dire" gli
rispose Mauro, sorridendogli.
      Niki si commosse. Non avrebbe voluto, ma non ce la fece a non
piangere, tentò di controllarsi, cercò quasi di nasconderlo a Mauro,
e non perché se ne vergognasse. Sapeva, e lo sapeva bene anche Mauro,
che faceva parte del suo carattere esprimere la gioia e il dolore, sfogare
la tensione accumulata, piangendo.  Qualche volta, nel suo passato di
solitudine, l'aveva trovato disdicevole, ma ora con Mauro gli dava solo un
po' fastidio, perché sapeva che così avrebbe potuto turbare il
compagno. Piangeva perché la vicinanza di Mauro lo rendeva così
felice che il cuore sembrava salirgli in gola ad ogni battito e sentiva una
stretta allo stomaco, mentre le lacrime scendevano sulle guance.
      Sperò che in quel momento non entrasse la mamma: sarebbe stato
difficile spiegarle che piangeva di gioia, e il motivo per cui lo faceva
era una cosa troppo privata tra loro due.
      Si stringeva a Mauro ed avvertiva che da quel corpo emanava un gran
calore. Sentiva le sue mani accarezzarlo tra i capelli. Lo sentiva parlare:
gli stava mormorando che lui era il suo bambino dolce e piagnone e che
quelle lacrime si sarebbero raccolte in una coppa d'oro e là dentro, se
lui avesse chiuso gli occhi e avesse smesso di piangere, si sarebbero
trasformate in diamanti. E chissà quanto altro, valicando con la
fantasia i confini della dignità e della decenza, sarebbe stato in grado
d'inventarsi perché lui si scuotesse, il suo pianto si calmasse e
tornasse a sorridere.
      Con gli occhi chiusi, Mauro continuò ad accarezzarlo finché non
lo sentì calmarsi, poi l'attirò a sé e gli fece posare la testa
nell'incavo del collo. Lo strinse forte e, mentre si rilassava, quasi si
assopirono insieme.
      Qualche minuto dopo arrivò l'infermiere che avrebbe torturato
Mauro.
      Seguì con occhi terrorizzati quell'uomo orribile il quale, con
movimenti sicuri, preparò la siringa.  Quando lo strumento infernale fu
pronto, si voltò tremante. Niki, trepidante della stessa emozione del
compagno, spostò le coperte e gli abbassò i pantaloni del
pigiama. Denudò una delle fonti del suo piacere e la concesse alla
violenza che stava per subire.
      Dopo averlo disinfettato, l'infermiere colpì il gluteo con uno
schiaffetto anestetizzante e fece penetrare l'ago in quel muscolo adorato:
a Niki parve di sentire il dolore acuto della puntura e poi il defluire del
liquido che veniva iniettato. Gli parve, infine, di avvertire l'uscita
dell'ago ed il sollievo del muscolo che veniva liberato da quello
strumento.
      Mauro era come paralizzato e quasi non respirava più. Non aveva
pianto, né urlato la sua protesta, ma ci era andato vicino. Aveva
percepito tutte quelle sensazioni, le aveva amplificate. E il dolore che
sapeva trascurabile si era trasformato in una sofferenza atroce e
paralizzante che l'aveva lasciato senza fiato.
      Niki accompagnò l'infermiere alla porta e tornò di corsa dal
suo innamorato che giaceva immobile nel letto. Mauro era sotto le coperte,
ancora a pancia sotto e con gli occhi chiusi, stretti, come per scacciare
la brutta visione. Niki l'accarezzò tra i capelli, fece scendere la mano
fino alla parte offesa e cominciò a massaggiarla. Poi passò la mano
sotto le coperte e sentì che la natica era ancora gelida per effetto del
disinfettante. Le ridonò calore continuando a strofinare. Mauro mormorò
di piacere. Finalmente riaprì gli occhi e sorrise al suo benefattore:
      "Se non la smetti, finirai per ottenere un effetto collaterale e
forse indesiderato!" gli disse facendogli l'occhiolino.
      Il massaggio di Niki l'aveva ormai più che consolato dello
spavento subito e, nonostante la febbre e l'ansia per le altre cinque
iniezioni che gli toccava patire, tutto quel movimento gli aveva fatto
venire un'idea che disperava di poter mettere in pratica. Invece, Arleen
andò da loro a chiedere se avessero bisogno di qualcosa, perché lei e
suo marito stavano per uscire.
      I ragazzi sarebbero quindi rimasti soli in casa per almeno un'ora.
      Quando sentirono la porta chiudersi alle spalle dei genitori, Mauro
aprì un occhio e fissò Niki:
      "Hai mai fatto l'amore con uno che ha la temperatura un po' più
alta del normale?"
      "No, non mi pare."
      "Se adesso tu lo farai con me, potrai vivere un'esperienza memorabile
e consentirai anche a me di farla, perché, quando avremo finito, io
t'avrò trasmesso tanti microbi che anche tu soffrirai d'influenza entro
poche ore ed io, che forse nel frattempo sarò sfebbrato, potrò fare
l'amore con te e provare l'ebbrezza del proibito!"
      Riuscì a dirlo tutto d'un fiato, come se fosse uno scioglilingua e
Niki, posto davanti a questa prospettiva, esitò solo per un momento, ma
la sua perplessità fu solo apparente, perché saltò con entusiasmo
nel letto di Mauro.
      "Che m'importa dell'influenza? Voglio provare!"
      Si amarono con dolcezza. Quando, dopo pochissimo tempo, furono nudi
entrambi, Niki trovò che abbracciare il corpo di Mauro, così
insolitamente caldo, rappresentava realmente un'esperienza nuova ed
eccitante. Sfregarono i corpi, donandosi sensazioni opposte, di caldo e di
freddo. E quando Mauro gli si offrì, le sensazioni che Niki provò
penetrandolo furono insolite ed affascinanti.
      Mauro, pur scherzando, aveva avuto ragione: il suo corpo illanguidito
dalla febbre parve a Niki ancora più delicato, arrendevole e dolce di
quanto non l'avesse mai trovato. E allo stesso Mauro le sensazioni di
quell'amplesso giunsero filtrate dal torpore della febbre, dal calore del
proprio corpo che, pur dando alla pelle maggiore sensibilità, attenuava
le percezioni dei suoi sensi.
      Quando Niki fu vicino a godere, non volle farlo nel corpo del
compagno, ma tornò di fronte a lui. Mauro gliene avrebbe chiesto il
motivo, ma Niki teneva gli occhi chiusi. Infilò il proprio pene fra le
gambe di Mauro e fece lo stesso con quello del compagno. Ripresero a
muoversi e godettero stringendosi fra le braccia.
      Niki allora s'alzò e corse a prendere un asciugamani per pulire il
compagno. Lo fece, com'era già accaduto quella notte, sfiorandolo con lo
stesso amore. Allora a Mauro venne voglia di piangere per la felicità,
ma non pianse e si tenne dentro quelle lacrime di gioia. Gli parve di
capire che Niki, pur avendolo penetrato, avesse preferito non godere dentro
di lui, perché voleva rivivere le azioni di quella notte, dirsi e
dirgli, ancora, quanto ogni cosa, dalla più dolce alla meno piacevole,
fosse sempre e comunque amabile se fatta per lui, per il proprio
amante. Niki andò a lavarsi e tornò. Mauro, guardandolo mentre gli
sistemava il letto, ebbe voglia di fare qualcosa di coraggioso e di
memorabile per il suo ragazzo. In quel momento si sentì eroico: avrebbe
voluto donargli qualcosa di estremamente prezioso, ma Niki lo guardò e,
leggendogli nel pensiero, gli mormorò baciandolo:
      "Io ho te e non puoi darmi nulla di più bello. Al mondo non può
esserci nulla di più affascinante che tu non m'abbia già dato."

       Quel lunedì mattina fu molto brutto per Niki doversi alzare ed
andare a scuola da solo, lasciando a casa Mauro, in compagnia della
mamma. Nella notte e durante la giornata di domenica, aveva tentato, più
o meno coscientemente, di farsi contagiare e prendersi l'influenza: era
entrato in contatto con quasi tutti i fluidi corporei del compagno, tranne
il sangue. L'idea l'aveva avuta, ma gli era mancato il coraggio di proporlo
a Mauro. Tutti i tentativi furono vani. Alle otto di mattina di quel brutto
lunedì, era in perfetta salute, la sua temperatura corporea era di poco
superiore ai trentasei gradi e non aveva alcun segno di infreddatura,
perciò la mamma e il suo insensibile amante lo spedirono a scuola.
      Mauro, invece, trascorse la mattinata leggendo e dormicchiando, fino
al momento dell'iniezione, la terza delle sei prescritte. Visse
l'esperienza come le altre, tremante, in uno sbigottito silenzio, e questa
volta senza avere la panacea del massaggio di Niki.
      Riaccompagnato l'infermiere, Arleen tornò da lui. Lo chiamò
dalla porta della camera:
      "Mauro? Posso entrare?"
      "Sì!" le rispose pronto, sorridendole.
      Era stato subito conquistato da quella donna e la considerava
un'amica davvero leale, perciò raddrizzandosi nel letto e mettendo da
parte il libro che stava leggendo, l'accolse con il migliore e più
sincero dei suoi sorrisi. Era anche più tranquillo, confortato dal
recente responso del termometro che segnava una definitiva discesa della
febbre.
      Arleen si sedette sul letto e gli passò la mano sulla fronte:
"Come va? Mi pare che questa volta sia tu ad avere... meno di 100 gradi
Fahrenheit!" gli disse accarezzandolo ancora.
      Si sorrisero come vecchi complici. E lo erano certamente, perché
amavano la stessa persona. Stettero a guardarsi per un momento, poi Arleen
si decise a parlare:
      "Mauro, vorrei dirti quanto ti siamo riconoscenti per quello che tu
rappresenti per Niki. Sei il primo amico che lui riesce a farsi: prima di
te non aveva mai avuto nessuno che gli fosse così vicino. È sempre
stato tanto solo."
      "C'era Stephan..." Arleen fece per interromperlo, ma Mauro, con un
gesto la cui maturità la sorprese, le prese una mano e continuò
"perché, anche se sono stati insieme fin da piccoli, sono diventati
amici proprio stando lontani ed è stato davvero un peccato che siano
stati divisi proprio negli anni in cui avrebbero avuto più bisogno uno
dell'altro."
      "È vero. Hai ragione" disse Arleen e si fermò a pensare.
