Date: Sun, 27 Jan 2013 00:35:07 +0100
From: Lenny Bruce <lennybruce55@gmail.com>
Subject: Storia di Niki e Mauro - Chapter 9

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage
boys who are in love.  There are references and graphic descriptions of gay
sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should
obviously not be reading it. All characters are fictional and any
resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes
place in actual locations and establishments, the author takes full
responsibility for all events described and these are not in any way meant
to reflect the activities of real individuals or institutions. The author
retains full copyright of this story.


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Questo è il nono dei dieci capitoli che compongono questo romanzo.




Cap. 9	La scoperta di un mondo




      Per Mauro scoprire Parigi fu appassionante.
      In quei giorni, il mondo gli si rivelò, molto più che durante
il viaggio in America: quell'esperienza era stata troppo intristita dalla
morte di Stephan. Scoprire la città, cominciare a conoscerla, fu
l'avvenimento più appassionante della sua vita.
      L'aveva sempre sognata ed aveva fantasticato di poterci vivere, ma
soltanto attraverso le descrizioni incantate che gliene aveva fatto suo
padre. Negli anni dell'infanzia ed anche dopo essere cresciuto l'aveva
immaginata come una specie di eden dell'arte e della cultura. Ed ora che
finalmente la vedeva, Parigi lo ammaliò, così come aveva stregato suo
padre tanti anni prima, ed entrò nella sua immaginazione occupandovi un
posto così importante, che cominciò a considerarla seriamente come il
luogo dove poter trascorrere tutta la vita.
      Niki c'era già stato e l'aveva considerata come una delle tante
città visitate, spesso annoiandosi, assieme ai genitori. Questa volta,
però, era subito stato diverso, un po' perché quello che si vede a
tredici anni è differente da ciò che si conosce a quindici e poi
perché con lui c'era Mauro e questo cambiava davvero tutto. Per lui
Parigi fu subito negli occhi del compagno, in quegli occhi che aveva visto
riempirsi di eccitazione e di felicità quando erano arrivati. Quando
erano scesi dall'aereo e avevano toccato quello che Mauro aveva subito
definito un sacro suolo, Niki l'aveva sentito tremare per l'emozione. Aveva
preso a parlare in francese con tutti, già all'aeroporto, con il
tassista, con il portiere dell'albergo, con i viaggiatori nella
metropolitana, con i custodi dei musei, con le commesse nei negozi, con i
camerieri al ristorante. Era entusiasta di tutto e Niki si godeva la
felicità del compagno senza ingelosirsi, anzi partecipando come poteva a
qualche conversazione, perché anche lui cercava di apprendere il
francese con lo stesso impegno con cui Mauro aveva ormai imparato
l'inglese.
      La felicità e l'eccitazione dei ragazzi erano state contagiose
anche per i genitori che avevano davvero gustato la vacanza e la compagnia
sempre allegra dei due. La mamma e il papà s'erano affidati a loro, e
specialmente a Mauro, per visitare la città e quelli avevano cominciato
a portarli in giro per musei e parchi di divertimenti, chiese, piazze e
palazzi, finché, al terzo giorno, la mamma non si dichiarò stanca e
il papà si defilò prudentemente, con la scusa di non voler lasciare
sola sua moglie.
      Niki e Mauro si ritrovarono così, padroni di se stessi, a girare
da soli per la metropoli sconosciuta, accompagnati dalle raccomandazioni di
Arleen, cui non piaceva che due ragazzi di quindici anni se ne andassero,
per conto proprio, in una città che poteva, comunque, riservare
sgradevoli sorprese. Loro riuscirono a tranquillizzarla e a darle tutte le
rassicurazioni possibili che non si sarebbero lasciati tentare da nessuna
delle sirene che lei aveva immaginato. Mauro parlava correntemente il
francese e Niki era abbastanza abituato a girare da solo per Boston che era
pur sempre una grande città. Questo, assieme al fatto che erano in due e
che essendo così innamorati non si sarebbero persi di vista neppure per
un momento, convinse Arleen a lasciarli andare per conto proprio, seppure
con qualche limitazione d'orario e l'obbligo di farsi anche solo vedere
all'ora di pranzo.
      E loro due si sentirono improvvisamente grandi, responsabili di se
stessi e desiderosi di dimostrare che quella fiducia era ben riposta. Con
un senso di grande felicità si misero a vagare per la città e a
seguirne le strade, salendo e scendendo dai treni di tutte le linee della
metropolitana, guardando le vetrine, la folla formata da un'umanità
completamente diversa dalle persone cui erano abituati, cui specialmente
Mauro era avvezzo.
      Già alla prima mattina di libertà, appena usciti dall'albergo,
Niki lo prese per mano e se ne andarono in giro tenendosi così,
finalmente liberi, muovendosi sconosciuti fra la gente, avvicinandosi e
sfiorandosi quando ne avevano voglia, stringendosi se sentivano freddo,
abbracciandosi senza temere che il loro gesto scandalizzasse qualcuno. In
quei giorni provarono un senso di libertà che non avevano mai sospettato
potesse esistere.
      Non era stato solo il fatto di essere sconosciuti in mezzo alla folla
a dargli quell'ebbrezza, quanto l'istintiva consapevolezza che ebbero di
potersi finalmente liberare di ogni attenzione verso l'idea che gli altri
potevano avere di loro: di potersi insomma comportare per ciò che
sentivano di essere.

      "Vorrei tanto conoscere uno che sia come noi, un altro gay, uno che
abbia un'esperienza simile alla nostra, anche se fosse uno più vecchio
di noi."
      Era il pomeriggio del venerdì santo e durante la notte Mauro aveva
dormito male al pensiero della processione che si stava svolgendo nella sua
città, ma quella mattina, al momento d'alzarsi, ricordandosi di essere a
Parigi e di avere Niki accanto a sé, quel poco di malinconia che era
sopravvissuta alla nottata, svanì completamente.
      Per quel giorno avevano ottenuto il permesso tornare da soli al
Louvre, per girare in lungo e in largo per i corridoi del museo, pranzare
per conto proprio e tornare in albergo solo all'imbrunire. Ed ora erano
seduti sulle panche di marmo sotto la piramide di vetro ed erano
indicibilmente stanchi, anzi si sentivano proprio distrutti, dopo il giro
di quasi sei ore che avevano fatto all'interno del museo, cercando di
vedere tutto, ma proprio tutto. Avevano visto e rivisto, restandone sempre
affascinati, per tutte le volte in cui c'erano passati davanti, la Nike di
Samotracia e la Venere di Milo, la Gioconda, i quadri di Vermeer e le tele
di Rubens, poi erano andati in giro a guardarsi quasi tutte le altre opere
esposte nel museo: l'arte li aveva stregati. Non avrebbero mai immaginato
che si potesse esprimere tanta bellezza ed ora erano ingenuamente felici
che il genere umano avesse saputo sintetizzare tanta armonia. Finalmente,
almeno per quel giorno, erano riusciti ad appagare l'ansia che avevano di
vedere e conoscere. E i palpiti, che qualche opera d'arte aveva suscitato,
si erano finalmente calmati, Niki era tornato alla sua idea e cercava di
riportare sulla terra il suo compagno che, come sempre, volava ancora nei
cieli della sua fantasia.
      "Credo che qua, a Parigi, potremmo incontrare qualcuno che ne sappia
più di noi e che ci dia qualche consiglio."
      Parlava stando con il naso all'insù, per ammirare la piramide di
vetro. Mentre cercava di seguirne tutte le articolazioni, si spostava per
raggiungere con lo sguardo uno giuntura nascosta e finiva spesso addosso a
Mauro che gli faceva il solletico, facendolo saltare.
      Niki non aveva ancora deciso se da grande avrebbe fatto l'architetto,
ma quella struttura certamente l'affascinava. Non avevano ancora parlato
seriamente del loro futuro, anche se qualche volta avevano accennato a
progetti o desideri. Da piccolo Niki era certo di voler diventare ingegnere
come suo padre, oppure, come in quel momento, architetto. Mauro, invece,
sognava solo di scrivere per dare modo alla propria fantasia di
esprimersi. Per il momento, l'unica cosa sicura era che, qualunque
decisione avessero preso, l'avrebbero fatto tenendo conto della scelta
dell'altro, per restare insieme.
      Una volta in cui avevano parlato dei loro progetti, durante uno dei
loro lunghi discorsi, Mauro aveva concluso sorridendo: "Per quello che ne
so di noi, credo che diventeremo qualunque cosa, ma sarà la stessa per
tutt'e due. Non credi? Forse diventeremo medici!" E a Niki che gli chiedeva
il motivo di questa conclusione piuttosto sorprendente, aveva spiegato che,
secondo lui, nonostante tutti i propositi e le idee che avevano, non
avrebbero mai scelto facoltà universitarie diverse, perché questo li
avrebbe inevitabilmente divisi. La ragione era così ovvia ed amabile che
Niki quasi si era quasi commosso a sentirsela rivelare e, visto che erano
soli, aveva avuto un motivo in più per abbracciarlo e riempirgli la
faccia di baci.
      "Mi hai sentito?" Mauro gli rivolse un cenno di assenso poco
convinto, ma lui continuò imperterrito "Pensi che riusciremmo a trovarne
almeno uno, se lo cercassimo? Voglio conoscerlo, perché credo che
potrebbe aiutarci. Noi non possiamo inventarci da soli il nostro modo di
vivere. Non lo pensi anche tu?" e gli dette una bella gomitata, perché
si era scocciato di parlare ad un manichino.
      Se era ancora distratto dal ricordo dei capolavori appena visti e
dalla gente che si muoveva attorno a loro, a questo segno di attenzione
Mauro sobbalzò, offrendo a Niki tutta la sua attenzione e soprattutto la
sua proverbiale curiosità: "E come faremo a riconoscerlo?" chiese,
dimostrando così di non essere stato del tutto assente "Siamo a Parigi
da quattro giorni e io credo di non averne visto neanche uno."
      "Io , invece, credo d'averlo visto."
      "Come? Dove l'hai visto? E come hai fatto a riconoscerlo? Perché
non me l'hai fatto vedere?"
      "Poco fa. Almeno mi pare. Mi è sembrato di vederlo... Allora, che
ne dici? Lo cerchiamo?"
      Davanti alla possibilità concreta di incontrare un'altra persona
come loro, Mauro vacillò: "Ma non sarà pericoloso? Non
potrebbe... farci qualcosa?"
      Era istintivamente spaventato dall'idea di conoscere un omosessuale
ed era evidente quanto lo spavento gli derivasse dai pregiudizi che ancora
aveva verso i gay e implicitamente verso se stesso. E Niki lo rimproverò
subito: "Sei gay anche tu, o no?"
      " Si, certo! Ma noi abbiamo quindici anni..."
      Niki non si lasciò smontare: "Tu che faresti a due come noi? In
pieno giorno, a Parigi?"
      "Non lo so: non gli farei nulla. Perché?"
      "Perché hai paura... forse perché non sei ancora convinto di
essere quello che sei!" lo rimproverò Niki sorridendo.
      "Ma no! Che c'entra?"
      Era vero, però, che Mauro aveva timore, prudenza, timidezza,
soprattutto pudore del parlare di sé e ad uno sconosciuto, a qualcuno
che non fosse Niki.
      Quella era un'idea che a lui non sarebbe mai venuta, proprio mai.
      "Allora, proviamo a cercare?" lo incalzò Niki.
      "E dove? Credi che i gay a Parigi vadano in giro con il triangolo
rosa cucito sulla giacca?"
      "Non fare lo scemo. Tu leggi troppo. D'ora in poi non ti darò più
i nostri giornali."
      Qualche tempo prima, Niki aveva passato a Mauro la pagina di un
quotidiano su cui era apparso un articolo che parlava delle persecuzioni
sofferte dagli omosessuali sotto il nazismo. Mauro era rimasto molto
turbato dalla lettura e naturalmente ne aveva discusso anche con suo
padre. Quella era stata un'altra occasione colta da quel saggio educatore
per fortificare nel figlio la fede nella libertà propria e degli
altri. Un principio che per Niki era molto più chiaro e quasi ovvio.
      In quel momento passò davanti ai ragazzi una coppia di uomini
dall'apparenza un poco eccentrica per chi, come Mauro, proveniva da una
città di provincia:
      "Forse quei due!" Mauro quasi lo gridò.
      "I francesi sono tutti un poco strani: e non è detto che quei due
siano gay. La mia idea è di andare a cercarne in un posto dove si
incontrino."
      Mauro spalancò gli occhi, questo era troppo anche per la sua
immaginazione: un luogo d'incontro, un posto dove ci fossero solo persone
come loro.
      "Dovrebbero incontrarsi: e per fare cosa?"
      "Per parlare, per conoscersi" ma Niki non stava raccontando tutto
quello che sapeva, perché qualcosa aveva letto.
      Molto prima di imparare a leggere aveva cominciato a sfogliare e poi
a consultare liberamente e avidamente i molti quotidiani e settimanali
italiani, inglesi e americani che arrivavano in casa sua. Il suo livello di
attenzione per ciò che vi trovava scritto era andato aumentando, mentre
lui cresceva e maturava.  Circa due anni prima, avendo compreso d'essere
omosessuale, la sua attenzione era stata catturata soprattutto da articoli
che parlavano di fatti e persone che riteneva vicine alla propria
esperienza. Ed ora ne sapeva decisamente tanto per essere soltanto un
ragazzo quindicenne che viveva in Italia, ma anche per essere un americano
di Boston.
      Sapeva, per esempio, che c'era una stampa specializzata per i gay,
sapeva dell'esistenza di giornali pornografici, ma anche di quelli
d'informazione. Era a conoscenza di alcune forme di cultura gay ed aveva
letto che c'erano discoteche e bar per gay e che, in ogni grande città,
c'erano delle guide specializzate che segnalavano tutti quei luoghi
d'incontro. Conosceva, con una certa precisione, per averne letto, il
significato di alcune parole, come marchetta, battere e termini simili,
naturalmente in inglese e in italiano. Di tutto questo, a Mauro, non aveva
mai parlato solo perché erano stati sempre impegnati a dirsi altre cose,
più belle e più dolci, ma ora gli parve giunto il momento di metterlo
a parte di qualche altra sua cognizione:
      "Donne e uomini si cercano e s'incontrano sempre ed in ogni posto:
anche noi gay lo facciamo e cerchiamo quelli come noi. Se non ci fossimo
incontrati, forse staremmo a cercare qualcuno con cui fare le cose che sai
e che ci piace tanto fare" e gli ammiccò "Beh... forse siamo un po'
troppo piccoli per cercare apertamente, ma almeno desidereremmo farlo, non
lo credi anche tu?" ricevuto un cenno d'assenso poco convinto da Mauro,
continuò la sua lezione "E penso anche che, solo dopo aver trovato quel
qualcuno per fare quelle cose di cui parlavo prima, cercheremmo ancora per
trovare uno che avesse i nostri stessi problemi per poterne discutere
insieme" Mauro l'ascoltava interessato e meravigliato, Niki lo guardò,
poi aggiunse "Deve essere così che si fa. L'ho letto da qualche
parte. Sei stato proprio fortunato ad incontrarmi tanto in fretta, Mauro De
Marco!"
      "E tu no, Niki Waldner?" e risero insieme.
      "Sai che esistono giornali, anche in Italia, che sono completamente
dedicati a noi? Pensa che qui a Parigi c'è perfino una zona, qualche
strada, dove la maggior parte dei locali, dei bar è per gay, ma non
credo che ti farebbero entrare: tu sembri un marmocchio."
      "E tu somigli ad un bambino che fa pubblicità per dei
pannolini. Sei biondo e hai il culetto tondo: ed io posso dirlo, perché
il tuo culetto lo conosco molto bene. Biondo, culetto tondo: è uno
slogan fantastico. Da grande farò il copywriter."
      Niki fingendosi offeso gli tirò un pizzicotto al sedere che fece
saltare Mauro.
      "Anche il tuo non è male" e gli fece un'espressione famelica. Poi
si ricordò d'essere al Louvre, in un tempio della cultura e, per quanto
considerasse il sedere di Mauro un'opera d'arte, non ritenne di potersi
spingere oltre nel palpeggiamento che aveva iniziato.
      "È probabile che non facciano entrare due ragazzi come noi in un
bar o in una discoteca, ma credo che lì intorno ci sia anche una
libreria: l'ho letto l'anno scorso. Potremmo andarci e cercare di conoscere
qualcuno, oppure chiedere al libraio, parlarne anche con lui: sarà
gay. Che ne dici?"
      "Non è detto che lo sia: chi vende qualcosa non sempre la
utilizza!" gli sorrise Mauro con sufficienza e cercando disperatamente di
apparire disinvolto. Lui, infatti, cercava un modo qualunque di dissuadere
Niki da quell'idea che, nonostante la curiosità che cominciava a
nutrire, continuava a sembrargli pazzesca.
      Ma Niki, che ormai aveva deciso, non badò proprio alle sue
obiezioni: "Non essere stupido. Se proprio non dovessimo incontrare nessuno
con cui parlare, e non ci credo, potremmo almeno comprare qualche libro
interessante o qualche giornale per gay. Allora? Andiamo?"
      Mauro annuì pensieroso. Era ancora sorpreso e spaventato da quello
che aveva appena saputo: l'esistenza di luoghi solo per gay. Continuò a
voce alta il suo pensiero: "Ma questi locali, queste strade, quel
quartiere, non saranno un ghetto? Un luogo in cui si è ammessi o si è
costretti a stare a causa di una diversità si chiama ghetto. Ti ricordi
di quel che abbiamo letto sulle deportazioni degli ebrei, si parlava del
ghetto di Roma e di quello di Varsavia. Io andai a cercare l'origine della
parola: 'Ghetto' era il nome di un'isola veneziana dove nel cinquecento
furono mandati a stare gli ebrei."