      Era rimasta più volte stupita dalla saggezza che Mauro spesso
mostrava. All'inizio aveva considerato quel ragazzino sempre sorridente
molto meno equilibrato, meno accorto di quanto le sembrasse essere suo
figlio. Aveva scambiato quell'allegria per leggerezza ed anche per
immaturità, ma poi, conoscendolo meglio, aveva notato che Mauro
possedeva maggiore esperienza di vita di quanta ne avesse Niki. Ed aveva
avuto modo di osservare anche l'avvedutezza e l'equilibrio di Mauro che
erano davvero insoliti in un ragazzo della sua età. Era stato merito suo
se Niki era venuto fuori tanto in fretta dallo malinconia in cui era caduto
dopo la morte di Stephan. Non osava pensare a cosa sarebbe accaduto se suo
figlio si fosse ritrovato da solo in quei giorni terribili o se, peggio, al
suo arrivo in America, non avendo Mauro accanto a sé, avesse incontrato
il cugino e si fosse lasciato coinvolgere in qualche storia di
droga. Scacciò quella specie di incubo che le tornava ogni volta che
ripensava al nipote. Era là per parlare a Mauro di qualcosa che, temeva,
lui non avrebbe compreso completamente e che forse l'avrebbe turbato. Prima
di cominciare, si chiese se poteva discuterne apertamente con quel
ragazzino.
      "Mauro, l'altra sera, mentre tornavamo in macchina, mi sono voltata
verso di voi e sono stata a guardarvi per quasi tutto il viaggio."
      Avevano cenato in un ristorante fuori città e Mauro era stato con
loro. Al ritorno i due ragazzi s'erano seduti sul sedile posteriore
dell'automobile. Era tardi e s'erano addormentati, appoggiando la testa uno
sulla spalla dell'altro, adattandosi alla posizione del compagno. Poi,
sempre nel sonno, Niki aveva cercato la mano di Mauro. Lei li aveva davvero
guardati per tutto il tempo, svegliandoli solo quando erano arrivati sotto
casa.
      "Vi osservavo e mi pareva d'avere già vissuto in passato momenti
come quelli che stavo vivendo. Era un déjà vu, come dicono i
francesi, e tu sei un poco francese, no? Mi sono ricordata di Stephan e
Niki sul sedile della nostra macchina a Boston, più di dieci anni
fa. Appena entrati in macchina immancabilmente loro due si addormentavano,
s'abbracciavano e sognavano beati.
      "Forse Niki te ne ha già parlato: quando Stephan era piccolo,
passava tutto il tempo con noi, perché mio fratello e sua moglie non
riuscivano mai a stare con lui e lo lasciavano quasi sempre a me che
accudivo anche a Niki. Sono cresciuti realmente come fratelli e quando li
abbiamo divisi ne hanno sofferto molto, anche se continuavano a vedersi
almeno due volte l'anno e si telefonavano spesso" poi aggiunse, come se ci
pensasse per la prima volta "Sai, non siamo mai riusciti a capire come
facessero a dormire abbracciati a quel modo."
      Mauro non ce la fece a stare zitto: "È proprio quello che accade a
noi! Me lo chiedo spesso anch'io!" e arrossì fino alla cima dei
capelli. Per un momento gli parve che gli fosse tornata la febbre alta del
giorno prima, ma Arleen gli stava già sorridendo: quella donna non
finiva mai di stupirlo. Con sua madre non avrebbe mai ammesso che, quando
dormiva con Niki, erano sempre abbracciati. Con Arleen era stato così
semplice.
      Pensandoci bene però, sua madre doveva ormai saperlo molto
bene. Mauro si diede dell'ipocrita e chiese mentalmente scusa a sua madre,
la quale, si disse, proprio non meritava quella slealtà.
      "Durante il viaggio in macchina pensavo a voi due e poi a come era il
rapporto fra Stephan e Niki... ed ora voi due siete così intimi..."
Arleen non riuscì più a trovare le parole e Mauro la soccorse,
meravigliandola ancora.
      "Io credo che Niki abbia sempre cercato qualcuno, un amico, che
sostituisse Stephan, che fosse come lui. Con ogni ragazzo che ha avvicinato
è stato così: ne sono convinto. E così è stato anche con me:
lui cercava Stephan..." Mauro la guardò con occhi serissimi "Beh, ma ha
trovato Mauro! Ed io sono un'altra persona, ma credo di piacergli lo
stesso!" la fissò, le sorrise, poi aggiunse "Anche per come sono io!"
      Arleen era stupita e rassicurata, ma le premeva ancora parlargli di
loro due, del loro rapporto, anche per metterli in guardia:
      "Tu sei il primo, dopo Stephan, che Niki abbia conosciuto così a
fondo e lui è più inesperto e indifeso di te. È sempre stato così
solo. Io non conosco bene la tua vita, ma, per quello che me ne ha
raccontato tua madre, tu sei sempre stato circondato da tante persone. Hai
avuto sempre molti amici.
      "Non vorrei che tu ti preoccupassi... Ne parlo a te, perché mi
sembri più maturo e più consapevole di lui. Vorrei che tu pensassi e
facessi considerare anche a Niki che" Arleen si fermò a scegliere le
parole "nella vita di due persone possono esserci delle situazioni, anche
indipendenti dalla loro volontà, che le allontanano, così come ce ne
sono altre che le avvicinano. Voi due sembrate come abbagliati uno
dall'altro.  Pare che fra voi abbiate messo da parte ogni senso critico nei
confronti dell'altro. Vivete i vostri difetti come buoni motivi per volervi
ancora più bene. E questo è un errore. Forse ti sto spaventando"
aveva visto che un'ombra era passata negli occhi del ragazzo, perché pur
sempre di un ragazzo si trattava "ma hai capito quello che intendo?"
       "Si, signora, e noi ne siamo consapevoli. Ne abbiamo parlato:
sappiamo che la nostra vita non sarà sempre uguale a come è
ora. Vivremo certamente delle difficoltà e sappiamo anche che abbiamo
molto bisogno di amici, di vivere con altre persone. Noi lo sappiamo che
difficilmente si riesce a conservare le stesse idee per tutta la vita" la
guardò quasi accigliato, poi aggiunse "ma noi cercheremo di farlo!"
      Lentamente il suo volto si rilassò in un sorriso dolce e sereno
che convinse Arleen e la conquistò ancora una volta. La persuase che
Mauro era l'ineguagliabile completamento di Niki, il compagno ideale e
precoce di suo figlio, e che l'incontro fra quelle due anime doveva essere
per la vita. Se quei due avevano avuto la fortuna di trovarsi e avevano
deciso di sposarsi, perché così era, loro, i genitori, li avrebbero
assecondati e li avrebbero protetti e difesi in ogni momento.
      L'accarezzò tra i capelli e s'avvicinò a baciarlo sulla fronte:
"D'accordo. D'accordo, Mauro!"
      Ma lei era là anche per un altro motivo: doveva proporre a Mauro
qualcosa che il ragazzo difficilmente avrebbe saputo rifiutare.
      "Sai, Mauro, adesso sto molto meglio e posso rifarmi di tutte le
volte in cui mi sono dovuta fermare a riprendere il fiato, perciò" fece
una pausa e gli prese la mano. Lo guardò negli occhi. Mauro la seguiva
incuriosito "Abbiamo pensato di andare a Parigi per Pasqua: verresti con
noi? Faremo una sorpresa a Niki.  Tu non parlargli di questo progetto!"
      La proposta era incredibilmente allettante. Mauro guardò Arleen
con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Dimenticò immediatamente le
iniezioni che ancora doveva subire, oltre al dolore per quelle già
fatte.  A Parigi con Niki. Parigi! Per un francese d'elezione quale lui si
sentiva, un francese che non era mai stato in Francia. Avrebbe potuto
finalmente parlare il francese con i francesi, come aveva sempre
sognato. Ma era per Pasqua e lui a Pasqua non era mai mancato ad un
appuntamento molto particolare.
      "Abbiamo pensato" continuò a dire Arleen "che a te sarebbe
piaciuto andarci, anche se noi ci siamo già stati. La città merita
d'essere vista e rivista, perché è stupenda. E poi tu conosci il
francese molto bene.  Anzi, tuo padre mi ha assicurato che lo parli come se
fossi nato in Francia. È vero?"
      "Se lo dice papà..." Mauro era immediatamente arrossito all'idea
che suo padre, sempre così severo, apprezzasse tanto il suo francese.
      "Allora? Vieni con noi?"
      Mauro esitava, perché davanti a sé aveva una scelta molto
ardua: Parigi o le sue amate processioni, l'unica concessione della sua
famiglia, e di suo padre in particolare, alla religione, al soprannaturale,
all'inspiegabile e all'irrazionalità.
      "Mauro, pensaci con calma" Arleen si rese conto che il ragazzo non
riusciva a risponderle, perché pareva un po' turbato dalla proposta
"parlane con i tuoi genitori. So che ti abbiamo sottratto alla tua famiglia
per Natale ed a loro potrebbe dispiacere non averti anche a Pasqua, ma
perché non provi a convincerli?  Non è necessario che tu mi dia una
risposta ora. In ogni caso, non dire nulla a Niki, perché per lui deve
essere una sorpresa" Arleen gli sorrise e s'alzò "Torna a leggere, non
vorrei che la tua cultura soffrisse a causa delle nostre chiacchiere" e
indicò il libro che Mauro teneva ancora in mano, con un dito infilato
fra le pagine per non perdere il segno.
      "Ma no, Arleen, resti per favore, se può" e inserì una
cartolina nel libro per segnare la pagina e l'allontanò da sé "se non
ha di meglio da fare. Mi piace parlare con lei" ammise candidamente,
sorridendole.  Le voleva bene ed era un sentimento che lo stupiva "Parigi è
sempre stato un sogno per me, come lo è stato per mio padre, per tanti
anni. Però, qui a Pasqua ci sono le processioni. Mi ha messo in un bel
guaio" sorrise ancora "non so che fare e mia madre riderebbe se potesse
ascoltarmi: lei afferma che io so sempre cosa fare ed è per questo
motivo che riesco sempre ad averla vinta. Ma non è vero. Non è sempre
vero, perché" sorrise, il suo sguardo si fece dolce "con Niki non vinco
mai e neanche lui vince con me. Forse è per questo che stiamo tanto bene
insieme."
      "Mi stai rivelando un segreto? Con mio marito e con i tuoi genitori
ci siamo chiesti spesso come facciate voi due ad andare tanto
d'accordo. Sembrate avere due personalità così simili. Noi conosciamo
bene l'ostinazione di nostro figlio e tua madre racconta storie mitiche
della tua testardaggine."
      Mauro si prese la testa fra le mani, poi la rialzò sorridendo:
"No, non è un segreto, ma come faccio a spiegarglielo? Con Niki non
decido, perché desidero solo accontentarlo e così fa lui con me. Non
c'è altra spiegazione. Quando ci siamo conosciuti, ma prima che..." la
guardò indeciso, non sapeva se poteva permettersi un'affermazione
esplicita.
      Lei l'aiutò: "Vuoi dire prima che scopriste d'essere innamorati?"
      "Si, volevo dire questo..." le voleva davvero bene, non aveva dubbi
"prima che lo capissi, perché per Niki era già tutto chiaro e io non
lo sapevo ancora. Un giorno gli chiesi quale fosse la sua idea dell'amore e
lui mi raccontò che lei e suo marito vi volete bene perché ciascuno,
in ogni momento, cerca di realizzare i desideri dell'altro. Beh, anche per
noi è così."
      Stettero a guardarsi sorridendo uno all'altra.