      "Ma non è un ghetto se cerchi liberamente di trovarti con i tuoi
simili e se poi puoi andartene quando vuoi e se vuoi."
      "Non ne sono per niente convinto, ma, lo ammetto, sono curioso!" e
Niki sorrise a sentirglielo ammettere "Si, sono curioso. Contento?" e
improvvisamente gli stampò un sonoro bacio sulla guancia facendo
sobbalzare una coppia d'anziani, italiani come molti dei turisti che
camminavano per Parigi in quei giorni, che s'era seduta accanto a loro
sulla panca di marmo. Poi rivolto a quei due nella loro lingua: "E voi che
avete da guardare? Mai visti due gay che si baciano?"
      Scapparono via ridendo, prima che quella coppia di incolpevoli
eterosessuali si riavesse dalla sorpresa.
      Tornarono all'aperto e c'era ancora il sole, si guardarono intorno
sentendosi avvolti nell'abbraccio delle ali del Louvre, la faccia di Mauro
s'illuminò: "Perché non compriamo un giornale per gay francesi? Se ce
ne sono in Italia, ce ne saranno anche in Francia. Papà lo dice a
proposito di tutto: i francesi sono avanti di vent'anni rispetto a noi
italiani, perciò di giornali dovrebbero averne molti di più di quanti
ne abbiamo noi in Italia. O no?"
      "Ho sempre sostenuto che sei un genio" e lo pensava veramente. Era
sinceramente convinto d'avere un genio per amante.
      "Cerchiamo un'edicola molto fornita."
      Ce n'era una molto grande davanti all'uscita del museo. Cominciarono
a guardare tutti i giornali che vi erano esposti, ma non riuscirono a
vederne neppure uno di quelli che potesse interessarli, perciò Mauro,
vergognandosi ed arrossendo, a voce bassissima, chiese al giornalaio di
suggerirgli qualche rivista. Ne ebbero una pubblicazione sulla vita gay
parigina che conteneva, fra l'altro, un elenco di locali e negozi. Fra
questi c'era anche la libreria di cui Niki aveva letto un giorno, in un
articolo su un quotidiano.
      "Eccola! Eccola! Me la ricordo, si chiama così. Dai, andiamo" la
indicò a Mauro nell'elenco e poi si diresse verso la metropolitana.
      Mauro, consultata la pianta di Parigi, lo fermò: "Aspetta, è
qua vicino, possiamo andarci a piedi."
      Mauro camminava alla cieca, perché tentava di leggere il giornale
che avevano appena avuto. Si faceva condurre da Niki che lo tirava per un
braccio.
      "Qui c'è scritto che a Parigi ci sono circa trecento fra bar,
ristoranti, discoteche, alberghi e saune per gay. Ma che ci andranno a fare
i gay nelle saune. E perché sono per gay?"
      "Non lo so. Non l'ho trovato scritto da nessuna parte. Cammina,
spicciati, si sta facendo tardi!" Niki era impaziente. Ora che era vicino
alla meta, aveva dimenticato anche la stanchezza "A che ora chiudono i
negozi a Parigi?"
      "Non lo so. Che ora dici che sarà?" Mauro non aveva mai portato
l'orologio. La misura del tempo era fuori dalla sua idea della vita. Niki
invece ne aveva sempre avuto uno, ma senza lasciarsene ossessionare.  Non
rispettavano gli appuntamenti che prendevano fra loro, perché, per
quanto stabilissero un'ora per rivedersi, riuscivano sempre a fare in modo
d'incontrarsi un po' prima dell'ora fissata. Per Mauro chiedere l'ora era
qualcosa di veramente inusuale.
      "Sono le quattro e mi pare di aver letto che qui chiudono alle
sei. Dai, corri!"
      Trovarono la strada che era poco più di un vicolo dietro il
Beaubourg, in pieno Marais. La libreria, in tutto simile a quelle per gente
normale, stupì i ragazzi che non se l'aspettavano così usuale:
      "A me sembra che non abbia niente di strano. Sei sicuro che sia
questa?" Niki era incerto, ma Mauro lo rassicurò, rilesse il nome sul
giornale e lo confrontò con l'insegna dipinta: era proprio quella.
      Stavano fermi, sull'altro lato della stradina e cercavano di guardare
dentro attraverso la porta socchiusa e la vetrina. Erano di fronte
all'ignoto ed improvvisamente capirono di essere spaventati dall'idea che
avevano avuto. Si guardarono in faccia, ma avevano entrambi un'espressione
perplessa.
      "Andiamo via?"
      Niki sarebbe scappato se Mauro, vinto dalla curiosità, non
l'avesse fermato.
      "No, ormai ci siamo. Entriamo. Non penso che ci mangeranno. È un
normale negozio di libri che vende libri per gay e noi siamo gay. L'hai
detto tu stesso, ricordi?"
      "L'ho detto prima, ma adesso ho paura" e, preso Mauro per mano, cercò
di trascinarlo via.
      "Ci siamo venuti ed io entro. Tu che intenzioni hai? Mi aspetti qua
fuori?"
      "Entreresti senza di me?" Niki era incredulo, ma Mauro era risoluto e
Niki, come ormai da copione fra loro, s'arrese "Va bene, entriamo, ma parli
tu" e gli si mise dietro, quasi per nascondersi.
      All'interno, naturalmente, non c'era nessun orco, come temeva Niki,
anzi c'era solo un commesso, un giovanotto sui vent'anni, che li osservò
entrare e poi rivolse altrove la sua attenzione. I due ragazzi cominciarono
a muoversi fra i banconi guardando con molta attenzione i libri esposti,
tutti d'argomento gay, prendendone qualcuno con la punta delle dita e
riponendolo con estremo riguardo, quasi ad evitare di lasciare le proprie
impronte sulle copertine. Su uno scaffale c'erano anche delle riviste
pornografiche le cui illustrazioni attrassero subito l'attenzione di Niki
che ne prese una e cominciò a sfogliarla. A quel punto il commesso
s'avvicinò al ragazzo:
      "Tu non hai diciotto anni, vero?"
      Mauro subito s'avvicinò e rispose per Niki che, pur avendo
compreso la domanda, era troppo emozionato per congegnare una risposta in
francese: "No, ne ha quasi sedici."
      "Mi dispiace, ma queste riviste sono solo per chi ha più di
diciotto anni."
      Sentito questo, Niki la ripose immediatamente, come se
improvvisamente si fosse accorto che la rivista scottava.
      "Non lo sapevamo, è la prima volta che entriamo in una
libreria... gay" Mauro esitò "perché questa è una libreria gay,
vero?"
      Il commesso, che non era molto più vecchio di loro, sorrise:
"Certo, e io sono gay, se ve lo state chiedendo, ma vendiamo libri come
tutti gli altri. E i libri potete guardarli liberamente."
      Se ne tornò a sistemare uno scaffale dall'altra parte del negozio,
mentre Niki continuava a guardarlo rapito. Quello era il suo primo contatto
con un altro gay, a parte Mauro.
      "Ci ha confidato di essere gay, senza neppure conoscerci" Niki parlò
a se stesso con voce sognante.
      "Adesso che gli abbiamo parlato cosa intendi fare?" Mauro era curioso
di sapere cosa stesse passando per quella testa adorata, ma Niki continuava
a tacere e seguiva i movimenti del commesso.
      Niki ripeté: "Ce l'ha detto così, senza pensarci. A noi
due. Non ci aveva mai visto prima!"
      "Ci sarà abituato. E poi anche tu mi hai sedotto in tre giorni."
      Niki lo fulminò con lo sguardo: "Non è vero. Non ci ho messo
tre giorni, ma quasi un mese."
      "Va bene, non è vero. Ci hai messo un mese, ma da quando mi hai
stretto la mano a quando mi hai fatto infilare quella stessa mano dove sai
bene, sono passati non più di cinque giorni."
      Niki lo guardò accigliato: "D'accordo, d'accordo: stavo
scherzando. Questo qui avrà capito che lo stavamo sezionando con lo
sguardo e avrà voluto tranquillizzarci" spiegò a se stesso.
      "Hai ragione: dopo tutto ci sarà abituato."
      Niki, seguito da Mauro, s'avvicinò al commesso e, in un francese
un po' stentato, gli si presentò: "Io mi chiamo Niki e sono per metà
americano e per metà italiano. Lui è Mauro ed è tutto italiano, ma
parla bene il francese: noi due stiamo insieme" e gli tese la mano.
      Il ragazzo li squadrò incuriosito, ma decise di stare al gioco, se
di un gioco si trattava: "Io mi chiamo Claude. Sono tutto francese, parlo
abbastanza l'inglese e al momento non sto con nessuno" strinse la mano a
Niki e poi a Mauro che gliela porse da dietro a Niki.
      Si sorrisero imbarazzati, rimanendo a guardarsi senza sapere cosa
dirsi. Fu Mauro a rompere il silenzio. Toccava a lui che, almeno, parlava
il francese senza problemi.
      "Noi abbiamo trovato il nome della libreria su questo giornale"
mostrò i fogli che aveva in mano "e volevamo guardarci intorno per
vedere di conoscere qualche gay, dato che siamo a Parigi: da noi in Italia
non ne conosciamo" spiegò "Volevamo solo parlare con qualcuno" lo disse
tutto d'un fiato fidandosi del suo francese fluente.
      Claude era un po' più basso di loro, era biondo e aveva
un'espressione simpatica, amichevole, un neo sulla guancia destra, il naso
un poco all'insù e gli occhi verdi. In quel momento, non riusciva a
capire esattamente cosa volessero da lui quei due ragazzini e cosa fossero
entrati a fare nel negozio che lui doveva guardare in assenza dei
padroni. Poi colse lo sguardo interessato di Niki e il sorriso schietto di
Mauro e decise che erano entrambi sinceri e forse era vero che volevano
soltanto parlare con qualcuno.  Quella sera non aveva da fare proprio
nulla, non doveva vedere nessuno e nessuno l'aspettava a casa.  Pensò
che parlare con quei due potesse distrarlo.
      "Io finisco alle sei. Se non avete niente di meglio da fare possiamo
andare a fare una passeggiata insieme."
      "Davvero verresti con noi? Sarebbe bellissimo!"
      I ragazzi non credevano alle proprie orecchie: si misero subito
d'accordo per ritrovarsi alle sei.  Rimasero ancora un poco a guardare i
libri e ne comprarono due, uno in inglese e uno in francese. Poi salutarono
Claude:
      "A fra poco" gli gridarono uscendo "t'aspetteremo all'angolo davanti
alla libreria."
      "D'accordo, arrivederci."
      Girarono nel quartiere fin quasi alle sei, telefonarono in albergo
per avvisare i genitori che avrebbero tardato un poco, anzi proponendogli
d'incontrarli davanti alla piramide del Louvre per andare a cena. Ad Arleen
che chiedeva il motivo del cambiamento di programma, spiegarono che avevano
voglia di restare nel Louvre ancora per un poco a guardarsi i reperti
egiziani: ritennero di non poter parlare subito ai genitori della loro
recente conoscenza.
      Claude sgattaiolò fuori della libreria alle sei in punto e li
raggiunse. Li guardò un'altra volta e decise che poteva fidarsi.
      "Ragazzi, vi andrebbe un panino? Io ho un po' di fame. C'è un
fast-food qui vicino."
      "D'accordo!" disse Mauro, guardando verso Niki "Forse abbiamo fame
anche noi..."
      "Lui ha sempre fame!" l'interruppe Niki ridendo e scappando avanti
per evitare lo scappellotto che Mauro voleva tirargli.
      "E tu mangeresti il piatto ed anche il tavolo, se ogni volta non
stessi a spiegarti che non sono commestibili!"
      Scoppiarono a ridere tutti e tre, ma erano ancora un po'
impacciati. Fecero qualche passo in silenzio, incamminandosi verso la
Senna. Mauro e Niki erano bloccati dalla presenza di un estraneo nel loro
mondo, mentre Claude, pur avendo avuto sedici anni non molto tempo prima,
si chiedeva disperatamente cosa potesse mai dire per non turbare la
sensibilità di quei due che gli erano sembrati di un candore disarmante.
Anche se, doveva ammetterlo, gli erano apparsi anche molto coscienti delle
proprie inclinazioni, sicuramente più di quanto non lo fosse stato lui
qualche anno prima.
      Parigi li soccorse, perché la curiosità di Mauro fu troppo
sollecitata da quello che vedeva e dalla presenza di un parigino accanto a
sé, perciò, superando tutti i suoi timori e facendo tirare un sospiro
di sollievo ai compagni di strada, cominciò a fare domande a
Claude. Volle conoscere molti particolari della vita quotidiana della città
che aveva tanto desiderato di visitare. E Claude fu felice di parlargliene,
mentre Niki ascoltava attentamente la conversazione, godendosi il francese
musicale di Mauro che già confrontava con quello di Claude la cui
pronuncia era più aspra.
      "Mauro, parli il francese davvero bene" disse Claude dopo un poco "è
perfetto. Se non ti fossi presentato come italiano, non l'avrei capito
subito" e poi, accorgendosi del suo sguardo incredulo, aggiunse "Davvero!"
      "Lui parla anche l'inglese come se fosse nato a Boston!" disse Niki
con voce commossa, perché i complimenti fatti a Mauro gli procuravano
sempre una forte emozione, tanto più intensa che se fossero stati fatti
a lui.
      "Ragazzi, mi fate arrossire" Mauro era a disagio, come sempre,
perché, come Niki sapeva, oltre che un genio, il suo compagno era anche
sinceramente modesto "Claude, mio padre insegna francese ed ha sempre
affermato che la mia pronuncia è appena decente. Anche se ho scoperto"
ammise Mauro "che, parlandone con la madre di Niki, ha giudicato eccellente
il mio francese. Ed ora tu mi dici anche che sembro nato in Francia: questo
significa che verremo a vivere qui per sei mesi l'anno, perché anche
Boston reclama la sua parte. Comunque" aggiunse "Niki sta imparando il
francese abbastanza velocemente."
      "Io ci provo" Niki parlò in francese, molto lentamente, perché
aveva paura di sbagliare "ma faccio spesso confusione con l'italiano. Non
dimenticate che io sono americano" sorrise.
      "Anche tu te la cavi abbastanza bene. Io ho un po' perfezionato il
mio inglese con un americano che ho conosciuto. Era uno di passaggio,
peccato che lo fosse non solo a Parigi, ma anche nella mia vita. Molto di
passaggio, ma qualcosa da lui l'ho imparata e poi l'ho dovuto studiare
seriamente perché studio spesso su testi in inglese."
      "Fra noi parliamo sempre inglese e così nessuno dei nostri amici
può capirci. Anzi, da un po' abbiamo cominciato ad alternare inglese e
francese, tanto per tenerci in esercizio e in modo che uno impari
dall'altro."
      Intanto erano arrivati all'entrata dei grandi magazzini sulla cui
terrazza c'era il fast-food:
      "È all'ultimo piano" spiegò Claude "c'è un bel panorama:
prima ci andavo con un amico!"
      "Anche adesso sei con due amici!" disse Mauro d'impeto "Cioè, lo
spero! Ma tu dicevi 'amico' ed intendevi qualcosa di diverso, non è
vero?"
      "Si, eravamo... Stavamo insieme come voi due."
      Presero sandwich e Coca-cola e poi andarono a sedersi davanti ad una
grande finestra da cui si dominava Parigi. Al tavolo accanto al loro era
seduto un uomo che attrasse subito l'attenzione di Mauro e Niki. Si
guardarono negli occhi e si sorrisero, comprendendo, anche dallo sguardo di
Claude, che quell'uomo era un gay:
      "Claude, pensi che sia gay anche lui?" Niki indicò con discrezione
la persona seduta accanto a loro.
      "Si. Credo di si. Ragazzi, siamo più di quanti voi pensiate. Molti
si nascondono e tanti altri non sanno di esserlo o fanno finta di non
saperlo per quasi tutta la vita. Ogni tanto però se lo ricordano e
allora vanno alla ricerca di..." Claude s'interruppe incerto se continuare
e parlare di sesso: quei due in certi momenti gli parevano dei bambini, e
tali erano certamente. Altre volte gli sembravano persone dotate di una
maturità insolita per l'età che avevano affermato di avere.
      "Intendi dire che cercano di fare sesso con qualcun altro?" era stato
Mauro a chiederlo, sorprendendo anche Niki.
      "Si, proprio così: quando uno sente il bisogno d'amore, di
tenerezza, o semplicemente non gli va di..."  Claude si fermò un'altra
volta cercando di scegliere con attenzione le parole "di fare certe cose da
solo, cerca qualcun altro. Questo lo capite, no?"
      Annuirono entrambi, estremamente interessati dalla lezione di vita
che stavano ricevendo, una lezione che nessuno avrebbe mai potuto dargli,
nessuno che non fosse come loro.
      Claude continuò più tranquillo: aveva avvertito nei due ragazzi
una curiosità ed un interesse che non erano certamente dettati da
desiderio. Era ormai più che certo che quei due non erano là per
fargli delle proposte, come aveva sospettato e temuto. E non erano neppure
alla ricerca di conoscenze su come fare sesso, ma cercavano semplicemente
suggerimenti su come vivere meglio la propria vita e quella diversità di
cui parevano eccezionalmente consapevoli per i loro quindici anni. Lui
credeva di potergli davvero spiegare molte cose, soprattutto rivelandogli
come e dove aveva sbagliato, quando aveva la loro età ed anche quando,
più vecchio, avrebbe dovuto fare più attenzione.
      "Si cerca il piacere... sessuale, naturalmente. Ma quello che tutti
inseguono davvero è l'amicizia e poi l'amore, se viene. Perché noi ci
innamoriamo come tutti gli altri..."
      "Certo che c'innamoriamo come tutti ed anche di più" l'interruppe
Niki "Claude, noi due siamo innamorati. Stiamo insieme da quasi sei mesi e
staremo insieme per i prossimi cento anni e anche dopo" lo disse
sorridendo, ma nelle sue parole c'era una tale convinzione che Claude non
poté fare a meno di credergli, mentre Mauro che l'amava, cercò la sua
mano e gliela strinse.
      "Raccontaci qualcosa di te."
      "Ti prego. Ti abbiamo cercato per questo" aggiunse Mauro, scherzando
"Era proprio te, di tutti i gay di Parigi, che volevamo incontrare: adesso
lo so per certo!"
      "Non ci credo per niente, ma vi accontento lo stesso. Voi, però,
non aspettatevi molto. Posso solo dirvi che sono bretone, ho ventidue anni
e frequento l'università. Lavoro per pagarmi gli studi e per vivere a
Parigi" poi cambiò discorso, perché gli era venuta un'altra idea
"Secondo voi si vede che sono gay?"
      Lo guardarono, valutarono il suo aspetto. Niki gli fece cenno di no,
Mauro invece fece si con la testa.
      "Posso dirlo? Si vede... ma solo un poco. In certi momenti hai un
modo di fare affettato, quasi lezioso" guardò Niki "Come lui qualche
volta. Voi due vi assomigliate in certi atteggiamenti."
      Niki lo guardò storto e Claude si mise a ridere: "Sei un buon
osservatore. È vero e me l'hanno già detto. Ci sono queste
particolarità nel mio comportamento. Ma a me non importa più: io sono
me stesso e basta. È passato il tempo delle crisi. Cerco solo di essere
me stesso, esattamente come sono! Io studio letteratura francese: sono al
terzo anno e spero di diventare giornalista o scrittore, oppure almeno
restare libraio. Il mio sogno sarebbe di scrivere qualcosa che venga
ricordato, ma è solo un sogno. Mi basterebbe diventare un buon
giornalista! Davvero! La cosa più importante della mia vita è che io
sia soddisfatto di me stesso e non quello che gli altri pensano di me!"
      "Anche per noi è così, Claude, è stato Niki a farmelo
capire. Lui mi ha fatto capire tutto. Ma tocca a te raccontare: avanti..."
      "Volete proprio ascoltarmi? Io... non so neppure se mi capirete. Anzi
non so quanto ne sappiate, per quanto siete giovani: ma davvero avete solo
sedici anni o quindici?"
      "Si, Claude, io ne avrò sedici a settembre e Mauro li compirà a
dicembre. Ti sembriamo troppo piccoli per ascoltare la tua storia? Credi di
poterci scandalizzare?"
      "Credi che non la capiremmo, perché è proprio brutta?"
      "No, credo che la capireste. Non è tanto più brutta delle
storie di molti altri gay. Ma perché prima non mi parlate di voi?"
      "E va bene: ci siamo incontrati in settembre, all'inizio dell'anno
scolastico, quando lui è arrivato con la sua famiglia nella mia
città. Quasi subito siamo diventati amici, poi abbiamo scoperto che ci
piaceva stare insieme e, dopo qualche giorno, abbiamo capito anche che la
pensavamo allo stesso modo su molti altri argomenti..."
      "Raccontagli di come ho scoperto che hai paura del buio" Niki
l'interruppe, con la faccia di sfida.
      "Come? Come? Hai paura di restare da solo nell'oscurità, delle
creature del buio?" Claude gli fece delle smorfie, agitandogli le mani
davanti agli occhi "È mai possibile, alla tua età?" finì ridendo.
      "Non è troppo grande per avere tanta paura? Mauro, racconta, ma
devi dire tutta la verità!"
      Tutta la verità: Mauro ricordò, improvvisamente, di non aver
più rivelato a Niki la sua bugia di quella sera, quando era scappato, ma
non per paura del buio. Ora, davanti a quel nuovo amico, poteva finalmente
confessarglielo. Cominciò a raccontare la bella storia del loro
innamoramento e della loro vita in comune.  C'era poco e molto da dire, ma
Claude lo ascoltava con commozione. Mauro parlava lentamente per consentire
anche a Niki di seguirlo: "Ho davvero molta paura quando mi trovo da solo
al buio, ma non fu così quella sera: allora mi spaventò un'altra
cosa" si rivolse al compagno "Niki, non te l'ho più confessato, perché
poi l'ho scordato. Non ci ho più pensato! Non te l'ho più detto,
perché stare con te si è rivelato così... bello che l'ho
dimenticato!"
      Niki si mosse un po' a disagio e si fece molto più attento:
"Allora era un segreto. Ma ora puoi dirmelo, no?"
      "Si che posso dirtelo: io quella sera, in un primo momento, cercai di
scappare da quello che mi avevi fatto capire. Io scappai da te! Eri tu a
farmi paura... perché capii che eri omosessuale. E poi capii che lo ero
anch'io!"
      Glielo disse in italiano, perché era importante che esprimesse il
suo pensiero nel modo più completo e che Niki lo capisse a fondo, che
comprendesse bene tutto ciò che era accaduto durante quella passeggiata.
      Si rivolse a Claude: "Avevamo parlato dell'amore. Gli avevo chiesto
che cosa fosse e lui me lo spiegò, ma soprattutto mi rivelò che
eravamo abbastanza grandi per poter amare, cioè donare amore ad un'altra
persona. Me lo disse, perché lo sapeva, perché lui già mi amava e
io scappai, non per paura del buio, ma per paura di quello che m'aveva
appena detto. Era una cosa che già sapevo almeno da un anno e che,
quella si, mi spaventava: che io potevo amare, che ero abbastanza grande da
voler bene a qualcuno e questo qualcuno erano i ragazzi, gli uomini!" si
rivolse a Niki "Fu questo a spaventarmi, Niki, ma allora mi vergognai
troppo per confessartelo. Non sapevo, non avevo capito che tu già mi
amavi e che avrei potuto dirtelo e tu mi avresti abbracciato. Abbiamo
dovuto aspettare ancora qualche giorno, pensa se invece fosse stato qualche
anno oppure se non avessimo potuto più dircelo."
      Niki gli aveva messo il braccio sulle spalle e gli si era avvicinato.
      "Comunque, Claude, io ho davvero una paura tremenda del buio!"
      "Ed è anche curioso da morire!" aggiunse Niki che era tornato
sereno.
      Mauro continuò la sua storia attraverso tutti i giochi e le
liturgie che avevano seguito, fino a rivelarsi completamente uno all'altro
e alla fine Claude aveva gli occhi lucidi, perché quei due ragazzi
rappresentavano tutto ciò che aveva sognato per sé, senza averlo
potuto realizzare.
      "Dal giorno in cui abbiamo fatto l'amore per la prima volta, la
nostra vita è cambiata e adesso stiamo insieme come due colombe. Mio
padre, quando vuole prenderci in giro, dice che siamo come due passerotti
che cinguettano. E mia madre mi ha confessato che, quando ci guarda, si
commuove."
      "Ragazzi, nel trovarvi avete avuto un dono inestimabile, ma dovrete
stare molto attenti a non sciuparlo. Se non foste innamorati come siete,
perderei la testa per uno o per tutti e due: siete proprio carini."
      Si mise a guardare lontano, oltre la finestra.
      "Sapete qual è la paura di chi s'innamora? Di restare deluso. Ma a
voi non è mai accaduto. Vero? A me è capitato tante volte
d'innamorarmi della persona sbagliata. Anzi, tutte le volte in cui mi è
accaduto di prendermi una cotta, mi sono innamorato di uno che non era gay
oppure di un gay al quale non interessavo.  E per una volta che sono stato
scelto e che avevo finito per amarlo, quello è morto. Visto che bella
storia?  Siete proprio sicuri di volerla ascoltare?"
      Niki s'avvicinò di più a Mauro sulla panca, sempre tenendogli
la mano. Nessuno dei due parlò:
      "Forse si: mi avete cercato per questo. Quando avevo la vostra
età, m'innamorai di un mio compagno di scuola. In quei giorni avevamo
scoperto un complesso rock che voi certamente non conoscete, perché è
passato un po' tempo! A me piaceva da impazzire e piaceva anche a
lui. Tutti i pomeriggi ce ne andavamo in giro con i Walkman e ascoltavamo
soltanto le loro canzoni, per ore, ogni giorno. Lui era bello e forte ed io
me ne innamorai. Provavo per lui quello che provate voi uno per l'altro, ma
non lui per me, perché mi ero preso una cotta per uno diverso da me. Lo
sapevo già prima che accadesse, ma accadde lo stesso.
      "In quei giorni mi pareva d'impazzire. Quando ero solo, piangevo
senza un motivo apparente, ma io sapevo che era per lui. Non mi guardava
come volevo io e non era perché fosse cattivo. Faceva così soltanto
perché non lo interessavo, perché non s'era accorto di nulla. Lui mi
considerava il suo migliore amico, mi voleva bene, si divertiva a stare con
me, ma non bastava. A me pareva di annegare in tutto l'affetto, l'amore,
che provavo per lui, ma non accadeva nulla e non era per colpa sua, né
mia. E soprattutto non avevo nessuna speranza: ci ho messo troppo a
capirlo. Anzi, prima di quello, avrei dovuto capire cos'ero ed anche da
quella parte sono arrivato un po' in ritardo.
      "Io vengo dalla Bretagna. Il nome del mio paese è impronunziabile
per chi non ci è nato. È un posto molto piccolo, dove vivono più o
meno mille persone che fra loro si conoscono anche troppo bene. Lui invece
veniva dalla città. I suoi genitori s'erano trasferiti qualche anno
prima nel mio paese, per vivere in campagna. Frequentavamo insieme il liceo
in città. Quando me ne innamorai, credetti di capire tutto di me.  Ero
un mostro e l'avrei corrotto, ma desideravo farlo, così mi misi a
cercare il modo di scoprire se anche lui era come me, se aveva i miei
stessi desideri. Volevo sapere e non sognavo altro che di toccarlo, di
vedere come era fatto sotto i vestiti. Voi capite cosa intendo?"
      "Anche noi abbiamo fatto come te."
      "A me non è capitata la vostra fortuna!" Claude tornò a
guardare fuori: sotto di loro c'era la Senna e attorno Parigi.
      "Non parlarne, se non ti va" gli disse Mauro "ci fa piacere anche
stare qui senza dire nulla. Noi lo facciamo spesso. Ognuno perso nei suoi
pensieri. Ci basta star vicini."
      "No, voglio raccontarvi solo un altro poco di questa storia. Per
fortuna, con quel ragazzo finì presto ed è rimasto mio amico. Un
giorno ce ne andammo in escursione su certe rocce che sono lungo la
costa. È un posto selvaggio al capo estremo della Bretagna, verso
l'oceano. È una scogliera molto alta sul mare.  Dovevamo fare del
bird-watching, cercare di vedere certi uccelli che dovevano passare di
là, ma io pensavo ad un altra cosa. Potete immaginare quale.
      "Lo provocai, lo presi in giro in tutti i modi, finché, per farmi
smettere, m'afferrò e rotolammo a terra avvinghiati. Lui scherzava e
rideva, ma io ero serissimo. Sentivo il cuore che mi martellava nel petto.
Eravamo in un posto isolato dove nessuno poteva vederci e nella mia mente
passò l'immagine di noi due che ci baciavamo e che eravamo abbracciati,
invece stavamo soltanto lottando per scherzo. Lo sentii su di me, che mi
bloccava le braccia, che forse mi toccava come avevo sempre sognato che
facesse. Chiusi gli occhi e immaginai che stesse per baciarmi, invece
godetti per un orgasmo, improvviso, inatteso. E mi spaventai.
      "Mi sentii scoperto e scoppiai a piangere: temevo che lui se ne fosse
accorto. Poi mi raccontò che non l'aveva capito, che aveva notato solo
che avevo improvvisamente smesso di lottare. In quel momento, invece,
vedendo il mio pianto, volle che gliene spiegassi il
motivo. Insisté. Potevo raccontargli una storia qualunque e nulla
sarebbe cambiato fra noi, ma non potevo più sopportare la mia
ipocrisia. Mi feci coraggio e gli dissi la verità. Le lacrime
continuavano a scendermi, mentre parlavo, perché ero certo che m'avrebbe
buttato giù, da quella scogliera. E se non l'avesse fatto lui, mi sarei
buttato io.
      "Ma mi accarezzò e m'abbracciò, assicurandomi che sarebbe
restato per sempre mio amico, e lo è tuttora, ma solo amico e niente di
più, purché non scambiassi il suo sentimento per amore, perché non
lo era e non poteva esserlo. A lui piacevano tanto le ragazze ed io lo amai
ancora di più per quello che mi disse.  Ragazzi, quella fu la mia prima
delusione. Da allora ho pianto altre volte, ma lui è sempre rimasto mio
amico.  Mi ha abbracciato ancora, ma l'ha fatto sempre e solo per
consolarmi! Sapeste quante altre volte sono andato da lui per piangere e
raccontargli le mie delusioni. Avrei molte altre storie da raccontarvi, ma
sono tutte simili a questa: cambia l'oggetto del mio amore ed io piango
sempre, anche se spesso restiamo buoni amici. Vedete: io ho tanti buoni
amici."
      "Claude, oggi te ne sei fatti altri due!" esclamò Mauro.
      "E poi che hai fatto?" gli chiese Niki.
      "Ho lasciato il paese, perché volevo vivere a Parigi. È stato
quando ho finito il liceo e con la scusa dell'università, ma avrei
potuto frequentarla anche dalle mie parti."
      "E quell'altra persona che s'era innamorata di te?"
      "Era più vecchio di me, ed era un bravo ragazzo: siamo stati
insieme per tre anni, è morto l'anno scorso. L'ho conosciuto in una
discoteca. A lui piacevano i ragazzini e quattro anni fa sembravo ancora
più giovane di quanto non fossi. Ero appena arrivato e accettai la sua
corte, perché era difficile vivere a Parigi con quello che mi passavano
i miei genitori. Poi, quando scoprii che lui mi piaceva e che gli volevo
bene, morì. Di questo però non mi va di parlare" e guardò un'altra
volta dalla finestra.
      Niki si avvicinò di più e Mauro gli mise un braccio sulle
spalle, quasi per proteggerlo. Niki, che già sapeva della morte e della
solitudine, si sentì vicino a Claude, capì cosa avesse provando.
      "Anche noi abbiamo perduto una persona cui volevamo molto bene"
finalmente Niki considerava se stesso ed il compagno ugualmente vicini a
Stephan e Mauro lo strinse ancora più forte. Niki gli regalava infine
una parte del suo dolore "Era Stephan, mio cugino. È morto a Natale e
noi gli volevamo bene."
      Rimasero ancora con Claude. Parlarono di tante altre cose che li
interessavano, di cui volevano sapere, approfittando delle conoscenze di
vita gay che Claude pareva avere. Alle otto lo lasciarono per correre ad
incontrare i genitori, ma fissarono un appuntamento con quel nuovo
amico. L'avrebbero cercato il giorno dopo alla libreria.
      Quando andarono a letto quella sera, erano troppo stanchi e appagati
dagli avvenimenti di quella lunga giornata, per fermarsi a parlare. Si
addormentarono non appena ebbero appoggiato la testa sul cuscino.
      La mattina dopo fu Mauro a svegliare Niki con un bacio e con una
domanda: "Che ne pensi di Claude?"
      "È un bravo ragazzo!" fu la risposta di Niki fra un bacio e
l'altro, mentre si sistemava meglio nell'abbraccio di Mauro.
      "A me dispiace che non abbia incontrato uno come te."
      "Quanto mi mancheresti se non t'avessi!" e Niki s'infilò sotto
Mauro.
      Erano nel letto, eccitati dalla vicinanza e aspettavano, uno
dall'altro, il segnale per iniziare i loro giochi, ma Mauro era incuriosito
e ancora turbato per la storia ascoltata da Claude.
      "Molti gay hanno una vita simile a quella che sta vivendo Claude. Hai
capito quello che ci ha detto? La maggior parte dei gay cerca sempre e alla
fine s'accorge che non esiste ciò che insegue. E molto spesso chi cerca
riesce a trovare solo un corpo da congiungere al proprio, senza amore."
      Baciò Niki. Lo baciò pensando a tutte quelle persone che non
avrebbero mai provato l'affetto che riempiva il suo cuore in quel
momento. Era spaventato anche dal solo pensiero che potesse esistere una
vita simile ed era convinto che non avrebbe mai desiderato vivere
un'esperienza come quella.
      "Potresti fare l'amore con una persona che non ami?" gli chiese,
sfilandogli il pigiama, tirando lentamente in giù con gli alluci i
pantaloni, e poi stringendoselo nudo fra le braccia "Niki, daresti il tuo
corpo a chi non ti ama? Oppure a chi l'userebbe soltanto per procurarsi
piacere?" Niki sospirò, ma non gli rispose.  Mauro sentì, stretto a
sé, quel corpo caldo, docile, morbido "Solo io che ti amo, posso
toccarti e darti piacere. Non è vero?" Niki teneva gli occhi chiusi e le
mani avvinghiate alle spalle di Mauro, quasi tentasse d'integrarsi in lui
"Sarai sempre e solo mio? Non mi tradirai mai. Non è vero?"
      Gli mormorava queste parole nelle orecchie, baciandolo e passandogli
dolcemente le labbra sulle guance, mentre i loro corpi si stavano unendo in
un movimento lento e pieno d'amore. Niki voleva che Mauro lo
prendesse. Tentò di voltarsi perché lui lo penetrasse, ma Mauro lo
strinse ancora più forte, spingendolo contro il letto e
immobilizzandolo. Poi gli fece correre le mani lungo i fianchi per sentire
la sua pelle sotto le dita. Il loro movimento si fece più veloce e si
sentirono sempre più vicini al piacere "Non mi tradire, Niki. Non farlo
mai. Ti prego! Non mi lasciare mai solo!"