      "Parigi è nei miei sogni da quando ero piccolo" disse Mauro "ma le
processioni sono tutto un altro discorso. Papà dice sempre che sono
qualcosa che si può comprendere solo se si è nati qua. Lui è ateo,
eppure, nella sua vita è mancato raramente ad una processione, e mio
nonno che era un anarchico, non ne perse mai una. Mamma mi ha raccontato
che il nonno morì di sabato santo, quando io avevo tre anni.
      "Lui era molto alto. Papà dice che era grande come una quercia ed
anch'io me lo ricordo molto vagamente come un uomo imponente. Beh, a dire
il vero in famiglia siamo tutti piuttosto maestosi" Mauro sorrise "ma pare
che il nonno fosse davvero un gigante. Secondo papà, i miei fratelli ed
io siamo ragionevolmente meno alti e robusti, perché abbiamo sfruttato
la piccola statura della nonna e di mia madre che hanno un poco stemperato
l'imponenza del nonno.
      "Forse ho divagato..." e guardò Arleen, temendo d'annoiarla, ma
lei gli fece cenno di continuare "Il nonno era stato in coma per tre
giorni, fino al Venerdì Santo, poi, circa all'ora in cui la processione
doveva passare sotto le sue finestre, si svegliò come per miracolo e
chiese che lo portassero sul balcone. Assistette al passaggio delle statue
e riuscì finanche ad intonare un inno sacro. Dopo un po' ricadde nel
coma e morì il giorno dopo. Le ho raccontato questa specie di miracolo
per spiegarle che in questa città le processioni sono una cosa
importante per tutti."
      Guardò Arleen e gli parve che fosse ancora interessata ad
ascoltarlo, allora si sistemò meglio sul letto, godendosi la morbidezza
dei cuscini che lo sorreggevano. L'argomento 'processioni della settimana
santa' era uno dei suoi preferiti e a Niki ne aveva parlato tanto da
riempirgli la testa. Avevano già deciso come fare per non separarsi
neanche in quell'occasione: Niki avrebbe partecipato alla processione,
sebbene quasi in incognito. Mauro si sarebbe vestito del suo saio, secondo
quanto prescriveva la confraternita e Niki gli avrebbe camminato accanto
per tutto il percorso, cercando di mimetizzarsi fra i tanti fedeli che, pur
non essendo confratelli, seguivano comunque la processione.
      "In questa città le processioni rappresentano il motivo per cui
tutti quelli che sono lontani e possono tornare, lo fanno. È commovente
incontrare quelle persone, immaginare che siano qua per te, per vederti.
Papà me lo ripete ogni anno, indicandomi e facendomi conoscere gli amici
di tutta la sua vita. Quelli che, come dice, se ne sono andati ad
invecchiare lontano, perché gli amici non li vedessero appassire."
      Mauro era ispirato, parlava con gli occhi socchiusi, come se
assistesse ad un film per poi raccontarlo ad Arleen: "Quella processione è
emozionante. Almeno per me" aggiunse, cercando di spiegarsi.
      "Alle tre di notte, tra il Giovedì e il Venerdì Santo, tutti
quelli che se la sentono di restare alzati, e sono davvero tanti, si
riversano per le strade della città vecchia e assistono, nel massimo
silenzio, all'uscita delle statue da una chiesa che è molto piccola. È
tanto piccola che ci si deve entrare a turno. Ed è anche un po' strana,
perché le manca la navata destra. Pare che nel '600 il terreno su cui
doveva essere costruita, dopo le altre due navate, sia stato venduto di
nascosto dal priore della confraternita. Non si sa che fine abbia fatto, ma
secondo papà non s'è goduto quei soldi.
      "Le statue escono una alla volta e sono portate in spalla ciascuna da
quattro uomini incappucciati, con il passo ritmato dal tamburo e dalla
tromba. Ma la cadenza vera e propria viene data dagli inni cantati dai
confratelli.
      "Il momento in cui esce l'ultima statua è il più
emozionante. Ai lati del portale sono schierati centinaia di uomini vestiti
con un saio del colore della terra e con la testa coperta da un cappuccio a
punta che ha i buchi per gli occhi. Tutti hanno le candele accese. La
statua è sollevata dal tappeto di garofani rossi su cui è stata
adagiata durante per tutto il giorno precedente. In quattro se la mettono
sulle spalle ed in quel momento la banda intona una marcia funebre
particolare, che da oltre cento anni è sempre la stessa. Quella musica
rappresenta il grido di dolore per la morte di Cristo. Il ritmo, che
all'inizio è un po' incalzante, improvvisamente si calma e la banda
segna un tempo più lento che cadenza l'andatura quasi indolente dei
portatori. Papà ogni anno mi ripete che, secondo lui, quelle marce
funebri sono sensuali e tragiche e poi aggiunge che non sono dei
capolavori. L'anno scorso abbiamo camminato insieme durante tutta la
processione ed abbiamo parlato per ore. Mi ha raccontato tante cose."
      Arleen attese che Mauro riprendesse a parlare, capì che il ragazzo
si era un poco perso dietro ai suoi ricordi.
      "L'ultima statua, la quinta, raffigura un Cristo morto, riverso, con
un braccio lungo il fianco e l'altro adagiato sul ventre, mollemente. Ha
una gamba un po' sollevata. Vorrei che la vedesse. Quella statua ha una
posa così languida, con il volto sofferente, imbrattato di sangue e le
labbra socchiuse, tirate, come nello sforzo di morire. Io... credo di
essere innamorato di quel volto" nel raccontare aveva chiuso gli occhi, li
riaprì e la guardò fisso "Non ci avevo mai pensato, ma credo che sia
così. Non l'ho mai detto a nessuno, neanche a papà!"
      Tornò a scegliere fra i suoi ricordi: "I portatori sono assistiti
da altri quattro uomini, pronti a soccorrerli se dovessero essere stanchi o
cadere. E devono spesso sorreggerli, perché la statua è molto
pesante. Per questo hanno dei bastoni con delle forche che piantano in
terra quando devono aiutare a sostenere il peso.  E anche loro hanno i
cappucci calati sulla testa, come tutti noi. Vedono solo attraverso i fori
per gli occhi.
      "Sollevata la statua, cominciano a muoversi piano, strisciando i
piedi e seguendo il ritmo lento della musica. Avanzano verso la porta della
chiesa. All'esterno le luci della strada sono tutte spente e
l'illuminazione viene solo dalle candele. Si vedono prima apparire i
lumicini rossi che sono attorno alla statua, poi i piedi pallidi e le
gambe, il corpo straziato, finché non si vede il volto. Per strada c'è
il silenzio assoluto.
      "L'andatura è ondeggiante e ritmata dalla musica che si spegne
solo quando la statua ha superato il baldacchino che è davanti alla
chiesa. A quel punto incomincia la processione. In quel momento sono sempre
le tre e mezza del mattino.
      "Il corteo attraversa poi tutti i quartieri della città
vecchia. La mia famiglia ha da sempre il suo posto nella processione. Ci
vestiamo con il saio, in testa ci mettiamo quel cappuccio che, secondo
papà, dà un aspetto di un massone a chi lo indossa, e con la candela
in mano seguiamo le statue lungo, più o meno, tutto il percorso.
      "La processione torna alla stessa chiesetta monca di una navata
esattamente a mezzogiorno del Venerdì Santo e soltanto allora ce ne
torniamo a casa, distrutti dalla fatica, ma contenti e felici, anche se non
saprei dire esattamente di cosa.
      "Adesso capisce perché sono davanti ad un dilemma quasi
insolubile? La Pasqua, per me, è tutta in questa processione, ma ora la
vedo tristemente eclissarsi dietro il Louvre, la Tour Eiffel e Notre-Dame,
per non dire del piacere di essere in viaggio con Niki" gli parve d'aver
commesso una gaffe e subito si corresse "cioè con voi."
      E se la battaglia che in quei momenti si stava combattendo nella
mente di Mauro, fosse stata visibile, si sarebbero viste truppe agguerrite
battersi senza esclusione di colpi. Il momento in cui il viaggio in Francia
parve soccombere si presentò quando Mauro si ricordò che quell'anno,
avendo appena compiuto quindici anni, poteva sperare di essere uno dei
portatori del baldacchino che seguiva la sua amata statua. Per la prima
volta, se il sorteggio lo avesse aiutato, avrebbe avuto un ruolo attivo
nella processione. Ma il viaggio a Parigi sembrò vincere quando Mauro
pensò che quel soggiorno in Francia gli avrebbe consentito di realizzare
un suo sogno di bambino e salire sulla Tour Eiffel. Aveva sempre
fantasticato su quella costruzione, anzi in un periodo della sua vita con
il meccano costruiva solo tralicci che nella sua fantasia erano tante Tour
Eiffel. La battaglia si infuocò: cosa ne avrebbe pensato suo padre,
legato alla processione da un attaccamento difficile da spiegare, ma che
aveva trasmesso intatto proprio a lui? Fu allora che l'idea del viaggio in
Francia prevalse, perché aveva considerato un argomento su tutti: se non
fosse andato a Parigi, molto probabilmente, sarebbe dovuto restare lontano
da Niki per una settimana e quella era una prospettiva inaccettabile,
neppure al pensiero di saltare, per quell'anno, la processione dei Misteri.
      Arleen aveva atteso pazientemente che lui valutasse tutte le
possibilità, guardandolo incuriosita, tentando di leggergli nel cuore
attraverso gli occhi, poi Mauro sciolse l'arcano:
      "È ancora valido il suo invito? Sempre che mamma sia d'accordo e
che papà accetti l'idea di non avermi con sé alla processione..."

      Al rientro di Niki da scuola, Mauro fu travolto dal resoconto della
giornata scolastica e dalle ultime notizie dal fronte della 'reintegrazione
dei diversi', come Niki chiamava il loro lento avvicinarsi agli amici.
      "Durante l'intervallo Giacomo mi ha preso sottobraccio e mi ha
chiesto cosa ne pensassi della serata di sabato e io gli ho assicurato che
ci eravamo divertiti, poi mi ha detto 'io e Mauro siamo amici da tanti
anni, tu non sei geloso, vero? Io ci tengo a restarlo per sempre e voglio
anche essere tuo amico'" Niki aveva imitato abbastanza bene la parlata a
scatti di Giacomino "L'ho rassicurato come potevo. Poi Roberta ha voluto
sapere della tua salute e mi ha chiesto come mi sentivo io. In un primo
momento devo averla guardata male, ma poi ho capito che era davvero
preoccupata per te. Quella ragazza mi piace. E poi abbiamo quasi gli stessi
gusti. Non è vero, Casanova?"
      Mauro lo guardò storto, fingendosi offeso.
      "Un'altra ci ha invitati alla festa per il suo compleanno sabato
prossimo."
      "Come 'un'altra'? E chi sarebbe?" chiese Mauro allibito.
      "Non me lo ricordo! Cosa vuoi che mi importi?" finse Niki.
      "Accidenti! Chi ci ha invitati?" lo minacciò.