      Impressionato dall'esperienza di Claude, aveva paura della solitudine
e dell'isolamento.
      Raggiunsero insieme l'orgasmo e Niki, in quel momento, immaginò di
sentire un suono, un rumore.  Pensò a Claude e al suo orgasmo sulla
scogliera e alle grida dei gabbiani che dovevano averlo salutato.  Quel
rumore venne da un recesso della sua memoria, perché su una scogliera,
protesa sull'Atlantico, ci sono sempre gabbiani che gridano, e lui lo
sapeva bene. Li aveva sentiti spesso, anche se dall'altra parte
dell'oceano.
      Sfilarono nella sua memoria i ricordi di tutte le volte in cui aveva
goduto con Mauro: era sempre stato cullato dall'abbraccio dell'amante,
circondato dalle infinite premure che Mauro aveva per lui. Gli orgasmi di
Claude, delle persone di cui Claude aveva parlato, com'erano? Come si
sentivano dopo aver goduto?  Accanto a Mauro, non s'era mai sentito triste,
né aveva provato sensi di colpa. Da quando stava con lui, il momento del
piacere era solo un passaggio, soltanto un attimo d'una felicità che non
aveva fine. Si scoprì commosso, col capo appoggiato sulla spalla di
Mauro e con gli occhi pieni di lacrime. Pianse in silenzio, il suo compagno
l'avrebbe compreso.
      Mauro l'accarezzò, lo baciò, asciugò le lacrime.
      "Piango per Claude" spiegò a Mauro che non gliel'aveva ancora
chiesto "Ho pensato ai suoi momenti di piacere: sono soltanto orgasmi? Che
ne pensi? Non ha mai avuto le carezze di un uomo come te, di uno che lo
ama. Chissà come si sentirà triste dopo avere sfiorato la
felicità."
      Mise un'altra volta la testa nell'incavo del collo di Mauro e chiuse
gli occhi. Si lasciò stringere dal suo innamorato. Si lasciò cullare,
consolare, adorare, come gli aveva detto Mauro una volta.
      Si sentì un dio fra le braccia dell'amante: un dio abbracciato da
un altro dio, insieme potevano credersi eterni, stretti uno all'altro, come
due divinità.
      Mauro lo scosse dai suoi sogni, perché temeva sempre che i
pensieri si trasformassero in inquietudini e che, da qualche recesso,
riaffiorasse il ricordo, il fantasma di Stephan. Accarezzandolo e
baciandolo sugli occhi, lo richiamò, ovunque fosse con il pensiero. Per
quel sabato mattina, avevano in programma una visita molto particolare, un
vecchio desiderio di Mauro.

      "Allora, Niki, salirai con me sulla Tour Eiffel?"
      Quello era uno dei motivi, e non l'ultimo, per cui aveva accettato di
venire a Parigi rinunciando alla sua processione. C'erano già stati a
vedere la torre. L'avevano vista un poco in fretta la sera del loro arrivo,
poi avevano speso tutto il tempo a visitare monumenti più importanti e
interessanti. Avevano conosciuto Claude, ma la torre restava il chiodo
fisso di Mauro che voleva salirci ad ogni costo per conquistarla, quasi
fosse una montagna inviolata.
      Niki sapeva di questo desiderio: "Si realizzi il tuo sogno, mio
signore" gli disse senza riaprire gli occhi "purché tu sorrida e sia
felice!"
      "Anche tu!" e Mauro avvicinò le labbra a quelle di Niki per un
bacio.
      Fu così che quella mattina, con grande emozione di Mauro,
trasmessa a Niki per quella osmosi che si creava fra loro ad ogni
desiderio, s'avvicinarono alla torre.
      "Finalmente!" gridò Mauro "Non ci posso credere: sto per salire
sulla Tour Eiffel!"
      Era esattamente al centro della piattaforma sotto la torre, con il
naso all'insù e i piedi piantati nella ghiaia che è la base. Cercava
di seguire le strutture di ferro che componevano i tralicci: "A piedi,
dobbiamo salire a piedi. Dobbiamo sudare per conquistarla! Ho atteso troppo
questo momento e ora devo gustarmelo."
      Niki era vicino e gli teneva un braccio sulla spalla.
      In quei giorni di Pasqua, aveva accanto a sé tutte le persone
care, soltanto il nonno era lontano. Il ricordo di Stephan, pur restando a
fargli compagnia, ormai non l'addolorava più. Ripensò al cugino
mentre tentava di stare dietro a Mauro che s'inerpicava per le scale
metalliche. Quel rimpianto lo sfiorava spesso e ogni volta lasciava in lui
una specie di malinconia, ma in quei casi uno sguardo di Mauro, una sua
premura o anche solo l'idea della sua vicinanza, il pensiero che ci fosse
qualcuno sempre pronto a confortarlo, erano sufficienti ad addolcire e a
rendere innocua la tristezza che l'invadeva. Anche in quel momento tentò
di scacciare il fantasma, concentrandosi sul dorso di Mauro che, avvolto
nella sua giacca a vento, si inerpicava, salendo gli scalini a due a due,
ansioso di raggiungere l'ultima piattaforma, il punto più alto, e
'violare la vetta', come gli aveva gridato quando era partito su per la
scalata. Ma questa volta lo spettro non scomparve. Stephan non s'allontanò
dai suoi pensieri, com'era accaduto quasi sempre, e Niki si bloccò a
metà di una rampa. Era ancora abbastanza presto e faceva così freddo
che il fiato si condensava appena usciva dalla bocca. A quell'ora poi non
c'erano turisti che salissero a piedi e lui, fermandosi, non intralciava
nessuno. S'appoggiò al corrimano e alzò lo sguardo verso l'alto,
verso la cima. Mauro era già lontano, ma si sarebbe subito accorto della
sua assenza.
      Perché Stephan s'era fatto uccidere? Era l'incubo che tornava e
Niki sperava che Mauro lo scacciasse per amor suo, ma il compagno si
allontanava, pareva non essersi reso conto che lui s'era fermato. Il freddo
che c'era nell'aria si trasformò in gelo ed invase la sua mente,
s'impossessò del suo corpo. Niki rabbrividì.  Avrebbe potuto fare
qualcosa per Stephan, qualcosa che non aveva fatto, perché era troppo
occupato a guardare negli occhi il suo amante? Dov'era Mauro? Perché non
tornava, perché non lo strappava a quei pensieri? Tante altre volte
aveva funzionato: gli era bastato pensare a lui e la parte cattiva del
ricordo di Stephan s'era allontanata. Ora però il ricordo, il dubbio, lo
stavano torturando. 'È come se l'avessero pugnalato e lui non si è
difeso. Non voleva più farlo.' Una voce glielo ripeteva e glielo gridava
dentro.  'Stephan si è suicidato! Ed è stato per colpa tua!' Chiuse
gli occhi e la testa gli girò un poco, a causa dell'altezza, forse per
le vertigini.
      Sentì una mano stringergli la spalla e, prima di riaprire gli
occhi o sentirne la voce, capì che era Mauro che lo stringeva e lo stava
abbracciando.
      "Pareva che stessi cadendo. Andiamo. Hai le vertigini?" Mauro lo
strinse e Niki si sentì salvo. L'amico lo baciò su una guancia. "Hai
una faccia strana, ti senti bene?"
      "Sto bene. Adesso sto bene. Ma vedi quello che mi succede, quando mi
lasci solo?"
      Mauro tese le braccia e, senza lasciarlo, lo allontanò con le
mani, sempre tenendolo per le braccia: "Non ti ho lasciato. Mi ero messo a
correre solo perché ero eccitato all'idea di essere sulla Torre. Di
salire. Ti sentivo dietro di me e credevo che ci fossi ancora, finché
non mi sono girato e ti ho visto tre rampe più giù che
barcollavi. Vuoi spiegarmi quello che è successo?"
      "Si è lasciato ammazzare. Non è vero? non ho fatto nulla per
aiutarlo!"
      Mauro si accigliò. Non gli piacque proprio che continuasse a fare
pensieri come quello.
      "Per l'ultima volta, Niki, Stephan non è morto per colpa tua e tu
non avresti potuto fermarlo. Mi credi, se te lo giuro?"
      Sapeva che le sue parole non avevano molto senso, ma a Niki in quel
momento occorrevano certezze e lui poteva solo sperare che credesse a ciò
che gli diceva. Niki fece di si con la testa e gli si avvicinò per
sfiorargli la guancia con le labbra.
      "Continuiamo a salire adesso. Non voglio rovinarti la festa. Questa
torre è tua. Ed io vorrei solo potertela regalare" gli mormorò in un
orecchio.
      Ripresero a salire tenendosi per mano, uno già consolato e un po'
più sereno, l'altro preoccupato e molto meno contento, ma ancora
eccitato di trovarsi in un luogo che aveva sognato di visitare fin da
bambino.
      Pure con tutta la sua esaltazione per essere finalmente vicino alla
meta, Mauro non poté fare a meno di pensare a Niki e ai suoi incubi
ricorrenti.
      Improvvisamente si fermò: erano quasi in cima, ma aveva avuto
un'altra idea:
      "Andiamo. Ti porto in un posto."
      "No, non voglio. Hai aspettato per tanti anni di poter salire su
questa torre."
      "Adesso non mi importa più. Andiamo! Mi è venuta un'idea
strana! Vedrai!"
      "Abbiamo pagato per salire! Mauro!"
      Ma non l'ascoltava più. Lo trascinò in discesa e, scendendo,
travolsero quei pochi che erano dietro di loro, perché si trovavano su
una scala dove era consentita soltanto la salita. Riuscirono a raggiungere
la prima piattaforma e Niki si bloccò.
      "Si può sapere dove stiamo andando? Non mi muovo da qua, se non mi
dici perché stiamo correndo e perché non vuoi più salire sulla
torre!" e si agganciò risoluto con le braccia sul corrimano, sfidando
Mauro con gli occhi. Il suo sguardo si era fatto duro.
      "Stiamo andando a visitare un cimitero. Me lo ha raccomandato
papà. Mi ha fatto promettere d'andarci se ne avessimo avuto il tempo e
se la giornata fosse stata grigia e avesse minacciato pioggia. Oggi è
nuvoloso, anzi, sembra quasi che debba nevicare, per il freddo che fa. Ai
cimiteri, dice mio padre, non ci si va con il sole, perché si
mancherebbe di rispetto ai morti!"
      Niki si accigliò: "Un cimitero? E la Tour Eiffel?"
      "Ferraglia! Dai, corri!" e si buttò a capofitto verso l'ultima
rampa di scale atterrando sulla ghiaia sotto la torre, seguito da Niki che
ancora non comprendeva quell'improvviso cambiamento di programma, ma vi si
adeguava, come sempre, soltanto perché era felice di poterlo
accontentare.
      "Insomma, si può sapere perché stiamo andando in un cimitero? E
che razza di cimitero è?"
      Niki cercava di tenergli dietro, ma Mauro ormai correva, diretto
verso la stazione della metropolitana.
      "È il cimitero di Pere-Lachaise" gli gridò "Papà mi ha
assicurato che è un posto strano e affascinante.  Un posto
misterioso. C'è gente che s'incontra là per celebrare riti
esoterici."
      "Esoterici?" e si bloccò, ma, se Mauro aveva deciso d'andarci,
sapeva che poteva soltanto seguirlo.
      Infatti Mauro, sempre correndo, gli gridò: "Dai! Corri! Che fai,
Niki, non vieni? Ci vado da solo!"
      La giornata era più che nuvolosa, il cielo plumbeo minacciava
pioggia, ma faceva tanto freddo che certamente sarebbe nevicato. Il
cimitero era, come la maggior parte dei posti che in quei giorni decidevano
di visitare, dall'altra parte della città. Salendo e scendendo dai treni
della metropolitana, cambiando qualche linea, un'attività che li aiutò
a rasserenarsi un poco, raggiunsero lo storico cimitero di Parigi.
      Entrando si trovarono davanti a migliaia di tombe vecchie e nuove,
disposte in file ordinate e in file disordinate, videro sepolcri curati ed
altri abbandonati. Al centro del cimitero si ergeva minaccioso l'edificio
del Crematorium, con le ciminiere che parevano dita sollevate ad ammonire
chi poi sarebbe morto.
      "Sai, Niki, qui sono seppelliti Proust e Oscar Wilde che erano gay
come noi. E ci sono Chopin e Bellini e Cherubini. C'era anche la tomba di
Rossini e c'è Jim Morrison. Dobbiamo cercare subito la tomba di Chopin:
papà mi ha assicurato che è sempre piena di fiori."
      Avevano comprato una piantina del cimitero e si orientarono
subito. Trovarono facilmente la tomba di Chopin che era veramente coperta
di rose: "Vedi, lo amano ancora. È vivo! Solo il suo corpo è lì,
la sua musica, la sua opera, ciò che ha realizzato, lo fanno ancora
amare. È vivo, Niki! Lui è vivo, perché c'è qualcuno che lo ama
ancora, che lo ricorda!"
      Anche sulla tomba di Bellini c'erano fiori, ma erano molti di meno,
perché, scoprirono, la tomba era vuota, nascosta da altre tombe e
piuttosto lontana dal viale di passaggio. Si trovava ormai in mezzo a
tumuli abbandonati, a lapidi rotte, tra buche nel terreno e fosse che
avevano ospitato morti di cui non si conservavano più né le ossa, né
il ricordo. Le tombe di quella zona appartenevano, evidentemente, ad un
tempo i cui morti non avevano più nessuno che li piangesse o che ne
curasse i sepolcri. Solo la tomba di Bellini pareva aver resistito al
tempo, e non era accaduto solo perché fosse stata più solida di
quelle che l'avevano circondata. Sulla colonna di pietra gialla erano stati
scolpiti i nomi di tutte le opere del maestro.  Mauro l'abbracciò, lo
sentì rabbrividire: faceva freddo, anche se loro erano ben coperti, ma
pareva davvero che fossero soli al mondo. Pur essendo al centro di Parigi,
i rumori delle strade circostanti giungevano lontani, ovattati, filtrati
dagli alberi umidi e ancora spogli.
      "Ha composto musica divina e noi siamo qui perché lo amiamo. Te la
ricordi 'Casta Diva'?"
      Lo baciò con dolcezza. Niki rabbrividì e rispose
all'affettuosità stringendosi ancora di più a lui, mentre Mauro
tentava di scaldarlo col soffio del suo fiato.
      Continuarono a girare abbracciati fra le tombe. Mauro cercava di
individuarne quante più possibile, leggendo sulle lapidi i nomi di chi
vi era sepolto, ma aveva anche una meta e, seguendo un viale laterale,
raggiunse una tomba più grande delle altre, una specie di mausoleo, con
un grande baldacchino gotico e due sarcofagi su cui erano distese le statue
di un monaco e di una monaca.
      "È la tomba di Eloisa e Abelardo!" disse a Niki, mentre continuava
a tenergli il braccio sulle spalle, per proteggerlo dal freddo e da tutto
il mondo.
      Loro conoscevano la storia commovente dei due amanti. L'avevano letta
a scuola e sapevano che era una storia di dedizione e di amore che andava
oltre la morte.
      Niki cominciò allora a comprendere l'improvvisa idea di Mauro di
condurlo a visitare quel cimitero. Era ancora un modo per mostrargli che
solo con il ricordo si può mantenere in vita chi non c'è più, ma
che anche il ricordo è un'idea, un pensiero e nulla di più. Un
ricordo, quando è di chi s'è amato, non deve spaventare, ma solo
intenerire.
      "Stephan ti ha dato solo amore e anche tu lo hai sempre reso felice,
Niki. La notte in cui dormimmo tutti insieme, io e lui restammo a parlare
dopo che tu ti fosti addormentato. Forse non riuscivamo a capire tutto
quello che ci dicevamo, ma, ad un certo punto, Stephan si avvicinò al
tuo letto e, un poco a gesti, un po' in inglese, con qualche parola
d'italiano, mi confidò che ti voleva veramente tanto bene. Si
inginocchiò e avvicinò la faccia fino sfiorare il tuo viso. Ti baciò
la fronte e mi supplicò di non farti mai soffrire. Pensa" Mauro sorrise
"mi minacciò d'uccidermi se lo avessi fatto. Poi mi chiese scusa, disse
'ho capito che voi due vi amate, ma io voglio troppo bene a Niki e ho
sempre paura che lui possa soffrire'.
      "Allora gli dissi che, se davvero ti voleva bene, doveva smettere di
drogarsi, perché questo ti faceva stare male. Lui mi rivelò che, se
ci stava provando, lo faceva solo per te. Lo faceva solo per amore tuo. Per
questo sono convinto che Stephan non si sia ucciso, né si sia fatto
uccidere. Capisci, non l'avrebbe mai fatto con te a Boston. Non con te così
vicino a lui. Ti amava troppo per fare qualcosa del genere. E lui doveva
sapere bene che la sua morte ti avrebbe fatto tanto male. Lo capisci,
Niki?"
      "Mauro: è tutto vero quello che mi stai raccontando?" forse gli
stava dicendo qualcosa di più di quello che era realmente
accaduto. L'aveva compreso da come lo guardava.
      "No, non proprio tutto" gli confessò con un sorriso "ma è come
se fosse realmente accaduto, perché Stephan ti voleva bene e non avrebbe
mai cercato di morire con te così vicino. Pensaci, Niki! Questo dovresti
capirlo!"
      "È vero, ma cosa vi diceste veramente?"