      "Maaraa!" scimmiottò Niki "Se l'avessi potuta ascoltare, avresti
pensato che stava per invitarci al gran ballo di corte" scoppiarono a
ridere insieme "E poi" cambiò discorso "per tutta la giornata Eugenio,
Alex ed Enrico non mi hanno lasciato neppure un momento da solo, per non
dire di Giacomo che si è anche seduto al tuo posto. E quando la
professoressa d'inglese lo ha interrogato, alzandosi mi ha mormorato 'Stai
pronto col pennarello!'"
      Mauro scoppiò a ridere: avevano davvero degli amici impagabili che
forse erano riusciti ad entusiasmare anche Niki, all'inizio così
scettico. Ma adesso lui e Niki dovevano pensare alla nuova avventura che
stavano per vivere e quello che gli pesava era di non potergliene subito
parlare. Anzi sperava che non gli scappasse qualche accenno: non avrebbe
mai voluto tradire la fiducia di Arleen.
      Essendogli ormai quasi passata la febbre, si alzò dal letto, si
stiracchiò, raddrizzò la schiena che gli doleva ancora e provò a
fare qualche passo. Niki gli si mise accanto, quasi per sorreggerlo, e
Mauro, notando qualcosa di diverso, accostò la sua spalla a quella
dell'amico. Si rese conto d'essere cresciuto ancora di qualche centimetro:
      "Sono diventato più alto di te" gridò e poi scoppiò a ridere
"Sono io quello più alto. L'influenza mi ha fatto crescere ancora!" levò
le braccia in alto "Sono diventato il più alto della famiglia. Lo diceva
papà che dovevo crescere ancora!"
      "Va bene sei più alto, ma hai paura delle iniezioni. Puoi anche
arrivare ad essere alto sei metri, ma resterai sempre un pusillanime che ha
paura del buio, delle iniezioni e poi sei curioso, sei curioso, sei
curioso!"
      Terminò con un tono talmente irritante che Mauro ritenne giunto il
momento di staccarsi di dosso l'etichetta di più curioso dei due, anche
a costo di rischiare qualcosa. Così, abbandonata ogni prudenza, sfidò
l'amico: "Sono più alto di te. Ho paura delle iniezioni e del buio, ma
scommettiamo che per una volta sarai tu il più curioso?"
      "Non riuscirai ad incuriosirmi. Non come io ci riesco con te" ma a
quel punto, a Mauro cominciò a girare la testa e preferì tornarsene a
letto.
      Poco dopo, mentre Niki gli massaggiava i glutei offesi dalle
iniezioni, Mauro gli disse con voce soave:
      "Io so una cosa bellissima che ti farà enorme piacere, ma non
posso dirtela e, stai pur tranquillo: non te la dirò" e fece il gesto di
cucirsi le labbra.
      Niki smise di massaggiarlo: "E io adesso ti sculaccio dove ti fa più
male e poi ti pungo tutto se non confessi quello che mi stai nascondendo."
      "Allora, chi è più curioso?"
      Niki cambiò tattica e disse serio: "Mauro, mi stai dicendo la
verità? È davvero qualcosa che mi farà felice?"
      "Lo giuro. Croce e morte!"
      Questa, come Niki ormai sapeva bene, era la formula più solenne di
giuramento, usata dai ragazzini nelle situazioni più serie. Comprendeva,
come suggello, lo sputare per terra e, con il piede sinistro, segnare una
croce, cancellando lo sputo. Mauro, naturalmente, omise la parte dello
sputo, ma cercò di mantenere inalterata la solennità del suo
giuramento.
      "E perché non me lo dici?" Niki glielo chiese con la versione più
dolce della sua voce, quella alla quale Mauro ben difficilmente avrebbe
resistito.
      Arleen lo salvò momentaneamente da altre spiegazioni chiamando suo
figlio ad aiutarla per il pranzo, ma l'ormai terribilmente incuriosito Niki
tornò alla carica con le sue insistenze per il resto della giornata e il
giorno successivo.
      La convalescenza di Mauro durò fino al mercoledì mattina,
quando, per la felicità d'entrambi e con la benedizione di un caldo sole
d'aprile, tornò a scuola.

      Ormai Parigi li attendeva, il papà di Mauro aveva decorosamente
accusato il colpo: per quell'anno alla processione, assenti Sergio e Mauro,
avrebbe avuto con sé solo Michele. Ma all'illuminista che era in lui
aveva fatto piacere che suo figlio viaggiasse e visitasse quella città
eccezionale che lui era riuscito a vedere una volta sola:
      "Vai pure e guarda tutto, perché al tuo ritorno vorrò
sapere. Dopo tutto, figlio mio, le processioni sono sempre quelle, ogni
anno uguali a se stesse" sentenziò ad un allibito Mauro.
      Arleen svelò a Niki il segreto quando non poté più
nasconderglielo, essendo divenuto evidente che in famiglia si stava
preparando qualcosa.
      Quel pomeriggio Niki accolse l'amico con un sorriso soddisfatto e
Mauro comprese che la curiosità, diventata patologica nelle ultime ore,
era stata finalmente soddisfatta. Appena soli s'abbracciarono felici. Niki
dimenticò, per il momento, lo scherzo giocatogli e finalmente
cominciarono a programmare il soggiorno parigino utilizzando tutti i
supporti che la biblioteca del padre di Mauro avrebbe fornito: volevano
vedere tutto, come se Parigi avesse potuto scomparire subito dopo la loro
partenza.
      Il pensiero dei preparativi fu soppiantato solo dalle discussioni per
l'uscita del sabato sera, con l'invito alla festa di compleanno organizzata
dalla loro compagna di classe.
      Avevano discusso molto se parteciparvi e non ne erano venuti a capo:
andare alla festa sarebbe stato positivo per la loro 'immagine pubblica',
come la definiva Mauro, ma sarebbe stato noioso e anche imbarazzante
secondo Niki:
      "Ci toccherà ascoltare musica rimbombante per tutta la sera e
rispondere alle loro domande e parlare con tutti dei fatti nostri: non so
se ce la farò a resistere."
      "Ma potremmo anche divertirci e poi, se rispondessimo alle loro
domande una volta per tutte, probabilmente smetterebbero di farcele e
torneremmo nella media dell'interesse, cioè 'normali', tra virgolette."
      "Non ci voglio andare. E se mi chiedessero di ballare? Se quella
cretina, per i suoi presunti doveri di padrona di casa, mi afferrasse la
mano, mi portasse al centro della stanza e mi dicesse 'Baalla, daai baalla
anche tu! Sei stato seduto tutta la sera, qui ci si deve divertiire!'" Niki
stava fornendo, quasi in falsetto, una buona imitazione della voce un po'
impostata della compagna "che farò se dovesse accadere? Piuttosto che
lasciarmi trascinare a ballare, sappi che io la strangolerò!"
      Mauro se la rideva, perché l'imitazione era stata perfetta e
perché immaginava Niki alle prese con quell'oggetto sconosciuto che era
la donna. Non che lui avesse migliori esperienze, essendosi fermato alla
sensazione di due seni premuti contro il petto e alla mano di Roberta che
gli aveva sfiorato la patta. Aveva però una più lunga frequentazione
d'amicizie, sia maschili, sia femminili, che gli consentiva una facilità
di rapporti umani che Niki proprio non possedeva.
      "A quel punto potresti lasciarti trascinare dal ritmo incalzante
della musica e ballare forsennatamente, oppure potresti esprimerle, con
calma e prima di ucciderla, i motivi per cui ti rifiuti. I riferimenti
culturali non dovrebbero mancarti: potresti fare riferimento alla danza
come espressione del corpo. E tu che, a differenza di quella sciocca, hai
studiato e compreso il mito delle Muse, potresti finalmente spiegarle che
Tersicore di preferenza si accompagnava con la lira e sicuramente
disdegnava i tamburi e le percussioni in genere."
      Niki gli si avvicinò minaccioso e minacciosamente gli puntò un
dito fra le costole: "Non ci vengo."
      "Ci andiamo, perché tutti devono vederti ballare."
      "Ti prego, Mauro: non ci voglio proprio venire" Niki stava provando a
commuoverlo.
      "Chiediamolo a tua madre. Che ne dici? Io rimetto a lei la decisione,
penso che sia abbastanza saggia da capire cosa sia meglio fare" e questo
era metterlo nell'angolo, dargli un atout.
      "Va bene, andiamo" disse Niki, non ancora rassegnato.
      Andarono da Arleen in soggiorno, le si pararono davanti come due
contendenti davanti ad un giudice: "Mamma, siamo stati invitati ad una
festa da un'amica e Mauro vorrebbe andarci, io preferirei di no. Tu che ne
pensi?" Mauro fece per intervenire, perché l'argomento gli pareva fosse
stato trattato in modo eccessivamente conciso: Niki, come ammetteva lui
stesso, aveva un potere di 'sintesi stringente'.
      "Niki, la soluzione migliore potrebbe essere quella che tu non ci
andassi, lasciando libero Mauro di partecipare alla festa."
      Era la soluzione più logica, che però non piaceva a nessuno dei
due: "Se permette, signora, vorrei esprimere la mia idea. Penso sia utile
che alla festa ci andiamo insieme. Prima di tutto, perché sarebbe
divertente, anche se lui non vuole ammetterlo. E poi, alcuni nostri
compagni ci hanno chiesto d'uscire più spesso con loro. Lo hanno fatto
per amicizia nei nostri confronti. Io penso che non sarebbe educato
rifiutarci d'andare alla festa."
      Prima che la mamma desse ragione a Mauro, Niki, che capiva bene
d'avere torto, ammise: "Ha ragione Mauro. Andremo alla festa e poi
balleremo e infine rideremo" detto questo si girò e se ne tornò nella
sua camera.
      Arleen e Mauro rimasero a guardarsi:
      "Da piccolo, quando capiva di avere torto, faceva così. Dopo un
poco tornava a cercare me o suo padre perché lo consolassimo. Stavolta
penso che cercherà te: buona fortuna, Mauro!"
      Arleen glielo disse con lo stesso sorriso di Niki, poi gli prese la
mano e gliela strinse affettuosamente.
      Quando Mauro lo raggiunse, Niki guardava fuori dalla finestra. Mauro
si sedette alla scrivania e si mise a fissarlo. Avevano già finito di
studiare e ciò che rimaneva di quella giornata era tutto per loro,
potevano utilizzare quel tempo o sprecarlo.
      "Niki."
      Non si girò neanche. Guardava fuori. Era offeso, ma lo era con se
stesso. Si sentiva inadatto, impreparato a vivere un'amicizia con altre
persone e si rendeva conto che la sua esistenza in splendido isolamento
l'aveva reso incapace di normali contatti umani. Era convinto di sapere
soltanto amare oppure odiare.
      "Dovrai insegnarmi tutto" gli parlò dicendogli, come molte volte
accadeva, solo la fine del discorso che s'era andato facendo, come se il
compagno avesse potuto leggergli nel pensiero, indovinando quello che lui
gli aveva taciuto. E spesso Mauro faceva anche questo.
      Non ottenendo risposta, si voltò: "Tu devi insegnarmi a vivere"
disse a Mauro che continuava a guardarlo "Ho capito perché dovremmo
andare a quella festa e so che è giusto, che dobbiamo andarci ed io ci
verrò. Però continuo a non volerlo. Non ci riesco!"