      "Lo vuoi proprio sapere?" Niki gli fece di si con la testa "Restammo
a parlare, mentre tu eri addormentato. Ti sentimmo un po' russare e ci
voltammo insieme a guardarti. Lui ti fissò e io gli chiesi se ti voleva
davvero bene. Lui fece di si con la testa. Allora gli dissi che, se
veramente era così, doveva smettere di drogarsi. Riuscii a capire poche
parole: credo che avesse solo tanta paura e che non sapesse come fare.  Era
scoraggiato, pensava che fosse troppo tardi anche per tentare. E non aveva
più nessuna fiducia in se stesso, né in chi aveva intorno. Questo lo
capii bene.
      "Allora cercai di raccontargli di mio fratello e degli sforzi fatti
dai miei genitori. Se Sergio si era salvato, perché non poteva accadere
anche a lui? E mi venne un'idea pazza: gli chiesi se aveva voglia di venire
con noi in Italia. Era proprio una pazzia, ma forse poteva servire ad
salvarlo" Mauro sorrise tristemente a Niki "Stephan però non ci badò
neppure, forse non ci credette come ci credevo io. Forse non mi conosceva
abbastanza. Lui era soltanto disperato ed io capii che noi due non avremmo
potuto fare più nulla per aiutarlo.
      "Ebbi quasi una premonizione di quello che stava per accadere e
l'idea dell'Italia non ho fatto in tempo a dirla neppure a te. Niki,
Stephan mi fece promettere di darti un bacio per ogni volta che tu lo
avessi nominato. Doveva essere, disse, come se fosse stato lui a
dartelo. Ed io ho sempre fatto così e continuerò a farlo! Amore mio!
E questo è ciò che è realmente accaduto!"
      Niki non gli chiese ancora se quella fosse la verità, ma gli
piacque crederlo per quella volta. Forse lo era e forse no. Rimase con la
faccia affondata nel suo petto ad ascoltarlo, mentre risentiva nel cuore la
voce di Stephan che ora finalmente l'incoraggiava a vivere, a tornare, una
volta per tutte, alla serenità. Forse la parte buona di quel ricordo
stava definitivamente sconfiggendo gli incubi e il terrore generati da
quella morte tragica. Mauro lo aveva tirato un'altra volta fuori da
quell'ossessione e, mentre camminavano abbracciati lungo un viale del
cimitero, Niki sollevò la testa e lo fissò:
      "Mauro" il suono di quel nome, la soddisfazione che gli dava il
pronunciarlo era quella del giorno in cui lo aveva pronunciato per la prima
volta "Mauro" lo disse ancora, muovere le labbra per pronunciare quel nome,
niente più che una parola, lo rendeva indicibilmente felice "torniamo
alla Tour Eiffel. Questa volta non avrò le vertigini. Non avrò più
paura. Mai più, neppure di Stephan: te lo giuro!"
      Quando, un'ora più tardi, arrivarono in cima alla torre, erano
trafelati, e Mauro, eccitato dalla meta raggiunta, trovò ancora il fiato
per alzare le braccia al cielo e quasi gridare: "Siamo liberi perché ci
amiamo!"  anche se l'ultima parte la disse a voce un poco più bassa.
      Sulla piattaforma c'erano decine di turisti e quasi tutti lo avevano
guardato sorpresi. Niki l'aveva guardato stupefatto e divertito, allora
Mauro lo aveva fissato con occhi spiritati, lo aveva afferrato per una mano
e aveva cominciato a parlargli: "Questo è il posto migliore per gridare
ciò che siamo e tanto meglio se la gente ci guarda in modo strano,
perché io sono matto. Mi sento pazzo e voglio che tutti sappiano quanto
sono felice e contento d'essere me stesso. Di quanto sono felice di essere
innamorato di te."
      Poi erano scesi ridendo e dandosi spinte, facendo boccacce a tutti,
tanto che un gendarme li aveva guardati severamente e Mauro non aveva
trovato di meglio che annunciargli che loro erano due matti scappati dal
manicomio. Fortunatamente l'uomo aveva sufficiente senso dell'umorismo per
sorridergli e gridargli dietro di non tornare più sulla torre, almeno
finché non avessero messo giudizio.
      Prima d'incontrarsi con i genitori, andarono alla libreria, a cercare
Claude. L'appuntamento era per il pomeriggio, ma volevano salutarlo, dirgli
ancora di tutta la loro simpatia e la contentezza che avevano per averlo
incontrato. Quel giorno, c'erano anche il proprietario, un uomo di
quarant'anni, dall'aspetto molto cordiale che parve subito molto simpatico
ai ragazzi. Dopo le presentazioni e gli inevitabili complimenti, li invitò
inaspettatamente per quella sera:
      "Vorrei che veniste a cenare da noi, stasera. Se potete,
naturalmente. Ci sarà anche Claude che è nostro ospite fisso. Ci
farebbe davvero piacere se ci veniste anche voi. Vedere due ragazzi volersi
bene, se tutto quello che ci ha raccontato Claude è vero, ci rende molto
felici."
      "Non mi ha creduto, quando gli ho parlato di voi due! Ha insinuato
che mi fossi inventato tutto, perché ieri sera ero solo, come sempre"
disse Claude in tono scherzoso.
      Per Mauro e Niki era in assoluto il primo invito a cena che
ricevevano e per di più da persone adulte.  Sarebbero andati in casa di
amici, ma in quella casa, per la prima volta nella loro vita, non ci
sarebbero stati i genitori di quegli amici a dare garanzie sull'andamento
regolare della serata. Era come varcare una soglia, era il loro primo, vero
invito. Ne erano orgogliosi e comprensibilmente emozionati. Per qualche
attimo si sentirono adulti, ma poi a Mauro venne in mente che avrebbero
avuto difficoltà ad ottenere il permesso dai genitori e tornò ad
essere consapevole del proprio stato: lui era soltanto un ragazzo, affidato
in quei giorni ai genitori del suo amico che erano certamente molto più
apprensivi di suo padre e sua madre. Lui e Niki erano troppo piccoli per
pretendere di frequentare amici adulti, per giunta omosessuali. In un'altra
occasione si sarebbe turbato per quest'ultima idea, ma in quel momento era
troppo scoraggiato, anche per vergognarsene.
      "How do you think you'll explain to your dad and mom? What will you
tell them, that we've been invited for dinner by gay friends that we met at
a gay book shop? 'You know, mom, they are about forty!' Will you tell her
so?"
      Ma Niki non era dello stesso parere: "Mom and dad trust us. They will
understand if we explain it in the right way. We'll also introduce them
Claude" e si rivolse al ragazzo che seguiva incuriosito lo scambio di
battute e si era appena sentito nominare "Ti va di conoscere mio padre e
mia madre?" gli chiese e poi tornò a guardare Mauro "We can leave them
our friends' phone number, so they can call and check if we are still alive
and nothing has happened to us. You'll see, they will appreciate an evening
all of their own. Let me think about it!"
      Niki liquidò così le preoccupazioni di Mauro.
      Il loro dialogo si era svolto sotto gli occhi divertiti dei tre
francesi che avevano compreso abbastanza per augurargli buona fortuna
      "Allora, ragazzi: se riuscite a liberarvi per stasera, io e Louis,
che è il mio compagno, vi aspettiamo. Ci saranno anche degli altri
amici: a casa nostra il sabato sera, prima d'andare in discoteca o da
qualche altra parte, ci ritroviamo in tanti a cenare e a raccontarci quello
che ci è capitato durante la settimana. La nostra cena del sabato sera è
una specie d'istituzione. Tutti fanno qualcosa: qualcuno prepara la cena,
qualche altro sistema la tavola, qualcuno i fiori. Si mangia e poi si
rimette tutto a posto. Ci diciamo 'arrivederci' al sabato successivo e il
bello è che siamo certi di ritrovarci. Entro mezzanotte è sempre
rigorosamente tutto finito ed ognuno va per la sua strada. Ma voi vi
riaccompagneremo in albergo! Promesso!"
      Li accarezzò sulla testa, mentre Claude li contemplava, senza
sapere ancora se intenerirsi a guardarli oppure apertamente invidiargli la
fortuna che, pur essendo così giovani, avevano avuto incontrandosi.
      Quello che Michel, il libraio, aveva appena detto rese Niki ancora
più risoluto. In quella casa, a cena, avrebbero potuto fare
un'esperienza importante ed unica per loro in quegli anni. Anche Mauro la
pensava così, ma era molto scettico sulle possibilità che avevano di
convincere Arleen a lasciarli andare.  Raggiunsero i genitori in un
ristorante dalle parti del Louvre e, durante il tragitto, non fecero altro
che scambiarsi occhiate: concentrate e fiduciose quelle di Niki, perplesse
e sempre più scoraggiate quelle di Mauro.
      Appena seduti Niki entrò in argomento:
      "Abbiamo conosciuto dei ragazzi francesi che... sono gay come noi!"
la mamma alzò la testa di scatto, distraendosi dall'insalata che stava
mangiando, ma Niki continuò imperturbabile "Due di loro possiedono una
libreria al Marais. Intendo una libreria gay, dove si vendono solo libri
gay. Per raccontarvi proprio tutto, ieri abbiamo conosciuto Claude, che è
il loro commesso ed è studente universitario. Siamo andati con lui a
bere una Coca-cola e a mangiare un hamburger. Abbiamo fatto tanti
discorsi. Claude ci ha raccontato un sacco di cose!"
      La mamma lo interruppe, per nulla conquistata dall'entusiasmo di suo
figlio: "Niki, sei certo che questi ragazzi siano persone... che questo
Claude... si sia avvicinato a voi soltanto per conoscervi e non per..."
      "Credi che abbia tentato di sedurci? Ma se siamo andati a cercarlo
noi!"
      Mauro sarebbe voluto sprofondare per la vergogna. La forchetta gli
sfuggì di mano e cadde per terra, così ebbe una scusa per voltare la
testa a cercare lo sguardo del cameriere.
      "No, non esattamente, ma anche questo" era stato il papà a parlare
"Non credete che dovreste essere più prudenti? Siete inesperti e
potreste trovarvi in situazioni da cui non sapreste tirarvi fuori."
      A Mauro fu subito chiaro quanto i genitori disapprovassero anche solo
l'aver fatto la conoscenza di quelle persone; fargli accettare l'idea di un
invito a cena pareva a quel punto un'impresa disperata, ma Niki era un osso
duro.
      "Li abbiamo cercati noi" ripeté e raccontò ai genitori perché
erano andati alla ricerca di una libreria gay "...e poi abbiamo chiesto a
Claude di parlarci della sua esperienza, perché eravamo curiosi di
sapere cose che voi non avreste mai saputo spiegarci. Ai vostri tempi un
gay sarebbe rimasto chiuso in se stesso fino all'età di trent'anni, poi,
se non si fosse suicidato prima, avrebbe tentato d'andarsene dal paese per
cercare avventure nella città più vicina. Non è così?"
      Lasciò scorrere il suo sguardo da uno all'altro dei suoi genitori
e Mauro, con un cinismo che un po' lo sorprese, pensò: 'adesso li sta
fregando'.
      "Mamma, papà, fino ad ora abbiamo utilizzato la libertà che ci
avete concesso nel migliore dei modi, ed ora stiamo solo tentando di fare
delle esperienze che in Italia sarebbero impossibili per noi. Siamo
abbastanza grandi o, almeno, crediamo di esserlo per capire se qualcuno
tenta d'abusare di noi" continuava a fissarli "intendo abusare in tutti i
sensi. Quelle sono cose che crediamo di avere compreso abbastanza. E poi,
siamo in due: credete davvero che qualcuno possa costringerci a fare
qualcosa che non vogliamo?"
      "Non intendevo questo: ho detto che siete inesperti e potreste non
valutare bene le situazioni in cui verreste a trovarvi" gli spiegò suo
padre.
      "No, papà, il nostro comportamento è molto diverso" e guardò
Mauro "Perché quando siamo in giro, io sono molto attento a me stesso,
ma soprattutto proteggo Mauro. E lui fa lo stesso con me!"
      "E quanti anni ha questo Claude?" sua madre pareva molto più
duttile, anche se in quel momento era soprattutto spaventata.
      "Ventidue. Mamma, è un bravo ragazzo. Ci ha raccontato molte cose
e anche noi a lui: è sincero."
      "Che tipo è? Che fa?" chiese il papà.
      "È un bravo ragazzo. Lavora di pomeriggio nella libreria per
arrotondare quello che gli danno i genitori.  Lo fa per mantenersi agli
studi."
      "Parla solo francese? Ci hai parlato solo tu, Mauro?"
      "No, non solo" Mauro rispose prontamente, anche perché ormai
cominciava a intravedere qualche possibilità di buon esito per la loro
richiesta "Claude comprende anche l'inglese, perché studia letteratura
americana" si affrettò a precisare.
      E Niki aggiunse quasi offeso: "Anch'io ormai comprendo a sufficienza
il francese, mamma" e tornò all'argomento che gli stava più a cuore
"Stamattina Claude ci ha presentato al padrone della libreria, anche lui è
molto simpatico, ha un bel paio di baffi folti e pare stia per mettersi a
suonare la fisarmonica con il fazzoletto rosso al collo. Vive con il suo
compagno. Vivono insieme da molti anni, hanno una casa... come una
coppia... normale" si bloccò, poi disse a precipizio "Ci hanno invitati
a cena, stasera... a casa loro.  Possiamo andarci?"
      'E adesso vedi che ti rispondono': Mauro non era ottimista sull'esito
della richiesta, anzi avrebbe detto della supplica, visto lo sguardo con
cui Niki aveva accompagnato la domanda. Giunto a quel punto della
discussione, però, era certo che sarebbe andata a finire male.
      E infatti ad Arleen sfuggì di mano la forchetta che cadde nel
piatto provocando un certo fracasso.
      "No! Non voglio! Non ci andate. Mauro, per favore" poi si appellò
al marito "diglielo anche tu che non è normale che alla loro età
vadano da soli in casa di due..." e quello fu un errore che Niki sfruttò
con un cinismo che non avrebbe mai immaginato di possedere.
      Infatti la interruppe immediatamente: "Intendi dire in casa di due
finocchi, di due omosessuali? E noi cosa siamo allora? Non lo avevi mai
detto prima: avete esaurito la vostra comprensione per il figlio diverso?
Speravo non accadesse mai" e si alzò dalla tavola, guardò prima sua
madre e poi suo padre "non con voi."
      A dire il vero avrebbe voluto piangere, ma era realmente offeso dalla
reazione di sua madre: davvero non se lo sarebbe mai aspettato. Si sforzò
di comprendere i suoi genitori: gli volevano bene ed erano preoccupati che
qualcuno potesse fare del male a loro figlio e al suo compagno. Ma aveva
capito che quel timore era causato anche da un pregiudizio e questo non
voleva accettarlo, doveva lottare perché sua madre e suo padre lo
superassero. Se l'avessero fatto gli avrebbero dimostrato di amarlo
davvero: lo pensò e si spaventò per averlo fatto.
      Anche Mauro ora era spaventato dalla portata della loro richiesta:
volevano davvero andare in casa di due omosessuali ad incontrarne un'altra
decina? Loro, due ragazzi di quindici anni? Come potevano averlo anche solo
pensato? Ma Niki ci teneva e ci credeva e allora anche lui pensò che
fosse giusto: se loro due erano omosessuali, non dovevano avere paura o
vergogna di dire apertamente che avevano voglia d'incontrarsi con delle
persone con i loro stessi gusti. Mauro pensò che se non avessero
combattuto per partecipare a quella cena, ciò che avevano in comune con
quelli che li avevano invitati, lo si sarebbe potuto definire soltanto come
un vizio. Anche se, forse, erano ancora un po' troppo piccoli per
considerare le cose in quei termini. Tornò a pensare che le persone con
cui volevano incontrarsi e loro stessi avevano soltanto gusti diversi dalla
maggioranza, oppure doveva dire tendenze o era meglio parlare di difetti, e
quindi, appunto di vizi? Rialzò la testa e incontrò gli occhi di Niki
che esprimevano ancora tutto lo sdegno di chi si ritiene offeso e, per
giunta, dai propri genitori. Cercò di trasmettergli coraggio,
solidarietà e sperò che Niki comprendesse che, per il momento, non
poteva fare molto di più.
      Il padre prese la mano di Niki e gli fece cenno di sedersi: "Non
accadrà, Niki. Non ti abbiamo soltanto compreso. Siamo e restiamo
orgogliosi di voi due insieme. Non devi essere ingiusto con noi. È che
siamo preoccupati: se finora abbiamo avuto fiducia in voi, continueremo ad
averla. Né siamo pentiti di questo, ma devi ammettere che ci state
chiedendo qualcosa di molto insolito. Ci dovete concedere il tempo
d'adeguarci a questo modo di pensare: siamo responsabili di voi, di Mauro
anche verso i suoi genitori. Noi cerchiamo d'essere cauti e crediamo
d'averne i motivi."
      "Papà, staremo attenti, ma per noi è importante" poi ebbe
un'idea fantastica che lo confermò, agli occhi di Mauro, come un grande
stratega "Vi andrebbe di conoscere Claude o gli altri due? Venite. Andiamo
alla libreria e vi renderete conto che loro sono persone come tutti. Siamo
rimasti sorpresi anche noi: ci aspettavamo che fossero visibilmente
diversi, ma se li avessimo incontrati fuori da quell'ambiente non avremmo
capito che erano gay anche loro. Mamma, è così!"
      Il pranzo terminò in un silenzio imbarazzato con Arleen
preoccupata, Niki imbronciato, Mauro e il papà che cercavano di ricucire
in qualche modo la conversazione.
      Niki entrò per primo nella libreria, dove, in quel momento, c'era
soltanto Claude:
      "Claude, questi sono i miei genitori. Vorrebbero conoscerti!"
      Ritrovarsi in un posto come quello, fu per Arleen e suo marito
un'esperienza assolutamente singolare, perfino scioccante. Nonostante da
qualche tempo sapessero d'avere un figlio gay e l'avessero più che
accettato, adesso avevano davanti un omosessuale dichiarato. E per giunta,
tutto questo accadeva in un ambiente, come una libreria gay, completamente
dedicato ad una diversità, che era avulsa dal loro modo di pensare e di
vivere.
      "Siamo felici di conoscerti, Claude" gli disse Arleen con un filo di
voce "Sai, noi siamo molto preoccupati per i ragazzi e per gli incontri che
potrebbero fare."
      "A me sono sembrati abbastanza svegli per avere l'età che hanno"
rispose prontamente Claude, anche lui molto imbarazzato, almeno quanto lo
erano i genitori di Niki "Avete certamente ragione ad essere prudenti, ma
da noi quei due non avranno nulla da temere."
      "Naturalmente" si affrettò ad confermare Arleen "Siamo convinti
che tu non sia... che loro non corrano alcun pericolo, ma volevamo
accertarcene e spero che vorrai perdonarci."
      Claude le fece cenno di aver compreso.
      "Non è semplice inventarsi il mestiere di genitori di figli
gay. Non sappiamo cosa sia capitato a te con i tuoi genitori, ma non
crediamo che nostro figlio possa lamentarsi" disse il papà.
      "A giudicare da quello che mi hanno raccontato, credo che oltre alla
fortuna d'essersi incontrati debbano considerare seriamente la sorte
d'avere avuto genitori come voi. Li guarderò come se fossero i miei
fratelli e avrei tanto voluto avere dei fratelli come loro!"
      Arleen gli tese la mano e così fu sancita un'altra amicizia. Mamma
e papà salutarono Claude non prima d'avergli fatto qualche altra
raccomandazione per la serata.
      C'era ora da celebrare una riconciliazione: Arleen e Niki dovevano
fare pace.
      Mauro e il papà restarono indietro e lasciarono madre e figlio a
ricostruire la loro speciale armonia, dopo il piccolo screzio che avevano
avuto.
      Si incamminarono così a coppie. Arleen a spiegare che mai, mai
aveva pensato a suo figlio e ai suoi amici come a dei diversi o, peggio,
dei viziosi. Niki a pregare sua madre di perdonarlo se lui aveva pensato
che lei lo avesse pensato. Tirarono avanti così fino a che il papà e
Mauro non li raggiunsero giudicando che ormai fosse ora che la smettessero.
      Se ne tornarono per tempo in albergo per rimettersi a nuovo e
prepararsi alla serata eccezionale che stavano per vivere. Dopo il debutto
vissuto da Niki in Italia, alla festa della loro compagna di scuola, ora
dovevano esordire insieme in una società diversa e sconosciuta di cui
erano ansiosi di capire regole e caratteristiche.
      Attesero Claude, dopo la chiusura della libreria, eccitati e pronti
all'avventura.
      La cena era fissata per le otto: tutti gli invitati lo
sapevano. Erano molti anni che c'era quella tradizione.
      Avevano perciò un paio d'ore da spendere e, sebbene il cielo fosse
sempre più coperto da nuvole che non promettevano nulla di buono, Claude
propose una passeggiata sul Lungosenna, davanti al Louvre.
      Mentre guardavano i libri esposti sulle bancarelle, tutti
rigorosamente usati, Claude pensò fosse meglio prepararli all'impatto
con le persone che stavano per incontrare: "Conoscerete molta gente
stasera, ragazzi, ma voi..." aggiunse un po' scherzando "state attenti,
perché forse qualcuno di loro potrebbe farvi un po' la corte. State
tranquilli, però: nessuno attenterà in nessun modo alla vostra
virtù!"
      Claude parlava sorridendo e Niki non capì se stesse solo
scherzando e quanto di vero ci fosse nelle sue parole. Il suo francese era
ancora troppo rudimentale perché potesse comprendere se nelle parole di
Claude ci fosse un significato nascosto o qualche doppio senso.
      "La nostra virtù sarà molto ben protetta, Claude, anche perché
i nostri genitori te ne hanno affidato la difesa. Non dimenticarlo!" Mauro,
invece, aveva capito qualcosa di più, anche se non
abbastanza. S'affrettò, infatti, a chiedere spiegazioni: "Ma, cosa
intendi esattamente per 'farci la corte'?"
      "Niente di serio, ragazzi, ma voi due siete troppo belli. Devo
proprio ripeterlo: se a me piacessero i ragazzini... insomma, se voi foste
il mio tipo, non ci penserei due volte e farvi delle proposte
serie... intendo sessualmente! Mio dio, non so mai se posso parlare
liberamente con voi!"
      Tutti e due gli fecero cenno di si con aria scocciata e Claude,
sorridendo continuò: "È che stasera ci saranno persone che vi
sezioneranno con lo sguardo e potrebbero farvi quel tipo di
proposte. Intendiamoci, io sono convinto che voi due, con la vostra storia
e per quanto siete belli, verreste sezionati da chiunque e in ogni
occasione. Gay o eterosessuale che fosse!"
      "Ma che genere di proposte intendi?" Niki, che questa volta aveva
compreso qualcosa in più ed era incuriosito.
      "Beh... ecco: se voi mi interessaste, ma non è così, ve l'ho
già detto. Se voi mi interessaste, dicevo, per farvi la corte cercherei
di attirare la vostra attenzione in qualche modo. Proverei ad avviare una
conversazione su un argomento che possa interessarvi. E poi vi ascolterei o
mi metterei a parlare a seconda di come voi reagireste. È una vera e
propria tattica che si deve adottare per conquistare l'attenzione di una
persona. Lo capite?"
      Lo guardavano stupiti, impressionati dall'apparente complessità di
quella strategia. E Claude non sapeva quanto altro dirgli o rivelargli.
      "E il mio fine in questa specie di corteggiamento sarebbe chiedervi
di rivederci magari domani, da soli.  So che voi non lo fareste mai,
ragazzi, ma mi premeva dirvelo! Qualcuno potrebbe arrivare anche ad
offrirvi dei regali. Questo è quello che intendo io per farvi la
corte. Stasera, invece, accadrà questo: vi ammireranno tutti, ma faranno
finta di ignorarvi, perché capiranno che siete tanto innamorati da non
aver posto per nessuno, ma proprio per nessuno fra voi."
      Mauro fece la sua faccia brutta: "E farebbero bene a capirlo subito,
perché se qualcuno ci proponesse qualcosa di troppo, potrei
arrabbiarmi."
      Ma non ingannò Niki che sogghignò. E, mentre Mauro valutava lo
stato di una vecchia edizione da portare in regalo a suo padre, Niki
raccontò velocemente a Claude l'episodio al campo di calcio.
      "... ero là, per terra, a chiedermi cosa mi facesse più
male. Se fosse il piede per il calcio che avevo preso, oppure la mano
schiacciata da quel prepotente. Quando, come un fulmine, arrivò il mio
eroe a salvarmi da chissà quali brutalità..."
      "Sei il solito scemo!"
      Mauro tentò di interromperlo, ma Niki continuò non curante: "E
mi ha davvero salvato, come se fossi stato prigioniero del drago, oppure di
un orribile incantesimo!"
      Questo fece arrabbiare Mauro che era ancora troppo scosso dalla sua
reazione:
      "Non è vero, non ti ho salvato, anche perché tu non ne avevi
bisogno. Ho solo reagito in un modo che mi spaventa ancora."
      Niki sollevò la mano sinistra tendendo le dita. L'ultima falange
del mignolo era leggermente storta, non essendo tornata a posto, dopo la
pedata del suo aggressore: "Questo è uno dei nostri pegni d'amore" disse
con tutta la solennità di cui fu capace, visto che Mauro, tentando di
mordergli il dito, riuscì solo a baciarglielo.
      "Ragazzi, non vorrei avervi spaventato. State tranquilli: le persone
che incontreremo non sono dei maniaci. Quello che è certo però, è
che voi due stasera farete sensazione. Credetemi! A che ora dovrete tornare
in albergo?"
      "A mezzanotte. Anche se papà e mamma passeranno la serata fuori e
noi dormiamo da soli in una stanza, non abbiamo mai mentito ai nostri
genitori..." ci pensò su per un momento "Beh... quasi mai! In ogni caso
dobbiamo essere in albergo a mezzanotte."
      Claude sorrise, a se stesso più che a loro. Non riusciva ancora a
credere che quei due esistessero davvero e che anche i loro genitori
fossero veri. Se non li avesse visti con i propri occhi, non ci avrebbe
creduto. Senza contare che, da qualche parte in Italia, c'erano altri due
genitori così esenti da pregiudizi da consentire al proprio figlio di
quindici anni d'andarsene in giro per il mondo con l'amante.
      "Vi riporterò in albergo in tempo perché non vi trasformiate in
Cenerentole."
      "D'accordo" disse Mauro, poi scambiò un cenno d'intesa con Niki
"Claude, abbiamo ancora una curiosità, ma ti promettiamo che è
l'ultima. Dopo questa, per stasera, non ti faremo più domande."
      "OK! Vi ascolto, purché sia l'ultima."
      "Cosa ci vanno a fare i gay nelle saune?"
      "E questo chi ve l'ha detto? Dove... come l'avete imparato?"
      Era davvero sorpreso, perché che quei due sapessero anche delle
saune andava oltre ogni sua idea di ciò che fosse giusto conoscere alla
loro età.
      Fu Mauro a spiegarglielo: "Abbiamo letto con molta attenzione quel
giornale gay che ci hanno dato ieri in edicola. E così abbiamo notato
molte inserzioni di saune, e se ne parla anche in qualche articolo, ma non
siamo proprio riusciti a comprenderne la ragione. Che ci si va a fare,
Claude?"
      "Che cosa sono esattamente?" chiese anche Niki.
      "E adesso, come faccio a spiegarvelo?"
      Scoprire il sesso quando si è ragazzi è normale, avere poi la
fortuna di farlo in compagnia è sicuramente molto più interessante
che farlo da soli. Ed è un'esperienza affascinante poterlo fare amando
una persona ed essendone riamati. Per come, poi, la vivevano quei due, era
tutto anche molto innocente, di questo Claude era convinto. Forse Mauro e
Niki erano andati un po' oltre ciò che alla loro età sarebbe stato
giusto conoscere e sperimentare, ma l'avevano fatto senza perdere nulla del
loro candore: come spiegargli quello che avveniva nelle saune, senza
turbare in qualche modo la purezza che aveva intravisto in quei due? Si
apprestò a farlo, capendo che avrebbe dovuto riporre molta attenzione
nella scelta delle parole.

      Michel era a casa da parecchio. Lo faceva ogni sabato per preparare
la cena ai suoi ospiti fedeli. Era una tradizione che durava da molto
tempo, raccontò Claude, mentre viaggiavano nella metropolitana. Erano
ormai passati quindici anni dal momento in cui Michel e Louis avevano
deciso di vivere insieme, legandosi in una di quelle unioni considerate da
tutti come il frutto di un capriccio e destinate a durare non più d'una
settimana. Loro, invece, stavano insieme da tutto quel tempo e il loro
matrimonio si era consolidato tanto che pareva destinato a durare per tutta
la vita.
      Michel li accolse in casa con un calore che ai due ragazzi parve
subito autentico. Indossava un grembiule bianco e aveva le mani infarinate:
      "Eccoli, i miei piccoli ospiti. Entrate! Louis e gli altri saranno
qui a momenti."
      Li guidò a visitare la casa e poi li fece sistemare in cucina
mentre aspettavano gli ospiti. Mauro e Niki non facevano che scambiarsi
occhiate di sorpresa: quella era una casa del tutto simile alle case che
avevano sempre visto, una casa abitata da una coppia senza figli. Era come
la casa che avrebbero avuto i loro genitori se non ci fossero stati
loro. Questo pensiero corse nei loro sguardi meravigliati.
      Quell'uomo allegro e cordiale piaceva a tutti e due: era autentico in
ogni atteggiamento, e non si sforzava di nascondere nulla di sé.
      Loro due, in certi momenti, nelle loro giornate più nere, temevano
di dover trascorrere tutta la vita celando una parte essenziale delle loro
personalità a tutti quelli con cui sarebbero venuti in contatto.
Conoscere Michel, constatare la sicurezza con cui si muoveva, li aveva
conquistati e consolati sul proprio futuro.
      "Mi sembrate sorpresi, ragazzi!" doveva avergli letto nel
pensiero. Stava sbucciando abilmente della frutta, ma li scrutava al di
sopra degli occhiali "L'omosessualità" disse sorridendo "è solo un
aspetto della nostra vita che naturalmente la condiziona, ma che non ce la
fa vivere in un altro mondo. La nostra casa è come tutte le altre, o
no?" e si guardò intorno "Beh, a Louis piacciono i ninnoli e tutto
quello che luccica e a me i profumi, le camicie e le cravatte italiane, ma
mi sembra normale avere degli hobby! Non credete?"
      E risero tutti quanti. Mauro era realmente tranquillizzato: forse era
soltanto una sciocchezza, ma pensò che a partire da quella sera e per la
prima volta, non avrebbe più considerato l'avvenire un buco nero in cui
cadere abbracciato a Niki.
      Cominciarono ad arrivare gli altri ospiti. Claude li faceva entrare e
li presentava ai ragazzi che raccoglievano, come previsto, sguardi sorpresi
e soprattutto ammirati. Quando la loro storia fu nota a tutti, i due
diventarono oggetto di aperta meraviglia. Con Louis arrivarono gli ultimi
amici, mentre Michel aveva finito di cucinare. La tavola fu apparecchiata
da tutti e tutti aiutarono nelle varie fasi del pranzo, fino a riordinare
la cucina. A Niki e Mauro fu imposto di non aiutare, ma di raccontare di
sé, dell'Italia, di Boston.  Anche se l'argomento di maggior interesse
fu, naturalmente, la loro esperienza di gay precoci e felici.
      Claude li riaccompagnò in taxi fino all'albergo, poco prima che
scoccasse la mezzanotte. Si lasciarono dandosi appuntamento per il
pomeriggio del giorno dopo.
      "Ragazzi, io vado a vivere la mia vita" e fece l'occhiolino "voi due,
invece, a dormire."
      "Stai attento. E buona fortuna!"
      "Anzi, buona caccia!" aggiunse Niki ammiccante.
      Claude si stava allontanando, ancora un po' scombussolato
dall'incontro con quei due: adesso gli auguravano anche di fare buona
caccia!
      "Claude" Mauro lo richiamò. Erano ancora davanti all'entrata
dell'albergo "Possiamo darti un bacio?"  gli corsero incontro e gli
stamparono sulle guance i loro baci.
      "Credo che sentirò la vostra mancanza, ragazzi!" era commosso da
tutta quella spontaneità. In tutta la sua vita non pensava di aver
incontrato nessuno tanto sincero "Sto rischiando d'innamorarmi di voi.
Buonanotte. A domani!"
      Li abbracciò e ricambiò il loro bacio.

      La mattina dopo era Pasqua e rimasero a letto un poco più del
solito, visto che le altre mattine, per paura che Parigi sparisse, come
diceva il papà di Niki, erano nella hall dell'albergo alle otto e mezza,
pronti a partire per una nuova esplorazione. Quel giorno, invece, alle nove
erano ancora nel letto a ridere, a tirarsi pizzicotti e farsi il solletico,
a ripensare alla cena della sera prima, a parlare della pazzia sulla Tour
Eiffel.  Non l'avevano raccontata ai genitori perché un poco se ne
vergognavano, ma fra loro ridevano ancora al ricordo di quello che avevano
fatto. Se ne stavano abbracciati, godendosi la loro felicità. Mentre
Niki rideva ancora, improvvisamente Mauro si fece serio. Stava pensando a
Claude, aveva ricordato l'ultima frase che l'amico aveva detto: 'rischio
d'innamorarmi di voi'.
      Il pensiero lo colpì: e se qualcuno si fosse davvero innamorato di
loro, anzi di uno di loro due? E se, invece, lui o Niki... senza troppo
pensarci, glielo chiese: "E se un giorno mi innamorassi di un altro?"
      "Ieri sera ti guardavano tutti" Niki sorrideva, ricordava ancora con
quanto orgoglio aveva notato che Mauro era al centro
dell'attenzione. Teneva gli occhi chiusi e non lo guardava, né l'aveva
ascoltato rivolgergli quella domanda "Eri bellissimo. Il tuo francese li ha
conquistati. Io rappresentavo l'esotico. Ero soltanto un prodotto delle
colonie, ma tu parevi realmente uno di loro. Ed eri certamente il più
bello!"
      Ma Mauro non rideva più. Pensava ad un'altra possibilità del
loro futuro che in quel momento, comunque, gli pareva remota, ma glielo
chiese ancora: "Niki! E se un giorno io mi innamorassi seriamente di
qualcuno, di qualcun altro?"
      Questa volta Niki l'ascoltò e capì la domanda. Senza una parola
si alzò dal letto e si diresse verso la finestra che dava sul piccolo
balcone. L'aprì sfidando la temperatura gelida e il vento che tirava
all'esterno.
      La loro camera d'albergo era ad un piano molto alto di un grattacielo
al centro della città. Dalla finestra si dominava Parigi.
      Uscì sul balcone e si voltò verso Mauro:
      "Mi ucciderei!"  gli gridò. Poi si avvicinò alla ringhiera e
guardò verso il basso.
      Mauro lo raggiunse di corsa e gli mise il braccio sulle spalle. Si
strinse a lui. Niki invece lo guardò accigliato e gli chiese di rimando,
quasi con aria di sfida: "E tu che faresti se fossi io ad innamorarmi di
qualche altro?"