      Mauro con un gesto gli fece cenno di andare a sedersi sulle sue
ginocchia, poi lo cinse con le braccia, e Niki si lasciò cullare.
      "Se qualcuno ti importunerà, sarai libero di difenderti e di farti
valere: e tu questo sapresti farlo. Se non vorrai ballare, i mezzi per
imporre la tua volontà non ti sono mai mancati e non ti mancheranno
quella sera.  Io sarò sempre con te e non lascerò modo a nessuno di
dividerci o d'infastidirci. E ti prometto che, nel momento in cui deciderai
di andare via, noi due lasceremo la festa, senza discutere! Hai la mia
parola"
      Capiva di dover costruire in Niki un'esperienza d'amicizia che il suo
ragazzo ancora non possedeva.  Perché Niki continuava ancora a dividere
tutti gli essere umani in poche categorie: nella prima c'era Mauro,
l'amante, che era la sua ragione di vita. Poi i parenti cui l'univa
l'affetto. Ed infine tutti, ma proprio tutti, gli altri, che erano
insignificanti, i miliardi di esseri umani che si possono incontrare nel
corso della propria esistenza. Aveva create quelle categorie senza mezze
misure, senza compromessi, con un'unica eccezione per ciò che era stato
Stephan.
      Ma loro due avevano bisogno di avere degli amici, gli altri erano
necessari soprattutto a loro stessi. Ne avevano bisogno per non doversi
accettare acriticamente come avevano fatto fino ad allora, per non
accecarsi volontariamente davanti ai difetti dell'altro. Per non ritrovarsi
da soli quando l'amore, la passione folle, l'attrazione che li univa,
avrebbero lasciato il passo all'affetto, all'unione salda e tranquilla che
inevitabilmente sarebbe seguita all'entusiasmo che stavano vivendo. E
allora, se si fossero ritrovati da soli, il loro rapporto avrebbe potuto
soffrirne seriamente e sarebbe stato difficile, forse impossibile,
sopravvivere insieme.
      Mauro stava prendendo coscienza di ciò molto più velocemente di
Niki che non aveva ancora l'esatta cognizione dei pericoli che avrebbero
incontrato vivendo il loro splendido isolamento. Ed erano pericoli che non
poteva vedere, essendo sempre stato solo.
      Ancora una volta gli si era stretto in cerca di protezione e Mauro
scopriva la dolcezza che tutto questo gli portava. L'appagamento che
provava in quel momento, nell'offrire a Niki la protezione che chiedeva,
era pari al piacere che poteva dargli il corpo dell'amante. Stavano
entrando assieme in una dimensione più spirituale, meno corporea del
loro amore. Per loro l'amplesso non era più l'unica fonte di
piacere. Era inevitabile che la profondità del legame, la sua
completezza li portassero a considerare l'aspetto carnale, l'attrazione
fisica, come un corollario alla loro unione e non più ad esserne
l'essenza stessa.
      "Quando sono con te, mi sento così felice che..." disse Mauro e
gli affondò la faccia nel petto. Non trovava le parole per dire tutti i
suoi pensieri.
      Fu Niki a renderli comprensibili, a spiegargli dove si stavano
spingendo:
      "Credo che sia accaduto qualcosa fra noi" Mauro lo guardava
incuriosito "oggi per la prima volta non ti desidero, cioè, vedi?" gli
prese la mano e gli fece toccare la sua eccitazione. Mauro sentì
l'erezione di Niki, e capì che anche Niki sentiva la sua sotto le gambe
"Neanche io trovo le parole, Mauro, ma mi pare di aver già fatto l'amore
con te. È come se l'avessimo appena fatto, ma è stato con la mente e
con il cuore e non con il corpo."
      Mauro lo strinse forte e chiuse gli occhi.

      Il sabato pomeriggio, nel giorno del loro debutto in società,
decisero di fare una passeggiata in bicicletta. Sotto casa incontrarono
Giacomino che pareva vagare in cerca di compagnia e Mauro gli propose di
accompagnarli. Niki provò un po' di disappunto, ma ripensò a tutti i
discorsi che avevano fatto e gli parve che trascorrere il pomeriggio col
migliore amico di Mauro, fosse un buon modo per mettere in pratica le loro
intenzioni.
      Se ne andarono per le solite strade di campagna e Giacomino non fece
altro che chiacchierare, senza fermarsi un momento, facendoli ridere con le
sue battute e i suoi discorsi, affannandosi a pedalare e a parlare, mentre
loro continuavano a sghignazzare. Quel giorno era proprio in forma e non
faceva che raccontare storie e barzellette.
      Niki, che ormai comprendeva a sufficienza il dialetto parlato in
città, seguiva tutti quei discorsi, coloriti da espressioni dialettali e
da parolacce. Si creò così fra loro un clima di cameratismo
assolutamente nuovo per lui, una dimensione d'amicizia che gli era ancora
ignota e il merito fu di Giacomino.
      Quando arrivarono alla villotta, entrarono per il cancello,
perché, una volta tanto, Mauro era riuscito ad ottenere le
chiavi. Giocarono a pallone e dopo un'ora di quel divertimento, crollarono
stanchi sotto i pini.  Buttandosi sul tappeto di aghi, loro due caddero
abbastanza vicini per sfiorarsi e si cercarono. Niki istintivamente prese
la mano a Mauro, ma si accorse che il compagno esitava. Si voltò a
guardarlo e si avvide del suo timore, ma ritenne di dovere insistere,
perché s'erano proposti di essere se stessi ogni volta che fosse stato
possibile e con Giacomo dovevano almeno provare a farlo. Forse Giacomino
sarebbe stato abbastanza onesto da reagire senza ipocrisia e, con un po'
fortuna, avrebbe anche compreso. Niki decise di essere coraggioso:
      "Giacomo, a te darebbe più fastidio se prendessi la mano di Mauro
fra le mie, oppure non la prendessi e invece ti dicessi che, quando siamo
soli, io gli prendo sempre la mano e questa volta non lo faccio, perché
ci sei tu?"
      Il rosso vacillò davanti ad una domanda così articolata:
"Beh... se vi va di tenervi per mano, fatelo pure. Anzi, fatelo subito,
perché non ho mai visto due uomini che stanno mano nella mano" si mise a
guardarli, strabuzzò gli occhi ridendo e accentuando l'espressione di
curiosità.
      Scoppiarono tutti a ridere e Niki prese la mano di Mauro e gliela
strinse, felice di poterlo fare.
      Mauro si rilassò e s'avvicinò a Niki che era appoggiato al pino
con le spalle, s'adagiò su di lui, facendosi quasi abbracciare. Pensò
che Giacomo fosse davvero impagabile. Provava una gran tenerezza e
riconoscenza per quel ragazzo, perché capiva, molto meglio di Niki,
quanti sforzi dovesse fare continuamente per superare tutti i pregiudizi
che gli provenivano dalla sua educazione.
      Era già primavera e l'aria era tiepida e profumata di tutti gli
odori della campagna. I due vecchi compari, allora, si lasciarono prendere
dai ricordi e raccontarono a Niki di tante avventure e marachelle fatte in
coppia, oppure assieme ai Cavalieri, fino ad arrivare all'estate di due
anni prima, quella della scoperta del sesso. Se quei due erano tanto presi
dai ricordi da lasciarsi andare a discutere di certi argomenti, Niki, che
li ascoltava, era un po' più distaccato e pensò che fosse
entusiasmante poterne parlare con tanta libertà, con Giacomo, uno che
non la pensava come loro. Per un momento si sentì meno spaventato dal
futuro.
      Il primo a confidarsi, gli raccontarono, era stato Mauro che ne aveva
parlato a Giacomo. Avevano naturalmente tirato nel 'club' Alex ed Eugenio
ed altri due della loro età, vicini di villa. L'esperienza era ancora
troppo vicina per non essere imbarazzante, ma Giacomo, che, per propria
natura non conosceva la vergogna, si lanciò a raccontarla a modo suo:
      "Quell'estate è stata tremenda: all'inizio c'eravamo noi due da
soli. Tutti i pomeriggi sul tetto, finché sua madre non fece sparire la
chiave e fummo costretti ad andare a San Martino. Non te l'ha mai fatto
vedere? È una specie di vecchio monastero, con una chiesetta e una
torre. È abbandonato ed è proprio qua vicino. Poi si aggiunsero Alex
ed Eugenio e così si riformò l'unità dei Cavalieri, perché
Enrico, alla villotta, non c'è quasi mai venuto. I gemelli, quelli di
Milano, arrivarono a metà luglio. Pensa, ce n'andavamo sul tetto della
torre, tutti e sei, e ci nascondevamo dietro a quella specie di merli, con
le spalle contro le pietre.  Facevamo una specie di gara: ci facevamo una
sega e vinceva chi riusciva a venire per primo. Ma noi due abbiamo fatto
anche qualcos'altro insieme. Non è vero, Mauro?"
      Da come si mosse, Niki si avvide subito che Mauro era un po' a
disagio. Di quella estate non gli aveva raccontato quasi nulla, ma Giacomo
imperterrito continuò a parlare:
      "Se ti raccontassi quello che abbiamo fatto una volta là sopra:
diglielo, Mauro..." indicò con la mano in direzione di San Martino e si
rivolse all'amico. Guardò Mauro e la voce gli morì in gola. Abbassò
la mano lentamente: gli parve subito d'aver detto troppo.
      Non doveva parlare così. Non per quei due, ma per se stesso: che
ci stava a fare a discutere di quelle cose proprio con quelli che erano
finocchi? Il suo guaio era che parlava sempre, senza pensare a quello che
diceva. Sarebbe voluto sprofondare per l'imbarazzo. Rimase zitto, mentre
gli altri due lo guardavano, quasi incuriositi.
      "Oh! Scusate" mormorò "io non volevo... erano sciocchezze da
ragazzini" e sorrise un po' nervosamente.
      Niki si sentì improvvisamente a disagio: stare là, sotto i
pini, abbracciato a Mauro, davanti a Giacomo.  Sospettò subito il motivo
per cui Giacomino aveva interrotto il suo racconto. Si raddrizzò,
fingendo di essere stanco di quella posizione, si staccò dal compagno e
si sdraiò un poco più in là. Mauro, invece, e Niki lo comprese
dallo sguardo, era ancora molto lontano dall'intuire la causa di quel
brusco silenzio e di quei movimenti.
      Decise di proteggerlo da quella ipocrisia, da una rivelazione che
l'avrebbe certamente addolorato:
      "Sentite questa" disse improvvisamente, facendo quasi sobbalzare
Mauro "Me l'ha raccontata Stephan l'estate scorsa" si rivolse a Giacomo
"Stephan era mio cugino..."
      Si fermò e guardò Mauro che gli sorrise per incoraggiarlo. E
lui pensò intensamente a Stephan, per scacciare l'angustia che l'aveva
assalito. Cercò di cancellare quell'idea che era soltanto un sospetto,
frutto, forse, della sua fantasia. Pensò a Stephan che non era quasi più
un incubo, ma un ricordo triste. Mauro l'aveva tanto aiutato e glielo
ripeteva ogni volta che poteva: parlarne quando capitava, anche per
ricordare quanto Stephan fosse allegro e spensierato..