      Dovette alzare la voce perché a quell'altezza il vento soffiava
violento e gelido.
      "Non lo so" Mauro rabbrividì, guardando sotto anche lui e
scorgendo al suolo le persone come formiche, le macchine che parevano più
piccole di giocattoli "forse ti ucciderei e poi morirei anch'io. Forse
continuerei a vivere, anche se non mi pare possibile. Ma è un'idea
pazzesca" anche Mauro urlava e tremava "È così lontana che non riesco
neppure a pensarci."
      "Ho freddo!"
      Ora Niki tremava tutto e batteva i denti. S'avvidero che erano in
pigiama, sul balcone quasi in cima ad una torre altissima, che quella notte
aveva nevicato, che sotto di loro i tetti di Parigi erano imbiancati.
      Tornarono verso il letto di corsa e vi si gettarono tremanti. Si
abbracciarono e solo dopo qualche minuto riuscirono a calmare i brividi.
      Dopo che si furono abbracciati e riscaldati a dovere, a Mauro venne
un'idea. Cercò lo sguardo del compagno e vide che Niki era ancora
imbronciato. Voleva farsi perdonare il brutto pensiero che aveva avuto e
scacciare le ombre che ancora attraversavano quegli occhi azzurri che amava
più di ogni altra cosa.
      "Hai mai giocato al dottore?" chiese con il suo miglior sorriso.
      "No, mai avuto nessuno con cui giocarci! Tu, invece, suppongo di si!"
Niki dimenticò subito il suo cruccio "Anzi, penso di poter dare per
scontato che quest'idea abbia uno spunto autobiografico."
      Era molto convinto di ciò che stava dicendo e lo espresse con una
faccia di compatimento.
      "Se la prendi così, non ti racconto nulla. Anzi, non giocherò
mai più con te" e si voltò, sfilandosi dall'abbraccio e fingendosi
offeso "men che meno al dottore!"
      "No, ti prego. Scherzavo" Niki l'accarezzò sulla spalla, poi gli
fece dolcemente il solletico sulla nuca "Lo sai che la storia della tua
vita mi interessa" aggiunse ridendo.
      Allora Mauro si rigirò: "Vuoi che ti racconti di una delle volte
un cui l'abbiamo fatto?"
      "Si, a patto che subito dopo noi due rifacciamo insieme quello stesso
gioco" e si avvicinò ancora di più a Mauro.
      "Beh... se dopo dobbiamo giocarci noi, mi toccherà apportare
qualche modifica a quello che sto per raccontarti, perché ciò che è
realmente accaduto non reggerebbe il confronto con la tua fantasia."
      "Tu prova a raccontare e lascia che sia io a giudicare."
      "Benissimo, avrai diritto ad interrompermi se ti pare che il racconto
non sia abbastanza eccitante: d'accordo?" Niki gli fece cenno di si con la
testa "È stato con i gemelli, alla villotta, durante le vacanze.
Giacomo non c'era, perché se n'era andato alle terme con i genitori,
Alex ed Eugenio, invece, erano al campeggio. Enrico era chiuso in casa,
come al solito. Va bene così?
      "Devi sapere che i gemelli sono sempre stati due tipi molto strambi
ed anche imprevedibili. Se ci siamo tanto divertiti insieme è stato
tutto merito loro, perché erano bravissimi ad inventare giochi sempre
più strani. Quando anche loro erano alle Sette Torri, passavamo tutto il
tempo insieme a giocare in tutti i modi e perciò era naturale che
giocassimo anche al dottore, ma un giorno accadde qualcosa di più."
      Mauro fece una pausa per scrutare lo sguardo di Niki.
      "La storia può andare. La faccenda è promettente. Avanti,
quello con la fantasia sei tu: inventa!" e gli si sistemò meglio fra le
braccia, quasi sedendosi su una specie di sgabello formato dalle gambe
piegate del compagno. Da quando il suo ascoltatore più assiduo era
diventato Niki, a Mauro piaceva ancora di più inventare e raccontare
storie. Quello di narrare, scrivendo o parlando, era diventato un gioco
affascinante che facevano spesso e, se i premi di quella piccola fatica
erano il sorriso e l'ammirazione di Niki, lui era sempre felice di
sottoporvisi.
      "Vedrai che ti piacerà!" gli disse.
      Aveva già delineato nella sua mente una storia e si apprestava a
raccontarla al suo esigentissimo e già eccitato ascoltatore.
      "Devi sapere che i gemelli sono identici ed è quasi impossibile
distinguerli per l'aspetto, ma, se si osserva attentamente il loro
atteggiamento, si capisce subito che è sempre uno a comandare, mentre
l'altro esegue. E questo, il più delle volte, ti fa capire con chi stai
parlando, anche se loro si divertono spesso a prenderti in giro. La loro
proprietà è confinante con la nostra. La villa è simile alla
villotta, ma è più grande, tanto che ha delle vere soffitte che sono
da sempre disabitate e piene di vecchi mobili tutti impolverati e di
oggetti di ogni genere. Quello era un posto speciale: là sopra andavamo
a nasconderci quando volevamo fare i nostri giochi segreti. Era il covo
della nostra banda: sei o sette, tutti più o meno della stessa età,
cresciuti insieme. Tutte le nostre estati erano trascorse alle Sette Torri.
      "In quei giorni, però, eravamo ridotti a tre e quindi eravamo
troppo pochi per i nostri soliti passatempi.  Quel pomeriggio la noia si
impossessò di noi e per un po' non ci venne nessuna buona idea su come
far trascorrere il tempo, finché il gemello comandante, che era Ettore,
non saltò fuori a dire: 'Ragazzi, giochiamo al dottore?'. Non l'avevamo
mai fatto..."
      "Non ci credo!"
      "Scemo, sto inventando!"
      "Non l'avevate mai fatto!" accondiscese Niki.
      "Appunto... e quindi fui molto sorpreso. A dire il vero qualche
volta, qualche tentativo di gioco c'era stato con gli altri, ma con quei
due mai. Gianfranco fu subito d'accordo, perché i gemelli facevano gli
stessi pensieri ed avevano anche gli stessi desideri. L'idea, poi, non
dispiaceva neanche a me, perché cominciavo ad avere anch'io certi
interessi un po' particolari..."
      "Posso immaginarli" Niki lo interruppe "Ma... quanti anni avevate
esattamente? È importante saperlo!"
      Mauro chiuse gli occhi, fingendo di concentrarsi: "Hai
ragione. Vediamo... dovevamo essere già maturi per fare le cose che sto
per raccontarti, perciò il nostro sviluppo doveva essere quasi
completo. Diciamo che avevamo un po' più di tredici anni. Ti va bene?"
      "OK!"
      "Io avevo già certi desideri, anche se dei gemelli le idee erano
molto più definite delle mie, perché quei due già sapevano molte
cose che io ignoravo. Ero proprio ingenuo e non avevo capito molto di
quello che era accaduto al mio corpo..."
      "Mi pare di intuire che, in questa storia, tu ti comporti come nella
vita: non mi sto sbagliando, vero?" lo interruppe Niki, ridendo.
      "Ma vedrai che anche qua troverò qualcuno disposto a spiegarmi
tutto e molto più in fretta di te!"
      "Vabbè! Continua a raccontare."
      "Evidentemente mi avevano suggerito proprio quel gioco per vedere
come reagivo a certe proposte.  Mentre salivamo in soffitta, non immaginavo
neppure come sarebbe andata a finire: credevo che saremmo andati ad
improvvisare uno dei nostri soliti giochi, magari più eccitante perché
proibito, ma non era stato per noia, né per caso che quel pomeriggio
avremmo fatto quel gioco. Eravamo là perché loro volevano che io
facessi delle cose. Insomma, in un caldo pomeriggio d'estate, fui irretito
dai gemelli e, attirato in una polverosa soffitta, fui costretto a
sottostare ai loro desideri..."
      "Non dirmi che qualche mese fa ti ho irretito anch'io, perché mi
offenderei!"
      "Stai zitto! Mi deconcentri! Mi hai interrotto troppe volte..." e con
una mossa fulminea gli mise una mano sulla bocca e contemporaneamente gli
chiuse il naso con l'altra, finché Niki, boccheggiante, non riuscì a
liberarsi.
      Poi riprese il racconto con voce tranquilla: "Ero già molto
eccitato quando arrivammo sulla soffitta..."
      "Esattamente come ora!"
      Niki gli portò la mano sul sesso e Mauro, ormai concentrato sulla
sua storia, lo lasciò fare, continuando a raccontare:
      "Mi mancava il fiato e sentivo il cuore battermi in gola. Avevo i
brividi ed anche Gianfranco era turbato quanto me, mentre l'altro, come al
solito, era impassibile e già dirigeva i preparativi.
      "Per prima cosa dovevamo creare lo studio del medico: Ettore voleva
che i nostri giochi si svolgessero sempre col maggiore realismo
possibile. Prendemmo una vecchia rete da letto, quasi sfondata e la
coprimmo con uno di quei teloni che vengono usati per raccogliere le
olive. Ettore sapeva già come si sarebbe svolto il gioco, perché se
ne andò di sotto a cercare qualcosa. Tornò, reggendo degli attrezzi
il cui uso non mi apparve subito chiaro. E, mentre io e Gianfranco, già
tremavamo per l'aspettativa, anche il nostro capo era eccitato. Notai che i
suoi pantaloncini erano molto tirati sul davanti. Aveva portato un
cucchiaio ed anche una candela.
      "Ettore decise che lui sarebbe stato il medico e che avrebbe atteso i
clienti nel suo 'studio'. Stabilì che il primo ad essere visitato sarei
stato io, mentre suo fratello avrebbe fatto l'infermiere. A me non piacque
molto quella soluzione, ma la curiosità di fare quel gioco fu più
forte ed acconsentii. Ognuno recitò la sua parte con molto
realismo. Seduto a quella che doveva essere la sua scrivania, Ettore
ascoltò i sintomi strani che io, fra un risolino e l'altro, mi andavo
inventando, mentre anche Gianfranco, impettito, accanto a lui, ridacchiava
nervosamente.
      "'Devo visitarla, si spogli!' disse ad un certo punto ed io smisi di
ridere.
      "Feci la faccia preoccupata dell'ammalato e mi sfilai in fretta e
furia la maglietta. Mi stesi a torso nudo su quella rete malandata che
fungeva da lettino. Sotto di me sentii per un attimo la tela grezza
raschiarmi la pelle della spalla, poi l'unica sensazione che avvertii fu
quella delle mani di Ettore che mi toccavano. La visita fu convincente: a
me pareva che lui fosse davvero un medico per come mi sfiorava e per quello
che diceva. E Gianfranco sembrava proprio un infermiere, pronto ad
aiutarlo. Poi Ettore, dopo avermi tastato ed auscultato con il cucchiaio,
mi ordinò di voltarmi per palparmi anche sul dorso, ma il mio malanno
doveva essere molto ben nascosto, perché lui disse: 'È necessaria una
visita più accurata: si tolga i pantaloni'
      "Lo feci un po' tremando e restai in mutande. Mi rimisi a pancia
sotto anche per nascondere la mia erezione, ma Ettore, dopo avermi toccato
ancora sul dorso, infilò le sue mani esperte nell'elastico degli slip e
li fece scendere fino alle caviglie. Ero a sedere nudo davanti a quei
due. Era già capitato, forse in spiaggia, mentre ci cambiavamo, ma mai
in una situazione come quella e soprattutto non era mai accaduto che fossi
tanto eccitato. Quasi non riuscivo a respirare, mi sentivo male, per quanta
era l'agitazione che provavo.
      "'Si volti', mi ordinò Ettore. Lo feci, sbandierando finalmente la
mia erezione."
      Niki si mosse, strofinandosi su di lui. Il racconto l'aveva tanto
eccitato che quasi non riusciva a trattenersi: "Continua, ma non credo che
finirai di raccontare" mormorò.
      Mauro lo baciò, gli si strofinò un po' addosso e poi riprese a
parlare:
      "'Dobbiamo farle un massaggio' disse Ettore 'Infermiere, mi
aiuti!'. E allora, più che vederle, sentii le loro mani sul mio uccello
e poi sulle palle, ma non mi mossi, perché ero paralizzato
dall'emozione. Loro mi stavano facendo una sega ed io me ne stavo
tranquillo lasciandoli fare: quella fu evidentemente la prova definitiva
che ci stavo e che, quindi, il loro gioco poteva andare avanti, fin dove
avevano progettato che dovesse arrivare, per farmi qualcos'altro che io non
riuscivo ad immaginare. Sarei anche potuto scappare o dirgli di smettere,
ma me ne stetti là, quieto. Mi ricordo, però, che cominciai a
sospirare a causa delle loro manipolazioni e allora Ettore mi fece girare
un'altra volta. Disse: 'Questa cura sarà un po' lunga, ma alla fine lei
guarirà. Ora le devo fare una siringa' e, gli vidi prendere la
candela. Io non capii proprio cosa volesse farne. Pensai davvero ad
un'iniezione. Forse voleva puntarmela contro una coscia: era un gioco, che
poteva farmi? Invece..."
      Mauro si fermò.
      "Dovevi essere proprio scemo!"
      Niki l'abbracciò stretto e lo baciò dovunque. Era intenerito,
perché, anche se quella storia era un'invenzione di Mauro, nel
personaggio che si raccontava aveva riconosciuto il suo innamorato con
tutta la sua ingenuità. E questo lo commuoveva.
      I loro sessi finirono per toccarsi e strofinare uno contro l'altro,
ma riuscirono a bloccarsi, soltanto perché sentirono avvicinarsi il
momento in cui avrebbero goduto. La storia doveva continuare: Niki era
curioso e lo liberò dall'abbraccio, l'allontanò a distanza di
sicurezza, perché riprendesse a raccontare.
      "All'inizio Ettore fece proprio quello che pensavo io: mi spinse la
candela sui glutei, come per farmi un'iniezione, poi sentii che me li
allargava. Altre mani sostituirono le sue per tenere larga
l'apertura. Allora non ce la feci più a stare fermo e mi voltai: 'No,
non voglio!' gridai, saltando via dal lettino e tirandomi su gli slip che
erano scesi fino alle caviglie.
      "Ettore non si scompose. Posò la candela e continuò il gioco:
'Va bene. Se non vuole essere curato, non lo farò!'
      "Feci di no con la testa: non mi interessava di guarire, non a quel
modo, né volevo più sapere come sarebbe andato a finire quel
gioco. Ero sul punto di scappare. Se non fossi stato in mutande, me la
sarei data a gambe per allontanarmi da quei due che mi volevano fare quella
cosa."
      "E non sapevi quello che ti perdevi!"
      "Ero piccolo."
      "E poi?"
      "Naturalmente non scappai, anche perché, oltre che in mutande ce
l'avevo ancora duro, come se fosse di pietra e su quella soffitta, a parte
quell'episodio spiacevole, si stava svolgendo qualcosa di terribilmente
eccitante. Ettore propose allora di scambiarci i ruoli e convinse il
fratello a fare la parte dell'ammalato, mentre io avrei fatto l'infermiere.
      "Rifacemmo su Gianfranco le stesse mosse fatte su di me e, mentre il
fratello lo spogliava, io non feci che mangiarmelo con gli occhi. Presto
anche lui fu nudo e giunse il momento della candela. Ettore l'infilò fra
le natiche che io tenevo larghe con le mani tremanti. Saggiò la
resistenza, poi si portò la candela alla bocca e la bagnò di
saliva. Gliel'appoggiò sull'apertura lentamente iniziò a penetrare il
fratello che si mosse un poco a disagio, ma lui continuò ad
infilargliela ancora per qualche centimetro.
      "Io trattenevo il fiato per l'emozione e la sorpresa, ma anche per la
paura che poi toccasse a me di subire quella tortura. Ero come bloccato,
temevo che Gianfranco stesse soffrendo e sopportando un dolore atroce. Non
capivo, proprio non comprendevo, perché Ettore lo stesse facendo
soffrire così. Credevo con tutto me stesso che Gianfranco stesse per
piangere. Lo sentivo trattenere il fiato e poi ansimare. Ettore tirava
fuori la candela e la infilava ancora, la sfilava e poi la rimetteva dentro
lentamente: improvvisamente Gianfranco ebbe l'orgasmo e il fratello
continuò a penetrarlo sempre più a fondo finché non si fu calmato
e solo allora tirò fuori la candela. 'La cura ha avuto effetto' disse
allora 'credo che lei sia guarito' e gli dette una bella sculacciata sul
sedere.
      "Io li guardavo rapito. Gianfranco non stava piangendo e pareva non
aver sofferto: anzi, aveva goduto e l'aveva fatto in un modo così
soddisfacente che anch'io stavo per bagnarmi solo a guardarlo. A quel punto
presi a riconsiderare con più disponibilità ed ancora maggiore
eccitazione tutto il gioco."
      Niki riprese a strusciarsi lentamente contro di lui, fino a sentire
la propria eccitazione risalire e avvicinarsi un'altra volta al punto in
cui sarebbe stato impossibile fermarsi. Anche Mauro si sentiva prossimo a
godere e s'allontanò da Niki.
      "Allora, vuoi che continui?" Niki gli fece di si con la testa "Ma non
arriverò alla fine se non la smetti di muoverti!"
      Poi riprese a raccontare facendo la faccia seria:
      "Ettore mi guardò 'Vuoi che ti visiti un'altra volta?' 'E va bene'
risposi convinto. Mi ritolsi la maglietta e tornai a stendermi sul
lettino. Il gioco riprese.