      Niki continuò: "Sapete cosa dicono i ragazzini americani quando
devono farsi una sega?" fece una pausa "'Stick to Mary Five-finger', cioè
attaccati a Maria Cinquedita, che poi sarebbe la mano "e alzò la mano
aperta.
      La storia di Mary Five-finger li fece sganasciare dalle risate e Niki
assistette ancora una volta all'effetto devastante delle risate indotte da
Giacomo. Sapeva che, quando Mauro cominciava a ridere, riusciva
difficilmente a controllarsi, ma unito a Giacomo quei due non la smettevano
più. Si fermarono solo quando Giacomo si alzò e corse lontano per
fare la pipì che altrimenti si sarebbe fatta addosso. Niki, che era
riuscito a tornare allegro, ne approfittò per tirare un pizzicotto a
Mauro e mormorargli:
      "Traditore, fedifrago, voglio sapere tutto quello che hai fatto con
Giacomo e che non hai avuto il coraggio di confessare. Voglio sapere
proprio tutto e se non sarò più che certo che mi hai raccontato ogni
cosa, chiederò conferma al tuo complice."
      Mauro si voltò ancora ridacchiando, per essere certo che Niki
scherzasse. Rassicurato dalla sua espressione, riprese a ridere, anche se
per un attimo aveva temuto che l'amico fosse offeso dalle rivelazioni di
Giacomo.
      Continuarono a scherzare e a ridere fino a che non tornarono in
paese. Si lasciarono dandosi appuntamento per quella sera, alla fatidica
festa.
      In casa di Niki non trovarono i genitori, perciò, non appena ebbe
chiuso la porta, Niki prese Mauro da dietro, bloccandogli le braccia:
      "Parla! Voglio sapere tutto."
      "Va bene, va bene ti racconterò la verità" balbettò Mauro
che aveva ripreso a ridere.
      Poi riuscì a sfuggirgli e corse verso la camera di Niki,
buttandosi sul letto. L'altro lo raggiunse e l'immobilizzò un'altra
volta.
      "Ti faccio il solletico e ti riempio di pizzichi, se non mi dici
quello che voglio sapere" lo minacciò.
      "Giuro che te lo dico, ma non farmi il solletico, mi fa male la
pancia. Abbiamo riso troppo oggi. Ti prego non mi fare il solletico."
      Niki lo lasciò andare e Mauro si alzò liberandosi della giacca
a vento, anche Niki se la tolse, poi si sfilò la tuta rimanendo solo con
gli slip e la maglietta, si sistemò a gambe incrociate sul letto e si
mise ad aspettare che Mauro gli raccontasse tutta la storia.
      Non era stata soltanto una sciocchezza fra ragazzini, almeno per
lui. Si erano spogliati e toccati.  Giacomino l'aveva fatto soltanto per
curiosità, perché forse non gli interessava. Si erano toccati e
avevano chiuso gli occhi. Ed era accaduto soltanto quella volta, perché
s'erano troppo vergognati per poterlo rifare.
      Esitò, cercò le parole, si sedette sulla sedia che aveva
portato davanti al letto, come se si preparasse ad un interrogatorio. Ed
era un imputato piuttosto reticente. Avrebbe raccontato a Niki tutta la
storia, una di quelle che gli piacevano tanto, ma questa volta non avrebbe
inventato nulla.
      "Con Giacomo e gli altri abbiamo trascorso quasi tutte le estati
della nostra vita a rincorrerci per il giardino della villotta, questo lo
sai, no?" Niki assentì "Due estati fa, per qualche giorno, ci siamo
ritrovati noi due da soli alla villotta, perché gli altri Cavalieri non
erano in città, i miei fratelli erano troppo grandi per giocare con noi
e i nostri vicini non si erano ancora trasferiti nella loro villa. Avevo
cominciato a farmi le seghe, come quasi tutti i miei compagni di classe,
durante quell'inverno, e Giacomo pure. In quell'inizio d'estate eravamo
soli e senza controlli, perciò abbiamo pensato che sarebbe stato
divertente farcele insieme."
      "Giacomo parlava d'altro, quando si è interrotto."
      "Sei geloso?"
      "Si!" era proprio vero, era geloso "avrei voluto esserci io al posto
di Giacomo."
      Mauro si alzò e si inginocchiò davanti al letto. Gli appoggiò
la testa sulle gambe e lo cinse con le braccia. Chiuse gli occhi e riprese
a raccontare:
      "I pomeriggi estivi erano così lunghi. Entro le cinque avevamo
esaurito tutte le nostre idee e tutti i giochi, perciò correvamo sul
tetto e là, appoggiandoci con le spalle al parapetto, ci abbassavamo i
pantaloncini che erano quasi sempre bianchi e sporchi. Lui aveva le gambe
già coperte da quella peluria chiara che ha adesso. Ce lo prendevamo in
mano e cominciavamo a farci la sega. Una volta gli proposi di fargliela io
e un'altra volta di farcela contemporaneamente, uno contro l'altro."
      "Volevo esserci, accidenti, perché non c'ero?"
      "Ma Giacomo non ne voleva sapere. Si vergognava. Comunque, sono certo
che un po' piaceva anche a lui. Andammo sul tetto diverse volte e finimmo
per annoiarci, tanto che smettemmo. Io avrei continuato, perché per me
era molto eccitante. Forse mi ero preso una cotta per lui. Non lo so
neppure ora o forse era solo noia estiva, oppure era perché avevo
scoperto il sesso da così poco tempo."
      Mauro raddrizzò la testa per guardare Niki negli occhi e
sorridergli, poi l'appoggiò un'altra volta sul suo grembo e riprese a
raccontare.
      "Un pomeriggio la sua vicinanza pareva eccitarmi molto più del
solito. Mi venne voglia di fare qualcosa che non riuscivo neppure ad
immaginare, così gli proposi di giocarci in una gara il diritto
d'impartire ordini proibiti all'altro. Gli dissi 'ordini di fare cose
proibite'. Lui capì certamente a cosa mi riferivo, gli piacque l'idea ed
accettò. Decidemmo, senza darci altre spiegazioni, di giocarci questo
oscuro diritto a pallone, in una gara di tiri in porta nel viale. Quel
pomeriggio giocammo per due, tre ore. Uno riusciva sempre a raggiungere
l'altro, ma alla fine vinsi io. L'eccitazione mi stringeva lo stomaco e
temevo anche che mi si bucassero le mutande per quanto ce l'avevo duro. Ah,
a proposito, non ti ho detto che quell'estate avevo i pantaloncini
dell'anno prima, perché Michele non aveva ancora smesso i suoi e io
durante quell'anno ero cresciuto parecchio."
      "Dov'ero io?" Niki fingeva una disperazione che almeno un poco
sentiva realmente "Più ti ascolto e più mi pare che, averti
conosciuto solo a quindici anni e non prima, abbia significato per me
arrivare con quindici anni di ritardo. Mi sono proprio perso tutto quel
tempo."
      Mauro si alzò e saltò sul letto, anche lui a gambe
incrociate. Si guardarono negli occhi e fra loro corse uno sguardo molto
esplicito. Mauro si spogliò e poi sfilò la maglietta a Niki. Si
abbracciarono.
      "Non avevo idea di cosa avrei chiesto a Giacomo di fare o di
farmi. Ora, dopo avere avuto te come maestro, avrei saputo bene cosa
chiedergli, ma allora la cosa più proibita che poteva venirmi in mente
era di spogliarci completamente nudi. Ce ne andammo a San Martino, perché
la villotta sarebbe stata troppo pericolosa per quello che cominciava a
delinearsi nella mia mente. Dalla torre di San Martino si gode una vista
completa sul mare ed è bello affacciarsi nei pomeriggi d'estate. Mentre
a terra c'è caldo, là sopra quasi sempre tira una brezza fresca che
arriva dal mare. Appena fummo saliti, gli diedi il mio 'ordine proibito':
doveva spogliarsi nudo. Lui esitò, ma aveva perso la scommessa. Mi
spogliai anch'io e fu bellissimo. Sono convinto che gli piacque. Ne sono
certo, perché ci pensa ancora e poi mi ricordo come ci guardammo."
      Mauro intanto si stese sul letto e Niki gli scivolò
accanto. Cominciarono ad accarezzarsi, poi Niki lo baciò per farlo
tacere, anche se gli piaceva ascoltarlo. Ma se a lui non interessava sapere
più nulla, Mauro invece voleva ricordare: "Aspetta, Niki. È stato
così bello. Eravamo liberi, anche di volare!" lo guardò fisso "Niki,
poco prima di conoscerti ho visto un film. Era la storia di un reduce da
una guerra che fin da piccolo aveva sempre sognato di essere un uccello e
di poter volare.
      "Vedendo il film ho ripensato a quel giorno e ho capito finalmente
come mi ero sentito su quel tetto.  Quel ragazzo stava sempre nudo e
sognava di essere libero, di poter diventare un uccello e riuscire
finalmente a librarsi nell'aria. Là sopra io mi sentii libero. Per un
poco non pensai a nulla, neppure a Giacomo che era nudo accanto a
me. Godetti la brezza su tutto il corpo, specie qui" Mauro prese la mano di
Niki e se la portò davanti "Era una sensazione meravigliosa. Ho capito
dopo che ero felice solo perché sentivo sulla mia pelle l'aria, il vento
e quel senso di libertà assoluta e quasi irreale.
      "Fu la coscienza improvvisa d'essere vicino a godere che mi riportò
alla realtà. Il sogno era finito e Giacomino, che non era volato lontano
con la fantasia, era ancora accanto a me, ad aspettare gli altri miei
'ordini proibiti': gli ordinai d'abbracciarmi.
      "Poi gli dissi che dovevamo strofinarci fino a godere uno contro
l'altro. Obbedì senza una parola. Il suo corpo chiaro, in pieno sole,
risaltava contro il mio che era già abbronzato. Naturalmente godemmo
quasi immediatamente tutti e due e quello fu forse il mio primo vero
orgasmo, il primo che sentii con tutto il corpo.  Quella volta non fu
soltanto il mio uccello a godere, perché il piacere che provai nacque da
tutto me stesso, dal mio corpo che in quel momento era baciato dal sole e
sfiorato dal vento.
      "Ci staccammo, senza neppure il coraggio di guardarci negli occhi,
con la convinzione d'avere fatto qualcosa di proibito, terribilmente
peccaminoso. Ci rivestimmo in fretta, dandoci le spalle e scendemmo senza
neppure una parola. Mentre tornavamo alla villotta, Giacomo ruppe il
silenzio che era calato fra noi per chiedermi se quello che avevamo appena
fatto era come fare l'amore con una donna. E io, convinto, anche se
brancolavo ancora nel buio, gli risposi che quasi certamente era così. E
questo è davvero tutto, amore mio, perché poi ci siamo fatti solo
seghe semplici, semplici. Là sopra avevo fatto qualcosa che era ancora
al di fuori di me, troppo più grande. Fu come se una parte, che doveva
ancora svilupparsi, fosse venuta alla luce, si fosse svegliata per qualche
momento, per poi tornare a dormire fino quasi al tuo arrivo."