      "Quattro mani iniziarono a massaggiarmi e sentii un'altra volta il
tocco gelido del cucchiaio che fungeva da stetoscopio. Poi, mentre ero
girato e da qualche minuto ormai i miei pantaloncini erano finiti per
terra, immediatamente seguiti dalle mutande, avvertii le mani di Ettore,
non poteva essere che lui, allargarmi le natiche. Mi colpì l'improvvisa
sensazione di freddo che provai quando il cucchiaio mi sfiorò là in
mezzo, nel posto che è il più caldo di tutto il corpo. Sentii
qualcosa che spingeva, procurandomi un leggero fastidio che però si
tramutò subito in una sensazione piacevole. Non era la candela, perché
era qualcosa di vivo, caldo.
      "Non capivo cosa potesse essere e tenevo gli occhi chiusi,
serrati. Stavo per girarmi e protestare perché Ettore stava facendo
qualcosa che un po' mi metteva a disagio, ma mi bloccai: se avessi parlato,
mi fossi mosso, tutte quelle percezioni che erano così nuove per me
sarebbero terminate ed io non avrei mai potuto godere nel modo speciale con
cui aveva goduto Gianfranco. Quello fu il mio unico pensiero, non ne feci
altri. Perciò il mio imbarazzo fu presto dimenticato. Sentii due mani
che mi allargavano anche le gambe ed avvertii ancora quella spinta e un
poco più di dolore. Quella cosa che spingeva era entrata dentro di me e
si stava muovendo. Non potei vincere la curiosità di guardare: aprii gli
occhi e mi voltai. Vidi che Ettore mi aveva infilato un dito dentro e gli
stimoli che avvertivo erano i movimenti che stava facendo."
      Detto così Mauro si mise a pancia sotto e si sfilò i calzoni
del pigiama, poi appoggiò la guancia sul cuscino e continuò a parlare
guardando Niki negli occhi: "Sentivo quella cosa viva che mi
scandagliava. Per me era la prima volta, ciò che stavo sperimentando era
davvero inimmaginabile per me."
      Niki allora l'accarezzò sulle natiche, le allargò e scese ad
inumidirle con la lingua. Tornò a guardare Mauro negli occhi. Con le
dita lo penetrò lentamente, fino a farlo mormorare di piacere.
      Mauro continuò a raccontare, ma la sua voce non era più così
ferma: "Quel dito continuava a sondarmi, dandomi qualche brivido, tanto che
fui molto vicino all'orgasmo. Improvvisamente, però, avvertii una fitta
di dolore e mi resi conto che le dita erano due, ma non ci badai molto."
      Niki mosse la mano, spingendola più in profondità, forzando
l'apertura.
      "Stavo per godere e pareva che nulla potesse distogliermi dall'attesa
di quel momento. Avevo scoperto quelle sensazioni da così poco tempo e
solo a questo pensavo, ma dovetti ricredermi, perché qualcosa riuscì
distogliermi dal piacere che stavo per provare. Notai un movimento dietro
di me, mi voltai e scorsi Gianfranco nudo, con il pene eretto. La sua punta
era tanto vicina al mio sedere da parermi una minaccia terribile:
improvvisamente capii quello che volevano farmi. Ettore sfilò le dita,
liberando la mia apertura e si buttò su di me, bloccandomi con il suo
peso contro il lettino. Tentai di divincolarmi, ma quello era molto pesante
e mi tratteneva per le braccia. Aveva certamente provato quella presa su
suo fratello altre volte, perché lo faceva con sicurezza. Sentii
Gianfranco toccarmi, per qualche secondo mi infilò anche lui con le
dita, poi le tolse. Non potevo più voltarmi, mi dibattevo, cercavo di
liberarmi dalla stretta di Ettore, quando avvertii qualcosa che spingeva da
dietro, che cercava di farsi strada."
      Mauro tacque ed avvicinò le sue labbra a quelle del compagno. Poi
Niki si arrampicò su di lui, gli pose il pene sulla pelle delicata che
era già umida di sudore e della saliva con cui l'aveva
lubrificata. Spinse, entrando in lui. Quando ebbe raggiunto il limite della
sua esplorazione, si fermò e attese. Mauro si mosse fino ad
accomodarglisi attorno, mentre Niki l'abbracciava stretto. Se l'avessero
voluto, avrebbero potuto godere in quello stesso momento, insieme, come
avveniva sempre fra loro. Lo sapevano, ma, pur restando congiunti, attesero
di calmarsi un poco. Il gioco di quel giorno era tutto nel racconto che
Mauro, con una voce sempre meno ferma, tentava di concludere.
      "Quando lo sentii tutto dentro di me, capii che fino a quel momento
avevo goduto soltanto a metà.  Tutte le seghe che mi ero fatto non
valevano ciò che provavo in quel momento. Fu una scoperta. Smisi di
lottare con Ettore e lasciai che Gianfranco mi abbracciasse."
      Niki non riuscì più a stare fermo e prese a muoversi.
      "Anche se lui mi schiacciava, io cercavo di non strofinarmi sul
lettino. Sentii avvicinarsi un'altra volta il momento e cercai
disperatamente di allontanarlo, perché c'era una cosa che dovevo
assolutamente dire, prima che fosse troppo tardi. Riuscii a mormorare:
'Dottore, quando il suo infermiere avrà finito, dovrò fare una
siringa anche a lei, altrimenti non mi farò mai più visitare'. Ma in
quel momento Gianfranco esplose dentro di me. Lasciai che si calmasse, poi
mi sfilai da sotto ed guardai Ettore. Aspettavo che decidesse se accettare
la mia richiesta. Se non mi avesse lasciato fare quello che volevo, ero
deciso a non giocare mai più con loro, né al dottore, né ad alcun
altro gioco.
      "Ettore, senza una parola, si mise in ginocchio sul lettino, poi
s'appoggiò anche sulle mani. Gli tirai giù i calzoncini e gli
slip. Mi avvicinai tremante. Inumidii il dito e l'infilai lentamente dentro
di lui. Lo sentii lamentarsi per un momento, ma poi cominciò a
muoversi. Allora lo liberai, mi inumidii il pene, stando attento a
sfiorarlo il meno possibile perché ero proprio al limite. L'appoggiai
sull'apertura e spinsi. Ero un po' arrabbiato per come mi avevano
ingannato. Spinsi senza pensare che avrei potuto fargli male. Forse Ettore
gridò, ma io non l'ascoltavo. Spinsi più forte e mi fermai solo
perché stavo godendo. Anche lui bagnò il lettino su cui avevamo
giocato."
      Niki ebbe per primo l'orgasmo. Mauro sentendolo, dentro di sé, lo
seguì immediatamente, quasi senza muoversi.
      Non appena si furono calmati, Niki scivolò sul letto e gli si
stese accanto, aspettando che Mauro concludesse il racconto.
      "E allora? Come va a finire?"
      "Fu così che scoprii che quelli ne sapevano parecchio più di
me, ma io, come hai sentito e come certamente saprai, imparo presto e, dopo
quel giorno, rifacemmo il gioco molte altre volte. E in seguito, la parte
del dottore fu interpretata quasi sempre da me, con molta soddisfazione di
tutti. Avemmo presto molti altri pazienti, i quali, numerosi, per la fama
che andavamo accumulando, si aggiunsero alla nostra clientela.
Fine. Piaciuto? Sono stato bravo?"
      "Direi di si" gli prese la mano e se la portò sul ventre ancora
umido di seme "sei proprio bravo, ma...  quanto c'era di vero?" gli chiese
con tono indagatore "Perché io sono gelosissimo!"
      "Non temere, mio Otello: di vero non c'era quasi niente!
Innanzitutto, la villa dei gemelli non ha soffitte dove ci si possa
nascondere, loro hanno esattamente la mia età e sono piuttosto
noiosi. Non sono belli, anzi, a dire il vero, sono bruttini e poi, a meno
che gli si sia molto sviluppato durante quest'anno, direi che... ce l'hanno
proprio piccolo!"
      "Come?" disse Niki sorridendo.
      Mauro gli prese l'uccello in mano, glielo scosse delicatamente e lo
soppesò: "Beh, a dire il vero, questo coso, che io adoro e che mi rende
tanto felice, sarebbe sufficiente a fare l'attrezzatura di tutti e due i
gemelli!"
      "Davvero?" Niki ora rideva ed era anche un po' arrossito per la
franchezza di Mauro "Ma avrete pure giocato qualche volta al dottore. O
no?"
      "Certo che ci abbiamo giocato! Ma la visita consisteva per prima cosa
in una palpatina, e poi nello spogliarci e nel guardare, ma soprattutto nel
confrontarci. Serviva soprattutto a rassicurarci che anche agli altri stava
accadendo quello che accadeva a noi stessi. L'abbiamo fatto spesso, ma solo
fino ai dodici o tredici anni. Quindi niente di perverso come pensi tu!"
concluse Mauro che continuava ad accarezzarlo.
      "Devo ammettere che in questo caso la realtà è stata deludente,
ma per me supera sempre la fantasia" allontanò le coperte per scoprire
il corpo di Mauro e il proprio. Gli saltò addosso e gli strinse in un
abbraccio potente, mentre cercava la sua bocca per un lungo bacio che li
lasciò entrambi senza fiato "Dove hai imparato a baciare così? Non
sarà stato con i gemelli, spero."
      "Ho un maestro che mi segue ancora, dovunque io vada, sempre pronto a
darmi lezioni ed io lo amo."
      "Fammi vedere come fai l'amore quando sei un po' arrabbiato. L'hai
fatto con i gemelli, perché con me non è mai accaduto?"
      Dicendolo, Niki si voltò e Mauro gli saltò subito sopra. Prima
gli fece un po' di solletico e gli si strusciò addosso, poi fu felice di
soddisfare la richiesta del suo amante. Quando si calmarono erano
finalmente sazi.  Si baciarono e ripresero a scherzare, finché i
genitori non li chiamarono al telefono.
      "Mia madre vuole sapere se ci va d'accompagnarli a Notre-Dame, pare
ci sia una messa solenne con Canti Gregoriani e altre amenità che a te
dovrebbero piacere. Purtroppo niente violini, pianoforti e orchestre per
me. Ci andiamo?" il tono di Niki significava, secondo l'interpretazione di
Mauro '40% mi va, 60% non mi va, ma se tu ci vuoi andare, ci vengo anch'io,
perché per me va bene lo stesso'.
      "Andiamoci rispose Mauro entusiasta "non ho mai ascoltato i Canti
Gregoriani dal vivo."

      Trascorsero il pomeriggio con Claude, passeggiando per i Boulevards.
      Anche se il gran movimento delle persone l'aveva scacciata, la neve
era ancora visibile. Ce n'era ancora sugli alberi e sulle automobili. Se ne
vedeva sui tetti dei palazzi e sulla scalinata dell'Opera, attorno cui Niki
e Mauro vollero girare e rigirare per leggere i nomi dei musicisti
raffigurati nelle statue, gridandoseli a voce sempre più alta.
      Camminarono abbracciati a Claude, perché gli volevano bene, lo
consideravano come un fratello maggiore, come se fosse parte della loro
famiglia. Fra pochissimo tempo, neanche un'ora, avrebbero dovuto
salutarsi. Claude doveva incontrare degli amici e loro stavano per lasciare
Parigi. L'indomani sarebbero tornati in Italia e, alla tristezza
d'andarsene dalla città, s'univa ora la malinconia di lasciare Claude.
      Scesero verso la Madeleine e si rincorsero fra le colonne, poi Niki
si fermò, appoggiandosi contro uno dei muri esterni di quella chiesa
strana, insolita. Respirava ancora velocemente per la corsa appena fatta, e
il fiato gli si condensava davanti alla bocca: "Non ti dimenticherai di
noi, non è vero?"
       "Come potrei? Due matti come voi!"
      Mauro s'era avvicinato a Niki e gli aveva messo un braccio attorno
alle spalle: "Claude, promettici che proverai ad essere felice e che
cercherai qualcuno..."
      "Non sarà facile, piccolo caro" l'interruppe mettendogli un dito
sulle labbra "ma ve lo prometto. Farò tutto il possibile."
      E Niki si avvicinò per baciare il dito che Claude aveva posato
sulle labbra di Mauro.
      Ripresero a passeggiare stretti attorno all'amico che stavano per
lasciare. Camminarono lentamente verso il Louvre: lì si sarebbero
salutati. Claude avrebbe raggiunto i suoi amici e loro sarebbero tornati in
albergo dai genitori. Si sentivano ad ogni passo più tristi all'idea di
doversi quasi abbandonare: avevano promesso di vedersi ancora, anche con
Louis e Michel, ma restava l'infelicità del distacco da una persona che
cominciavano ad amare. Niki era molto più avvezzo a questo. Si era
allontanato tante volte da Stephan ed ognuna era stata più dolorosa,
fino all'ultima separazione.
      E, nonostante quest'attitudine, era proprio lui il più triste dei
tre: "Arrivederci a quest'estate e stai attento, Claude!"
      "State attenti anche voi due. Scrivetemi, raccontatemi tutte le
vostre avventure ed io, cercando di non scandalizzarvi, perché siete
così piccoli, vi dirò delle mie."
      "Siamo più grandi di te, Claude!" Mauro ebbe l'idea.
      "Come più grandi?" chiese Claude ridendo.
      E Niki la completò per Claude: "Abbiamo quasi trentadue
anni. Dimentichi sempre che, pur essendo in due, siamo una persona
sola. Eppure è stata la prima cosa che t'abbiamo confidato" lo
rimproverò ridendo.
      "Touchè" ammise Claude alzando le braccia "voi due siete
certamente più grandi di me. E non sto scherzando: vorrei avere la
vostra esperienza. Voi due sapete quasi tutto dell'amore. Io, invece, ogni
volta che mi capita, sono inesperto come un bambino. E poi piango."
      "Dell'amore non conosciamo solo una cosa: la delusione" Niki baciò
Claude sulla bocca, sfiorandogli le labbra "Studia, dottore!"
      Anche Mauro lo abbracciò: "Non c'è alcuna fretta per restare
delusi, Claude. E non c'è nessun motivo per avere voglia di
piangere. Addio, Claude. Ci mancherai!" e lo baciò anche lui, ma molto
più dolcemente, come se le labbra che stava sfiorando fossero state
quelle di Niki.
      Accadde che insieme schiusero la bocca e Mauro sentì il cuore
aumentare improvvisamente i suoi battiti: nonostante facesse davvero
freddo, gli parve di avere molto caldo. Stava baciando Claude. Era un bacio
vero che finì appena in tempo, prima di diventare una cosa complicata da
spiegare..
      Ormai avevano tutti e tre gli occhi lucidi e Claude s'avviò senza
voltarsi verso la Piramide. I ragazzi rimasero fermi davanti alla scala che
scendeva verso la metropolitana. Prima d'attraversare la strada, Claude si
girò per salutarli l'ultima volta: "Arrivederci presto, ragazzi!"
      Niki si strinse a Mauro e si asciugò velocemente le lacrime che in
quell'addio non era riuscito a trattenere. Insieme si avviarono, scendendo
verso i binari.
      Non avrebbero mai immaginato che la breve vacanza a Parigi potesse
regalare loro tante sensazioni, tanti amici e la sincerità, l'amore,
l'esperienza che Claude e gli altri erano riusciti a infondergli.
      A Parigi avevano avuto la certezza di non essere dei mostri, delle
creature abnormi, di non essere gli unici al mondo. Avevano acquisito una
nuova coscienza della propria situazione e ne erano divenuti ancora più
fieri. Avevano capito che si può essere orgogliosi soltanto di ciò
che si è.
      Claude gli aveva parlato di sé, delle sue esperienze anche
dolorose e loro avevano compreso, una volta di più, quale inestimabile
fortuna avevano avuto ad incontrarsi e ad essere figli dei genitori che
avevano.
      Anche per la mamma e il papà di Niki il viaggio a Parigi era stato
memorabile: avevano visto con i propri occhi che la vita dei loro figli non
sarebbe stata necessariamente intristita dalla solitudine.
      Claude e gli altri amici avevano rappresentato tutto questo.
      Mauro, mentre scendevano nel 'ventre di Parigi', in quelle gallerie
che gli ricordavano qualcuna delle sue letture estive, mentre
s'allontanavano da Claude che forse andava ad incontrare un suo nuovo,
possibile amore, Mauro, con il braccio sulla spalla di Niki, si sentì
triste e inquieto nonostante la vicinanza dell'uomo che amava.
      In quel momento, la presenza di Niki al suo fianco, per la prima
volta da quando erano insieme, non lo appagò completamente, perché si
rese conto di desiderare che con loro ci fosse anche Claude. Quando l'aveva
baciato, le sue labbra si erano socchiuse assieme a quelle di Claude e il
bacio che si erano scambiati era stato molto più vero e profondo di un
bacio di saluto. Forse Claude non aveva badato molto a quel breve contatto,
ma a lui aveva acceso dentro un desiderio nuovo ed indefinito che sapeva di
non poter confidare subito a Niki. Almeno, non in quel momento, anche se
l'avrebbe fatto non appena l'avesse circoscritto e compreso. Capiva di non
poterglielo tacere a lungo, perché Niki era il suo stesso cuore e Mauro
sapeva per esperienza che non si riesce mai a tacere qualcosa a se stessi.
      Aveva desiderato Claude e l'aveva baciato come nella sua vita aveva
fatto soltanto con Niki. Questo era tutto: l'enormità o l'inezia di ciò
che era accaduto nel giorno di Pasqua, davanti al Louvre, dove Mauro aveva
cercato e desiderato il bacio di un altro uomo che non era Niki.
      Se ne tornarono in albergo e Arleen, attribuendo la tristezza alla
partenza ormai prossima, capì subito che i ragazzi, per quella sera, non
sarebbero stati di molto aiuto alla conversazione.



TBC



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