      "'Ordine proibito', Mauro: baciami e poi, anche se non siamo su quel
tetto e se il vento non sfiora il tuo corpo, facciamo l'amore."
      Così dicendo l'attirò a sé e si baciarono. Poi fecero in
modo di stendersi, senza staccare le labbra. La storia li aveva eccitati,
anche se gli aveva messo addosso un po' malinconia. In quel momento Mauro
pensò che ricordare i momenti felici mette immancabilmente tristezza. Se
ne stette con gli occhi chiusi a sentire su di sé Niki che
l'accarezzava. Riaprì gli occhi e tornò a sorridere:
      "'Ordine proibito', Niki: lasciami fare quello che non ho fatto a
Giacomo, perché allora non immaginavo che si potesse fare."
      Niki scivolò sul letto a pancia sotto e Mauro lo coprì con se
stesso, andando a cercare il piacere nel corpo gli era offerto. Dopo aver
goduto rimasero uniti, Mauro ad immaginare ancora quel vento sfiorargli il
corpo e Niki a godere su di sé il peso di Mauro, a sentirne la
stretta. Perché il compagno, mentre lo penetrava, l'aveva cinto con le
braccia fino a cercare con una mano il sesso e attendere il suo
orgasmo. Con l'altra aperta l'aveva stretto al petto per sentire il suo
cuore.
      "Lo sai che i nostri cuori battevano insieme?" gli disse Mauro
"Prima, avevo il tuo in una mano."
      Niki si chiese se davvero, come avevano detto tante volte, avessero
bisogno degli altri per essere felici. Per un momento non gli parve
possibile: la felicità che provava in quel momento era totale, non
poteva avere bisogno di qualcuno per completarsi. Ma fu proprio quella
serenità che gli fece accettare la verità cui voleva sfuggire:
avevano bisogno degli amici per distrarsi dall'attenzione che dedicavano a
se stessi e solo attraverso gli altri potevano farlo. Si erano amati subito
ed era stato per sempre, ma quel desiderio ininterrotto avrebbe potuto
estinguersi se non l'avessero nutrito con la vita, con l'esperienza, con la
conoscenza del mondo. Avrebbero perso tutto se non avessero distratto
l'attenzione che avevano uno per l'altro, se non avessero evitato che
quell'attenzione diventasse morbosa. Con un soffio di voce parlò a
Mauro:
      "Sono felice d'andare alla festa, amore mio, felice perché ci sei
tu."
      Durante quel tempo, Mauro non aveva smesso di penetrarlo. Si mosse
lentamente dentro di lui, lo baciò sulla guancia e improvvisamente sentì
il proprio desiderio rimontare. I suoi movimenti dapprima lenti, furono
sempre più veloci, mentre i baci che dava a Niki, diventarono più
dolci, più teneri, sul collo, sulle spalle, fra i capelli. Niki rimaneva
immobile per offrirsi a quel desiderio che tornava e Mauro si mosse con
forza, cercando di raggiungere un'altra volta la vetta. Niki lo assecondava
sapendo che quel piacere, al contrario di poco prima, sarebbe arrivato da
molto più lontano.
      Quando ebbe faticosamente raggiunto l'apice, Mauro scivolò
dolcemente da Niki che lo attendeva per abbracciarlo. Giacque supino,
attirando su di sé il compagno. Niki lo accarezzò su tutto il corpo,
lucido di sudore. Avvicinò le labbra ai capezzoli, scendendo sul ventre,
fino al sesso, finalmente soddisfatto e tornato molle. Niki passò la
bocca su tutto il grembo di Mauro, scendendo sulle gambe, sfiorando con le
labbra la peluria morbida e scura che le copriva. Gli baciò le
ginocchia, l'accarezzò ancora e attese. Allora Mauro, comprendendo il
desiderio del compagno, si voltò per offrirsi a lui.
      Guardarlo era sempre un'emozione: come poteva cessare il suo
desiderio? Mai, mai avrebbe smesso di desiderare quel corpo, d'amare e
cercare quell'abbraccio: si sarebbero fatti migliaia di amici, ma avrebbe
desiderato sempre e solo lui. Risalì lungo le cosce, lasciandosi
accarezzare la faccia dai peli morbidi, all'interno delle gambe. Lo penetrò
con il naso, poi con la lingua, prima di dividere i glutei e passare una
mano ad accarezzare dolcemente la fonte ultima del suo piacere.
      La sua erezione era tornata completa. Desiderava fortemente
possederlo. Lo sentì sospirare al tocco delle sue dita, gli si stese
sopra e dolcemente lo penetrò, sfruttando il sudore che Mauro, con i
movimenti frenetici di poco prima, aveva accumulato nei suoi posti più
segreti. Si mosse dentro di lui con lentezza, poi sempre con più forza,
fino a bloccarsi improvvisamente: l'aveva sentito irrigidirsi. Mauro aveva
quasi stretto i pugni.
      Gli stava facendo male.
      "Continua. Ti prego! Continua!" gli disse Mauro in un soffio.
      Niki, allora, riprese a spingere dentro di lui, fino ad esplodere.
      Si calmò lentamente e gli scivolò di lato:
      "Ti ho fatto male" era un'affermazione e non aveva dubbi.
      "No, è stato bellissimo" Mauro gli sorrise, accarezzandolo "adesso
mi brucia un poco, ma prima non sentivo dolore. È stato incredibilmente
bello. A che pensavi?"
      "Che tu sei mio e... No, pensavo soltanto a me
stesso. Perdonami. Dimmi che mi perdoni! "
      Mauro gli prese una mano e gliela baciò:
      "Sai, adesso non mi fa più male. Davvero!" gli passò la mano
sulla fronte "Sei tutto sudato."
      "Ti voglio bene. Sul serio non ti fa male?"

      La festa di Mara fu, in assoluto, la prima festa per Niki che non era
mai stato invitato da nessuno e in nessun posto. Era perciò curioso e
carico d'attesa, nonostante tutte le scene che aveva fatto prima di
accettare d'andarci.
      Aveva vestito Mauro rendendolo più bello che mai e anche per sé
aveva scelto abiti che mettessero in risalto le proprie fattezze. Così,
belli, lavati, sbarbarti e profumati si concessero a quel mondo che, loro
speravano, potesse accettarli almeno un po'.
      Ubbidienti, tornarono a casa entro mezzanotte e subito se ne andarono
a letto stanchi e davvero distrutti per tutto quello che erano riusciti a
fare durante quella giornata. Si mormorarono un 'buonanotte amore' e, prima
di riuscire a staccarsi dal bacio che stavano dandosi, crollarono
addormentati.
      Il letto di Niki fu illuminato dal sole dell'alba. Strisce di luce
cominciarono a rigare la coperta, fino a raggiungere il volto dei due
ragazzi. Niki si svegliò e accarezzò Mauro che dormiva ancora.
      La festa era stata divertente. Lui aveva perfino ballato, anzi
secondo Mauro, ci aveva provato con scarsi risultati, e poi avevano fatto
tutti quei giochi che si fanno perché una festa sia tale, quei giochi di
cui aveva sempre sentito parlare e che, senza mai aver fatto, aveva
giudicato sciocchi e noiosi. Ora non la pensava più così: gli doleva
ancora la pancia per il troppo ridere. Per un pegno avevano costretto
Giacomo a vestirsi da donna e Roberta da uomo.
      Ma, mentre urlavano e ridevano, vedendo le smorfie di Giacomo alla
notizia di doversi travestire da donna, Niki non aveva potuto fare a meno
di pensare a come si sarebbero comportati i loro amici se fosse capitato a
lui oppure a Mauro di pagare quel pegno? Glielo avrebbero proposto lo
stesso? E come li avrebbero costretti a vestirsi? Tutt'e due da donna? Non
riusciva a scacciare quel pensiero, anche se fortunatamente non era
accaduto.
      I loro amici forse li accettavano, o parevano accettarli: da qualche
discorso che aveva ascoltato, gli era parso addirittura che pensassero a
loro come ad una coppia. Attorno, però, avvertiva ancora curiosità e
tanta diffidenza. Aveva notato che qualche volta, al suo avvicinarsi, la
conversazione si interrompeva bruscamente, ma quella era l'unica nota
stonata che aveva colto ed era stato molto attento ad interpretare tutti i
segnali che gli giungevano. In ogni caso, con i Cavalieri che li avevano
presi sotto la loro protezione e Mauro che non aveva bisogno di nessun
aiuto per farsi piacere, si era finalmente convinto che, in qualche modo,
si sarebbero integrati. Fin dove era possibile, si ripeté, purché non
s'aspettassero ciò che non dovevano sperare. Che altro poteva pretendere
da quei ragazzi che già facevano miracoli, accettando di tenerli con
loro? Questo pensiero gli dette un po' di amarezza, ma pensò che non ne
avrebbe parlato a Mauro, non subito. Il suo compagno era ancora troppo
commosso e felice per essere tornato con i suoi amici di sempre, per notare
quello che lui aveva intravisto dietro la disponibilità di quasi tutti.
      In futuro ci sarebbero stati certamente momenti difficili: sapeva e
prevedeva situazioni che a Mauro, più facile all'entusiasmo, ancora
sfuggivano. Aveva colto qualche sguardo, qualche movimento, alcuni
atteggiamenti in tutti i compagni, compreso Giacomo e gli altri Cavalieri,
che gli facevano presagire difficoltà per loro due. Un'integrazione
totale, lo capiva, sarebbe stata impossibile, ma era altrettanto certo che
da quegli amici, a certe condizioni, sarebbe arrivato tutto l'aiuto
possibile.
      Quel pensiero finì per confortarlo e lo convinse che Mauro sarebbe
stato d'accordo con lui: ora, finalmente e dopo tanti dubbi, cominciava a
sentirsi un po' più sereno sul loro futuro. Si riaccomodò tranquillo
fra le braccia dell'amico che, pur continuando a dormire, non gli aveva
lasciato il braccio che aveva tenuto stretto per tutta la notte.
      Provò a divincolarsi, ma Mauro nel sonno lo strinse di più e
l'attirò a sé, allora Niki mormorò, più a se stesso che non al
compagno il quale, certamente, sognava ancora:
      "Lo so, sono il tuo orsacchiotto! Sono il tuo cucciolo e resto qua
con il mio naso umido!"
      Nel letto avevano raggiunto una perfetta integrazione, una simbiosi
che consentiva loro di adattarsi uno ai movimenti e alle posizioni
dell'altro. Se Mauro era un po' più tranquillo, lui si muoveva spesso,
ma lo faceva sempre considerando la presenza dell'altro nel proprio letto,
quasi che quel corpo fosse un prolungamento del proprio e il tenerne conto
nei movimenti, fosse il fatto più naturale del mondo.
      Aveva preso coscienza del corpo di Mauro in un giorno ormai tanto
lontano. Era stato solo qualche mese fa, ma prima che tante circostanze si
verificassero, avvenimenti che erano riusciti solo ad avvicinarli e ad
unirli. Dal giorno in cui scherzando s'erano stretti per la prima volta,
aveva cominciato a conoscerlo, a percepire ogni vibrazione, a comprendere
quali movimenti potessero procurare piacere e quali dessero dolore. La
prima volta che s'era avvicinato a Mauro, era rimasto molto colpito dalle
sue mani. Ora conosceva una per una le unghie di Mauro così regolari, e
le dita lunghe, affusolate di quelle mani forti e gentili. Il primo giorno,
dopo essersi seduto indesiderato al banco del futuro compagno della sua
vita e, non osando alzare lo sguardo verso la faccia di quel ragazzo così
affascinante e tanto arrabbiato, aveva ardito solo guardargli le mani. Per
molti giorni, mentre se ne innamorava, furono l'unica parte di lui che si
consentisse di fissare.
      In quel momento il suo innamorato gli era disteso accanto e Niki ne
percepiva il respiro regolare, come tante notti ormai: aveva visto sorgere
tante albe, sentendo il suo alito sul collo.
      All'inizio erano stati molto imbarazzati delle proprie funzioni
corporali, finanche del respiro. Erano stati gelosi del proprio corpo,
così, per quanto avessero cominciato a godere della vicinanza reciproca,
avevano evitato persino di sfiorarsi. Solo dopo avevano scoperto il piacere
di toccarsi: la sensazione tattile era diventata il complemento degli
sguardi che già si scambiavano.
      Il cammino che avevano compiuto sulla strada del piacere, era stato
parallelo alla scoperta del corpo dell'altro. E, se lui aveva già
provato certe sensazioni facendo suo il corpo di Stephan, l'esperienza
fatta da Mauro, Niki lo aveva capito, era stata sconvolgente: Mauro aveva
sperimentato sensazioni che dovevano averlo scosso profondamente.
      Dalla prima volta in cui avevano regalato all'altro momenti di
godimento, si erano avvicinati lentamente e, a poco a poco, avevano preso
coscienza di tutte le espressioni dei loro corpi, cominciando a nominarle.
Anche le parti che utilizzavano per darsi piacere, quelle che forse, in
certi momenti, amavano di più nell'amante, prima non erano mai oggetto
di conversazione. E se proprio le avevano nominate, erano ricorsi a
metafore e vezzeggiativi. Poi avevano superato anche quella barriera,
avvicinandosi e accettandosi persino nelle espressioni più terrene di
sé, finché, in occasione dell'influenza di Mauro, Niki l'aveva
aiutato quando si era sporcato ed aveva maneggiato il suo corpo caldo,
illanguidito dalla febbre. Mauro obbediente l'aveva assecondato, mentre
Niki lo lavava e l'aiutava a rivestirsi. Quell'esperienza era servita più
d'ogni altro momento vissuto insieme per stringere in un tutto unico, fra
sé e Mauro, l'amore, la dedizione, il sacrificio, l'adorazione che già
esistevano.
      Mauro si mosse ancora, quasi si svegliò. Niki restò immobile e
finse di dormire. Mauro riprese nel sonno il suo respiro regolare. Niki
allora tornò con la mente alla festa della sera prima: Caterina fra un
gioco e un ballo si era avvicinata a loro e li aveva presi a braccetto
spingendoli fuori, sul balcone. Quella sera anche per lei era stato
difficile muoversi. Credeva d'essere già sufficientemente abituata
all'indifferenza, ma a quella festa si era sentita fuori dai veri giochi
che vi si svolgevano, dalle trame amorose che i ragazzi e le ragazze
intessevano. Si era sentita triste perché nessun filo passava dalla sua
parte e nessuno l'aveva ancora incrociata.
      Si era rivolta agli unici che, come lei, in quel momento erano
sicuramente fuori dalla contesa:
      "Un poco di miele anche per me, please."
      L'ironia che l'aveva sempre aiutata, rendendola in questo molto
simile a Niki, in quei momenti poteva poco e così loro due le erano
restati accanto per tutta la serata, riaccompagnandola anche a casa.
      "Tu sei proprio strano! Anzi, sei un eroe!" aveva detto a Niki "Ma
come fai a reggerlo? Io lo conosco da quando portava i pantaloncini corti e
non ho mai capito come facesse a rendersi così insopportabile!"
      "Non è molto significativo dire che mi conosci da quando portavo i
pantaloni corti, perché li ho indossati, praticamente, fino all'anno
scorso" aveva precisato Mauro con puntiglio, poi aveva spiegato a Niki "Il
primo paio di calzoni lunghi, a parte i jeans, i miei fratelli ed io
l'abbiamo indossato soltanto al ginnasio.  Quindi, piccola cara, se vuoi
affermare che mi conosci da così tanto tempo, devi trovare un
riferimento più calzante!"
      "Lo vedi quanto è detestabile?" aveva detto Caterina ridendo
"Allora, sappi che lo conosco almeno da quando..." e si era voltata con
aria di trionfo verso Mauro "Almeno da quando ti ho visto con il costume da
bagno abbassato!"
      "Come? E quanti anni aveva?" aveva chiesto Niki già sull'orlo di
una crisi da risata, pregustando la ghiotta rivelazione, mentre Mauro si
copriva la faccia con le mani e faceva finta di volersi buttare dal
balcone.
      "No, pietà! Non raccontarglielo: mi prenderà in giro per i
prossimi tre anni!"
      "E a quale altezza si era fermato il costume? Si è visto proprio
tutto?" Niki fermava la sua risata, solo per fare domande "Racconta,
racconta, voglio sapere, voglio conoscere ogni particolare, anche il più
crudo!"  e afferrò per un braccio Mauro che stava sgattaiolando in casa,
lasciandoli da soli sul balcone.
      "È stato quando avevamo cinque anni, più o meno, e sua cugina
Patrizia... Tu non devi averla ancora conosciuta, altrimenti te l'avrebbe
raccontato lei stessa. Dicevo, Patrizia era ed è tuttora un tipo
piuttosto intraprendente e molto deciso. È un paio d'anni più grande
di noi. In spiaggia noi bambine giocavamo tutte insieme, eravamo una banda
di tremende rompiballe, mentre, loro, i maschietti, erano tutti 'cuoricini'
di mamma. E un giorno la terribile cugina decise che doveva sapere come era
fatto un maschietto sotto il costumino da bagno e scelse Mauro per
l'esperimento."
      Mauro se ne era andato all'altro capo del balcone, coprendosi le
orecchie con le mani. Aveva ascoltato lo stesso e l'aveva minacciata:
"Caterina se continui a raccontare, al prossimo compito in classe di greco,
ti passerò una copia piena di errori!"
      "Non preoccuparti, quella che ti darò io sarà assolutamente
corretta. Racconta tutto! E soprattutto non lesinare sui particolari!"
l'aveva tranquillizzata Niki.
        "Beh, praticamente lo rapimmo. Cioè, lo convincemmo a seguirci e
lui venne con noi. E... arrivati in un angolo..."
      "Caterina, ti prego!"
      "Patrizia gli abbassò il costumino fino ai piedi, senza che lui
opponesse alcuna resistenza. Noi guardavamo lo spettacolo tutte curiose e
meravigliate per come era fatto là sotto. Lui rimase dapprima
imbambolato, poi scoppiò a piangere. Se ne andò trascinando i piedi
ed attraversando tutta la spiaggia, con il costume alle caviglie, fino
dov'era sua madre, per farsi consolare!"
      "Povero amore mio!" l'aveva consolato Niki.
      "Sniff! Sniff!" Mauro aveva ancora la faccia coperta dalle mani e
fingeva di piangere, mentre Niki l'accarezzava: "Niki, mi vorrai ancora
bene dopo aver saputo tutto questo?"
       "Aspetta, Niki, non ho finito: non ti ho detto che da allora non ha
più rivolto la parola a quella poverina e che, quando la incontra,
arrossisce ancora!"
      "Non ha tutti i torti: rapito da una banda di donne assatanate e
quasi violentato! Mauro!" Niki aveva gridato improvvisamente "Non sarà
stato per quel trauma che tu... io e te, insomma, hai capito..."
      E Mauro l'aveva bloccato contro la ringhiera e l'aveva riempito di
pizzicotti finché Caterina non li aveva divisi.
      Quando erano tornati seri, Caterina gli aveva rifatto la domanda che
prima era rimasta senza risposta: "Niki? Non me l'hai ancora detto: come
hai fatto ad innamorarti di lui?"
      Niki aveva sorriso: "Vuoi proprio che te lo dica? È stato il primo
giorno di scuola: me ne sono innamorato soltanto a vederlo. L'ho guardato e
da allora per me è cambiato tutto!"
      Niki era arrossito: oltre che con sua madre, non aveva mai parlato
così apertamente a nessun altro del suo amore per Mauro e farlo con
Caterina, una sua coetanea, era stato emozionante.
      Poi s'erano parlati in modo ancora più serio, raccontandole di
loro due. A Caterina era certamente piaciuto ascoltarli, perché le
avevano descritto, anche divertendola, i tanti modi con cui ciascuno aveva
scoperto i difetti dell'altro. Le avevano rivelato molte cose che non
avevano mai detto all'altro, cose che neppure credevano di sapere. Quella
sera avevano scoperto che Mauro era a conoscenza del carattere di Niki, dei
suoi difetti o debolezze e delle sue doti, molto più di quanto non
pensassero entrambi. E così Niki aveva visto in Mauro quello che nessuno
aveva mai potuto scorgere. Era stato bello parlarsi come non avevano mai
fatto, perché, anche se c'era Caterina e rispondevano soprattutto alle
sue domande e alle sue curiosità, era a se stessi che parlavano e
soprattutto all'altro innamorato, all'altra metà di sé.
      Il merito di questo era stato di Caterina, ma anche di Mauro che
aveva insistito perché si vedessero con altre persone. Avrebbero
continuato per quella strada, nel loro futuro dovevano esserci tanti amici.
Decise che avrebbe accettato gli altri, anche se dividere Mauro, anche solo
la vista di Mauro con qualcuno, avrebbe rappresentato un sacrificio per
lui.
      Ora però c'era da pensare a Parigi, alla loro nuova avventura, e
Niki aveva un'idea che voleva assolutamente mettere in pratica.
      Aveva letto che, secondo alcune stime, il cinque per cento degli
esseri umani ha tendenze omosessuali. Statistiche alla mano, questo
significava che a Parigi, dove c'erano circa tre milioni di abitanti,
dovevano esserci almeno centomila gay di sesso maschile e Niki voleva
vederne almeno uno e, magari, conoscerlo, addirittura cercare di parlargli,
per sentire quali fossero state le sue esperienze. A Mauro non ne aveva
ancora parlato, ma lo avrebbe fatto alla prima occasione.
      Come altre volte, come tante domeniche, dopo aver pensato così
intensamente al suo amore per Mauro, dopo aver accarezzato l'amante con gli
occhi ed avere sfiorato le sue labbra, si riaddormentò sognando. E
questa volta fantasticò di loro due per le strade di Parigi, assieme ad
un nuovo amico che raccontasse come aveva fatto a crescere e a diventare
uomo.



TBC

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